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e talvolta gli stessi depositi vengono a seconda degli autori attribuiti al preglaciale (villafranchiano) oppure al primo interglaciale (GünzMindel).

La soluzione del problema è resa poi ancor più difficile dal fatto che non è semplice sincronizzare i depositi di regioni diverse, soprattutto quelli di regioni in cui si ebbero oppure no le invasioni glaciali, per es., i depositi europei con quelli dell'Estremo Oriente o dall'Africa tropicale. Ma a parte questo, anche nella stessa Europa è evidente che le testimonianze dei cambiamenti climatici appaiono nei depositi delle regioni nordiche con un certo anticipo rispetto alle formazioni coeve delle regioni meridionali, specialmente mediterranee.

Tenendo presente quanto si è esposto fin qui, si cercherà ora di vedere quali siano le più antiche testimonianze finora conosciute dell'esistenza dell'uomo, e a quali epoche si possono far risalire. In Europa il più antico essere umano finora noto è rappresentato dalla mandibola di Mauer (priesenthropus heidelbergensis) rinvenuta nella Germania occidentale, che secondo gli autori più attendibili sarebbe riferibile al primo interglaciale. All'incirca contemporanei sarebbero il sinantropo (sinanthropus gokhanus) della Cina e, secondo alcuni, qualche individuo dei famosi pitecentropi di Giava (pithecanthropus erectus, p. robustus). Tutti questi antichissimi rappresentanti dell'umanità presentano caratteri spiccatamente pitecoali. Fino a poco tempo fa la maggior parte degli autori riteneva all'incirca contemporaneo di questi anche l'esantropo (snanthropus dananni) di Piltdown, in Inghilterra, ma recenti ricerche condotte cui "metodo della fluorina" hanno messo seriamente in dubbio una sua cosi alta antichità.

Allo stesso interglaciale vengono riferite le prime sicure testimonianze dell'industria umana, consistenti in manufatti litici molto grossolani, ma sicuramente inten. zionali, riferibili alla cultura abbocciliana ( = chelleana) e ciscroniana, e in tracce di fuoco. Secondo alcuni autori però si avrebbero resti di industria umana anche in formazioni più antiche, preglaciali. Questi nessuno dà più credito ai famosi e tanto dibattuti "soliti * rinvenuti perfino in depositi miocenici ed eocenici, ma non si può invece escludere la presenza di veri manufatti in alcuni "cragi " preglaciali inglesi, e in qualche deposito villafranchiano europeo od africano. E recentissima la segnalazione (Arambourg, 1949) nel villafranchiano dell'Algeria di curiose selci poliedriche, cui è difficile negare il carattere di manufatti. Non si può quindi escludere almeno la possibilità che l'uomo sia comparso già alla fine del piiocene, prima dell'inizio delle grandi espansioni glaciali.

In complesso si può dunque ritenere probabile che la comparsa dell'uomo corrisponde all'incirca al periodo di transizione tra il pliocene e il pleistocene. Questa conclusione concorda bene anche con le attuali conoscenze (ancora piuttosto scarse a dire il vero) sui primati dai quali potrebbe derivare per evoluzione il corpo umano. Infatti è proprio alla fine del pliocene ed all'inizio del pleistocene che si presentano da un lato le scimmie antropomorfe più prossime ai caratteri umani (australopitecini) e dall'altro gli orsinidi più primitivi sopra citati (Mauer, sinantropo, pitecentropi).

Posto ciò, si vede se è possibile stabilire a quanti anni risale la comparsa dell'uomo. Anche a questo proposito si è ben lungi dall'avere una base sicura, poiché la cronologia assoluta è ancora alle sue prime armi. Vi sono attualmente vari metodi per datare i principali
avvenimenti dell'èra neozzica. Si primo, più sicuro, è basato sullo studio della cosiddette "varve", ossia di particolari ergille stratificate che si sono deposte nei grandi laghi prossimi alle fonti dei ghiacciai neozzici durante l'ultimo periodo di ritiro. Poiché è noto che ogni coppia di strati di queste argille risponde ad un anno, si può calcolare la durata del periodo di ritiro dell'ultima glaciazione, che è stata valutata in ca. 18.000 anni da De Geer a allievi per la Scandinavia. Questo metodo però è valido soltanto per i tempi postglaciali, rispondenti, come è noto, solo ai più recenti periodi della preistoria (dal mesolitico in poi).

Per i periodi precedenti si ricorre ad un secondo metodo, che è meno sicuro, essendo tuttora basato su concessioni teoriche la cui applicazione ai fenomeni climatici quaternari non è del tutto dimostrata, ma che 8 ormai accettato, sia pure con qualche riserva, da buona parte dei quaternariati. Si tratta del metodo basato sulla cosiddetta "varva di Milenkovitch", ossia sulla curva delle variazioni della radiazione solare, calcolata dall'autore citato in base alle variazioni periodiche di alcuni elementi dell'orbita terrestre, a precisamente dei seguenti i eccentricità dell'orbita, obliquità dell'eclittica e longitudine eliscentrica del perielio. La variazione della quantità di radiazione solare, dipendente dalla variazioni degli elementi suindicati, e dalla quale dipendono a loro volta, secondo Milankovitch, le alternanze climatiche del periodo glaciale, è stata calcolata esattamente per gli ultimi 600.000 anni e con una certa approssimazione per altri 400.000 anni antecedenti.

Ora da questi calcoli risulterebbe che la 1² glaciazione (quelle di Günz, poiché Milankovitch ammette + glaciazioni) avrebbe avuto inizio ca. 600.000 anni fa, e che se l'Uomo è comparso - come pensano gli autori più attendibili - almeno durante il primo interglaciale (Güns-Mindel), la sua esistenza risalirebbe a ca. 300.000 anni.

E bene però tener presente il carattere ipotetico che presentano tuttora queste valutazioni, le quali in ogni caso possono darci soltanto l'ordine di grandezza dei periodi di cui ci si sta occupando.

Attualmente si sta studiando la possibilità di applicare anche alla cronologia dell'èra neozzica i metodi basati sulla radioattività, ossia sul computo del tempo rispondente alla disintegrazione di alcuni isotopi di minerali radioattivi, tra cui si citeranno il torio azo per le ricerche sui sedimenti marini profondi e il carbonio 14 per le sostanze contenenti tale isotopo, che talora accompagnano i resti umani preistorici. Quest'ultima ricerche relative al carbonio valgono però soltanto per durate limitate e, in generale, i metodi basati sulla radioattività sono ancora in fase iniziale e dànno per ora una garanzia relativa.

Comunque, si può considerare ormai accertato, per tutto un complesso di dati di fatto e di considerazioni fondate, che la preistoria umana risponde ad un periodo di tempo lunghissimo, e che la comparsa dell'uomo risale pertanto ad un'epoca molto più antica di quanto si ritenesse fino a qualche tempo fa.

Biel.: P. Wohlstedt, Das Eiszeitalter, Stoccarda 1929: P. Lennard, La formazione a strandi e in cronologia pleistocenica, in Bollettino della Società F'encelana di Storia naturale, 1 (1934): R. Bissutti, Le razze e i popoli della Terra, I. Torino 1941: R. Forme, Manual de préhistoire générale, Parigi 1942: H. Breuil e G. Zhyrzewski, Contribution al'étude des industries paléolithiques du Portugal et de leurs rapports avec la géologie du quaternaire, II (Comunicapres d. Save. geol. de Portugal, 263. Lisbona 1943: A. C. Blanc, Corm di Etuologia. Origine e sviluppo dei popoli eccelatori e rorocelltori, Roma 1942-46: M. Boule, Les hommes faciles, 3ᵉ ed., Parigi 1946: G. B. Del Pias e P. Lennardi, Corso di geologia, II: Stratigrafia e geologia storica, Padova 1940.

Piero Lennardi
GENERI LETTERARI (vella Bibbia). - La sacra esegesi, la cui «suprema norma è ravvisare e stabilire che cosa si proponga di dire lo scrittore-fanclo? Div. affl. Sp.), non può trascurare uno dei principi più importanti di ogni esegesi, cioè l'esame di ciò che oggi comunemente suele chiamarsi g. 1., ossia «quelle

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forme di scrivere, regolate da particolari norme, in uso in una determinata epoca a regione, allo scopo di esprimere i propri pensieri s (G. M. Perrella, p. 38).

Difatti altra è la verità di un racconto storico, altra quella di un poema, altra quella di una parabola; non senza sortire si pensa a quei pellegrini che sulla strada da Gerusalemme a Gerico già dal sec. iv venerano l'albergo del Buon Sannaritano, o a quei cristiani del tempo passato che aspetterano un regno millenario di Cristo sulla terra, ed anche, in campo profano, all'indignazione di J. J. Rousseau nell'accusare La Fontaine di avere insegnato la menzogna ai piccoli.

Nessuno per vero ha mai messo in dubbio l'esistenza di vari g. 1. nella Bibbia; ma si è alquanto esitato ad ammetterla nei libri che la Bibbia ci presenta sotto la forma di racconto storico. Siccome gli esegeti razionalisti ne abusarono per assimilare molti racconti biblici a miti pagani o a favole profane prive di ogni valore storico, il Magistero della Chiesa si mostrò dapprima assai riservato. Però l'encicl. Providentissimus (1693) promulgò il principio fondamentale già formolato da s. Agostino: che cioè l'autore sacro non intendeva insegnare l'intima natura degli oggetti visibili, ma voleva solo dare ai suoi contemporanei un'esposizione popolare corrispondente al comune modo di esprimersi di quei tempi (Euchiridion bibl., Roma 1927, n. 126). Poi la Commissione Biblica nel 1905 e 1909, applicando lo stesso principio ai primi capitoli della Genesi, ammetteva che talvolta l'autore sacro "non aveva voluto riferire una vera e propriamente detta storia (loc. cit., n. 154), ma piuttosto "notitiam popularem, prout communis sensus ferebat per ea tempora, sensibus et captui hominum accomodatam" (loc. cit., n. 338). Per la prima volta l'encicl. Spiritus Puracilius (1920) adopera le parole "g. I. ", riconoscendone retto il principio, purché non se ne faccia abuso; ammette cioè g. I. con i quali si possa conciliare la completa e perfetta verità della parola divina (loc. cit., n. 474). Finalmente l'encicl. Divino afflante Spiritu (1943) non dubita di fare dell'esame dei g. I. uno dei principali compiti dell'esegeta; sapientemente nota che per "determinare quel che gli antichi Orientali hanno voluto significare con le loro parole "non bastano "le leggi della grammatica o della filologia o anche il contesto; l'interprete deve inoltre quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente e nettamente discernere quali g. I. abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi del dire che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch'erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi ". Più precisa ancora, la lettera della Pont. Commissione Biblica del 16 genn. 1948 afferma che "le forme letterarie dei primi undici capitoli della Genesi non rispondono ad alcuna delle nostre categorie classiche e non si possono giudicare alla stregua dei generi letterari greco-latini moderni. Non si può dunque negare né affermare in blocco la storicità di tutti quei capitoli senza loro applicare a torto la norma di un g. I. sotto il quale non possono venire classificati ".

Infatti, nota giustamente A. Bes (Il problema del Pentateuco, p. 124), commentando queste parole "storia, nel senso stretto, scientifico, oggi, si definisce il racconto di un avvenimento passato, appoggiandosi su documenti riferenti accuratamente il fatto, collocandolo nel tempo e nello spazio e descrivendolo tale quale si è realmente svolto ". Invece, nella letteratura dei popoli antichi e degli Egiziani, "si tratta piuttosto di trasmissione di fatti parti-
colari, in forma di annali, o di presentazione mista di fatti e di leggende o miti, o di tradiciones popolare trasmessa oralmente, non per iscritto né in documenti autentici ". Perciò la stessa lettera della Pont. Commissione Biblica invita l'esegeta cattolico a studiare "i procedimenti letterari degli antichi popoli d'Oriente, in loro psicologia, il loro modo di esprimersi, e la nozione stessa che essi facevanoi della verità storica ", nozione, aggiunge il Bes, "assai differente dal nostro modo aristotelico di ragionare e esporre" (loc. cit., p. 125).

Il g. l. non si deve dunque determinare a priori, come per sfuggire alle difficoltà, ma dallo studio delle letterature contemporanee e dall'esame approfondito del libro o del passo biblico in questione. L'esegeta non ricorre al g. I. per mero scopo apologetico; ma, rispettosissimo della Parola di Dio che si esprime attraverso l'affermazione dell'agiografo, vuole determinare questa affermazione con tutta l'accuratezza possibile per non attribuire a Dio cio che Dio non dice.

Perciò la questione del g. 1, non è limitato a qualche passo irto di difficoltà, come i primi capitoli della Genesi; si estende a tutto la Bibbia: si può dire che ogni libro ha il suo g. I. da stabilire. Però parlare di g. I., anche a proposito di un libro storico, non vuol dire negargli ogni valere storico. Sarebbe dimenticare che tutti sono i modi di raccontare la storia, cioè di riferire avvenimenti veri. Cosi il ritratto, opera di un grande artista, può essere tanto ricco di verità strettamente storica quanto una semplice fotografia, e l'epopea di un vero poeta tonte, quanto il verbale di un carabiniere, anzi molto di più. P. es., secondo l'antico canone dei Giudei, i libri di Giome, dei Giudici, di Samuele e dei Re fanno parte dei libri "profetici": non che non riferiscano avvenimenti del passato, ma lo fanno per ricordare al popolo d'Israele le esigenze della Rivelazione di Dio, non già per soddisfare la curiosità dei futuri studiosi. Non si può negare che una retta interpretazione ne debba tener conto. Cosi, ben lungi dello spogliare la S. Serittura della sua verità, come i razionalisti del secolo passato avevano creduto, una più attenta considerazione dei g. I. farà svanire non poche difficoltà non ancora risolte, e soprattutto permetterà di determinare con accuratezza molto maggiore il vero pensiero dell'agiografo e per conseguenza l'autentica Parola di Dio.

Bib...: Encicl. Divino afflante Spiritu, in AAS, 35 (1943), pp. 297-326; lettera della Pont. Comm. Bibl. del 16 genn. 1948 al card. Subard, in AAS, 40 (1948), pp. 45-48. M.-J. Lagrange, La militante historique, Parigi 1903; 2a ed., in: 1904; F. von Himmelauer, Exegetisches zur Inspirationfrage (Biblieche Studien, 9. IV), Friburgo in Br. 1904; A. Bes. De Scriptores Sacros inspiratiens, 2ᵃ ed., Roma 1932, pp. 101-12; id., Il problema del Pentateuco e della storia primordiale, in C/o. Catt., 1948. 11, pp. 116-27; A. Robert e A. Tincot, Initiation biblique, 2ᵃ ed., Parigi 1948, pp. 14-27; L'inerrance et lez genres littératiei; pp. 319-334; Les genres littératres: A. Robert a L. Vénard, Historique (genre), in DBs. IV, coll. 7-92; G. M. Perrella, Introduzione alla S. Bibbia, Roma 1948, pp. 88-92.

Stanislao Loennet
GENEROSA, cimitero di. - Si trova al sesto miglio della Via Portuense, nella località detta anticamente "ad sextum Philippi", presso il bosco dei Fratelli Arvali. Ebbe origine, nel brasiliano di una matrona Generosa, dalla sepoltura dei martiri Simplicio, Faustino, Viatrice, in un ipogeo privato, che poi si sviluppò in cimitero per la comunità cristiana rurale della zona. Il cimitero è ricordato solo nel Liber de locis sanctis Martyrum: "Iuxta viam vero Portuenseon, quae et ipsa in occidentali parte civitatis est... s. Simplicius, s. Faustinus, s. Beatricis dormiunt»; il Martirologio geronimiano aggiunge la particolarità della distanza da Roma a miliario VI ". Secondo gli Atti, i martiri Simplicio e Faustino appartengono alla persecuzione di Diocleziano. I loro corpi rimasero nel cimitero fino al tempo di Leone II (682-83), che li trasportò a S. Bibiana, in un rozzo

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(da W.igret, Pitture, rior. 192)

Generosa, cimitero di - Cristo seduto, fra i ss. Beatrice, Simplicio, Faustiniano a Rufiniano, Affresco (sec. vi) ritrovato
sarcofago, oggi conservato nella canonica di S. Maria Maggiore, che ha la seguente iscrizione: a Martyres, Simplicius, et Faustinus / Qui passi sunt in flumen Tibere et posi / ti sunt in cimiterium Generoses supra / Filippi s.

Il cimitero, dimenticato per molti secoli, tornò alla luce quando negli aa. 1858-64 si ebbero le scoperte presso il bosco dei Fratelli Arvali e il tempio di Dea Dia; gli stessi scavi fecero conoscere anche la Basilica eretta dal papa Damaso ( 366-84 ) presso il sepolcro dei martiri. Le gallerie cimiteriali scavate nella collina non hanno grande sviluppo: e per le loro rovesce presentano le caratteristiche di un cimitero di campagna. Vi si trovano ancora parecchi laculi, alcuni con date consolari; una, graffita dell'a. 372. La Basilica costruita da Damaso è allo stesso livello delle gallerie, la sua lunghezza è di m. 15, larga nella nave mediana m. 6,30, nella laterale destra m. 2,75; non rimangono tracce della sinistra, scomparsa, come il tetto a gran parte delle pareti perimetrali. Lo sterno dell'edificio fu eseguito dalla Pontificia Commissione di archeologia sacra nel 1868; i lavori di restauro iniziati nel 1901, ripresi nel 1936, sono rimasti interrotti. Appartiene alla Basilica un frammento di epistilio in lettere filocaliane, con le parole (Faustino Viatrio). Alla cripta storica dei martiri si accede da un passaggio aperto a destra dell'abside, nella quale, al disopra della cattedra, una fenestrella permette la vista dell'interno del santuario. Nel sec. vi, nella parete elevata per rafforzare la cripta stessa, fu eseguito un affresco che presenta nel centro il Salvatore con il nimbo crocigero, in atto di parlare e di sorteggere il libro della legge; al lato sinistro i ss. Viatrice e Simplicio, al dastro i ss. Faustiniano (Faustino) e Rufiniano, indicati con i loro nomi : l'ultima figura sembra aggiunta per simmetria e forse per devozione del committente. Quasi addossato all'abside, si trova un arcosolio, l'unico del cimitero, in muratura, posteriore all'o. 384 , come si arguisce dalla data di quell'anno nell'iscrizione posta sopra una forma, in parte coperta dal muro dell'arcosolio. Nella lunetta dell'arcosolio, è una figura quasi scomparsa di orante; nelle pareti, a destra, il sacrificio di Abramo, il Buon Pastore, e, in basso, una pecora; nella parete di sinistra, una rappresentazione del gregge,
rimasta occultata da un muro aggiunto posteriormente. Il De Rossi volle vedere in questo arcosolio il sepolcro della martire Viatrice.

Bib.: A. Nibby, Dintorni di Roma, II, Roma 1848, pp. 607608; G. B. De Rossi, in Bollettino di arch. crist., 1^{°} serie, 7 (1869), p. 1 sgg.; id., Roma sotterranea, III, Roma 1877, pp. 647-67, 12vv, 46-52; Chr. Huelzen, Di una iscrizione monumentale appostemente al cimitero di G. nella Via Portuente, in Nuovo bullettino di archad. crist.. 6 (1000), pp. 121126, sec. a: O. Marucchi, Le catacombe romane, Roma 1933, pp. 87-93; G. F. Kirsch, Le catacombe romane, ivi 1933, pp. 230 sgg., 247, n. 27; E. Josi, Cimitero di G. : 1) Stereo della Basilica cimiteriale dedicata ai martiri Simplicio, Faustino, Viatrice. d) Pitture con la rappresentazione del gregge sul fianco sinistro di un arcosolio, in Riv. di arch. crist., 16 (1939), pp. 323-30; Wilpert, Pitture, pp. 201, 520, 12rv. 112, 262; H. Ledoux, a. v. in DACL, VI, 1, coll. 866-903. Carlo Carletti

GENESARETH (ebr. Kianereth). - Città cananea (Kanert nella lista di Tuthmosis III) assegnata da Giosuè alla tribù di Nephthali (Jes. 19, 35) e che fin dall'antichità diede nome al lago ( 36 m Kianereth: Num. 34, 11; Jos. 15, 27). E identificata con Tell el-'Orejmeh, a 11 km . a nord di Tiberiade, sulla riva nord-ovest del lago.

L'esplorazione archeologica del 1909-30 ha rivelato la sua occupazione dal 1600 all'800 a. C., il piccolo porto militare romano del I sec. e l'importanza strategica che ebbe fin dai primi tempi a difesa della Via maria. Vi furono ritrovati un frammento di stelo ed uno scarabeo di Tuthmosis III, un altro scarabeo della regina Teje, sposa di Amenophis III e un coccio di vaso cultuale del tempo di Ramses II.

Dopo l'esilio, la piana, tanto magnificata da Fl. Giuseppe (Bell. Ind., III, 10, 7) per la sua fertilità, che si estende da Tell el-Orejmeh sino a Megidel ( = Magdala), fu detta Genesar (goa hat-lar = giardino del principe gg ) e anche il lago portò questo nome ( 1 Mash. 11, 67).

Nella a terra di Genesar * (Mt. 14, 34) o * di Genesareth * (Mc. 6, 53) sbarcò Gesù con i suoi discepoli dopo la prima moltiplicazione dei pani; ma rimane ancora inserito se nel Vangelo più che la piana di Q, non si abbia di mira un villaggio succeduto ai piedi dell'antica Kinaereth con il nome greciavano di Genesar (femme. Genesareth), che avrebbe dato nome sia alla pianura che

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![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
sinprincipio». ITedeschi spesso lo denominano 1^{°} libro di Mosè, in relazione agli altri libri del Pentateuco.

Le questioni che presenta il libro del Gen. sono difficilissime e gravissime.

Sommaio: 1, 2 contenuto. - II. L'autore e la questione letteraria. - III. Problemi particolari. - IV. L'inseramento teologico.
I. It contenuto. - L'idea generale del libro è bene espressa dal suo stesso nome Gen. Si tratta in esso dell'origine dell'universo e in specie del genere umano sia secondo la natura sia secondo l'economia soprannaturale. L'origine naturale dell'uomo è descritto: nei capp. i a 2 mentre il pono soprannaturale ha uno sviluppo più complesso. Si ha l'elevazione all'ordine soprannaturale, come si comprende alla luce del Nuove Testamento, subito nella descrizione dei primi eventi, poi il crollo di tutto con il peccato. A questo punto preciso si manifesta il disegno divino della restaurazione. Al cap. 3, is si ha la primitiva promessa, quindi l'attuarsi di questo piano da quel momento in cui Dio eleggendò Abramo, facendo a lui le promesse messianiche, ripetendole ai suoi discendenti Isacco e Giacobbe, dà origine al popolo eletto da cui nascerà il Messia. Sotto questo punto di vista il libro si può dividere in due grandi parti: la storia del genere umano dalle origini fino ad Abramo (capp. 1-12), la storia delle origini del popolo eletto nelle vicende di Abramo, Isacco, Giacobbe e dei figli di questo (specialmente Giuseppe) fino alla discesa in Egitto di Giacobbe e figli (capp. 12-30).

La narrazione secondo la forma esteriore si sviluppa in ro tälzähät. Questa parola significa "generazioni»: poi l'effetto della generazione = "gli uomini generati n. Quindi "generazioni di Adamo" equivale a storia dei discendenti di Adamo.
II. L'AUTORE e la questione letteraria. - La soluzione di questo importante problema va trattata a

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fondo insieme agli altri libri attribuiti a Mosè (v. Pentateuco).

Qui si può riassumere brevemente la questione:

1) Argomenti interni, ma soprattutto la tradizione antichissima, sia della Sinagoga sia della Chiesa, dicono che l'autore è Mosè stesso, il grande legislatore.
2) Iniziata la critica letteraria assai minuta del sacro testo, presupposti alcunipostulati della filosofia hegaliana circa la evoluzione del senso religioso, si giunge alla teoria del protestante J. Wellhausen (v.). Essa sostiene che l'opera attribuita a Mosè dalla tradizione è effettivamente il risultato di diversi fonti-documenti, sorti in epoche distanti tra loro, rielaborati ed uniti in un solo corpo-l'attuale nostro testo da uno o più redattori. Si nega così la sostanziale appartenenza a Mosè di questo libro.
3) A prescindere dei presupposti filosofici erroù, va detto che la critica letteraria ha aperto gravissimi problemi, che il cattolico non deve ignorare. E ormai certo che la storia del testo del Gen., insieme agli altri libri del Pentateuco, è assai oscura e fortunosa. Particolari indizi mostrano che la possibilità di un rimaneggiamento notevole del testo originale va attentamente studiata.

Alcuni di questi indizi sono i seguenti :
a) Diverso uso del nome di Dio: brani in cui appare solo Jahvah, altri solo 'Elōhīm, altri Jahvah-'Elōhīm.
b) Diversità di lingua e di stile: p. es., è netta la distinzione stilistica del primo capo dai seguenti: l'apparire di lunghe foto di nomi in mezzo a focolhe narrazioni popolari.
c) I cosiddetti duplicati ( = fatti, a quanto si afferma, narrati e due e fino tre volte in forma poco diversa). P. es., due narrazioni della creazione: due pericoli dell'oncerà di Sara (Gen. 12 e 20) : due fughe di Agar (Gen. 16 e 21), ecc.
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(per cortsola del sen. Giovanni Trevoni)
Gensel - Iucipit del G. Pagina spinista della Bibbia di Borso d'Este, vol.I. f. 2^{°} (1433-61). Modena, Biblioteca Estense.
4) Tenuto conto di analoghi fenomeni che si riscontrano in Ps. e in Prov., si potrebbe conciliare la sentenza tradizionale con le difficoltà sollevate dalla critica del seguente modo. Il testo del Gen., scritto sostanzialmente da Mosè, ebbe nella sua storia due linee di tradizione manoscritta-orale: una al sud (Giuda), l'altra al nord (Israele). Queste linee hanno differenziato il testo (nomi divini, vocabolario speciale, leggere divarganze nei singoli racconti, ecc.). Ad una data epoca queste due linee furono da un redattore ricongiunte conservando parzialmente nell'unico testo rimasto le caratteristiche delle due tradizioni.
III. Problemi particolari. - I primi undici capi sono quelli che si presentano di difficilissima interpretazione. Essi vanno interpretati assai cautamente. A questo proposito si tengano presenti le seguenti osservazioni:

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1) Il sacro autore ha per scopo di condurci attraverso genealogie da Adamo, che ha ricevuto la prima promessa messianica, fino ad Abramo, Isacco e Giacobbe che dovevano dare origine al popolo eletto. Quindi :
a) Il periodo da Adamo ad Abramo (e anche dopo Abramo, cf. la storia di Essù e Giacobbe) ha il peculiare carattere eliminatorio, cioè l'autore procedendo nella sua narrazione a poco a poco escludo dal racconto i membri ed i popoli che non hanno infusso nella storia della restaurazione.
b) La narrazione perciò lasciando in disparte le vicende dei rami laterali si fissa su Set e sui suoi discendenti Noè, Sem, Arphaxad, Thare, Abramo.
c) Non sarebbe da condannare sotto questo punto di vista l'opinione che ritiene che la narrazione del diluvio possa essere ristretta solo alla stirpe tra cui viveva Noè.
2) La cronologia resta sempre un problema. E evidente che si hanno qui solo alcuni anelli della catena. Altrimenti bisognerebbe porre la creazione dell'uomo solo alcuni millenni prima di Cristo: il che è assolutamente falso. L'omissione di membri intermedi, e l'attribuzione del termine figlio o simili a nipoti e pronipoti è secondo la concezione semitica (cf. Mt. 1, 8).
3) Le cifre indicanti la straordinaria longevità dei patriarchi antichi vanno probabilmente viste alla luce di un genere letterario che ci è testificato da documenti numerici. Cioè : in Mesopotamia un re poteva avere una duplice cronologia, una reale (a tale età - p. es., 30 anni - generò a... dopo tanti anni - p. es., 50 - mori...), un'altra ufficiale, nella quale sono sommati gli anni di regno o di vita dei re da lui soggiogati. Questa enorme somma di anni viene attribuita al re vincitore come se riassumesse in sé le glorie dei re vinti. Tale sistema di computare gli anni può fare intravedere in qualche modo la strada da battere nella soluzione di questo problema biblico.
IV. L'insegnamento teologico. - Per l'insegnamento teologico contenuto nel 1^{°} capo v. esamerone. Per il resto bastino le osservazioni seguenti :
4) La fondamentale dottrina dell'elevazione dell'uomo all'ordine soprannaturale, del peccato originale e della promessa della redenzione è contenuta sia nell'espressione sia nell'ispirazione del racconto di Gen. 2-3. Questi capi rappresentano il perno su cui gravitano i seguenti racconti genesiaci.
5) La caratteristica dell'eliminazione ricorda il paolino "non volentis, neque currentis, sed miserentis est Dei" (Rom. 9, 16). Certi doni di Dio - qui l'essere depositari delle promesse messianiche sono completamente gratuiti. L'eliminazione ne è una prova. Non importa per sé colpa da parte dell'uomo. In questa luce va visto il testo riportato ancora da s. Paolo: "Dio ha amato Giacobbe, ma odiato ( = non ha eletto) Essù" (ibid. 9, 13).
6) Il Gen. insegna come erano concepite nel Vecchio Testamento le relazioni tra la Divinità e l'uomo: cioè sotto l'idea di patto o alleanza. Il patto sacro è in genere una liberale concessione con cui Dio stringe a sé l'uomo per mezzo di leggi e di promesse.

Nel Gen. si hanno probabilmente tre, certo due di questi patti sacri:
a) con Adamo (nel testo ci sono gli elementi, non il nome di patto) = concessione del Paradiso terrestre = promessa della restaurazione;
b) con Noè : espressamente due volte : promessa della preservazione dal diluvio (6,18); promessa di non mandare più il diluvio (9,9).
4) Il più celebre con Abramo. Questo patto è il culmine e l'ultima ratio della 2^{°} parte del Gen. Abramo, soprattutto nel cap. 15, riceve la promessa della posterità in funzione delle benedizioni messianiche fatte a lui e a tutti i popoli « in semine tuo" (cf. pure cap. 12, 1-4).

Questo patto è quello che ha più eco nel Nuovo Testamento, specie in s. Paolo (cf. Gal. 3, 6-18) in quanto, a differenza del patto sinaitico e dantifico, conteneva espressamente la promessa delle benedizioni messianiche ( = redenzione) a tutti i discendenti di Abramo. S. Paolo poi spiega "questa discendenza non va intensa per via carnale, ma per via di fede" (cf. ibid. 3, 6).

Per le singole questioni, v. adamo; assiri; babilonesi; diluvio; esamerone; patriarchi; Pentateuco; protoyandolo.

BibL.: P. Heinisch, Commentario in Gen. (in tedesco, nella Bibbia di Bonn), Borin 1930 e Teologia biblica del Vecchio Testamento (trad. it., nella Bibbia di S. Garubilo), Torino 1950; A. Bez. De Pentateuco, Roma 1933; id., Piondèstoria et Ecclesia libri Genesis, in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 344-47, 360366; 18 (1938), pp. 14-20; U. Casauto, La questione della Gen., Firenze 1934: Hopff-Miller-Matzinuer, Introdurita speculis in V. Testamentum, Roma 1946: J. De Fraile, De recibus sumericis et patriarchis biblicis, in Verbum Domini, 22 (1947), pp. 43-53; G. Castellino, Genesi letterari in Gen. 1-11, in Questioni bibliche alla luce dell'entri, "Divina affluente Spiritu", Roma 1949, parte 1*, pp. 31-61; A. Vaccari, Il soprannaturale in Gen. 2-3, ibid., pp. 184-201.

Pietro Boccaccio
Arte. - Circa i testi più antichi ed importanti, dal punto di vista dell'arte, ove sono narrati i fatti della Gen. v. bibbia.

Qui basterà ricordare come fra i monumenti più insigni ed antichi del genere vadano posti i testi della Gen. di Corton oggi conservati nel British Museum di Londra, la Gen. di Vienna che è un manoscritto pur esso frammentario, che risale verosimilmente al v sec., e il Pentateuco di Ashburnham e di s. Galliano di Tours che appartiene al vir sec.

BibL.: H. Leclercq, Genèse, in DACL, VI, 1, coll. 909-39. Emilio Lavasanino
GENESI (PICCOLA), APOCRITO: v. GIUBILEI, LibBo dei.

GENESIE (Tà yevèzıe). - Commemorazione funeraria, che si compiva in Atene nell'anniversario della nascita (non della morte) di un defunto, specialmente del capo della famiglia (Erodoto, IV, 26; Iseo, II, 46).

Come festa pubblica cadeva il 5 Boodremione (sett.otl.) a ricordo dei morti delle varie famiglie; il rituale consisteva come nella g. private in offerte, sui sepolcri, di bende, corone e cibi di genere funerario. Non vi mancava un sacrificio a l'li la Terra madre che riceve i morti (Esichio, Lex., s. v.). Anche in altre città nell'Argolide e della Boezia si celebrava sotto il nome di Tà vēvóotx (da véxıc = morto =), un'analoga commemorazione. Non è provato che le Nemesie (Tà Nqıéotıc) siano da identificarsi con le g. essendo quelle piuttosto destinate a placare la vendetta (véxecıc) dei morti irritati per la dimenticanza dei vini a loro riguardo. La grande festa di tutti i morti della città cadeva in Atene il terzo giorno delle Antesterie (v.).

BibL.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen im Altertuso, Lipsia 1898, pp. 172-75; E. Rohde, Peiche, I, trad. it. Bari 1914, pp. 237-39; P. Stengel, Die griechischen Kultusaltatōner, Monaco 1906, p. 227; L. Deubner, Attische Feste, Berlino-Lipsia 1932, v. indice.

Nicola Turchi
GENESIO, santo, martire. - Protettore degli artisti di teatro. Le fonti agiografiche e martirologiche segnalano due martiri di questo nome : uno ad Arles (festa il 25 ag.); l'altro a Roma (festa il 24 o anche il 25 ag.), venerato sulla Via Tiburstna, presso il cimitero di S. Ippolito, come si ricava dagli Itinerari, cioè dalla Notitia ecclesiarum e dal De locis, dove esisteva una chiesuola restaurata da Gregorio III (731-41: Lib. Pont., I, p. 419).

Si crede comunemente oggi che si tratti di un solo personaggio storico, cioè del martire arlesiano, che ebbe culto anche a Roma e in Italia, come nelle Gallie e in

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Genesio, santo, martire - Coperchio di sarcofago con testa raffigurante, a quinto pare, s. G. di Arles (sec. IV) - Arles, Museo.

Spagna; la professione di mimo e la spettacolosa conversione del G. romano appartengono più alla leggenda che alla storia. Giova però ricordare che siffatto racconto, posto del Delehaye (Les légendes hagiographiques, 3² ed., Bruxelles 1927, pp. 113-14) ha i romanzi immaginari, è anteriore al sec. vi, poiché il Calendario di Cartagine (inizio sec. vi) contiene al 24 ag. questa singolare notizia : - Sancti Genesi mimi -. Secondo la ricordata leggenda la conversione di G. sarebbe avvenuta mentre parodiava sulla scena del teatro le cerimonie del S. Battesimo. Diocleziano l'avrebbe fatto crudelmente torturare e decapitare il 23. ag. Simili racconti si leggono per i primi convertiti: Gelasio di Eliopoli (27 febbr.), Ardaliano (14 apr.) e Porfirio ( 15 sett.).

Per s. G. d'Arles si è meglio informati : la sua breve Passio, scritta ai primi del sec. v da un Paolino che potrebbe essere anche il vescovo di Nola, è un documento fedelugno pur con qualche abbellimento (S. Cavallin attribuisce la Passio al sec. vi e il Sermo n. 3306 della BHL a s. Ilario d'Arles, 429-49, per ora tali datazioni sono ipotetiche). G. stenografo, allo scoppio di una persecuzione, non meglio determinata, getta ai piedi del giudice le tavolette cerate e fugge. Ancora catecumeno, sperava di ottenere il Battesimo, ma sorpreso vicino al Rodano dai poliziotti, per salvarsi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto la sponda opposta; catturato immediatamente è passato per le armi sul posto. Ad Arles sul luogo della sepoltura sorse una basilica meta di pellegrinaggi (vi era anche una cappella sulla riva destra del Rodano, luogo del martirio; il Martirologio geronimiano ricorda al 16 dic. la dedicazione in Arles di una basilica e di un altare a s. G.), e il suo culto ebbe presto larga diffusione. Prudenzio (Peristeplumou, IV, 35) e Venanzio Fortunato (Corm., VIII, 3, 157) lo cantano con entusiasmo. Pare si debba ravvisare la tacia di G. in alcuni sarcofagi (cf. Wippert, Sarcofagi, I, pp. 46, 77 e tavv. 37,5 ; 39,2 ; 55,3 ; 140,4 e 5 ).

Bibl.: Acta SS. Augusti, V, Anversa 1730, pp. 119-23 (G. Mimo), 113-16 (G. di Arles); BHL, nn. 3304-10 (G. di Arles), 3315-26 (G. Mimo); Martyr. Hieronymionum, pp. 463, 464-65. 690: Martyr. Romanum, p. 309; B. von der Lage, Studien zur Genetise legenda. Berlino 1898 (nega la storicita del martire romano); H. Quentin, Les Martyrologes historiques du moyen dge, Parigi 1908, pp. 172, 223-41; C. Van de Vorst, Das passion inidite de s. Porphyre le Mime, in Analecta Bolland., 29 (1910), pp. 258-62; H. Leclercq, Arles, in DÁCL., I, II (1907), col. 2909 e Genés (le Cenonidion), ibid., VI, I (1924), coll. 903-909; O. Marucchi, Le satanende romane, Roma [1933], p. 370; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs, 2 ed., Bruxelles 1933, pp. 348340; P. Franchi de' Cavalieri, S. G. di Arelate, s. Perceulo di Vienna, s. Giudizno di Brivas, in Note agnografiche, 8 (Studi e Testi, 65), Città del Vaticano 1935, pp. 203-10; F. Benoit, Les cinetieres suburbains d'Arles (Studi di antichita cristione, 11), Città del Vaticano 1935; R. Vabralini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 80, 113; S. Cavallin, Saint Genès le notaire, in Eranos Liderotianus, 43 (Uppsala 1945), pp. 150-75; cf. F. Halkin, in Anal. Bolland., 65 (1947), p. 282.
A. Pietro Frutas

GENETICA. - La g. si definisce come la scienza dell'ereditarietà, ossia la dottrina dei fenomeni concernenti la ricomparsa dello stesso carattere in gene-
razioni successive di un organismo vivente, non indotto direttamente da cause esterne. Pertanto la g. non comprende lo studio dei caratteri indotti dal permanere dei fattori ambientali (nutrizione, luce, umidità, parassitismo ecc.), i quali pure si ripetono nel susseguirsi delle generazioni. Questa distinzione fondamentale acquista una speciale importanza nello studio dei caratteri patologici, che vengono considerati ereditari solo quando la causa del carattere non sia imputabile ai fattori esterni ricordati: ad es., non viene considerata ereditaria la sifilide ma congenita, perché dovuta al contagio trasmesso durante la vita fetale.

La g. ha come primo obbiertivo la conoscenza del substrato materiale, determinante i caratteri ereditari, i quali vengono cosi concepiti come il risultato di un'azione che muove dall'interno dell'organismo stesso. Questo substrato materiale prende genericamente il nome di patrimonio ereditario o genotipo: è dimostrato che esso si ripete, più o meno uguale, in tutte le cellule dell'organismo, e risiede precipuamente nel nucleo. Il patrimonio ereditario nucleare costituisce il genoma, a sua volta composto di gran numero di unità corpuscolari, detto geni (v.), allineate nei cromosomi.

La g. si formò attorno alle leggi della ereditarietà degli incroci, scoperte da G. Mendel nel 1865. Esse possono essere sinteticamente esposte nel modo seguente.

I legge: se si prendono due individui differenti per un carattere (ad es., piselli con seme verde-piselli con seme giallo) provenienti da ceppi costituiti da individui uguali (ceppo con semi verdi-ceppo con semi gialli), si ottiene una generazione tutta uguale con uno solo dei due caratteri (nel nostro caso seme giallo).

II legge: se si incrociano fra loro due individui con seme giallo, ma figli di seme giallo e seme verde (cioè due fratelli della generazione di cui alla I legge) si ottiene una discendenza mista con 1 / 1 di semi verdi, e 2 / 1 di semi gialli. I genitori di questa generazione sono detti ibridi o eterocigoti, mentre quelli della generazione precendente (I legge) sono detti puri o omozigoti.

III legge: se si incrociano individui differenti per più caratteri (ad es., due caratteri del seme, giallo e verde; due del fusto, alto e basso, ecc.) ciascuno si eredita indipendentemente dall'altro secondo le prime due leggi. Le tre leggi di Mendel rimasero ignorate fino al 1900, allorché De Vries, Tschermack e Correna le riscopersero riconfermandole su svariato materiale botanico. Da allora le leggi di Mendel sono diventate il fondamento su cui si è edificata la g., cosi che non si può distinguere lo studio dei fenomeni ereditari detti mendeliani, e cioè che seguono le leggi di Mendel, dallo sviluppo della g. stessa. Soltanto furono apportati ad esse alcuni completamenti. Cosi oggi è documentato che la dominanza e la recent-

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vita (I legge) sono spesso sostituiti da ereditarieta intermediá (fiori ross, da fiori rossi times fiori bianchi). Inoltre la III legge ha oggi un valore assai limitato, pur non avendo perduto di importanza. Quando essa si verifica, vuol dire che i caratteri considerati sono dovuti a geni collocati in cromosomi diversi (v. cROMOSOMA). Quando la III legge non si verifica, vuol dire che essi stanno nello stesso cromosoma (geni associati). Da questa constatazione parte la determinazione della topografia dei geni nei cromosomi. Essa si basa sul fatto che, durante la maturazione delle cellule sessuali o gameti, la serie di geni contenuta in un cromosoma si comporta come un allineamento che spesso scambia parte dei propri elementi con quelli di un altro, detto omologo. Ad es., se in un cromosoma sono contenuti i geni per "seme giallo" e "seme rugoso", nel suo omologo stanno quelli per "seme verde" e "seme liscio". Durante la maturazione dei gameti ricostituiscono le associazioni scambiate: "seme verde" con "seme rugoso" e "seme giallo" con "seme liscio ". Quanto più frequente è lo scambio (o crossing-over), tanto maggiore è la distanza fra i geni stessi nel cromosoma.

Si è potuto dimostrare che i geni che più frequentemente si scambiano sono più lontani fra loro, mentre quelli che si ereditano più frequentemente associati sono più vicini. Su questa constatazione si è potuta costruire la cosiddetta "mappa", cioè la rappresentazione grafica delle collocazioni relative fra i geni. Da queste si ricava una idea abbastanza approssimata della struttura del genoma, che risulta composto da gran numero (centinaia o addirittura migliaia) di geni, allineati ma probabilmente non equidistanti, ciascuno agente su un momento della formazione di uno o più organi. Queste mappe sono note per diverse specie di drosofila, in modo meno completo per il topo, il coniglio, il pollo, fra gli animali; per il maia, il convolvolo, il pisello odoroso, la bocca di leone ecc. fra le piante. Ricerche molto recenti cominciano già ad orientarci negli organismi inferiori quali ficomiceti, saccaromiceti e bacteri. Molto utili furono i controlli delle mappe mediante lo studio di aberrazioni strutturali dei cromosomi. Si poté in tal modo avere anche un'idea (per la verità ancora molto imprecisa) sull'ordine di grandezza delle distanze reali e delle dimensioni dei geni. Oggi si ritiene che l'unità di misura di tali distanze sia il decimallesimo di mm. La struttura del gene, come entità isolata, è tuttavia oggetto di un altro indirizzo della g., la radiogenetica, fiorito soprattutto per merito di H. Muller e di N. W. Timoféeff - Ressowsky, mediante la determinazione della frequenza con cui i geni mutano (v. MUTAZIONE) in seguito al bombardamento con particelle ionizzanti (p. es., raggi X), con luce ultravioletta od altri agenti fisici. I risultati di queste ricerche condussero ad elaborare un modello strutturale del gene, concepito come una ma-
cromolecola, o un piccolo gruppo di macromolecole proteiche.

I rapporti fra genotipo e manifestazione dei caratteri sono oggetto di una branca particolare, che prende il nome di fenogenetica. Essa si vale di metodi desunti dalla embriologia sperimentale e dalla biochimica, od ha stabilito già alcuni tratti delle leggi che governano le azioni estrinsecate dai geni.

Si ritiene che ogni gene, in un momento tipico dello sviluppo, controlli un momento dello sviluppo di un dato organo: in alcuni casi meglio studiati (drosofila e alcune farfalle) si è dimostrato che il controllo sullo sviluppo è svolto da alcuni geni almeno mediante la produzione di sostanze stimolatrici simili ad ormoni (specialmente nella produzione dei pigmenti che colorano gli occhi delle drosofila).

Un problema che un tempo veniva considerato a sé, ma oggi si preferisce vedere come un complesso di estrinsecazione di caratteri, di cui si può studiare tanto la determinazione genetipica quanto la fenogenetica, è quello del sesso.

Lo studio comparato dei patrimoni ereditari, sia nella loro struttura genica, sia nel loro involucro microscopicamente visibile o assetto cromosomico (citogenetica) ha fornito le basi per una teoria genetica della origine delle specie e della evoluzione.

Posto che le specie si possono considerare connesse da rapporti di derivazione, è ovvio che la derivazione debba intendersi come un complesso di trasformazione dei caratteri ereditari. Per opera di ricerche teoriche di carattere matematico e- più recentemente - di ricerche sperimentali su materiale adatto (non solo le drosofile, ma altresi piante di diversi generi) si è potuto prospettare che gli elementi principali che hanno retto e reggono la trasformazione delle specie sono le mutazioni e la selezione. Oggi si conoscono alcuni casi molto chiari di forme di passaggio fra specie, o di specie insorte per fenomeni genetici noti (alcune drosofile, genere galaeopiti fra le piante, ecc.). Se però in generale v'è accordo fra gli specialisti nel ritenere che le varietà in cui le specie si differenziano gradualmente siano i germi di nuove specie, e se i fenomeni genetici noti rappresentano un forte appoggio alla teoria della evoluzione, è tuttora discussa la possibilità di spiegare in termini genetici, coi fenomeni attualmente noti, tutta l'evoluzione degli organismi.

Bist.: G. Mandel, Versuche über Pflanzhobriden (Verbedlungen der Naturforsch. Verein, 41, Brünn 1864; E. W. SinnottL. C. Dunn, Principles of genetics, Nuove York e Londra 1939; C. H. Waddington, Introduction to modern genetics, Cambridge 1939; O. Montalenti, Elementi di g., Bologna 1939; C. Jussi, Introduzione allo studio della g., Milano 1944.

Claudio Barigozzi

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manuali religiosi cattolici del vescovo Giovanni IV Kicvel e dei gesuiti Th. Busilus, J. A. Weltherus, W. Buccius (fino a noi è pervenuta la sola Agenda Parea del 162a) e protestanti dei sece. xvI-xvII; seguono manuali religiosi e pratici dei protestanti (Nuovo Testamento 1715 , Bibbia 1739). Il folklore estone che ha assimilato molti elementi germanici è ricchissimo ed è stato raccolto dopo l'impulso dato da J. Hurt alla fine del sec. xix. La lingua della classe colta rimane a lungo il tedesco; solo dopo il 1830 appaiono vere opere letteraria estoni.

Dopo libri di ispirazione pictistica (specialmente degli Herrahuter) all'inizio del sec. xvili nasce, sotto l'influsso dell'illuminismo, la letteratura laica popolare. Diede una caratteristica impronta alla cultura nascente una corrente romantica di colorito storico (divenuta col tempo sempre più nazionale). Sullo sfondo della Società erudita estone (fondata nel 1838), F. R. Kreutzevald creò il Kaleviporg (1861) epopea imitante la poesia popolare. Questa opera influenzò molto il risveglio nazionale e tutta emunta la letteratura risorgimentale, culminante nella lirica potrionica di Ledia Koudula. Alla fine del secolo si diciassero i - lirici puri - Julian Lviv od Anna Herva, mentre nella prosa si affermava il realismo di E. Wilde, E. Peterson-Särgava, A. Kitzberg. Attorno ai 1901 i lirici G. Suits e V. Ridaia ed il novellista e critico F. Tu-
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(da E. Miglieriel, Le città dell'E., in Le vie d'Italia, giugno 1818, p. 680)
Estonia - Municipio di Tallinn. Costruzione gotica del sec. xiv.
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giugno 1818, p. 680)
Estonia - Chiesa di S. Olav di Tallinn (sec. XIII).
glas. corifei del movimento letterario-culturale Noor Eesti (Giovane Estonia), nonché il poeta K. Emm impostarono la cultura estone sul piano della cultura europea, con un distacco deciso da orientamenti contenutistici. Dopo il 1917 nuovi indirizzi vengono affermati dai lirici M. Under e H. Vianapuu, dallo scrittore A. Gailit e da altri facenti capo al dinamico movimento Siuru.

L'indipendenza conseguita nel 1918 crea condizioni favorevoli allo sviluppo di una cultura nazionale. Dopo un periodo di dominio di una lirica influenzata dall'Occidente, prevalse il realismo ed il naturalismo di A. Kivikas, H. Raudsepp, O. Luts, A. Jakobson, M. Metsanurk e del notevole A. H. Tammssare; i due ultimi trattano spesso soggetti religiosi. Altri presatori degni di nota sono K. A. Hindrey, K. Ristikivi, A. Mäik e la scxiterice fannico-estone Aino Kallas. Si citano inoltre, fra i poeti, B. Alber, A. Talvik, B. Kangro.

L'arte figurativa e la musica estoni nel senso proprio ebbero inizio con il risveglio nazionale del sec. xix e sono rappresentate dai pittori J. Köler, A. Leip-man-Lalkmaa, P. Burman, K. Raud, N. Triik, K. Mägi, A. Wabbe, E. Ole, E. Witralt, dagli scultori A. L. Weisenberg, A. Adamson, J. Koort, V. Melnik-Mellik, F. Sannamees, A. Starkopf-Rea e dai compositori A. Kapp, R. Tobias, M. Saar, J. Aavik, C. Kreek, H. Eller, E. Aav, E. Tubin.

Con l'annessione all'U.R.S.S. la vita culturale dell'E. è stata sottoposta all'ideologia marxista, mentre numerosi intellettuali continuano nell'emigrazione le tradizioni culturali dell'E. libera. In E. numerosi intellettuali sono stati deportati.

Bibl.: F. J. Wiedemann, Grammatik der estnischen Sprache, Pietenburga 1873; Eesti Kirjandus (rivista filologico-zoetica), Tartu 1906 sgg.; G. Suits. Die estnische Literatur, in Die Kultur der Gegenwart I. IX. Berlino-Lipsia 1908; Looming (rivista letteraria), Tartu 1923 sgg.; G. Loortis, Estnische Volksdichtung und Mythologie, ivi 1932; A. Saxreste, Die estnische Sprache, iv1 1932; E. Arm, Geschichte der estnischen Musik, I, ivi 1933; R. Faria, L'art estonien, ivi 1935; M. Kampman, Eesti kirjandusloo penjooned (s Lineamenti della letteratura estone ) a voll., 4² ed., ivi 1933-38; L. Salvini, Sommario di storia letteraria dell'E., Roma 1940; O. Suits. Estnisk Litteratur, in Europos litteraturhistoria 1918-39, redatto da A. Lundkvist, Stoccolma 1946; E. Howard Harris, Literature in E., 2² ed., Londra 1947; id., Estonian literature in Exile, ivi 1949. Storia culturale : Verhandlungen der Gelehrten Estnischen Gesellschaft. Dorpat 1840 sgg.; I. Menninen, Die Suchkultur Estlands, 2 voll., Tartu 1932; R. v. Engelhardt, Die deutsche Universität Dorpat in ihrer geistesgeschichtlichen Bedeutung, Monaco 1933; Acta 88 Commentationes Universitatis Turturatis, 1931-40.

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ESTORSIONE. - E cosi denominato, nel diritto penale moderno, il delitto di chi, mediante violenza a minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettore qualche cosa, procura a so o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.

Si distingue dalla rapina, nella quale la violenza o la minaccia sono usate come mezzo per impossessarsi della cosa altrui sottraendela a chi la detiene; ossia nella rapina è il colpevole che sottrae la cosa, nell' e., quando in essa si ha passaggio della cosa dalla vittima al colpevole, è la vittima che in consegno al colpevole (almeno questo