ioni sono vantaggiose per gli organismi portatori; ma l'intervento della concorrenza vitale e della selezione naturale conserverà quella favorevoli eliminando le nocive. La causa profonda di tali mutazioni va ricercata, per il De Vries, nell'influenza che l'ambiente inconsueto esercita sugli organismi, fino a raggiungerne il germe; ma qui la variazione resterebbe latente (premutazione) qualche migliaia d'anni, per esplodere poi un giorno all'improvviso senza cause apparente.
6. Neomutazionismo. - Molti autori moderni, soprattutto genetisti, pur condividendo la teoria del De Vries, non accettano più l'esistenza di un ipotetico periodo latente fra premutazione a mutazione, e ritengono invece (come del resto è confermato dall'esperienza) che l'alterazione del germe si manifesta immediatamente nella prole che ne deriva.
7. Ologenismo (enunciato da D. Rosa nel 1909 e poi meglio sviluppato nel 1918). - Si riannoda al primo fattore evolutivo (amarcisano, a cui viene attribuita una importanza esclusiva. Come lo sviluppo dell'individuo, dall'uovo allo stato adulto, è causato e diretto unicamente da fattori interni, mentre l'influenza dell'ambiente si limita a permettere o ad impedire che esso avvenga, cosi l'e. delle specie è dovuta a fattori intrinseci negli organismi, e all'ambiente si domanda soltanto di offrire le condizioni generali che non impediscono la vita. Quindi, non solo le specie si evolvono pur restando inalterato l'ambiente, ma le variazioni di questo non incidono sull'orientamento che viene ad assumere l'e., se non per produrre caratteri fenotipici non trasmissibili alla prole. Inoltre, come l'organismo adulto deriva da una stessa cellule-ovo che si divide in due cellule-figlie le quali a loro volta si dividono in altri due, e cosi via, producendo a mano a mano cellule sempre più differenziate e diverse dall'originaria cellula-ovo, cosi da un unico vivente capostipite si sono formate per divisione dicotomica le altre specie gradualmente più differenziate. Tuttuna nella divisione dicotomica delle specie, un ramo è precoce e l'altro tardive; il primo arriva più presto al suo apogeo ma genera un minor numero di specie e conserva una struttura più semplice (persistenza delle forme infertoni); il secondo, nel suo più lento sviluppo, raggiunge un'organizzazione più complessa e dà origine ad un maggior numero di ulteriori ramificazioni.
Questa teoria è ancora sostenuta da parecchi biologi italiani; mentre all'estero è condivisa da pochissimi scienziati. Fra le altre teorie meritano di essere almeno ricordata: l'olismo dello Smuts; l'e. emergente di Lloyd Morgan; e l'e. creatrice del Bergson.
III. Exsare nelle teorie. - E forse opportuno indicare brevemente le principali obbiezioni che furono sollevate contro le teorie riferite.
1. Lamorchismo. - Che l'ambiente possa indurre delle modificazioni in un organismo è un fatto incontestabile, come pure è certo che l'uso e il non uso di un organo le faccia tendere verso un maggiore sviluppo ovvero ne determini l'atrofia. Ma questi caratteri acquisiti dai genitori sono trasmissibili alla prole? a) Già non si vede come possano esserlo. Infatti le cellule germinali sono parte dell'organismo come qualsiasi altra cellula del corpo; ora lo sviluppo maggiore a minore di un muscolo, ad es.. non si ripercuote affatto sulle cellule visite dell'occhio; perché dunque dovrebbe influire su quelle germinali? Forse attraverso speciali sostanze prodotte dagli organi alterati e giungenti, per via sanguigna o umorale, al germe? Ma queste ipote'iche sostanze dovrebbero essere cosi specifiche per ogni organo e particella di organo da giustificare l'affermata riproduzione nella prole di quelle medesime strutture acquisite dai genitori; il che, anche in linea teorica, sembra per lo meno eccessivo. b) Del resto, tutte le esperienze condotte per decenni e con ogni mezzo a nostra disposizione per dimostrare l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, o hanno dato risultati apertamente negativi (la grandissima maggioranza), ovvero hanno avuto esiti cosi incerti da non consentire per ora una conclusione affermativa.
2. Darwinismo. - Il darwinismo parte da quelle lievi differenze riscontrabili fra gli individui anche più simili chiamate florinusismi dai moderni genetisti, e sostiene che su queste opere la selezione naturale conservando gli organismi più adatti per il luogo e il tempo in cui vivono, a portando cosi ad un accumulo progressivo di quelle piccole diversità. Orbene, questa è gratuita, quando pure non contraddice ai dati scientifici in nostro possesso. a) Innanzi tutto, non si possono equiparare gli effetti della selezione artificiale e della naturale, poiché a questa
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mancano l'intelligenza e i mezai che permettono all'uomo di isolare ed incrociare fra loro gli individui portatori di un determinato carattere. b) La selezione naturale e artificiale, poi, non producono in realta nulla di nuovo, limitandosi a conservare o a fare appaltre quello che gia esiste; sono percio un elemento insufficente per spiegare l'apparizione delle nuove forme. c) Inoltre, i catatieri fruttuanti non sono trasmessi alla prole, la quale eredita invece soltanto la variabilità propria della spacia; anzi la natura tende a conservare di preferenza gli individui che meno si discostano dal tipo medio: all'opposto cioè di quanto viene affermato dal Darwin. d) Infine, non si capisce quale reale vantaggio abbiano potuto avere nella concorrenza vitale i pochi organismi dotati di un lievisimo carattere favorevole, di fronte ai numerosi altri che ne erano sprovvisti e di fronte alle formidabili forze distruttrici dell'ambiente e dei nemici naturali, Tanto più che il presunto vantaggio doveva limitarsi agli organismi adulti nei quali quel carattere favorevole era sviluppato; sicché tutti i giovani (in cui era praticamente assente) avrebbero dovuto porire nella concorrenza vitale.
3. Mutazionismo. - Riesce il mutazionismo a spiegare l'e.? Non sembra. o) Le variazioni mutative non lerdi riguardano piccoli caratteri che se possono rendere ragione del formarsi di razze, varietà, o anche di specie sistematiche, sono del tutto insufficenti per costituire i gruppi maggiori; producono cioè una microevoluzione ammessa anche dai fissisti, non la macroevoluzione. 8) Ne si vede come possono determinare quest'ultima. Per quanto sappiamo, le mutazioni che avvengono in natura sono relativamente molto rare. Orbene, da queste bisogna sottrarre l'Ss- 90 \% che non possono ritenersi un fattore di e, in quanto si dimostrano regressive in rapporto alla vitalità degli organismi, dando origine ad individui poco prosperi o addirittura patologici, incapaci di sostenere la concorrenza vitale. Delle poche che restano, bisogna ancora trascurare quelle indifferenti, per fermarsi alle pochissime vantaggiose. Ma anche queste ultime sono generalmente recessive, a dovranno quindi trovarsi in entrambi i genitori per potersi manifestare nella prole. Se non che, quale probabilità ha uno di questi variazioni organismi mutati, sperduto in mezzo ad una mera popolazione di individui normali, di incrociarsi con un altro organismo portatore della sua stessa mutazione? E come spiegare allora l'e. sempre crescente se le mutazioni sono casuali, e l'esplosione simultanea, o quasi, di numerose nuove forme molto bene adatte al loro ambiente, come ci documenta la paleontologia, se le mutazioni sono rare, regressive e recessive?
4. Oligentismo. - E una teoria indubbiamente molto geniale; ma, dal punto di vista speculativo, non si capisce perché il plasma germinale debba sempre e solo dividersi diocononicamente (il paragone dell'e. delle specie con l'ontogenesi dell'individuo deve ritenersi puramente metaforico); e, dal punto di vista dei fatti, la paleontologia non conferma, eccetto in qualche caso, la successione dicotomica delle forme animali a vegetali.
Tuttavia, queste e le altre teorie già escogitate e quelle che potranno formularsi in futuro possono essere in parte o del tutto false senza necessariamente pregiudicare la dottrina dell'e., l'esistenza della quale va discussa in base non alle teorie ma si fatti di cui si dispone. Questi sono ormai numerosi e costituiscono le prove dell'e. Si accennerà ai principali.
IV. Prove. - Gli organismi, come insegnano l'anatomia a la fisiologia-comparata, sono generalmente formati di cellule, il cui numero varia da uno (protozoi e protofiti) a cifre elevatissime (metazoi e metafiti). La forma di queste cellule può essere diversa; ma ciò non crea una difficoltà per l'e, poiché anche le cellule di uno stesso organismo superiore sono differenti, pur derivando tutte da un'unica cellulcova. In tanta diversità di forma, sono invece fondamentalmente uguali per ogni cellula sia la struttura (tutte sono costituite di citoplasma e di nucleo); sia la composizione chimica (scatanze proteiche); sia
il funzionamento (tutte si nutrono per intussuscezione, si accrescono, si moltiplicano, invecchiano e muoiono).
Somiglianze sorprendenti si riscontrano anche a livelli superiori al cellulare. Pargonando fra loro, ad es., scheletri di vertebrati, si trovano le medesime ossa, gli stessi rapporti reciproci, lo stesso modo di formazione, ecc. Orbene, nella dottrina evoluzionistica che fa derivare tutti i viventi da una o poche forme capostipiti, queste innegabili rassomiglianze non trovano una spiegazione naturale, almeno prossima, scientifica insieme e soddisfacente?
Tanto più che l'embriologia ci mette di fronte ad altri fatti che sono, a sembrano, piuttosto riluttanti a lasciarsi spiegare dall'ipotesi fissista. Per citarne qualcuno: E. Haeckel, mutuandolo da altri autori ma specificandolo meglio con la sua legge biogenetica fondamentale, ha denunciato che gli organismi superiori percorrono a rapidi passi, nello sviluppo ontogenetico, quei medesimi stadi che furono le tappe dell'e. della loro specie; sicché oggi l'ontogenesi è la ricapitolazione della filogenesi. Come caso particolare si ricordano gli archi branchiali dei vertebrati. E noto che i pesci adulti respirano per branchie, disposte lateralmente subito dietro il loro capo: l'acqua entra per la bocca ed esce attraverso le fenditure branchiali dove le viene sottratto, per la respirazione, l'ossigeno disciolto. Gli abbozzi delle fenditure branchiali compaiono abbastanza precocemente nell'embrione, ma soltanto dopo numerosi processi differenziativi sono formate le branchie atte a funzionare. Ebbene, negli embrioni dei rettili, uccelli, mammiferi (che allo stato adulto respirano per polmoni) compaiono gli abbozzi degli archi branchiali. Lo stadio branchiale è dunque in essi transitorio, mentre è definitivo nei pesci, come vuole la legge dell'Haeckel.
Gli uccelli attuali sono tutti privi di denti; eppure nello sviluppo embrionale di alcuni compaiono gli abbozzi dentali che poi regrediscono. Nell'interpretazione evoluzionistica il fatto è bene spiegato ricordando che i primi uccelli (archaeopteryx) avevano dei denti potentissimi, come testimonia la paleontologia.
Per limitarci ad un ultimo fatto dall'embriologia, possiamo ricordare che l'orbettino adulto è privo di arti, mentre i loro abbozzi sono presenti durante lo sviluppo ontogenetico. Non sembra esservi per ora interpretazione migliore che riannodare genericamente l'orbettino ai rettili antichi, tutti provvisti di arti.
Altre prove ci sono fornite dalla sistematica. Cosi simili nell'elemento fondamentale (cellule) da cui sono formati, e cosi gradualmente progressivi nell'assumere una differenziazione sempre maggiore durante lo sviluppo embrionale, non reca poi meraviglia (ma è una nuova prova per la dottrina evolutiva) se i viventi adulti debbono essere classificabili dal sistematico in una scala ordinata che si continua ininterrotta dal protczon all'uomo attraverso tutta una serie di organismi intermedl. Se i viventi sono derivati gli uni dagli altri, questo fatto non solo è spiegato, ma si impone come un'assoluta necessità.
L'esame degli esseri viventi attuali e fossili ci dà un'altra prova con gli organi rudimentali, con organi cioè che sono presenti anche oggi negli individui ma in forma rudimentale o involuta, mentre sono ben sviluppati e funzionanti in altri organismi sistematicamente più bassi o cronologicamente più
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antichi, provando o almeno suggerendo una derivazione genetica dei primi dai secondi. Si citano: gli occhi della talpa, le ossa degli arti posteriori dei cetacei, gli stiletti del cavallo e molti altri.
Certo, affinché dalla sistematica si possa trarre un argomento in favore del trasformismo bisognerà dimostrare ancora che i viventi sono apparsi sulla terra in quell'ordine in cui sono collocati dal classificatore; altrimenti la scalarità degli organismi non potrebbe essere spiegata evoluzionisticamente. Ebbene, proprio questo ci dice lo studio dei fossili. La paleontologia infatti insegna, con certezza ormai assoluta, che i tipi, le classi e spesso anche gli ordini sono apparsi non allo stesso tempo, bensì gli uni dopo gli altri, nell'ordine di progressiva differenziazione anatomico-funzionale richiesto dalla teoria; sicché l'attuale scalarità dei viventi rivelataci dalla sistematica corrisponde, in media, alla loro effettiva comparsa nel tempo. Non solo, ma se oggi i tipi, le classi... sono nettamente separati in modo che è difficile collegarli geneticamente fra loro, la paleontologia indica delle forme fossili che costituiscono il ponte di passaggio fra gli inferiori e i superiori, quale, ad es., l'archaeopteryx, anello di congiunzione degli uccelli con i rettili.
Ed ancora, in qualche caso bene accertato, la paleontologia presenta tutti o quasi i termini di trasformazione per cui è passato un organismo nei periodi geologici prima di raggiungere la forma attuale (serie ortogenetiche). Valga, ad es. per tutte, la serie degli equidi nella quale si assiste, dall'inizio dell'eocene al pliocene, ad un aumento progressivo della mole che va dalla grandezza d'una lepre dell'eohippus a quella dei nostri cavalli; e ad una progressiva riduzione delle dita. L'eohippus eocenico ha ancora 4 dita nelle zampe anteriori e uno stiletto (corrispondente al 5^{°} dito); 3 dita e 2 stiletti (corrispondenti al 1^{°} e al 5^{°} dito) nelle posteriori. Il meoohippus dell'oligocene ha 3 dita nelle zampe anteriori e uno stiletto (corrispondente al 1^{°}, mentre il rudimento del 5^{°} è già scomparso), e 3 dita senza stiletti nelle posteriori. Il neohippus del pliocene ha appena 3 dita per zampa e di queste solo il medio, divenuto molto robusto, giunge a toccare il suolo; gli altri (il 2^{°} e il 4^{°} ) regrediscono fino a ridursi agli stiletti dei cavalli attuali. Non è una buona prova in favore dell'e.?
Altri argomenti analoghi potrebbero ancora trarsi dalla stessa paleontologia, dalla biogeografia, e dalla genetica; ma sarebbero soltanto nuove conferme che nulla direttamente aggiungono all'impostazione fondamentale delle prove del trasformismo. Non sarà invece inutile esaminare brevemente e sommariamente fino a quale punto i fatti arrecati dimostrino questa dottrina.
V. Critica. - Benché molti autori attribuiscano agli argomenti sopracitati il valore di autentiche prove, tanto che considerano l'e. come ormai dimostrata, altri, meno numerosi forse ma certo più obiettivi, amano ritenerti piuttosto come semplici indizi, ed inoltre espressamente dichiarano che anche questi debbono venire considerati nel loro insieme e non ad uno ad uno per ricavarne una qualche prova soddisfacente. E, allo stato odierno delle nostre conoscenze, la posizione più sicura, poiché, in realtà, i singoli argomenti o non resistono ad una critica serena, o sono interpretazioni evoluzionistiche di fatti in se stessi indifferenti, o, al più, depongono per una trasformazione degli organismi ben più ristretta di quella che
si intende provare; e il loro complesso dimostra soltanto che l'e. può essere avvenuta.
Ecco infatti il procedimento logico degli evoluzionisti convinti : se l'e. è esistita, essi argomentano, gli organismi debbono presentare i seguenti caratteri: possedere tutti fondamentalmente la stessa struttura anatomico-fisiologica; nello sviluppo, i superiori passare temporaneamente per stadi che sono definitivi negli inferiori; poter essere classificati dal sistematico in una progressiva scala ascendente; gli uni comparire sulla terra dopo gli altri e, in particolare, i superiori dopo gli inferiori. Orbene, l'anatomia e fisiologia comparata, l'embriologia, la sistematica e la paleontologia dimostrano rispettivamente tutto questo. Dunque la e. è avvenuta e il fatto dell'e. è sicuro.
Ma, in buona logica, la conclusione sembra illegittima. Mentre è esatto affermare che, se l'e. è esistita, debbono verificarsi quei fatti (altrimenti avremmo le prove dei contrariol), dall'esistenza di quei fatti deve soltanto concludersi che l'e. può essere avvenuta; l'esistenza di quei fatti ed indizi è la condizione indispensabile perché la dottrina dell'e. sia scientificamente sostenibile; ma per passare dalla sua possibilità o probabilità alla certezza mancano tuttora le prove.
Illustrata cosi la intrinseca debolezza logica del ragionamento evoluzionistico, veniamo all'esame di alcuni fatti che formano le premesse del sillogismo sopra riferito.
Riguardo agli argomenti forniti dalla anatomia e fisiologia comparata, si puo rispondere che anche i corpi chimici hanno fondamentalmente la stessa struttura (atomica e subatomica) e le medesime modalità d'azione (leggi delle reazioni chimiche); eppure nessuno può con sicurezza sostenere che siano derivati per successive trasformazioni da un elemento comune primordiale più semplice. Perciò quest'argomento in se stesso non ha certo il valore di prova; anzi potrebbe servire nelle mani del fissista per confermarsi nella sua tesi, poiché l'unica spiegazione ragionevole della somiglianza fra i corpi inorganici si riduce a che tali sono perché tali Dio li ha fatti: la stessa ragione cioè portata dai fissisti per spiegare la somiglianza degli organismi viventi. Né maggior valore probativo hanno i fatti dell'embriologia. Già la legge biogenetica fondamentale, come fu proposta dall'Haeckel, è ripudiata da molti degli stessi evoluzionisti, poiché lo studio comparato non dimostra la rassomiglianza di embrioni superiori con organismi inferiori adulti, ma soltanto la somiglianza fra embrioni ed embrioni. Ed essa risulta tanto maggiore quanto più precoce è lo stadio embrionale considerato, sicché diminuisce a misura che procede lo sviluppo. Orbene, questo può attribuirsi non all'e. ma alla stessa necessità meccanica di formazione per cui il Mosè e la Pietà di Michelangelo (cosi diversi ad opera compiuta) dovevano tanto più rassomigliarsi quanto più erano prossime allo stadio di blocco marmoreo informe.
L'affermata presenza di archi branchiali negli embrioni dei vertebrati superiori è almeno in parte gratuita e frutto, nell'interpretazione, della mentalità evoluzionistica. Infatti non si tratta di archi branchiali ma di semplici archi viscerali che non sono branchie né mai accennano a diventarlo essendo sempre destinati a tutt'altra funzione che non sia quella respiratoria. E vero che morfologicamente ricordano i corrispondenti archi da cui nei pesci si formeranno le branchie; ma è altrettanto vero che
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ne differiscono per molte caratteristiche e che la somiglianza morfologica può essere spiegata pensando che i pesci, gli anfibi, i rettili, gli uccelli e i mammiferi, per appartenere tutti al regno animale, al sottoregno dei metasoi, al tipo vertebrati e differire tra loro soltanto nella classe, devono necessariamente avere dei caratteri in comune sia allo stato adulto sia in quelle embrionale, indipendentemente da ogni interpretazione fissista od evoluzionistica.
Gli stessi abbozzi dentali riscontrabili anche oggi negli embrioni di alcuni uccelli non sono una prova convincente, per due motivi: in primo luogo, lo studio istologico non avela la presenza di abbozzi, ma, al più, di creste dentali che sono una formazione precoce da cui in seguito e con la partecipazione di altri strati cellulari dovrebbero costruirsi i veri abbozzi, che nel nostro caso però non si formano mai (anzi il Rose e la Carlsson mettono in dubbio che siano creste dentali); in secondo luogo, se quelle creste sono proprio un ricordo storico, fanno nascere il problema del perché non si presentino negli embrioni di tutti gli uccelli. Né vale rispondere che gli uni si sono evoluti di più, gli altri di meno, trattandosi qui di provare e non di supporre l'esistenza stessa dell'e.
Il caso infine (e quelli analoghi) dell'embrione dell'orbettino, in cui compaiono gli abbozzi degli arti che poi regrediscono tanto che l'adulto è apodo, potrà più opportunamente essere citato come esempio di regressione, non certo quale segno di progressiva o.
Restano la sistematica e la paleontologia. Ma anche qui, pur essendo verissimo che, nei nostri musci, i viventi sono classificati in un ordine crescente, il fatto non costituisce una prova di derivazione genetica, poiché anche i corpi chimici possono essere disposti in maniera scalare come fu fatto dal Mendelejef con tale precisione da predire l'esistenza di elementi a quel tempo ancora sconosciuti; eppure nulla si autorizza a ritenerli derivati storicamente gli uni dagli altri in quell'ordine determinato. Nei viventi, inoltre, la gradualità vien meno proprio quando sarebbe più richiesta per dimostrare l'e. : nel passaggio cioè da tipo a tipo, da classe a classe..., ai quali livelli esiste sempre una profonda lacuna biologica che né la sistematica né la paleontologia sono riuscite a colmare. La comparsa dei tipi, delle classi e spesso anche degli ordini è sempre improvvisa; e il non aver ancora potuto dimostrare l'esistenza di un solo vero anello di congiunzione lascia realmente perplessi. L'archaeopteryx, ad es., che è sempre citato come ponte di passaggio dai rettili agli uccelli, perché dei secondi ha la struttura generale e dei primi la lunga coda vertebrata e le mascelle armate di denti, non resiste alla critica poichè né la coda vertebrata né i denti sono caratteristiche dei rettili. Le tartarughe appartengono alla classe dei rettili, eppure sono sprovviste di denti come sprovviste ne erano quelle dei giurese contemporanee dell'archaeopteryx; i precodettili sono rettili trovati negli stessi calcari (trografici del giurese della Baviera dove fu rinvenuto l'archaeopteryx, eppure avevano una coda molto ridotta e addirittura mancante.
E due altri fatti si aggiungono ad aumentare la perplessità: le non eccessivamente rare inversioni rispetto all'ordine che sarebbe richiesto dalla dottrina trasformistica, e soprattutto la presenza contemporanea e non successiva di molti tipi. Nei più antichi strati fossiliferi conosciuti (precambrico), ac-
canto ad esseri unicellulari si trovano già anellidi, molluschi, echinodermi...
Certo, la loro contemporaneità potrebbe essere soltanto apparente nel senso che quegli strati, da una parte, ci sono quasi del tutto ignoti e, dall'altra, sono durati milloni di anni sicché è difficile parlare di contemporaneità, potendo i tipi essere apparsi gli uni dopo gli altri in quel lunghissimo spazio di tempo. E una supposizione lecita; ma è chiaro che moltiplicando le ipotesi marginali si rende instabile l'edificio dell'e. Le serie ortogenetiche poi (equidi, cetacei...) sono cosi limitate da non legittimare l'estensione dell'argomento alle classi e, tanto meno, ai tipi; senza dire che non dimostrano una progressiva ascensione degli organismi nella scala dei viventi, ma soltanto una loro ristretta variabilità.
In conclusione può dirsi che la dottrina dell'e. è a tutt'oggi una buona teoria scientifica ed un'utile ipotesi di lavoro, ma che è indubbiamente eccessivo ritenerla una verità ormai dimostrata.
Brec.: R. Lamarck. Philosophie zoologique. Parigi 1809; C. Darwin. On the Origin of Species, Londra 1849; A. Weismann. Studies sur Descendentschuerie, Ligosa 1874-76; Id., Vorträge über Descendentschuerie, Jena 1902; H. De Vries, Die Metazionstheorie, Ligosa 1901-1903; F. Le Dantec, Lamarchiens et Bercoviens, 2* ed., Parigi 1904; E. Waxmann, La bioboria moderna «la teoria dell'e., trad. it. di A. Gemelli, Firenze 1906; D. Rosa, Ologment, ivi 1918; H. F. Oshorn, The Origin and Evolution of Life, Nuove Toris 1918; L. Viallston, Membres et ceintures des vertébrés tétropodes? Critique morphologique du transformisme, Parigi 1924: J. Pujula, La vida y su endotelio blogerolima. Barcellona 1923; L. Cuitton, La glacia des orjokes vituelles, 3* ed., Parigi 1929; L. Vialleton, L'origine des êtres vivants, in: 1929; R. A. Fisher, The Genetical Theory of Natural Selection, Oxford 1930; E. Guyenot, La variation et l'évolution, Parigi 1930; M. Cauliery, La problème de l'évolution, ivi 1931; I. B. S. Haldane, The Genres of Evolution, Londra 1932; M. Boule e J. Piveneau, Les fossiles, Parigi 1933; N. W. Timofeeff-Ressovsky, Metabolis sperimentale in genetica, Milano 1939; R. Goldschmidt, The Material Basis of Evolution, Nuove Haven 1940; T. Dobzhansky, Genetica and the Origin of Species, Nuove Toris 1941; G. Hebever, Die Evolution der Organismen, Jena 1943; J. Musley, Evolution, the Modern Synthesis, ivi 1943; B. Mayr, Systematics and the Origin of Species, ivi 1943; G. G. Simpson, Tempe and Mode in Evolution, ivi 1944; O. Coloni, E., Firenze 1944; C. D. Darlington, The Evolution of Genetic Systems, Cambridge 1946; D. H. Salman, L'e'cultation et l'espèce, in Revue des sciences philosoph. et théolog., 31 (1947), pp. 97-113; E. Ruffini, La teoria dell'e. secondo la scienza e la fede, Roma 1948; M. J. D. White, Animal Cytology and Evolution, Cambridge 1948. Giuseppe Bodo
EVOLUZIONE del DOGMA: v. DOGMA.
EVOLUZIONISMO culturale. - Teoria che interpreta secondo le leggi dell'evoluzione gli avvenimenti umano-sociali.
Sommario: I. Storia. - II. Il concetto di evoluzione. - III. Inaccesibilità dell'e. estremo. - IV. Origine dell'uomo. E. mitigato. -V. Difficoltà della derivazione dell'uomo dall'ammale.
I. Storia. - Nel corso del sec. xix si sviluppò l'emologia (e in stretta connessione con essa anche la storia delle religioni) e diventò sempre più una scienza indipendente. Essa, come le correnti contemporanee che dominavano in filosofia, in sociologia e nelle scienze naturali (H. Spencer, A. Comte, Ch. Darwin, ecc.), ebbe un indirizzo prevalentemente evoluzionistico. Perciò furono aprioristicamente considerati come popoli primordiali dell'umanità, quelli presso i quali si trovò in anche semplicemente se ne suppose l'esistenza) un "comunismo primordiale", la "promiscuita", il matrimonio di gruppo, il cannibalismo, l'uccisione dei vecchi, specialmente dei vecchi capi, da parte dei giovani, l'infanticidio, i sacrifici umani e in genere i sacrifici cruenti, gli eccessi e perfino le perversità sessuali. Questo metodo si mostrò molto più grossoleno nella ricerca dell'origine della religione, origine che qualcuno pensò di ritrovare in oscuri sentimenti di angoscia a di sogno; altri (M. Müller) nel culto dei fenomeni della natura e del corpo celesti; altri (A. Comte, J. Lubbock) nel feticismo; altri (A. Spencer) nel culto
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degli antenati; altri (E. B. Tylor) nell'animismo; altri (E. Durkheim, S. Freud, W. Robertson Smith) nel tolemismo; altri, finalmente (più o meno K. Th. Preuss, A. Vierkandt, ecc., per altro meritevoli), nella magia e nella credenza in una forza magica universale, nel cosiddetto preanimismo. Questa ultima tesi, non morta ancor oggi, venne sviluppata specialmente dalla scuola sociologica francese di Durkheim. In opposizione a tutte queste costruzioni evoluzionistiche molti rappresentanti della scienza etnologica, specialmente dal principio del sec. xx in poi, si sforsarono e si sforzano di determinare i gruppi dei fenomeni culturali sia cronologicamente e sia, per quanto possibile, nelle loro reciproche connessioni causali, dando cosi al ricercatore il mezzo per stabilire obbietivamente quali dati etnologici siano antichi e quali recenti. Primitività, semplicità esteriore, selvatichezza bestiale possono essere elementi anche secondari. Perciò cade il metodo, gia tanto preferito, di sistematizzare i fenomeni, che si osservano presso i popoli di natura, in serie di sviluppo ascendenti a discendenti secondo il loro grado di perfezione, nelle quali serie mancava ogni garanzia che le singole loro parti fossero nel posto che loro spettava secondo la propria età storica oggettivamente accertata. Cosi si giunse alla certezza che gli schemi evoluzionistici sono diventati insostenibili.
II. Il CONCETTO di EVOLUZIONE. - L'idea di evoluzione è propria del campo storico; con essa s'intestero e s'intendono gli avvenimenti importanti umano-sociali nella loro connessione causale. Quest'idea è in opposizione a quella dell'evoluzione regolare organico-naturale, che domina specialmente nel campo biologico. Cio che viene indicato con l'idea di evoluzione nell'uno e nell'altro caso, è completamente diverso, come, p. es., ha chiaramente riconosciuto anche il biologo e zoologo di Basilea Adolfo Portmann. In questo senso egli dice giustamente: "Dominati da questa idea di evoluzione, si è affermata una concezione del progresso fondata sulla biologia. Il trasportare il concetto dell'evoluzione dal campo dell'evoluzione organica dell'uomo a quello delle attività storicamente manifestatesi fu un errore, che portò alle più discutibili generalizzazioni e conclusioni affrettate *. Ora, quando nell'idea dell'evoluzione si fa rientrare non solo il mondo puramente organico e naturale, ma anche quello della storia umana, escludendo bensì, esplicitamente o implicitamente, un Principio superiore extramondano, si ha l'e. estremo. Si oppone a questo quello mitigato, che riconosce il mondo umano spirituale e storico, come a sé stante rispetto a quello organico naturale, e cosl anche l'evoluzione, in quanto questa si possa considerare come possibile, o già realmente dimostrata, nel campo organico-naturale, ma non come indipendente dalla potenza e dalla volontà di un Principio creatore extramondano. I seguaci dell'e. mitigato, tra i quali vi sono anche dei cristiani e cattolici, vorrebbero in questo senso ammettere, p. es., l'origine del corpo umano dal regno animale. Su cio v. più oltre.
III. InSostenibilità dell' e. estremo. - t. Il fondamento psicologico per i supposti inizi animaleschi dell'artivita spirituale dell'uomo, fu escogitato principalmente dal Levy-Brush con la sua teoria del pensiero "prelogico" o "alogico * dell'uomo primitivo. Con ciò s'intende uno stadio, in cui l'uomo non era ancora capace di concepire le relazioni causali. Ma affermando ciò, non ci si è chiesto come mai allora un tale uomo avrebbe potuto inventare anche il più primitivo strumento di lavoro. Anzi, si può domandare come mai egli abbia potuto superare questo stadio con il pensiero logico, dato che psicologicamente non esiste alcun passaggio dall'uno al-
l'altro. D'altra parte il pensiero "prelogico" o "magico" si può constatare anche oggi nelle idee e nelle azioni superstiziose degli stessi uomini primitivi, che per altro pensano certo logicamente. Le costruzioni teoriche delle "studioso da tavolino" Levy-Brush furono a tono ripetutte da tutti i principali etnologi e dagli studiosi esploratori, come dal Boss, von Nordenskiold, Preuss, Sternberg, Lowie, Kroeber, ecc. L'atto conclusivo più interessante l'ha fornito finalmente lo stesso Levy-Brush, perché nel 1938 egli ritratto interamente la sua teoria della mentalita prelogica dei primitivi. Se vi è, quindi, un risultato della nuova etnologia che sia stabilito con certezza assoluta e universale, è proprio questo, che cioè l'uomo primitivo attuale, comunque sia sotto l'aspetto razziale e fisico, e spiritualmente un uomo perfettamente umano. Inoltre rileviamo qui che tutte le lingue, parlate dagli attuali primitivi, dimostrano chiaramente in questi l'esistenza di una piena capacità spirituale. Etnologicamente è, quindi, impossibile all'e. estremo di dimostrare la "mancanza dello spirito " nell'uomo primordiale. Ora si domanda: che cosa può dire al riguardo la preistoria?
2. I preistorici (cf. G. Kraft) rilevano con tutta l'enfasi il fatto che in ogni caso sotto l'aspetto culturale spirituale l'uomo e la bestia sono separati l'uno dall'altro da un abisso profondo e insommentabile. Le prove indissutibili, che si affrono qui allo studioso, sono principalmente gli strumenti di lavoro, che non sono, come un tempo fu falsamente creduto e sostenuto, una semplice proiezione e imitazione di organi, ma qualche cosa di specificamente umano-spirituale, che manca alla bestia. La capacita dell'uomo primitivo (come in genere di qualunque uomo), che in cio si manifesta, consiste nella possibilità della conoscenza causale e della concezione delle idee generali. Gli strumenti di lavoro, creati dall'uomo in base a questa sua possibilità, esistono fin dal principio, cioè fin dall'inizio del diluvio. Essi sono perfetti nella loro specie già fin dall'inizio; il paleolitico recente non vi ha cambiato niente di essenziale. Oggi non conosciamo prestrumenti di lavoro, come similmente neppure prelingua, precette, ecc. e molto meno preuonimi. Quindi, anche in preistoria, in pieno accordo con l'etnologia, non conosce che l'uomo pienamente a realmente uomo e cio fin dall'inizio. E chiave che sono escluse cosi tutte le forme dell'e. estremo. Che anche i principali studiosi di antropologia fisica (Fr. Weidenreich, W. E. Le Gros Clark, J. Weninger) incomincino a cedere a queste convincenti argumentazioni, è dimostrato dal fatto che essi, nei casi in cui reperti ossei non consentano una chiara conclusione, se si tratti o no di uomo nel dato caso, si appellano parimenti agli oggetti della cultura come a fattore decisivo, come, p. es., nel ritrovamento dell'australopiteco del Sud-Africa. Con cio si da modo allo studioso, sia esso preistorico e etnologo, di decidere con sicurezza, se nel singolo caso si tratti di un uomo realmente e pienamente uomo. In base a tutto ciò si può certo ritenere come definitivamente rischiarato e definito un capitolo, abbastanza discusso, dell'indagine dell'uomo primitivo. E certamente significativo che esso sia terminato, riconoscendo inequivocabilmente e chiaramente lo spirituale come criterio di distinzione anche per l'uomo primordiale a noi scientificamente accessibile.
3. Che l'umanità non cominciò con la promiscuità o i matrimoni di gruppo, ma con le normali unioni familiari monogamiche, è divenuta da decenni fra i competenti una convinzione pressoché generale. Ma ogni etnosociologo sa che cio non pertanto gli ultimi segreti, che circondano l'inizio e il successivo sviluppo della famiglia e della collettivita, non sono in alcun modo pienamente scoperti e spiegati. Prima di tutto, si pone il problema dell'esogamia, cioè il problema del comportamento dei singole individuo rispetto alla scelta del coniuge, scelto che richiede una particolare attenzione. Poiché questa esogamia, seguita a meditate fino in fondo, conduce non soltanto oltre il
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puro naturale-umano, ma porta certamente e chiaramente anche a qualche cosa che e al di sopra e al di fuori del mondo, fatto che, naturalmente, non si può accordare con l'e estremo. Considerando le varie forme di esogamia esistenti nella vita dei popoli, si ai accorgo subito che si suddividono in due gruppi principali contrapposti. Da una parte c'e quella forma di esogamia che ha per base il principio della parentela, primieramente, come è naturale, quello della diretta parentela di sangue. Essa è tanto più facilmente comprensibile, in quanto corrisponde perfettamente alle nostre concezioni e ai nostri usi europei. Dall'altra si tratta di forme di esogamia, in forza delle quali interi gruppi (clan, classi, stirpi) sono tenuti a non fare matrimoni nell'ambito di questi gruppi, ma a cercare invece d' coniugs in un altro clan (tostemco), in un'altra classe ecc. Anche qui sussiste il divieto del matrimonio tra parenti, ma al di là di questo vale la legge, più o meno artificiale, della esogamia di clan, di classi o di stirpe. Siccome su questo già da tempo non c'è più alcun dubbio, che cioè quest'ultime forme di esogamia siano di origine posteriore a quindi secondarie, non interessano oltre in questo studio. Naturalmente si pone qui la domanda: - come è giunta l'umanità primitiva a questa rigida proibizione del matrimonio tra consanguinei, cosi profondamente radicata?-. Forse dall'esperienza pratica che i matrimoni fra consanguinei (incessa) conducono a conseguenze deleterie? Ciò è molto inverosimile. Poiché tutto (si consideri a questo riguardo specialmente il concetto fondamentale unitario dell'esogamia) indere che l'umanità ancora nella sua originaria omogeneità ha introdotto questi divieti matrimoniali. Se ciò fosse avvenuto in un'epoca posteriore, allora rintarrebbe impiegata la grande uniformità delle fondamentali leggi esogamiche. Anzi, avrebbero dovuto esserci anche dei popoli, che non conoscevano affatto proibizioni matrimoniali. Ma è noto che non è questo il caso. Rimane dunque il problema: come sono giunti gli uomini già ai primordi a queste proibizioni matrimoniali? Da diversi studiosi è stato occasionalmente accennato, come tra fratelli, o anche in generale tra i giovani che fin dalla più tenera età sono cresciuti insieme, generalmente non si sviluppano affatto, o almeno assai difficilmente, gli stimoli che conducono ad una passione amorosa, o al matrimonio. Ciò potrebbe spiegare il costume, l'uso e, in fine, le legge di non far sposare i consanguinei, quindi principalmente i fratelli. Questa teoria è senza dubbio molto affascinante. Ma trascura che essa si addice solo a persone della stessa generazione. Essa non chiarisce, o non a sufficienza, il timore del matrimonio tra i parenti delle linee discendente, fra i genitori e figli particolarmente, che certo è dovunque una delle ripugnanze più fortemente radicate. Anche qui possono essere coagenti quegli elementi che sono giunti da questa teoria: anzi la mancanza dello stimolo può, in generale, essere ancora più forte a causa della diversità di età. Ma non si può negare che vi influiscono anche altre forze, e cioè quello di natura etica. Appunto la circostanza, che i genitori vogliono mantenere la loro autorità di fronte ai figli, impedisce di contrarre con essi legami matrimoniali; e appunto il timore riverenziale, provato dai figli verso i genitori, non lascia sorgere in essi il pensiero di un legame matrimoniale. Questo richiamo al motivo etico è indubbiamente non soltanto giusto, ma anche importante. Solo ci si chiede subito: Come sono giunti i primi uomini a questo motivo etico? I popoli attuali etnologicamente primitivi, presso i quali si trovano in ogni caso relativamente meglio conservati gli elementi intimi e primordiali, non hanno, in genere, alcun dubbio a questo riguardo. Essi credono, come in molte altre cose, cosi anche in questa, di esserne stati istruiti e obbligati (direttamente o indirettamente) dall'Essere supremo. Essi, come riconoscono universalmente nel Dio supremo l'origine dei loro doveri morali, cosi lo fanno anche nel caso presente. Chiaramente e precisamente in questo senso, p. ex., presso i primitivi Bernang, abitanti della penisola di Malacca, si dice: Laverà Karè, cioè peccato contro il (Dio supremo) Karè, quando taluno pecca sia per incesto e sia per adulterio. Cosi la legge dell'esogamia
dei consanguinei, legge geograficamente e temporalmente universale, conduce infine in campi, che certo hanno rapporto con l'uomo e le vicissitudini della famiglia e comunità umane, ma che portano inoltre in regioni originariamente estraumane, o meglio al di sopra dell'uomo. Il motivo etico, apparso fin dall'inizio nelle proibizioni matrimoniali, rende visibile e tangibile un legame con un mondo superiore, davanti al quale tutti i tentativi di spiegazione dell'e. estremo devono fallire.
4. Che i popoli, detti etnologicamente primitivi e più antichi, in genere possiedano una propria fede, relativamente chiara e viva, in un Essere supremo, lo dimostra W. Schmidt nei primi sei volumi della sua grande opera - L'origine dell'idea di Dio - (Der Ursprung der Gottesidei). I popoli primitivi che vengono qui in questione sono principalmente i Fuegini, determinate stirpi primitive della California come anche del Nord-America e dell' 'Article e, inoltre, certi gruppi di popoli dell'Australia dei sud-est, e finalmente i popoli nani (i Pigmei) dell'Africa centrale e dell'Asia sud-orientale. L'approfondita ricerca comparativa ha portato alla conclusione che nella religione di tutti questi popoli primitivi viene in luce un importante numero di elementi fondamentali concordanti, come l'unità, il nome, la natura, l'abitazione e la proprietà dell'Essere supremo, ecc. Lo studioso, che pensa e lavora storicamente, da questo stato di cose giustamente conclude che queste caratteristiche concorriane devono essere esistite già prima della separazione e della dispersione di questi popoli primitivi nelle varie parti del mondo. Perché se si volesse supporre che i popoli etnologicamente primitivi e più antichi avessero più tardi acquisito e accertato queste conoscenze religiose, tale supposizione arterebbe contro serie difficoltà. Se le avessero ricevute più tardi dai popoli vicini, culturalmente più progrediti, si dovrebbe supporre che questi possedevano in una corrispondente forma la conoscenza dell'Essere supremo; ma, come è noto a ogni competente, ciò non si può ammettere, perché nessuno dà ciò che non ha. Ma se i gruppi di popoli etnologicamente primitivi e più antichi sono pervenuti al complesso di conoscenze riguardante l'Essere sommo, solo dopo la loro separazione, e cioè in base ad un indipendente processo mentale, allora, poiché questo complesso di conoscenze è profondamente unitario, sarebbe difficile o impossibile spiegare proprio questa uniformità. Quindi non resta altro che ammettere, come unica spiegazione realmente soddisfacente, che prima della separazione e della dispersione dei popoli primitivi e più antichi si aveva una commnanza di patrimonio spirituale riguardante le conoscenze dell'Essere supremo. E chiaro, inoltre, che in questo modo la ricerca giunge da sé, primieramente rispetto a questa conoscenza dell'Essere sommo, in profondità di tempo sempre più grandi, anzi essa si spinge più o meno nei vari tempi primordiali dell'uomo.
Anche qui, naturalmente, si pone in domanda: donde questa primitiva credenza in Dio? E chiaro che quei primitivi non la hanno creata o pensata da sé. E neppure essi dicono ciò dei loro antenati. Infatti, di questi dicono che essi ricevettero da loro la tradizione di una credenza in un Dio supremo, come di tante altre cose. Ma come mai quegli antenati vi sono giunti alla loro volta? E sufficente qui il ricorso al concetto della causalità, in base al quale anche i più antichi uomini poterono giungere da sé alla conoscenza di un autore dell'universo, di un altissimo Signore e Creatore? La situazione attualmente nota delle cose indice, difatti, che presso i rappresentanti più primitivi e più antichi dell'umanità, accanto alla concezione della causalità e alle naturali deduzioni dalla totalità dei fatti del mondo ad un Essere supremo e buono, vi può essere stato ad avere influito anche qualche altra cosa. Che altro può essere stato questo qualcosa, se non qualche Rivelazione personale di Dio agli uomini? La ricerca solo da poco tempo ha cominciato ad occuparsi di queste cose. Non è da escludersi che in questo modo il fatto di una primordiale rivelazione di Dio agli uomini possa essere, se non assicurato,
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reso almeno verosimile. Che qui si debba aggiungere il momento etico, già sopra accertato per la famiglia umana primordiale, è chiaro. E ancor più questo vale in relazione al complesso del Paradiso e del peccato originale, al quale si deve ora rivolgere l'attenzione.
5. In stretta connessione con il complesso di credenze sull'Essere supremo sta l'antichissima e diffusissima tradizione del Paradiso e del peccato originale. Si tratta qui di una informazione caratteristica, data dall'umanità, sui suoi primi inizi e i più antichi avvenimenti, che come tale è stata fino ad ora conosciuta e valutata in maniera del tutto insufficente. Per quanto possano essere numerose nei singoli casi le varianti, si riscontrano sempre determinati elementi fondamentali. Questi sono principalmente i seguenti : Dio fece gli uomini (la prima coppia umana) e li collocò nel mondo (direttamente o indirettamente, cioè attraverso un essere intermediario) come uomini perfetti. Dio li istruì (direttamente o indirettamente) non soltanto nelle cose religiose, ma anche in quelle profane. La vicinanza di Dio distinse l'età primordiale; la giustizia e la pace regnavano; gli uomini dovevano vivere sempre e non morire. Questo bel tempo «primordiale paradisiaco» (l'età dell'oro) ebbe fine per la trasgressione di un comandamento dato da Dio, che, secondo la tradizione di alcuni popoli, è talvolta divenuta un errore, un equivoco e altro fatto consimile. Tutte le tradizioni, considerate nel loro insieme, non lasciano alcun dubbio che il male fisico nel mondo è considerato come una conseguenza di un precedente male morale, di una mancanza etica. Generalmente si ammette che incominciò con questo fatto una vita di disagi; venne anche la morte sugli uomini, e la Divinità, senza abbandonare del tutto gli uomini, si ritirò adirata. In una forma particolarmente caratteristica questa tradizione della condizione primordiale dell'uomo si ritrova presso le tribù pigreee dell'Africa centrale, che sicuramente rappresentano lo strato umano e culturale più antico dell'Africa. Del resto questa tradizione, come si è già detto, è diffusa veramente in tutto il mondo. Che queste informazioni, nei punti essenziali, concordino con quelle della Genesi, come è facile rilevare, non abbisogna di particolari spiegazioni. Non si può far derivare le narrazioni tradizionali degli altri popoli della terra semplicemente da quelle della Bibbia. Si afferma piuttosto il vero, quando tutte le tradizioni che vi si riferiscono, compresedj quelle bibliche, si riportino essenzialmente ad una più antica fonte comune. Ora, che cosa significa, per lo storico, questo dato della tradizione sulla condizione primordiale dell'uomo, sulle dottrina riguardante il Paradiso, e la caduta nel peccato?
Dinanzi al fatto che questo complesso di credenze ha raggiunto una cosi universale diffusione, e che esso, anzi, proprio presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi è per lo più distinto da particolari caratteristiche (come, p. es., il porre in rilievo la coppia dei primi uomini, la loro formazione da parte di Dio creatore, il male morale, il peccato come causa effettiva dell'origine del male fisico, ecc.) non vi può essere altra spiegazione soddisfacente per lo storico che ammettendo che questo complesso di credenze risalga realmente ai più antichi tempi dell'uomo.
Naturalmente lo storico non si ferma qui, ma si pone un altro problema: come sorse presso gli antichi, anzi i più antichi uomini un tale insieme di credenze? Furono queste il prodotto della riflessione dell'uomo, della sua fantasia? O sono fondate sui fatti storici?
Non vi sono altre possibilità di spiegazione. Il buon senso umano (e lo storico non è in fondo che un uomo, che, per la sua educazione metodologica, dovrebbe essere caratterizzato da una doppia dose di buon senso) non può certo essere soddisfatto che dalla seconda parte dell'alternativa posta. E signifi-
cativo al riguardo che anche quegli studiosi che, come J. Feldmann, F. Hellmich, J. de Vuippera, in passato si sono occupati in modo particolare di queste tradizioni dei popoli sullo stato primordiale dell'uomo, non poterono ammettere altra possibile spiegazione soddisfacente che quella che vi ravvisa dei fatti storici precedenti.
IV. Origine dell'uomo. E. mitigato. - 1. Di gran lunga prevalente, specie nella cerchia dei popoli etnologicamente primitivi e più antichi, si rileva diffusa l'idea che un grande Dio, concepito come persona, abbia creato l'umanità (la coppia umana) dandole un'esistenza perfettamente umana. I primi uomini sono uomini veri e reali, non soltanto sotto l'aspetto fisico-spirituale, ma anche sotto quello eticorefigioso. Il gran Dio vien concepito, sia prima che dopo la caduta nel peccato, come una potenza che è al centro delle loro vita e del loro destino, e che tutto sovrasta e domina. Ricordi o indizi di una eventuale fase areligiosa o prereligiosa mancano completamente, soprattutto fra i popoli etnologicamente primitivi e più antichi.
2. Una derivazione dell'uomo dall'animale non appare propriamente in alcun luogo, particolarmente presso i popoli più primitivi. Viceversa, in parecchi casi si dice anche che in quegli antichissimi tempi (della catastrofe ) gli uomini divennero animali. Cosi in Africa, fatto sul quale Baumann ha già richiamato l'attenzione, uomini si trasformarono in scimene. Dunque, se si vuole, una specie di darwinismo alla rovescia.
3. E chiaro quindi che, in base a tutto ciò, alla luce delle ricerche etnologiche sui tempi primordiali, gli schemi dell'e. estremo non si possono ammettere. Le tradizioni riguardanti i primi tempi, di cui è questione, si basano in modo inequivocabile su una concessione del mondo (Weltanschauung) teorica. La concessione di un Dio supremo, personale, si rivela sia causa efficient, sia causa finalis, il fine e lo scopo di tutta la storia, specialmente della storia umana. Voler qui dare dell'universo e dell'uomo una spiegazione in senso atro-materialistico o anche panteistico-monista è assolutamente impossibile. Chi, dunque, si mette dal punto di vista dell'e. estremo e in questo senso si altezza di spiegare l'origine dell'uomo, non può in alcun modo appellarsi alla credenza e alle idee della più antica umanità.
4. Ma come si deve giudicare l'e. mitigato che, come si è detto, vorrebbe ammettere l'origine del corpo umano dal regno animale? Rispondiamo che qui il materi