espinse villanamente la protesta negando la competenze del Papa. Poco dopo, sulla fine del 341 e il principio del 342, E. mori. L'arianesimo deve a lui di non essere stato spento subito, ma di essere diventato un pericolo per la Chiesa durato tanto a lungo.
Bibs.: Uomo d'azione più che teologo, E. scrisse ben poco. Delle sue corrispondenze ci notano la lettera a Paulino di Tiro (Teodoreto, Hist. ercl., I, 3: PG 82, 913-16); serrarsi di una lettera ad Ario (Atanasio, De Synodis, 17 : PG 26, 712); una lettera di Ario a lui (Teodoreto, Hist. ercl., I, 4: PG 82, 909-13). Vedi inoltre: Tillam { }^{101}, VI, Venezia 1774, v. indice; A. Lichrosascia, Eusebius von Nikomedim, seine Persönlichkeit, sein Leben und seine Fäheerschaft in erlantschen Streit, Halle 2. S. 1903; G. Bente, Recherches sur le Lucien d'Antioche et ses disciples, Parigi 1936; J. Bareille, s. v. in DThC, V, it, coll. 1539-51; Fliche-MartinPrutaz, IV, v. indice. Ireneo Daniela
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Eusebio, papa, santo - Cubiculo dove fu deposto il papa E. (inc. 17) con i frammenti del carme darnusiano - Roma, cimitero di S. Callisto.
EUSEBIO, papa, santo. - Fu cletto come successore di Marcello ( 309 -ro ?) allorché questi fu cacciato da Roma per ordine di Massenzio, perché responsabile dei disordini suscitati dai lapsi i quali volevano essere riammessi nella comunita senza sottomettersi alla penitenza canonica.
Dell'uccisione che papa Damaso ha dedicato ad E., si conosce che i confitti suscitati sotto Marcello continuarono anche sotto E., specialmente quando il partito ostile alla penitenza gli oppose un competitore per nome Esedio. Il disordine era completo poiché aggravato dalla scisma. Dopo quattro mesi di questa situazione insopportabile, l'autorità civilc intervenne di nuovo: idue capi furono arrestati a cacciati in esilio. E. fu mandato in Sicilia dove poco depo mori. Il suo corpo però fu portato a Roma a sepolto nel cimitero di Callisto. Festa il 26 sett.
Boll.: Acta SS. Septembrit, VI, Parigi 1867, pp. 165-71; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 201-10; Lib. Post., I. p. 167; I. Carini, I lapsi e la deportazione in Sicilia del papa 1. E., Roma 1866; id., Le canzonbe di S. Giovanni in Stranzo e le memorie di papa E., ivi 1890; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1910, p. 98 s8.; E. Caspar, Geschichte des Papstoms, I, Tulanea 1930, pp. 99 s88., 126 sgg.; A. Ferrara, Epicemomato Donnarum, Città del Vaticano 1942, pp. 129-36. Agostino Amore
EUSEBIO, vescovo di Sanosata, santo. - Partecipò all'elezione di Melezio alla sede di Antiochia. Nel Sinedo di Antiochia del 363, presieduto da questi, aderì al Concilio Niceno e ne divenne, assieme con Basilio di Cesarea, di cui era consigliere ed amico, uno dei più intrepidi difensori contro l'imperatore arianó Va-
lente. Questi nel 374 lo esilio in Tracia, donde non poté tornare che alla morte dell'Imperatore. Nel Concilio di Antiochia del 379 aderì alla dottrina di papa Damaso. Morì nel 379 o 380 a Dorliche in Siria, colpito, secondo Teodoreto (Hist. eccl., V, 4, 8), da una pietra, scagliatagli da una donna ariana. Festa il 21 giugno.
Bibl.: Acta SS. Iunii, IV. Anversa 1707, pp. 232-40; Tübenonr. VI. Venezia 1732, v. indice e VIII, pp. 319-36. 729 s8.; Bediun. Acta martyrum et sanctorum, VI, pp. 332 377 (Scuacalbo citioche); H. R. Bernaldo, a. v. in Dictionnop of Christian Biography, II, p. 360 s89.; Tlache-Martin-Frutas, III (1940), nn. 250-94, v. indice. Irenzo Dánisile
EUSEBIO di Vercelli, santo. - N. in Sardegna. Nella Chiesa di Roma ebbe l'ufficio di letture e in seguito, verso il 545 , fu nominato vescovo di Vercelli. E considerato come l'apostolo del Piemonte; per primo in occidente introdusse la vita regolare nel clero diocesano.
Contro l'arianesimo che si diffondeva sempre più, lavorito a protetto dall'imperatore Costanzo che, vinto Magnenzio a Mursa nel 351, aveva esteso la sua autorità sulle terre d'occidente, egli con coraggio e fermezza si levò a difesa dell'ortodossa dottrina della Chiesa cristiana trovando un valido aiuto in Ilario di Poitiers. Nell'a. 354 fu inviato dal papa Liberio insieme a Lucifero vescovo di Cagliari ad Arles presso l'imperatore Costanzo perché, essendo stato condannato Atanasio da prelati lig: ai voleri imperiali e financo dal legato pontificio Vincenzo di Capua, riuniti in sinodo nel soggiorno invernale dell'imperatore ad Arles e non ad Aquileia, come voleva il Papa, spingesse Costanzo a indire un nuovo sinodo. Poiché l'Imperatore aveva interesse a che l'arianesimo si propagasse nei territori di occidente, aderì alla richiesta dell'ambasceria e nei primi mesi del 353 a Milano ebbe luogo tale concilio. E. vi prese viva parte e richiese che, essendo gran parte dell'assemblea eretica, dovesse sottoscrivere al Simbolo niceno. I presenti non aderirono alla richiesta ed E. si ribellò apertamente alla volontà dell'Imperatore e della sua schiera e piuttosto che sottoscrivere la deposizione di Atanasio, proferi l'esilio. Fu a Scitopoli, in Cappadocia ed infine in Egitto donde - e tertio esilio - lo richiamò l'editto di Giuliano l'Apo-

(per cortesia di mare. Perronie)
Eusebio de Veredll, santo - Codex Evangeliorum (cod. al. probabilmente autografedi a. E.: 1^{2} \mathrm{c} 2^{2} col.: Lc. 14, 2-8; 2^{2} \mathrm{o} 4^{2} col.: Lc. 13, 21 sgg. - Vercelli, archivio capitolare del Duomo.
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stata del 361. M. tra il 370 e 371 . La Chiesa lo annovera fra i suoi martiti ( 16 dic.).
Tra i suoi scritti rimangono tre lettere: 1^{0} Ad Costantium Augustum, con la quale risponde all'Imperatore che l'aveva incitato a recarsi al Canellio; 2^{2} Ad Presbyteras et plebem Italiae, inviata dall'esilio palestinese alla Chiesa di Vercelli. In essa vi è un Exemplar libelli facci ad Patrephellem num suis ove si difende dalla accusa mossegli dal vescovo satano Patrofilo; 3^{3} Ad Gregorium episcopum Spanentem, diretta dall'Egitto a Gregorio di Elvira.
S. Girolamo che lo annovera tra i ciri illustres (De vir. ill., 96) gli attribuisce la traduzione in latino dei Commentari ai Salmi di Eusebio di Cesarea (v.).
Tra le opere di dubbio autenticita si hanno: 1^{0} Simbolum Athanasiantm, il Symbolum Quisumque e sette dei dodici libri pseudo-stanasianti De Trinitate che il Burn ritiene autentici negando invece il Symbolum.
2^{°} De Sancta Trinitate confessio. 3^{°} Exortatio s. Ambrosii episcopi ad maghlytas de Symbolo, da alcuni attribuita a Lucifero di Cagliari, da altri (Brewer) a Rufino. E tuttora in dubbio se egli abbia scritto il Codice dei Vangeli conservato nella cattedrale di Vercelli, che è uno dei più importanti documenti biblici prima di s. Girolamo.
BibL.: Edizioni : le tre epistole sono state pubblicate in PL 12, 945-54; e ibid., 10, 713-14. Per le opere dubbie cf. PL 12, 959-68; PG 28, 1561-96 e Dens-U, 118-23. - Studi; P. Godet, s. v. in DThC, V, col. 1223 sgg.; A. Jülicher, s. v. in Pauly-Wis 柬, vol. 1441-43; Bardandewes, III, pp. 486-87; F. Savio, Gli antichi versavi d'India fino al 1300 . Piemonte, Torino 1890, pp. 412-20, 514-54; Lancioni, pp. 1037-38; A. E. Burn, On Eusebios of Vercelli, in Youtmal of theal. Studies, 1 (1900), pp. 529-99; C. M. Turner, On Eusebius of Vercelli, ibid., pp. 126156; L. Salter, La formation de la légende des papes Libère et Félix. in Buflet, de littér. ecclés., 7 (1905), pp. 222-36; A. L. Feder, Studien on Hilarius von Poitiers. I, Vienna 1910, pp. 64-66; Moricca, II (1918), pp. 159-60, 201-202.
Eustacuto e consoci, santi, martiti - Il cervo con Cristo fra le come apparso, secondo la leggenda, a. a. E. Pannello di alzaer lignua. Opera del Magister Guilelmus - fasc. xil-xili - Tivoli, santuario di s. Maria in Vultumlia.

Eustacuto e consoci, santi, martiti - Il cervo con Cristo fra le come apparso, secondo la leggenda, a. a. E. Pannello di alzaer lignua. Opera del Magister Guilelmus - fasc. xil-xili - Tivoli, santuario di s. Maria in Vultumlia.
Tatto ricercare nel frattempo dall'Imperatore, conduceva una campagna contro i barbari. La terza è riservata al martirio di E. e famiglia. E. rifiuta di seguire l'Imperatore Adriano che intendeva offrire un sacrificio ad Apollo in segno di ringraziamento per la vittoria. L'Imperatore fa rinchiudere E. e la sua famiglia in un toro di bronzo arroventato.
Cultro. - La venerazione di E. si fa viva nel basso medioevo sotto l'influsso della leggenda. La più antica attestazione ne è la chiesa eretta in suo onore, all'inizio del sec. viII, sulle rovine delle terme Neroniane Alexandrine, detta diasonia S. Eertarii, basilica beati Eustati Martyris (Lib. Pont., II, pp. 11, 75) cui poi si aggiunse l'appellativo: in platanus o incta templum Agrippae (cf. Ch. Huttien, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, p. 251; R. Krautheimer, Corpus babilicarum Christianarum Romae, I, fasc. III, Città del Vaticano 1940, p. 216; v. anche macosta). Nei libri liturgici antichi, figura al 20 sett. nei soli evangeliani di tipo romano puro ( Σ ) della metà del sec. viII (cf. Th. Klauser, Das römischen Capitalare Evangeliorum, Münster in W. 1933, p. 124 ; cf. anche pp. 85, 181), mentre rimane sconosciuto ai vari tipi di Sacramentari e al Martirelagio geronimiano (ad eccezione del codice corbelense del sec. xi, al 10 nov.). Il nome di E. e dei componenti la sua famiglia figura in una litania di carattere privato contenuta nel Salterio del monastero di Nostra Signora di Soissons, della fine del sec. viII (cf. M. Coens, Autiennes litanies des Saints, in Anabota Sallandiana, 62 [1944], pp. 133, 139). Nel Martirologio di Usuardo, è registrato al 2 nov. (cf. ed. di J.-B. Du Sollier, in Acta SS. Jumi, VII, Venezia 1726, pp. 644-45), data in cui è ricordato nella maggio parte dei messali (dal sec. xI) e dei breviari (dal sec. xII) descritti da V. Leroquois (cf. Les sacramentaires et missels mus. des bibl. publ. de France, III, Parigi 1924, p. 363 [indice]; Les breviaires mss. des bibl. publ. de France, V, ivI 1934 [indice], al 20 sett. [8 brev.], altri al 3, 4, 5, 9 nov., alcuni al 20 maggio, uno al 16 sett.; cf. anche A. Ebner, Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896 [indice]). Nei Sinassari la festa di E. e consoci è posta al 20 sett. e a Costantinopoli la sinassi aveva luogo nella loro chiesa de vó Sauvépus (Synon. Constantines., col. 61); alle stesse data è ricordato nel Calendario marmoreo di Napoli (cf. ed. D. Mallardo, Roma 1947, p. 155) e negli odierni libri liturgici romani nei quali la data del 20 sett. ha prevalso soltanto con il sec. 200 . Figura tra i santi Ausiliatori (v.); a Parigi esiste una magnifica chiesa del sec. xvi, già nota
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nel sec. xili; è protettore dei cacciatori e dei guardiacaccia.
Zoosobraria. - La scena di caccia con la visione della Croce fra le corna del cerro è il motivo iconografico prescelto dagli arlisti, come il Pisanello (National Gallery di Londra), il Perugino (coll. Volpi, Firenze) ed altri. Il Ditter ha rappresentato E. vestito da piacritore con il vestillo ornato della testa del cerro con la Croce fra le corna, come motivo araldico (Alten Pinakorhek di Monaco). Il solo cerro con Cristo fra le corna è stato raffigurato dall'1nragliatore Guglielmo nel pannello dell'altare ligneo della Vulturella (sec. xil-xili). Nelle miniature bizantine dei secc. ixxi E. è raffigurato in un gruppo di salteri studiati da I.. Maries (L'irruption des Salons dans l'illustration des Peautiers byzantins, in Analecta Bollandiana, 68 [1950], p. 155) a nel Menologio di Basilio II (I. 53, ed. fot., Torino 1907, scena del martirio). Episodi vari della leggenda si trovano negli affreschidell'abbaziadi Westminster (1245), nelle vetrate delle cattedrali di Chartres, Le Mans, Sens, Tours ecc., nelle interessanti miniature del Brevierio del duca di Bedford della prima metà del sec. XV (cf. V. Leroquain, op. cit., III, 345) e negli affreschi del refettario di S. Croce a Firenze (1452), per ricordare soltanto i principali monumenti. - Vedi tav. LVI.
Bias... Acta SS. Sepiendris, VII, Anversa 1727, pp. 208-37; Martyr. Hieronymianum, pp. 281, 283; Martyr. Romanion, pp. 207-208; A. Rossi, S. Maria in Vulturella (Ticoli), Ricerche di storia e d'arte, Roma 1909 (essine operativo della tarda leggenda e descrizione dei cimuli conservati nel Santuario); A. Monteverdi, La leggenda di s. E., e I testi della leggenda di s. E., 2 voll., Bergamo 1609 -to (estratri da Studi medievali, 3 [1000], fasc. 2, pp. 160-226; 3 [1910], fasc. 3, pp. 392-408); H. Delcheyr, La lezzade de st Eustache, in Académie royale de Belgique, Bulletin de la classe des lettres et des sciences morales et politiques, Bruxelles 1919, pp. 179-210 (studio esauriente sulla leggenda; si veda anche id., Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 317-19; S. De Gaifher, La légende de st Julien l'Hospitalier, in Analecta Bollandiana, 63 [1945], pp. 202-203, 161); A. H. Krango, La leggenda di s. E., Accele 1928 (cf. le giuste riserve di P. Giossiano, in Analecta Bollandiana, 47 [1920], pp. 219-16); F. v. S. Dové, Heilige und Salize, I, Lapoia 1929, pp. 342-43. - Iconografia: Monteverdi, op. cit., II, pp. 106-108; Venturi, VII, r, pp. 230-32 (Pisanello); VII, it, p. 461 (Perugino); K. Kizcuk, Iconografia der christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 220-21; J. Braun, Trost u. Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1942, pp. 220-43.
A. Pietro Francz
EUSTACHIO di Arras, detto Busine. - Distiato teologo minorita, n. probabilmente ad Arras ca. il 1225, m. il 7 apr. 1291. All'Università di Parigi fu discepolo di s. Bonaventura e di Gilberto di Tournai. E ricordato come predicatore assoltatissimo ed il suo soprannome Busine (Trombetta) si riferisce ai trionfi oratori. Nel maggio del 1271 fu inviato da s. Luigi di Francia a Viterbo presso i cardinali riuniti in conclave per l'elezione del nuovo pontafice. Nel 1272-73 è di nuovo a Parigi e poi nella sua provincia religiosa e specialmente nel convento di Rouen. Martino IV lo nominò vescovo di Coutances nel 1282.
Fra i suoi scritti, quasi del tutto inediti e conservati nelle biblioteche di Parigi, Reims, Basilea, alla Vaticana e all'Antoniana di Padova, si ricordano i commenti Super Librum Ethicorum e In libros Sententiarum, in Quaestiones quadibesales (alcune furono edite a Quiracchi 1883 nell'opera De humanne cognitionis ratione anecdota guardam, pp. 183-93 e nella France Franciss., 13 [1930], pp. 147-52); altre varie trattazioni filosofico-teologiche e numerosi sermoni.
Bias... P. Glorieux, Maitres franciscains de Paris: Fr. Eustache, in France Francise., 13 (1930), pp. 123-71; A. Landgraf, Zumschriften des Fr. Eustachius, in Colletz. Framiss., 31 [1931], pp. 79-80; Sinbel, I. 213; P. Glorieux, Repertoire des Maîtres en droit, de Paris au XIIIe siécle, II, Parigi 1934, pp. 77 82; V. Oquarc, Maitres Franciscains de Paris, in Avelire. Franc. hist., 27 (1954), p. 17 59.
Giovanni Odnardi EUSTACHIO di Santa Maria. - Teologo e scrittore ascetico, al secolo Carlo Sebastiani, prosipote del celebre mons. Sebastiani, n. il 2 genn. 168: a Roma, ove si fece (1703)
carmefiano scalzo, e ivi m. il 17 marzo 1734. Occupò vari uffici tanto nel suo Ordine (definitore provinciale nel 1721, priore del convento della Scala nel 1724), quanto fuori come qualificatore della S. Congregazione dell'Inquisizione, consoltore della Congregazione dei Riti, censore dell'Accademia teologica.
Pubblicò : Vita del ven. p. Giovanni della Croce (Roma 1726); Campendio della vita del ven. fr. Francesco del Bambino Gesù (ivi 1718); Vita di mor Anna Maria Teresa di Gesù (ivi 1718); Istoria della vita, virtù, doni e fatti illustri del ven. mons. Fr. Giuseppe di S. Maria de' Sebastiani... (ivi 1719); Servitioium sanctitatis in examine heroicitatis deonrum (ivi 1726); Servitioium sanctitatis in examine gratiarum (ivi 1731).
Bias... Enrico, Call. Scriptarum O. C. D., I. Savona 1884, p. 194; Ambrogio di S. Teresa, Biblioge. Mission. O. C. D., Roma 1940, n. 495.
Ambrogio di Santa Teresa
EUSTAZIANI.- Furono così chiamati quegli eretici che, rifacendosi ad Eustazio, vescovo di Sebaste, ne eseguevano gli insegnamenti ascetici, rinnovando le tendenze encratite dell'età precedente; furono perciò condannati nel Concilio di Gengre in Pafiagonia (340 ?).
Essi condannavano il matrimonio sostenendo che in tale stato era impossibile servire Dio; separavano perciò i coniugi cagionando in tal modo disordini, tenevano conventicole a parte, introducavano strani usi nell'abbigliamento, ritenevano che i ricchi non potevano salvarsi se non abbandonavano quanto avevano; tenevano usanze proprie quanto ai digiuni.
Bias... Hofrie-Lacieret, I, p. 1020 sgg.; F. Loofs, Eustathius van Sebaste und die Chronologie der Basilius-Briefe, Halle 1898; F. Stauchett, Il Sivado di Gengre e una scritta parado-dramazione, in Ricerche religione, i (1925), p. 248; S. Salvville, Eustatio de Sebaste, s. v. in DThC, V. coll. 1265-71. Giuliano Gennaro
EUSTAZIO, vescovo d'Antiocria. - Avversario dell'arianismo nel Concilio di Nicea (325) e anche più tardi. L'imperatore Costantino lo mandò in esilio (330) ove m. nel 337. Solo il suo trattato sulla Pitonessa di Endor (I Sam. 28) diretto contro Origene si è conservato integralmente.
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Questo scritto fu composto ancora prima delle lotte anti-ariane, come probabilmente anche un (o due?) trattato sull'anima, di cui si sono conservati frammenti in Giovanni Damasceno. Frammenti sui titoli dei salmi e sui salmi stessi sono in parte di una discussa autenticità. Di una lettera ad Alessandro di Alessandria su Meirhisedek si sono conservati alcuni frammenti contro Origene, De visione Evalue (G. Morin, Analecta Moresholuna. III, III, pp. 103-22), il libro sull'Evaseneron (PG 18, 707-94) e una liturgia sono a torto attribuiti a E. Discussa è l'artribuzione del Sermo maior de Fide e della Expositio Fidei a E.
Bisc.: Il testo del trattato sulla Financtua in E. Klostermann, Origenes, E. und Gregor von Nyeru über die Hexe von Eudarin (K. Lietzmann, Kleine Texte, 83), Bonn 1912, pp. 18-62. Per i frammenti : M. Spannaut, Recherches sur les Ecrits d'Eustathes d'Antioche, avec une édition nouvelle des fragments dogmatiques et exégétiques Oldémoires et travaux des facultés catholiques de Lille, a). Lille 1948. Inoltre: B. Altauer, Die Schrift: Unp 100 Makpuecke des Eustathios von Antiochcia, in Byzantinische Zeitschrift, 20 (1940), 2p. 30-47; Ed. Schwartz, Der sog. Sermo maior de Fide des Athanasius (Sttauspäcrirkte der Bstorischen Akademie der Wissenschaften, 6). Monaco 1929. Per la lingua e lo stile: W. Brockmeier, De S. Eustathii, episcopi Antiochani dicendi ratione. Accedit index vocabulorum libri cuatro Origenem scripti omuiam, Münster 1932; Index vocabulorum dei frammenti di E. nel libro di Spencert. Per la teologia di E. sono, con cautela, da consultare i libri di F. Loofs, Paulus von Samosata, Lipsia 1924 = R. V. Sellers, E. of Antioch and his place in the early history of christian doctrine, Cambridge 1928.
Erik Petersen
EUSTAZIO, vescovo di Sebaste. - N. agli inizi del sec. IV, m. dopo il 377 . Nel campo dogmatico fu irrequieto, sconfinando nel semiorianesimo e più tardi negando la divinità dello Spirito Santo. Questi errori procurarono a E. gli ammonimenti del suo amico e poi avversario s. Basilio Magno. Dopo la rottura con lui E. diventò capo dei macedoniani.
E. ebbe tuttavia il merito di introdurre in Cappadocia la maniera di vivere dei monaci, semi che s. Basilio raccolse per dar loro consistenza definitiva con la sua opera e le sue leggi.
Bisc.: S. Salaville, Eustathios, in DThC, V, coll. 1 965-71; L. Duchesne, Sierrie della Chiesa antica, II, Roma 1911, pp. 227 sgg., 288 sgg.
Ignazio Ortie de Urbina
EUSTAZIO, vescovo di Tessalonica. - Vissuto nella seconda metà del sec. xir. E una delle più importanti figure del periodo bizantino; fu diacono di S. Sofia di Costantinopoli ed in seguito vescovo di Tessalonica; come diacono, scrisse opere di carattere profano (commenti ad Omero, a Pindaro, ecc.), mentre come vescovo entrò nella vita pratica e le sue opere assunsero carattere di attualità.
In esse si notano gli sforzi dell'autore per riformare la vita monastica ed elevare il livello morale e culturale dei conventi. Non raggiunte però io scopo che si proponevs, perché, proprio a causa di questa sua attività in formatrice, fu costretto ad allontanarsi per qualche tempo da Tessalonica. Tra le opere del secondo periodo, oltre le Lettere, le Quotile e i Discorsi, si ricorda una serie di scritti, dai quali risultano le sue tendenze ed i suoi propositi di riformatore (PG, 135-36). Il suo commento ad Omero è stato pubblicato da Stallbourn ( 7 voll., Lipsia 1823-30).
Bisc.: K. Kimmbacher, Geschichte der byzantinischen Literatur, Monaco 1807, p. 136.
Mariano Baffi
EUSTOCHIO, santa. - Terzogenita dell'illustre matrona romana Paola e del senatore Teosozio, si consacrò ancor giovanissima a Dio. Le prime notizie che la riguardano si ricollegano direttamente al secondo soggiorno romano di s. Girolamo (382-85). Fu appunto nella casa di Marcella sull'Aventino, divenuta ormai il centro spirituale dell'Urbe, che la fanciulla incontrò per la prima volta il santo dottore, giunto da poco dall'Oriente con s. Epifanio e s. Paolino d'Antiochia. E. divenne ben presto il centro delle cure di Girolamo che per lei, dietro invito della madre, scrisse la mirabile lettera 22^{2} De custodia virginitatis, definita a ragione il canone della verginità.
Nella primavera del 386 , insieme alla madre, lasciò Roma per l'Oriente: raggiunsero Girolamo ad Antiochia e dopo aver visitato i più famosi monasteri d'Egitto e i Luoghi Santi della Palestina, si stabilirono definitivamente a Betlemme, conducendovi una vita strettamente ascetica. E. che conosceva a perfezione la lingua greca e la latina: in breve tempo riusci ad impadronirsi anche dell'ebraica, cosicché Girolamo poté aver in lei un valido aiuto nella trascrizione dei cadici. In seguito il maestro le dicilcò i commentari su Isaia e su Ezechiele. Dopo la morte di Paola ( 104), di cui Girolamo scrisse un affettuoso epitaffio, ella stessa assunse il governo del monastero femminile fondato dalla madre, che resse per lo spazio di quindici anni. Finolmente nel 419 , appena un anno prima della morte del maestro, anch'ella si spegneva serenamente nella terra che aveva veduto i natali del Redentore.
Bisc.: S. Girolamo, Ep. 44, v. anche in Exp. 46, 54, 107, 108; in PL 22; Acta SS. Septembris, VII, Parigi 1868, pp. 380 603; G. Grönmacher, Hierzeynnis, Lipsia 1921, passim; F. Casellera, St Yerdow, Lovano 1922, passim. Emanuele Roncagli
EUSTORGIO, santo. - Sarebbe stato vescovo di Milano tra il 343-30. E ricordato con lode da s. Atanasio e s. Ambrogio come aclante e fervente orrindosso: ma purtroppo non si conosce nessuna altra notizia sicura. Esiste una biografia scritta da Landolfo nel sec. XI, secondo la quale E. fu mandato dall'Oriente come governatore di Milano. Alla morte di Protesto fu sclamato vescovo, ma non volle accettare la dignità senza il beneplacito e l'approvazione dell'Imperatore. Si recò perciò a Costantinopoli donde ritornò con privilegi per la città e trasportando i corpi dei ss. Re Magi. Durante il suo vescovato si tennero a Milano i due sinodi contro l'otino nel 346 e nel 348 . E commemorato il 18 sett.
Bisc.: Tillemont, VI, Venezia 1732, pp. 31, 703; Acta SS. Septembris, V. Parigi 1866, pp. 774-80; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lamborgha. Mifione, Firenze 1913, pp. 108-14, 718-20; Martyr. Hieronymianum, p. 315; Martyr. Romanum, p. 404 sg . Agostino Amore
EUSTRAZIO. - Metropolita di Nicea, vissuto nei secc. XI-XII, m. dopo il 1117. Dissidente e antilatino, scrisse diverse opere filosofiche e teologiche e polemizzò con l'arcivescovo di Milano, Pietro Grossolani. Fu deposto per i suoi errori intorno alla cristologia. I suoi scritti sono editi in parte da Demetrakopulos, 'Ecc.k. Bıßkıo θ \dot{η} ε η, I, Lipsia 1866, p. 47 sg. Gli atti del suo processo in 'A θ η ω \mathrm{lov}, 4 (1875), pp. 227-33.
Bisc.: F. Dölger, Eustratios, in LThK, III, col. 867.
EUSTRAZIO, patriarca di Costantinopoli. Successore di Eurichio (m. nel 382).
E autore di un trattato contro gli aderenti della dottrina del sonno dell'anima fino alla risurrezione (v. Fazio, Bibl. cod., 171), pubblicato da Leo Allatius, De utriusque Ecclesiae occidentalis atque orientalis perpetua in dignitate de Purgatorio consentione (Roma 1652, pp. 319-380; manca in PG). Precedentemente aveva scritto un'opera perduta): Sull'anima e gli angeli santi. E autore di una vita del patriarca Eurichio (PG 86, II, 2273-2390).
Bisc.: Bardenhewer, V, p. 130 sg.; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I (Studi e Testi, 118), Città del Vaticano 1940, p. 362. Eric Petersen
EUTANASIA. - Da 26 «bene» e 86iveros «morte». Nel senso attualmente corrente vuol significare: «pietosa uccisione non dolorosa di un malato ritenuto ormai inguaribile e tormentato da sofferenze intollerabili»; può essere applicata per volontaria richiesta del soggetto o per coercizione altrui. Il problema può essere considerato in modo particolare dal punto di vista della deontologia medica, della criminologia, della psicologia, della murale cristiana.
Dall'angolo prospettico della deontologia medica, essendo il fine della medicina quello di conservare il più a lungo possibile la vita umana e opporsi alla morte, l'anticidio liberatore dalle sofferenze non può ammettersi, come
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essenzialmente opposto al suddetto tine; inoltre, non può averci lasseluta certezza della inguaribilità del male, posta la possibilità d'una diagności errata, le impensate risorse dell'argenismo, il continuo progresso dei mezzi di cura. D'altro lato, la medicina è in possesso dei migliori mezzi per alleviarc le sofferenze, usabili con ampia larghezza, senza apprezzabile danno per la vita dell'infermo.
Sotto l'oggetto criminologico, il problema assumei innumeri aspetti, e conduce a conclusioni nettamente negative nspetto alla pratica dell'e. e ad una possibile sua legalizzazione. In quasi tutte le legalizzasci passate e presenti le ipotesi, sia di partecipazione al suicidio e sia di omicidio del consenziente, sono ritenute punibili, pur con ottemazsione di pena in riguardo ai motivi determinanti. Anche prescindendo genericamente dalle condizioni di malattia della vittima, se il tipo di infermità è tale da invalidare l'autoconsenso, questo diviene inefficace, non essendo espressione di libero volontà. L'erreroconsenso, negli incapaci, è cosa illecita per la mancante volantà del paziente da una parte, dall'altra per a grave rischio di fini occulti egoistici e criminosi degli interessati. Addivenire a considerare l'e. motivo di non punibilita del soggetto attivo (come da aleuni è oggi voluto e proclamato e anche attuato in clamorosi processi, il che indica di una scherma sbarrenda tenfanza) sarebbe socialmente improvvido e all'estremo pericoloso. Infatti, è intuibile quanto spesso, con leggi simili, l'apparente fine di bene divenedibe un protesto mascherante i più turpi interessi, cioè quanto spesso la "pietosa morte" inflitta sarebbe l'arbitraria anticipazione, nel campo rigoglioso della delinquenza evoluta, di una morte altrimenti troppo tarda e vetute per il desiderio degli interessati.
All'esame psicologico, indagando i motivi determinanti, il più delle volte non può considerarsi altruistico a fine dell'e., considerato null'appurente desiderio pietoso d'interrompere le intollerabili sofferenze del paziente; a un esame più profondo, il movente appare materiale dal raffinato egoismo di non voler patire il patimento altrui, o volersi liberare dal peso di una penosa assistenza. La carita cristiana viene cosi distrutta e la filantropia sociale si risolve nel più banale egoismo.
Dal lato della morale cristiana, l'e. è inaccettabile, come violazione del quinto comandamento: "non uccidere" che si erge, come barriera insuperabile, ad ammonire che Dio solo è padrone assoluto della vita e non è lecito dar morte a sé o ad altri. I pagani stessi (Pitagora, Cicerone) ebbero chiaro nella mente ad espressero nelle loro opere il concetto, che è illecito allontanarsi dalla vita senza il comando di Colui che l'ha data, (Cicerone, De senectute, 20, 73; Somnium Scipionis, 3, 7).
Nei riguardi d'un'anestesia a fondo, essa è moralmente lecita, purché non valga ad accelerare la morte e consenta all'infermo, almeno a intervalli, quella lucidità che gli permetta di curare i supremi interessi dell'anima e di regolare i suoi doveri di giustizia (v. ANESTESIA).
Dal punto di vista pratico attualmente in America si tenta in ogni maniera di ottenere la legalizzazione dell'e. sia volontaria che coercitiva; a Nuova York esiste una "Euthanasia Society" forte anche di un numeroso gruppo di medici edonenti; essa ha organizzato un "American Advisory Council" composto di cento membri, tra cui numerosi appartenenti al clero protestante, uomini politici in vista (il senatore dello stato di Nebraska John H. Comstock, che già nel 1937 aveva proposto al voto nel suo stato una legge che legalizassse la e. volontaria), massimi esponenti della propaganda eugenica negativa (Margaret Sanger); essi attivamente lavorano e premono perché venga portata all'assemblea di stato di Nuova York un "proposed bill to legalize euthanasia".
Bull.: E. Marnelli, L'uccisione pietosa, Torino 1923; Cl. Del Vecchio, La morte benefica, ivi 1928; M. Pinesu-Valenziano, La mort par pitié, Parigi 1931; Ch. Kiselstein, L'euthanasie, Liegi 1934; L. Serenin, Appunti di morale professionale per i
medici, Roma 1947, pp. 118-27, 342-54; J. V. Sullivan, Cathalic trachine on the morality of euthanasia, Washington D. C. 1949; G. Flesch, L'e. di fronte alla scienza e alla morale, in Redrazione, 1930; A. Oddone, L'uccisione pietosa, in Cfr. Oatt., 1929, 1, pp. 243-57.
EUTICHE, santo, martire: v. GENNARO e CONsoci, santi, martiri.
EUTICHE a EUTICHIANESIMO. - L. VITA DI EUTICHE. - N. nel 378 , probabilmente a Costantinopoli, abbracciò da giovane la vita religiosa in un monastero dei dintorni, dove ebbe come maestro un certo Massimo, avverzario dichiarato del nestorianismo, il quale gli trasfuse il suo stesso odio per il duofisismo. Diventato sacerdote ed eletto archimandrita del monastero, senza una profonda formazione teologica, si gettò subito a capofitto nelle controversie dottrinali del tempo, mentre la prudenza avrebbe ben dovuto suggerirgli il silenzio. Al tempo del Concilio di Efeso, si aggregò ai monaci della capitale che, guidati dall'abate Dalmazio, si recarono da Teodosio ad implorare la scarcerażione di Cirillo e Memnone (Mansi, VI, 628, 713). S. Cirillo ebbe per lui una stima singolare e gli mandò un esemplare degli atti del Concilio di Efeso (Mansi, ibid., 631).
Morto s. Dalmazio (verso il 440), Eutiche divenne una delle figure più notevoli del monachesimo bizantino. Il suo prestigio aumentò quando nel 441 salì al potere l'emuco Crisalio che egli aveva tenuto a Battesimo. Fu allora che usò ed abusò di tale prestigio per colpire tutti quelli che gli sembravano infetti di nestorianesimo. Tra coloro che, vivente Cirillo, avevano svolto una campagna sfavorevole a Nestorio e agli Antiocheni, c'erano degli apollinariati qualificati e dei veri monofisiti nonché dei rozzi favoreggiatori della formula di s. Cirillo: una è la natura incarnata di Dio-Verbo. Dirigeva questo movimento Dioscore d'Alessandria, succeduto a Cirillo nel 444. Durante l'a. 448, furono presi dal governo imperiale contro i vescovi della Siria diversi provvedimenti vessatori, dietro i quali non era difficile scoprire la mano del favorito di Crisalio insieme a quella del patriarca di Alessandria. Teodoreo fu una delle vittime. A Costantinopoli, dove Flaviano nel 446 aveva sostituito Proclo, Eutiche usava uno zelo intemperante contro i sostenitori della duplice natura in Cristo. Scrisse persino al Papa una lettera in cui denunciava i pericoli del risorgente nestorianesimo. S. Leone gli rispose (Mansi, V, 1323).
Questo fanatico stroncatore di eretici, tuttavia, non era davvero un ortodosso puro. A forza di combattere il nestorianesimo, cadde nell'errore opposto, cioè nel monofisismo. Forte dell'espressione cirilliana (che egli non sapeva spiegare davvero in maniera ortodossa), Eutiche finì con il classificare tra i nestoriani tutti coloro che professavano dice nattere in Gesù Cristo dopo l'unione. Eusebio di Dorileo, quello stesso che 20 anni innanzi aveva attaccato per il primo Nestorio, intuì la nuova eresia durante le discussioni che ebbe con il vecchio archimandrita e volse l'occasione del Sinodo permanente (trivodes évêrguoüos), 8 nov. 448 , per consegnare a Flaviano, appena terminata la riunione, un memoriale contro Eutiche, esigendo l'immediata lettura pubblica del documento e la comparsa dell'archimandrita dinanzi al Sinodo.
Il debole Flaviano, costernato da tale inaspettato colpo di scena, diede il suo assenso per la lettura del memoriale, ma consigliò Eusebio ad adoperarsi presso Eutiche per ricondurlo all'ortodossia. Eusebio tenne duro a volle ad ogni costo che la questione fosse esaminata senza indagi nel Sinodo stesso. L'archimandrita fu invitato a presentarsi : da principio si rifiutò, dopo però un terzo invito scritto, fece sapere che era malato e non poteva obbedire. Flaviano, pieno di condiscendenza, gli con-
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cesse una dilazione fino al 22 nov., nel qual giorno, finalmente, l'archimandrita si presentò, accompagnato da un bel numero di monaci, soldati e funzionari. Crisapio non aveva abbandonato in tale delicata congiuntura il suo padrino. La sessione ebbe inizio con la lettura degli atti delle sessioni precedenti. Alle domande che gli furono rivolte, Eutiche rispose esporaddicendosi, dando cosi una prova indubbia della sua scarsa istruzione a della sua mente piceina. Si osrinò contro le due proposizioni seguenti, rifiutando senza sotterfugi di accettarle: 1) In Gesù Cristo, dopo l'unione, si sono due nature; 2) Gesù è consostanziale con noi mediante la sua natura umana. La sua caparbietà spinse Flaviano ed i membri del Si nodo ad emettere una sentenza di deposizione e di scomunica contro Eutiche, ritenuto incorso nell'errore di Valentino e di Apollinare (Mansi, VI, 748). Il colpo era forte non soltanto per Eutiche, ma per Crisafo, Dioscore e tutta la critica dei monofisiti. Flaviano poteva ora ben attendere una dura rappresaglia, la quale non tardò a scoppiare. Eutiche, per prima cosa, rigettò la sentenza da cui era stato colpito e si appellò al Papa e a molti altri vescovi d'Occidente a d'Oriente. Sostenne, poi, che gli atti del Concilio relativi alla sua condanna erano stati falsificati. Per ordine dell'imperatore, il 13 apr. 440 si tenne un nuovo sinodo per accertare la giustezza delle lagnanze di Eutiche. I suoi inviati però non poterono addurre alcun pregiudizio di una certa serietà contro gli atti incriminati. Nuova commissione di inchiesta, il 27 apr. su di un punto particolare. Tutti questi intrighi, del resto, dovevano approdare a nulla. Sull'inizio del 440, Eutiche e Dioscore avevano sollecitato un concilio acumenico per riesaminare le questione. Teodosio II, che Crisafo manovrava a suo talento, non poté rifiutarsi. Con lettera datata del 30 marzo 440 , ordinò ai metropoliti dell'Impeto di recarsi ad Efeso con qualcuno dei loro suffraganei, accuratamente scelti, per il giorno 1^{°} ag. (Mansi, VI, 588 sg .). E risaputo ciò che avvenne in questo secondo Concilio di Efeso, che il papa e. Leone qualificò del titolo di "brigantaggio di Efeso" (v. oreso, lartaccinio di). Dioscore vi parlò da padrone. Ai legati del Papa fu impossibile condurre a termine la loro missione. Dopo aver recitato il Simbolo di Nicos ed espressa la propria devozione ai sz. Padri, dopo aver scagliato l'anatema a tutti gli eretici a cominciare da Simon Mago, particolarmente a Manete, Valentino, Apollinare e Nestorio, Eutiche fu riabilitato da quasi tutti i vescovi presenti, dopo che questi avevano già lanciato l'anatema a chi ammetterà due nature. Sio qòscio, in Cristo dopo l'Incarnazione (Mansi, VI, 862-70). Sen poco però durò il successo di Eutiche e di Diescore, nonostante lo selo spiegato dall'Imperatore perché fossero sanzionate le decisioni dei conciliabolo. Poco dopo, il 28 luglio 450 , Teodosio II mori per una caduta da cavallo. L'imperatrice Pulcheria prese nelle sue mani le redini del governo e fece riconoscere come imperatore il senatore Marciano, al quale si unì in matrimonio. Crisafo fu condannato a morte, i decreti del "brigantaggio" annullati, Eutiche fu cacciato dal suo monastero e confinato in una località vicino a Costantinopoli. Nel Concilio di Calcedonia, che ebbe luogo poco dopo, Eutiche non si fece vivo. Su richiesta del Papa, fu allontanato da Costantinopoli ed inviato non si sa dove. Passò per Gerusalemme dove fu ospite del prete Esichio (L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1910, p. 471). Una lettera di s. Leone all'Imperatore con la data del 15 apr. 454 ci fa sapere che l'eretico non aveva smesso di diffondere il suo errore dal nuovo luogo dell'esilio ed invocava perciò per lui un maggiore isolamento (Ep. 134: PL 54, 1095). Dopo queste date, le storie tace di Eutiche. Antecedentemente, il 28 luglio 452, Marciano aveva condannato al fuoco i suoi scritti (Mansi, VII, 501). Non doveva, in fondo, aver scritto molto. Dagli atti dei concili possiamo ricavare qualche sua lettura e qualche dichiarazione.
Indubbiamente, Eutiche fu più ignorante che maligno. Ebbe il gran torto di occuparsi di teologia, nonostante la sua impreparazione. Il papa e. Leone lo definì multum imprudens et nimis imperitus (Ep. 28: PL 54,
736). Il favore di cui godeva presso Crisafo, insieme al suo zelo indiscreto contro il nestorianesimo, fu la cagione principale della sua rovina. Gente astuta, senza scrupoli, come Dioscore, eretici ben camuffati, come certi apollinaristi e monofisiti, si servirono di lui come di uno strumento per raggiungere i loro obiettivi. Più che un rovatere, egli fu, ai pari di Nestorio, un prostenome per diffondere errori già esistenti. E facile notare anche altri punti di somiglianza tra i due eresiarchi, i quali hanno dato origine a sciami ancora non completamente estinti.
II. Dottrina di Eutiche. - E molto difficile sapere con precisione quale sia stata la dottrina personale di Eutiche sul mistero dell'Incarnazione, perché senza dubbio non lo seppe bene nemmeno lui. Eutiche è stato un eretico perché ha sostenuto con caparbietà formole equivoche false per di più nel loro contesto; ma siccome tali formule si prestano ad una spiegazione ortodossa e certe sue affermazioni favoriscono un'interpretazione benevola, si rimane indecisi sul suo pensiero effettivo.
Ecco qui una serie di proposizioni ortodosse calte sul suo labbro o fissate dalla sua penna: 1) Colui che nacque dalla Vergine Maria è perfetto Dio e perfetto uomo; 2) il Verbo lo preso carne dalla S. Vergine; 3) Maria è consostanziale con noi (Atti del Sinodo del 448: Mansi, VI, 723-30, 741); 4) anatema ad Apollinare, a Valentino, a Manete, a Nestorio e tutti gli eretici fino a Simone, a tutti quelli che sostengono le carne di nostro Signore asser discussi dal cielo; 5) nell'Incarnazione non vi fu mescolanza della divinità e dell'umanità, ma il Verbo rimase immutabile; 6) Eutiche accetta esplicitamente le definizioni di Nicos e di Efeso ad invoca a proprio favore le testimonianze di s. Cirillo d'Alessandria, di Gregorio il Taumaturgo, di Gregorio di Nazianzo, di Basilio, di Atanasio, di Attico e di Proclo (Lettere a s. Leone: PL 54, 716, 717, 718; Atti del Iatrocinio di Efeso: Mansi, VI, 631-34).
Perché mai Eutiche che ha al suo ottivo dichiarazioni di tale natura è stato condannato dal Concilio costantinopolitano del 4+8 come infetto dell'errore di Valentino e di Apollinare? Come mai io si è potuto accusare di decetismo, di grossolano monofisismo, di origenismo e finanche di nestorianesimo? La spiegazione di un fatto tanto strano va ricercata in due affermazioni equivoche del vecchio archimandrita: 1) Riconosco che Nastro Signore è stato (è divenuto) di due nature; 20) dopo l'unione io non riconosco più che una sola natura: lausitudo èn 860 qù̀sues 7272763005 767 863070 84080 767 86400 74076 86 767 800007 4607 9000 7407 076 (Mansi, VI, 744); 2) Sino a questo momento io non ho detto che il corpo del Signore nostro Dio fosse comostanziale con noi, ma confesso che la Santa Vergine è consostanziale con noi... Riconosco che il corpo di Cristo è il corpo di Dio; il corpo di Dio io non l'ho voluto mai chiamare corpo dell'uomo, ma questo corpo è umano: 260. 26000 26042 64696000 76 706 68406 26344, 6469600000 86 76 26342. (Mansi, VI, 741). Invitato ad anatematizzare le due seguenti affermazioni che gli si rimproveravano: 1) Gesù Cristo non è consostanziale con noi; 2) Dopo l'unione, non c'è che una sola natura, non due, Eutiche rifiutò nettamente con queste parole: Io non ho trovato la dottrina, di cui voi mi parlate, espressa chiaramente nella Sentenza e nessun Padre ne l'ha mai insegnata (Mansi, VI, 743). Da quelle due affermazioni si trassero i motivi per determinare specificamente l'eutichianesimo. Si attribuiramo cosi al loro autore nonostante le sue reiterate dichiarazioni, tutti gli errori che se ne possono logicamente dedurre. Se Cristo non è consostanziale con noi, la sua umanità non è che un'apparenza, oppure deve avere un'origine solo. ste : ecco l'accusa di decetismo, di valentianesimo, di origenismo, di apollinarismo fatta ad Eutiche. Maria non è veramente madre di Dio. Se "ante unionem "n'erana due nature, dunque, almeno in un determinato momento esse sono state separate e l'unione non ha avuto luogo fin dal primo istante della concezione: errore, questa, che, su testimonianza di Cassiano, molti occidentali hanno
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gratuitamente attribuito a Nustorio. Se "post unionem" non c'é gió che una sola natura, quattro sono le ipotesi : e la divinità e l'umanità si sono fuse per formare un teritam goul, o l'umanitá é stata assorbita dalla divinitá come una goccia d'acqua nell'oceano, o il Verbo si è condensato in carne e ha, cosi, perduto i suoi attributi divini, e le due nature sono divenute come le parti costitutive di un tutto naturale, alla stessa stregua dell'anima e del corpo che formano una sola natura.
Ben altre cose assurde sono state tratte dalle due affermazioni di Eutiche, che potevano avere benissimo un'interpretazione benigna, quale non sarebbe stato difficile trovare negli scritti di s. Cirillo. Ma i Padri del Sinodo del 448 erano tutt'altro che benevoli verso il vecchio ostinato che sfruttava il prestigio che aveva su Crisalio per perseguitare coloro che ammettevano due nature in Cristo. Presero alla lettera le sue parole e ne cavaron fuori motivi valentinianistici ed apollinaristici. I contemporanei, prima, ed i posteri poi li imitarono, attribuendo ad Eutiche tutti gli errori che si celano sotto l'etichetta del valentinianesimo c dell'apollinarismo. La maggior parte dei monofisiti rifiutarono essi stessi con orrore l'eutichianesimo nel senso suesposto.
III. Eutichianesimo e monofisismo. - Non bisogna confondere eutichianesimo e monofisismo, come continuano ancora a fare la maggior parte degli storici e dei teologi. L'eutichianesimo non è che una forma, la forma più grossolana e meno importante del monofisismo. Etimologicamente, la parola " monofisismo "può essere adoperata ad indicare qualsiasi dottrina che riconosce nel Verbo incarnato una sola gónc dopo l'unione dell'umanità con la divinità. Storicamente, sono stati chiamati " monofisiti "coloro che hanno rifiutato la dottrina del Concilio di Calcedonia, secondo la quale il Verbo, nato dalla Vergine Maria secondo l'umanità, è in una sola ipotesi e in due nature, èv 850 gúcos, le quali permangono inconfuse, immutate, indivise, inseparabilmente unite. Gli eutichiani sono percio dei monofisiti in quanto non ammettano in Cristo "post unionem " che una sola gónc, ma tutti i monofisiti non sono degli eutichiani. Sono eutichiani tutti coloro che compromettono l'immutabilità del Verbo nell'unione a attaccano la realtà ed integrità della sua umanità e concludono essi ad una sola gónc, intesa nel senso di "natura individua "o, magari, di "persona ", ma di persona costituente un tutto naturale, composto di vere e proprie parti. Abbiamo visto effettivamente che le due formole di Eutiche: Una sola natura dopo l'unione - Il Cristo non è consestanziale eun sui sono state capite in questo modo, qualunque sia la strada per la quale si arriva ad una tale conclusione.
Accanto a questo monofisismo reale, i teologi hanno scoperto un altro monofisismo che è puramente verbale. E quello, cioè, che pone in Gesù Cristo "post unionem" una sola gónc, intesa nel senso di essere concreto sussistente in se stesso, di soggetto unico di attribuzione, ossia di natura che é contemporaneamente ipotesi, vera persona. Gónc diviene perció sinonimo di onóconos e di upóonav. Mentre il Concilio di Calcedonia adopera gónc nel senso di natura individuale, di essenza considerata come astratta dal supposto nel quale sussiste, e la distingue dall'ipostasi e dalla persona, onóonav, upóonav, il monofisismo verbale prende questi 3 termini come sinonimi nel mistero dell'Incarnazione, dicendo che in Gesù Cristo c'é una sola gónc che è nello stesso tempo una onóonav, e un upóonav. Riguardo al mistero della Trinitá, invece, distingue tra gónc e onóonav, o upóonav, dicendo che in Dio c'é una sola gónc e tre ónóonavs, o upóonav. Ecco com'é sotto l'equivoco che si nota tra il duofisismo calcedonense
ed il monofisismo verbale di cui si sta parlando. E il monofisismo di s. Cirillo quando adopera la famosa espressione: uis gónc toó 0005 Noyos cooopagujos: Una natura Verbi Dei incarnata, espressione che egli riesce a spiegare ortodosamente. E la formula della maggior parte dei monofisiti nel corso dei secoli, i quali hanno dato a questa formola l'identica interpretazione che dava s. Cirillo. Ma, a differenza del vescovo di Alessandria il quale, "pro bono pacis ", aveva accettato di riconoscere in Cristo due gousc, i suoi discepoli hanno rifiutato ostinatamente nel loco fanatismo di adottare la terminologia diofisita, canonizzata da un concilio ecumenico e dal papa Leone, si quali è stato lanciato l'anatema di partigiani del nestarianesimo. Hanno un bel dichiararsi ortodossi riguardo alla eratologia, mentre poi adoperano certe formole più o meno pericolose, alcune delle quali emanano forte odore di eutichianesimo. Per i cattolici, essi sono e rimangono veri eretici, in quanto hanno rifiutato l'obbedienza al magistero infallibile della Chiesa universale, da essi accusata persino di errore.
Il principale esponente del monofisismo verbale eterodosso, di cui perlismo, è stato Severo d'Antiochia (m. nel 538), da cui è venuto il nome di monofisismo severiano dato a questo forma di monofisismo. Severo ammette in Gesù Cristo "post unionem " due essenze, 860 oúoies, ma una sola gónc. Egli scaglia l'anatema contro Eutiche. Dichiara che Gesù Cristo è consestanziale al Padre secondo la divinità, consostanziale a Maria e a noi secondo l'umanità. Non accetta qualsiasi specie di mescolanza o confusione tra le due nature e sostiene la perfetta immutabilità del Verbo. Rigetta però il Concilio di Calcedonia e l'autorità di s. Leone perché hanno sostenuto due nature, 860 gónc, dopo l'unione.
Accanto a questo monofisismo verbale eterodosso, si può collocare un monofisismo verbale ortodosso. E quello che si attiene alla formola monofisita di s. Cirillo secondo la spiegazione da lui datane, ma che accetta contemporaneamente l'ortodossia delle formole duofisite di Calcedonia e del tomo di s. Leone, anzi le preferisce alla terminologia monofisita, divenuta in modo speciale pericolosa dopo la comparsa dell'eutichianesimo. Tale specie di monofisismo, da alcuni chiamato la corrente neo-calcedoniense, ebbe per patrocinatori i teologi ortodossi i quali cercarono di porre fine allo scisma monofisita, mostrando l'accardo sostanziale tra il Concilio di Efeso e quello di Calcedonia, tra s. Cirillo Alessandrino e il papa s. Leone. Il qual monofisismo ha avuto il suo più importante esponente in Leone di Bizansia e la sua formulazione più solenne nei canoni del V Concilio ecumenico ed in quelli del Concilio Lateranense celebrato il 640 sotto papa Martino I.
S'è data, cosi, un'idea generica dell'eutichianesimo e del monofisismo verbale. Ognuna poi di queste due forme di monofisismo ha dato origine a molte sette, per le quali v. MONOFSITI.
Bias.: Fonti: Mansi, VI a VII per gli atti dei concili nei quali si tratta di Eutiche e della sua dottrina; P. Martin, Le brigandage d'Ephéie d'après les actes du Conclle récemment retrouvé, in Revue des questions historiques, 16 (1874), pp. 5-68; id., Le pseudo-cvande connu dans l'histoire sous le nom de brigandage d'Ephése, étudié d'après ses actes retrouvés en syriaque, Parigi 1875; s. Leone, Epistole: PG 24; Nestorio, Il libro di Eraclide di Damasco, trad. F. Nau, Parigi 1910; Teodoreo, Etonistes: PG 83; K. Abreu-G. Kroger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Rheus, Lipsia 1800; Liberatus, Breviarium causas Nestorianarum et Eutichianarum: PG 68; Gelasio, De duobus naturis in Christo adserunt Eutychen et Nestoriano, ed. A. Thiel Epistoles Romanarum Pontificum geminam; Vigilio di Tapan, Contra Eutychen libri quique: PL 62. Studi: Tillmann, XV, Parigi 1711; Petavio, De Incarnazione, I, 13-18; IV, 9, 10; Le Quien, Dissertatio damascenica, II: PG 94, 191 sg.; P. Guessal e P. e G. Bellerini, De causa Eutychis dissertationer: PL 65; F.A. Loola, Eutyches und der eutychianische Streit, in Brolenczel. für protest. Theologie, V. pp. 632-97; Wace, Eutyches, in Dictionary of christian Biography, II, p. 404 sg.; G. Vavón, L'apollinarisme, Lovanio 1901; J. Lebon, Le monophysisme sévérien, (vi 1909; M. Juzia, Eutychia et eutychianisme, in DThC, V, vol. 1380 1609; id., Theologia dogmatica Christianarum orientalium, V, Parigi