volume-05

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Brolenczel. für protest. Theologie, V. pp. 632-97; Wace, Eutyches, in Dictionary of christian Biography, II, p. 404 sg.; G. Vavón, L'apollinarisme, Lovanio 1901; J. Lebon, Le monophysisme sévérien, (vi 1909; M. Juzia, Eutychia et eutychianisme, in DThC, V, vol. 1380 1609; id., Theologia dogmatica Christianarum orientalium, V, Parigi 1932, pp. 397-432; E. Schwartz, Der Prezen des Eutyches (Abbatell. Akad. Nün., Pallol.-hist. Abteilung, 5), Monaco 1920. E utile consultare anche i manuali di storia dei dogmi.

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EUTICHIANO, papa, santo. - Dall'anonimo del Liber Pontificalis è detto toscano, figlio di un certo Marino. Non è possibile stabilire esattamente i limiti cronologici del suo pontificato ( 275-83 ?) che però va posto durante il quarantennio che precedette la persecuzione di Diocleziano, in un periodo cioé di pace, onde è da ritenerai sospetta la notizia che avrebbe seppellito un gran numero di martiri.

Gli si attribuisce un decreto con il quale ordinava che sull'altare per essere benedette si ponessero soltanto
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(per cullisio del proi. E. Jons
Euticniano, papa, santo - Iscrizione sepolcrale (sec. III). Roma, cimitero di S. Callato.
le fave e l'uva; ma questa notizia sembra doversi collegare con l'eresia dei manichei i quali osserviano provenire dal principio del male i legumi e il vino dal quale si astenevano anche nella Messa. I documenti relativi al pontificato di E., se vi furono, dovettero perire nella persecuzione di Diocleziano. Fu sepolto nel cimitero di Callato dove il De Rossi trovò il suo epitaffio, ma il suo martirio non è provato. La sua festa si celebra l'8 dic.

BibL.: G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 70-72; Jaffé-Wattenbach, 1, p. 24; Lib. Pont., I, p. 24.

Agostino Amore
EUTICHIO, santo, martire: v. Plactdo, Eutichio e consoci, santi, martiri.

EUTICHIO, santo, martire. - Sconosciuto ai più antichi documenti agiografici, è commemorato nel Martirologio geronintiano il 2 luglio come sepolto nel cimitero di Callisto a Roma. L'unica fonte che ne parla è l'elogio di papa Damaso, conservato nella lapide originale nella basilica di S. Sebastiano in catazumbas. Da esso si apprende che E., catturato e sottoposto ad un interrogatorio, fu rinchiuso in carcere dove fu lasciato per 12 giorni senza cibo e costretto a dormire su dei cocci. Morì in seguito ai patimenti e il suo corpo fu gettato in un baratro. Lo stesso martire ne rivelò il luogo, e ritrovato fu seppellito con onore e venerato. Sembra che sia morto durante la persecuzione di Diocleziano.

BibL.: A. De Waal, S. E. martire nel cernetero ad catazumbas v. in Römische Onontalschrift, 29 (1912), pp. 289-73; P. Styger, Römische Mieriyrergriulle. Berlino 1933, pp. 143-45; A. Ferrus, Epigrammata Damasians. Città del Vaticano 1942, pp. 144-48; R. Valentini-G. Zuccherri, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 44 sg. Agostino Amore

EUTICHIO, santo. - Patriarca di Costantinopoli, n. ca. il 512 e m. il 22 apr. 582 . Nel 553 fu eletto alla sede bizantina. Intervenne subito nella controversia sui Tre Capitoli (v. costantinoPOLI, II Concilio Costantinopolitano). Treppu ligio alla politica di Giustiniano I, presiedette le riunioni del V Concilio ecumenico, al margine della volontà di papa Vigilio, il cui nome anche da E. fu cancellato dai dittici. Posteriormente E. cadde in disgrazia di Giu-
stiniano per disaccordo nella questione aftartodoceta. Perciò fu esiliato nel 565 , ma venne richiamato nel 577 da Giustino II. Si conserva, oltre ai documenti conciliari, una lettera di E. al papa Vigilio (PG 86, 2401-2406). I Greci festeggiano E. il 6 apr.

BibL.: Acto SS. Ahr., I. Anversa 1673, pp. 30-82; L. Duchesne, L'Eglise an VI' ritche, Parigi 1923, p. 206 sg.

Ienazio Orris de Urbina
EUTICHIO. - Patriarca melkita di Alessandria, in arabo Sa'd b. Batriq, n. al Cairo nell'877, m. nel 940 . Scrisse gli annali dalla creazione fino al 938 , nei quali, fra elementi leggendari ed incerti, si trovano anche notizie interessanti. La sua polemica contro il nestorianesimo ed il monofisismo suscitò dal contemporaneo copto Severo ibn al-Muqaffar il suo Libro dei Concili (PO 3).

BibL.: G. Graf, Eutychius, in LThK, III, coll.. 873-74.
EUTICO ("Euticyus). - Adolescente risuscitato da s. Paolo a Troade (Act.20.9-12). Con l'imprudenza propria dell'eti (è detto prima veavias, v. 9, poi nais, v. 12), sedeva nel vano di una finestra del terzo piano dove Paolo parlava alla comunita riunita per la "frazione del pane domenicale; preso dal sonno durante la prolungata conversazione notturna di Paolo, precipitò al suolo. L'Apostolo, ripetendo il gesto di Elia (I Reg. 17, 21) e di Eliseo (II Reg. 4, 34), curvatosi sul morto, lo ridona alla vita.

Le parole dell'Apostolo - Non vi turbate: l'anima sua è ancora in lui" (v. 10), che possono essere anche una forma di modestia, constatando che la vita è tornata, sono state prese, a torto, come indizio che il miracolo sia soltanto nell'interpretazione della folle o del narratore. Luca, testimone oculare (brano - noi -), con l'esattezza del medico, mette in rilievo la gravita della caduta e la morte facilmente constatata. Per questo è conosciuta la comunira nel condurre E. vivo al momento della partenza di Paolo.

BibL.: A. C. Headlam, Eutychus, in Dict. of the Bible, I, p. 795 ; R. Jacouler, Les Actes des abeutres, 2^{°} ed., Parigi 1926, p. 399 sgg.

Teodorico da Castel San Pietro
EUTIMIANI, scissia degli : v. EUTIMIO 1.
EUTIMIO 1, patriarca di Costantinopoli. N. verso l'834 a Seleucia (Isauria), m. nell'esilio il 5 ag. 917. Monaco, fu confessore dell'imperatore Leone VI, con il cui aiuto fondò il monastero di Psammathia a Costantinopoli; conservò sempre un carattere dignitoso anche davanti al suo sovrano. Come patriarca di Costantinopoli (907-12), fu in concordia con la Sede romana nella questione del quarto matrimonio di Leone VI; ma quando questi mori, fu deposto dal successore di lui, il fratello Alessandro; fu anche avversato da Nicola il Mistico durante il suo secondo patriarcato ( 912-25 ). Allora cominciò il dissidio degli eutimiani, che durò fino alla fine del sec. a. E. e autore di 4 omelle mariana. La sua vita è stata ben descritta da un suo discepolo. Egli è venerato dalla Chiesa bizantina come santo.

BibL.: C. De Boor, Vita Euthymii, Berliou 1888: M. Jogie, E. Euthyms, patriarche de Constantinople: PO 16, 403-514; V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 2, Parigi 1936, nn. 623-29, pp. 146-47. Giorgio Hofmann

EUTIMIO il Giovane, santo. - Monaco del Monte Athos, n. ca. l'828, m. nell'898. Fondò il celebre monastero Peristerae ed ebbe fra i suoi discepoli s. Giovanni Kolobos a Basilio metropolita di Tessalonica. Questi ne scrisse la vita (ed. L. Petit, in Rev. Or. chrét., 7 [1903], p. 155 sg).

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EUTIMIO il Grande, santo. - Ascert insigne, n. a Melitene d'Armenia nel 377, m. in Palestina nel 473. Deve il suo nome al fatto che i suni genitori, chiedendo un figlio a Dio, furono esortati da una voce divina ad essere di buon animo (sóboaziv). Fu educato a Melitene dai vescovi Ottreia e Acacio, fu ordinato sacerdote ed ebbe la cura del monasteri. Presto però passò a Gerusalemme ( 406 ) e, cercando la solitudine, abitò 5 anni nella laura di Faran, poi in una spelonea e in più luoghi inospitali dove la fama dei suoi miracoli lo costringeva a ritirarsi. Ma intorno a lui sempre fiorivano nuove laure, ed e per cio che viene considerato come l'istitutore di questo genere di monachesimo in Palestina. Il tempio della principale di esse, che poi ebbe il nome di E., fu consacrato dal patriarca Giovenale nel 420 . Ivi fu in rapporti d'amicizia con s. Giovanni Silenziarie, s. Ciriaco e s. Saba. Morí quasi centenario sotto Leone I il Tracio.

Ne scrisse la vita nel sec. vi, il monaco Cirillo, particolarmente stimato dal Baronio. La sua festa si nell'Oriente che nell'Occidente ricorre il 20 genn.

Converti molti s agareni alla vera fede, appresa con esulianza la condanna di Nestorio nel Concilio di Eleso I (431), ma singolarmente lavorò per quello di Ciliesdonia (431), opponendosi a Teodosio, pseudo-vescovo eulichiano di Gerusalemme, le cui calumnie serpeggierano fra i monaci. A lui pure si deve il ritorno alla fede dell'Imperatrice Eudossio, che lo chiamó per consultarlo.

Bial.: Acta SS. Inouarri. II. Pariei 1863, pp. 662-92: BHG, 90; E. Schwartz. Korillos von Skythobalis (Tesio u. Uuterinck., 49. 11). Lipsia 1939, pp. 5-84: 358-66: Martyr. Romanos, p. 26.

Eremonuele Candal

## EUTIZIO, ABBAZIA di : v. NORCIA.

## EUTRAPELIA : v. DIVEHTIMENTI.

EUTROPIO, santo. - N. a Marsiglia da nobile famiglia nella prima metà del sec. v. Trascorse una gioventú alquanto dissipata, ma dopo la morte della moglie fu ricondotto a migliori sentimenti dal vescovo Eustachio.

Ordinata diacono, si diede con entusiasmo alla penitenza pregando molto e digiunando spesso. Alla morte del vescovo Giusto di Orange fu eletto a succedergli. Era già vescovo nel 464 , poiché è ricordato in quell'anno in una lettera di papa Ilaro. Fu anche in corrispondenza con Sidonio Apollinare. Gli successe un certo Vero che ne scrisse la biografia. E commemorato il 27 maggio.

Bial.: Acta SS. Maii. VI. Pariei 1866, pp. 891-94: Martyr. Romanon, p. 212.

Auostino Amore
EUTROPIO il Pressitiero. - Teologo, vissuto nei secc. IV-V, di cui parla Gennadio (De vir. ill., 49). Fu probabilmente spagnolo e spiegò la sua attività nel nord della Spagna.

Soltanto recentemente è stata pienamente identificata e apprezzata la sua personalità letteraria. Scrisse tre "lettere", trattati di carattere ascetico-teologico contro i manichei: De contemnenda hoereditate; De vera circumcisione; De similitudine carnis pecenti. Quest'ultima era stata falsamente attribuita a Paciano di Barcellona da don Marin.

Bial.: Le due prime lettere edite in PL 30, 45-50; 188, 210. L'ultima in G. Morin. Etudes, textes et découvertes, Parigi 1912, pp. 127-32: J. Muñoz. Herencia literaria del presbítero E., in Etudios eclesiásticos, 16 (1942), pp. 27-34: F. Cavallera. L'héritage littéraire et spirituel du prêtre E., in Bull. de littér. ecclésiastique, 49 (1948), pp. 60-71.

Giuseppe Madon
EUZOIO. - Vescovo di Cesarea di Palestina, dove era stato compagno di s. Gregorio Nazianzeno alla scuola di un certo Thespele.

L'imperatore Valente lo sostituì in quella sede, per le sue idee ariane, al vescovo Gelasio. Vi sedeva ancora
nel 376-77 quando Epifanio scriveva il suo Panarion. Si adopró molto a restaurare la celebre biblioteca di quella città, costituita specialmente con le opere di Origene, raccolte e donate da Panfilo. All'avvento di Teodosio dovette abbandonare la sede, in cui tornò Gelasio. Dei "diversi e molteplici trattati che egli, secondo s. Girolamo (De viris illusis., 113) avrebbe pubblicati, non ci resta nulla.

Bial.: Tillemont, VI, p. 576: Bardenhewer, III, p. 182.
Irenco Daniele
EUZOIO, vescovo di Antiochia, già discono di Alessandria. - Fu uno dei primi seguaci di Ario, assieme al quale fu scomunicato e deposto nel 320 da Alessandro vescovo di Alessandria (Socrate, Hist. Eccl., I, 6) e poi dal Concilio Niceno (325). Nel 332 fu invitato a Nicomedia assieme ad Ario e presentò a Costantino una formola equivoca, che gli valse il perdono imperiale.

Nel 333 fu accolto nella comunione della Chiesa di Gerusalemme a nel 361 gli ariani rigidi lo elestero vescovo di Antiochia in opposizione al semiariano Melezio. Nel nov. del 381 battezzò a Llopesarene nella Cilicia il morente Costanzo II. L'ariano Valente nel 372 gli consegnd le chiese di Antiochia, strappate ai seguaci di Melezio e nel 373 comparve ad Alessandria ad installare nella sede di Atanasio l'ariano Lucio. Magra vendetta dell'espulsione di 53 anni prima. Morì nel 376 ca.

Bial.: Tillemont, VI. Venezia 1732, v. indice: Pliche-Marion-Prinaz, III, v. indice.

Irenco Daniele
EVA. - Progenitrice del genere umano. E. fu creara perchè l'uomo avesse "un aiuto a sé conveniente" (Gen. 2, 18-20). Fu da Adamo (v.) chiamata E. (ebr. Haccouli) dal verbo bäjäh "vivere": quindi "madre dei viventi" (Gen. 3, 20).

Perché l'uomo si rendesse conto della sua superiorità su tutti gli altri esseri, Iddio ordinò che gli animali del paradiso si avvicinassero ad Adamo, il quale impose a tutti il nome corrispondente alla loro natura, o comprese che nessuna specie animale era simile all'uomo; sentitosi solo, desiderò un aiuto a sé conveniente, o quasi sua stessa immagine, e Dio, alla cui opera produttrice si rivolse, l'esaudi. "Mandò adunque il Signore Iddio ad Adamo un sonno profondo" (Gen. 2, 21 : ebr. tardóndh), durante il quale Adamo doveva conoscere l'intenzione di Dio, che formò la donna da una costola o da carne del fianco (ṣelá') di lui. Il racconto, antropomorfico, vuol dire che Dio, con la sua volontà onnipotente, ha formato la donna da una parte dell'uomo. Lo scrittore sacro, come ci suggerisce la stessa forma del racconto in un libro storico e ci conferma s. Paolo (I Cor., 11, 6), vuole riferirci un fatto reale. Significa metafisicamente le relazioni morali e sociali dei due sessi; l'uomo smerà la donna come parte di sé e la donna si appoggiera al marito come al suo capo che ama e da cui dipende.

Origene, rispondendo ai sarcasmi di Celso, ha parlato di allegoria; il Gaetano ha creduto che si trattasse di una metafora, ispirandosi all'opinione di Aristotele per cui la donna è vir inesus; Hummelauer, per un capriccio caegetico come lo definì M.-J. Lagrange, sostiene che Dio non ha tolto ad Adamo una costa realmente, ma solo in visione; M.-J. Lagrange sostiene il senso parabolico, con cui s'insisterebbe solo sul fatto che l'uomo deve amare la donna come parte di se stesso. Ma tolte queste poche voci discordanti, provenienti dall'avee esteso troppo la parte antropomorfica, i Padri e i dottori della Chiesa, nell'unanimità morale, stanno per il senso letterale storico, che, secondo la decisione della Commissione biblica ( 30 giugno 1909), non può esser messo in dubbio "nella formazione della prima donna dal primo uomo".

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Eva - Il Lavoro di Adamo e di E. (fine sec. xit) - Monresie, Cattedrale.

La realta del fatto storico è richiesta anche dalle parole di Adamo (Gen. 2, 23); nel testo ebraico il nome a donna ( 'ilâth) è la forma femminile del nome "uomo" ('il), ciò che la Volgata ha reso: "bace vocabitur virago quia de viro sumpta est -. Illuminato ancora da Dio, Adamo, probabilmente, rivela l'indissolubile e totale vincolo dei coniugi (Gen. 2, 24; cf. Mt. 19, 4-6).

A tali considerazioni gli Apostoli e i Padri aggiungono altri motivi, come: 1) perché l'uomo fosse principio di tutto il genere umano e apparisse l'unità di origine e della specie (Mt. 19, 4; Act. 17, 26; cf. Gen. 3, 20; 5, 1-2); 2) perché risultasse la dignità e autorità dell'uomo (I Cor. 11, 7-9; I Tim. 2, 13-14); 3) perché figurasse l'unione di Cristo e della Chiesa (Eph. 5, 23-32; Io. 19, 34).

Dopo il peccato d'origine, di cui E. fu l'iniziatrice Dio sentenzia contro E.: a Parò assai grandi il tuo travaglio e la tua gravidanza... eppure ti sentirai attratta verso tuo marito ed egli ti comanderà (Gen. 3. 16); all'orgoglio e sensualità, elementi essenziali della colpa, risponde la pena. Non è cambiata la condizione della donna come sposa, ma per conseguenza naturale del peccato la sottomissione della donna sarà dura e dolorosa (s. Tommaso, Sum. Theol., 24-240, q. 164, a. 2, ad 1). Ai progenitori la benignità di Dio si degnó dare la consolazione annunziando il Redentore o novello Adomo e ancora la corredentrice o novella E., come i Padri hanno chiamato Maria S.ma (cf. s. Giustino, C. Tryph.: PG 6, 710; s. Irenes, Adv. Haer., III, 22, 4: PG 5, 19 ecc.).

BibL.: G. Passaglia, De Immaculato Deiparae conceptu, II. Napoli 1835. pp. 812-54; A. Iba, Institutiones Biblicae, II, 1, De Pentateutico, 2^{°} ed., Roma 1933, pp. 158-54; V. Iacono, Maria S.ma mediatrice di tutte le grazie, Pompei 1937, p. 20 sgg.; E. Manganot, Ece. in DThC, V, coll. 1640-45; J. Schacter-J.-B. Holstammer, Manuale di storia biblica. Il Vecchio Testamento, Torino 1942, p. 142 sgg.

Vincenzo M. Iacono
Vangelo di 8. - Apocrifo in uso tra i nicolaizi, eretici del periodo apostolico, secondo s. Epifanio (Haer., 26, 2, 3, 5 : PG 41, 334-35, 339). Dalle due brevi citazioni che ne fa Epifanio, appare che questo apocrifo era di carattere gnostico, steso nella
forma letteraria di un'apocalisse. Da una frase di Ippolito su E. (Philosoph., 5, 16), Harnack conclude all'uso del Vangelo di E. anche da parte dei perati.

BibL.: A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Lattentur bis Eroditus, I. Lipsia 1893. pp. 152. 168: Bartholomew, I. pp. 309. 323.

Francesco Spadafara
EVA, beata. - Reclusa di S. Martino di Liegi, n. ca. il 1205 a Liegi, ivi m. ca. il 1265 . Confidente di s. Giuliana di Cornillon ne condivise lo zelo per l'istituzione della festa del Corpus Domini.

Per la sua più insisterza s'introdusse prima del 1251 tale solennità nella Collegiata di S. Martino, presso cui era il suo reclusorio, e per tutta la vita si adopera perché fosse estesa a tutta la Chiesa. Dopo la morte di s. Giuliana ( 1258 ), ne redasse in lingua romanza le memorie, che formano il fondo dell'antica Vita Iulianae, ove gli episodi riguardanti i rapporti di E. con la Santa di Cornillon sono improntati a grande candore e semplicità. L'antico arcidiacono di Liegi, divenuto papa Urbano IV, dopo aver istituito la festa del Corpus Domino con la bolla Trinititurni del 1264, nello stesso anno mandò una lettera a E. (riprodotta in G. Barbera, Le confezzernite del S.ma Saccamento prima del 1539, Vedelago [Treviso] 1944, p. 234), per comunicarle le grande notizie; unitamente le spedi una copia dell'ufficio de corpore Christi, composto nella Curia romana e diverso da quello attribuito a s. Tommaso d'Aquino.

BibL.: I. Demarean. La pecumere onseur wallane: la bienheureux Ece de St-Martio. Liegi 1806: C. Lambot, Ece de St-Martio et les premiers bittemans libiens de la Fête-Dieu, in Studio Euthanitico DCC: anno o condito. Iesto S.ma Corporis Christi. Anversa 1946. pp. 19-34; F. Callner, Deungnatezione eucaristica liegeu del vescovo di Liegi Roberto di Torale al papa Urbano IV (12.10-64), in Miscellanea Pio Paschini, I. Roma 1948. pp. 213-35.

Antonio Padani:
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Eva - E. anticipo di Maria SS.ma, Tavolo di Paolo di Giovanni
Fel (1372-1410) - Nuova York, raccolta Mrs. Goodhart.

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EVAGRIO. - Verso il 430 un certo E. pubblich in Gallia sotto il titolo Alsercatlo legis inter Simonem Indaenm et Theophilum Claristianum una disputa giudeo-cristiana, che nel v sec. era in mano di tutti (Gennadio, De viris illustribus, 50).

La discussione si svolge sulla base del Vecchio Testamento. La tesi di A. Hornock, Die Alsercatio Simonii, sec. (Texte and Untersanit., 1, 101, Lapsia (883), che l'altercatio non sarebbe altro che una rielaborazione del Dialogo di Ievane e Papiceo di Anstone di Pella (v.) è insostenibile. E. ha conosciuto Terzulliano, i Tertiannia di Cipriano e Gregorio di Elvira.

Bita.: Edizione a cura di Ed. Bratke, in CSEL, 45: id. Episcopatmo zur W'ienar Aargabe der Alsercatio (Sitzungsberichte des W'ienar Abadente der W'ieneschatten, Philos. Aistur. Kt., 148, II. Vienna 1904. Studi: A. Marmorstein, Inden und Indaenum in der Alsercatio Simonus Indaei, evr., in Theol. Tücherit, 1913, pp. 360-83: A. Lucken Willamn, Alseraus Indaeas, Cambridus 1935, p. 289 sq.

Erik Peterson

EVAGRIO PONTICO. - Scrittore ecclesiastico, n. a Iltora nel Ponto ca. il 338, m. nel 399. Figura di primo piano fra i teorici della spiritualità nella Chiesa antica, raccolse la tradizione dei secoli precedenti, specialmente della scuola alessandrina, e la elaborò con copioso apporto di speculazione e di esperienza, esercitando sulla posterità un influsso notevolissimo. Fu ordinato lettore da s. Basilio il Grande e discem da s. Gregorio Nazianzeno, col quale fu a Costantinopoli, esercitandovi il ministero della predieazione; si rimase, partito Gregorio nel 384, fine all'anno seguente; poi si diede alla vita ascetica. Dopo un breve soggiorno a Gerusalemme si ritirò nell'Egitto, vivendo fra i monti della Nitria e nel deserto delle Celle, guadagnandosi il pane con il lavoro di amanuente. Fu discepolo ed amico di s. Macario Egiziano, e rifiutò l'episcopato offertagli da Teofilo d'Alessandria.

Intensa fu la sua attività di scrittore, che solo recentemente venne studiata a fondo con l'esame di una parte delle opere pervenute, per lo più in traduzioni sirische e arnene. La perdita del testo greco è dovuta soprattutto all'anstema pronunciato dal V Concilio cecumenico e dal tre seguenti contro E., coinvolto nella condanna dell'origenismo. Notizia delle opere, seppure incomplete, si hanno da Socrate (Hist. ncd., IV, 23) e più diffuse da Gennadio (De vir. ill., 11).

Scrisse: 1) l'Antierheticus, raccolta di sentenze bibliche in 8 libri, contro gli 8 vizi capitali, tradotto in latino da Gennadio e giunto a noi solo nelle versioni sirische e arnena; 2) il Manastichus, raccolta di massime, per lo più brevi, per anacorati, accostate senza ordine logico e divise in due parti : la prima di 100 massime, intitolata Practicus, per i semplici; la seconda di 50 massime, dal titolo Gnosticus, per i monaci colti, pure tradotto da Gennadio in latino. Abbiamo la prima parte in due recensioni greche, la seconda solo in siriano; 3) uno Specchio per i monaci e uno per le monache, giunti a noi nell'originale greco, nella versione latina di Rufino e nella versione sirica; 4) 600 Problemi gnostici, conservati in siriano ed in armeno, di vario contenuto dogmatico e morale; 5) 67 Lettere, in versione sirica, per lo più brevi; 6) un trattatello in 11 capp. sui fondamenti della vita monastica, specialmente sulla quiete, in greco e in sir. itaco; 7) Capitula XXXIII per seriem, di carattere allegorico, in greco; 8) quattro serie di Sentenze, ordinate parte affabeticamente parte no; 9) uno scritto De oratione e 10) uno De malignis cogitationibus, attribuiti finora a Nilo di Ancira; 11) Commentari ai Salmi e ai Proverbi, di cui restano notevoli frammenti; 12) Gennadio gli attribuisce ancora "pancas sententialus valde obscurus et, ut ipse sit, solis monachorum cordibus agnoscibiles"; operetta non identificabile fra quelle pubbli-
cate. Altri scritti inediti rimangono in versioni arnene e sirische.
E. è il primo fra i monaci che abbia lasciato una notevole eredità letteraria ed è fra i solitari d'Egitto lo scrittore più fecondo e originale. Amò esprimersi in brevi massime, talora tolte dalla Scrittura, iniziando cosi fra i eristiani il genere gnomologico.

La sua dottrina spirituale si ispira a Clemente Alessandrino e a Origene, ch'egli studiò accuratamente. Distingue la vita attiva o pratica, e la contemplativa o gnostica. La prima non è che preparazione alla seconda, che ha il suo compimento nella contemplazione della Trinità, in cui consiste la perfezione e il più alto grado della vita spirituale. L'ascesi mira a purificare l'anima per togliere glimpedimenti alla contemplazione. La vita attiva è caratterizzata dalla pratica delle virtù, disposte in quest'ordine ascendente: fede, timor di Dio, osservanza dei comandamenti, da cui derivano la continenza, la prudenza, la pazienza e la speranza; da questa poi viene l'impassibilità (desśbeca), da intendersi non come indifferenza verso Dio né verso gli uomini, ma come perfetta pace e libertà dello spirito, raggiunta con la totale rinunzia e la costante mortificazione. Frutto della desśbeca è l'amore, che introduce nella vita contemplativa. Nel campo ascetico E. attribuisce grande importanza alla lotta contro i demoni e le passioni. Presso di lui si trova per la prima volta la teoria degli otto vizi capitali. Nella contemplazione si distingue un primo grado, la "gnosi finica", a cui segue la "teologia", o gnosi di Dio, "grado della "pura orazione", ultima vetta dell'ascesi spirituale. E una conoscenza di Dio non discorsiva, che richiede una purità ancor maggiore che la contemplazione iniziale, cosi che lo spirito sia tutto "nudo". Per essa l'uomo vede la luce della Trinità, Dio, la natura di Dio, non attraverso un'immagine ma in una visione assolutamente semplice e immediata della realtà. Ma poiché l'infinito non può essere compreso dall'intelletto finito, proprio quest'altissima visione è anche "infinita ignoranza". Con l'intuizione della Trinità lo spirito intuisce sé stesso, ormai purificato, quindi splendente di bellezza. Pace e riposo accompagnano questa contemplazione, che affezza l'uomo con un potere irresistibile e influisce anche sul suo corpo, che sembra perdere il peso naturale.
E., come s'è detto, attinge alla speculazione alessandrina e ne feconda i principi cosi da dare una teoria profonda e particolareggiala della vita spirituale. Già s. Girolamo riconosceva la diffusione degli scritti di lui e il grande influsso da essi esercitato; questo continuò anche in seguito, sui Bizantini e sui Siri, e nell'Oriente non è ancora tramontato.

Bita., Edizioni: quella di PG 40, 1231-86, che riproduce con qualche aggiunta quella del Galland, è insufficente a dev'essere completata con quella di W. Frankenberg, in Göttinger Abhandlungen. Philol.-hist. Kt., nuova serie, XIII, 1. Berlino 1912; P. B. Surgiocus, Des hl. Voters Exagrius Pontibus Leben und Werke in enger armenischen Übersetzung des 3. Jahr., Venezia 1907; H. Greenman, Texte und Untersuchungen, 39, 4. Nonnempirget und Mönchsspiegel des E. P., Lipala 1913, pp. 148-84; le opere attribuite a s. Nilo in PG 70, 1093-1140, 1184-1228, - Studi: O. Zöckler, Biblische und Kirchenhist. Studien, IV, Exagrius Pontibus, Monaco 1893; Nordenheuer, pp. 41-98. 880: N. Bousset, Apophitegnusca Patrum, Tubinga 1523, pp. 281-312; O. Stählin, Die Altrbritti. Griech. Liter., Monaco 1924, pp. 1388-90; M. Viller, Aux marces de la spiritualité de et Massime. Les sources d'Evayer in Pontique, in Revue d'arrêt, et de mystique, 11 (1930), pp. 133-84,239-68, 231-96; S. Mesolli, Giovanni Cairiano ed E. P. Dutrius sulla carità e contemplazione (Studia Ancelmiana, 5), Roma 1936; M. Viller e K. Rahner, Assere und Mystik in der Väterzeit, Friburgo in Br. 1039, pp. 97-110. Michele Pellegrino

EVAGRIO SCOLASTICO. - Scrittore ecclesiastico, n. a Epifania in Siria nel 536-37, m. ad Antiochia sulla fine del secolo. Esercitò l'avvocatura (donde l'epiteto di "scolastico") in Antiochia, poi occupò cariche importanti; nel 588 accompagnò a Costantinopoli il patriarca Gregorio, chiamato a

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discolparsi, e lo difese davanti all'Imperatore e al Sinodo.

Egli menziona (Hist. ecel., VI, 24) un suo scrito perduto, che conteneva relazioni, lettere, deliberazioni, discorsi e dialoghi. Ci è perronuta, invece, la Storia ecclesiastica in 6 libri, in cui, proponendosi di continuare quelle di Sozomeno, Teodoreto e Socrate, comprende il periodo 431-504. Non in canno di Teodoro lettore, ed esprime ricerve, ispirate a stretta ortodossia, sugli atteggiamenti dottrinali di Eusebio. Si occupa solo dell'Oriente, estendendosi anche su avvenimenti profani, come la guerra fra Romani e Persiani (I. VI); ma il suo principale interesse è per la storia del dogma, e riesce importante soprattutto per le controversie nestoriane ed eutichiane e per gli ulteriori sviluppi del monofisismo. Pur essendo talvolta accessivamente facile a credere e appassionato del meraviglioso, è imparziale. Attinge, specialmente per la storia dell'eutichianesimo, a
![img-7.jpeg](img-7.jpeg)

EVANGELIARIO. - Per E. (da evangelizrium [ = ius], evangeliare o anche evangeliztarium) s'intende il libro liturgico, che contiene i brani del Vangelo da leggersi durante l'anno nella Messa solenne.

Il termine E. non è primitivo né il solo. Più spesso si trova capitulare evangeliorum (sec. viII), corrispondente al capitulare lectionum per le epistole. Il medioevo si sbizzarrì in molti altri nomi : breviarium ( = ius) lectionum evangeli, titoli, quotationes, tabula, registrum, volumen, liber, libellus, ordo, opusculum, pronuntiatio, intitulationes, terminationes, inventarium evangeliorum. Fu detto anche comes, ma con la differenza che capitulare indicava solo la lista delle pericopi, tutt'si più con l'incipit e l'explicit, mentre il comes riportava la pericope intera.
J. Storia. - La storia dell'E. segue assai da vicino, spesso fondendosi, a quella dell'epistolario. Il primo abbozzo di E. si trova, come per le epistole, nell'indicazione dei rispettivi brani da leggersi in determinati giorni, indicazione posta in margine al testo sacro. Si trattò, dapprima, di casi sporadici, perché originariamente, e in talune Chiese fino al sec. Iv (Africa) e v (Ravenna), il sistema normale di lettura della S. Scrittura era la lectio continua, cioè si leggeva un libro dal principio alla fine, un po' per volta, per il tempo stabilito da chi presiedeva l'assemblea, il quale commentava poi con il sermone il brano letto.

Ma sin dai primi tempi nelle solennità che commemoravano i grandi misteri della Redenzione, Pasqua e Pen-
tecoste, poi, nel iv sec., Natale e Epifania, ed anche in determinati periodi dell'anno, come Quaresima e Avvento, la lectio continua veniva interrotta per dar luogo alla narrazione evangelica corrispondente. Si venne casi formando, adagio adagio, la serie delle pericopi per le principali feste dell'anno.

Dai sermones di s. Agostino, S. Beissel ha potuto ricomporre l'ordinamento lessionale almeno per il periodo pasquale in uso nella Chiesa africana (cf. Entstehung der Perikopen des Römischen Messbuches, Friburgo in Br. 1907, p. 44); alla serie del Beissel andrebbero ora aggiunti i sermones post sonoriano repori pubblicari del Morin nella Miscellanea agostiniana (Roma 1930).

Nel sec. viI, epoca alla quale risalgono i più antichi manoscritti giunti fino a noi, si trova il sistema della lettura molto cambiata. Al posto delle latte contimua si vede l'e. lenon delle pericopi (detto capitulo fin dal sec. v) determinate una volta per sempre. Non si hanno elementi certi per stabilire come sia avvenuto il passaggio dell'uno all'altro ordinamento, e dobbiamo quindi accontentarci di congetture.

Già all'inizio del in sec. si manifesta la tendenza a fissare gli elementi costitutivi del culto. Questa tendenza si accentua nei secoli seguenti. Cosi avvenne che anche la lettura della S. Scrittura ando verso un ordinamento determinato. A questo deve aggiungersi la scomparsa dei catecument (sec. v), per i quali principalmente in lectio continua costituiva la prima istruzione cristiana impartita attraverso la celebrazione liturgica. E certo, comunque, che un'organizzazione lessonale fissa era in vigore nel 400 in Africa (s. Agostino, Sermo 86, Troct. da quarte ferie post Pascha, in Miscell. agost., I, Roma 1950, p. 324; Sermo 315, 1: PL 38-39, 1426; Troct. VI in Ionan., cap. 18: ibid., 35, 1433) e nel 430 nelle Gallie (Sedonio Apoll., Epist. IV, 11, 6: ibid. 58, 516; Genovidio, De script. eccles., 79 : ibid. 1103 sg .).

E poiché lo sviluppo liturgico delle varie Chiese d'occidente segue un solco parallelo, è verosimile che anche Roma prima del sec. viI, fosse addirittura già dal sec. v, abbia avuto un proprio ordinamento di letture scritturali. La lettura era affidata a chierici, i quali fissarono giorno per giorno il testo da leggersi, segnadone il riferimento in apposite liste (capitulum, da cui il termine capitulare dato agli elenchi e poi al volume delle pericopi) all'inizio del Codice sacro o trascrivendo la pericope in un volume a parte.

Questa congettura del Klauser si basa sul fatto che le più antiche raccolte romane di pericopi evangeliche, giunte fino a noi, sono a forma di elenchi o di lezionari veri e propri: ma anche perché non c'è, in tutta la serie dei manoscritti esistenti, una terza forma di raccolta scritturale.

Il periodo aureo dei Capitularia Evangeliorum è stato il IX sec., nel quale si contano non meno di 140 codici. Nel sec. x il numero scema assai. Nel sec. xili il Capitulare va definitivamente declinando.

E si comprende. Già nel Messale di Montecassino, scritto forse a Roma, intorno al 700 , appaiono per la prima volta le pericopi in un'ultima forma: le lezioni sono inserite nel Messale assieme alle altre parti della Messa. Questa forma si svilupperà nei secoli seguenti, fino a diventare regola, con i Messali plenari del sec. xili.

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(per cartaria da Conciliazzina (ca. da Tautina) COPERTURA DELL'EVANGELIARIO DI FRATE UGO D'OIGNIES (sec. xili) - Namur, Tesoro delle Suore di Notre-Dame.

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(1)a. Aderisad
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

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a) INCORONAZIONE DELLA VERGINE, In basso i 4 Evangelisti, Dipinto di Antonio da Murson (metà del sec. x7) - Venezia, chiesa di S. Panta-
laone. b) GLI EVANGELISTI, in un dipinto di J. Jordaone (ca. 1670) - Parigi, Louvre.

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(fal. Neuratsa)
CATTEDRALE CHIOSTRO DEL VESCOVADO (scc. xiv).

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Con la bolla di Pio V del 1570 il Messale plenario acquosa il diritto di citradinanza nella Chiesa universale e anche l'ordinamento delle pericopi evangetiche resta per sempre fissato, quale i secoli l'avevano formato e tramandato.
II. Tipi. - Dei Cipitulare Evangeliorum si sono occupati prima il card. Tammasi e piú recentemente, con stretto metodo scientifico, il Frees e il Klauser, che indipendentemente, sono giunti a eguali conclusioni, salvo qualche divergenza di dettaglio. Il Klauser, che ha esteso l'indagine ad oltre 1300 manoscritti, classifica i capitolari sotto quattro tipi:

Tipo II. Rappresenta l'uso romano puro intorno al 645 ed ha il miglior esponente nel codice di Würzburg (Biblioteca dell'Università, cod. mp. th. f. 62; ed. G. Morin, Liturgie et batilignes de Rome au milieu du VIIe siècle d'opres les listes d'evangilez de Wïrzburg, in Rev. bened., 28 [1911], pp. 286-330; v. anche dello stesso: Les notes liturgiques de l'Evangeliatre de Burchard, ibid., 10 [1893], pp. 113-26), detto anche E. di Burchard, perché pare appartenuto a s. Burchard, monaco inglese, poi vescovo di Würzburg del 741 al 753 .

Tipo A. - Dà ancora l'uso romano puro, ma in epoca più tarda, ca. il 749 , ed è rappresentato dal codex aureus (ma nella Biblioteca Comunale di Trevii, cod. XXII), scritto intorno all'800 (ed. N. Menzel, Die Trierer Adu-Haudschift, Lipsia 1880, pp. 16-27).

A questo tipo appartiene anche il capitulare, che si trova nell'E. di s. Corberto (Beitah Museum, Cormn Nero D. IV) trascritto a Lindisfarne da un E. usato nella chiesa di Napoli e portato in Inghilterra dopo la metà del sec. viI (edito da G. Morin, La liturgie de Naples au temps de st Grégoire, in Rev. bened., 8 [1891], pp. 481-93, 529-37, in Anecdota Marodeolana, I. Marodeous 1893, pp. 426-35).

Tipa E. - Rappresenta ancora l'uso romano puro del 759. Principale manoscritto cod. lat. 1388 nonv. ecq. della Biblioteca nazionale di Parigi, scritto ca. l'800.

Tipo A. - Rappresenta l'uso romano franco dopo il 750. Principale esponente cod. lat. Vat. 8523, scritto tra il IX e X sec.
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Evangellario - Noticita e Ansoncio ai pastori, Pagina miniera dell'E. detto della contessa Matilde (sec. xI) - Nonantula, Abbasia.
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(10. Ennivtioi)

Evangelialio - Copertura dell'E. di S. Maria in Via Lata (sec. xi) - Biblioteca Vaticana, Museo Sacro.
III. Nella liturgia. - La Chiesa ha professato sempre verso l'E. grande venerazione a rispetto. L'arte ha reso questo sentimento rappresentandolo su un trono. Cosi nei musaici di Ravenna, Roma e Aquileia. Nel IV Concilio di Costantinopoli (869), celebrato nella basilica di S. Sofia, l'E. stava su un trono assieme alla reliquia della S. Croce. Il medioevo conobbe un altro uso, che risale al sec. v: quello di tenere il libro dei Vangeli sull'altare: la parola di Dio vicino all'Eucaristia. Sul Vangelo ancora oggi, dal tempo di Giustiniano, si proferiscono i giuramenti.

Nella liturgia pontificale del medioevo l'E. veniva portato all'altare con gran pompa, processionalmente prima della Mesza, da un accolito, accompagnato da un suddiacono. Arrivando in preebiterio, tutto il clero si alzava in piedi in segno di ossequio. Quindi il suddiacono riceveva dall'accolito l'E. per metterlo sull'altare dove restava fino al canto del Vangelo. La mensa consacrata, che anticamente non tollerava alcun altro oggetto, all'infuori dell'oblato, accoglieva l'E. Questa cerimonia è rimasta, in parte. L'E. è ora portato nel corteo pontificale d'ingresso all'altare, davanti al celebrante, ma, appena questi l'ha baciato dopo la Confessione, vien riposto sulla credenza. Altri segni di venerazione sono l'incensazione e i cori accesi che ne accompagnano la lettura.

Tutte cerimonie già in gran parte consegnate nell'Ordo Romanus I del sec. viII (cf. M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen-âge, II: Les textes, Levanto 1948, pp. 87-88) e in parte completate e sviluppate nei secoli seguenti. Sono l'espressione viva della fede della Chiesa verso la parola di Dio.

BbL.: I principali documenti relativi all'E., oltre che nelle fonti citate volta per volta, sono raccolti da G. Godu, Evangiles, in DACL, V, coll. 892-923; J. Baudot, Capitulare Evangeliorum, ibid., II, coll. 2080-60; J. M. Tammasi, Opera omnia, ed. A. F. Verassi, Roma 1750, pp. 431-526; J. Baudot, Les Evangeliaires, Parigi 1907; W. H. Frees, Studies in early roman liturgy: III. The roman gospel-lectimary, Londra 1925; T. Klauser, Das Römische Cipitulare Evangeliorum, 1: Typen, Münster in West.

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1935: e il lavoro pio completo sull'argomento (seguimono altri due volumi, una per le prove relative alla datazione dei singoli tipi, l'altro per la classificazione dei capitolari rimanenti. A pp. 227n-227 completa bibliografia fino al 1934 (cf. anche Ephem. lit., 50 (1936), pp. 81-82).

Annbale Bugnini
IV. Decorazione. - A varie gradazioni dell'arte orientale del sec. vi appartiene un cospicuo gruppo di E. quali il codice purpureo della cattedrale di Rossano, il codice siriaco detto di Rabula (monaco di Zaglia in Mesopotamia) datato all'a. 586 , ora nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; il codice di Sinope oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi; ad essi si ricollega, sebbene più tardo (sec. x) l'E. di Erschmiadein (Armenia) racchiuso in un dittico eburneo anteriore.

L'E. conservato a Cambridge nella Biblioteca del Corpus Christi College (cod. 286) appartiene forse al gruppo di quelli inviati in Inghilterra ad Agostino di Canterbury da papa Gregorio I ( 500 -604) e sembra eseguito a Roma o nell'Italia meridionale, perché le miniature che l'ador nano risentono delle forme pittoriche proprie dell'Italia centrale fra il vi e il vir sec.

Al principio del vil sec. appartione anche l'E. di Lindisfarne oggi nel Museo Britannico, che dimostra nelle belle miniature delle iniziali il senso raffinato della decorazione allora proprio dell'arte che fioriva nelle isole britanniche.

Nell'età d'oro degli E., cioè sotto Carlomagno, si formarono apposite scuole, annesse agli scripsorin dei monasteri, che, lavorando con amore, intelligenza ed arte, produssero veri capolavori. Il monastero di S. Martino di Tours, diretto dal celebre Alcuino, le scuole di S. Colto, Mers, Reims, Orléans, l'abbasis di Corbie, Luxeuil, ecc. lasciarono opere meravigliose. Tra i calligrafi pió farnosi di quel tempo sono meritamente ricordati Alcuino, autore dell'E. donato da Carlomagno all'abbasis del S. no Salvatore di Aniane (Montpailier), Godescalco che scrisse l'E. oggi al Museo del Louvre, Pietro a cui si deve l'E. di Carlomagno oggi nella "Schatzkammer" di Vienna; notevoli sono ancora le miniature dal codice Ada, nella Biblioteca Comunale di Treviri e dell'E. di Echternach del a sec. conservato a Gathe.

Nel sec. 12-x le prime pagine degli E. sono tinte di porpore. D'oro si trovano le inquadrature delle pagine, le iniziali, grandi e piccole, poi i titoli e le rubriche (E. di Carlo di Rohan-Soubiss, ora alla Biblioteca nazionale di Parigi), infine tutto il resto viene scritto in oro o argento (E. di S. Martino des Champs, ora alla Biblioteca de l'Arsenal). Questa magnificenza aurea raggiunge il suo più grande splendore nel periodo carolingio, quindi declina.

Appartiene agli inizi del xir sec., ed ha miniature che rammentano il fare proprio della pittura cassinese nelle iniziali, e della pittura romana di quella età nelle figure, l'E. proveniente da Farfa ed ora nella Biblioteca Vallicelliana di Roma (cod. E. 16). Mostrano un gusto analogo anche le figure dell'E. forse proveniente dal Convento romano di S. Cecilia oggi nella Laurenziana di Firenze (PL 17-27) mentre l'E. proveniente dal Convento dei S8. Apostoli, pure di Roma ed ora nella Biblioteca Vaticana (cod. Vat. lat. 5974) ha schiotto carattere bizantino perché eseguito nel xir sec. dai miniatori della badia greca di Grottaferrata.

Caratteristiche sono anche le forme proprie delle miniature dell'E. donato dalla contessa Matiide alla badia di Polizone ca. l'a. 1109. Il codice è oggi nella Biblioteca Morgan a Nuova York a riflette i modi propri della pittura nell'Italia settentrionale agli inizi del xir sec.

Riflessi invece dell'arte ottoniana sono in un codice della cattedrale di Vercelli e più vivi ancora in un altro che è nel tesoro del duomo di Padova eseguito l'a. 1170 da un Isidoro doctor bums.

L'E. della fine del xir sec. detto della contessa Matiide che è nella badia di Nomantula ha alcune miniature che imitano modelli germanici mentre altre hanno un fare più libero e spigliato in armonia con le contemporanee pitture italiane.

Pili frequenti si fanno gli E. nei tempi successivi, ugualmente riflettendo nelle decorazioni - come gli altri testi sacri - i modi propri dell'arte delle regioni in cui vennero eseguiti.

Per abbellire ed animare gli E. furono usati disegni e pitture. Le iniziali ebbero la preferenza dei calligrafi, che o usarono simboli (fase retatica) o riprodussero la natura (fase naturaliste); poi si sviluppò la tendenza verso la rappresentazione di edifici, scene, personaggi fittizi o anche reali, come i donatori, i grandi del tempo o il calligrafo stesso. Si deve ai libri liturgici la conservazione d'un gran numero di ritratti storici che senza di essi non sarebbero mai giunti fino a oggi (p. es., Carlo il Colvo sull'E. di St Emmeran di Ratiebona, Enrico III e l'imperatrice Agnese, Corrado il Salico e Gisèle au quello dell'Escuriale, la contessa Matiide sul suo E. alla Biblioteca Vaticana ecc.). La magnificenza appare anche nella rilegatura dei manoscritti. Già a. Ambrogio ricorda "cosa Testamenti undique aura tecta ideat doctrina Christi" (Epist., IV, 4: PL 16, 890). Nel duomo di Milano si conservano due tavolerie d'avorio del sec. v, che ricoprivano un E. Cescilia in lamina d'oro è la custodia dell'E. di Mensa (sec. vi), donato dalla regina Teodolinda alla chiesa di S. Giovanni. L'avorio e l'oro furono molte usati per gli e. Si può citare per il 12 sec . l'avorio che orna una parte dell'E. di Loesch alla Biblioteca Vaticana; per il sec. x gli avori dell'E. di Echternach; per l'xi la celebre rilegatura dell'E. di Besançon. L'avorio veniva fissato con placche d'oro e d'argento, ma poi si fecero intere fegature con questi metalli preziosi, come l'E. gotico di Uffils (Codes argentinus) e le legature decorate con smalio e rilievi delle regioni della Mensa e del Reno. - Vedi sec. LVII.

Bibs.: P. Macre, s.v. in Cuth. Enc., V, pp. 840-41; P. Tvesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim.

Annibale Bugnini - Emilio Lovagnino
EVANGELICI. - Presso gli autori protestanti, le primitive sétte, come la luterana, la calvinista, l'anglicana, ecc. sono indicate con il nome colletrivo di "Chiese evangeliche " per contrapporle alla "Chiesa cattolica ". E in questo senso che i protestanti moderni hanno voluto risuscitare il nome e. Difatti alcuni delegati del Congresso o Conferenza protestante panamericana di Panama (1916), finito il Congresso visitarono varie nazioni dell'America latina. Ed avendo notato le triste impressione che i nomi diversi di tutte sette facevano fra i cattolici latino-americani, per cancellarla consigliarono di assumere il nome di "Chiesa evangelica", quale nome comune a tutte le sétte protestanti di una stessa nazione, e che i membri non si chiamassero più battisti, o metodiati, ma semplicemente e. In Italia, negli ultimi censimenti, i membri delle varie sétte rinunziarono, per gli effetti del censimento, al loro nome di valdesi, battisti, ecc. per attenersi all'indicazione comune di e., come se tutti fossero membri di una sola Chiesa evangelica che non esisteva. Ma il nome di e. si dà in modo speciale ai i membri della Chiesa evangelica di Prussia.

La Prussia abbracciò il luteranesimo nel 1523 quando il gran maestro dell'Ordine teutonico, Alberto, apostatò e si proclamò duca di Prussia. L'elettore di Brandeburgo, Giovanni Sigismondo (1606-19), che aveva unito l'elettorato di Brandeburgo con il ducato di Prussia e che era calvinista (v. conservatori di fede protestanti; luterano-calviniste), tentò inutilmente di fare calvinisti i Prussiani. Lo stesso volle fare 8 primo re di Prussia, Federico I (1700-17), ma invano. L'amica di Voltaire, Federico II (1740-86), concessa bensì a tutti i suoi sudditi ampia libertà di culto, ma ridusse le diverse sétte dei suoi stati e semplici società religiose sotto il suo controllo. Questo dominio dei principi protestanti tedeschi sulle sétte del loro territorio non era cosa nuova. Difatti Lutero già lo aveva concesso, almeno sui luterani, quando

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scrisse all'elettore di Sassonia che nel nome della carità cristiana e per l'amore di Dio prendesse nelle sue mani la cura della chiesa ccc. n. Quanto poi si calvinisti o riformati della Prussia, essi erano obbligati alla famiglia l'informaliero perché calvinista era stato l'elettore e duca Giovanni Sigismondo e la sua confessione di fede, e perché il grande elettore Federico Guglielmo (1640-88) aveva assunto nei suoi Stati i calvinisti scacciati dalla Francia per la revoca dell'editto di Nantes. Di questa autorità sulle due sotte principali dei suoi Stati si valse il re Federico Guglielmo III (1767-1840) per istituire la Chiesa evangelica unita. Finito le guerre contro Napoleone, egli volle nel 1817 , in occasione del 3^{°} centenario della riforma, unire in una sola chiesa i luterani e i riformati dei suoi Stati. Propose dunque che, lasciate da parte le differenze dottrinali e conservando ciascuno i suoi libri simbolici, si unissero tutti in spirito di amore fraterno per ricevere insieme la Cena del Signore. L'idea fu ricevuta abbastanza bene, più dei riformati che dai luterani, a venne approvata dai molti vinodi provinciali, che chiesero al re la riunione di un sinodo generale per studiare la costituzione della nuova Chiesa, cosa che non piacque al re né ai suoi ministri. Trattò quindi di introdurre l'episcopato, ma davanti all'opposizione dei protestanti, sensibili a tutto ciò che poteva rassomigliare all'aborrito cattolicesime, si contentò che fossero chiamati sovraintendenti e che tra essi uno avesse una certa sorveglianza su tutti i sinodi e concistori. Ciò che però stava più a cuore al re era la nuova liturgia da lui stesso composta, avata dalle prime liturgie luterane e anglicane, ancora molto consiglianti alla liturgia cattolica, e nella quale discendeva fino alle più minute rubriche. Nel 1822 la impose a tutte le Chiese che dipendevano da lui. L'opposizione anche questa volta fu forte, ma il re continuò avanti nel suo proposito. Tra gli oppositori si distinsero lo Schleiermacher, professore all'Università di Berlino, e lo Scheibel, pastore luterano di Breslavia nella Slesia. Alcuni dei dissensienti emigrarono nell'America del Nord e diedero origine al Sinodo di Missouri o Ohio e al Sinodo luterano di Buffalo. I successori di Federico Guglielmo III concessero maggior libertà religiosa, ma anche dopo la Costituzione del 1851, per la quale si concedeva alla Chiesa evangelica un regime indipendente dallo Stato, con un'abile distinzione tra Stato e principe, la Chiesa evangelica rimase come prima soggetta al re, il quale la governava per mezzo di un consiglio speciale chiamato "Evangelischer Oberkirchenrat", direttamente responsabile verso di lui, pure permettendo che si tenessero amodi provinciali, e nei 1869 anche uno generale. Questa soggezione della Chiesa al re di Prussia durò fino alle Costituzione di Weimar (1919), che separò il nuovo Reich da tutte le Chiese. Nell'assemblea di Stoccarda del 1921 molte di queste organizzarono la confederazione delle Chiese evangeliche tedesche, e delle 29 chiese che la formarono, la prima e più numerosa, con ca. 20.000 .000 di fedeli, fu la Chiesa evangelica dell'antica Unione di Prussia.

La Confederazione si chiamò Deutsche Evangelische Kirche (D. E. K.), e istituì tre dicastori per costituire le varie autorità preesistenti: il Kirchming, a corpo legislativo di bici ed ecclesiastici, il Kirchenbundesrat, o corpo di consiglieri, ed il Kirchenausschuss, a corpo esecutivo, nei quali ancora predominavano gli s. per il loro numero. Così le trovò Hitler quando arrivò al potere (1933-34). Al principio non pare che egli si mostrasse avverso alla Chiesa, ma con la formazione dei «Cristiani tedeschi» e con la sua politica, presto si rivelò grande nemico tanto dei cattolici come dei protestanti. La Chiesa evangelica ebbe a soffrire specialmente quando il de Jaeger, uno dei capi principali dei «Cristiani tedeschi», fu imposto da Hitler come capo della Chiesa evangelica di Prussia. Le molteplici vicende degli e., durante il governo hitleriano seguirono quelle di tutti gli altri protestanti tedeschi e se non pochi passarono ai cristiani tedeschi, parecchi, precisamente per la spietata persecuzione del nazismo, si rafforzarono nei principi religiosi e nelle pratiche di pietà, spiccando fra tutti il ministro Martino Niemoller. Dopo il collasso tedesco del 1945 la D. E. K. cambiò il nome in Evangelische Kirche
in Deutschland (E. K. I. D.) e la Chiesa