. XI al Concilio di Trento. L'affermazione della "presenza reale" contro Berengario di Tours inizia una nuova fase per la pietà eucaristica. Le leggi sinodali infittiscono, con speciale riguardo a una maggiore sicurezza nella custodia, e un più degno onore da rendersi all'E. La ragione principale resta sempre la Comunione agli infermi (Decretum Gratiami c. 93 d. 2, de cons.). La frequenza invece dei fedeli alla Comunione non doveva essere eccessiva, se il Concilio Lateranense IV (1215) prescrive la Comunione annuale. La custodia è resa più semplice dal fatto che, proprio in questo secolo, inizia l'uso della Comunione sotto la sola specie del pane. La prima devozione ufficiale all'E., fuori della S. Messa, è la processione del Corpus Domini, estesa da Urbano IV " tutta la Chiesa nel 1264.
Unico esempio della custodia presso privati è quello di s. Luigi IX re di Francia. Nei viaggi sono solo i Papi che portano seco l'E. per rendere più adenne il loro corteo. La custodia permanente è obbligatoria in tutte le chiese che hanno cura di anime : quindi specialmente le cattedrali e le parrocchiali (Concilio Lateranense IV). Era persuasione troppo comune perché quest'obbligo avesse bisogno di legge. Nelle chiese dei regolari, all'inizio di questo periodo, la custodia si può dire quasi comune, e ciò non per concessione speciale della S. Sede, ma come consuetudine, data la grande libertà concessa ai monasteri.
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Del sec. xr la sede dell'E. si trasferisce nello stesso luogo di devozione: percio s sacrario vuole dire sia la sacrestia, sia l'armadio murale, sia lo stesso tabernacolo.
Ecco: principali sistemi di custodia dopo il rono.1) Lo turrestia. Molto in uso specie a Milano. Un Sinodo di Ravenna del 131: lascia libera la scelto tra la sacrestia e la chiesa. 6) La colossina eucaristica. Di modeste proporzioni, portava la pisside nella cavita del dorso; veniva fissata ad un piatto e sospesa al cielo del ciborio. Molto diffusa in Francia e in Inghilterra, specialmente quando
fisci l'industrio del vetro di Limoges. c) L'arnadio murale. E riso il sistema più diffuso in Italia e Germania, perché il più pratico e più sicuro. Di solito è scarato nel muro presso l'altare maggiore, in cereo Ecomgelii, o nel coro, munito di portuime e serratura: dentro si vestra posta la pisside con l'E. Degni di nota sono il proprietoriano e le edicole del Sacramenta. Il primo è un cofiaretto mobile e di esigui proporzioni, dentro il quale sta la pisside. La sua diffusione è ristretta ad alcune città d'Italia e di Francia. Le edicole del Sacramento furono una specialita quasi esclusiva delle chiese del Nord-Europa, dalla fine del sec. xir alla metà del xrin. Sono a forma di torre (spesso traito grandi. d) Tabernacolo (v.). In questo periodo si hanno i primi senativi di associare il tabernacolo all'altare, ma senza alcun seguito, anche perché l'altare ha conservato finora la forma apostolica di mensa. Un primo esemplare in Italia lo abbiamo nel sec. xiv a Venezia, nel dossale di S. Tarasio in S. Zocciria. L'ultima fase storica del tabernacolo ha inizio a metà del sec. xxi, quando, per opera soprattutto di Giovan Matteo Giberti, vescovo di Verona (1524-43), cominciò a collocarsi sulla mensa dell'altare.
La pisside era obbligatoria; però al trove anche l'uso di una borsa di seta, ad es., a Sillaburgo nel 1220. La rinnovazione delle ostie era fatta ogni sette giorni, oppure ogni quindici; presso i Greci ogni anno. Le ostie avanzate sono consumate dai sacerdoti; in Francia si continua a darle ai fanciulli, in Inghilterra agli adulti. Per comodità, insieme all'E., erano custoditi gli Olii Santi, le religuie, l'incenso e tutto ciò che serviva per gli infermi. La custodia era affidata al prete. Nel sec. xi si usano lampade e candele tra il Giovedi e il Venerdi della Settimana Santa. Nel secolo seguente a'è qualche accenno più esplicito alla lampada; nel sec. xili gli esempi aumentano. Si noti che la prima idea della lampada fu si trova nel Sinodo nestoriano di Seleucia del 904, però non sappiamo quale sia l'influsso esercitato nella Chiesa romana.
Nei primi secoli del medioevo non si parla di lampada, come non si parla di visite al S.mo o altre devozioni eucaristiche, perché tutto è centralizzato nella Messa come sacrificio, di cui Cristo è Sacerdote. Solo nel sec. xil, affievolendosi questo senso oggettivo del sacrificio salsestra quello soggettivo della devozione a Cristo eucaristico e crocifisso, indipendentemente della Messa.
3. Terzo periodo: dal Concilio di Trento al CIC. Sotto l'impulso delle negazioni dei protestanti la pietà eucaristica assume nuove manifestazioni. Le definizioni e le leggi del Concilio di Trento e l'edizione posteriore dei libri liturgici codificano e fissano parecchi usi eucaristici. Il viatico resta sempre la ragione fondamentale per la custodia, mentre la Comunione dei fedeli è ritenuta dai canonisti come ragione subordinata. La prima testimonianza chiara della Comunione ai fedeli, anche extra Aliriam, l'abbiamo nel Concilio milanese del 1379. Essa viene fissata nel Rituale Romano del 1614. Il lungo lavoro dei secoli intorno all'E. ritenuta prima come "cosa", a come tale trattaca, sfocia nel Tridentino che, definendo il "culto di latria", accestra l'attenzione sulla "persona" di Cristo. Non che prima questa idea non ci fosse, ma essa viene maggiormente rafforzata. Si diffonde l'uso delle esposizioni, processioni, visite, le Quarant'ore, l'adorazione perpetua.
Una novità di questo periodo è che le chiese parrocchiali devono custodire sempre l'E. (Sinodo di Treviri, 1678). La custodia presso case private è frequente tra i Greci specialmente monaci. In Occidente invece quest'uso incontra una forte reazione. Le chiese parrocchiali hanno sempre l'abbligo delle custodie, ma le cattedrali, che non sempre sono parrocchiali, dipendono dal vescovo. Nelle loro chiese i religiosi seguono la norma delle parrocchie, riguardo i religiosi interni. Alle monache invece il Concilio di Trento (sess. XXV, cap. 10) proibisce la custodia dentro la clausura. Per i conventi maschili non c'era una proibizione cosi espressa. Le congregazioni religiose moderne hanno dalla S. Sede diverse facoltà in proposito, tanto che alla fine del secolo scorso la custodia presso di loro si poteva dire consuetudine generale.
Per trovare una legge che ordini la custodia sull'altare si deve, come a'è detto, risalire a Giovan Matteo Giberti, vescovo di Verona (1524-43); però ancora nel 1373 Gregorio XIII dichiara (Bull. Rom., VIII) che è difficile fissare un lungo unico. La prima prescrizione di custodia in altari è del Rituale Romano dei Sacramenti, edito nel
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1584. L'altare preferito per la custodia, fino al sec. xv, è quello detto maggiore. Pensando poi a qualche irriverenza durante le sante funzioni, si incominciò a trasportare altrove l'E. Anzi nelle cattedrali il tabernacolo si pose in altro altare (Coerimoniate Episcoporum, I. II, cap. 29). Qualche sinodo ammette una duplice custodia nella stessa chiesa, specialmente nel case che il tabernacolo principale sia scomodo. Il tabernacolo è ormai generale. E s. Carlo Borromeo che inizia l'uso del conopco. Il Rituale Romano del 1814 abali l'uso di mettere nel tabernacolo religuie. Gli santi, e tutto il resto. La diligenza massima è richiesta nella custodia dell'E., che è quasi esclusivamente affidato ai sacerdoti. La rinnovazione è frequente. L'obbligo della lampada si esconde sempre più : dalla metà del sec. xvi diventa di uso comune, almeno di giorno.
4. Quarto periodo: Diritto vigente - CIC 1263-73. - E la prima legislazione sistematica, anche se non completa, della Chiesa, per quanto speto alla custodia dell'E. Non è più solo per il viatico che essa esiste, ma per la Comunione dei fedeli e per l'esposizione. Questo specialmente dopo il decreto di Pio X sulla Comunione frequente. Recentemente tutta la materia è stata riordinata nell' Instructio della S. Congr. dei Sacramenti del 26 maggio 1938 (AAS, 30 [1938] pp. 198-207) compilatata dall'altro del 15 sett. 1943 (AAS, 35 [1943] pp. 282-83).
Resta proibita qualsiasi custodia fuori della chiesa, sia in casa di laici, come di religiosi. Solo l'Ordinario, per gravi ragioni, può permettere che di notte l'E. sia trasportata in un altro luogo, che deve essere decente e più sicuro del consueto. Questo vale specialmente per le terre di missione tra gli eretici ed infedeli. Nessuno può portare con sé l'E. durante il viaggio. Tutte le chiese, che hanno cura d'anime sono obbligate alla custodia del l'E. Anche le cattedrali hanno tale obbligo, come le chiese annesse a case religiose sia maschili che femminili. Se non sono esenti dalla giurisdizione del vescovo è necessario il suo permesso.
L'E. deve essere conservata in chiesa, e abitualmente in un altare soltanto, posto "in loco praecellentissimo ac nobilissimo" (can. 1268, 2). Di solito sarà quindi l'altare maggiore, fatta eccezione per le chiese cattedrali, collegate e conventuali. Questo altare deve essere bello e ornato in modo da risvegliare la pietà dei fedeli. Le prescrizioni per il tabernacolo sono cosi fissate: "La S.ma E. deve essere custodita nel tabernacolo, inamovibile, posto nel mezzo dell'altare. Deve essere ben costruita, solido, ben chiuso, ornato secondo la leggi liturgiche, e libero da ogni altra cosa" (can. 1269). E richiesta grande diligenza nella custodia, per evitare profanazioni. La chiave del tabernacolo dev'essere custodita da chi ha la responsabilità della chiesa. Le ostie consacrate devono essere conservate sempre dentro una pisside, di materia solida e conveniente, linda, ben chiusa, coperta con un velo di seta possibilmente ornato. Le ostie devono essere recanti e rinnovate frequentemente, evitando ogni pericolo di corruzione. "Presso il tabernacolo, nel quale si conserva il S.mo, arda giorno e notte almeno una lampada, alimentata con olio di oliva o cera di api" (can. 1271). La lampada è segno della fede nella presenza di Gesù Cristo; arde in suo onore, e dice ai fedeli che Egli solo è la luce che illumina.
Bibl.: R. S. Bour, Eucharistie, in DThC, V. 1203 sge.: F. X. Raible, Der Tabernabel einst und jetzt, Friburgo in Br. 1908: 1. Braue, Der christliche Altar, II, Monaco 1924, p. 274 sge.: L. Eisenhofer, Compendio di liturgia, trad. it., Torino-Roma 1940. pp. 61-62; L. Köster, De custodia SS. Eucharistiae, Roma 1940, con ricchissima bibliografia di fonti ed autori. Sergio Contran
D. - L'E. nell'archeologia e nell'arte
J. Nei monumenti cristiani antichi. - Sull'impiego dell'E. come soggetto di rappresentazioni figurate nell'arte paleocristiana sussistono tuttora dissensi tra gli interpreti, dovuti soprattutto ad una comprensione incompleta della natura intima dello stesso linguaggio figurato in esse adoperato. Può dirsi che l'E. sia stata realmente "rappresentata", sia come
Sacramento, sia come sacrificio, nelle pitture cimiteriali, nella scultura dei sarcofagi o nelle arti minori; ovvero, il senso eucaristico attribuito a certe rappresentazioni è da escludersi recisamente come dovuto ad interpretazioni troppo soggettive? La risposta sembra essere che l'arte primitiva, piuttosto che rappresentarla nella sua realtà o "ritraria", richiamà invece l'E. di continuo in mente, come σ \dot{ε} ρ α χ α ς vè; ε bavaelas, procedendo per semplici allusioni di natura tipologica o semplicemente simbolica che per i cristiani erano immediatamente intelligibili e piene di senso mistico. Cioè, per esprimere il concetto eucaristico, l'arte cristiana fa una scelta di elementi reali desunti dal Vangelo o dai riti della Chiesa, ma nel redigere le sue frasi figurative, li combina tra loro in un insieme non più realistico, ma semplicemente evocativo. Proprio la varicta di tali combinazioni, unitamente al senso preciso di certi elementi di composizione, permette di ritrovare sotto la forma apparentemente descritiva o narrativa la trama delle speculazioni eucaristiche.
Punto di partenza per queste creazioni dell'arte cristiana antica sono stati: la storica parola di Gesù: "Io sono il pane della vita" (Jo. 6, 18); il miracolo della moltiplicazione dei pani nel deserto; le due specie eucaristiche. Inoltre con il rito del Bateximo in aqua et in Spiritu Sancto " l'E. facera parte dell'iniziazione cristiana, e per la stesordinaria importanza di quest'ultima nella vita di ogni cristiano i due Sacramenti furono cosi spesso evocati, anche sulle tombe.
In linea di massima, l'arte ricorse a tre tipi di rappresentazioni eucaristiche. Il primo gruppo è costituito da scene raccorciate, tra cui primaggano i pesci cosiddetti eucaristici della regione detta di Lucina, nel cimitero di S. Callisto, riuniti con cesti contenenti pane e vino; vi si aggiungono: il tripode con pane e pesce tra sette panieri; i cesti della moltiplicazione dei pani e le anfore del miracolo di Carce riuniti in due gruppi; pani e pesci riuniti, ecc. Il secondo tipo ritrae Cristo mentre opera i miracoli della moltiplicazione dei pani e del cambiamento dell'acqua in vino nelle nozze di Cana; spesso i due miracoli fanno da riscontro tra loro ai due lati di un orante, come per sottolineare gli effetti della E. nell'altra vita. Infine, il banchetto ( v. ) dai sette adagiati intorno alle tribadian, che nella cosiddetta frastia panis del cimitero di Priscilla trova il suo più bel rappresentante, per la continua presenza dei cesti di pane desunti dal miracolo nel deserto e per i contesti figurati in cui figurano preso come evocazione dell'agupe eucaristica. Un posto speciale occupano due composizioni: quella di S. Callisto in cui un personaggio in abito di filosofo benedice il pane posato su un tripode, con l'aggiunto di un'orante, e quello del cimitero di Domitilla (ora nel Museo di Catania) in cui il Cristo che parla dell'acqua viva con la Samarjana, regge cinque pani nel grembo del palio.
L'Ultima Cena, ricordante l'istituzione dell'E., appare per la prima volta nel musaico di S. Apollinare Nuove e Ravenna e nella miniatura del codice purpureo di Rossano, che vi aggiunge pure la Comunione degli Apostoli. Questa nuova forma storica sostituirà la precedente nell'avvenire dell'arte cristiana.
Bibl.: G. Wilpert, Frastia Panis, Friburgo in Br. 1695: F. J. Dölger, IXSVC, 3 voll., Münster in West. 1928-40; L. De Bruyne, L'imposition des mains dans l'art paléochrétien, in Rist. tia di archeol. visit., 20 (1943), pp. 182-272; Luciano De Bruyne
II. Nell'arte. - Anche nell'arte medievale e moderna è necessario distinguere le figure della E. quali si deducono dal Vecchio Testamento da quelle riferentisi alla promessa della E. (Jo. 6, 26-52) ed alla sua istituzione.
Per quanto si riferisce alle figure del Vecchio Testamento è da osservare che i temi svolti dall'arte paleocristiana continuano ad apparire nel secc. v e vi nello splendore dei musaici delle chiese. La manna, il sacri-
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ficis di Abele, l'offerta di Mulchisedech, l'agnello pasquale cce, sono frequentemente rappresentati. Cosi in S. Maria Maggiore a Roma ove è un chiaro parallelismo tra i sacrifici del Vecchio Testamento e la istituzione della E., cosi in quelli di S. Vitale e di S. Apollinare Nuovo a Ravenna. L'aria cristiana successiva non modificò nè arricchì di molto quei temi iconografici, cosi nelle miniature dell'epoca carolingia, come, ad es., nel Sacramentario di Progone (Bild. Naz. di Parigi, ms. lor. 9428), ad es., dove la grande T iniziale del Canone della Messa ( T e ipiter) è adorna alle catremità e al centro della barra superiore di tre piccole scene con Abele, Mulchisedech e Abramo. Schemi analoghi appaiono anche in opere di arcficeria, negli smalri che adornano paliotti e cofanetti liturgici simili a quelli del sec. xili che si conservano al Louvre.
Anche nelle chiese dell'Oriente nei secc. xI e xII sono frequenti le rappresentazioni dei due grandi sacrificatori del Vecchio Testamento in pittura o musaici composti sulle pareti in prossimità dell'altare. Rappresentazioni simili sono anche in Occidente nei musaici di Monreale (sec. xit), nei foggi a nelle decorazioni plastiche di chiese romaniche a gotiche, come, ad es., nella cattedrale di Roma, o in pitture quali quelle della vòtta della chiesa abbaziale di St-Savin (sec. xII).
Per le numerose rappresentazioni sia plastiche che pittoriche dei due miracoli evangelici che vengono considerati come prefigurazioni della E., cioè la moltiplicazione dei poni e dei pesci, e il miracolo delle nozze di Cana, c'è da osservare come la tradizione iconografica primitiva venga trasmessa durante tutto il medioevo sopratutto nella cultura artistica bizantina e che rifiorisce in Occidente durante l'età romanica, per acquistare nuova importanza quando, sul finire del medioevo ed all'inizio del Rinascimento, pittori, scultori ed orefici svilupparono quei temi in una serie infinita di opere.
Se questo è possibile affermare per le figurazioni che contengono sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento una chiara affazione alla E. è ora necessario dire di quei fatti narrati nel Nuovo Testamento che con la istituzione della E. hanno una diretta relazione. Essi sono la promessa della E., la sua istituzione e la Comunione degli Apostoli.
Per la promessa, cioè la illustrazione del passo del Vangelo di s. Giovanni (lo. 6, 26-32) allora che Gesù disse alla turba nella sinagoga di Capbarnaum: Ego sum panis vitae ecc. ecc. s non si può dire sia mai stato definito un tipo iconografico preciso. Si tratta di un discorso rivolto ad una folla di persone senza che particolari posti o atteggiamenti lo caratterizzino. Ben diverso quanto è possibile notare a proposito della scena della istituzione della E., allorché il Cristo è seduto a mensi con gli Apostoli con innanzi pane a vino. Le più antiche e frequenti rappresentazioni di quel fatto s'incontrano in documenti di origine orientale e rimontano al sec. vi, quali una pateca argentea oggi nel Fogg Art Museum di Cambridge nel Messschusetto, nonché in miniature dell'Evangelisrio del monaco Rabula e nel codice purpureo di Rossano. A S. Apollinare Nuovo a Ravenna il primo dei musaici con il quale si inizia la rappresentazione della Passione di Nostro Signore rappresenta il Cristo ed undici persone sedute presso una tavola sulla quale sono alcuni pezzi di pane ed in un piatto due pesci. Il Cristo è nell'atto di benedire. Il tema si ripete con poche varianti, quella soprattutto del numero degli Apostoli, fino alle anglie dell'arte romanica, quando assumerà grande sviluppo. Cosi nel sec. xi a S. Angelo in Formia presso Capua ed a S. Urbano alla Caffarella presso Roma, e poi nei secc. xII e xxi nei musaici di Monreale, in quelli del Battistero di Firenze, nelle valve bronzee della porta della cattedrale di Benevento, in una formella del paliotto eburneo di Salerno ecc.
La composizione fino dal sec. xiv rimane chiaramente definita, poi prevale quasi ovunque l'uso di raffigurare il Cristo con s. Giovanni chinato sul suo patto. Cosi in un gruppo notevole di composizioni trecentesche quali quelle di Giotto nella cappella dell'Arena a Padova, quella di Taddeo Gaddi nel refettorio di S. Croce a Firenze e
quindi, nel sec. xv, quella di Andrea del Cattagno nel refettorio di S. Apollonia pure a Firenze (1457) e le altre del Ghirlandaio nel refettorio di Ognissanti e in quello piccolo di S. Marco, e la serie culmina con la famosa composizione di Leonardo nel refettorio del convento di S. Maria delle Grazie a Milano.
In quanto all'altra narrazione del Vangelo in diretta connessione con la E., cioè la Comunione degli Apostoli, anche qui è da notare come la prima definizione iconografica del tema si debba verosimilmente assegnare all'Oriente ove esso appare già chiaramente in una paterna argentea del Museo di Istambul scoperta a Sidona presso Aleppo, nell'Evangelisrio di Rabula, nel codice di Rossano ove gli Apostoli si approssimano con atto di deferenza al Cristo su di una sola fila, cinque in una scena sei in un'altra. Il tema ebbe largo sviluppo dal sec. IX al xiv nell'arte bizantina, e nei musaici di S. Sofia a Kiev, che rissignos al sec. xi, il Cristo è presso la tavola in piedi : accanto a lui sono due angeli mentre gli Apostoli, sei per parte, s'avvicinano con passo scandito, quasi di densa; cosi in una pittura, pure dal sec. xi, nella cattedrale di Serres in Macedonia, in miniature e smalti e infine nella dalmatica detta di Carlomagno nel Tesoro di S. Pietro a Roma (sec. xili).
Fratlanto in Occidente nelle composizioni di arte carolingia s'incontra anche la immagine del Cristo assiso in trono che tiene l'Ostia nella mano destra. Tale figurazione nei Sacramentari è talvolta accompagnata da quella della Crocifissione a rammentare come la Messa rinnovi il Sacrificio del Calvario.
Tornando ora alla Comunione degli Apostoli si rammenterà come nel sec. xv il tema abbia avuto nell'arte italiana una delle sue più alte manifestazioni in un affresco dell'Angelico nel Convento di S. Marco a Firenze, ove il Cristo, in piedi, s'accosta agli Apostoli presso la tavola e li comunica uno per uno. Il tema, ripreso da Luca Signorelli nel 1512 in una pittura del duomo di Cortona, ebbe largo sviluppo sulla fine del sec. xv1. Si citano a questo proposito la composizione del Baroccio nella chiesa della Minerva a Roma, quella del Ribera nella certosa di S. Martino a Napoli, e quella del Rubena nella Pinacoteca di Bona a Milano nella quale la tavola dell'ultima cena è trasportata in una chiesa. - Vedi tavv. XLIX-L.
Bin., K. Künste, Homograbhe der christlichen Kunst, Friburgo in Br. 1928, pp. 413-24; M. Vieberg, L'Eucharistie dans l'art, a voll., Grenoble-Parigi 1046; Cth. de Boom, Le culte de l'Eucharistie d'après la miniature du moyen âge, in Studio Eucharistico DCC anni a condito festa Sanctissimi Carapati Christi di S. Azzers. Anversa 1946. pp. 326-32; J. Helbig, L'iconographie eucharistique dans le citrail belge, ivi 1947. pp. 369-78.
Emilio Lavagnino
EUCH, Johannes von. - Vescovo, n. da famiglia nobile a Meppen (Hannover) nel 1834 e m. a Copenhagen il 17 ag. 1922. Subito dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1860 , andò in Danimarca e fu nominato prima viceparroco di S. Ansgaro, chiesa principale di Copenhagen, e poi dal 1864 fino al 1883 parroco a Fredericia, l'altra chiesa cattolica di Danimarca. Nel 1884 fu nominato canonico della cattedrale di Osnabrück e subito dopo eletto prefetto apostolico di Danimarca, Islanda e Färöer; nel 1892 vescovo titolare di Anastasiopoli e vicario apostolico di Danimarca; nel 1917 assistente al Soglio Pontificio. Era anche insignito della commenda dell'Ordine equestre di Dannebrog.
Quando giunse in Danimarca vi trovò soltanto due chiese cattoliche con appena circa fedeli. Alla sua morte i cattolici avevano raggiunto il numero di ca. 6000 e in tutte le principali città si trovavano stazioni cattoliche con chiesa o cappella e scuola, con sacerdote residenziale e suore, che per la maggior parte provenivano dalla Germania. Fondò e appoggiò opere missionarie di ogni specie a diede vita a riviste, scuole superiori, unioni fra studenti e giovani, e parecchie associazioni celigiose. Organizzò il primo paliogrinaggio nazionale dopo la cosiddetta riforma. La sua alta cultura gli procurò grande rispetto e simpatia e le esequie tributategli furono un
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EucHesio di Lione - Incipit delle Instrucione ad Salinium Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 253, f. 16 (sisc. 16).
passaggio trionfale per le vie di Copenhagan e nelle stesso tempo costituirono la prima grande manifestazione pubblica dei cattolici.
Giovanni Smit
EUCHERIO di Lione. - N. da cospicua famiglia, ricopri importanti cariche pubbliche, ma verso il 410 rinunziò alla vita secolare e, seguito dalla moglie Galla e dai figli Salonio a Verano, cercò rifugio nel monastero fondato da Onorato nell'isola di Lerico (oggi St-Honorat) nella Francia meridionale, trasferendosi in seguito con la moglie nella vicina isola di Lero (oggi Ste-Marguerite). Nel 434 ca. fu eletto vescovo di Lione, e come tale partecipò al primo Concilio di Orange. Morì tra il 450 e il 455 (cf. Gennadio, De viris ill., 63).
Grande fu l'autorità di cui egli dovette godere, come ci attestano il fatto che Cassiano dedicò a lui e ad Onorato la seconda parte delle sue Collationes, e la corrispondenza scambiata da E. con Sidonio Apollinare, Ilario, Rustico, Paolino di Nola e Salviano. Per Claudiano Mamerto (De statu animae, II, 9), E. fu smagiorum saeculi sui pontificum longe maximus.
La produzione letteraria di E. comprende, oltre a due scritti ascetici (De laude heremi ad Hilarium Livinensem presbyterum epistola; Epistola paracentica ad Valerianam cognatum de contemptu mundi et sacralaris philosophiae), anche due scritti esegetici, abbastanza noti nel medesimo: 1) Formulae spiritualis intelligentiae dedicate al figlio Verano, in cui egli dà numerosi esempi di interpretazione allegorica della Scrittura; 2) Instrucciones, in due libri, dedicati al figlio Salonio a contenenti rispettivamente chiarimenti a passi difficili della Scrittura e spiegazione di nomi greci ed ebraici.
Di un suo estratto dalle Collationes di Cassiano ci restano solo dei frammenti in una versione greca (cf. Gennadio, loc. cit.; Pozio, Biblioth., 197). Ad E. probabilmente si deve una Passio Agamensium martyrum.
Contestato è invece l'attribuzione a lui di altri scontri (alcune boniliae; Commentarii in Genesim a In libros Regum; De sita Hierosolymitanae urbis atque ipsius Iudrae epistola ad Functum presbyterum).
Bibs. Editore: PL 90. 667-1014 a a cura di C. Werke in CSEL 31, 1. Studt: A. Mellier. De vita et scriptis 2. Eecheris, Logdimenis episcopi. Lione 1878 - A. Caudilaud. St. Escher. Lrvius et l'egion de Lyon au Ve siotie, (v) 1881; M. Schumer. Su Hicronymus und Eucharist. in Philologischo Wochenschrift, 47 (1929), pp. 190-92; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident. Parigi 1943, p. 216 ss.
Carmelo Rapisanda
EUCHITI: v. MESsALIANI.
EUGKEN, Rudolf. - Filosofo, n. ad Aurich il 5 genn. 1846. m. a Jena il 6 sett. 1926. Fu nel 1871-74 professore di filosofia a Basilea, poi a Jena.
L'E. è stato uno dei primi che si levarono contro il naturalismo a positivismo del suo tempo. La sua filosofia parte dalla considerazione della vita umana analizzata ed interpretata non con i mezzi della ricerca psicologica, ma secondo une speciale metodo "noologico ", inteso alla comprensione della vita spirituale come origine a mezzo di sviluppo di idee e valori oggettivi ed universali. Nella filosofia della religione l'E. dà a questa concezione fondamenti metafisici meglio definiti.
Dio preso in se a potenza spirituale a personale, assolutamente superiore al mondo. Le sue produzioni ed emanazioni sono di natura antitetica: da una parte egli è l'origine del mondo materiale, in cui lo spirito è presente solamente come razionalità formale, dall'altra egli irradia in questo mondo le forze che possono elevarsi sopra la natura. Il primo grado in questa esessa è rappresentato dalla vita organica, il secondo dalla coscienza soggettiva. Una comunicazione nuova della vita divina rende la soggettività psichica conace di oggettivare la sua attività in produzioni di validita oggettiva ed ideale. Però per rendere possibile il raggiungimento del più alto grado della ascesa verso la spiritualità, il Divino ha dovuto comunicarsi in un'ultima irradiazione che dà allo spirito umano la interiorità vera ed una relazione diretta e personale con Dio. Il cristianesimo o la religione di questa unione perfetta con lo spirito divino; esso rappresenta la religione "carateristica ", superiore alla altre religioni che rimangono nella sfera della vita morale e culturale. Con questo apprezzamento però l'E. congiunge un giudizio assai negativo sulla Chiesa cristiana.
E. ha avuto, per alcuni decenni, un influsso considerevole ed internazionale. Lo E.-Bund, fondato nel 1920, cerca di continuare la sua opera di esortatore a di riformatore della vita culturale.
Opera principali: Gesch. der philosophischen Terminologie (Lipsia 1879); Die Einheit des Geiststiehens in Rommestiain und Tui der Menschheit (ivi 1888); Die Lebensanschaunugen der grossen Denker (ivi 1890, 18* ed. Berlino 1922); Der Wahrheitsgehalt der Religioa (Lipsia 1901, 5* ed. 1912); Hauptprobleme der Religionsphilosophie der Gegenwart (Berlino 1907, 5* ed. 1912); Können wir noch Christen sein? (Lipsia 1911); Mensch und Welt. Eine Philosophie des Lebens (ivi 1918, 2* ed. 1900).
Bibs.: G. Wunderle. Die Religionsphilosophie B. E. 1. Paderborn 1912; E. Hermann, E. and Bergson. Their significance for christian thought. Londra 1912; W. S. Macgowan. The religious philosophy of B. E., (vi 1914) W. Ziegenfuss, PhilosophenLexikon. I. Berlino 1940. pp. 302-303.
Beda Thum
EUCOLOGIO (Eüschlyon). - Come sordetta il nome, è una raccolta di preghiere ecclesiastiche. Questo libro liturgico contiene le orazioni recitate dal sacerdote a dal discano durante gli uffici del Vespro e dell'Ortco (Mastutino e Laudi), il testo delle tre liturgie eccezistiche, i riti dei Sacramenti, dei funerali per le diverse categorie di persone e delle professioni monastiche, le benedizioni e consacrazioni delle persone e delle cose di culto, le formule di benedizioni e di orazioni per i bisogni spirituali e temporali dei fedeli, ecc. G. Gouv le chiama Rituale, Manuale, Sacerdotale Ecclesiae Graecae. E un libro venerando fra tutti per la sua antichità e per la sua importanza.
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(1st. Biblioteca Vaticana)
Eucologico - E. barberiniano - Biblioteca Vaticana, Vat. grec. 366, f. 3^{°} (sec. viII-ix).
I più antichi E. manoscritti sono i seguenti : Codex Graecus Barberinus S. Marci N. 111. 55 (77), ora Vat. grec. 366, dell' viI-IX sec.; Codice del vescovo Porfirio, una volta N. CCXXVI della Biblioteca Imperiale di Pietroburgo del sec. IX-x, che taluni fanno risalire alla fine del sec. viII; Cod. Sin. N. 957 del IX-x sec.; Cod Sin. N. 958 e Cod. Cryptof. I'p'X del sec. x; Cod. Sebastijesso una volta N. 15 (1474) del Museo Rumijantsev (Moscs) del sec. x-xi. A partire dal sec. xi, i manoscritti dell'E. sono più numerosi. Cf. Al. Dmitrievskij, Opinente Stunghireshich vobopisei chranijuchichcijn v' bibliotekach Pravalavango Bostoha, t. II, Eúzyózyva, Kiev 1901; Ant. Rocchi, Codices Cryptentes seu Abbatias Cryptae Ferraiae in Tuscultino, Roma 1884; Pl. de Meester, RitualeBroadizionale Bizantino, Roma 1930, pp. ix-xviI; M. I. Orlov, Liturgbija su. Vasilija Velibogo, Pietroburgo 1909, pp. x-xxII. Le versioni alava sono posteriori (Orlov. op. cit., pp. xxx-xLviI), mentre elementi eucologici s'incontrano in manoscritti georgiani, siriaci a arabi del sec. x-xi. La prima edizioni del testo greco dell'E. sono uscite a Venezia ( 1526 , 1544, 1550, 1553, 1560 presso Cristoforo Zanetti; 1566 presso Andrea Giuliani ccc.). Lo scomanaro Tovillatto corresse le edizioni posteriori e aggiunge alcune orazioni ed in seguito l'E. fu sottoposto a varie revisioni ed emendazioni. La prima edizione dei cattolici fu stampata a Roma nell'a. 1734 per ordine di Benedetto XIV che prima fece riassumere le 82 sezioni della Commissione istituita da Innocenzo X e continuato sotto Urbano VIII e i suoi successori. L'edizione ro-
mana del 1873 è una ristampa della precedente. In questo due edizioni romane manca il rito della consacrazione di una chiesa. Del resto nessuna edizione contiene gli abbondanti elementi dell'eucologia bizantina sparsi nei manoscritti. Una grande parte di questo materiale si trova nelle opere di G. Giosr e di A. Dimitrievskij nonché in separate monografie liturgiche stampate in Grecia e in Russia. Nic. Pan. Papadopulo ha arricchito la sua edizione dell'E., uscita in Atene nel 1927, di riti e di orazioni attinenti a queste fonti.
Dall'E. completo (Eúzyózyıv yú Mèya) descritto sopra bisogna distinguere il piccolo E. (Eúzyózyıov yú Moepéy) che contiene la sola liturgia di s. Giovanni Crisostomo, i riti sacramentali, alcune Epistole a Vangeli e poche orazioni. La raccolta delle benedizioni più usate ha formato il rituale chiamato Aghizomisterio a Benedizionale, mentre gli elementi rituali più adoperati dal vescovo s'incontrano nell' Archieratica e le preci recitate dal discorso hanno dato origine al Discostato (Zraxomx6v). Il commentario più autorizzato dell'E. e una traduzione latina dei testi si trovano nell'opera magistrale di G. Giosr: Eúzyózyıov, sive Rituale Graecorum. Ad eccezione dei Sacramenti, i riti dell'E. greco e del Trebnik slavo, che è il suo equivalente, sono commentati con l'aiuto dei manoscritti nell'op. cit. del de Meester, Florida de Meester
EUDEMONISMO. - Dal gr. zú-ס̃aıuvía (zúסaiμ \mathrm{av}, buon genio, e quindi \&felice s), è, in senso generico, ogni sistema morale che ripone nella felicità, individuale o sociale, il fine e l'essenza stessa della moralità. Se la felicità è intesa come il puro piacere empirico individuale, l'e. si confonde con l'ado. nismo (v.) ; se invece la felicità viene identificata con l'interesse, privato o pubblico, l'e. coincide con l'utilitarismo (v.); ch'è a sua volta molteplice, secondo le varie concezioni dell'utile stesso. L'e. propriamente detto si ha quando la felicità viene intesa in senso razionale.
Accanto al puro edonismo, professato dalla scuola cirenaica, può dirsi che l'e. costituisce il sistema fondamentale dell'etica greca. A sfondo utilitaristico nei sofisti, esso si eleva a una concezione più pura in Socrate che ripone la vera felicità non nei beni materiali che rendono agiara la vita, bensì nella virtù. Anche se poi Socrate non perviene a una rigorosa fondazione oggettiva del bene morale e della virtù stessa, ricondotta alla conoscenza del bene. A questa indoterminatazza socratica del senecto di virtù, in cui è risulta senza residuo la felicità, tentarono rimediare, ma giungendo a gravi deviazioni, Aristippo, che fece consistere la virtù nella sapiente ricerca del piacere, e i ciniti (v.) che la riposero nella massima indipendenza dalla necessità e dai bisogni esteriori. Aristotele, mantenendo il principio fondamentale eudemonistico (cf. Eth. Nixom., I, 4 sgg .) avviava tuttavia il problema etico verso la sua vera soluzione, Eccende essenzialmente consistere la felicità nello sviluppo perfetto dell'attività specifica dell'uomo, ossia della sua attività razionale. La virtù veniva quindi concepita da Aristotele come l'inclinazione e la disposizione abituale per cui l'uomo agisce razionalmente, secondo la sua natura, cioè determinatamente in quanto uomo (Eth. Nic., X, 8,9). Nella filosofia moderna l'e. è sostanzialmente seguito, in forme diverse, da Cartesio, Locke, Wolff, Cumberland, e, in seguito, dai vari indirizzi utilitaristici (Spencer, Pufendorf, Stuart Mill). Una forma di e. negativo può ritenersi il pessimismo di Schopenhauer che ricerca la vera felicità nella radicale rinunzia alla vita e ai suoi sviluppi. Avversario irriducibile di ogni forma di e. è Kant che vede in ogni fine estrinseco al dovere e alla legge la negazione stessa della moralità (cf. Critica della ragion pratica, I. I, cap. 1, trad. it. di F. Capra, Bari 1942, pp. 21-68).
L'e., in quanto ripone nel godimento e felicità, comunque concepita, la ragione ultima e l'elemento formale dell'eticità dell'azione umana, ricade nello stesso errore { }^{-}fondamentale dell'edonismo, confon-
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dendo ciò che della moralità è soltanto un elemento concomitante e conseguente, con il suo costitutivo essenziale. Psicologicamente è vero che l'uomo in ogni sua azione ricerca la felicità, ma il fine etico oggettivo cui è legato l'agire umano è anzitutto la realizzazione del bene morale, secondo le determinazioni essenzialmente connesse con la natura ragionevole, in rapporto al conseguimento del suo ultimo fine. Che questo fine ultimo coincida con la perfetta felicità dell'uomo, da raggiungersi in una vita ulteriore, la cui negazione, o almeno ignoranza, costituisce un altro sostanziale difetto dei sistemi etici sopra considerati, è anche un fatto che potrebbe autorizzare una forma di corretto e.: ma resta sempre vero che il fondamento oggettivo del valore morale non è la ragione formale di felicità, bensì l'esigenza incondizionata che comportano le categorie etico-metafisiche di "ordine", "necessità", "legge", "obbligazione». Il che d'altra parte non riconduce alla posizione kantiana: è infatti possibile agire avendo di mira il conseguimento della felicità, sia assoluta che relativa, e nondimeno conservare alla propria azione il carattere fondamentale di moralità, quando essa venga posta anzitutto per conformarsi all'ordine oggettivo del dovere a del bene, cui il fine di felicità resta subordinato e condizionato.
BibL.: R. Cavene, La teoria morale di Aristotele, Roma 1881; F. M. Zanotti, La filus. morale di Aristotele, 2^{°} ed., Torino 1882; M. Heinze, Der Eud. in der griech. Philos., Lione 1883; M. Wittmann, Die Ethik des Aristoteles, Parisbona 1920; W. D. Ross, Aristotele, trad. it. di A. Spinelli, Bari 1546, pp. 283-87, v. anche etica; utilitarismo.
Ugo Viglino
EUDES, GIOVANNI, panto: v. GIOVANNI EUDES, santo.
EUDISTI: v. CONGREGAzione di GESÙ a MARIA.
EUDO di Stella: v. EONE della stella.
EUDOSSIA, imperatrice di Bisanzio. - Figlia del generale franco Bautone, andò sposa ad Arcadio il 27 apr. 395. Donna intrigante ed autoritaria, esercitò un grande influsso sul debole marito specialmente dopo la caduta del potente cunuco Eutropio, alla quale E. non fu estranea. Si mostrò dapprincipio molto favorevole verso i cattolici appoggiandoli nella lotta contro gli ariani, onorando i vescovi e facendo larghe donazioni alle chiese.
Ma le sue ingiustizie e specialmente la sua rilassatezza di costumi trovarano un fiero oppositore in s. Giovanni Crisostomo. Il dissidio scoppio nel 401 ed ebbe un primo epilogo nel 403 quando, nel Sinodo detto della Quercia, il Crisostomo fu deposto e cacciato in esilio. Ma il popolo si sollevò contro l'ingiusta condanna e la superstiziosa E. fece richiamare l'esiliato. La pace durò due mesi appena. Nell'autunno del 403 fu dedicata ad E. una statua con grandi giuochi e feste che disturbavano le funzioni religiose; il Crisostomo si adoperò energicamente a far cessare quello sconcio. L'ira di E. scoppio tremenda; fu convocato un nuovo sinodo ed il vescovo dovette riprendere la via dell'esilio dove mori. E. lo seguiva poco dopo nella tomba, il 6 ott. 404.
Bibl.: Socrate, Hist. eccl., VI, 11, 15, 16, 18; A. Thierry, St Jean Chrysostome at l'imbâtratrice E., Parigi 1872; O. Seeck, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 917-2s; A. Puech, S. Giovanni Crisostomo, vers. it., Roma 1905, pp. 127-75. Agostino Amore
EUDOSSIA (Eudocia), imperatrice di Bisanzio. - Moglie di Teodosio II, n. ad Atene verso la fine del sec. iv, m. a Gerusalemme nel 460 . Fu chiamata Atenaide dal nome della città nativa e, figlia del filosofo sofista Leonzio, ebbe un'ottima educazione letteraria e scientifica. Essendo stata diseredata a causa di vertenze familiari, si recò a Costantinopoli per chiedere protezione e aiuto a Pulcheria, sorella di Teodosio II, zeggente dell'Impero durante la minore
età del fratello. Fu molto apprezzata alla corte bizantina sia per la sua cultura che per la sua bellezza e, dopo essere stata battezzata da Attico, patriarca di Costantinopoli che le impose il nuovo nome di Elia E., sposò Teodosio II il 7 giugno 421 e nel 423 ebbe il titolo di Augusto. Ebbe una figlia, Licinia Eudossia, che fu poi la moglie di Valentiniano III.
Si interessò molto alle varie lotte religiose e prese le parti di Nestorio contro Cirillo Alessandrino, persistendo nell'errore fino alla più tarde età. Compì un pellegrinaggio a Gerusalemme nel 438 , ma, qualche anno dopo, accusata di infedeltà, fu costretta ad allontanarsi da Cosmminopoli e ad andare a Gerusalemme in esilio. Fu poetessa e scrisse molto: i suoi versi, benché molto apprezzati da Fazio, non hanno un grande valore letterario. Sono ricordati particolarmente un poenetto in onore di Teodosio II, una parafrasi dei libri di Daniele e Eccaria, un'esposizione poetica dei primi atto libri del Vecchio Testamento e i tre libri sui martiri Cipeiano e Giustina, di cui rimangono frammenti pubblicati in PG 85, 827-64.
Bibl.: W. Wiegand, Eudocia. Othnoblie des marianischen Kaisers Theodorins II, Worms 1871; F. Greupovius, Athanais. Gesch. einer byzant. Kaiserin, Lraria 1882; A. Ludwig, Eudoxiae Augustini. Procli Lario. Othnobliai cumanum Cenecterum Minore. ivi 1897; G. L. Arvanitakis, At óno Eobosia Carro 1907; L. Cohn, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 106-12. Emma Santarino
EUDOSSIO. - Uno dei principali capi dell'arianesimo nel sec. iv, vescovo di Costantinopoli dal 360 al 370 . N. ad Arabissos, nella Piccola Armenia, ascoltò in Antiochia le lezioni del s. martire Luciano (trs. nel 311), e in seguito passò all'arianesimo. Veseovo di Germanicia, prese parte al Sinodo Antiocheno del 341, detto della Dedicazione. Fu inoltre presente alla maggior parte dei numerosi sinodi riuniti da Costanzo: a Sardica nel 343, tra gli Orientali; probabilmente a Sirmio nel 351; sicuramente a Milano nel 355 ed a Sirmio nel 357. Da questa città, all'annunzio della morte di Leonzio, vescovo ariano di Antiochia, partì precipitosamente per ottenerne la successione. Vi riuscì colportando i canoni a malgrado le proteste dei vescovi elettori. Da questo momento egli si dichiarò apertamente per l'arianesimo rigido, o anomeismo, rappresentato da Aezio e da Eunomio. Ma si ritrovò subito male, essendosi l'imperatore Costanzo pronunciato per il semi-arianesimo o omoistianesimo di Basilio di Ancira, dopo il Concilio di Ancira del 358. Avendo corso il rischio di essere esiliato e deposto, momentaneamente si allontanò da Antiochia. Ma ebbe subito la rivincita a fianco di Acacio di Cesarea, con il quale contribuì al trionfo della formula di Rimini-Costantinopoli, ossia dell'omeismo, che divenne l'arianesimo ufficiale. Costanzo lo ricompensò per tanta condiscendenza dogmatica trasferendolo al seggio di Costantinopoli (360), che occupò fino alla morte (370). Se riuscì a serbare tale posto, lo dovette alla protezione dell'imperatore ariano Valente, che egli stesso battezzò prima della spedizione contro i Goti (366-67).
E. fu un ambizioso senza carattere e senza convinzioni salde. L'ariano Filustorgia lo descrive come uomo amabile, di condotta irreprensibile, ma timido fino alla viltà. Dei suoi scritti che, come sembra, furono numerosi, non restano che frammenti di dubbia autenticità ed una breve professione di fede, ricavate da un trattato sull'Incarnazione: A6үos nepl aepuúoвos (cf. P. Caspari, Alte und neue Quellen zur Geschichte des Taufsymbols und der Glaubensregel, Cristiania 1879, pp. 170-81).
Bibl.: Le informazioni concernenti E. sono sparse nelle fonti storiche dell'arianesimo (v.), le quali ultimo sono state ben utilizzate da Tillemont, VI, ad. Parigi 1764, pp. 422-24, 434-36, 494-90, 504-506, 508, 523-35, 551-53, 774-75, e da L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1907, pp. 187 312, 371-74; F. A. Looib, Eudoxiae uou Geromaios, in Realontyl. für protest. Theologie und Kirche, V, pp. 577-80. Martino Iuzie
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EUFEMIA di CALCEDONIA, santa, martire. - Gli atti giunti a noi non sono autentici (BHG, 819 sgg .; BHL, 2708-14). E. era una vergine consacrata a Dio; durante la persecuzione di Diocleziano gli furono spezzati i denti con un martello e quindi fu gettata nel rogo. I Fasti Vindobonenses priores assegnano il suo martirio al 16 sett. dell'a. 303 (MGH, Auctores antiquissimi, IX, p. 290). La venerazione della martire si estese ben presto sia in Oriente che in Occidente, come è attestato più volte dai Sinossari greci, dal Martirologio geronimiano, dai calendari di Cartagine e di Napoli, dai Sacramentari, ecc. In Oriente ebbe una basilica in Antiochia (Moschus, Pratum, 88: PG 87, 2945).
A Costantinopoli più chiese furono dedicate a s. E. (R. Janin, Les églises de ste Euphéneie à Constantinople, in Echos d'Orient, 37 [1934], pp. 270-75). In Egitto è ricordata nel calendario di Oxyrhyncos (B. P. GrenfellA. 8. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri, parte 9^{°}, n. 1337, pp. 19-45). In Africa nella chiesa di Kherbet-el-Ma-el Abiod, tra Costantina e Setif, vennero deposte memorine di s. E. l'a. 474 (P. Monceaux, Enquête sur l'épingraphie choisienne d'Afrique, in Memoires de l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, XII, 1 [1907], p. 112). Ad Aquileia si commemorava al 3 sett. la dedicazione della Basilica a l'ingressio reliquiarum di un gruppo di santi, tra cui s. E.; sotto la stessa data veniva ricordata in Grado la dedicazione della basilica di S. E. costruita dal patriarca Elia. A Milano, forse fin dal tempo di s. Ambrogio, vennero portate reliquie di s. E. e se ne faceva la commemorazione al 27 nov. A Rouen il vescovo Vittricio mise in venerazione reliquie di s. E. (De laude Sanctarum: PL 22, 448). A Ravenna si contano ben cinque chiese dedicate a s. E. Uno in città edificata al di sopra di una chiesa più antica; una seconda a Classe detta ad mare, cioè 8 battistero della basilica Probi, trasformato dal vescovo Massimiano in chiesa di s. E., ma già demolito al tempo di Agnello; una terza che Agnello chiama - in Cellinico -; una quarta fuori porta Aurea; una quinta fuori porta S. Lorenzo. Sempre a Ravenna nel 380 il vescovo Massimiano depose reliquie di s. E. nella chiesa S. Stefano. A Roma il suo culto fu localizzato in una basilica situata nella IV regione urbana, cioè nella Suburza; essa è ricordata da Gregorio di Tours (ca. 337-94) come un punto di riunione delle vedove nella processione della grande litania settiforme. L'edificio era senza tetto al tempo di Sergio I (687-701), il quale lo restaurò (Lib. pont., I, p. 375). Non si sa quando la basilica sia stata eretta, ma certo essa doveva essere anteriore a quella che il papa Gellolo aveva dedicato a s. E. in Tivoli tra gli aa. 492-96 (Lib. pont., I, p. 255). Presso Albano una basilica in onore di s. E. fu eretta da papa Dono (876678). In Calcedonia, nella basilica eretta sul suo sepulcro, si ammirarono presiess staffe, sulle quali, a testimonianza di Asterio di Amaseo, erano rappresentati gli episodi del suo martirio (BHG 2, 623; Evagrio, Hist. eccl., II, 3; J. Pargnire, L'église Ste Euphénie et Rufinianes, in Echos d'Orient, 14 [1911], pp. 107-11).
La martire fu rappresentata in Ravenna in uno dei medaglioni a musaico nella cappella di S. Pier Crisologo (CIL, XI, 261) e chiude il corteo delle martiri in S. Martino in - Caelo Aureo v; oggi S. Apollinare nuovo (CIL, XI, 281); in Parenze in uno dei medaglioni in musaico nell'interno dell'arco trionfale della basilica del vescovo Eufrasio (O. Marucchi, Le recenti scoperte nel duomo di Parenze, in Nuovo bull. di arch. crist., 2 [1896], p. 16). Fa pure sffigura in un affresco di una nicchia aboldata nell'antica basilica di S. Clemente, ne resta la parte superiore, di aspetto giovanile, con ricco diadema di perle sul capo e la scritta SCA EUF [ernia] (Wilpert, Mezalica, nov. 213, 4, p. 1035); si ha pure la figura di s. E. in un affresco in S. Lorenzo fuori le mura del sec. xir.
Bun.: Marty. Hierocyanianum, p. 187, 381, 370, 447, 311; J. Cimoliano, Une felle liturgique mystéricuse. La mémoire de ste Euphénie de Chalédoine à la date du 13 avril, in Echos d'Orient, 35 (1956), pp. 168-82; E. Donckel, Auserömische Hei-

(161, G88. Fst. della Septita con Gutt. di Napoli) Eufemia di Calcedonia, santa, martire - Digitato di Andrea Mantegna ( 1434 ; dopo 8 restaurs). - Napoli, Pinacoteca.
Iles in Rom von Aufängen unter Liberius bis Leo IV (247), Lussemburgo 1938, pp. 38-38. Enrico Josi
EUFRATA. - Vescovo di Colonia. Nel 344 fu inviato dall'imperatore Costante, insieme con Vincenzo vescovo di Capua, ad Antiochia per ottenere da Costanzo il ritorno di s. Atanasio. Durante il soggiorno nella città E. fu vittima di un ignobile attentato tesogli dal vescovo Stefano che perciò fu deposto. Gli atti spuri di un Concilio tenuto a Colonia nel 346 riferiscono che E. avrebbe abbracciato l'errore di Forino asserendo che Gesù Cristo è un semplice uomo; accusato dai suoi fedeli sarebbe stato condannato e deposto da un sinodo di tutti i vescovi delle Gallic. Questa notizia non è attendibile.
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BibL.: S. Atanasio, Hist. Ariensrum, 20 sg.; Tcodorcto. Hist. ecel., 11, 7; Tülemont, VI, Venezia 1732, pp. 761-62; L. Duchesne, Poster épiscubane de l'awienne Gantr. 1, Parigi 1903. p. 381 ; III, ivi 1912, p. 178.
Aguatino Amore
EUFRATE (sumerico Buranum; accadico Puramumu o Purattu, il cui significato più probabile è "Gran fiume", ebraico Pérdith; il termine greco Bbquárty deriva dal persiano Ufrätno ppure Prat, cf. armeno Efrari.). "Uno dei più grandi fiumi dell'Asia.
Nasce nelle montagne dell'Armenia dall'unione del Kara Su, che ha origina dal Dumlu Dag a nord di Erzerum, e del Murtu Su ( = Arconias dei Greci, detto anche E. orientale), che origina dall'Ala Değ un poco a nord del lego Van. La congiunzione avviene sotto Harput. A ca. 160 km dalla foce del Golfo Persico, l'E. si unisce con l'altro grande fiume, il Tigri (v.), formando lo Satt el-Arab. L'E. è lungo 2780 km , ed ha un corso molto irregolare, specialmente fra le catene montuose del Tauro, ove procede con ampie insenature e con fosse profonde, che occasionano alte e belle cascate. Nella piantura mesopotamica il suo letto si allarga, raggiungendo anche i 400 m . e la profondità di 3-6 \mathrm{~m}. La portata d'acqua varia con le stagioni: ma le sue paese (marzo-giugno) di solito sono molto regolari, dipendendo dallo scioglimento delle nevi. Ad esse è subordinata la navigabilità del fiume, che ora è sfruttato poco, dato il sorgere delle ferrovia lungo il Golfo Persico. E da notare che nel periodo nexistorico, ed anche in quello storico sebbene manchino testimonianze perspicue, l'E. si gettava direttamente nel mare con foco separata da quella del Tigri. I suoi affluenti principali sono: Nshr Belih e Nshr Häbür. Fra le cirtò bagnate anticamente erano famose Charcamis (cf. Ier. 26, 2) e Babilonia (cf. Apnc. 9, 14; 16, 12). Al tempo dell'Impero balsionese l'E. forniva gra