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per la spietata persecuzione del nazismo, si rafforzarono nei principi religiosi e nelle pratiche di pietà, spiccando fra tutti il ministro Martino Niemoller. Dopo il collasso tedesco del 1945 la D. E. K. cambiò il nome in Evangelische Kirche
in Deutschland (E. K. I. D.) e la Chiesa evangelica di Prussia ne segul le vicende. Nel 1940 nella E. K. I. D. il 10 \% era formato dai riformati, il 70 \% dai luterani ed il 20 \% dagli e. Al presente pare che tutta la speranza degli c. e di tutti i protestanti tedeschi s'appoggi nell'ecumenismo; e difatti tutti lavorano insieme nella Hilfswerk o opera di ausilio, nella quale, aiutati efficacemente dai protestanti stranieri, si sforzano per rimediare alle calamità causate dalla guerra.

BibL.: J. H. Blunt, s. v. United Ecangelical Church, in Dictionary of Sests, Londra 1874, 8. bell.: Kerr D. Macmillan, Protestantism in Germany, Nunsy York 1917, p. 164; D. C. Tabricius, Ecumenical Handbook of the Churches of Christ, BerlinoStregitz 1907, pp. 48-49; M. Bendiscioli, La Germania religiosa nel III Reich, Brescia 1936; M. Power, Religion in the Reich, Oxford 1939; A. Keller, Christian Eurebe Today, Nuova York-Londra 1942, p. 95; H. Smith Leger, Christianity Today, c. 4, Nuova York 1947, p. 38; Kenneth G. Grubb e E. J. Bingle, World Christian Handbook, Londra 1949, p. 33. Candlo Crivelli

EVANGELISMO. - E un movimento di riforma cattolica della prima metà del sec. xvı. Il nome è, però, di origine recente ed è stato creato da Pierre Imbarr de la Tour per designare le tendenze riformistiche francesi. Hubert Jedin lo ha poi applicato alle correnti parallele italiane. Il termine vuol sottolineare la tendenza fondamentale del movimento: la riforma della vita cristiana mediante un ritorno allo spirito del Vangelo, distinguendolo dal pretesantesimo che gli fu contemporaneo e dalla cosiddetta controiforma che lo segali. L'e. fu cronologicamente l'ultimo fra i tentativi di riforma cattolica pretridentina, i quali aspiravano a una riforma della Chissa nelle sue membra. Le radici dell'e. affondavano da una parte nella devotio moderna e in Erasmo, dall'altra nel neo-platonismo del Ficino, nella mistica della Croce del Savonarola, nella etica della Compagnia del Divino Amore, e persino nella mistica spagnola eterodossa degli Alambrados.

L'e. non fu la creazione originale di un determinato riformatore religioso, ma sorse spontaneamente dalle ispirazioni e dai bisogni del tempo, e in luoghi diversi. Centro dell'e. in Francia fu Metua sotto il vescovo Briconnot e Lefevres. In India l'e. ebbe una fioritura di appena dieci anni, da quando, nel 1534, l'umanista spagnolo Juan de Valdés si stabilì a Napoli e riunì intorno a sé una cerchia di persone che la pensavano alla stessa moda. Poco dopo si formavano altri gruppi simili in Venezia, intorno ai card. Contarini, a Lucca, intorno al Vermigli, priore dei Canonici Regolari, a Viterbo, intorno ai card. Pole, a Roma, intorno alla marchesa di Pescara, Vittorio Colonna. Non avevano una organizzazione particolare, né un programma determinato, ma erano legati da concordi espirazioni. Questa devozione elevata e formata nella spirito umanistico fu diffusa e propagata nel pubblico più vasto da predicatori come Bernardino Ochino e da scritti anonimi come il Trattato utilissimo del beneficio di Gesù Cristo crocifisso verso i cristiani. I seguaci dell'e. formavano la corrente moderata dei riformatori nel seno del collegio dei cardinali (Cervini, Contarini, Pole, Morone, Ercole Gonzaga, Sudoletn, ecc.). Espressione del loro spirito è il Consilium de emendanda Ecclesia (1537). Speravano ancora di poter evitare la rottura venendo incontro, con comprensione, alle esigenze del protestant. Quando alla Dieta di Rotisbona il Contarini presentò la tesi della duplex insititio (1541), sembrò per un istante giunto il momento trionfale dell'e. e si sperò in una riconciliazione dei protestanti con la dottrina cattolica. Il fallimento delle trattative portò seco il fallimento dello stesso e. Nell'anno seguente mori il Contarini, si ebbe l'apostasia dell'Ochino, e fu istituita l'Inquisizione.

E quando sembrò che ancora una volta l'e. potesse risorgere e perfino conquistare il trono pontificale nel Conclave del 1549 , al card. Pole mancò un solo voto, quello di Pietro Carafa, che allora, sotto il nome di Paolo IV, iniziò la cosiddetta controriforma. Le tendenze eretiche dell'e. si separarono da quelle ortodosse (Ochino,

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Vergerio, Vermigli fuggirono) o si fusero con altre sètte, soprattutto con l'anabattismo e il socinianismo. Pochi furono giustiziati (ad es., Carnesecchi), molti rimasero fedeli alla Chiesa, nella quale attuarono un profondo rinnovamento apirituale (Morone, Pole, Seripondo, ecc.).

L'e. non è affatto un sistema teologico, ma piuttosto un atteggiamento religioso molto serio e nobile, ma incerto e diviso in se stesso, Caratteristico di questo atteggiamento irresoluto è il consiglio del Pole a Vittoria Colonna: credesse come se dalla fede dipendesse la giustificazione, ma ogisse come se solo dalle buone opere dipendesse la salute eterna. Ridotto a formola, il principio fondamentale dell'e. sarebbe il seguente : giustificazione per mezzo della Fede, senza comunque e. seludere le buone opere. Tuttavia i suoi seguaci si aricnevano da qualsiasi definizione troppo impegnativa e precisa, in attesa delle prossime definizioni del concilio.

Senza dubbio, l'e. aveva non pochi tratti in comune con il protestantesimo, come il paulinismo, l'agostinismo estremo (il pessimismo della sua concezione del mondo e dell'uomo), l'avversione per qualsiasi speculazione scolastica e formalismo giuridico, l'aspirazione verso una Chiesa spiritualizzata e una pietà semplice e cristocentrica nello spirito dei Vangeli, lo studio della Bibbia, la partecipazione dei laici all'indagine dei problemi religiosi.

Vi era, però, una differenza sostanziale tra c. e protestantesimo: l'e. non protestava, non voleva rifermare la Chiesa con la violenza, ma i singoli fedeli per mezzo della Fede. L'e., qualche volta poté sembrare vicino all'eresia, ma non fu mai scismatico. Gli mancava il carattere rivoluzionario, come quello dogmatico. Fu un fenomeno transitorio, né pretendeva essere altro. Fu un movimento aristocratico, e come tale non mirava affatto alla conquista delle grandi masse. Ad un'anima in lotta con i problemi spirituali e religiosi, l'e. non offriva altro che una mistica dell'interiorità spirituale, alquanto tinta da una dolce rassegnazione.

Bibl.: B. Fontana, Nuovi documenti vatiraui. Roma 1898; P. Imbart de la Tour, Les origines de la réforme en France, III. L'Ecangelisue, Parigi 1914; F. Church, The Italian Reformers, Nuova York 1932; H. Jedin, Girolamo Seripondo, 2 voll., Würzburg 1937; D. Cantimori, Gli ereticitaliani, Firenze 1939, passim. Estratti dalle opere di V. Colonna, G. Contarini, M. Flaminio, E. Gonzaga, G. Morone, R. Ochino, R. Pole, J. Valdés, ecc., sono raccolti da G. Paladino, Opuscoli e lettere dei Riformatori italiani, 2 voll., Bari 1919.

EvangeliSTA. - Appellativo, negli scritti del Nuovo Testamento, del predicatore o propagatore del Vangelo (v.). Mentre sono frequentissimi i vocaboli "Evangelo" ( ε \dot{α} α γ γ ε λ ω ν ) ed "evangelizzare" ( ε \dot{α} α γ γ ε λ ε ε ε ν ), solo tre volte nel Nuovo Testamento si legge la parola e. ( ε \dot{α} α γ γ ε λ ε τ η ς ), che indica precisamente chi attende alla diffusione del messaggio di Gesù. La prima volta l'appellativo è applicato al diacono Filippo (Act. 21, 8), forse per distinguerlo
dall'Apostolo omonimo. Gli altri due casi si trovano negli scritti di s. Paolo.

Nell'ultima sua lettera l'Apostolo raccomanda a Timoteo di essere un buon E. (II Tim. 4, 5). In Efesini (4, 11) Paolo enumera alcuni doni o carismi, ognuno dei quali ha un suo fine determinato (apostolato, profetismo, officio dell'E., governo delle comunità, dottorato); ma nulla vieta che una medesima persona fosse incognita contemporancemente di più carismi. Non si tratta di offici incompatibili, ma di una maggiore accentuazione di una caratteristica particolare. Rispetto agli Apostoli in senso stretto gli E. crano nella relazione notata già da Pelagio nel suo commentario (ed. A. Souter, Textes and studies, IX, Cambridge 1926, p. 764 ). - Ogni Apostolo era E.: ma non ogni E. Apostolo \% Secondo Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., V, io, 2: CR, I, p. 450), gli E. sarebbero stati i continuatori degli Apostoli, nel senso che coloro, cui fu attribuito ancora il termine che presto muterà significato, sopravvissero come più giovani ai Dodici.

In Ippolito (De Autichristu, 56; CB, I, p. 37) ed in Tertulliano (Adverres Pracesm, 21) l'appellativo E. già viene riservato per gli autori dei quattro Vangeli. E questo sarà il suo significato
specifico ed ordinario in epoca successiva.

Bibl.: F. Vignurous, Evangeliste, in DB, II, coll. 2037-38; F. Hauck, ε \dot{α} α γ γ ε λ ω τ η ς, in R. Kittel. Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., II, pp. 734-32.

Angelo Penna
1. Archeologia. - Nella pittura cimiteriale tutti hanno riconosciuto in un affresco del cimitero detto di Marco e Marcelliano, dipinto nella parete di fondo d'un cubicolo, Gesù Cristo tra i quattro E. Il Signore, di aspetto giovanile, nimbato, in tunica e pallio, assiso in trono è in atto di parlare, tenendo aperto con la sinistra il volume della sua Lex; a destra e a sinistra in alto due \&; in basso è lo scrinium. Anche i quattro personaggi che lo circondano sono in tunica e pallio; il primo a sinistra indica una stella, perciò il Wilpert vi riconosce s. Matteo che parla della sua apparizione (Mt. 2, a sgg.), poi verrebbe s. Marco e dall'altra parte Luca e Giovanni (Wilpert, Pitture, p. 230, tav. 162, 2).

Nel sarcofago di Apt (Francia) i quattro E. sono in tunica e pallio; su due si leggono ancora i nomi «Iohannes» e "Mar(cus)»; Matteo ha barba e capelli lunghi, gli altri tre hanno aspetto giovanile e sono imberbi (Wilpert, Sarcofagi, I, 54, tav. 37, 2-3).

Sul sarcofago di Concordio vescovo di Arles, contenente la scena della consegna della Legge a s. Pietro, i quattro E. sono distinti dai loro nomi incisi sul volume o sul libro; il secondo da sinistra, è «Marcus» il quinto "Matteus», il nono "Lucanus», l'undecimo "Iosnnes»; Luca e Marco sono barbati, Matteo e Giovanni imberbi (Wilpert, ibid., I, 54 e tav. 34, 3).

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L'arte cristiana espressc in più modi simbolicamente i quattro E.; il più comune fu quello toito dalla profezie di Ezechiele (1, 5-13) e dall'Apocalisse (4, 6-8) : il leone è simbolo di. Marca, il vitello di Luca, l'uomo di Matteo, l'aquila di Giovanni. Cosi essi appaiono a Roma, ad es., nel musceco absidide di S. Pudenziana, nell'arco sriostale di S. Paolo, nell'abside dei SS. Cosma a Damiano, in Ravenna nel mausoleo di Gilla Piscidia, nella cappella di S. Pier Crisologo, nel battistero degli Ariani, nel fronte dell'abside di S. Apollinare in Classe. In S. Vitale al disopra di ciascuno dei quattro E. è rappresentata la relativa figurazione simbolica; a Milano in S. Vittore, in S. Matrona e S. Prisco presso S. Maria Capua Vetere ecc. Gli stessi simboli si trovano anche in alcuni avori; ad es., a Milano in una copertura d'evangeliario; nella valva superatite del diritto Trivulzio sono i simboli di Luca e Matteo.

I quattro fiumi che sgorgano dal monte sul quale e Gesú Cristo in persona o sotto l'aspetto di agnello divino sono - Evangelistae viva Christi flumina = a cui si dissetano i cervi, cioè i fedeli (s. Paulina da Nolo, ep. 32, 10: PL 61, 336); un bell'esempio è offerto in uno dei lati della capsella argentea africana, ora nel Museo Sacro della Biblioncce Vaticana (G. B. De Rossi, La capsella argentea aflicana, Roma 1889, p. 30).

I quattro E. furono simboleggiani come pecore, in un frammento di lastra per sarcofago nel Museo delle Terme. L'agnello divino è nel centro, sul monte, dal quale sgorgano i quattro flumi. Da destra si appiessano due pecore; sulla prima è scritto - Mar(usa) -, sulla seconda = Ioan(n)es Evangelista) - Nella parte mancante a sinistra dovevano essere le altre due pecore con i nomi di Matteo e di Luca (Wilpert, ibid., I, p. 34, tav. 36, 1).

Singolare è la rappresentazione simbolica degli E. in un mutilo coperchio di sarcofago di Spoleto, oggi nel Museo Lateranense : da destra una barca con pilota e tre vogatori imberbi; il pilota che sta in catiodra in tunica e pallio è Gesú, come mostra il tipo iconografico a la scrito IESVS; i tre vogatori sono indicati dai nomi: MARCVS, LVCAS, e (IOH)ANNES; dovese procedere nella parte mancante MATHEVS e Wilpert vi aggiunge PETRVS perché vede nella scena la rappresent-
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(1st. Allain)
Evangelista - Cristo con il rosolo della Legge e i simboli degli 8. Particolare della porta lignea della basilica di S. Sabina (sec. v) - Roma.
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Evangelista - Gesú Cristo fra i simboli dei quattro E. (sec. xit) - Chartres, Cattedrale. Facciata orientale.
tazione di quante è narrato da L c .5,4-6 (G. B. De Rossi, Bull. di arch. crist., 2^{2} serie, 2 [1871], p. 123, tav. VII).

Bull.: H. Leclercq, Evangelistes (symboles des), in DALL. V. 1, coll. 849-52

Enrico Jasi
2. Arte. - A proposito delle rappresentazioni simboliche dei quattro E., quali appaiono fin dai primi secoli dell'arte cristiana e che sopra sono state ricordate, è da osservare come esse abbiano continuato ad essere usate per tutto il medioevo, spesso divenendo elemento decorativo, anche tradotto in plastica, nelle facciate di chiese romaniche e gotiche (S. Rufino di Assisi, S. Pietro di Tuscania, S. Trofimo di Arles, cattedrale di Chartres, ecc.). Nella facciata della cattedrale di Orvieto i simboli degli E. sono in bronzo (xiv sec.): in quella di Siena in marmo (xiv sec.). Una simultanea raffigurazione non dei simboli, ma proprio dei quattro E., appare prima nell'Oriente. La = pala d'oro = della basilica di S. Matco a Venezia, capolavoro di orefoceria bizantina eseguito nella parte più antica a Costantinopoli nell'876, ha al centro il Cristo, circondato da quattro tondi di smalto con gli E., i quali vi appaiono senza i loro simboli. Anche i pennacchi della cupola maggiore della Basilica veneziana hanno raffigurazioni a mussici dei quattro E.

Nel tardo Trecento e nel Quattrocento si fanno più frequenti le simultanee raffigurazioni degli E. e dei loro simboli negli apartimenti triangolari delle vòlte a vela; cosi li affrescò Spinello Aretino in S. Miniato al Monte a Firenze nella vòlta della sagrestia. Talvolta sono in atto di insegnare ognuno ad un Dottore della Chiesa, cosi negli affreschi della vôlta nella cappella dipinta da Maotlino nella chiesa di S. Clemente a Roma. Nel Palazzo Vaticano, il = beato = Angelico dipinse nel 1430 i quattro E. nelle spartizioni triangolari della vôlta della cappella di Niccolò V, Benozzo Gozzoli nel 1452 in quella della navata destra della chiesa di S. Francesco e Montefalco ed il Pinturicchio nel 1485 in quelle della Cappella Bufalini in S. Maria in Aracoeli a Roma. Tipica è la raffigurazione dei quattro E. in una pala d'altare di Antonio e Giovanni da Murano, conservata nella chiesa di S. Pantaleone a Venezia, dove essi assistono all'Incoronazione della Vergine.

Lorenzo Ghiberti adornò quattro spartizioni della sua prima porta per il Battistero fiorentino con gli E.; lo segni Luca della Robbia nella porta di bronzo della vecchia sagrestia in S. Maria del Fiore.

Nella Cappella Pazzi a Firenze ci sono quattro medaglioni in terracotta con gli E. dello stesso Luca della Robbia. I rischiaroni missaici della vôlta della cappella di S. Elena nella basilica di S. Croce di Gerusalemme a Roma, eseguiti nel 1508 secondo i cartoni di Baldassare Feruzzi, hanno la rappresentazione degli E. nei quattro tondi angolari. Nell'interna decorazione musica della cupola sulla Basilica Vaticana di S. Pietro a Roma, eseguita alla fine del Cinquecento secondo i disegni del Ca-

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EvangeliSta - Agnello mistico tra i simboli degli E., attorno Apostoli e Profeti, Frammento di relinniario in bronzo (sec. xit). Tivoli, santuario di S. Maria in Vulturella.
valiere d'Arpino, i quattro pennacchi sono stati adornati di immensi medaglioni con gli E., ognuno accompagnato del suo rispettivo simbolo. In seguito i quattro E. furono spesso dipinti in diverse chiese barocche sui pennacchi delle cupole, come si vede, p. es., nella chiesa di S. Andrea della Valle a Roma negli affreschi ivi dipinti nel 1623 dal Domenichino.

L'iconografia dei singoli quattro E. non è sorta peró da queste raffigurazioni simultanee di tutti a quattro i Santi; essa si formò e stabili assai prima per ciascuno E. separatamente, precedendo nel tempo le loro raffigurazioni simultanee. V. a questo proposito anche le voci relative ai quattro santi E. - Vedi tavv. LVIII-LIX.

Bibl.: K. Künste, Jhonographie der christlichen Kunst. I. Friburgo in Br. 1928. p. 609 sgg. Witold Wehr

EVANGELISTI, LUGI. - Colonnello pontificio, n. in Roma il 21 maggio 1821, m. ivi agli inizi del secolo seguente. Cominciò la carriera militare il 1^{°} maggio 1840 come cadetto nei Dragoni. Capitano al comando di uno squadrone di gendarmeria a cavallo, il 19 maggio 1860 , agli ordini del colonnello De Pimodan, sbaragliava alle Grotte di S. Lorenzo (Viterbo) una banda garibaldina comandata dallo Zambianchi, o nel sett. dello stesso anno fece parte della colonna mobile De Mortillet combattendo a Pontecorvo ed altrove. Promosso maggiore, il 6 ott. fu incaricato di recar soccorsi ai soldati pontifici prigionieri in alta Italia. Colonnello il 27 luglio 1867 , ebbe il comando dell'intero eorpo di gendarmeria distinguendosi nel salvaguardare l'ordine a scompigliare le rinnovate trame dei novatori. Citato con particolare menzione dal pro-ministro Kanzler nel suo rapporto sugli avvenimenti bellici dell'autunno del 1867, durante i quali fra l'altro l'E. per poco non restò vittima di una bomba lanciata in piazza Colonna; dopo il 20 sett. 1870 si ritirò a vita privata.

Bibl.: Per lo scontro di Grotte di S. Lorenzo ef. Giornale di Roma del 21 maggio 1860. Per il resto v.: G. G. Franco, I Crociati di S. Pietro, 3 voll., Roma 1869-70, v. indici; A. Vinevano, La campagna delle Marche e dell' Umbria, ivi 1920, passim; id., La fine dell' onerctes pontificis, ivi 1902, passim; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1928, passim. Paolo Dalla Torre

EVANGELO ETERNO. - Espressione di Apoc. 14, 6, con cui Gioacchino da Fiore intendeva l'interpretazione spirituale del Vangelo di Gesù Cristo, che avrebbe contraddistinta la terza età del mondo,
quella dello Spirito Santo. Ma i Gioachimiti francescani, particolarmente Gherardo da Borgo S. Donnino, considerarono per E. c. le tre opere principali di Gioacchino, Concordia Noci ac Veteris Tr. stamentti, Expositio Apocalypsis, Psalterium decem Chardarum, che avrebbero dovuto subentrare al Vangelo di Cristo, decaduto fin dal 1200. A questo scopo Gherardo pubblicò nel 1254 a Parigi l'Introdustorius in Evangelium aeternum, che scatenò le ire dei professori secolari della Sorbona, con a capo Guglielmo di S. Amore, che lo denunziarono alla S. Sede. L'Introdustorius fu condannato alle fiamme dal papa Alessandro IV nel 1255; Giovanni da Parma, Generale dei Minori, creduto troppo benevolo verso gli spirituali-gioachimiti, fu destituito dall'ufficio e gli successe s. Bonaventura; Gherardo, pertinace nell'errore, fu buttato in carcere, dove mori nel 1276.

Il generalato di s. Bonaventura tenne a bada i faziosi; ma questi rialzarono il capo verso le fine del sec. 2 mi , con Pier di Giovanni Olivi, Ubertino da Casale a Angelo da Chiarino, corifei della fazione degli aelanti nell'Ordine francescano, che finì nelle deviazioni ereticali dei Fraticelli, condannati da Giovanni XXII.

L'E. e., in questi ultimi tempi, ha avuto dei riflessi danteschi; perché G. Papini, dietro il Cassel, il FilomoniGuelis e altri, ha sostenuto che il «Veltro» dantesco adombri la terza economia gioachimita dello Spirito Santo, scoprendo in esso una specie di criptogramma dell'E. e.: VangEL eTeRnO. Dietro di lui, anche il Merezkowskij ritiene il Veltro come una sigla dell'E. e.

A torto però sia il Papini che il Merezkowskij fanno appello al Libro delle Figure, attribuito a Gioacchino da Fiore da poco pubblicato da L. Tondelli, dove il simbolo dello Spirito Santo non è dato dal cane, come essi erroneamente ritengono, ma da quello tradizionale della colomba.

Bibl.: Fonti: H. Denifle, Das Evangelium aeternum und Kommission wun Anogut, in Archiv f. Literatur u. Kirchengesch., 1 (1885), pp. 49-142; Chronica di Salimbene da Adam, la cui edizione più completa è quella di G. Holder-Egger, in MGH, Scriptores. XXXII, Berlino 1913. Studi: X. Souvenirs, Histoire de l'Evangile dieruel, Parigi 1887; E. Rénan, Jacobins de Fiore et l'Evangile dieruel, in Nouvelles Etudes d'histoire religieuse, Parigi 1884, pp. 217-322, e in Revue des deux mondes, 1886. 1V. pp. 94-122; F. Tocco, L'eroise nel medioevo, Firenze 1884; id., L'E. e., in Arch. storico it., 42 seriz. 17 (1886), pp. 243-61, e in Studi francescani, Napoli 1909, pp. 191-222; G. Bondani,

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Gioarbluismo e franscosmesimo nel Dogente, Assisi 1904. Per i niferai danteschi: P. Cassel, Il Veltro. Der Richter und Dichter Dautr. Berliam 1890: L. Filomasi-Guelb, Numei studi danteshi, Città di Castelle 1911, pp. 41-49; G. Papini, Dante cino, Firenze 1933, pp. 365-90; id., Storia della letteratura italiana, iv. 1927. p. 206; D. Murešlowski, Dante, Bologna 1938. pp. 392-93.

Francesco Russo
EVANSVILLE, diocesd di. - Città e diocesi negli Stati Uniti d'America, Staro di Indiana, creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ecclesiae Universalis del 21 ott. 1944.

La diocesi comprende le seguenti dodici contce: Daviess, Dubois, Gibson, Greene, Knox, Martin, Pike, Posey, Spencer (eccetto la citta di Harrison), Sullivan, Vanderburgh, Worrich. Ila una superficie di sôro miglia e conta 394.725 ab. dei quali 56.085 cattolici (1949). Annovea 65 parrocchie, 80 sacerdoti diocesani e 17 regolari, tre comunità religiose maschili, tra le quali l'abbazia di S. Meinrad, e 6 comunita religiose femminili; 5 High Schools e 40 scuole elementari; nel 1946 si ebbero 320 conversioni. La diocesi è suffraganza di Indiana; la Cattedrale è dedicate all'Assunzione di Maria S.rua.

BRL.: AAS, 37 (1945), pp. 103-105; The official catholic directors 1945. Nuova York 1947, pp. 440-42. Enrico Josi

EVARISTO, FAPA, santo. - Incerte o false sono le notizie riguardanti il suo pontificato; resse però la Chiesa tra la fine del I e l'inizio del sec. II (97-105).

Dall'anonimo del Liber Pontificalis è detto greco, nato a Bethleem da padre zindeo. Arrebbe distribuito i preti di Roma per i diversi titoli urbani e stabilite che sette disconi assistessero il vescovo durante la sacra liturgia. Lo Fseudo-Isidoro gli attribuisce quattro decretali. Dublà è anche la notizia che fosse morto martire e sepolto in S. Pietro. Il giorno della sua morte sembra possa stabilirsi, secondo i martirologi e la testimonianza di Eusebio, al 26 ctt.; ma rimane ignoto l'anno.

Bols.: Acta SS. Gerobrís, XI, Parigi 1870, pp. 799-804; Jaffe-Wattenbach, I, p. 4; Lib. Pont.. I, p. 126.

Agostino Amore

EVEI: v. HEVEI.
EVELPIO: v. CHERCHEL.
EVEMERO. - Filosofo greco. Quasi nulla si conosce della sua vita: nativo di Messene (è dubbio se di quella di Sicilia o di quella del Peloponneso), fu amico del re Cassandro ( 317-298 a. C.) e pubblicò la sua opera principale, la 'Ispá ávaypagá, intorno al 280 , come si può desumere da Callimaco.

Di questo scctito sono rimasti pochi e rielaborati frammenti greci; altri in latino tramandati da autori cristiani - soprattutto Lattanzio - i quali certamente attinsero alla tradizione (e rielaborazione) dell'opera di E. fatta nel sec. III a. C. dal poeta Ennio.

In tale "descrizione" E. racconta (cf. Diodoro, V, 41-46; VI, 11, 4 sgg.) che durante un viaggio dal Mar Rosso all'Oceano Indiano aveva incantato un gruppo di isole. Sbarcato in una di queste (Patohsia) ne descriveva minutamente i costumi: la divisione della popolazione in tre classi sociali (sacerdoti-artigiani, agricoltori, soldati), la preminenza politica esclusiva dei sacerdoti, l'equa di. distribuzione fra tutti dei prodotti dell'isola, ecc. Inoltre riferiva di aver visitato il tempio di Zeus Triphiglio, dove Zeus stesso, mentre era ancora in vita, aveva voluto tramandare ai posteri, incidendolo su di una stele, il ricordo delle più famose imprese dei suoi avi, a cominciare da Urano, primo re sulla terra, per finire all'età del proprio felice regno.

Tutta la mitologia in tal modo da E. era ridotta dal piano divino a quello umano. La 'Ispá ávaypagá non era può originale nelle sue impostazioni teoriche sia sociali che religiose. Mentre le prime infatti si ispiravano a quelle utopie comunistiche tanto comuni nel sec. iv, che avevano a luminoso esempio soprattutto la Repubblica, le seconde, razionalistiche in quanto negatrici
di un valore obiettivo della mitologia nel ritenere gli dèi antichi regnanti assurti al rango di divinità in seguito alle loro opere a favore degli uomini, avevano dei precedenti - anche sc. forse, non pienamente formolati - assai lontani: Ecateo di Mileto, Erodoto, Erodoro di Erscles, ecc. Ma oltre a costoro E. aveva avuto un più immediato precursore in Ecateo di Tcos dell'epoca di Tolomeo ( 323-285 a. C.) il quale era arrivato alla conclusione che gli dèi greci, a somiglianza di quelli egizi, erano nient'altro che benefattori dell'umanità deificati.

Tuttavia, nonostante tanti sostenitori, tale teoria, o perché E. l'avesse meglio formulata o perché la sua opera fu più conosciuta ed apprezzata, sta di fatto che rimase legata al suo nome e fu detta evemerismo.

In Grecia l'evemerismo, o parte qualche seguace tardo e di poco rilievo (Leone di Pella, Dionisio Skytobrachion) fu nettamente ripudista ed il racconto di E. ritenuto una falsificazione (Callimaco, Eratostene, Strabone, Plutarco) : alla fervida fantasia ellenica, difatti, una cosi piatta teoria doveva troppo ripugnare.

A Roma invece l'evemerismo incontrò favore : Ennio infatti aveva ritenuto degna di traduzione l'opera di E. (intitolandola: Eubenerus, vive Sacra historie), per volgarizzare, forse, quei principi che giustificavano quasi il crudo razionalismo religioso del mondo romano, dove, ad es., le più arcaiche divinità del Lazio, quali Giano, Saturno, Pico, Fauno, ecc., si ritenevano antichi re autoctoni e miti famosi, quali quelli di Ramolo, Orario Coclite, Clelia, ecc., erano diventati fatti autentici della più antica storia di Roma.

Le teorie di E., attraverso la traduzione di Ennio, furono conosciute ed accettate dagli apologisti cristiani e giudaici, i quali si servirono di questa comoda arma, offerta dagli stessi avversari, per dimostrare ai pagani la falsità della loro religione.

BRL.: F. Jacoby, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 932-72; J. Geffcken, Eubemerism, in Enc. of Bel. and Eth., V, p. 372 sg.; A. Pincherie, Gli oracoli tibetini giudalvi, Roma 1922, p. 211; A. B. Drachmann, Atheism in pagan antiquity, Londra 1922, p. 84; i frammenti sono raccolti in F. Jacoby, Die Fragmente d. griech. Hittoriher, I, Berlino 1923, p. 300 sgg.

Cesare d'Onofrio
EVENZIO e TEODULO, santi, martiri: v. alessandro, evenzio e teodulo, santi, martiri.

EVIDENZA. - Da e-videre (gr. évápycta) è, in senso generale, la chiarezza e manifestazione del vero, Il significato etimologico della parola avvia a una determinazione più precisa del contenuto reale del concetto; la chiarezza della verità non essendo in fondo che la necessità del giudizio, l'e. può definirsi l'oggettiva necessità con cui un giudizio si impone al pensiero. E evidente tutto e solo quello che si impone alla mente come necessariamente pensabile (di necessità assalata o ipotetica), in forza della sua oggettiva determinazione emocetuale, o della sua concreta presentazione nell'esperienza. Cosi intesa, l'e. pur implicando sempre, in quanto concetto relativo, un rapporto al soggetto conoscente, si afferma tuttavia come valore essenzialmente oggettivo.

Non va quindi confusa né con la certezza, né con la chiarezza della percezione (Cartesio), che possono essere entrambe illusorie e indipendenti dalla verità e necessità del giudizio. Ugualmente, e di conseguenza, è solo per rapporto alla conoscenza intellettiva che si può parlare di e. in senso proprio; la cosiddetta e. empirica e estetica, formalmente non è tale, se non in quanto il dato della percezione sensibile o estetica viene assunto nell'atto assertivo dell'intelletto, in cui solo si realizza il valore formale di verità.

L'e. può ritrovarsi tanto nei giudizi primi (principi razionali e giudizi intuitivi di fatto) quanto in quelli derivati; ma in questi anche l'e. è mediato, in quanto ottenuta attraverso il processo della dimostrazione che ne mostra la connessione con le verità e i principi evidenti

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per se stessi. Si parla poi di e. intrinseca e estrinseca, secondo che la necessità del giudizio è colta nel rapporto stesso fra soggetto e predicato, e è invece conosciuta indirettamente nel valore estrinseco dell'autorita (evidentia veritatis, evidentia auctoritatis). Soltanto l'e. intrinseca è e. in senso formale.

La gnoseologia tradizionale, seguendo in questo Aristotole, la scuola epicuren a stoica e s. Tommaso, ripens nelle e. il criterio universale della certezza, nel senso che essa ne è la condizione necessaria e suffocante. Conoscere infatti è percepire, intuire: perche questa spirituale intuizione sia possibile, condizione indispensabile e che l'oggetto si apra nella sua intelligibilità al pensiero; ed è anche condizione sufficente, perché le mente non può non passare all'assenso non appena ha colto l'intelligibilità e verità dell'oggetto. Né occorre, propriamente, un ulteriore criterio per discernere la vera e. della cosiddetta e. apparente: questa, appunto perché non si pone come assoluta necessità o pensabilità dell'oggetto, può essere sempre superata mediante una rigorosa disciplin. mentale e una piena libertà spirituale che non ceda a moventi d'ordine puramente soggettivo.

Occorre peraltro avvertire che l'e., come criterio di verità, non può rivendicare maggior valore di quello che la nozione stessa di criterio di verità comporta (v. certerio). La verità, per la complessità di forme e di piani secondo cui si distribuisce nella conoscenza umana, in dipendenza dalla rispettiva complessità degli oggetti, non può essere normata da un unico criterio astratto e teorico. L'e. quindi va sempre vista e giudicata nella concretezza ogget-tivo-soggettiva con cui si presenta nella coscienza individuale, ove incidono sovente, in misura più o meno rilevante, i fattori soggettivi e relativi delle personalità singole. L'e. cosi in concreto viene a coincidere, in un certo senso, con la verità stessa e va soggetta alle stesse esigenze e apparenti antinomie che comporta, in alcuni suoi aspetti, il problema della verita (v.).

Bun. A Blanche, Sur l'usage de l'evidente comme suprême criticism, in Revue thomiste, 11 (1903), pp. 505-10: C. Geny. Critica, 2^{\text {a }} ed., Roma 1952, pp. 86-91; A. Brunner, La conminance humaine, Parigi 1943, p. 87 sgg.; G. Van Riet, L'éphistomologie thomiste, Lovanio 1946, passim (v. indice); U. Viglino, Postibilitio e limiti dell'e., in Zantes docete, Comm. Urbaniana, 1 (1948), pp. 76-91.

EVIL-MERODACH (bab. Awtl-Marduk = servo di Marduk»; Sett. Ejuapuasu86y). - Re di Babilonia, figlio di Nabuchodonosor, cui succedette sul trono nel 561 a. C. Regnò solo due anni. Le iscrizioni sono mute sulla politica estera del nuovo re: solo si accenna che egli non aveva una diplomazia conciliante nella politica interna per aggraziarsi e dominare il partito sacerdotale. E difatti E. fu vittima di una congiura, diretta dal suo cognato Nergal-far-ugor con l'aiuto della casta sacerdotale.

Anche se gli annalisti lo biasimano con l'accusarlo di essere "troppo arbitrario", si manifestò un re mite ed umano liberando dalla prigione il re Ioschin di Gerusalemme, in ceppi sin dal 596-97, cioè durante ca. 37 anni, cieco. Egli fu commensale di E. fino alla sua morte (II Reg. 25, 27-30; Jer. 52, 31-34).

Giustino Boson
EVO. - Dal gr. alóv (al Fov: lat. aevum) indica il tempo, la durata di qualcosa, cosi che secondo la varia concezione dell'essere si hanno varie nozioni di e. opposte e discordanti.

Nei presocratici alóv indica un certo "periodo di tempo", ad es., la durata della vita di un uomo: cosi Empedocle parla di un e. "incessante" (Eumع8os alóv: fr. B 17, 8); Anassimene (fr. A 6), Anassimandro (fr. A ro) e lo stesso Empedocle (fr. B 16, 2) parlano di un e.
"immenso" (áamatos alóv). In Platone, non si sa per quale processo di sviluppo, alóv indica l'eternita di cui il mondo visibile diventa la visibile immagine ( ε (oáóv) e il tempo ne è l'intermediario (Tius., 37 d-38 b). Tale sviluppo è invece più visibile in Aristotele : trattando della durata dei corpi celesti, dopo aver detto che i suoi predecessori con dirino senso ( δ ritos) avevano introdotto lo alóv per indicare la durata totale propria di ciascun essere: 76 76p 76 los 76 naplazov 76 v 78 s 246070 ; Qodj 730000, 96 3286v 260 2276 960v4.,, continua affermando che "per la stessa ragione" si può dire alóv la durata (infinta) di tempo di tutto il cielo e la totalita del tempo fino all'infinito: "significato questo, osserva Aristotele, fondamentale e originario perchè alóv viene da "essere sempre" (amó 706 dzi clval) e quindi essere "immortale ed eterno" ( \dot{ε} δ \dot{ε} ν τ α ς 2al δ ε los: De caelo, I. 9, 279a 23-28). C'è quindi ancora, come in Platone, l'intima connessione fra tempo e eternità, ma l'eternità è posta dentro la natura stessa.

Ciò è stato ben avvertito da Platino (Eun., III, 7: 1256 alóvos vol. 796002) il quale, riprendendo la posizione dei Timeo platonico, libera lo alóv da ogni dipendenza e inserzione nel mondo fisico per metterlo in diritto connessione con l'umina e il mondo intelligibile e farne una proprieta ( δ \dot{ε} δ ε σ ι ς ) : lo alóv non può essere che la qualita dell'essere assolutamente immutabile di cui "di cui non si può dire ch'e stato o che sarà, ma ch'è semplicemente, l'essere stabile che non ammette modificazioni nell'avvenire e che non s'è cambiato nel passato... vita perenne" (Eun., loc. cit., III, 7, 3). Ma nella sviluppo del neoplatonismo Procta critica lo stesso Platino in quanto, fedele alla sua teoria delle ipostasi e alla tecnica della partecipazione, egli pone io xióv al di sopra dell'intelligibile e il tempo al di sopra dell'umina: cosi prima di tutte le cose eterne esiste l'eternita in sé e prima delle cose temporali il tempo (Procli elenentn Theologiae, propp. 52-53, ed. E. R. Dodds, Oxford 1933, p. 50 sg.). Secondo il Dodds (loc. cit., p. 228) Procta raccoglie tutto lo sviluppo del pensiero greco, compreso Aristotele, fino alle dottrine magiche: cosi si trova il plurale alóvos e si ha un Aióv apostolizzato e doficato che ne e il principio e quasi la sostanza. In s. Agostino la concezione plotiniana è filtrata attraverso la sua esperienza della conversione e diventa l'eternita della trascendenza come il punto di convergenza della storia sia dei popoli come dei singoli individui (infantin, pueritia, adolescentia...). Nella scolastica aristotelica invece l'e. diventa la durata intermedia fra il tempo e l'eternità, propria degli essori incorruttibili (corpi celesti, intelligenze) e s. Tommaso la chiama "seternitas participata" (cf. Quodl., V, 4, 7; Sum. Theol., 14, q. 10, 2, 5) le quale quindi, con la caduta della incorruttibilità degli estri, resta esclusiva proprietà delle creature spirituali. L'e. è quindi la durata e la misura della durata delle sostanze spirituali finite che hanno l'essere distinto dall'essenza (In I Sent., diet. 19, q. 2, a. 2; ed P. Mandonnet, I, Parigi 1929, p. 471), ovvero la pienezza di essere della loro immutabile essenza come realtà spirituale.

Bun.: H. Bonitz, alóv, in Index Aristotelicus, Berlioa 1870, 23 h 13-24; H. Leisegang, Die Begriffe der Zeit und Enigheit im ipotetou Platonismus (Beitr. d. Gesch. d. Philos. a. Theol. d. Mittelalr., Bd. 13, Hecr. 4), Münster in W. 1913: Fr. Beemelmann, Zeit und Enigkeit nach Thomas von Aquino, Münster in W. 1914; J. Gutman, Le temps et l'derenite chez Platio et si dogastia, Parigi 1933; H. Diels-W. Kranz, Die Fragments der Furchtsä̈len, I. Berlino 1934; W. R. Ince, The Philosophy of Plotinus, II, 3^{2} ed., Londra 1941, p. 160 sgg.; F. Stegmüller, Mietzer Dietrich V. Freiburg über die zeit u. des Sein, in Arrb. d'bist. dactr. et litt. du M. A., 13 (1942), pp. 153-72.

Cornelio Fabro
EVOCAZIONE. - Dal lat. evocatio: rito magico per mezzo del quale si richiama tanto un'anima dal mondo infero quanto una divinità dalla sua sede. L'e. ha quasi sempre scopo divinatorio (necromanzia), e la si riscontra sia presso gli antichi popoli di coltura che presso i primitivi attuali.

Nel mondo classico greco-romano oltre alla notizia di Luciano, che indica i maghi caldei, maestri di astralo-

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(a) EXULTET. Miniatura con scena delle api. Agli angoli s. Teofilatto, s. Germano, s. Foca, s. Arsenio di Corcira (ca. 1000) - Bari, archivio della Cattedrale. b) IL DIACONO SI ACCINGE AL CANTO DELL EXULTET. Agli angoli: s. Andrea, s. Simone, s. Giacomo, s. Bartolomeo. Exultet I (ca. 1000) - Bari, archivio della Cattedrale.

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# EXULTET

**EXULTET. Rotolo con miniature e relativo passo dell'Exultet con annotazione musicale (sec. XII) - Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 724 B 1, 13.**

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gus, come expertissimi in quest'arte, si conoscono diversi evocatori (basti citare Tiresia e sua figlia Manto, Medea e Canidia) e celebri casi di e.: cosi quello connesso con Pompeo alla battaglia di Farsalo, a nel quale una mago ressala, Eritone, evocò un morto per predire l'esito dello scontro, e l'e. di Giunone Regina fatta da Camillo durante la battaglia di Vrio (Livio, V, 21).

Il rito evocatorio appartiene in sostanza a quella particolare forma di magia che riconosce un'efficacia magica e determinati gesti e parole. Poiché mediante l'e. si può provare un nemico dell'aiuto della sua divinità, è evidente che un alone di mistero circondi le formole magiche evocatorie che sono pertanto note solo a un personale, delegato a questo tipo di pratiche, com'era, in Roma, il collegio dei Pontefici (cf. Macrobio, Sat., III, 9).

Bial.: G. Wistowa, Eccentia, in Pauly-Wissowa, XI, col. 1135 sg.; W. Schmidt, Die Bedeutung des Namens, Darmstadt 1912; P. Wohleb, Die altrünistive und die betbilitische Eccentia, in Archiv f. Religiononivernzit., 25 (1927), p. 266 sgg.; N. Turebi, s. v. in Em., Ital., XIV (1930), p. 665; G. Turtoni, La religione degli Hittiti, Bologna 1936, pp. 223-27; E. De Martino, Il mondo magico, Torino 1948, p. 19 sgg.; P. Stegenalter, Meister Dietrich u. Freiburg über die seid u. das Sein, in Arch d'bist. doctrinale et litio. de M. A., 13 (1942), pp. 132-222. Nicola Turchi

EVODIO. - Antico di s. Agostino, io seguì a Roma ed assistette alla morte di s. Monica (Agostino, Conf., IX, 12,31; cf. IX, 8, 17); poi entrambi facevano ritorno in Africa. Dal 396 ca . fu vescovo di Urala nell'Africa proconsolare, a m. nel 426. Dopo aver partecipato ad una missione a Roma per chiedere l'applicazione delle leggi teodosiane contro i donatisti, suscitò la loro ira contro la sua persona (404).

Probabilmente E. è l'autore del trattato: De fide contra Manioleana (PL 42, 1139-34; CSEL, 23, a cura di I. Zycha, p. 949). Nella collezione delle Epistole di s. Agostino (nn. 158, 160, 161, 163) si sono conservate 4 lettere di E. ed un'altra diretta all'abate Valentino di Adrumento sui problemi della predestinazione e della Grazia è stata pubblicata da G. Morin in Revue bémédictive, 18 (1901), pp. 241-56.

Bial.: H. W. Philant, s. v. in Dictionary of Chr. biography, II, p. 429 sg.; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, VII, Paris 1922, pp. 42-45.

Erik Peterson
EVOLUZIONE. - L'evoluzionismo (trasformismo, filogenesi, teoria della discendenza) è la dottrina scientifica che afferma la naturale derivazione degli organismi superiori da quelli inferiori. Poiché la paleontologia bisogna che gli esseri viventi sono apparsi sulla terra gli uni dopo gli altri, e, in media, i più differenziati dopo quelli strutturalmente più semplici, due ipotesi sono possibili; che ciascuna specie naturale di organismi abbia avuto nel tempo un'origine autonoma e indipendente (fizizioni); ovvero che le specie superiori siano derivate dalle inferiori (evoluzionismo).

Sommario: I. Noxioni generali. - II. Teoric. - III. Essmo dege teorie. - IV. Prove. - V. Critica.

I. Noxioni generali. - La dottrina dell'e. fu ed è sostenuta da tutti i materialisti e da parecchi degli stessi spiritualisti, ma naturalmente con postuleti diversi. Per i materialisti non solo i viventi superiori sono derivati dagli inferiori per cause fisico-chimiche, ma questi da altri ancora più semplici formativi spontaneamente dalla materia inorganica, la quale, a sua volta, è eterna ed inerente; anche l'anima umana deriverebbe per trasformazione dall'anima dei busti. Per i teisti, la materia è effetto di un atto creativo di Dio; i primi viventi, secondo alcuni, si sarebbero originati per generazione spontanea, secondo altri sarebbero stati anch'essi creati da Dio in uno (monofiletismo) o più esemplari (polifiletismo) dai quali poi avrebbero tratto origine tutte le specie comparse successivamente nei periodi geologici. Per i teisti, l'anima dell'uomo è creata direttamente da Dio; il corpo deriva invece dal corpo di un antropoide.

L'e., quale è sostenuta dai materialisti, è inaccettabile perché contrasta con alcuni dati scientifici (per gli errori filosofici dei materialismo, v. materialismo). Che
la materia sia eterna è contro il secondo principio della termodinamica, in quanto, se ciò fosse, oggi dovrebbero regnare il disordine assoluto a la completa immobilita nell'uniterno dovendo già essere scomparsa tutte le dissimmatorie che rendono utilizzabile l'energia. Se dunque la materia ha incominciato ad esistere nel tempo, è creata. Che i primi organismi si siano formati per generazione spontanea (usiamo anche con quest'espressione pur tanto inesatta) è contraddetto dalle esperienze del Redi, Vallentieri, Spallanzani e soprattutto del Pasteur per quanto riguarda gli organismi conosciuti; qualora poi si sostenga che i primi viventi possedevano una struttura molto piu elementare dei più elementati organismi a noi oggi noti sicché fu possibile la loro diretta formazione dalla materia, l'affermazione è gratuita nella prima parte e, nella seconda, urta contro le leggi della probabilità, poiché, per quanto semplici si vogliano supporre, quei primitivi organismi dovevano sempre possedere una eterogeneità e dissimmetria tali (rispetto alla materia inorganica) da costituire un evento sommamente improbabile in linea teorica, e praticamente impossibile a verificarsi in natura. Che poi l'e. delle forme inferiori sia stata retta soltanto da forze fisico-chimiche, è contro i dati sicuri della paleontologia, la quale dimostra che, in media, vi fa una continua progressione di forme viventi, con produzione di organismi sempre adatti al loro ambiente; mentre, se fosse vero che l'e. fu retta soltanto dal caso, accanto a poche forme ben riuscite dovrebbero trovarnele moltissime non riuscite. Che infine l'anima umana rappresenti soltanto un ulteriore perfezionamento di quella dei busti è contraddetto, almeno indirettamente, dalla psicologia sperimentale.

L'evoluzionismo teistico invece (ecceztusto, per le ragioni detto sopra, il gruppo che ammette la generazione spontanea) è una buona dottrina scientifica. Per quanto concerne l'estensione della teoria trasformista all'origine dell'uomo, v. EVOLUZIONISMO.
II. Teorile. - E necessario, fin dall'inizio, tenere accuratamente distinti il fatto dell'e. dal modo in cui è o può essere avvenuta. Le modalità a le cause che avrebbero determinato o diretto le successive trasformazioni degli organismi costituiscono la base delle varie teorie che possono essere in tutto o in parte false, senza trascinare necessariamente con sé nella rovina il fatto dell'e., il quale si fonda non sulle teorie ma su dati obbiettivi desunti dalle varie branche della scienza della vita. Nell'impossibilità (e, dal resto, nell'inutilità) anche soltanto di accennare tutte le numerose teorie evolutive che si sono succedute in questi cent'anni, si ricordano almeno brevemente quelle più classiche.

I. Lamentations. - Il Lamarck (1809) assegna due cause essenziali che avrebbero prodotto l'e. degli organismi: l'intima natura dei viventi che tende di per sé stessa ad evolversi, e l'ambiente esterno che li circonda e che influisce su di essi per mezzo della temperatura, del chimismo, ecc. Le incessanti modificazioni dell'ambiente fanno si che gli organismi sentano il bisogno di nuove funzioni, la quali a loro volta determinano la comparsa di nuovi organi adatti a soddisfarle, mentre quelli già esistenti, se ancora servono, continuano con l'uso a svilupparsi, se invece diventano inutili, con il discan si strofizzano fino a scomparire. In questo modo si producono variazioni negli organismi, manifestantisi prima nel nome, ma capaci di modificare anche le cellule germinali rendendo cosi ereditari quei caratteri acquisiti. Il loro accumulo nelle generazioni successive darà luogo ad organismi tanto diversi da formare nuove specie. Quell'intima necessità di evolversi farà poi si che queste modificazioni facciano sempre progredire gli organismi nella scala dei viventi.
2. Neolamarchisma. - Sotto questo nome si dovrebbero comprendere tutti quegli autori che, pur accettando la teoria del Lamarck, hanno sopravalutato l'azione di uno dei fattori rispetto all'altro. Storicamente invece sono neolamarchisti coloro che attribuiscono un'impor-

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tanza prevalente ai fattori ambientali, come Spencer, Eimer, Cope ecc.; mentre il Nusgell, il Rosa ecc., che fanno dipendere prevalentemente o anche del tutto l'e. dei fattori interni, sono comunemente chiamati fiutori della teoria delle "cause interne".
3. Darwinismo (1859). - In una popolazione di individui non se ne incontrano mai due perfettamente uguali. Le differenze sono dovute, stando al Darwin, alle condizioni sempre alquanto diverse in cui si sviluppano i germi. E non è detto che tali differenze siano in ogni casa vantaggiasse, anzi in genere sono e indifferenti o addirittura nocive. Ma, come negli allevamenti l'uomo seleziona gli individui portatori di un determinato carattere che vuol perpetuare, e, con opportuni accorgimenti, lo rende stabile creando nuove razze e varietà di animali e piante, cosi la natura seleziona gli individui portatori di caratteri vantaggiosi per l'ambiente in cui vivono, e sopprime inesorabilmente gli altri. Infatti, nella concorrenza vitale, i deboli e gli inetti soccombono e soltanto i più forti sopravvivono fino alla maturità sessuale. Per conseguenza, i caratteri vantaggiosi sono trasmessi alla prole e si accumulano nel succedersi delle generazioni, portando alla formazione di organismi tanto diversi dagli antenati da doversi classificare in una nuova specie. Il processo evolutivo si svolge poi costantemente verso una più elevata organizzazione perché questa, di norma, rappresenta un vantaggio nella concorrenza vitale.
4. Neodarwinismo. - A. Weismann, che per primo sostenne una netta separazione negli organismi fra soma e germe, pagò l'affermazione del Darwin che l'ambiente possa in qualsiasi modo influire sul germe. Per lui, nei cromosomi (v.) delle cellule germinali sono contenute delle particelle che egli chiama determinanti perché ciascuna di esse causerebbe la struttura di una porzione dell'organismo. L'adulto sarebbe quindi predeterminato nei suoi caratteri dalla collezione dei determinanti presente nel nucleo del germe, a nessun carattere potrebbe svilupparsi se mancasse il corrispettivo determinante. Ma poiché le cellule germinali si moltiplicano per divisione, dovranno pure moltiplicarsi allo stesso modo i determinanti. Ed ecco allora tutta una serie di questi elementi neoformati, nella necessita di assimilare, di accrescersi per prepararsi ad una nuova divisione. A questo punto entra in campo la concorrenza vitale per cui i determinanti più robusti o quelli che accidentalmente si trovano in posizioni più vantaggiose possono maggiormente accrescersi a scapito dei deboli e dei non favoriti dal caso. Per conseguenza, anche i caratteri che dipendono da essi riusciranno più sviluppati, e gli organismi si troveranno privilegiati nell'altra concorrenza vitale, sostenuta dal Darwin, fra individuo ed individuo. Poiché soltanto questi organismi meglio dotati raggiungeranno la maturità sessuale, essi soli trasmatteranno alla prole i loro robusti determinanti i quali continueranno a migliorarsi nelle successive generazioni fino a produrre delle nuove specie.
5. Mutazionismo (1901). - Mentre il Lamarck e il Darwin ponevano a base dell'e. il lento accumularsi nel tempo di lievi differenze individuali, il De Vries sostenne invece che l'e. è dovuta all'insorgere di variazioni notevoli che appaiono improvvise a casuali in uno o più individui della stessa specie, determinando in essi dei caratteri totalmente nuovi ed ereditari (mutazioni). Tali caratteri sono talvolta cosi rilevanti da stabilire, da soli, una nuova specie; più spesso sarà necessario attendere che altre variazioni insorgano allo stesso modo nei medesimi individui prima di poterli scindere dalla specie madre. Appunto perché casuali, non tutte queste variazioni sono vantaggiose per gli organismi portatori; ma l'intervento della concorrenza vitale e della selezione naturale conserverà quella favorevoli eliminando le nocive. La causa profonda di tali mutazioni va ricercata, per il De Vries, nell'influenza che l'ambiente inconsueto esercita sugli organismi, fino a raggiungerne il germe; ma qui la variazione resterebbe latente (prem