� assoluta del sovrano e sul potere indiretto del papa.
Il g. politico del Pithou fu sviluppato nella prima metà del '600 da altri autori: Edmondo Richer, sindaco dell'Università di Parigi, nel De ecclesiastica et politico patestate ( 1611 ) ed altri scritti, i fratelli Dupuy nel Des droits et libertés de l'Eglise gallicane (1639), Pietro De Marca nel De concordia sacerdotii et imperii seu de libertatibus gallicanis (primi a libri nel 1641). L'episcopato ed il clero di Francia non aderivano a questo g. politico (cosi il Richer fu condannato in sinodi provinciali per opera dei card. Du Perron) : ma con il Regno di Luigi XIV (16381715) le teorie gallicane prevaltuto, accolte e formulate (non senza contrasti, tuttavia) anche dai rappresentanti della Chiesa francese. Con Bossuet che aveva parlato di g. dei magistrati e g. dei vescovi, si suole chiamare teologico il iuor g., opponendolo a quello dei politici : ma la differenza è più apparente che reale; di fatto non fu che l'accettazione del g. politico attenuato nei suoi pericolosi principi giurisdizionalistici e presentato come difesa della Chiesa gallicana e delle sue dottrine tradizionali. Vivaci controversie teologiche alla Serbarca (che portarono nel 1663 alla impostizione di sei proposizioni limitotri l'autorità papale) procedettero la celebre Declaratio cleri Gallicani del 1682, che rappresenta la definitiva formulazione del g. La dichiarazione fu provocata dal Re, che aveva convocata una assemblea di vescovi e rappresentanti del clero, perché lo appoggiasse nel contrasto con la S. Sede a proposito della questione della regalia (v. IODOGENEO XI); redattore ne fu Bossuet (non si sa se nella forma definitiva), che con abilità cercò attenuare le richieste dei gallicani e di mantenerle entro la dottrina comune. Non riuscì però a salvare l'ertodessia della dichiarazione (v. testo in Denz-U, 1322-23); il primo articolo, infatti, pur professando la piena sutorita del papa nel campo spirituale, rigenta, contro la dottrina teologica comune, l'intervento anche indiretto nel temporale; i successivi tre articoli ledono la stessa giurisdizione spirituale del papa: il secondo sostiene la superiorita del Concilio (rffermata tacitamente, attraverso il richiamo ai decreti di Costanza, di cui si proclama la validità); il terzo difende le liberta gallicane, presentate nel quadro più generale delle consuetudini ecclesiastiche e considerate inviolabili perché una volta approvate dalla S. Sede; il quarto, infine, è il più grave perché nega la infallibilità pontificia, concepita come dipendente del «consenso della Chiesa». Luigi XIV approvò subito la dichiarazione, e la impose a tutte le scuole e seminari del Regno; tale obbligo fu ritirato nel 1693, ma rimase la registrazione del Parlamento, a la corte ne mantenne in pratica i principi sino alla Rivoluzione. La S. Sede si oppose all'Assemblea del 1682, e la condanna dei a articoli fu pubblicata nel 1690 da Alessandro VIII senza ricordarli esplicitamente (per evitare uno scisma), ma dichiarando nullo tutto ciò che era stato deliberato nell'Assemblea del 1682 (Denz-U, 1326).
Grande fu l'influenza del g. durante il sec. xviII, e suoi sviluppi furono i vari sistemi di giurisdizionalismo e di ingerenza dello Stato nella Chiesa che si manifestarono in Europa in quel secolo: in particolare la dottrina gallicana servì come base al canonista di Lovanio Van Espen, al Giannone in Italia, al Febronio in Germania, Napoleone, ristabilendo la Chiesa in Francia con il Concordato del 180r, volle inserire la Dichiarazione del 1682 tra i noti articoli organici abusivamente aggiunti al Concordato. Durante la restaurazione vi fu una certa reviviscenza del g., sostenuto dalla corte. Gli ultimi
suoi segni di vita apparvero al Concilio Vaticano, nella polemica sorta intorno alla definizione dell'infallibilità pontificia : la cost. Pastor Aeternus, che condanna con molta precisione i singoli errori del g., ne segna anche la vera fine.
BibL.: Oltre le inonaconi in opere general, cf. M. DubreulH. X. Arquillière, a. v. in DFC. II. coll. 123-273; M. Dubreul, a. v. in DTRC. VI. 1. coll. 1096-37; M. Wehr, a. v. in Staatsleschen. II. coll. 337-44, inoltre V. Martin, Le g. et la riforme catholique. Essai historique sur l'introduction en France des décrets du Concilie de Trente, Parigi 1919: id., Le g. politique et le clergé de France, Ivi 1925: id., Les origines du g., a voll., 1078 1936.
Michelle Maccartone
GALLICANO, santo, martire. - E commemorato il 25 giugno. Sconosciuto agli antichi martrologi, vi fu introdotto da Adone. Nel Liber Pontificalis nella vita di papa Silvestro è ricordato un G. che avrebbe fatto delle donazioni alla basilica costruita ad Ostia da Costantino in onore dei ss. Pietro, Paolo e Giovanni.
L'anonimo autore della Passio dei ss. Giovanni e Paolo, i celebri martiri venerati nella basilica omonima del Celio, pretese sapere che G. era un pugno, ufficiale dell'esercito sotto Costantino al quale aveva chiesto in sposa la figlia Costanza. Questa, durante una spedizione militare lo fece accompagnare dai suoi due ounuchi Giovanni e Paolo perché lo convertissero al cristianesimo. G. ritornò vittorioso e convertito, ma rinunziò al matrimonio ed al consolato che Costantino gli offriva; distribuì tutti i suoi beni ai poveri e ai ritrò ad Ostia presso un certo Ilarino le cui casa fece adattare per saprio dei pellegrini e dove G. prestava umilmente la sua opera. Salito al trono Giuliano l'Apostato, G. fu posto nell'alternativa di sacrificare a partire da Ostia, si recò allora al Alessandria dove incontrò il martirio. Tutto questo racconto è certamente fondato sulla scarna notizia del Liber Pontificalis, ma l'agiografo ha creato un miserabile guazzabuglio. Confuse infatti i santi della Basilica Ostiense con gli omonimi del Celio, attribuì a G. quello che in realtà fece; ma a Porto, il patrizio Tonnracicio anche lui implicato nella storia dei ss. Giovanni e Paolo (v.). Né ad Alessandria né a Roma G. ebbe un culto nell'antichità; solo nel 1726 fu dedicata in suo onore la chiesa del Trastevere da Benedetto XIII.
BibL.: Acta SS. Inuit, VII. Parigi 1867, pp. 31-35; Lib. Pont., I. p. 184; H. Quentin, Les martyrsinger historiques de moyen âge, Parigi 1908, p. 331; F. Franchi de Cavalieri, Narc agiografiche, V (Studi e Testi, 27), Roma 1913, pp. 60-72; Martyr. Romanum, p. 219.
GALLICANO, SAN PIETRO in: v. GREGALIMME.
GALLICANO, GANTO. - In senso largo il termine c. g. si estende a tutte le forme di musica liturgica monodica della Chiesa occidentale che non sono della Chiesa romana, e cioè canto in uso nella Gallia, in Spagna, in Irlanda, a Milano, in contrapposizione specialmente al canto gregoriano. In senso stretto con la voce c. g. e'intende il canto delle Chiese al di là delle Alpi e specialmente tra il Reno e i Pirenei. In una terza accezione poco usata c. g. potrebbe essere quello instaurato nei secc. xvir e xviri nella Francia in seguito al gallicanesimo politico e religioso che portò con sé innovazioni liturgiche.
Le condizioni che riguardano il c. g. nella seconda accezione sono piuttosto vaghe, mentre la liturgia gallicana antica è meglio conosciuta. Infatti non esistono manoscritti completi di c. g. come se ne trovano invece a centinaia per il canto gregoriano. Le melodie dette gallicane nella loro attuale forma esistono soltanto nei codici gregoriani o ambrosiani in cui sono stati introdotte insieme con i riti e le formule di preghiera di origine gallicana. Si riconoscono per la loro struttura spesso profissa, e da deduzioni a confronti tra le pure fonti romane e i libri liturgici gallicani autentici, cioè gli Antifoneri di Fleury, di Marsiglia, di Tours, di Lione, il Messala Francorum e forse anche il Lesionario di Lussuili e l'Omilario di Alcuino. I pezzi meno dubbi di c. g. sarebbero il a Pange
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(da R. DeWaen, Aetica Postalis, Sona BH, 101, 22, 1) Gallieno - Buco marmone (sec. 110 . Gionn, Museo delle Terzge.
lingua gloriosi proelium certaminis, inno composto da Venonaio Portunato alla fine del sec. vi a Poitiers, forse anche il "Vexilla Regis", alcune melodie dell'Esaltazione della S. Croce, come l'antifona "O Crux" della funzione gallicana delle Caneri, della festa di a. Martino; di s. Barnaba, della Trasfigurazione, delle Palme ("Gloria Lous" a forse l'antifona "Cum audisset "). Nella Settimana Santa l's Agios o Theos e e gli "Improperia" sono probabilmente venuti nella liturgia romana dalla liturgia gallicana; ma qui sorge il problema dell'origine di questi canti detti gallicani, problema che riceve quasi una soluzione dalle evidenti tracce di influsso orientale, riconoscibili pure nel canto ambrosiano. Non basterebbe dunque far risalire il c. g., come gli altri dialetti del canto liturgico latino antico, a un fondo primitivo romeno che poi si sarebbe differenziato secondo il genio proprio dei paesi dove svolgeva la sua evoluzione; questo fondo comune è testimoniato dai testi liturgici comuni e anche dalle melodie sostanzialmente identiche; ma oltre a questo sono da ricordare gli apporti dalle Chiese orientali, specialmente attraverso la Chiesa di Lione che ebbe alcuni suoi vescovi propriamente orientali; p. es., s. Ireneo. Poi il genio creativo dei popoli gallici si manifestò non solo nell'illustrazione scenica dei misteri della fede (rito de) Mendotum) ma anche nella traduzione lirica del dramma cristiano centrato nella persona di Cristo (canto del testo eucaristico "Vonite populi ad sacrum mysterium " ancora in uso nelle chiese di Milano a di Lione) e nella persona dei martiri (canto dell'Offeriorio "Elegerunt Stephonum " per la festa di a. Stefano).
Un colpo fatale fu dato al c. g. al tempo in cui re Fipino e suo figlio Carlomagno voilero il ritorno delle Gallie alla liturgia romana, che era la liturgia riformata da Gregorio Magno; scomparsa la liturgia, scomparve anche il canto che la accompagnava. La sola Chiesa che
forse pud vantare qualche ricordo di tale canto è quella di Lione; ma nel De correptione antiphonarii non si pud riconoscere esattamente cio che è rimasto dall'uso antico e ciò che forse sarà stato introdotto indipendentemente anche dalla pratica romana insegnata da maestri delle grandi scuole carolingie come, ad es., Alcuino e Amalario. La Chiesa di Aix-en-Provence, nella quale furono in onore anche dopo Carlomagno la liturgia ed il c. g., non ha più conservato pretese a una liturgia propria. Gli altri centri in cui fu coltivata l'arte musicale insieme con le altre discipline e dei quali ci si può aspettare qualche apporto alla oscura questione del c. g. sono stati Autun, Vienna, Arles, Narbona, Tolosa e, più a nord, Tours, Poitiers, Orléans. La diffusione dei monaci di Cluny e, con essi, della pura liturgia romana, fu il colpo di grazia a ciò che poteva esser rimasto della feconda sorgente di musica liturgica gallicana.
BibL.: P. Mocquemau, in Paléographie musicale, 1 (1880). g. 123 sg.: A. Gestoué, Histoire du chant liturgique à Paris, l'org. 1905, passim; H. Leclercq, Chans gregorien en Gaule, in DAGL. III, col. 306; D. Cabrol, Les rimes de la liturgie latine, Parigi 1930, passim; A. Gestoué, Le chant gallican, in Revue du chant gregorien, 42 (1938) p. 146 sgg.; 43 (1939). pp. 7 sgg. 44 sgg.
Pietro Thomas
GALLIENO (Imp. P. Licinius Egnatius Gallianus), imperatore romano. - N. verso il 218 , m. a Milano nel luglio del 268. Figlio di Valeriano e di Egnazia Mariniaria, sposò Cornelia Salonina dalla quale ebbe due figli. Nel 253 fu associato dal padre al governo dell'Impero, ma fino al 260 esplico solo attività militare combattendo specialmente contro i barbari che facevano incursioni ai confini settentrionali dell'Impero.
In seguito alla morte del padre, nel 260 , rimase solo al governo, in un momento molto critico per l'Impero travagliato da rivolte interne, da epidemie e da scorrerie di barbari all'esterno. G. però mostrò una meravigliosa energia : riformò l'esercito, combatté con successo contro usurpatori e nemici, protesse le arti e la cultura, promuovendo l'ellenismo e le religioni misteriche per mezzo delle quali sperava sottrarre le masse all'influenza del cristianesimo. Verso di questo però, sia perché edotto dalla funesta esperienza paterna, sia per influsso della moglie, grande amministrice dei cristiani, si mostrò piuttosto benevolo, tanto da essere definito da Dionigi di Alessandria religiosissimo ed amantissimo di Dio. Sospese infatti l'edizca di persecuzione emanato dal padre, dando angria facoltà ai vescovi di esercitare liberamente il loro ufficio; ordinò ancora che fossero restituiti alle comunità le chiese ed i cimiteri confiscati, incaricando di ciò il procuratore Aurelio Cinerio. Tuttavia a causa dell'anarchia che regnava nell'Impero, per cui si ebbe sotto di lui il cosiddetto periodo dei "trente tiranni", i benefici di questa politica religiosa non furono dovunque sentiti, e non mancarono dei martiri, come Marino a Cesarea di Palestina. Bisogna però dire che G. non ebbe in ciò colpo alcuna, poiché erano funzionari a sollevamenti di popolo che causavano quei disordini. G. fu soppresso a Milano da una congiura di generali, mentre si apprestava a combattere l'usurpatore Aureolo.
BibL.: Eusebio, Hist. eccl., VII, 13, 15, 23; Wickert, s. v. in Pauly-Wissowa, XIII, coll. 350-59; A. Manaresi, L'Impero romano ed il cristianesimo, Torino 1314, pp. 403-405; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, III, Firenze 1932, pp. 154-82; E. Manni, L'Impero di G., Roma 1949 (con bibli).
Agostino Amore
GALLIFET, JosEPI - FRANCOIS de. - Teologo gesuita e promotore della devozione al S. Cuore, n. a Aix il 3 maggio 1663 , m. a Lione il 1^{°} sett. 1749. Religioso ad Avignone nel 1678 , ebbe come direttore spirituale il b. Claudio de la Colombière, da cui attinse quello zelo per il culto del S. Cuore, che è la caratteristica della sua vita. Ordinato sacerdote, e guarito da mortale malattia per un voto dal pio F . Croiset, si consacrò totalmente alla causa del S. Cuore, in cui onore costrui delle cappelle a Grenoble e a Besançon ed eresse delle confraternite in parecchie città della Francia.
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Gallipoli, procese di - Castello, attribuito a F. di Giorgio Martini (1522).
Nel suo soggiorno romano (1724-30: in quegli anni fu assistente di Francia presso il generale della Compagnia di Gesù) scrisse il classico trattato De cultu Sacrosancti Cordis ac Domini nostri Iesu Christi in variis christiani orbis persiincis iam propagato (Roma 1726), che fu subito tradotto in varie lingue e di cui l'autore curò l'edizione francese del titolo: De l'excellence de la dénotion au Coeur adorable de Jésus Christ (Lione 1733): con questo lavoro scioglieva tutte le difficoltà che sembravano impedire l'istituzione di una festa liturgica in onore del S. Cuore, che proprio nel 1728 era stata chiesta, per la terza volta, alla S. Congregazione dei Riti dalle Visitandine, appoggiate dai re di Spagna e di Polonia e dalla regina di Francia. La risposta negativa della S. Congregazione non fiaccò l'ardore del G., che prima di lasciare Roma fondò una confraternita del S. Cuore nella chiesa di S. Teodoro, la quale tenne accesa la devozione per tutto il Settecento, fino al trionfo dell'idea sotto i pontificati di Clemente XIII e di Pio VI. Nel 1743 il G. difese, presso Benedetto XIV, la Mémoire sulle comunicazioni divine intorno alla devozione al S. Cuore, redatta da s. Margherita Maria Alacoque. Scrisse anche un detto opuscolo De cultu immaculati cordis Mariae, più volte ristampato, e terminò il suo illuminato apostolato trattando, in varie oporette, dalla vita spirituale.
BibL.: Hutter, IV, col. 1699; Sommervogel, III, coll. 11241131; P. Bernard, s. v. in DThC, VI, coll. 1137-40; J. V. Bainval, La devozione al S. Cuore di Gesù. La sua dottrina e la sua storia, trad. it., Milano 1922, pp. 417-21; A. Hemon, Histoire de la dénotion au Sacré-Coeur, IV, Parigi 1931, pp. 2-60 (ampio e magistrale).
Antonio Piobatti
GALLINA, Giacinto. - Commediografo, n. a Venezia il 31 luglio 1852 , m. ivi il 13 febbr. 1897. Fin da ragazzo egli visse nell'ambiente teatrale veneziano, e per moltissimi anni fu direttore di una compagnia di prosa in dialetto veneziano, dove recitava come prima attrice la celebre Marianna MoroLin, e donde uscirono attori come Emilio Zago, Amalia Borisi e Ferruccio Benini. E per questa compagnia veneziana egli scrisse numerose commedie dialettali, quali I oci del cuor, La mama no more mai, Serenissima, e il suo capolavoro, La famegia del santolo. Temperamento sensibile e ricco di delicata effusione, goldoniano in chiave di lirismo sentimentale, il G. seppe esprimere, con grande efficacia di poesia, la bontà, la moralità, la gentilezza d'animo del suo popolo, i suoi piccoli drammi e le letizie di tutti i giorni.
BibL.: L. Filippi, G. G., Venezia 1913: B. Croce, La letteratura della mama Italia, III, 3 e ed., Bari 1929, pp. 146-53; L. Tenelli, Il teatro di G. G., in Nuzzo ant., 65 ( 16 genn. 1930), pp. 193-213; S. Basilea, L'opera di G. G. nel teatro italiano, Bologna 1931. Giorgio Petrocchi
GALLIO, Tolomeo. - Cardinale, n. a Cernobbio nel 1526 , m. a Roma il 3 febbr. 1607. Segretario del card. Gian Angelo Medici, fu da questi, divenuto papa (Pio IV), nominato arcivescovo di Manfredonia ( 1560 ) e poi cardinale ( 1565 ) e ebbe incarichi diplomatici.
Con Gregorio XIII fu segretario intimo del Pontefice e segretario di Stato, ottenendo una grandissima influenza a corte. Nelle relazioni diplomatiche segui una politica spiccatamente filioppagnola, atteggiamento che mantenne per tutta la vita. Sotto Sisto V fu membro di varie congregazioni, specialmente di quella del Concilio, e caldeggiò l'istituzione di seminari. Nei vari concilieri, ai quali partecipò, era uno dei papabili del governo spagnolo. Ricchissimo, fece costruire la Villa d'Este a Cernobbio ed un'altra
BibL.: P. O. v. Törne, Ptolomie G. cardinal de Coors, Helsingfors 1907; Pastor, VII-XII (specialmente IX, passim; B Pastor usa la dicitura Galli).
Piero Sannasato
GALLIONE. - Fratello di Seneca; proconsole a Corinto : mandò via i Giudei accusatori di s. Paolo, rifiutandosi di interessarsi delle loro questioni religiose (Act. 18, 11-17).
Marco Anneo Novato, primogenito del retore Seneca, fu chiamato Giunio Anneo G. dopo l'adozione da parte di Lucio Giunio Gallione. Seneca ne celebra la mansuetudine: "fu molto amato, anche da quelli che poco eran capaci d'amare" (Natter. quater., 4, 3001.); Stazio lo dice dulcis (Silv. 2, 7, 3). Di vasta cultura, entrò giovane nella magistratura e fece rapida corriere (Seneca, Diol., 12, 7). Nel 31-32 proconsole a Corinto (iscrizione di Delfo; cf. Seneca, Spist., 104, 1); al ritorno in Italia conmil suffectus.
Able funzionario e fine diplomatico, fu sempre per una politica di compromesso e di adattamenti. Da buon romano condivideva le prevenzioni contro i giudei, che suo fratello chiamava gens sceleratissima (Seneca, frag., ed. F. Haass, III, p. 427). Prima di partire per Corinto era stato testimone dei turbidi scoppiati a Roma, che motivarono l'espulsione dei giudei da parte di Claudio (Sveronio, Claud., 23). Ciò spiega la sua condotta diplomatica e spazzesoria in Act. 18, 11-17. Di costruzione debole, fu presto preso dalle febbri a lasciò Corinto: "in ore scat domini inci Gallionis, qui cum in Achaia fobrem habere coopisset, protinus navem ascendit clamitane non corporis esse sed loci morbu" (Seneca, Spist., 104, 1).
Dalla iscrizione di Delfo, scoperta da L. Bourguet nel 1912, appare che G. fu eletto proconsole dall'Imperatore (lin. 6: "amico mio"), in Acsia, allora provincia senatoriale (Sveronio, Claud., 25); e che Claudio scrive in maggio-giugno del 52 (lin. 1-3: andamato imperatore per la 26 volta), dato che all'inaugurazione dell'acquedotto che porta il suo nome ( 1 ag. 52 : Frontino, De aquis, I, 13), al ora già alla 27 acclamazione (iscrizione, portale S. Maria Maggiore, Roma). Se l'Imperatore (lin. 6, ricostruzione di A. Deissmann) risponde ad un rapporto di G. bisogna rimettere al maggio del 51 l'arrivo di G. a Corinto (E. Jacquier, D. Pinoij). In tal caso G. sarebbe rimasto in Acsia poco più di un anno. Molti non ritengono necessaria la condizione suddetta, pongono l'arrivo di G. nel maggio del 52 e ne riducono la dimora ad alcuni mesi (cf. Seneca, Spist., 104, 1). Non si hanno documenti decisivi. La dimora di s. Paolo a Corinto dei primi è
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ristretta ai 18 mesi di Act. 18, 11, considerata indicazione complessiva (T. Zahn, W. Lutfeld), dai secondi è estesa a ca. a anni (Act. 18, 11, 18) : nov. 50 ad ag.-sett. 52 (E. Ruffini, A. Trieut, W. M. Ramsay, B. Ails, L. Hennequin).
Birl.: L. Hennequin, Delphes (inscription de), in DBs. II, coll. 358-72: F. Prat, Chronologie, ibid., 1, coll. 1287-91; id., La chronologie de l'dar apostolique, in Recherches de sciences religieuses, 3 (1912), pp. 374-92; L. Coccolo, L'anno del processalato di G. e data della prima missione di s. Paolo a Corinto, in Dofossalectos, 1 (1912), pp. 285-94; id., La cronologia positiva ibid., 2 (1913), pp. 261-306; A. Brassac, Une inscription de Delphes et la chronologie de st. Paul, in Revue biblique, nuova serie, 10 (1913), pp. 56-53 e 207-17; W. M. Ramsay, St. Paul the Traveller, 14 ed., Londra 1920, pp. xIII-xL; A. Wisenhauer, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Münster 1927, p. 340 sgg.; W. Lutfeld, Die Delphischer Gallizinschrift und die paulinische Chronologie, in Neue bircibliche Zeitschrift, 1923, pp. 638-47; L. Cantarelli, G. Srocronnie di Arain e s. Paolo, in Rendiconti della R. Arcadentia nazionale dei Lincei, Roma 1923, pp. 127-72; E. Ruffini, Chronologia Veteris et Neue Testamenti, ivi 1924, pp. 176-82; T. Schlatter, Gallia und Ponthe in Koriath, in Neue bircibliche Zeitschrift, 1925, pp. 500 513; E. Jeenuier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1926, pp. CELDAVIOCULXXIIE e 331-38; A. Trieut, in Inclusion biblique, ivi 1939, pp. 445-56.
Francesco Spadafora
GALLIPOLI, diocesi di. - In provincia di Lecce, si estende per 84 kmg , ed ha una popolazione di 96.000 ab. tutti cattolici, divisi in 8 parrocchie con 31 sacerdoti diocesani e 6 regolari, a comunità religiose maschili e 9 femminili (1949). E suffraganea di Otranto.
Storia. - Le fonti più antiche della chiesa gallipolina non vanno oltre il sec. vi. Domenico ( 551 ), sottoscrive la condanna dei Tre Capitoli al Concilio ecumenico di Costantinopoli (553); Giovanni è menzionato in una epistola (Jaffé - Wattenbach, 1250) di s. Gregorio (giugno del 503) con l'incarico di correggere Andrea, vescovo di Tiranto. Nel 595, sempre da una lettera di Gregorio I (ibid., 1400), si sa che le diocesi era vacante a si ordinava al vescovo Pietro di Otranto di visiterla. Qualche anno dopo (599), ancora da due lettere dello stesso Pontefice (ibid., 1732-33), si conosce il nome del terzo presule, Salimiano; mentre del quarto, Giovanni, è noto che prese parte al Concilio Lateranense sotto Martino I (649). Da ricordare infine l'ultimo vescovo di rito latino, Melchisedech, che intervenne sotto Adriano I al Concilio di Nicea(1767), dopo il quale l'influenza sempre più preponderante dell'Impero d'Oriente riuscì ad assoggettare la Chiesa al patriarca di Costantinopoli. Fino ai sec. xi, i vescovi furono tutti di rito greco; solo con i Normanni la diocesi tornò alla giurisdizione romana. Ma la comunità basiliane, la cui riscalzare era nella vicina Nardò, resistevase per secoli all'opera tenace di latinizzazione della Chiesa di Roma, così che G., nonostante avesse vescovi dell'uno e dell'altro rito, conservò la liturgia greca fino al 1513.
Intanto la diocesi, dal sec. iv suffraganea di S. Severina, passò con Lecce, Alessano, Castro e Ugento alla metropoli di Otranto. Nel 1284 Carlo d'Angio, durante la guerra del Vespro, si vendicò della fedeltà di G. a Pietro d'Aragona e la rasc al sunio. Dispersi i cittadini, la diocesi rimase sotto la cura dell'abate benedettino di Nardò, che poco appresso poté staccarsi da G. e dichiararsi indipendente. Dei vescovi dopo la ricostruzione della città si ricordano: Alessio Celadoni, che partecipò al Concilio Lateranense di Giulio II (1512); il card. Andrea Della Valle (1520); e Pelogro Cibo, genovese (1536), che finì relegato in Castel S. Angelo.
Monumenti. -
La nuova Cattedrale, dedicata come l'antica a s. Agata, opera dell'architetto G. B. Genuino, fu iniziata nel 1629 per la liberalità del vescovo D. Consalvo De Ruenda (1622-70) e restaurata al principio di questo secolo. La facciata è dal 1696 , il coro e il pergamo (opera del tedesco Giorgio Aver) della prima metà del ' 700 sotto il vescovo Otonzo Filomarini, che decorò tutta la chiesa. Di notevole valore artistico sono i grandi affreschi delle pareti laterali, del soffitto della navata maggiore, della cupola e della parte interna della facciata, dovuti a due artisti locali, G. A. Coppola e G. D. Catalano, al Matlincastico e a Luca Giordano. Altre pitture si trovano nelle chiese della Purità, di S. Francesco d'Assisi, di S. Chiara e S. Domenico.
Numerosi furono anche i monasteri, tra i quali si ricordano: quello già dei Domenicani, sorto sulle rovine del grande cenobio basiliano di S. Maria delle Servine, e quello già dei Riformati (1217-20), distrutto e rifatto un secolo dopo.
Birl.: B. Ravenna, Memorie istoriche della chiesa di G., Napoli 1836; F. B. Gagna, Series episcop. Eccl. catholicas, 5 voll., Renssoma 1873-86, p. 882 (con bibliografia); G. Arditi, La geografia fisica e stor. della proc. di Otranto, 2 voll., Lecce 1879-85; G. Gigli, Il Tullone d'Italia, II; G., Otranto e diotomi, Bergamo 1922; G. Palumbo, G., Nardò, Galatino (Le cento città d'Italia illustrate, 90), Milano s. d.; Pastor, III, passim; Lanzoni, pp. 160-62. 217; D. Vendola, Rationes decimarum Indice per sere. XIII e XIV, Apulia, Lucania, Calabria (Studi e Testi, 84), Città del Vaticano 1939, p. 120.
Pasquale Tevini
GALLITZIN, Adelheid Amalie, principessa di. - Nobildonna cattolica, n. il 28 ag. 1748 a Berlino, figlia del feld-maresciallo conte di Schmettau, m. il 27 apr. 1806 ad Angelmodde presso Münster.
Battezzata ed educata nella religione cattolica, aderì in seguito ai principi dell'illuminismo. Nel 1768 sposò il principe D. A. di Gallitzin, ambasciatore della zarina all'Aia. Ebbe come guida, nel primo periodo della sua formazione culturale, Fr. Hemsterhuis, filosofo esecutivo e platonizzante, rappresentante di una religiosità umanistica. Nel 1779, mossa dal suo interesse per l'attività riformatrice del ministro Fr. v. Fürstenberg, si trasferì
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a Münster. Il contato con Fr. H. Jakobi \& J. G. Hamann e, principalmente, il nuovo ambiente cattolico la ricondussero alla Fede. Intorno a lei si formò la familia sacra di Münster, un circolo di personaggi importanti, che contribuì molto al rinvigorimento della vita cattolica in Germania. Fra i suoi membri si distinsero specialmente: B. Overberg, L. v. Stolberg ed i tre fratelli v. Droste-Vlochering, tra i quali Clemente Augusto, il futuro cardinale arcivescovo di Colonia.
Opere: Briefwechsel und Tagebücher der Fürstin A. o. G. (ed. Chr. Schlüter, 2 voll., Münster 1874-76).
Biel.: Th. Katerkamp. Deukwärdighaiten aus dem Leben der Fürstin A. o. G., Münster 1828; J. Galland, Die Fürstin A. v. G. und ihre Freunde, Colonia 1880; G. Goym. L'Allemagne religieuse. Le catholicisme. 1. Parigi 1905, p. 253 sgg.; H. Brentano. A. Fürstin o. G., 2^{°} ed., Friburgo 1020.
Beda Thum
GALLITZIN, Alessandro Nikolajevic. - N. il 20 dic. 1773 , m. in Crimea il 4 dic. 1844 , fu uno dei principali consiglieri dello zar Alessandro I. Nel 1806 questi nominò il G., del resto indifferente riguardo alla religione, procuratore supremo del S. Sinodo. Il G. compì quindi una specie di conversione in senso protestantico giungendo a una incolore fede nella Bibbia. Fondò la Società biblica russa alla quale presero parte aderenti di tutte le confessioni cristiane. Dopoché Pio VII rifiutò di associarsi alla «Santa Alleanza» il G. fu nominato capo del cosiddetto «Doppio ministero », incaricato da parte dello Stato di tutti gli affari riguardanti il culto di tutte le religioni. Si sognò allora la riconciliazione di tutte le Chiese in un unico culto divino. Il G. è un precursore dell'attuale ecumenismo. Un po' prima della morte di Alessandro I il G. perdette ogni sua influenza.
Biel.: A. M. Ammann. Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, indice. Alberto M. Ammann
GALLIZIA, Pio Alessandro. - Missionario barnabita, vescovo di Selisma e secondo vicario apostolico della Missione di Ava e Pegù in Birmania, n. a Varallo nel 1701, m. nel Pegù nel marzo 1745.
Insegnava teologia dogmatica a Roma quando nel 1726 partì per il Pegù, arrivando a Siriam il 21 genn. 1728, senza però poter andare fino ad Ava dove due mesi dopo moriva il p. Calchi, primo vicario apostolico. Imperi a sostenere da solo la missione, nel 1737 ritornò in Italia a chiedere aiuti. Ottenuto da Benedetto XIV nel 1740 che tutta la missione fosse di nuovo affidata ai Barnabiti (mentre, dopo la morte del p. Calchi, il regno di Ava era stato affidato a sacerdoti secolari, lasciandosi ai Barnabiti il Martapan e il Pegù), e consacrato vescovo per le mani dello stesso Pontefice, nel febbr. del 1741 ripartì con altri 4 confratelli: il p. Nerini con il fratello Angelo Capello e i pp. Alessandro Mondelli, lettore di teologia a Milano, e Giovanni del Conte non ancora sacerdote i approdarono a Siriam tra il 1742 e il 1743 . Avuta ampia libertà del re peguano Siming-To, il vescovo con gli ultimi due si stabilirono nell'antica città regia di Pegù, costruendovi chiesa a casa a prendendovi a predicare e a funzionare anche pubblicamente. Ma durante la guerra tra i Barmani di Ava e i Peguani proclamatisi indipendenti, coinvolti in un'imboscata tesa dal sospettoso re peguano a una squadra di soldati europei avventurieri presentatisi d'improvviso nel porto di Siriam, mentre il Nerino con il fratello Capello a Siriam riuscivano a salvarci per allora con la fuga, mons. G. con i pp. Del Conte a Mondelli, che accompagnavano gli Europei, caddero assassinati dai Peguani nei boschi tra Pegù e Siriam, nel marzo 1745.
Un suo Compendio della dottrina cristiana e ragioni per abbracciarla, come il Libro di preghiera quotidiane, un Catechismo a un Dittomario barmano dei suoi due confratelli, sono andati perduti.
Biel.: G. Moroni. Dittomario di erud. star.-eccles., XXXIV, p. 247; L. Gallo. Storia del cristianesimo nell'Impero bismano, I. Milano 1862, pp. 111-42; O. Premoli, Storia dei Barnabiti, III. Roma 1922, pp. 94, 143, 172 sgg.; G. Buffon, Stritture barnabiti, II. Firenze 1934, p. 116; L. Levati, Menologia dei Barnabiti, III. Genova 1938, pp. 239-35.
Un altro p. Pio Alessandro Gallizia (1735-63), pure barnabita di Varallo, nipote del precedente, fu missionario operosissimo nella stessa missione di Ava dal 1760 , assieme al p. Sebastiano Donati; ma vi morì presto, nel 1763, a Monlò, poco dopo dal suo compagno.
Biel.: L. Gallo, op. cit., I, p. 176 sgg.; II. Milano 1862, p. 20 sgg.; O. Premoli, op. cit., pp. 204, 236 sgg.; L. Levati, op. cit., I. Genova 1932, pp. 207-12. Virgilio M. Cablugo
GALLO, santo. - Monaco e missionario, n. in Irlanda ca. il 554 e m. ad Arbon, presso il lago di Costanza, il 16 ott. 627 (o 628 ?). Oblato da fanciullo al monastero di Bangor, crebbe accanto a s. Colombano, con il quale verso il 590 si trasferì in Francia e abitò per qualche tempo nel nuovo monastero di Luxeuil. Costretti a esulare dal re Teodorico, nel 6ro ripresero le loro peregrinazioni apostoliche verso il Reno, ovunque evangelizzando e distruggendo idoli, provocando talora, come a Tuggen presso Zurigo, le ire dei pagani.
Presso il lago di Costanza, furono accolti dal prete Willmar, che il fece accompagnare a Bregenz. Partito Colombano per l'Italia nel 612, G. costretto da malattia restò con il discano Iteboldo e, guarito, cercò un luogo solitario sulle riva dello Steinach presso Arbon e vi costrui (614) uno collo, detto poi "collo s. Gallio. Per aver liberato da uno spirito maligno Frideburga, figlia del duca Gunzene, questi offrì a G. la sede episcopale di Costanza; ma il Santo ricusò in favore di Giovanni suo discepolo (615) e attese alla formazione dei monaci che si raccoglievano attorno a lui. Chiamato a reggere l'abbazia di Luxeuil alla morte di s. Eutasio (627), G. rifiutò nuovamente e morì l'anno stesso e il seguente. Sul suo sepolcro, verso la metà del sec. viII, sorse con Ormaro la celebre abbazia di San Gallo (v.; cf. Anal. Boll., 54 [1936], p. 411).
L'influsso dell'abbazia stessa e i miracoli compiuti presso la sua toraba contribuirono all'affermarsi del culto di s. G. già largamente diffuso nei secc. x-xi. Testa il 16 ott.
Biel.: BHL. 3249-58; episodi della vita di s. G. in Vita S. Colombani auctore fann. ed. B. Krusch in MGH, Script. rer. Mexus., IV, pp. 1-132; Vita Galli confessori triplex, ibid., pp. 229337; W. Reitberg. Observationes ad vitam s. Galli, Marburgo 1842; Acta SS. Catoleri, VII. Torino 1860, pp. 826-909; G. Meyer v. Kramau. Die Galliener Geschichtsquellen. II (1870), pp. 1-61; E. Fain. Eine neue Recessive der Vita s. Galli mitgeteilt, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, 21 (1896), pp. 329-71; C. J. Greith. Der bl. G., der Apostol Allemonienz, und seine G. Glaubenslehre gegenüber den Deutschbirchen und Stern Irrthumer, S. Gallo 1884; L. Knappers, La vie de st G. et le paganisme cernanique, in Revue hist. relig., 29 (1894), pp. 239-95; Fliche-Martin-Fruta, V, pp. 232, 239.
Stanislas Majarelli
GALLO, Costanzo (Flavius Iulius Constantius Gallus). - Cesare dal 351 al 354, figlio di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino Magno, e di Galla, n. a Massa Marittima nel 323-26, m. presso Pola nel dic. del 354. Scampato nei massacri del 337 dopo la morte di Costantino, fu condotto, insieme con il fratello Giuliano, a Nicomedia ed affidato al vescovo ariano Eusebio. Nel 343-46 fu trasferito a Macellum presso Cesarea di Cappadocia.
Improvvisamente nel 351 da Costanzo II fu creato Cesare ed incaricato di difendere i confini orientali dell'Impero dalle incursioni dei Persiani. Spesò allora la sorella dell'Imperatore, Costantina, e fissò la sua dimora ad Antiochia di Siria. Nel governo si dimostrò crudele, punendo con sanguinose stragi e distruzioni intese virtù per reprimere i suoi insurresistuali; e mentre viveva nelle dissolutezze e nei bagordi i veri interessi dell'Impero erano trascurati. Con la sua connivenza furono assassinati dal popolo il prefetto del pretorio Domissano ed il questore Mantilo, che Costanzo gli aveva messo accanto per aiutarlo nel governo a sorvegliarlo. Costanzo allora lo richiamò a Milano sotto pretesto di avere degli scambi di idee, ma giunto in Jatria, G. fu arrestato, sommariamente giudicato e giustiziato nella città di Flanona presso Pola.
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Biel.: Siorone, Hist. estl., II, 34; Socomenc, Hist. estl., IV, 7; O. Sacek, s. y. in Pauly-Wissova, IV, coll. 1094-90; J. Bidez, La wie de l'cauperour Sullan, Parigj 1930, pp. 22-39, 63-66, 22-40; R. Pariboni, Da Diodesiano alla caduta dell' Impero d'Occidente, Bolacna [1941], pp. 121-23. Agostino Amore
GALLO, Gato Vizio (Imp. C. Vibius Trebanianus Gallus), imperatore romano. - N. a Perugia verso il 207, m. a Terni nel 253. Apparteneva al Senato * nel 250 ora governatore della Mesia, comandante delle legioni durante la guerra contro i Goti. Alla morte di Decio fu acclamato imperatore (251); si affrettò a Srmare le pace lasciando ai Goti il bottino già preso ed i prigionieri e venne a Roma per ottenere dal Senato l'approvazione della sua nomina. Per far tacere i sospetti del suo tradimento adottò il secondo figlio di Decio, Ostiliano.
Nel 253 i Goti invasero la Fannonia; il legato della provincia, Emiliano, il sconfisse e fu acclamato imperatore. G. gli marciò contro, ma a Terni fu ucciso dagli stessi suoi soldati insieme con il figlio Velusiano. Poco dopo anche Emiliano fu ucciso e l'Impero passò; Valerano ch'era stato acclamato imperatore dai soldati della Gallia.
Verso i cristiani G. si mostrò dapprincipio tollerante, ma la peste scappiata nel 252 diede origine ad una persecuzione. Furono ordinati infatti sacrifici propiziatori per tutto l'Impero (s. Cipriano, Epist., 59). I cristiani naturalmente si esternero dal parteciparvi e la loro assenza suscitò l'odio dei pagani che tumultuarono dappertutto contro di loro. Fu allora promulgato un editto con il quale i capi delle chiese, vescovi, sacerdoti e diaconi erano condannati all'esilio (Zuzelno, Hist. estl., VII, 10; a. Cipriano, Epist., 61). La più illustre vittima fu il papa Cornelo, arrestato nel giugno 252 e mandato a Centumcellae (Civisvecchia) dove mori nel maggio-giugno 253 (id., Epist., 60). Fu eletto a succedergli Lucio, ma anche lui fu esiliato. Altrove non pare che la persecuzione abbia fatto delle vittime, a causa della successiva morte di G. che impedì l'applicazione dell'editto.
Biel.: Wintig. s. v. in Pudy-Wissowa, XV, coll. 1269-72; A. Manzoni, L'Impero romano e il cristianesimo, Torino 1914, pp. 381-87; F. Franchi de' Carolieri, Stile agiografiche, VI (Studi e Testi, 33), Roma 1920, pp. 181-210; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, III, trad. it., Firenze 1928, pp. 1-12. Agostino Amore
GALLO, Lutoz. - Missionario oblate di Maria Vergine e storiografo delle missioni birmane. N. a Carignano (Torino) l'11 nov. 1817, m. a Nizza Marittima il 18 apr. 1863. Professò tra gli Oblati di Maria Vergine il 21 giugno 1836, e partì per l'Ava e Pegú (Birmenia) il 22 luglio 1843, faticandovi per 3 anni con zelo e con frutto; tornò nel 1846 affranto nelle salute.
Il G. tiene un posto non spregevole nella storiografia delle missioni per la sua diligente opera Storia del cristianesimo nell'Impero Birmano, preceduta dalle notizie del paese ( 3 voll., Milano 1862). Premette infatti ampie notizie sulla geografia, la mineralogia, la botanica, la zoologia e l'etnologia del paese, e narra in seguito con sobrietà la storia della evangelizzazione di quella regione per opera dei Barnabiti prima e, dopo il loro ritiro, durante ce. un trentennio, degli Oblati di Maria Vergine : del quale ultimo periodo di storia l'autore fu egli stesso per tre anni ( 1843-46 ) testimone e collaboratore.
Tornato a Torino nel 1847, prosegui il suo ministero nel santuario della Consolata fino al 1858. Era anche buon musico, e qualche lode alla Madonna, ancora viva nell'uso popolare, è opera sua.
Biel.: T. Piatti, Cento anni di apostolato degli Oblati di Maria Vergine, Roma 1926, pp. 27-31. Tommaso Piatti
GALLO, Tommaso: v. tommaso di vercelli.
GALLONIO, Antorno. - Scrittore oratoriano, n. a Roma nel 1537, m. ivi il 15 maggio 1605. Entrò a 20 anni nella Congregazione dell'Oratorio e fu sempre fra gli intimi di s. Filippo Neri, fino a divenirne il segretario e il primo biografo. Si dedicò agli studi
storici; si specializzò nelle narrazioni agiografiche. Di santa vita, resta una delle figure più eminenti della prima generazione oratoriana.
Pubblicò: Vita b. Philippi Nerii Florentini Congregationis Oratorii fundatoris (Roma 1600, ap. Aloys. Zanettum), opera scritta in chiaro latino, di sicura e diretta fonte, non prolissa, ma non del tutto completa, sebbene fosse il frutto di oltre 250 testimonianze che G. raccolse essendo il principale ricercatore per la causa di canonizzazione del Neri. Oltre minori opere agiografiche e devozionali, scrisse pure: Istoria delle tante Vergini Romane ecc. (Roma 1581); De Sanctorum Martyrum cruciatibus (ivi 1591), opera che influenzò una scuola pittorica che ha lasciato impressionanti scene di martirio negli affreschi di S. Stefano Rotondo e di SS. Nereo ed Achillec.
Biel.: March. C. di Villarosa, Scristori filippini, Napoli 1837; L. Border e L. Ponnelle, S. Philippe Neri et la société romaine de son temps, Parigi 1828, pp. 302-303; vers. it., Firenze 1921, pp. 253-53.
Carlo Gaebneri
GALLOWAY, DIOCESI di. - Situata nel sud-ovest della Scozia. Comprende le contee di Ayr, Dumfries, Kirkcudbright e Wigtown e le isole di Greater e Little Cumbras, abbracciando così un territorio di ca. 4000 miglia. La sede episcopale è a Dumfries. La diocesi conta 647.000 ab., dei quali 27.000 cattolici, distribuiti in 33 parrocchie servite da 57 sacerdoti diocesani e 9 regolari, 4 comunità religiose maschili e 8 femeunili.
E la più antica fondazione ecclesiastica della Scozia essendo stata fondata nel 397 da s. Niniano, un britanno nato sulla coste del Solway, ma educato a Roma e consacrato vescovo dal papa Siriolo. Il titolo originale della sede era "Whitherne", spesso latinizzato in "Candida Cato" a causa della cosa bianca e cattedrale che s. Niniano costrui e dedicò a s. Martino di Tours. L'ultimo vescovo cattolico, Andrez Durie, morì nel 1538 e la sede rimase vacante fino al 1878 , quando fu nominato il vescovo Giovanni Mac Lachlan. La diocesi così ristabilita è due volte più estesa di quanto fosse prima, ma la popolazione cattolica è scarsa. G. fu suffraganea di York fino al 1472, quando fu trasferita sotto S. Andrea; nel 1492 divenne soggetta a Glasgow e così rimase fino alla estinzione della gerarchia sotto la riforma. Ora è suffraganea della nuova arcidiocesi di S. Andrea ad Edimburgo. La chiesa cattedrale è dedicata a s. Andrea.
Biel.: W. Turner, s. v. in Cath. Enc., VI, p. 370; The catholic directory for the clergy and laity in Scotland, 1550, Glasgow 1550, pp. 166-83.
GALLUP, diocesi di. - Città a diocesi nello Stato del Nuovo Messico negli Stati Uniti d'America creata dal papa Pio XII il 16 dic. 1939 con la cost. apost. Ad bonum animarum. Comprende le contee di Coconino, Mohave, Apache, Navaho e Yavapai dello Stato di Arizona; le contee di San Juan, Mc Kinley e Catron nello Stato del Nuovo Messico, e quelle parti delle contee di Rio Arriba, Sandoval, Bernalillo e Valencia situate all'ovest del piano meridiano.
La diocesi si estende per una superficie di 90.749 kmq ., con una popolazione di 145.000 ab , dei quali 32.884 cattolici. Conta 25 parrocchie, 124 missioni, 11 sacerdoti diocesani e 48 regolari; 12 comunità religiose maschili e 21 femminili. Nel 1946 si ebbero 165 conversioni. La diocesi è suffraganea di Santa Fé. La Cattedrale è dedicata al Sacro Cuore.
Biel.: AAS, 32 (1940), pp. 176-79; The Official Catholic Directory 1947, Nuova York 1947, pp. 460-62. Enrico Iosi
GALLUPPI, Baldassarre, detto il Buranello. - Musicista, n. a Burano il 18 ott. 1706 e m. a Venezia il 3 genn. 1785. Scolaro del Lotti, fu uno dei più fecondi e celebrati compositori di opere del suo tempo.
A Venezia fu maestro di cappella a S. Marco e poi (1762) insegnante al Conservatorio degli Incurabili; in
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Russia (1765), come maestro di cappella della corte di Caterina II, ebbe onori trionfali a fu il primo accidentale a comporre per la liturgia russa. Dal 1768 , tornato a Venezia, compose soprattutto musica da chiesa, mentre dal 1702 aveva scritto ben 110 opere teatrali. Scrisse, in un nobile stile "concertato", 20 oratori, la cantata Il trionfo di Tobia (Venezia 1783 per la venuta di Pio VI); avesse, lianie, inni, sequenze (tra cui famosa "Vietinese paschali" a a voci eseguite fin recentemente in S. Marco), oltre ad erie, sinfonie, concerti e musica da camera.
Di distinse per la melodia ariosa e gaia, il che gli valse il nome di a padre dell'opera buffa».
BibL.: A. Wotquenne, B. G., in Riv. mus. it., 6 (1899), pp. 981-79; F. Piovano, B. G. Note bio-bibliografiche, ibid., 13 (1906), pp. 676-726; 14 (1907), pp. 333-63; 12 (1908), pp. 233234; F. Torrelocca, Le sonate per cembalo del Baronello, ibid., 18 (1911), pp. 276-907 e 457-556; 19 (1912), pp. 106-40; Ch. Van den Borrea, Contribution au Catalogue thématique des Sonates de G., ibid., 30 (1923), pp. 365-70. Anna Maria Gentili
GALLUPPI, PASQUALE - Filosofo, n. a Tropea, in Calabria, dal barone Vincenzo il 2 apr. 1770; m. a Napoli il 13 dic. 1846. Ebbe la prima formazione filosofica e matematica nella città natale e nel Seminario di S. Lucia del Mela, in Sicilia; frequentò poi l'Università di Napoli, dove ebbe maestro il noto regalista Francesco Conforti. Già in Tropea il G. aveva avuto contatti con il pensiero leibniziano e dall'atmosfera teologica dell'ambiente cittadino aveva derivato un profondo interesse per i problemi di teologia, nutrendosi di forti atadi biblici e patristici e fermando il proprio particolare interesse su s. Agostino. A queste preferenze agostiniane non era estranea l'ispirazione giansenistica della sue fonti e dei suoi maestri; e ciò spiega come la prima pubblicazione del G., la Memoria apologetica (1795), stessa per chiarire il proprio pensiero sui rapporti fra natura e Grazia, fosse di carattere teologico, in polemica con elementi ecclesiastici cittadini.
Dallo studio della filosofia cartesiana e leibniziana il G. passò a quello di Condillac, derivandone la coscienza insieme delle necessità d'una indagine critica sul sapere e della insufficenza del senatmo; documento di questo antisensismo resta l'opuscolo Su l'analisi e su la sintesi (1807). Tra il 1807 e il 1815 il G. venne in contatto con il kantismo, del quale riconobbe la critica al dogmatismo tedesco, accettò le necessità d'un problema critico, ma rigettò la particolare soluzione aprioristica. In questo periodo andò precisando e maturando il proprio pensiero, delineato in un breve scritto (1615) diffuso come prefazione all'opera sua principale ed esposizione sistematica del suo pensiero, il Saggio filosofico su la critica della conoscenza (8 voll., 1819-32). Pubblicò in seguito (1820-27) in sei volumetti gli Elementi di filosofia (Logica pura, Psicologia, Ideologia, Logica mista, Filosofia morale, Teologia naturale); e nel 1827 tredici Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia relativamente ai principi delle conoscenze umane da Cartesio sino a Kant inclusivamente; nel 1838 fu aggiunta una Lettera XIV, nella quale veniva presentata la situazione della filosofia francese di allora a si mostrare come il processo dei problemi moderni di pensiero esigesse la soluzione propria dell'autore.
La fama ormai acquistata dal G. in Italia e fuori gli valse la chiamata alla cattedra di "filosofia intellettuale" o teoretica all'Università di Napoli (4 ott. 1831). Nel nov. successivo il filosofo pronunciò un'elevata prolusione, pubblicata poi come Introduzione a fronte delle Lezioni di logica e metafisica (4 voll., 1832-34), che costituiscono il frutto del suo insegnamento accademico. Al periodo di permanenza napoletana appartengono: un volume di Storia della filosofia (1840), primo dei dodici di cui doveva risultare l'opera a dei quali, oltre a quello pubblicato, resta un secondo manoscritto; i quattro volumi di una Filosofia della esilnità (1832-40), opera rimasta incompleta. Il 29 dic. 1838 l'Accademia di Francia, su proposta di V. Cousin nominava il G. socio corrispon-
dente straniero, e il re di Francia, su proposta del ministro Guiant, lo insigniva delle Legion d'onore; il G. si edebitò inviando all'Accademia le Considerazioni filosofiche sull'idralismo trascendentale e sul razionalismo assoluto (1841). Oltre agli scritti ricordati, sono notevoli due opuscoli di carattere politico: Opuscoli filosofici sulla libertà individuale; La sguarda d'Europa sul Regno di Napoli (entrambi 1820 ).
Scrupoloso nel lavoro scientifico, il G. non recedeva facilmente dalle proprie opinioni; il suo pensiero è cristallino, ma l'esposizione è talora sciatta e tradisce una preparazione letteraria inadeguata a quella filosofica; di animo liberale, era avverso ad ogni eccesso di giacobinismo; sinceramente religioso, risenti l'atmosfera giansenistica del tempo, ma conservò sempre e approfondi negli ultimi tempi della vita una fondamentale e consapevole ortodossia cattolica, di cui restano documenti manoscritti numerosi; anzi, da una lettera ai Rosmini e da un'altra ad un padre gesuita non meglio identificato, è dato rilevare un'essenziale ispirazione apologetica della sua speculazione; egli suspicava una restaurazione decisa dei valori spirituali e cattolici e lavorò per "porre un argine al torrente dell'incredulità figlia della falsa filosofia" (G. Di Napoli, p. 144) : la generale atmosfera gnoseologica della filosofia a lui contemporanea lo determinò a sottolineare l'aspetto critico dell'indagine speculativa, ma il suo pensiero era squisitamente, se non compiutamente in linea sistematica, metafisica.
La filosofia galluppiana, qualificata dall'autore come "filosofia dell'esperienza", intende, sul terreno moderno del problema gnoseologico, salvare insieme i diritti dell'esperienza e del pensiero; contro il servismo e l'empirismo da una parte, e contro il trascendentalismo dall'altra, il G. afferma l'indispensabilità d'un dato optico cotto nell'esperienza e della conseguente elaborazione spiritualizzatrice ed universalizzatrice propria dell'intelligenza: né pura passività del senso, quindi, né apriorismo creativo, ma mediazione razionale dell'immediazione empirica.
Il punto di partenza è dato, con Agostino e con Cartesio, dall'autocoscienza che coglie ed afferma un reale, il "ma", e che formisce quel "lido dell'esistenza" che stava tanto a cuore al filosofo. Lunghe e penetranti sono le riflessioni sparse dal G. nelle proprie opere su questa radicalità dell'autocoscienza, la quale, se pur incline ad un eccessivo psicologismo, sborre dal coscienzialismo cartesiano come posizione di prevalenza speculativa del cogito. E contro la deformazione cartesiana dell'autocoscienza, chiusa nel proprio mondo, il G. afferma che "non si può avere dallo spirito umano la percezione del me senza avere quella di me fuori di me (Saggio, III, 3 1), è qui la dottrina galluppiana della percezione esterna a dell'esterno, la quale, contro tutta la speculazione moderna da Cartesio a Kant e a Rosmini, è rivendicata nella sua extrasoggettività a nella sua immediatezza, pur nel riconoscimento di una sua relatività al soggetto.
Su questi dati al soggetto, e dati appunto come realtà in sé intuita dal soggetto, si esercita la "mediazione" ossia