della famiglia fiorentina dei Corsini, il G. fu chiamato a Roma, dove nel 1732 iniziò la nuova facciata di S. Giovanni in Laterano, per la quale era stato bandito un concorso a cui avevano partecipato anche il Fuga ed il Venvitelli; l'opera grandiosa, compiuta nel 1735 , ricorda nell'uso palladiano dell'ordine unico gli esempi degli inglesi Jones e Wren. Nella stessa chiesa, nel 1734 il G. compiva la Cappella Corsini, commessagli dal Pontetfice, nitida costruzione a croce greca. Ultima opera è la facciata di S. Giovanni dei Fiorentini, dove nell'uso dei due ordini sovrapposti si rivela l'aderenza agli schemi della Controriforma, interpretati però con sensibilità che prelude quella neoclassica.
Bibl.: Willich, s. v. in Thieme-Becker, XIII, p. 96 sg.; G. Pecel, s. v. in Enc. Ital., XVI (1932), pp. 272-73; G. De Logo, L'architettura del Seicento e Settecento, Firenze s. a.; A. De Rinaldis, L'arte a Roma nel Seicento e Settecento, Bologna 1949, passim.
Mario Zocca
GALILEI, Galileo. - N. il 15 febbr. 1565 a Pisa da Vincenzo fiorentino e da Giulia degli Annmannati di Pescia; nella puerizia fu con i monaci vallombrosani; si iscrisse poi a Pisa nella Facoltà degli artisti e verso i vent'anni si applicò con studio particolare alle matematiche. L'ambiente a Pisa era peripatetico per eccellenza, ma ciò non distolse il giovane studioso dal procedere per conto proprio, fondato sullo studio di Archimede e sulla esperienza. Nel 1587 fu a Roma dove entrò in relazione con il p. Cristoforo Klau (Clavio), maestro di matematiche al Collegio Romano (m. nel 1612), con il quale fu poi sempre in ottimi rapporti. Nel 1588 tentò invano di essere assunto all'insegnamento delle matematiche dello Studio di Bologna; nel luglio del 1589 ebbe
invece la cattedra in quello di Pisa; e non avendo avuto in questo la riconferma, passò a quello di Padova, concessagli con decreto del Senato di Venezia il 26 sett. 1592. Gli anni di Padova furono veramente decisivi per la carriera scientifica di G. ed incentivo ad un'intensa attività. Oltre che tenere le pubbliche letture, come di dovere, dava lezioni private e teneva convitto per gli studenti; organizzò un'officina di strumenti di precisione: compassi, bussole, quadranti, squadre ecc. poi anche lenti e canocchiali; si fece amici tra i nobili veneziani ed ebbe discepoli illustrifra i quali Gian Francesco Sagredo, il monaco Benedetto Castelli, il canonico Paolo Aproino. In questi anni da una relazione con certa Marina Andrea Gamba ebbe Virginia (poi suor Maria Celeste), Livia (poi suor Angelica) e Vincenzo Andrea che condurrà poi seco a Firenze. Allo scopo preciso di rendere popolare la scienza, incominciò la sua carriera di pubblicista servendosi della lingua volgare, nel cui uso riusci sempre con mirabile chiarezza, precisione e brevità, tenendosi ben lontano da inutili citazioni e da qualunque enfasi retorica, facendosi in tal modo tenace
oppositore al malcostume del tempo suo.
Sono di questo primo tempo un Trattato sulla sfera, un Trattato di fortificazione, alcuni manoscritti di carattere pratico Delle meccaniche, un opuscolo sul Comprese di proporzione ( 1606 ) che illustrava uno strumento da lui costruito per accelerare i calcoli. Nel 1597 egli è già convinto copernicano e sull'argomento stava in corrispondenza con il Keplero, ma non poteva farne pubblico professione; soprattutto attendeva ad affinare il suo metodo scientifico, per l'attuazione costante del quale G. può essere chiamato il padre della scienza moderna. Sin da principio si proporrà di seguire il metodo insegnato dai matematici, cioè a di far dipendere quel che si dice da quello che si è detto, senza mai supporre come vero quello che si deve spiegare a; mentre secondo i metodi allora correnti a quelli che imparano non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè perché le ha dette Aristotele. Se poi sarà vero quello che ha detto Aristotele, sono pochi quelli che indagano, basta loro di essere ritenuti per dotti perché hanno alle mani maggior numero di testi aristotelici: (Opere, ed. nazionale, I, p. 285). La interpretazione razionale dei fenomeni, insieme con la ricerca delle loro mutue dipendenze con il tramite,
## Page 1117

INIZIO DELL'EPISTOLA DI S. PAOLO AI GALATI. Bibbis di Borso d'Este, vol. II f. 199 * (1455-61).
## Page 1118

[fot. Allabri]
ENEA SILVIO PICCOLOMINI RICEVE IL GALERO da Callisto III. Affresco del Pinturicchio(1502-1509). Siena, Libreria Picaolomini.
## Page 1119

(m. Ankerow)
RITRATTO dipinto da Giusto Susterman's (ca. 1530) - Firenze, Uffizi.
## Page 1120

In alto: ESTERNO DEL MAUSOLEO (sec. v) - Ravenna. In basso: INTERNO DEL MEDESIMO.
## Page 1121
fin dove it possibile, delle deduzioni matematiche, trova in G. la prima cosciente e completa espressione: "Io veramente etimo il libro della filosofia (presa nel senso più largo di filosofia naturale) esser quello che perpetua" mente ci sta aperto innanzi agli occhi; ma perché è scritto con caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto; e sono i caratteri di tal libro triangoli, quadrati, cerchi, sfere, piramidi ed altre figure matematiche attissime a tal lettura - (ibid., XVIII, p. 203). Qui se da un lato G. palesa nelle matematiche la sua preferenza per la geometria, dall'altro inviate sull'esperienza diretta, alla quale possano si dar aiuto le speculazioni degli antichi, purché non siano però in contrasto con quello che insegna l'esperienza diretta. Di un metodo sperimentale inteso in questo senso G. sarà maestro incompatabile a discepoli famosi, e questa nuova scuola rinnoverà completamente lo studio della natura.
L'indagine di G. si indirizzò sin da principio su campi diversi. Già nel 1602 si occupava di calamite, che fabbricava, aumentandone il potere di attrazione; contemporaneamente studiava i fenomeni del calore sui quali si esercitò il discepolo Sagredo; non gli furono estranei problemi idraulici. Ma i problemi relativi al moto ed alla gravita furono quelli che in particolar modo tennero occupata la sua attività attraverso tutta la sua vita scientifica. Infatti vi attendeva già a Pisa, dove anche osservò l'isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo e dove cominciò a stendere i suoi quaderni e da moto gravrum ed ingaggiò la lotta contro gli aristotelici ligi alle orrete conclusioni del maestro; a Padova già si occupava \& del meraviglioso problema della percossa ", della caduta dei progetti; argomenti che avranno per lui materia poi di più larghi sviluppi. Anche i problemi astronomici erano collegati con quelli del moto, ma G. non ne fece oggetto di studio che in un secondo tempo; a delle comete dell'ori. 1604, che pure osservò, non lasciò trattazione scientifica.
Il secondo tempo venne col 1609 che trasportò G. in un più largo campo di attività e di celebrità. La generica notizia che un occhialnio nei Paesi Bassi aveva con lenti costruito uno strumento con cui si poteva vedere vicine le cose lontane, indusse G. a costruirne uno nel suo laboratorio (ag. del 1609) e lo fece vedere subito a Venezia; ne costrui poi molti e per molto tempo nessuno lo sguagliò nella perfezione. Si sa che adattò poi questo canocchiale a vedere le cose minime, ma ciò non interessò molto l'inventore; il quale puntò invece il suo strumento verso il cielo. Ciò fu nel genn. del 1610 a subito osservò le macchie lunari, la moltitudine immensa delle stelle fase particolarmente nella Via Lattea e la loro differenza dai pianeti, l'esistenza dei satelliti di Giove. Ne diede notizia al mondo nel Siderens nuncius, uscito per le stampe a Venezia nel marzo, scritto appunto in latino per renderlo accessibile a tutta l'Europa. Il Nuncio veniva a capolvogere tutte le concessioni cosmologiche allora in voga e sconvolgeva del tutto l'astrologia detta giudiziaria ch'era sempre in auge; trovò perciò sin da principio nel mondo scientifico aperta incredulità : si dubitò della veridicità del canocchiale e sull'esattezza e l'interpretazione delle osservazioni. Certo pochi potevano disporre di un buon canocchiale per ripetere le osservazioni, altri per partito preso non volevano servirsene, come Cesare Cremonino, collega di G. a Padova. In Germania invece Keplero fu per il G., specie quando poté servirsi di un buon canocchiale, cosi anche il p. Clavio ed il p. Tommaso Campanello.
La celebrità che ormai G. s'era acquistata presso i veramente dotti, mosse il granduca Cosimo II a volerlo di nuovo in Toscana, ed il to giugno 1610 lo nominò primo matematico dello Studio di Pisa e matematico filosofo granducale, senza alcun obbligo d'insegnamento. G. accettò, ed il 12 sett. era a
Firenze dove trasportò anche il suo laboratorio. Qui egli continuò le osservazioni sulla conformazione singolare di Saturno, cominciate a Padova ( 25 luglio), e nel sett.-ott. 1610 si convinse delle fasi di Venere analoghe a quelle della luna, segno che questo pianeta girava intorno al sole da cui riceveva la luce. Il sistema tolemaico veniva ad essere cosi completamente confutato, ma i peripatetici non mostrarono di accorgersene.
Nel febbr. del 1611 fece un viaggio a Roma, ove ebbe anche occasione di trattare delle macchie solari da lui osservate per primo; fu assai bene accolto dal Clavio e dai Gesuiti del Collegio Romano; da Federico Cesi marchese di Monticelli fu iscritto nella sua Accademia dei Lincei e G. se ne tenne molto onorato; ebbe onorevoli accoglienze anche nellmondo ecclesiastico romano che volle sincerarsi delle sue scoperte. Nel maggio del 1612 egli pubblicò a Firenze, per invito del granduca, le sue conclusioni sui corpi galleggianti, seguendo le dottrine di Archimede e suscitando una vivace polemica dagli irreducibili peripatetici. I quali ricevevano da lui un altro colpo con le tre lettere che nella seconda metà di quel-

(per cederio di mons. G. Gabbieti)
Galilei, Galileo - Lettera autografa al card. Federico Borromeo de Firenze, il 18 ott. 1627, per accompagnare una copia del Seguipiare dominata alla Biblioteca Ambrosiana. Milano, Biblioteca Ambrosiana.
## Page 1122
l'anno scriveva a Marco Welser di Augusta comunicando le sue ulteriori osservazioni sulle macchie solari in confutazione delle lettere che il p. Scheiner, pesuita, aveva inviate sullo stesso argomento. Esse furono stampate nel 1613 a cura dei Lincei a Roma.
Negli anni seguentl si accese la polemica a proposito dell'accettabilità della dottrina elincentrica nei riguardi della Fede. G. diffondeva nelle discussioni orali e nella corrispondenza apisolare quella teoria; ma, salvo poche eccezioni, trovava concorde "contro di sé l'opinione universale imbibita, si può dire, ab orbe condito". Ad alcuni, anche dotti, pareva che il sistema di Tychobrahe fosse aufficente a concordare le nuove scoperte con la tradizione religiosa. Era del resto costume largamente invalsa di introdurre nelle discussioni, anche puramente filosofiche,autorita della Scrittura e dei Padri - non si mancò di fare altrettanto anche nella questione elincentrica, per condannarla come contraria alle Fede ed eretica. Nel dic. del 1613 il p. Castelli a-
veva sostenuta in proposito una discussione a Pisa dinanzi alla corte di Toscana e ne aveva data relazione a G. Questi riprese l'argomento in una lunga lettera al Castelli del 21 dic. che ebbe pronta divulgazione, mostrando quanto malamente procedessero coloro che tiravano in campo la Scrittura in tali argomenti e come non avessero forza le prove che se ne pretendevano trarre. Con intendimento propriamente teologico scendeva invece in campo a Napoli, sul principio del 1625 , il p. Paolo Antonio. Foscarini carmelitano (m. nel giugno del 1616) con una lettera in cui, fatte le lodi di G., mostrava assai bene come i passi scritturali a patristici contro la dottrina elincentrica venissero assai incongruamente allegati ed ammettevano diversa interpretazione. G. conobbe questa lettera che fu presto stampata, a prese animo in quello stesso anno ad indirizzare a Maria Cristina, madre del granduca, una lettera veramente mirabile per chiarezza a precisione anche teologica, in cui svolgeva gli argomenti già toccati nella lettera al Castelli ed in altre; e mostrate le relazioni fra scienza a Fede, confutava a sua volta gli argomenti opposti. Non era stato lui a portare la discussione nel campo scritturale, ma vi era portato dalla necessità di salvaguardare la sua situazione di scienziato e di credente. Questa lettera non fu allora stampata; ma fu diffusa in copie negli ambienti colti della Toscana. Il 7 febbr. 1615 il p. Niccolò Lorini, domenicano, aveva inviata da Firenze al card. Paolo Sfondrati, prefetto della Congregazione dell'Indice, copia della lettera del G. al p. Castelli come contenente «molte proposizioni o sospette a temerarie». Poiché la lettera non era stampata, il cardinale le trasmise al card. Mellini segretario del S. Uffizio, dove fu tanto presa in esame. Il zo marzo il p. Tommaso Caccini, pure domenicano, presentò formale denuncia al S. Uffizio contro il G., ed un accertamento giudicario fu perciò iniziato a Firenze. Accortosi che le inimicizie fiorentine non avrebbero mancato di avere ripercussioni a Roma, G. decise di recarvisi senz'altro. Egli sperava di tirare dalla sua gli elementi più colti dell'Urbe,
e non fece conto dell'avvertimento degli amici che ai peripatetici vi erano potentissimi \%. Molti degli illustri personaggi che, anche nella Curia, stavano per lui, non vedevano di buon occhie che egli si andasse palesando come convinto sostenitore delle dottrine copernicane; apprezzando i suoi studi e le sue scoperte, non intendevano seguirlo per quello via. Nell'ardore dei suoi convincimenti G. non seppe rendersi conto che difficile cosa era smantellare una costruzione filosofica insegnata come inoppugnabile in tutte le scuole eeciesiastiche a laiche, e che dura cosa doveva
apporire a quei maestri rinunciare a dottrine insegnate e tenute per lunghi anni con pieno convincimento. Lasciata Firenze con licenza del granduca, G. giungeva a Roma l'11 dic. 1615, ospite dell'oratore granducale sul Pincio, e si diede subito un gran cia fine dispatando sulle sue teorie con i personaggi più in vista, persino con il p. Caccini, mettendo anche per scritto le sue argomentazioni e suscitando per conseguenza l'avversione contro di sé dei seguaci dei vecchi sistemi, i quali ne facevano senz'altro questione di ortodossia religiosa. Tutto questo portava alla necessaria conseguenza che convenive mettere in chiaro i rapporti fra la teoria copernicana e la tradizione cristiana, e portare cosi ufficialmente la discussione dal campo personale a quello strettamente dottrinale. Fu facile perciò agli avversari di G. persuadere il S. Uffizio della necessità di una decisione che togliesse ogni incertezza. Il S. Uffizio deferi l'esame ad una commissione di undici teologi i quali il 24 febbr. 1616 al due questi loro proposti risposero: 1) "che il sole sia nel centro del mondo ed immobile di moto locale: è proposizione assurda e falsa in filosofia e formalmente eretica, poiché è espressamente contraria alla S. Scrittura»; 2) "che la terra non sia centro del mondo né immobile, ma secondo se stessa si muova anche di moto diurno: è pure proposizione assurda e falsa in filosofia e, considerato teologicamente, è per lo meno erronea nella Fede». Questa risposta dei teologi fu ratificata l'indomani dai cardinali dell'Inquisizione, presente il Papa; ma non ebbe pubblicazione ufficiale come atto della S. Congregazione e restò come regola interna, quale conclusione di uomini dotti e qualificati in materia.
Quanto a G., che s'era pubblicamente compromesso con le sue discussioni, si volle procedere a suo riguardo in forma benigna, e fu affidato l'incarico al card. Bellarmino di ammonirlo ufficialmente perché desistesse dal propugnare tali teorie, con minaccia, in caso di disubbidienza, di essere carcerato. Il 26 febbr. il cardinale adempì l'incarico alla presenza del commissario del S. Uffizio e di alcuni testimoni. Il G. promise di ubbidire, impegnandosi a «in nessun modo tenere, insegnare o difendere a voce od in iscritto dottrine elincentriche. Da parte sua la S. Congregazione dell'Indice il 3 marzo proibì il libro del p. Pascarini con tutti gli altri, non elencati, che sostenessero le medesime dottrine, a decise che nelle nuove stampe dell'opera del Copernico si sorreggessero alcune poche frasi in modo che apparisse ch'egli aveva proposto il sistema elincentrico quale semplice ipotesi astronomica. Poiché stava diffondendosi la voce che G.
## Page 1123
era stato obbligato ad un'abiura formale, questi ebbe cura di farsi rilasciare il 26 maggio dal card. Bellarmino un'at lessito della comunicazione fattagli riguardo alla teoria copernicaria. Cosi terminava qualia che impropriamente fu chiamato il primo processo di G. Questi ai primi di giugno tornò a Firenze, più dociso che mai ad adoperarsi nel migliore e più prudente dei modi al vionfo delle sue dottrine con dimostrare per allora l'inconsistenza delle dottrine avversarie.
Il 16:8 fu l'anno delle comete: ne comparvero tre delle quali l'ultimo (nov.-genn. del 1619), suscitò partico-

lire una dottrina, la lettura era diretta a dimostrare l'insostenibilità delle teorie del Grassi a di altri astronomi, compreso TychoBrahe, lamentando che, invece di dirette osservazioni, si ragionasse soltanto sulla base di teorie preconcette. Il p. Grassi replicò sotto la veste di un supposto discopolo in difesa della dottrina del maestro, e con il nome di Lourrio Sarsi Sigensano pubblicò a Perugia la Libra astronomica ne philosophica (1619) in confutazione del Guiducci. Gli amici di G. furono d'accordo che si dovesse rispondere, e questi nell'ott. del 1623 pubblicò il Saggiatore, con il quale in 32 capitoli prese in esame tutte le asserzioni del Sarsi. Lavoro polemico, non trattazione propriamente sistematica, in cui l'autore si guarda bene dal presentarsi quale difensore della teoria copernicana, pure insinuazione qua e là le superiorità, distrugga le asserzioni del Sarsi e le sue obbiezioni al discorso del Guiducci e fa osservare che nella ricerca scientifica, più che alle opinioni degli autori, bisogna ricorrere alla osservazione diretta dei fenomeni ed alle matematiche; percio evita di allegare la S. Scrittura come purtroppo si faceva. Il libro, indirizzato al giovane patrizio romano Virginio Cesarini e dedicato al nuovo papa Urbano VIII, ebbe larga diffusione, provocando una controreplica da parte del p. Sarsi. Confidando nella benevolenza che Urbano VIII gli aveva dimostrata anni prima, G. nell'spr. del 1624 intraprese un nuovo viaggio a Roma, ebbe promessa di benefici ecclesiastici, ma quanto all'accettazione delle sue idee non incontrò che delusioni; sicché, quasi per scusarsi, confutando i suoi avversari, scriveva che non intendeva con questo di sostenere le dottrine copernicane, ma di far conoscere agli oretici che, pur non potendole accettare, non si ignoravano gli argomenti sui quali esse si fondavano.
Intanto una nuova prova si affacciò all'indagine di G. in favore dell'eliocentrismo: quella del flusso o riflusco del mare. Egli non ne valeva sapere dell'influsso degli astri, quasi quale reazione a quello che era uno dei caposaldi dell'astrologia di allora, percio pensava che sulla causa delle maree nulla avesse a che vedere l'influsso del sole e della luna; secondo lui esse erano dovute alla
rotazione della terra. Volle inquadrare questo nuovo supposto argomento in una trattazione più ampia che prendesse in esame i due massimi sistemi cosmologici: il telematico ed il copernicano; vi pose mano nell'autunno del 1624 , ma solo nell'ott. del 1629 vi attese con il proposito di condurre l'opera sino alla fine. Essa è concepita come un dialogo diviso in quattro giornate con tre interlocutori: Filippo Salviati, che vi sostiene le parti copernicane, professando però ripetutamente di ragionare come di una ipotesi scientifica che la Fede non accetta, Gian Francesco Sagredo, che fa la parte dell'accultatore, colto ma profano, che ripete gli argomenti chiarendoli; il terzo è Simplicio, il tradizionalista, non ignorante né sciocco, sempre attaccato ai dottori ed ai libri, senza contatto con la natura e con l'esperimento che, non senza tratti caricaturali, difende le idee correnti. Essi disputano sulla natura dei cieli, sul moto diurno della terra e sul moto intorno al sole, sul flusso a riflusso del mare e la caduta dei gravi.
L'opera si doveva stampare a Roma e vi doveva provvedere il principe Federico Cesi, capo dell'Accademia dei Lincei; percio nel maggio del 1630 G . si portò a Roma e
si mise in relazione con il p. Niccolò Riccardi, maestro del S. Palazzo, per averne la licenza per la stampa. La regola imposta era che fosse esposto il sistema eliocentrico come pura ipotesi matematica e perché nel testo non era cosi, si dovette ridurre l'opera sotto aspetto ipotetico, con un capo ed una perorazione in tal senso, ed anche il corpo della trattazione doveva subire dei ritocchi; dopo ciò il p. Riccardi si riservava il diritto di rivedere il tutto. In ogni modo il primo esame riusci favorevole. Il 10 ag. 1630 il Cesi moriva ed il G. decise che la stampa si facesse a Firenze con dedica al granduca; ma causa le lunghe titubanze del p. Riccardi essa non fu terminata che nel febbr. del 1632 ed uscì con l'imprimatur del vicegerente di Roma, del maestro dei SS. Palazzi, dell'Inquisitore di Firenze, del vicario generale di Firenze e del governo granducale.
Il libro fu diffuso largamente dal febbr. del 1632 e giunse anche a Roma, dove il suo contenuto non piacque e nel luglio si tentò di impedirne colà la diffusione; il Papa volle in proposito che si andasse sino al fondo e se ne occupasse senz'altro il S. Uffizio; ed infatti una commissione fu incaricata dell'esame. Convincimento comune fu ben tosto che, nonostante le apparenze, l'autore difendesse come vera la teoria copernicana; si notò che la prefazione inviata dal p. Riccardi da Roma era stampata in carattere diverso, quasi come estranea al resto, e che venivano bistorati autori venerati nella Chiesa. Ed a chi proponeva che lo si correggesse, il Papa rispose che sarebbe stato necessario rifare da capo tutto il libro. Le decisioni non si fecero attendere molto. Il 23 sett. 1632 Urbano VIII fece comandare all'Inquisitore di Firenze che intimasse nelle forme legali a G. di comparire entro ott. dinanzi all'Inquisizione romana. Le dilazioni di G., che allegava le sue cattive condizioni di salute, furono ritenute come scappatoie e si ricorse alle minacce, si volle avere il monoscritto originale e si fecero ritirare tutti gli esemplari stampati. Poiché il Papa non intendeva vedere, anche il granduca esortò G. all'abbiclenza. Questi lasciò
## Page 1124
Firenze il zo genn. 1633, giunse a Roma il 12 febbr. e si costitui dinanzi al tribunale. Gli fu concessa la dimora presso l'ambasciatore di Toscana, Nicolini, al Pincio, con obbligo di vivere ritirato. Solo il 12 apr. fu obbligato ad entrare nel palazzo del S. Uffizio, dove gli furono assegnate le sole tre stanze disponibili, senza chiusura, con libertà di scendere in cortile, di tenere un servitore e ricevere il cibo dell'ambasciato. L'interrogatorio cominciò subito. G. aveva sperato di essere ammesso a difendere le sue teorie, ma non era questa la pratica del tribunale, per il quale esse erano ormai qualificate sino dal 1616 ed infatti la prima domanda del p. commissario Vincenzo Macolano fu sul precetto fattogli allora dal card. Bellermino; G. ammise d'essere autore del Dialogo, aggiungendo di non avere * in detto libro né tenuta, né difesa l'opinione della mobilità della terra e della stabilità del sole». Su questa denegazione G. tentò di imperniere la sua difesa, mentre, come giustamente notato il p. commissario, il contrario "apparisce manifestamente nel libro da lui composto x. Per risparmiargli misure di rigore il commissario ottenne di trattare estragiudizialmente con lui, ed il 20 apr. lo indusse ad ammettere di avere ecceduto nel suo libro in favore delle dottrine copernicane e nel secondo interrogatorio del 30 apr. ammise che "gli argomenti portati per la parte falsa (copernicana) ch'egli intendeva di confutare, fossero in tal guisa pronunciati che per la loro efficacia fossero più potenti a stringere che facili ad esser sciolti ", e si dichiarò pronto a scrivere in senso contrario e ad aggiungere a tale scopo una o due giornate al suo dialogo. Dopo questo secondo interrogatorio fu subito concesso di nuovo al G., per motivo di salute, di stare "inco carceris" nel palazzo dell'ambasciatore Nicolini, tenendosi sempre a disposizione del S. Uffizio.
Nella terza chiamata davanti al S. Uffizio, il 10 maggio, e proposito del precetto intimorogli nel 1616 , G. insistette nell'asserire "di non avere scientemente e volontariamente trasgredito ai comandamenti fattigli allora, e quanto al Dialogo non fece che riferirsi a quanto aveva detto nel primo interrogatorio. Egli sperava forse di sentirarsi ad una formale abluza, ma era chiaro che le sue asserzioni non erano vere. Dopo ciò il Papa il 16 giugno continuò le sue decisioni: si doveva senz'altro ormai interrogare G. su quello che realmente sentisse (super intentionem) con la minaccia anche della tortura; e se avesse sostenuto, doveva fare l'abiura a venir condannato al carcere ad arbitrio della Congregazione con ingiunzione di non trattar più in alcun modo la dottrina copernicana sotto pena di essere trattato come "relopso"; il Dialogo si doveva proibire e la sentenza rendere pubblica trasmettendola ai nunzi ed inquisitori nei diversi paesi e specialmente a Firenze. L'interrogatorio "super intentionem " si svolse davanti al p. commissario il 21 giugno ed il G. sostenne di nuovo che prima del 1616 era stato indifferente fra i due grandi sistemi, ma che dopo non aveva più difeso il sistema copernicano. E fattagli la minaccia della tortura, rispose di essere il per fare l'abbedienza, insistendo di nuovo sulla negativa quanto al sistema copernicano. La minaccia non era che un elemento procedurale, né avrebbe potuto, secondo la regola, essere inflitta a lui vecchio e malato; infatti s fu rimandato al luogo suo x, e l'indomani nel convento della Minerva, davanti ai cardinali e prelati della Congregazione, gli fu letta la sentenza; in esse, pur ritenendo che G. non avesse detto pienamente la verità, si riconobbe che nell'esame rigoroso aveva risposto cattolicamente; in ogni modo egli si era reso e vehementer suspectum de haeresi incorrendo nelle censure e pene relative; da esse dopo l'abiura veniva assolto; il Dialogo veniva proibito a l'autore condannato al carcere del S. Uffizio ad arbitrio della Congregazione con l'obbligo di recitare per tre anni una volta la settimana i sette salmi penitenziali. G. fece l'abiura secondo la formula prescritta accettando gli obblighi impostigli. Questo il processo di G., per il quale, senza si prendere più in esame la decisione dottrinale del 1616 a proposito della preestabilita nel campo religioso del sistema copernicano, G. fu giudicato a condannato sul fatto della sua continuata adesione ad esso, dimostrata soprattutto dal Dialogo dei massimi sistemi. Ormai egli
ere un carcerato del S. Uffizio; però come carcere gli fu assegnato il Palazzo dell'oratore sul Pincio; il 30 giugno ebbe per grazia di soggiornare a Siena presso quell'aratvescovo Aracnio Piccolomini; poi il 1 dic. ebbe il permesso di ritirarsi nella sua villa del Gioiello presso S. Matteo d'Arcetri ch'egli aveva comperata il 27 sett. 1631 e colo rimase, come carcerato, sino alla morte. Vano fu infatti ogni tentativo di ottenere per lui grazia completa: Urbano VIII non ne volle sapere. Gli ultimi anni del G. furono contristati da noiose malattie nelle quali gli morse il conferire della figliuola asce Maria Celeste, morta il 2 apr. 1634 ; nel dic. del 1637 egli divenne completamente cieco. Particolarmente gli dispiaçque la proibizione di stampa per tutte le sue opere. Tuttavia non intermise mai i suoi studi, particolarmente sul "moto a le resistenze", come egli stesso scriveva il 12 luglio 1636 e ne formà un volume stampato dagli Elezvir a Leida nel 1638 che fu venduto subito anche a Roma: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla meccanica et i movimenti locali. L'opera è in quattro dialoghi con gli stessi interlocutori dei Massimi sistemi, dei quali à come una continuazione tenendo un tono non più polemico, ma sereno a placato. Riprendendo gli scritti giovanili De mons egli pone i fondamenti della dinamica, ed opponendo ad Aristotele la legge di inerzia, dà la prima base razionale al sistema copernicano ed il fondamento sicuro al principio di Newton sulla gravità universale. Ma G. perseguiva ancora altri sviluppi delle sue dottrine che il suo alicvo Vincenzo Viviani, con le note da lui raccolte, stese poi in altre due giornate in aggiunta alle Scienze nuove.
E poiché gli Stati generali dei Paesi Bassi avevano bandito un concorso per risolvere il problema del determinare la longitudine durante la navigazione, il G. riprese in esame l'ipotesi se a ciò non si potesse giungere giovandosi dall'osservazione delle eclissi dei satelliti di Giove con l'aiuto di un buon canocchiale e di un orologio. A tale proposito era stato in lunga relazione con la Spagna dopo il 1616, senza alcuna riuscita; ed anche questa volta ( 1636-40 ) per difficoltà tecniche non raggiunte altra conclusione che di avere in regalo una collana d'oro (1638), ch'egli rifiutò per non crearsi nuovi sospetti. Continuò sino all'ultimo nell'esame dei suoi problemi prediletti a le sue ultime lettere vertono sulla titubazione e sul candor lunare, finché piamente chiuse la vita tra le braccia del figlio Vincenzo, dei Viviani e di Evangelista Torricelli, che gli era stato discepolo negli ultimi mesi, l'8 genn. 1642. Fu tumulato a Firenze in S. Croce. - Vedi tav. CXXVIII.
Soll. La opere, con la corrispondenza per cura di A. Favaro, furono pubblicate nell'rd. nazionale in 20 voll. (Firenze 1820-1909); in essa è compreso al vol. XIX anche il testo del processo e dei decreti dell'Inquisizione (M. Cicci, I documenti galileiani del S. Uffizio di Firenze, Firenze 1908). Il Favaro pubblicò anche la bibliografia galileiana e diversi studi sui personaggi, amici ed avversari di G., che ebbero parte nelle sue vicende in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti, e su questi cf. G. Favaro. Bibliografia galileiana di Antonio Favaro, in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti, 1942: O. Arcangeli, Sulla scoperta delle macchie solari e delle fecate, in Annali della Universita tezione, 29 (1910), p. 3 192; A. Favaro, G. G. e i Doctrini Parisiensis, in Rendiconti Accademia dei Lincei, Classe scienze morali e storiche, 27 (1918), p. 141 192; A. Banfi, Vita di G. G., Firenze 1930; S. Pagnini, Di alcuni documenti galileiani di recente ritornati, in Atti della Società columbaria, Firenze 1939; L. Pizzaroli, Le scuole pie e G., Roma 1942; G. Gabrieli, Il cartaggio liucco, Roma 1942; V. Ronchi, G. e il canocchiale, Udine 1642; G. Armellini, G. e l'astronomia, Milano 1942.
Nel terzo concorsario della morte di G. Saggi e conferenze, nelle pubblicazioni dell'Università cattolica, Milano 1942.
Pia Peschini
GALILEI, VINCENZO. - Musicista e teorico, padre di Galileo, ss. a Firenze verso il 1533 , ivi m. alla fine di giugno del 1591. Valente sonatore di viola e liuto, sostenne lo stile monodico e fu uno dei primi e più importanti membri della Camerata de' Bardi.
## Page 1125
Musico l'episodio dantesco del conte Ugolino e le Lamentazioni di Geremia, compose a libri di Madrigali e 4 e 5 voci (Venezia 1574 e 1587) e Intavolature del linto (Roma 1583), studiò la musica dei Greci e, scoperti gli Inni di Mesomede, pubblicò il Dialogo della musica antica e della modecna (Firence 1581). Sostenne un'aspro polemico contro il suo maestro di teoria, Gioseffo Zarlino, con un Discorso di V. G. intorno all'opera di messer G. Zarlino ecc. (ivi 1589) e con una 2² ed. del Dialogo (1602). Di notevole importanza per la storia della musica è anche il suo Fronisico, dialogo nel quale si contengono le vere e necessarie regole dell'intovolare la musica del liuto (Venezia 1588, ampliato nel 1584), con trascrizioni di celebri composizioni del '500; 3 suoi Ricercari ( 1584 ) sono in Orgel und Kïavier di O. Kinkeldey (Lipsia 1910, p. 283); 9 pezzi per liuto sono in Lautenspieler des 16. Jahrhunderts di O. Chilesetti (ivi 1891).
Bibl.: O. Chileseati, Il s libro di liuto di V. G., in Riv. nmi. il., 13 (1908), pp. 353-58; id. Di Nicola Vicentino e dei soneri sceri secondo V. G., ibid., 19 (1912), pp. 446-62.
Anna Maria Gentili
GALILEI, Virginia. - Figlia naturale di Galileo e di Marina Gamba, n. a Padova il 13 ag. 1600 , m. in Arcetri il 2 apr. 1634. Affidata a 14 anni con la sorella Livia alle suore del monastero di S. Marten in Arcetri, due anni dopo, il 4 ott. 1616, pronuncio i voti solenni col nome di suor Celeste, seguita il 28 ott. del 1617 dalla sorella, che prese il nome di suor Angelica. Galileo predidesse la figlia primogenita (e donna di esquisito ingegno, singolare bontà e a me affezionatissima { }² ) e più volte anche soccorse, con denaro a con viveri, la comunità assai povera.
Rimangono di suor Celeste 124 Lettere, scritte al padre dal 10 maggio 1623 al 16 dic. 1633, nelle quali all'assisté per la famiglia e per la storia del processo (dopo la condanna di Galileo "persuosa che l'urazione accompagnata da quel titolo di obedire a Santa Chiesa sia assai efficace" volle recitare per il padre una volta la settimana i sette salmi penitenziali) si alternano i chiari riflessi di un'azzarsi e pia vita claustrale.
Bibl.: C. Arduini, La primogenita di G. G., Firenze 1864; A. Favaro, G. G. e suor Maria Celeste, ivi 1891, 2^{°} ed. ivi 1933; I. De Blasi, Le scrittori italiane dalle origini al 1800, I, ivi 1930, pp. 195-207; F. Sarri, Suor Maria Celeste, Milano 1934.
Giovanni Pallani
GALIMBERTI, Luigi. - Cardinale, n. il 26 apr. 1836 a Roma, m. ivi il 7 maggio 1896. Conseguì al Seminario romano il dottorato in teologia ed in utesque iure e fu ordinato sacerdote nel 1860 . Nutrito di cultura non comune e ricco d'ingegno, fu nominato subito professore di storia ecclesiastica al Collegio di Propaganda Fide e vi insegnò quasi vent'anni.
Imporziale e sereno nelle sue vedute e nei suoi giudizi, non godette molte simpatie durante l'ultimo decennio del pontificato di Pio IX perché propugnava una politica moderata e di conciliazione. All'avvento di Leone XIII, il G. acquistò credito nella Curia, e con l'approvazione del Pontefice assunse nel 1881 la direzione del Journal de Rome ed in seguito quello del Moniteur de Rome, sostorandovi dura battaglia in difesa della nuova politica di Leone XIII. Questí apprezzò l'azione del prelato, e lo nominò nel luglio del 1886 segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici ermordinari. In tale qualità ebbe parte importante noi difficili negoziati che posero fine al Kulturkampf in Germania; per questo si recò a Berlino nel marzo del 1887. Arcivescovo titolare di Nicos e nunzio a Vienna del 1887 al 1893, fu creato cardinale del titolo del SS. Nereo ed Achilleo nel Conclatore del 16 genn. 1893 e nominato prefetto degli Archivi pontifici.
Bibl.: G. Grabinski, Il card. G., in La rassegna nazionale, 89 (1896), pp. 378-416; C. Crispolti-G. Aureli, La politica di Leone XIII da L. G. a Mariano Rampallo, Roma 1912; H. Bastgen, Die rönische Frage, III, Friburgo in Br. 1919, passim.
Silvio Pualani
GALL, Franz-Joseph. - Medico tedesco, n. a Tiefenbronn il 9 marzo 1758, m. a Parigi il 22 ag. 1828. Studiò a Vienna e si dedicò con particolare assiduità allo studio dell'anatomia del cranio. Partito da Vienna nel 1805, con l'allevo Spurzheim, fece nel 1806 e 1807 dimostrazioni pubbliche sul cervello, trattenendosi perciò a Berlino a in molte altre città europee, e finalmente a Parigi, dove, con lo Spurzheim, presentò nel 1808 all'Istituto l'opera sul sistema nervoso e il cervello, nella quale mise in rilievo l'importanza della sostanza grigia della corteccia cerebrale e dei gangli del sistema nervoso e immaginò tutto un sistema psicologico nel quale l'intelligenza o la personalità psichica dell'uomo è divisa in una somma di facoltà eterogenee, fra loro indipendenti, ciascuna delle quali sarebbe rappresentata da una speciale provincia della corteccia cerebrale.
La "frenologia" o "organologia cerebrale" fu demolita dal Fieurens (1822), e, nel senso di G., non si è più parlato di "localizzazioni cerebrali", che, più tardi, ebbero tutt'altro significato. Il G. non era materialista: per lui il cervello è una "condizione", un "mezzo" di cui l'anima si vale.
Bibl.: Opere: F. J. Gall et G. Spurzheim, Anatomie et Physiologie du système nerveux en général et du cerveau en particulier, 2 voll., Parigi 1810-19, Studi: J. Spury, Système nerveux central, I, Parigi 1899, pp. 497-516; A. Eymisu, La part des croyants dans les progrès de la science, II, ivi 1934, pp. 172-73.
Luigi Serenin
GALLA, vicariato apostólico di: v. karab, vicariato apostólico di.
GALLANDI (Galland), Andrea. - Oratoriano, n. il 7 dic. 1709 a Venezia, m. ivi il 12 genn. 1779. Editore della Bibliotheca Graeca-Latina veterum Patrum ( 14 voll. in-fol., Venezia 1765-81, 2² ed. ivi 1788; Index, Bologna 1863), collezione di scritti ecclesiastici dei primi dodici secoli, pregiata per le note. Pubblicò inoltre una raccolta di testi di famosi canonisti: De vetustis canonum collectionibus (Venezia 1778, Magonza 1786).
Bibl.: C. di Villanova, Memorie degli scrittori filippini, Napoli 1837, p. 138 sg.; H. Laumann, De Caesaris Baronii literarum commorrio, Friburgo 1903, p. 4 sg.; Hutter, VI, L coll. 111-12. Erik Peterson
GALLA PLACIDIA. - Figlia di Teodosio I, n. intorno al 386; seguì nel 402 a Ravenna il fratello Onorio divenuto imperatore d'Occidente. Preda di Alarico, fu data al di lui cognato Ataulfo, che la sposò dopo la morte di Alarico, forse per avanzare diritti di pretendente all'impero. Assassinato Ataulfo nel 415 da Sigerico, G. P. venne capitato dal fratello Onorio a Ravenna, e data in sposa al patrizio Costanzo (416 ?). L'8 febbr. 421 Onorio diede a Costanzo e a G. P. la dignità di Augusti ed elevò al grado principesco il piccolo Valentiniano, figlio di G. P. Dopo la morte di Costanzo (sett. del 421 o 422), G. P., fosse per un viaggio a Bisanzio, la ruppe con Onorio. Ritornò in Italia dopo l'ag. del 423 per assicurare i diritti alla successione del figlio Valentiniano elevato alla dignità crearea da Teodosio II, dopo la morte di Onorio.
Durante la minorità di Valentiniano III, G. P., dalla reggia di Ravenna, resse le sorti dell'Impero di Occidente. Intrighi e uccisioni turbano il suo governo fino al febbr. del 450 , quando la si trova a Roma insieme con Valentiniano e la di lui moglie Eudossia. Il 22 febbr. s. Leone Magno pronuncio davanti ai dinasti un'omelia in cui accennò al favoreggiamento di Teodosio II per l'eresia monofisita. In seguito a tale invocazione, Valentiniano, Eudossia e G. P. scrissero lettere a Teodosio. Quella di G. P. è particolarmente animata, ed è l'ultima traccia della sua attività politica. Morl il 27 nor.
## Page 1126
dell'a. 450 e fu sepolta nel mausoleo imperiale presso S. Pietro in Vaticano.
Secondo fonti posteriori, la salma di G. P. sarebbe stata trasportata a Ravenna, nel celebre mausoleo che porta il suo nome, monumento insigne dell'arte bizantina. C. Cecchelli scosona sila probabilità che nel mausoleo sia stato sepolto Costanzo, marito di G. P. Il nome di G. P. è inciso sull'arco di trionfo della basilica di S. Paolo in Roma da lei restaurato al tempo di s. Leone Magno.
Bib.: C. Ricci, Il mausoleo di G. P. in Ravenna, Roma 1914: E. Stein. Geschichte des spätrömischen Reiches, I, Vienna 1028, p. 386 sgg.; C. Cecchelli, s. v. in Enc. Ital., XVI (1922), p. 286 sgg.
Giuliano Genovio
Il mausoleo di G. P. - In Ravenna. A sud e collegato all'ardica della basilica di S. Croce, che sorse in Ravenna verso il 420 , nel secondo quarto del sec. v, fu innalzato il sacello che attraverso i secoli è giunto a noi con il nome di mausoleo di G. P. Demolita nel 1602 la parte anteriore della basilica, è oggi in terrato per quasi due metri, come sperso nel verde prato, reso ancor più piccolo dalla vicinanza della Basilica Giustinianca di S. Vitale. Ha pianta cruciforme un po' inclinata ad ovest ed è sormontato dalla cupola centrale, che ha nei rifianchi vasi di terra cotta ed al vertice la pigna marmorea. L'esterno, semplice nella sua rossiccia cortina dai caratteristici, grossi mattoni, è ravvivato nella parte inferiore da archetti ciechi e da lesene, poggianti su uno soccolo ora del tutto sotterra. L'interno invece, nelle volte a nelle lunette è completamente ricoperto di musaici, ancora classici negli ornati e nelle figure, che sono tra i meglio conservati di Ravenna e tra i più belli che l'arte paleocristiana ci abbia lasciato. Il concetto di tutta questa decorazione musiva è rivolto al culto cimiteriale ed all'esaltazione della Croce, che campeggia al centro della cupola in un cielo azzurro, smagliente di stelle d'oro. Nei pennacchi i simboli dei 4 Evangelisti, all'interno le figure degli Apostoli. Nella lunetta sopra la porta Cristo buon pastore, che in Io. 10, ha detto di sé : «Io sono la porta delle pecore... chi per me passerà sarà salvo». In quelle dei bracci laterali, fra dorati fogliami, i cervi alla fonte e, nella lunetta di fronte all'ingresso, una raffigurazione, che è stata ed è tuttora la più discussa nella sua interpretazione. S. Lorenzo o Cristo Giudice? Per i più essa rappresenta il santo diacono romano, in bianca tunica clavata, con la Croce ed il libro, che sta davanti alla graticola del suo martirio e ad un armadio contenente i 4 Vangeli. Per tutti coloro, invece, che nel ciclo musivo di questo sacello non vedono altro che lo svolgimento di un concetto apocalittico ed escatologico, ultimo il Sessun, essa rappresenta il Giudice Divino, che per mezzo dei Vangeli aprirà ai giusti la via della salute, mentre i peccatori troveranno sull'altare degli olocausti (la graticola sotto cui arde il fuoco) il castigo. Nonostante tutte le argomentazioni, la più semplice ed ovvia interpretazione rimane sempre quella del S. Lorenzo, cui sin dall'origine sembra dedicato il sacello. Però, tenuto presente il concetto cimiteriale dei nostri musaici, si può avanzare l'ipotesi che la scena del Vecchio Testamento, così comune nell'arte sepolcrale e raffigurante i Tre fanciulli nella fornace, si sia voluta qui sostituire con quella del martire cristiano vincitore del fuoco, che per mezzo di questa vittoria ha raggiunto il cielo e la gloria. Nel piccolo e monasterium e che dagli antichi documenti è detto di S. Lorenzo, dei SS. Nazario e Celso, e infine, anche dei SS. Gervasio e Protasio, fu mai sepolta G. P., morta a Roma il 27 nov. del 450 ? E ben difficile provarlo; anzi, tutto sembra in favore della tesi ne-
gativa. Nonostante ciò, gli storici ravennati, quasi unanimamente, hanno sempre additato nel grande e rozzo sarcofago di marmo greco il sepolcro dell'Augusta, e negli altri due, antichi e di buona fattura, di cui uno sicuramente posteriore al sec. v, quelli dei congiunti di lei (Costanzo [il marito?], Onorio [?], Valentiniano [il figlio]), ma della presenza di essi non si ha traccia nel primitivo pavimento del sacello e certo in origine non furono dove ora si trovano. - Vedi tgv. CXXVII2.
Bib.: G. Berti, Descrizione del mausoleo di G. P., in L'ulbam, Roma 1846 pp. 70-77; E. Lancioni, Mausoleo di G. P. chiesa della S. Croce, in Bollettino di meh. crit., 4 (1866), pp. 73-75; S. Ghigi, Il mausoleo di G. P. in Ravenna, Bergamo 1910: E. Bottini Massa, I musaici di G. P. e Ravenna. Stagion di una mon. a interpretazione, Forli 1911; G. Gondo, G. P. e il cosiddetto suo mausoleo in Ravenna, in Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Romagna, 2 (1012), pp. 273-320; C. Ricci, Il mausoleo di G. P. in Ravenna, Roma 1914: S. Muratori, Il sacello e l'ovello di G. P., in Folia, Ravenna, 20 (1912), pp. 839-32; E. Bottini Massa, L'esottero di G. P., in Le Romagna, 1923, pp. 20-30; F. Filippini, La rero interpretazione dei musaici di G. P. in Ravenna, in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna, 4* 2010, 13 (1923), pp. 187-214; A. Testi-Rasponi, Codex Pontificalis Ecclesiae Roccorum, Bologna a d., p. 148; A., Il Memniscrum S. Lancelaii Parmari in Ravenna, in L'arto, 28 (1923), pp. 71-76; C. Ricci, Tacole storiche dei musaici di Roccum, Iesi, 1; Scipol. 10 di G. P., Roma 1930: F. Filippini, Il velice simbolico dei musaici del mausoleo di G. P., in Bollettino d'Atte del Ministero della educazione nazionale, 10 (1931), pp. 367-73; W. Sussan, Le posmest' divaior au blansoles de G. P. a Roccum, in Cahiers archéolognaux, 1 (1946), pp. 37-50; P. Couveelle, Le zril de St Laurent au monsolle de G. P., ibid., 3 (1948), pp. 29-70.
GALLE, diocesi di. - Nell'Isola di Ceylon; comprende due province civili, cioè la provincia meridionale e quella di Sabaragamuwa. Fu cretta con breve di Leone XIII del 16 ag. 1893, che ne distaccò il territorio dall'arcidiocesi di Colombo, di cui è suffraganea. Ha una superficie di kmq. 10.110 ed è situata nelle regioni centro-meridionali dell'isola ceylonese. Confina a sud e ad ovest con l'Occano Indiano, a nord con l'arcidiocesi di Colombo e la diocesi di Kandy, a est con la diocesi di Trincomale. E affidata alla Compagnia di Gesù.
La popolazione ascende a 1.708 .115 ab . (censimento del 1946), di cui 1.511 .000 buddhisti e sono i singalesi di razza ariana, venuti dal nord dall'Indio, 198.000 indaisti e sono i tamiliani, venuti dall'India meridionale, 38.000 maometrani e sono i mori di stirpe araba, 9952 protestanti e 20.206 cattolici (statistiche del 1949). Il clima è generalmente sano e temperato nell'interno collinoso, mentre è caldo e umido nelle pianure e nelle coste. Il suolo è in massime parte fertile e produce riso, tè, gomma, noci di cocco, cannella e legni pregisti.
Vi esercitano l'apostolato 44 sacerdoti, dei quali 25 gesuiti e 19 secolari, gl'indigeni tra secolari e regolari ammontano a 25 . Vi sono inoltre 5 fratelli gesuiti, tutti europei, 145 suore di vari istituti, tra cui quasi un terzo sono native.
Opere caritative: 12 orfanotrofi con 500 bambini e bambine, un ospizio per vecchi con 21 ricoverati e due ospedali.
L'istruzione viene impartita in 15 scuole elementari, frequentate da 2500 alunni ed alunne, 31 scuole medie con totale di 8808 scolari, 8 scuole superiori con 2577 giovani e 2052 giovanette, 8 scuole professionali con 212 alunne.
Ecclesiasticamente le diocesi è divisa in 2 distretti, 15 parrocchie, 4 stazioni primarie, 32 stazioni secondarie. Non vi è seminario. I pochi giovani destinati al sacerdozio provengono, in genere, dal Collegio S. Luigi (Galle), diretto dai Gesuiti, e vengono inviati, per gli studi superiori, al Pontificio Seminario di Kandy od al Seminario regionale di Trichinopoly (India). Attualmente (1949) la diocesi ha 7 seminaristi che studiano filosofia e teologia.
Bib.: Catholic directory of India, Burma and Ceylon, Madras 1948, pp. 312-15; MC, p. 118; GM, pp. 120-51.
Pompeo Borgna
## Page 1127
GALLEFFI, Pietro Francesco. - Cardinale, n. a Cesena il 27 ott. 1770, m. a Roma il 18 giugno 1837. Compiuti a Roma gli studi all'Accademia dei nobili ecclesiastici, fu da Pio VI, nel 1794, annoverato fra i suoi camerieri segreti partecipanti.
Economic segretario della Fabbrica di S. Pietro nel 1800 e convisitatore dell'ospedale di S. Spirito nell'anno seguente, Pio VII, nel Concistoro del 12 luglio 1803, lo creava cardinale, del titolo di S. Bartolomeo all'Isola nominandolo, inoltre, abate commendatario di Subisco e prefetto della Congregazione della Disciplina regolare.
Durante il periodo della prigionia dal Pontefice difere intrepidamente i diritti della Chiesa ed appartenne alla gloriosa schiera dei cardinali neri e fu esiliato prima a Sedan, poi a Charleville e più tardi a Lodève. Al ritorno del Papa in Roma (1814) divenne segretario dei memoriali e nel 1820 arciprete della Basilica Vaticana. Nello stesso anno ebbe il vescovato di Albano. Camerlengo per volere di Leone XII, tenne il governo del conclave alla morte di quel Pontefice e del suo successore Pio VIII e in entrambi ottenne voci per il pontificato. Divenuto sottodicono del S. Collegio e vescovo di Porto e Civitavecchia ( 1830 ), diede nuove prove dal suo zelo pastorale a della sua accesa carità.
Suat.: G. Maroni, Dic. d'erediz. storico-civl., XXVIII, p. 114; P. Donlano, Diario dei cantiari commentato ed annotato da D. Sirogni, Firenze 1879; L. Alpago Novello, Il Conclave di Givonice XVI, Venezia 1924; M. De Camilla, Il rard, P. F. G., in L'Osservatore romano, 9 giugno 1935. Mario De Camilla
GALLEGO, Fermatno. - Pittore spagnolo, n. ca. il 1440 . Benché il nome lo indichi originario della Galicia, la tradizione lo dice nato a Salamanca, dove sembra si sia svolta la maggior parte della sua attività. Restano di lui tre opere firmate: il retablo della cappella di S. Ildefonso nella cattedrale di Zamora, compiuto non oltre il 1467; il trittico della cattedrale nuova di Salamanca e la Pietà con due donatori, della collezione Webel di Madrid, ch'è una delle sue più nobili creazioni.
Tutti questi dipinti lo mostrano quale uno dei maggiori rappresentanti di quella scuola ispano-fiamminga ch'ebbe contro attivo in Salamanca, con influenze soprattutto di Petrus Christus e di Roger van der Weyden. Molte altre opere gli sono attribuite, tra cui alcuni complessi grandiosi (retablo di Ciudad Rodriqu, ora nella collezione Cook; retablo di S. Lorenzo en Toro; retablo smembrato del borgo di Arencillas, ecc.). Il Francesco G. che da documenti è indicato quale autore del trittico di a. Caterina della cattedrale vecchia di Salamanca, compiuto nel 1500 ,