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 Ciudad Rodriqu, ora nella collezione Cook; retablo di S. Lorenzo en Toro; retablo smembrato del borgo di Arencillas, ecc.). Il Francesco G. che da documenti è indicato quale autore del trittico di a. Caterina della cattedrale vecchia di Salamanca, compiuto nel 1500 , sarebbe secondo alcuni critici figlio di Fernando, da cui però non si differenzia stilisticamente. L'ultima notizia dell'artista è del 1507 , quando terminava la decorazione della Cappella dell'Università di Salamanca, di cui non resta più nulla.

Rifl.: A. L. Mayor, Geschichte der spanischen Malerei, Lipsia 1922, p. 134 sgg.; S. C. Canton, Tablas de F. G. in Zamora y Salamanca, in Archica español de arte y arqueologia, 3 (1909), p. 279 v62. Emma Zanca

GALLEGO, Juan Nicasio. - Poeta spagnolo, n. a Zamora il 14 dic. 1777, m. a Madrid il 9 genn. 1853. Studiò umanità in Salamanca, dove ricevette gli Ordini sacri ed entrò in rapporti col gruppo dei poeti neoclassici di quell'Università.

A questo periodo appartengono le poesie amorose composte in adesione ai modelli Estati dalla scuola bucolica del tempo. Sopraggiunta l'invasione francese (1808), G. passò a Siviglia e, dopo la guerra, aderì al liberalismo. Sono famose le sue elegie: A la muerte de la Duquesa de Prías, A la memoria de Garcilaso e, soprattutto, El Dor de Mayo, vibrante esaltazione della rivolta contro Napoleone. Tradusse i Promessi spazi del Manzoni col titolo Tax nonles.

Rifl.: Le Obras poéticas di G. furono edite dalla Real Academia Española, Madrid 1894. - Studi: E. González Negro, Elogio de Don S. N. G., Zamora 1836; M. Núñez de Arenas, Miscelánea romántica, in Boletín Menéndez y Pelayo, 9 (1927), p. 23 sgg.

GALLERANI, Alessandro. - Gesuita, oratore e scrittore, n. a Cento (Ferrara) il 9 apr. 1833, m. a Roma il 1^{°} dic. 1905. Dopo alcuni anni di insegnamento letterario a Sinigallia e a Tivoli, si consacrò alla predicazione e dal 1864 al 1892 passò sui pulpiti delle principali città d'Italia, sempre accolto e seguito con la più viva simpatia. Fu anche rettore di Firenze (1877-81) e Bologna (1882-92), finché fu prescelto a direttore a rettore de La civiltà cattolica.

Dei numerosi scritti, rimangono ancora vivi, per la proprietà letteraria congiunta alla porizia della materia e all'unzione ascetica, le sue opere spirituali e di formazione: Gesù buono ( 14ᵃ ed., Modena 1903); Gesù santo ( 7ᵃ ed., ivi 1904); Gesù grande ( 8ᵃ ed., ivi 1900); Il contranveleno religioso. Lettere ad uno studente ( 4² ed., ivi 1913); Diandrea, ossia la donna religiosa ( 2² ed., ivi 1903); La nostra patria. Concertazioni sul Paradiso (ivi 1905). I suoi sermoni principali sono raccolti in: I nostri eroi (ivi 1902) e La buona madre (ivi 1904). Di devota lettura anche: Il sermone di N. S. G. C. dopo l'Ultima Cena (Napoli 1891); I procerbi di Salomone (ivi 1892); I due principali sermoni di N. S. G. C. (ivi 1892); I sermoni minori di N. S. G. C. (ivi 1893).

Rifl.: G. Franco, Il p. A. G., necrologio, in Civ. Cult., 1903, iv, pp. 728-32. Celestino Testore

GALLERANI, Andrea, beato. - Figlio di Ghezzolino, nobile senese, n. sul finire del sec. xII, m. il 10 marzo 1231. Fu prima in patria valoroso soldato; indi, per aver ucciso un bestemmiatore, in esilio. Ritornato dopo qualche tempo in patria, si consacrò interamente alla preghiera e alle opere di carità, fondando in Siena la "Casa di S. M. della Misericordia per i poveri senesi" (rimasta fino al 1408) a una "Compagnia di pie persone pel servizio degli infermi ·. La sua santità fu illustrata da numerosi prodigi e la B. Vergine lo salvò più volte dalle insidie di certi nemici. Fu sepolto nella chiesa dei Domenicani. Non godé mai di culto pubblico e non è certo sia stato degli Umiliati, sebbene catalogato tra i santi di questo Ordine.

Suat.: G. Tiraboschi, Vetro. Handlistorens monumenta, I. Milano 1366, pp. 23-29; Acta SS. Martii, III, Parigi 1869, pp. 19-96. Tra gli antichi biografi sono ricordati dal Tiraboschi. Bartolomeo Naccarino (1928). Silvano Rizzi (Santi Etrenchi, parte 2², p. 49). Raimondo Barbi (1638).

Felice da Marato
GALLESE : v. civita castellana, orte e gal. lese, diocesi di.

GALLETTI, Giuseppe. - Statista, n. a Bologna l'1 ag. 1798, m. ivi il 26 luglio 1873.

Cospiratore nel 1821, resosi noto nei mori del 1831, quindi uno dei capi più influenti del liberalismo emiliano. Arrestato e processato nel 1844 , fu condannato alla reclusione a vita. L'amnistia del ' 46 lo restituì alla libertà e due anni più tardi Pio IX lo chiamava nel ministero Recchi-Antonelli.

Conquistatasi larga popolarità, partecipò quasi ininterrottamente ai successivi gabinetti, tenendo contegno incerto ed ondeggiante fra le parti in contrasto, sicché parve perfino subdolo nelle vicende che precedettero e seguirono la partenza di Pio IX per Gaeta. Presiede la Costituente del ' 49 e fu per breve tempo capo dello stato maggiore della Repubblica romana con il grado di generale. Ciò non ostante l'Oudinot intendeva valersi di lui, ma il G. rifiutò a parti esule per la Sardegna, dove si occupò di problemi minersi. Mahinto così dai moderati come dai radicali, fu ostentatamente lasciato in disparte fino al 1866 quando gli elettori di Poggio Mirteto lo inviarono alla Camera italiana per la brevissima durata della IX legislatura. Caduto nelle elezioni successive, visse gli ultimi anni a Bologna, tenendo cariche amministrative di secondaria importanza.

Rifl.: A. M. Ghisalberti, a. v. in Dia. del Risorg., III, pp. 169-73, con l'indicazione di altri scritti dello stesso Ghisalberti e dei volumi autobiografici del G. Renzo U. Montini

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GALLIA. - Cosí chiamavano gli antichi il paese compreso fra il Mediterraneo, le Alpi, il Reno, l'Oceano, i Pirenei che suddividevano is G. Narbonensis, Aquitania, Lugdunensis, Belgica.

1. EvangeliZazione. - La regione, interamente pacificata e ordinata da Augusto, aveva presto raggiunto un grado notevole di civiltà e di tranquillità; le relazioni cosi di commercio come di affari politici e amministrativi con l'Italia e con Roma erano con. tinite, le strade numerose e ben tenute, largamente usate le vie fluviali. Assai frequentata da Greci e da Orientali per antica tradizione doveva essere la costa provenzale, dove sin da ca. il 600 a. C. i Focel d'Asia Minore avevano fondato a resa attiva e prospera la loro colonia di Maseràla (Marsiglia), e dominavano l'ottima via di penetrazione verso l'interno offerta dal Rodano. E molto probabile che nella regione massaliota possa essere giunta molto per tempo qualche voce cristiana, e il fatto troverebbe riscontro in Puteuoli, altro luogo molto collegato con l'Oriente, dove a. Paolo trovò nell'a. 60 un nucleo di cristiani di una certa importanza. Non pare però che possano essere prese in considerazione le tradizioni di tarda origine sulla venuta in Provenza di Lazzaro, il risorto di Bethania, e delle sue sorelle Marta e Maddalena.

In II Tim. IV, 10 s. Paolo lamenta di esser quasi solo, e tra i nomi dei discepoli che son lontani ricorda un Crescente sic l'alàiev. Non tutti i codici hanno però l'alàiev, altri hanno l'alaziev, e i più antichi interpreti, Eusebio e Teodoreto, non si sono posti neanche il quesito se potesse pensarsi alla G., ma hanno riferito il passo alla Galazia. Comunque di questa missione di Crescens non si hanno ulteriori notizie.

V'è poi la questione, se s. Paolo sia andato in Spagna. Che se lo sia proposto, è indubitato; lo dice chiaramente egli stesso in Rom. 13, 24, e sembrerebbe favorire una tesi affermativa un passo dell'Epistola di s. Clemente ai Coriuri (V, 7), in cui si dice che l'Apostolo non raggiunse la corona del martirio che dopo aver toccato l'estremo Occidente. Se s. Paolo è andato in Spagna, è più che probabile che abbia scelto la via del mare e non che abbia voluto attraversare le Alpi, e in tal caso, data la consuetudine degli antichi navigatori di costeggiare, vi sarà stata una fermata a Massilia, che certamente il Santo non avrà mancato di mettere a profitto. In ogni modo il Batiffal si è domandato perchés. Paolo abbia parlato di Spagna e non di G. e d'Africa. Non sarebbe, per caso, perché in quelle province già altri fosse andato? Si ricordi quanto l'Apostolo dice della propria resistenza a recarsi a lavorare in un campo già seminato da altri (Rom. 15, 20).

In ogni modo si è sempre nel campo delle possibilità, come pure valore del tutto ipotetico hanno le attribuzioni al sec. in di qualche testo epigrafico a di qualche sarcofago rinvenuti in G., a ritenuti di tale età solo in base a dubbi criteri palengrafici e storico-artistici. Per avere una prima documentazione sicura della presenza di cristiani in G. si deve scendere all'a. 177 d. C. A fatti di quell'anno si riferisce una lettera che i cristiani di Lugdunum (Llune) scrissero ai confratelli d'Asia e di Frigia per narrar loro la fine gloriosa di un gruppo di cristiani uccisi con barbari tormenti in odio alla loro fede. Il tragico avvenimento di Lugdunum fu quasi certamente il primo caso di persecuzione anticristiana in G., come riconosce Sulpicio Severo: «sub Aurelio deinde, Antonini filio, persecutio... agitata, se tunc primum inter Gallias martyria visa, serius trans Alpes Dei religione suscepta s (Chron., II, 32).

A capo della chiesa di Lugdunum, creatone vescovo, dopo la passata bufera, rimane il presbitero Ireneo. Oriundo d'Asia, dove aveva in gioventù ascoltato s. Policarpo di Smirne, è una delle più grandi figure del cristianesimo del sec. in. Non al sa quando e perché egli sia venuto in G., certo vi svolse fervida e luminosa opera
sia di vescovo che di dotto scrittore e difensore della Fede cristiana, godendo di un grande prestigio. Poté infarti intervenire con saggi consigli di moderazione nel dissidio tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'Asia circa la data della celebrazione della Pasqua, riuscendo a persuadere il papa Vittore I a non voler per una questione di non vitale importanza separare le Chiese d'Asia dal corpo mistico della Chiesa universale.

Solo di Lugdunum si hanno liste episcopali che risalgono a prima del sec. in (L. Duchesne, Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, Parigi 1907-19), il che non vuol dire che debba senz'altro escludersi l'esistenza di altre sedi episcopali, molte essendo state le sedi che non possono esibire gli elenchi ordinati a completi del loro vescovi. In ogni modo è certo che quanto più indietro si risale nel tempo, tanto più si dovranno trovare le sedi episcopali riservate alle sole città maggiori.

Gregorio di Tours dice che nell'a. 250 s septem viri episcopi ordinati ad praedicandum in Gallias missi sunt (Hist. Franc., I, 30), ma la notizia non riscuote troppa fede tra gli studiosi. Pii attendibale la notizia in una lettera di s. Cipriano degli aa. 251-33, che il vescovo di Lugdunum e altri s coeplecopi in eadem provincia constituti s hanno denunciato al papa Stefano I il loro collega Marciano vescovo di Arlelare, la cui condotta nella questione dello scisma di Novasiano non sembrava incerzárabile. Il cristianesimo pertanto continua a diffondersi, e altri episcopati si sono costituiti. Tra i monumenti cristiani più singolar: e da ricordare una iscrizione greca trovata a Autun (Auguste duxum) con formule complicate e poco chiare che arieggiano un po' il linguaggio musterioso degli gnostici. Non regna accordo tra i molti studiosi che di esse si sono occupati circa la data da assegnare e che è fatta oscillare dal sec. i: al vi d. C. (cf. H. Leclercq, Autun, in DACL, I (1924), coll. 3188-3216.

Molto silenzio segue intorno alle cose cristiane di G. fino a Diocleziano; a questo periodo può riferirsi qualche iscrizione cristiana per la più sepolcrale di ignoti, e vi sono attribuiti alcuni martiri, ma in tarde narrazioni che non meritano fiducia. L'ultima persecuzione, quella di Diocleziano, avrebbe dovuto svolgersi anche nella G., ma il Cesare ad essa preposto, Costanzo Cioro, non applicò che molto di rado e parzialmente le disposizioni di quell'editto. Del resto l'abdicazione di Diocleziano e Massimiano, la successione poco dopo seguita di Costantino e i decreti di tolleranza di Galerio e di Costantino e Licinio (cosiddetto editto di Milano del 313), liberarono le Chiesa di G. e di tutto l'Impero da ogni timore di persecuzione. E non molto dopo la religione cristiana, prima equiparata alle altre, divenne la preferita, e proscritto in seguito il culto pubblico della vecchia religione grecoromana. Ogni difficoltà però non fu tolta, ché insossero e tenacemente si diffusero alcune eresie, due delle quali in particolar modo interessano la G. : il donatismo e l'arianesimo. Il primo, sotto a dir il vero in Africa, trovò però in G. in un concilio convocato da Costantino a Arles giudizio e condanna. L'arianesimo godé per qualche tempo anche i favori della corte imperiale, p. es., degli imperatori Costanzo II e Valente e della imperatrice Giustina, madre a tutrice del giovane Valentiniano II. Contro l'arianesimo combato enegicamente anche un grande vescovo di G., Ilario di Poitiers, che dall'imperatore Costanzo fu anche punito con l'esilio in Frigia.

In G. stessa si accendono focolari di eresie: Prospero di Aquitania prega s. Agostino di voler combattere gli errori di un gruppo di eretici di Marsiglia, e il Santo invia due suoi trattati: Sulla predestinazione dei santi e Sul dono della perseveranza. E altri ecclesiastici di G. fioriscono in questo tempo per dottrina e per santità : Sulpicio Severo, s. Paolino ritiratosi a Nola, s. Ilario d'Arles, a. Germano di Auxerre, Avito di Vienna, Sidonio Apollinare, s. Martino di Tours, s. Remigio di Reims, che

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(da Wtigert, Sarcofagi, Iar. XXXII, 1)
Gallia - Fronte del sarcofago di Hydria Tertulla (sec. iv) - Arles, Museo.
ebbe la sorte di bottezzare il re dei Franchi Clovis (anno 496), primo dei sovrani barbarici convertito alla fede cattolica, senza esser passato per l'eresia ariana.

Srat.: G. Boissier, La fin du paganisme, Parigi 1801; L. Duchesne, Les justes épistagmes de l'ancienne Genie, 3 vall., ivi 1894 ( 2^{°} ed., 1907), 1900 e 1913; O. Hirschfeld, Zur Geschichte des Christentums in Legdunam vor Kontinuitn, in Sitzungder. der Preuss. Abad. d. Wiss., 1895, p. 381; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 3 vall., Parigi 1906-10; Fliche-Martin-Frutos, I-III, Torino 1938-32. Roberto Paribeni
II. La scultura paleocristiana. - Al declinare dell'Impero, l'Occidente ha perduto il culto della forma, ma l'arte del rilievo funerario cristiano fa sopravvivere la tradizione della plastica greco-romana dell'età costantiniana fino all'epoca delle invasioni barbariche. Se ne può seguire la lenta decadenza da Arles e da Narbona, nelle quali le officine sono in piena attività, alla metà del sec. iv, fino a Marsiglia dove, alla fine dell'epoca teodosiana, sorge un'officina presso l'abbazia di S. Vittore, fondata nel 415 , e fino in Aquitania dove il rilievo funerario scompare poco dopo per essere sostituito dalla decorazione barbarica.

Arles è la città che Costantino aveva scelto quale capitale del suo Impero. Nel 395 essa diviene sede della prefettura del pretorio delle G.; la sua scultura funeraria è essenzialmente romana; le sue officine scompaiono insieme con la rovina dell'Impero al momento delle rivoluzioni che segnano l'impero d'Onorio (410-20) mentre a Marsiglia, città rimasta dopo la conquista romana, al margine dell'Impero, le officine di sarcofagi sorsero più tardi e seguirono l'evoluzione artistica del sec. v che le ricollega sia all'arte di Ravenna sia a quella dell'Aquitania visigota.

Poiché i sarcofagi che si incontrano nel nord delle G. sono prodotti di esportazione del meridione, la cronologia dell'arte funeraria in G. si riduce alle province meridionali; essa rivela una successione di officine che vanno da Costantino fino alla conquista franca. I due centri artistici sono Arles e Narbona; quello d'Arles cessa all'inizio del sec. v; mentre Marsiglia è in piena efficenza nella prima metà di quel secolo; in Linguadoca e in Aquitania, la dominazione visigota, per concessione d'Onorio (413), fu stabilita a Tolosa; essa fino alla vittoria dei Franchi a Venidic (307) si estenderà sul Gévaudan, il Rouergue, il Velay, la Linguadoca; questa dominazione vede e forse suscita una sopravvivenza dell'officina di Narbona che ormai è legata all'arte tolozana e al sorgere
di officine nella vallata della Garonna che mantengono le tradizioni della plastica greco-romana, trasformandole pero profondamente fino ai primi anni del sec. vi.

Il sarcofago di Arles ha improntato le sue forme architettoniche al fregio continuo, agli archetti con colonne o alberi, agli strigili, al tipo romano che a sua volta rappresenta una fusione del sarcofago greco asiatico del tipo di Sidamoto e del rilievo di tradizione pagana. Come nei secoli precedenti, si può considerare che un certo numero di sarcofagi dei «bello stile» a rilievi molto accentuati, con lavoro di trapano nelle colonnine, nelle teste, nelle membra che si distaccano dal nudo del fondo a nelle quali si osserva il contrasto delle ombre e delle luci per l'esagerato impiego del trapano, secondo la tecnica dell'Anatolia, sono di importazione d'Asia Minore e soprattutto d'Italia; i sarcofagi sono generalmente in marmo pentalico di Asia Minore, di Proconnesso, in Propontide, che davano una maggiore trasparenza e un colore caldo al modellato : tali sono i sarcofagi di epoca costantiniana e teodosiana rappresentanti il congedo di Cristo dai discepoli prostrati e piangenti ai suoi piedi (replica di Firenze), quelli di Hydria Tertulla e di Concordio vescovo di Arles (m. nel 375-80 ) e in generale i sarcofagi ad alto rilievo e a fregio continuo.

Tuttavia, però, nella seconda metà del Iv sec. si può affermare l'esistenza di una scuola di Arles in ragione dell'identità della fattura dei sarcofagi in marmo di Carcara con quelli di St-Bést, che non erano esportati in Italia e sono stati percio lavorati sul posto. Il tipo di sarcofago locale, concepito a imitazione romana, con le stesse imitazioni dall'arte funeraria pagana nella decorazione, è generalmente diviso ad archetti e da pannelli di strigili che semplificano la composizione: scene della Natività, Orante, Cristo che tiene la croce, circondato da due odoranti nel pannello centrale; ma la scuola d'Arles inizia ugualmente le composizioni del fregio continuo, in particolare il passaggio del Mar Rosso, di cui si conoscono sette o otto esemplari (Museo di Arles, S. Trofimo, Nimes, castello di Candiac a Bellegarde, Moustiers-SteMarie, tomba di Ludovico il Pio nel Museo di Metz). I rilievi non sono molto alti, le pieghe ampie e rettilinee, moderato è l'impiego del trapano nella capigliatura, nella giuntura delle labbra, nelle narici ecc., l'occhio è inciso nel centro e non nell'angolo interno, come si usava sugli aborillavi romani.

I sarcofagi di Geminio di Colonia, amministratore delle cinque Province, morto in Arles nella prima decade del sec. v e conservato a S. Trofimo, può essere consi-

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derato come l'ultimo prodotto di questa officina; esso possiede tutte le caratteristiche della scuola di Marsiglia, che succede a quella di Arles.

I sarcofagi di Marsiglia con archetti sostenuti da colonne o da alberi, sul tipo di Arles, hanno infatti uno stile tutto differente che li collega con i sarcofagi di Ravenna e dell'Aquitania; la tecnica del trapetto si fa sempre più rara e, ridotta a una serie di fori per portare via il pezzo senza approfondire all'inizio della calotta dei capelli, finisce per scomparire; la composizione si semplifica; le scene a più personaggi con ricerca della prospettiva rappresentanti i grandi fatti biblici o i miracoli del Signore, sono sostituiti da scene di Apostoli isolati negli archetti senza profondità o in nicchie rettangolari secondo l'uso di Tolosa; le pieghe degli abiti divengono piatte e gli atteggiamenti delle figure movimentati e declamatori; il dinamismo del movimento supplisce al valore plastico delle figure. Si vede apparire il simbolismo delle pecore
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Gallia - Frente di sarcofago che serve d'albero nella chiesa di S. Trofimo: Cristo fra i se. Paolo e Pietro (sec. v) - Arles.
siglo IV, VIII, Pamplona 1949.
g degli agnelli, dei
cervi che si dissetano alla fonte, allegorie quasi sconosciute all'arte di Arles e che evocano l'arte del rilievo e dei museici di Ravenna.

Tali sono le caratteristiche che appaiono nei sarcofagi di Narbonne, di Clermont in Alvernia, di Rodez, di Tolosa, di Castelnau-de-Guerz, del Mas-St-Antonin, ecc. Essi dànno un posto sempre più ridotto ai personaggi, isolati negli archetti, ornati talvolta da pannaggi semiaperti, sul tipo dei portici del musaico di S. Vitale di Ravenna. Soggetti presi dal temi antichi, come il Buon Pastore, Daniele tra i leoni, la Natività, Adamo ed Eva, i Dioscuri, compaiono ancora sporadicamente nel pannello centrale del sarcofagi e su lastre in terracotta provenienti dalla decorazione di chiese nell'ovest. Ma l'ornamentazione floreale tende sempre più a invadere il campo e a sostituirsi alla rappresentazione umana che invece tende a scomparire con la conquista franca. Il modello espressionista delle figure, secondo un processo più pittorico che scultorio, segna la fine dell'arte greco-romana; la dissociazione dell'Impero, a partire dal 410 , si riflette nelle nuove tendenze decorative che rivelano il predominio dell'arte delle province periferiche dell'Impero, l'arte di Ravenna e quella dei Visigoti sul classicismo di Roma. Così si stabilisce, partendo da Arles e da Narbona, il concatenamento cronologico di una plastica ereditiera di quelle officine di scultura greco-romana che hanno fatto sopravvivere ad Arles, capitale della provincia romana e ultimo bastione della romanità, l'eredità dell'Impero fino al regno di Onorio, e a Marsiglia e a Narbona nell'Aquitania visigotica l'ultimo riflesso dell'« umanesimo».

Bun.: F. Benoit, Le Musée des cryptes à St-Victor de Mars. seille (Mémoires de l'Institut historique de Provence, 1934); id., Les cimetières suburbains d'Arles dans l'antiquité chrétienne et au moyen deo, Roma 1935; id., Le Musée lapidaire d'Arles, Parigi 1936; id., Fragments de sarcophages chrétiens datés, in Bull. Soc. nat. Antig., 1938: id., Fragments de sarcophage inédits, in Riv. di arch. cristiana, 17 (1942), pp. 248-70; id., Marbres employés en Provence à l'époque gallo-romaine, in Bull. Soc. nat. Antig. de France, 1934 -1944; id., Nouveau sarcophage des adorants, in Riv. di arch. cristiana, 26 (1932); E. Le Blest, Rtude sur les sarcophages chrétiens d'Arles, Parigi 1878; id., Les sarcophages chrétiens de la Gaule, ivi 1886; G. Rodenwaldt, Sauleusarkophage, in Mitteilungen d.

Jentsch. Arch. Intriuts, Rom. Abt., 38-39 (1927-24), p. 1 sgg.; M. Lawrence, Citygate sarcophagi, in The Art Bulletin, 10 (1927), p. 1 sgg.; L. Coutil, L'art ssdravingien et carolingien, Bordeaux 1931; M. Lawrence, Columuer sarcophagi in the Latin West, in The Art Bulletin, 14 (1932), p. 103 sgg.; G. Wilpert, Sarcofagi; H. von Schanncheck, Die christliche Sarkophaggische unter Kantontin, in Mitteilungen d. deutsch. Arch. Instituts, Rom. Abt., 51 (1936), p. 258 sgg.; A. C. Saper, The Latin type on Christian Sarcophagi of the Fourth Century, in The Art Bulletin, 19 (1937), p. 148 sgg.; J. B. Ward Perkins, The sculpture of Visigothic Franc., Oxford, in Soc. of antiquaries of London, 1938; Fr. Gerier, Die christ. Sarb. der vor Kunst. Zeit. Berlin 1940; M. Lawrence, The sarcophagi of Ravenna (College Art Association, 1945, Study, 2); B. Huguet, Arte palmaristicae, in Ars Hispanice, 2 (1947); H. Schlunk, Arte siti-pada. ibid., 4 (1947) passim; J. Hubert, L'art préromane, Parigi 1948; G. Bovini, I sarcofagi palmaristicai. Determinazione della loro cronologia mediante l'analisi dei ritratti, Roma 1949; R. Rey, La memoria Sancti Sepulchri da Musse de Narbonne, in Comptes rendus de l'Académie des Inscriptions, 1949, p. 41; H. Schlunk, El sarcófago de Castiliéar y'los sarcofagos palmaristicanos españoles de la primera mitad del

Fernando Bonati
Gallia Christiana. - Titolo abbreviato della notissima opera in 13 voll. in-fol. sui vescovadi dell'antica Gallia, pubblicata nel sec. xvili dai Benedettini della Congregazione di St-Maur (Maurini). I vescovadi sono distribuiti secondo le province ecclesiastiche, disposte per ordine alfabetico seguendo le iniziali dei nomi latini. Una lista completa delle diocesi contenute nella G. C. si trova nel Catalogus alphabétique des livres imprimés mis à la disposition des lecteurs dans la salle de travail, suivi de la liste des catalogues usuel du département des manuscrits ( 4^{°} ed., Parigi 1933; cf. anche P. B. Game, Series Episcoporum Ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, pp. 476658). Ad ogni provincia è dedicata una notizia storica generale; poi ogni diocesi ha la sua notizia storica, la cronologia dei suoi vescovi e dignitari e notizie sulle abbaie sorte sul suo territorio. In fondo al volume sono riprodotti gli instrumenta o documenti d'appoggio. L'opera, ad enta delle lacune, degli errori e dei difetti che vi si riscontrano, è un monumento d'erudizione e uno strumento di lavoro oggi ancora indispensabile agli storici del cristianesimo nella Gallia. Mons. L. Duchesne con i suoi 3 voll. dei Factes épiscopaux de l'ancienne Gaule (Parigi 1907 1910-15) ha riveduto con la sua vasta e sicura erudizione le liste episcopali della G. C. dalle origini a tutto il sec. IX, sceverandole dalle scorie che vi avevano lasciate i benemeriti Maurini.

Tra i precursori immediati di quest'opera si devono annoverare vari studiosi, dei quali i principali sono: in Italia, Ferd. Ughelli noto autore dell'Italia Sacra ( 9 voll. in-fol., Roma 1644-62), cui s'ispiravano i fratelli de Sainte-Marthe; in Francia il sec. Jacques Savert, che invitò i vescovi della Francia e di tutta la Chiesa a raccogliere e pubblicare le liste episcopali nella sua opera i Chronologia historica successions hierarchicae antisticum Lugdunensis archiepiscopatus, Galliarum primatus et suffraganeorum diocessen ( 1 vol. in-4, Lione 1607); l'avv. Jean Chems, autore dell'opera i Archiepiscoporum et episcoporum Galliae chronologica historia, qua ordo corundem a temporibus apostolorum incoeptus ad nostra utque, per traducem succedentium servatus ostenditur ( 1 vol. in-4 { }^{°},

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(per esetesis di mens. A. P. Freiter)
Gallitana liturgia - Missale Gathicum (fine sec. vit-principio sec. viII) : - Callogio post prophetia - della Messa di Natale. Biblioteca Vaticana, cod. Regimento 317, fol. 6.

Parigi 1621); il sec. Claude Robert che pubblicò la G.C. in qua Regni Franciae, ditionumque vicinarum dinecesos, et in iis proesules, describuntur ( 1 vol. in-fol., ivi 1626 ; si noti che è il primo ad adoperare l'espressione G. C.); e soprattutto i fratelli gemelli Scevole e Ludovico di Sainte-Marthe (Summerthani), ai quali il Robert affidò il compito di curare la seconda edizione della sua opera. I due studiosi morirono sulla breccia, ma la loro operazione fatta di pubblica regione dai figli di Scevola, Pietro, Abele e Nicola: G. C., qua series omnium archiepiscoporum, episcoporum et obbatum Franciae vicinarumque ditionum, ab origine ecclesiarum ad nostra tempura per quatuor tomos deducitur et probatur ex antiquae fidei manuscrtatis Vaticani, regum, principum, tabularis omnium Gallias Cathedraliam et obbatiarum (4 voll. in-fol., ivi 1678 ).
L'essemblea generale del clero francese del 1710, data l'utilità della G. C. dei fratelli di Sainte-Marthe, invitò dom Denis de Sainte-Marthe (Summerthanus) della Congregazione benedettina di St-Maur; a riprendere la opera su più vasto piano. Il dotto benedettino accettò l'incarico, e, aiutato da vari confratelli, in particolare da dom Claude Estienne de dom Jean Thiroux, iniziò nel 1713 la pubblicazione della nuova G. C., col volume che comprende una lunga prefazione sul piano dell'opera e sulla introduzione del cristianesimo in Gallia e le liste episcopali delle province ecclesiastiche di Albi, Aix, Arles, Avignone e Auch: G. C. in provincias ecclesiasticas distributa qua series et historia archiepiscoporum, episcoparum et obbatum Franciae vicinarumque ditionum ab origine ecclesiarum ad nostra tempura deducitur, et probatur ex authenticis instrumentis ad calcem appositis (ivi 1715 ; è da notare, che dal vol. V dopo abbatum si legge: regionem omnium quas vetus Gallia completebatur); il II vol. è dedicato alle province di Bourges e Bordeaux (ivi 1720); il III alle province di Calais, Colonie e Embrun (ivi 1725, anno della morte di dom Denis); il IV alla provincia di Lione (ivi 1728); il V a Magonza e Molines (ivi 1731); il VI alla provincia di Narbona (ivi 1739). Con questo volume figurano
alla direzione dell'opera dom Félix Hodin e dom Etienne Brice; i voll. VII e VIII alla provincia di Parigi (ivi 1744); il IX e X alla provincia di Reims (ivi 1751). L'opera subl un ritardo per la morte avvenuta nel 1755 dei due direttori; il vol. XI alla provincia di Rouen (ivi 1759) sotto la direzione di dom Pierre Henri e dom Jacques Taschereau; il vol. XII alla provincia di Sene e Tarentasia (ivi 1770), il XIII alle province di Tolosa e Treviri (ivi 1785).

La Rivoluzione interruppe l'opera di cui nel 1790 si stampavano i documenti di appoggio del vol. XIV dedicato alla provincia di Tours, ma fu portata a termine dall'erudito laico Barthélemy Hauréau che pubblicò i voll. XIV, dedicato alla provincia di Tours (ivi 1856); XV alla provincia di Besançon (ivi 1860); il XVI alla provincia di Vienne (ivi 1865). Questi 3 voll. vennero chiamati dai sec. Tresvaux (Revue des questions historiques, II [1872], p. 210) Gallia profana, per lo spirito laico con cui furono redatti.

Dom Paul Piolin accettò l'incarico di pubblicare una seconda edizione dei tredici volumi curati dai Maurini, ma il suo lavoro non migliorò l'opera. Della G. C. [titolo come sopra]. Editio altera labore et curis Domini Pauli Pialin recensita et aucta furono pubblicati a Parigi tra il 1870 e il 1877 soltanto i voll. I-V, XI e XIII; gli altri volumi furono ristampati anastaticamente dall'editore H. Welter (ivi 1899 ). Il con. J.-H. Albanès si propose di correggere gli sprepositi sfuggiti ai primi autori della G. C., con la sua G. C. novissima, pubblicata poi dal suo amico U. Chevalier. L'idea ottima in sé, riuscì, per la morte dell'autore, uno zibaldone praticamente inutile agli studiosi. I voll. della G. C. novissima sono sette (formato in-4) e riguardano la Provenza: il I dedicato a Aix, Apt, Fréjus, Gap, Riez a Sisteron (Montbéliard 1899); il II a Marseille (ivi 1899); il III a Arles (ivi 1901); il IV a Saint-Paul-Trois-Châteaux (ivi 1909); il V a Tolone (ivi 1911); il VI a Orange (ivi 1916); il VII a Avignone (ivi 1920). H. Fisquet ha pubblicato a Parigi, tra il 1864 e il 1869 in 22 voll. senza data, una versione libera della G. C., con aggiunte sullo stato moderno delle diocesi, sotto il titolo di France pontificale (Gallia Christiane), histoire chronologique et biographique des archéoéques et évêques de tous les diocèses de France, depuis l'établissement du Christianisme jusqu'd nos jours, divisée en dix-huit provinces exsclésiastiques (Parigi). Nessuno dei progetti proposti per l'intero riferimento della G. C. ha avuto sinora esito felice.

Rms.: V. Fouque, Du G. C. et de ses auteurs. Etude bibliographique. Parigi 1857; H. Leclercq, s. v. in DALL, VI, 1. coll. 377-310; A. Degret, Pour refaire la -G. C. a a Revue d'histoire de l'Eglise de France, 5 (1923), pp. 281-301; A. Degret-V. Carrière, Pour refaire la - G. C. +, in V. Carrière, Introduction aux études d'histoire exsclésiastique locale. II. Parigi 1939, pp. 231-44. cf. anche pp. 252-69.
A. Pieten Frutze

GALLICANA, LITURGIA. - E il complesso di riti e di preghiere ufficiali che fu in uso, specialmente prima di Carlomagno, nell'Occidente latino, in specie nelle Gallie e, in una forma un po' differente, in tutti i paesi dell'Italia settentrionale e transalpini, non esclusa la Britannia maior, la Hibernia, la Spagna. Il rito venne decadendo sotto Pipino il Breve e Carlomagno, in conseguenza di quella romanizzazione progressiva che fu una delle linee mèastre della politica carolingia.
I. Storia. - La 1. g., nei documenti che ne restano, appare formalmente diversa da quella romana, sebbene, con l'andare del tempo, ne subisse notevoli infiltrazioni. Sulla sua origine si disputa : se non nata dalle orientali, ne subl però largamente l'influsso, non solo perché certe formole si trovano verbalmente nella liturgia siro-bizantina, ma anche perché tutta la struttura, ad es., quella della Messa, mostra una grande somiglianza con il rito bizantino. La opinione di F. Probst, che la 1. g. rispecchierebbe una liturgia romana prima di papa Damaso, non riscosse molte adesioni. Per spiegare queste analogie alcuni ricorsero a s. Ireneo, vescovo di Llone, asserendo che il rito gallicano derivasse dalla litur-

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gia efesina del sec. II; altri, fra i quali il Duchesne, forse con più fondamento, riandarono al sec. Iv ed in specie a Aussenzio, vescovo di Milano dal 355 al 374, oriundo della Cappadocia; altri invece pensano a Ravenna.

11. Fuort, - Diversi formulari di Messa ( 6 Messe domenicali e una propria di s. Germano) puramente gallicani, forse dalla Borgogna del sec. vit, sono pubblicati, secondo un codice palinsesto di Reichenaul, da Tr. J. Mone, Lateinische und griechische Messen aus dem zweiten bis sechsten Jahrhundert (Francoforte s. M. 1830); M. Neale e G. H. Forbes, The ancient Liturgies of the Gallican Church (Burntislond 1855), pp. 105-204; PL 72, 295-318; H. Lietzmann, Ordo Missae Romanus et Gallicanus ( Kleine Texte, 19; 3^{°} ed. Bonn 1923).

I tre sacramentari, più o meno dilettosi, e già misti con elementi romani, noti con i nomi Missale Gallican (Sacramentario di Autun), Missale Gallicanum Vetus (Sacramentario d'Auxerre del sec. vir), e Missale Francorum (sec. viII), danno una serie di Messe e una parte del rito batresionale; il Missale Francorum ha inoltre le preghiere della ordinazione, della consacrazione delle vergini e delle vedove, nonché quella degli altari, che sono di gran valore per l'intelligenza del nostro testo attuale. Essi furono editi prima dal card. Tommasi, Codices sacramentarum novigentis annis vetustiores (Roma 1680), poi da J. Mabillon, De liturgia Gallicana libri tres (Parigi 1685); ristampa in: L. Muratori, Liturgia Romana vetus (Venezia 1748) e PL 72, 225-318.

Il Messale di Bobbio (sec. viI), contenente con i prefasi a il Canone della Messa altri testi della liturgia romana, fu edito prima da J. Mabillon, Musaeum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex bibliothecis Italicis orata (I, 2 [Parigi 1687]), pp. 478-397 e PL 74, 451-580: edizione critica: J. Wickham Legg e E. A. Lowe, The Bobbio Missal (Londra 1917); ed in fac-simile: E. A. Lowe, The Bobbio Missal. A Gallican Sacramentary (ivi 1920); studi sul testo: A. Wilmart, E. A. Lowe, H. A. Wilson, The Bobbio Missal. Notes and Studies (ivi 1924). Oltre alcuni piccoli frammenti palinsesti, i testi eucalegisti sono aumentati specialmente da G. Morin, Un recueil gallican inédit de bénédictions épiscopales en usage d'Fresing aux VII-IX siècles (in Revue bénédictine, 29 [1912], pp. 168-94) e Fragments inédits et jusqu'à présent uniques d'antiphonaire gallican (ibid., 22 [1905], pp. 329-56).

Il Lezionario di Luxeuil (sec. viI), prezioso per la ricostruzione dell'antico calendario di questa liturgia a Parigi, contiene lezioni, pericope bibliche, estratti dai sermoni e dalle Passiones dei martiri, che si leggevano nell'Ufficio notturno (J. Mabillon, De liturgia Gallicana, pp. 106-73; cf. PL 72, 171-216; F. Salmon, Le lectionnaire de Luxeuil, Roma 1944). E completato da un evangelistio di Parigi del sec. vir (G. Morin, Le lectionnaire de l'église de Paris ou VIIe siècle, in Revue bénédict., I [1893], pp. 438-41), da alcune note d'un evangelistic di Treviri (D. De Bruyne, Les notes liturgiques du manuscrit 134 de la cathédrale de Trèves, ibid., 33 [1921], pp. 46-52), da un lezionario del Vecchio Testamento di Schlettstadt (G. Morin, Un lectionnaire méravingien avec fragments du texte oriental des Actes (ibid., 25 [1908], pp. 161-66) e specialmente da un codice palinsesto di Weissenburg (A. Dold, Das älteste Liturgiebuch der lateinischen Kirche. Ein altgallikanisches Lehtionar des 5. - 6. Jahrhunderts aus dem Wolfenbüttler Palimpsest-Codice Weissenburgensis 76. Mit Anhang: Abermals neue Bruchstliche des Salzburger Kurzzahramentars, Beuron 1935); si aggiungono: Em. Chatebain, Fragments palimpsestes d'un lectionnaire méravingien (in Revue d'hist. et de littér. religieuses, 5 [1914], pp. 193-99, a A. Wilmart, Le lectionnaire d'Amiene, in Revue Mabillon, 13 [1923], pp. 40-53). Su un certo numero di note liturgiche in alcuni testi dalle lettere di s. Paolo e cattoliche, che si riferiscono all'antico uso gallicano, cf. G. Morin, Notices d'ancienne littérature chrétienne. Les notes liturgiques du manuscrit Vat. Regin. lat. 9 (in Revue bénédictine, 13 [1898], p. 105 agg.; Un système inédit de lectures liturgiques, ibid., 20 [1903], pp. 355-58 e 28 [1911], p. 324 agg.) alla fine del-
l'articolo: Liturgie et basiliques de Rome ou milieu de VIIe siècle d'après les listes d'Evangiles de Wurzbourg. Una spiegazione dei decreti di un sinodo nel Regno dei Franchi, erroneamente ascritta a s. Germano vescovo di Parigi (m. 226 y 76 ) che offre pure l'ordine della Messa e del Battesimo d'una chiesa locale della Borgogna (Autun?) del sec. viI, è la cosiddetta Expositio brevis antigone liturgine gallicanes (PL 72, 80 sgg .; ed. critica con commento di J. Quasten [Opuscula et textus, Series liturgica, 3] Münster in V. 1924).
III. Descrizione della l. G. - L'Avvento, che conta sei settimana, e con il quale si inizia l'anno liturgico, incamincia con la festa di s. Martino ( 11 nov.). Il Santorale comprende, oltre la festa del calendario romano, quelle di s. Genoveffa, s. Saturnino, Ferreolo, Eulalia, una festa della Cattedra di s. Pietro in gene., un'altra della Madonna anche essa in gene. L'Ufficio divino offre grandi divergenze nelle varie province e si avvicina abbastanza a quello della liturgia celtica. Al principio del giorno, il Matutino corrispondeva alle nostre laudi, prima si chiamava ad secundum, i Vespri ad deudectinum e lucernarium, Completa ad initium noctis, e nella notte i nocturni (Matutino). Il numero e la designazione dei salmi variava; nell'Ufficio di notte erano ammessi anche i cantici, fra i quali il Benedictus, il Magaifunt, ed anche il Gloria in excelsis hanno un posto d'onore. La Messa gallicana ha alcuni tratti di rassomiglianza con l'antica Messa romana, altri con quella mozarabica e ambrosiana, altri invece con quella bizantina e siro-greca.

Dopo l'estremo dell'ingresso, il Trisagion e Kyric, si canta il Benedictus (prophetia) e segue la Collectio post prophetiam. La formola di saluto è sempre, come in Spagna, Dominus sit semper cablatum. Le lezioni sono tre: una del Vecchio Testamento (profesia), l'altra dell'Apostolo (Epistola, nel tempo pasquale l'Apocalisse e gli Acta, nella Quaresima i libri storici del Vecchio Testamento, nelle feste dei Santi la loro vita); dopo la lezione, il cantico dei tre giovani; la terza, del Vangelo, è circondato da grande solennità : prima si canta di nuovo il Trisagion, dopo il Sanctus: segue la licena disconale, alla quale risponde tutto il popolo. Fra i diversi tipi la più nota è la Depressio s. Martini; dopo vengono licenziati i catecumeni. All'offerta del pane e del vino, fatta dai fedeli, accompagnata da un canto, segue la solenne processione con le eblate con una commovente preghiera sul velo in fine e la lettura dei nomi di vivi e di morti dai dintici, terminata con la Collectio post nomina; i presenti si danno poi il bacio di pace, la quale cerimonia termina la Collectio post pacem. Il Prefazio, che prende il nome di cantastatio o immolatio, si distingue da quello romano per la sua estensione, profissità e varietà del testo. Al Sanctus, dopo una brevissima preghiera di transito (Collectio post Sanctus) si aggiunge immediatamente la Consserazione con il racconto storico dell'istituzione eucaristica. L'orazione che segue porta il titolo significativo post secreta, post mysteria o post Eucharistiam, e qualche volta contiene una vera epiclesis, cioè l'invocazione dello Spirito Santo, come nelle liturgie orientali. Ad essa si aggiunge immediatamente la solenne frazione del pane: con un canto (confractorium) l'Ostia viene divisa in nove parti, di cui ognuna rappresenta un mistero della vita di Cristo; con esse si forma una croce, anticamente la membra del Crocifisso (proibito dal II Concilio di Tours [565], can. 5). Segue il Passe nocte inquadrato da una formula introduttoria e un embolismo (Libera nus), simile a quella romana, con la Commiscia della particola a regnare nel calice. La Comunione del sacerdote è preceduta da una solenne benedizione del popolo; alla Comunione dei fedeli, che ricevono l'Ostia nella mano (quella delle donne è coperta da un panno di lima, dominicale), si canta l'uniflora ad accedentes, generalmente presa dal Ps. 33. Dopo la Postcommunio, la formula di congedo: In pace, Missa acta est, o altre.

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Una particolarità del Battesimo è la lozione dei piedi (cf. P. De Punict, La liturgie baptismale en Gaule avant Charlemagne, in Revue des questions bistoriques, 67 (1902), pp. 382-423).

Nel rito delle ordinazioni, gli Statuta Ecclesiae autiqua hanno prima le unzioni, la consegna degli istrumenti e certe formule di ordinazione che poi furono accettate nella Chiesa romana. L'elezione dei diaconi, dei sacerdoti e del vescovo viene ratificata dai fedeli, come nella Chiesa bizantina (cf. G. Morin, Hierarchie et liturgie dans l'église gallicane au mathrm{I}^{mathrm{e}} siecle, in Revue duodictine, 8 (1891), pp. 97-98; P. De Punict, Le Pontifical romain. Histoire et commentaire I, Lovanio-Parigi 1930). Il Rituale gallicano dei sacramentali maggiori è animato da uno spirito di più spiccata solennità : è molto più complesso nelle formule sacologiche e nei riti e riveste caratteri più proliasi e pomposi che non la liturgia romana, come del resto anche nelle altre asere funzioni. Molte delle preghiere e dei riti oggi accolli nel rito romano sono d'origine gallicana-germanica (cf., ad es., H. Dausend, Germanische Frömmigkeit in der kirchlichen Liturgie, Wiesbaden 1936).

Cosi il rito gallicano della dedicazione d'una chiesa si compiaci dell'uso del simbolismo (battesimale), dei riti moltiplicati e spesso molto realistici; i formulari delle preghiere sono l'espressione d'una pietà più tenera, più sensibile, le stile e più prolisso a sontuoso (cf. C. Callewaert, De Missalis Romani liturgia, I, Bruges 1937, pp. 12-15). Mentre poi l'antico rito romano per la consacrazione delle vergini aveva soltanto una Praefatio e la velutio virginit, la l. g., ispirandosi alla benedizione nuziale, aggiunse la consegna dell'analio, del velo, della corona, con antifone prese dall'Ufficio di s. Agnese, tutti elementi drammatici questi che più tardi passarono anche nel Pontificale romano (Cf. J. Schuster, Liber Sacramentorum I, Torino 1919, p. 170 sgg.; F. Oppenheim, Die Consecratio Virginum als geistesgeschichtliches Problem, Roma 1944, pp. 43-108). Cosi pure la benedizione degli abati, che nel Sacramentario gregoriano ai compie con una sola orazione, acquista nel rito gallicano quella solennità che l'avvicina alla consacrazione di un vescovo; alla semplicità del rito benedettino della professione monastica, si aggiungono nelle Gallie la benedizione dell'abito monastico, lunghe orazioni, litanie, un prefazio, ecc. Similmente il rito della incoronazione d'un imperatore o d'un re ricevono nella 1. g. tutti gli elementi drammatici ed augusti dell'unzione, della tradizione della insegna ecc. (cf. F. Oppenheim, Die religiszen Elemente in der christlichen Herratherzeihe des Mittelalters, in Ephemerides Liturgicus, 58 (1944), pp. 42-49).

IV. Caratteristica. - In genere si può dire che la 1. g. è più solenne e più completo dell'antica liturgia romana; in essa si moltiplicano gli elementi esteriori, sensibili, drammatici, simbolici. Lo stile delle orazioni non ha la brevità, la forza, la sobrietà, la semplicità e perspicuità di quelle romane. Le orazioni sono dirette a Gesù, non come nella liturgia romana al Padre; spesso gli si attribuiscono le qualità di Creatore, di Onnipotente, di Redentore, di Giudice, ecc. La l. g. è anche essa una testimonianza preziosa di quel che era, in quei secoli, la vita delle chiese transalpine.

BibL.: J. Mabillon, De liturgia Gallicana libri tres, Parigi 1583: R. Buchwald, De liturgia Gallicana, Brodavia 1800; H. Lasiasco, Gallicane liturgia, in D.RCL, VI, coll. 473-503; L. Duchesne, Les origines du culte chodileo, 5^{°} ed., Parigi 1925 pp. 94-90; J.-B. Thibault, L'ancienne liturgie gallicane, son origine et sa formation en Provence, ivi 1225; F. Cabrol, La liturgia gallicana, in R. Aigrain, Liturgia. Eucrologidie populaine des canonizzaines liturgiques, ivi 1911, pp. 793-800; T. Klemme, Die liturgischen Austauschbeziehungen zwischen der römischen und fröblichedentlichen Kirche vom 8.-11. Jahrhundert, in Histar, Jahrbuch der Görresgesellschaft, 53 (1933), pp. 169189; B. Beck, Adnotationes ad textus quodam liturgicas e vitis

Sauciorum aeni Mereningici selectus, Roma 1930, con molti accenni a benemerenza sociali, abitudini e tradizioni folkloristiche connesse con 8 I. g.; F. Oppenheim, De libris liturgicis deque iure ex eis mannote, Torino 1940, pp. 62-66, 94-100; M. Righetti, Storia liturgica, I, Milano 1945, pp. 111-16.

Filippo Oppenheim
GALLICANESIMO. - Complesso di dottrina sulla Chiesa e di atteggiamenti politici, precedenti in Francia nell'ancien régime (con residui nel sec. xIx), che tendevano a limitare la giurisdizione della S. Sede nella Chiesa francese, pretendendo appoggiarsi a diritti anticamente acquisiti, e favorendo l'ingerenza del sovrano nella Chiesa stessa.

Si è voluto cercare molto lontano l'origine del g., considerato una caratteristica della Chiesa franca fin dai tempi di Carlomagno: ma, pur riconoscendo degli esempi significativi sin da quel periodo, i precedenti immediati si hanno nel sec. xiv (dottrine su Chiesa a Stato sorte dalla controversia tra Filippo il Bello a Bonifacio VIII, e loro sviluppi), e la vera origine del g. è da vedere durante il grande salame d'Occidente. Le prime esplicito informazioni di - libertà gallicane - appaiono al Concilio dei vescovi francesi convocato a Parigi da Carlo VI nel 1398 e poi in quello del 1406. Il termine che sino allora indurava le immunità acquisite dal clero di fronte ai signori temporali ed il diritto della Chiesa a liberarsi dalle ingerenze secolari, ora serve per formulare l'idea che la Chiesa di Francia, con il concorso del re, deve risequistare le sue \& antiche libertà - contro le esazioni papali, e che l'autorità pontificia è limitata dagli antichi canoni conciliari e ad essi subordinata. Tali idee furono consacrate nella Pragmatica sanctio di Bourges ( 7 luglio 1438). Essa rappresenta il pensiero del clero francese convocato da Carlo VII dopo la rottura tra il Concilio di Basilea ed Eugenio IV, e formula, in gran parte, le teorie conciliari e le proposte di riforma dei basileesi, adattandole alla Francia. Affirma, pertanto, la superiorità dei Concilio sul Papa, ammessa come una verità certa dai Francesi dopo Costanza, a sviluppa il principio, essenza delle libertà gallicane, che il Papa ha nel Regno di Francia un potere temperato, nei limiti dai s santi canoni (in opposizione alle decretali papali). La Pragmatica sanctio fu abrogata da Francesco I nel 1516, e sostituita dal Concordato con Leone X; però in pratica continuò, perché il Parlamento rifiutò di abrogarla e l'Università di Parigi insisté perché fosse mantenuta. Al Concilio di Trento, gli oratori del re ed i vescovi (specialmente il card. di Lorena), richiamandosi alla Pragmatica si opposero apertamente alla definizione del primato del papa. E quando si trattò della pubblicazione dei decreti del Concilio, veluta dal re di Francia, l'opposizione non venne dal clero (che nell'Assemblea del 1615 solennemente dichiarò l'applicazione dei decreti tridentini), né dalla corte, che fece sforzi perché fossero pubblicati, ma dal gruppo dei «politici» e magistrati del Parlamento di Parigi.

Sono essi che rivendicano le libertà della Chiesa gallicana, considerandola soggetta solo agli antichi canoni e quindi esente dall'autorità del recente Concilio. Dal loro andinente e dalle loro polemiche erce l'opera che diverrà subito il codice del g.: Les libertés de l'Eglise gallicane (1594) di Pierre Pithou, avvocato del Parlamento. Le «libertà» del Pithou non sono che un elenco confuso dei casi in cui la Chiesa gallicana è «libera», cioè esente da ogni obbedienza alla S. Sede, partendo dai due principi caratteristici del g.: 1) i papi non possono nulla comandare o ordinare, sia in generale che in particolare, riguardo alle cose temporali nel Regno di Francia; 2) il papa deve essere riconosciuto come a sovrano nelle cose

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spirituali s, però in Francia tale suo potere è limitato dai canoni e dalle regole dei concili accettati nel Regno.

L'opera del Pithou è soprattutto di natura politica, la difesa delle libertà della Chiesa gallicana serve per esaltare l'autorité del re anche nel campo ecclesiastico, e giunge a stabilire una specie di potere indiretto dello Stato sulla Chiesa, limitando fortemente la giurisdizione spirituale della S. Sede. Determinarono questo sistema che si suole chiamare g. polition, più che la tradizione gallicana, le controversie di quegli anni sull'autorità assoluta del sovrano e sul potere indiretto del papa.

Il g. politico del Pithou fu sviluppato nella prima metà del '600 da altri autori: Edmondo Richer, sindaco dell'Università di Parigi, nel De ecclesiastica et politico patestate ( 1611 ) ed altri scritti, i fratelli Dupuy nel Des droits et libertés de l'Eglise gallicane (1639), Pietro