mette dal punto di vista dell'e. estremo e in questo senso si altezza di spiegare l'origine dell'uomo, non può in alcun modo appellarsi alla credenza e alle idee della più antica umanità.
4. Ma come si deve giudicare l'e. mitigato che, come si è detto, vorrebbe ammettere l'origine del corpo umano dal regno animale? Rispondiamo che qui il materiale d'indagine dell'etnologia e della storia delle religioni non è né pro né contro. In senso negativo potrebbe eventualmente spiegarsi il fatto, che il Dio supremo presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi (Baumann si riferisce in modo particolare all'antico strato pigmeo dell'Africa) venga molto spesso presentato espressamente come formatore, modellatore anche del corpo dei primi uomini. Ma il problema è (come nel relativo passo della Genesi) se ciò si debba o no intendere letteralmente. Certo che non ci si deve rappresentare il Creatore come un vascì, secondo il giusto rilievo fatto già da s. Agostino. Se si ammette, dunque, un Dio personale creatore come lo ammettono i popoli etnologicamente primitivi e più antichi di cui si è parlato, allora si deve ammettere anche, di conseguenza, che tutto è stato creato e fatto da Lui. Ciò vale anche a riguardo del corpo dell'uomo, pur restando completamente indifferente se Dio creatore, creandolo, abbia fatto una creazione totalmente nuova, oppure si sia servito di un corpo animale, come di una materia preesistente (materia praeincens). In questa questione particolare l'indagine etno-
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logica sui tempi primitivi non pud pronunciarsi decisamente, come del resto fa anche la Bibbia. Anzi, con cio concorda, finalmente, anche il noto fatto che il magistero ecclesiastico lascia aperto il problema, perchć, esso cosi inteso, non costituisce una questione religiosa, ma scientifica.
Dicendo che il magistero ecclesiastico lascia liberi nella questione dell'origine del corpo dell'uomo dall'animale, non si vuole in nessun modo affermare che questa origine del corpo dell'uomo dell'animale sia un fatto scientificamente dimostrato. Questo, secondo la convinzione dei Koppers, non è il caso neppure attualmente d'ammettere, benché taluni studiosi, anche cattolici, ritengano di potere o dovere sostenere il punto di vista contrario. Si pud dimostrare in modo convincente che, secondo l'odiemo stato delle ricerche, anche in questo speciale problema del punto di vista scientifico conviene una relativa riserva di giudizio (non licei), e non il contrario.
V. Difficoltà della derivazione dell'omo dall'animale. - Alla luce delle odierne ricerche vi sono serie difficoltà ad ammettere che l'uomo derivi corporalmente dall'animale. Alla luce della biologia la difficoltà sono di doppia natura. E certamente giusto dire che negli strati geologici, che si susseguono l'uno all'altro, le forme della vita si manifestano sempre nuove e più perfette. Ma in generale non è constatabile come le forme recenti dipendano da quelle antiche. E vero che si afferma la loro dipendenza genetica, ma generalmente questa è una ipotesi, non ancora una verità scientificamente dimostrata. Le mutazioni, p. es., della drosophlia, ottenute in laboratorio, rendono comprensibile, fino ad una certa misura, l'evoluzione. Non bisogna poi dimenticare che si tratta qui esclusivamente di microevoluzione, cioè dello sviluppo di organismi microscopici; mentre le macroevoluzioni o gli sviluppi dei grandi organismi, quelli che mostra, o meglio sembra mostrare, la storia della terra, non sono in alcun modo spiegati soddisfacentemente. Tanto meno cio vale in rapporto alla supposta singolare macroevoluzione dall'animale all'uomo. Un'eventuale derivazione del corpo umano dal regno animale urta, inoltre, contro grandi difficoltà, in quanto l'uomo, considerato anche nel suo corpo, appare assolutamente, e cioè fin dall'origine, caratterizzato dallo spirito. I biologi, che hanno studiato più profondamente la questione, dichiarano che qualora si ammettesse la derivazione del corpo umano da quello dell'animale, si renderebbe necessaria una ipotesi complementare. Non si sarebbe potuto arrivare alla formazione dell'uomo, infondendo semplicemente in un corpo animale, nel
suo più alto sviluppo, un'anima umana in luogo di quella animale. L'entrata dello spirito umano in un tale corpo avrebbe assolutamente rese necessarie delle trasformazioni fondamentali anche sotto l'aspetto puramente corporale. Anche l'asserzione, che i reperti paleoantropologici parlerebbero, più o meno chiaramente, di una derivazione del corpo umano da quello animale, incontra, alla luce delle ricerche più recenti, difficoltà da prendersi seriamente in

(fol. Siurstein)
Evinux, diocesi di - Il Palazzo episcopale (sec. xv).
considerazione. Pasimenti la teoria antropologica dei tre stadi, nell'evoluzione dell'uomo, cioè dall'anthropos al neandertalensis e al sapiens, risulta fortemente scossa dai reperti di homo sapiens del pleistocene antico a medio, reperti provenienti dagli scavi fatti particolarmente nel corso degli ultimi quindici anni. Anzi, essa appare completamente messa in dubbio, se, come sembra molto plausibile, la spiegazione "storica", proposta de A. Portmann e da altri, delle varianti di forma dell'uomo dei tempi primitivi, rappresenta una interpretazione essenzialmente esatta.
Bull.: Essenzialmente: W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild. Vienna 1949. Cf. anche: Fr. Grübner, Die Methode der Ethnologie. Heidelberg 1911; J. Feldmann, Paradies und Ständesfall, Münster in West. 1913; W. Schmids-W. Koppers, Völker und Kulturen, Raxlebens 1924; J. de Vuijpena, Le Paradis terrestre au troisième ciel, Friburgo 1925; W. Schmidt, Der Ursprung der Gotteslüer, Münster in West. 1926 292.; id., Handbuch der vergirichenden Religions-geschichte, ivi 1930; F. Hellmich, Oroschichtliche Theorien in der Antike, in Mitteilungen der anthropologischen Gesellschaft in Wien, 40 (1931), pp. 29-73; V. Lebzelter, Rosengeschichte der Menschheit, Eshleburgs 1931; H. Bauman, Schöpfung und Urasil des Menschen im Myrius der afrikanischen Völker, Berlino 1936; W. Schmids, Handbuch der kulturhistorischen Methode der Ethnologie, con aggiunto di W. Koppers, Münster in West. 1937; trad. it. L. Vannicelli, Manuale di metodologia etnologica, Milano 1949, pp. 257-81; W. Koppers, Bhagwan, the supreme deity of the Blicb, in Anthropos, 35-36 (1940-41), pp. 264-325; G. Kraft, Der Urmensch als Schöpfer. Die geistige Welt des Eliceitmenschen, Bectina 1942; A. Portmann, Biologische Fragmente an einer Lehre von Menschen, Basilea 1944; Revue philmephique, 1947, pp. 257-81 (carnets Levy-Bruhl); A. Portmann, Das Ursprungsproblem, in EranosSukrbach, 1948, pp. 15-40; id., Probleme des Lebens, Basilea 1940; H. V. Vallois, The Fontéchevade Fossil Men, in American Journal of Physical Anthropology, 5 (1949), pp. 339-60. Wilhelm Koppers
EVORA, ARCIDIOCESI di. - Città del Portogallo, capitale della provincia di Alentejo, con 22.000 ab. E. è l'antica Ebora Cerealis, ridotta da Giulio Cesare a municipio romano con il nome di Liberalitas Iulia. Vescovato fra i più antichi della penisola iberica, secondo la leggenda il suo primo pastore sarebbe stato il romano a. Mancio, inviato dagli stessi Apostoli in Spagna; esisteva certamente come diocesi fin dal periodo visigotico-cristiano (sec. IV), ed il suo vescovo Quinajano prese parte al Concilio di Elvira.
La diocesi venne elevata a metropoli ecclesiastica il
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24 sett. 1540, e suo primo arcivescovo fu il card. Enrico, che più tardi divenne re di Portogallo (Enrico I), ed al quale si deve anche la fondazione dell'Università, succesiivamente abolita dal marcheso di Pombal, all'atto dell'espulsione dei Gesuiti dal regno. L'ercidiocesi, della quale sono suffragance le diocesi di Beja e Faro, conta oltre 200.000 fedeli, ripartiti in 176 parrocchie.
Tra i suoi monumenti, oltre i resti dell'antico acque. dotto, detto "di Sertorio", ed il tempio di Diana, vanno ricordate la Cattedrale, costruzione romanica del sec. xit, con la facciata adorna di due torri a pinnacoli, e la chiesa di S. Francesco, del sec. xiv.
BibL.: F. De Fonseca, E. gloriosa, Roma 1728; Leite de Vancorcellos, E., in O Arch. portug., 2 (1008); C. David, E., Opcrto 1030.
Marian Baffi
EVREUX, diocesi di. - Città e diocesi della Francia, capoluogo del dipartimento dell'Eure, sul fiume Iton. Si estende per 603.748 kmq . con una popolazione di 303.800 ab . dei quali 303.000 cattolici. Ha 582 parrocchie, servite da 335 sacerdoti secolari e 33 regolari, un seminario, a comunità religiose maschili e 25 femminili (1949). La diocesi è suffraganea di Rouen. La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Assunta in cielo, patrona della diocesi.
Face parte della II provincia Lugdunense. Primo vescovo è considerato s. Taurino, ricordato nel Mavtivolgio di Usuardo; noti sono nel sec. vi Maurizio, Licinio e Londolfo il quale avrebbe creato la basilica di S. Taurino. Al sec. vi appartengono Erminolfo, Bagnorico, Concesso, Aquilino e Desiderio; al sec. viII Gervoldo, poi abate di Fontenelle. Al sec. ix Gunteberto, Ilduino e Sibardo, il quale si trovò all'invasione di E. da parte dei Normanni (892). Per i vescovi di E. dal 1201 al 1591 v. Eubal, I, pp. 234-35; II. p. 148; III, p. 206; dal 1592 al 1664 P. Gauchar, Hierarchia medii et recentiavis aevi (Münster 1035, pp. 179-80).
La basilica gotica di S. Taurino risale parte al sec. xi parte al successivo. L'edificio, incendiato nel 1119 , fu ricostruito tra il 1126-37; distrutto ancora nel 1194 venne riedificato dalla metà del sec. xiri al xiv; nella sua architettura ricorda la cattedrale di Amiens. Artistiche le vetrate che risalgono dal sec. xiv al xvi. Il reliquiario di s. Taurino è uno dei migliori prodotti dell'oreficeria nel sec. xiri. All'esterno in una delle torri sono inseriti 4 frammenti marmorei di una antica iscrizione cristiana che da Roma fu portata all'abbazia di Pontisara (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1^{0} serie, 6 (1868), pp. 15-16; A. Silvagni, Jour. Christ. Orbis. Romus, nuova serie, I, Roma 1922, n. 3886). - Vedi tav. LX.
L'abbazia femminile benedettina del S.mo Salvatore, fondata nel sec. xi, venne distrutta nel sec.xit; e trasferita fuori città fu poi ridotta a caserma.
BibL.: L. Duchesne, Postes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2^{°} ed., Parigi 1010, pp. 225-30; Costinoun, I, coll. 1088-89; Guide de la France chretienne et missionnaire, 1948-49, Parigi 1948, pp. 571-73.
Enrico Iosi
EWALD, Heinrich Georg August. - Orientalista ed esegeta protestante, n. a Gottinga il 16 nov. 1803, m. ivi il 4 maggio 1875. Dapprima (1822-24) fu maestro liceale a Wolfenbüttel, ove nella celebre biblioteca gli divennero famigliari i manoscritti orientali. Ritornato a Gottinga come ripetitore alla facoltà teologica (1824) e come professore di lingue orientali e di esegesi ( 1827-37 e 1848-67), la sua vita fu assorbita da lotte scientifiche, religiose, politiche.
Due volte, nel 1837 e 1867 , gli venne tolta la cattedra di Gottinga, specialmente in seguito alla sua sferzata avversione contro la Prussia. Dal 1867 al 1874 fu deputato al Reichstag per la città di Hannover; da uomo politico colse già prima ogni occasione, quasi in tutte le prefazioni o appendici delle sue opere scientifiche, per invalte contro tutto e tutti, in specie contro Roma ed i Gesuiti (v., p. es., in Johanneische Schriften, Gottinga 1861-62, pp. 410-39, l'appendice Uber Jesuiten im jetzigen Deutsch-
laud). Negli au. 1838-48 l'esule occupò la cattedra di Tubinga, addivenendo anche nella nuova sede a gravi contrasti con i suoi colleghi, D. Fr. Strauss e F. Chr. Baer. Nel 1862-63 fu aziente promotore della riforma della sua Chiesa hannoveriana e confondatore del Protestantencerein.
Autoritario all'eccesso, non ammise le opinioni altrui; - prendeva troppo spesso le sue immaginazioni per realtà (F. Vigouroux). Mordace nel linguaggio, perse molta del suo prestigio scientifico e si creò ovunque avversari (A. Knebel, Exegetisches Viedemerum für Herrn Professor E. in Tübingen, Giessen 1844).
La produzione letteraria scientifica di F. fu immensa ed ebbe allora attraverso le varie nuove edizioni una grande risonanza. E. abbruciò anzitutto: 1) la linguistica orientale, cosi da meritarsi il titolo di fondatore del metodo storico-comparative della linguistica semitica. Con questa preparazione filologica e con tale metodo storica si rivolse alla Bibbia: 2) storia, archeologia, traduzione ed interpretazione, teologia biblica; 3) dedico anche particolare attenzione agli apocrifi del Vecchio Testamento. Fu inoltre confondatore della Zeitschrift für die Kunde des Morgenlandes (1837-50), fondatore der Jahrbücher der biblischen Wissenschaft (1849-63), collaboratore instancabile di Göttinger Gelehrte Anzeige (dal 1824), di Theologische Studien und Kritiken, ecc.
Tra le sue opere sono da segnalarsi: 1) De metric carminum Avabescum (Braunschweig 1825); Kritische Grammatik der hebräischen Sprache (Lipsia 1827; 5^{2} ed. ivi 1844, sotto il titolo Ausführliches Lehrbuch der hebräischen Sprache; 8^{2} ed. (vi 1870); Grammatica critica linguae Arabicae (ivi 1831-33); Abhandlungon zur orientalischen Literatur (Gottinga 1832); Hebräische Sprachlehre für Anfänger (Lipsia 1842; 2^{2} ed. (vi 1874); Uber die arabisch geschriebenen Werke jüdischer Sprachgelehrten (Stoccarda 1844); Sprachwissenschaftliche abhandlungen, (I-III, Gottinga 1861-62, 1871). 2) Die Komposition des Genesis kritisch untermeht (Braunschweig 1823); Commentarius in Aponlypsin Ieamah exegeticus et crititus (Lipsia 1828); Die Dichter des Alten Bundes (4 voll., Gottinga 1835-39); Die Prophese des Alten Bundes (Stoccarda 1840-41; 2^{2} ed., 3 voll., Gottinga 1867-68); Geschichte des Volkes Israel bis ins nachopostolische Zeitalter ( 3 voll., ivi 1843-52; 3^{2} ed., 7 voll., ivi 1864-68); Die Bücher des Neues Bundes übersetzt und erklärt (ivi 1850 1870); Die Lehre der Bidel von Gott, oder Theologie des Alten und Neuen Bundes (4 voll., Lipsia 1871-76). 3) Abhandlung über das äthiopischen Buches Ileamah Eutrohung, Sinn und Zusammensetzung (Gottinga 1854); Uber Entstehung, Inhalt und Wert der Sibyllinischen Bücher (ivi 1858); Das vierte Exzobuch auch seinem Zeitalter, seinen arabischen Übersetzungen und seinen Wiederherstellung (ivi 1863).
BibL.: E. e C. Bertheau, s. v. in Renfrew, J. erot. Theol. n. Kirche, V, pp. 682-87; F. Vigouroux, s. v. in DB, II, coll. 2131-32; T. W. Davies, H. E., Londin 1903; A. Bertholet, s. v. in Die Bri. in Gesch. u. Gegen., II, coll. 443-55. Adalberto Metzinger
## EX CATHÉORA: v. invalldibiltà.
EXCERPTA BOBIENSIA. - Cosi è detta la raccolta trovata in un manoscritto di Bobbio (attuale cod. Ambros. G 58 sup. S. X/XI) contenente, oltre testi romani (ricavati dalle fonti giustiniane, codice e novelle, questo ultime secondo la versione dell'epistome Iuliani), anche testi di diritto canonico. La denominazione della raccolta Excerpta ex libro legum novellarum et codicis ad episcopos et clerum pertinentia, che appare tracciata nel manoscritto da mano del sec. xv, e, secondo il Maassen e il Conrat, di dubbia autenticità.
La raccolta, risultante di 86 capp., appartiene o al Ix o all'inizio del sec. x. Contiene, tra l'altro, disposizioni sull'ordinazione dei vescovi, sull'obbligo di residenza di essi, sui privilegi processuali dei vescovi, il riconoscimento dei canoni dei primi quattro concili ecumenici, il riconoscimento del potere giurisdizionale dei vescovi, metropoliti e patriarchi e i privilegi dei chierici e delle chiese.
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BibL.: F. Masson, Geschichte der Quellen und Literatur des Kanonischen Rechts, 1, Gess 1870, p. 376 sgu.: M. Conrat, Geohichte der Quellen und Literatur des Römischen Reghes im frïheren Mittelaiter. 1, Lipsia 1891, pp. 220-12
Antonio Rota
EXEQUATUR e PLACET. - Forma di controllo esercitata dagli Stati giurisdizionalisti sugli atti della Chiesa, che si estrinsecava nella necessità di essere ed autorizzazione preventivi da parte dell'autorità civile per qualsiasi disposizione dell'autorità ecclesiastica, soprattutto pontificia, perché potesse avere pubblicità ed esecutività nel territorio dello Stato. Questo istituto - che s'incontra, a seconda dei luoghi o dell'ambito materiale di applicazione, sotto le piú diverse denominazioni: e., p., nidiatus, parentis (dal significato letterale dei vocaboli stessi : eseguisca, piace, ecc.), placitum regitum, praemunire, droit d'annexe, de vérification, lettre d'attache, regio pase, e che viene comunemente designato nella terminologia pubblicistica come diritto di placitazione - costituì una delle più notevoli e discusse prerogative giuridico-politiche arrogatesi in passato dai governi nei confronti della Chiesa, intesa come affermazione di supremazia su di essa, sia come misura cautelativa, discendente come corollario dal cosiddetto ius cavendi, o diritto di tenersi guardati nei di lei riguardi.
Quando affatto istituto - che provocò sempre, come naturale, le più energiche prateste della Chiesa - abbia avuto inizio non può dirsi sicuramente accertato. Le prime tracce sembrano doversi vedere, sia pure come semplici misure di natura occasionale e non come affermazione di un diritto dello Stato al controllo dell'intera legislazione ecclesiastica, in Inghilterra, nei provvedimenti di Guglielmo il Conquistatore (1005-80) vietanti che fossero ricevuti messi papali o pubblicate bolle pontifice, e si radunassero sinodi e concili senza il suo consenso. Piú tardi, sempre in Inghilterra, si precisò con l'istituto del proemunire, stabilito nel sec. xili, e che con Riccardo II fu soprattutto diretto a proibire l'importazione di bolle a scomuniche senza il consenso regio e l'accettazione di benefici direttamente dal papa.
Si volle anche vedere il più remoto precedente dell'istituto, sempre nel sec. xiv, nella facoltà, concessa durante lo scieno d'Occidente da Urbano VI ai pedati di determinati luoghi, di non consentire l'esecuzione di atti pontifici se non fossero prima presentati ad essi ed approvati, onde evitare gli inconvenienti che potevano derivare dall'esecuzione di bolle di popi diversi. Comunque l'istituto andò generalizzandosi in Europa assumendo un carattere giuridico solo nel sec. xvI, e nonostante le piú vive proteste della Chiesa (cost. Quand antidion di Martino V. 30 apr. 1418; bolla In coena domini di Giulio II dell'apr. 1511; ecc.) andò introducendosi sempre piú largamente nei vari Stati. La placitazione venne cosí estesa agli atti ecclesiastici di provvista dei benefici maggiori e minori, alle bolle pontifice, alle citazioni e decisioni dei tribunali e delle congregazioni romane, alle pastorali, istruzioni e circolari vescovili, alle deliberazioni dei Capitoli e dei sinodi, come pure alle disposizioni di autorità ecclesiastiche residenti solo transitoriamente nello Stato, quali i nunzi, delegati e visitatori apostolici. Si giunse ancora a sottoporre all'assenza preventivo del governo la convocazione di sinodi a concili e persino, in quel sec. xviri che fu per la Chiesa il periodo di maggiore avvilimento di fronte alle affermazioni di supremazia degli Stati, a proibire la comunicazione del clero e dei fedeli con la S. Sede, all'infuori che per il tramite ufficiale dello Stato. Taluno arrivò ad affermare la necessità dell'esame preventivo del governo per la promulgazione non solo dei provvedimenti concernenti le cosiddette cause di natura mista (a questo titolo, ad es., non furono ricevuti in Francia i decreti disciplinari del Tridentine), ma anche dei documenti puramente dogmatici, riguardanti cioè unicamente la Fede e la dottrina, sia pure con
la motivazione del doverai accertare che non vi fossero mescolate prescrizioni di altra natura, il che praticamente faceva dipendere anche l'ammissione delle bolle puramente dogmatiche dal beneplacito del governo.
Non è a stupire quindi se, mentre i regalisti, quali il Van Espen, definivano il p. - un diritto di guarenrigia contro gli attentati della Chiesa inerente per natura nel governo politico -, esso sia stato oggetto, nei vari atti pontifici, delle più verosimti riprovazioni, e se autori ortodossi io dicessero rasentare e si da vicino l'eresia, da non isdrucciolare nella voragine dell'anatema soltanto per difetto di un canone che con espressione formale lo condanni come tale - (D'Avino).
In sostanza la placitazione permetteva una minutissima ingerenza dello Stato in materia ecclesiastica, che i giurisdizionalisti giustificavano con un triplice scopo : di polizia (specialmente col vietare la divulgazione di atti delle autorità ecclesiastiche e nel controllare la corrispondenza fra i cittadini e le S. Sede); politico-economico (specie con l'ingerenza nel conferimento di benefici e dignità); stantorio o giuridico (mirante e controllare i mutamenti ed aggiunte al corpo delle leggi a statuti della Chiesa, onde non contrastassero a leggi dello Stato).
E chiaro come tutta questa costruzione non solo fosse nettamente contraria alla dottrina cattolica del rapporto fra Chiesa e Stato (v.), ma anche incompatibile con la più comune concezione delle funzioni e della competenza dello Stato moderno e con una esatta delimitazione della sua sfera di attività, che non consente sconfinamenti e intrusioni in rapporti estranei al suo ordine. Tali quelli di natura religiosa, di mera competenza della Chiesa, società perfetta od ordinamento originario, e perciò nel proprio ordine autonoma e sovrano; onde, se vi sono rapporti misti, che in qualche modo possano interessare entrambi gli ordini o sfere di competenza, il loro regolamento non può essere risoluto che sulla base di intese dei due poteri, e non con una semplice attività unilaterale di controllo a tipo più o meno poliziesco, quale la placitazione.
In Italia l'esercizio delle placitaqione, che in varie forme si trovava ancora in vigore in quasi tutti gli exStati, dapprima venne ridotto a disciplina uniforme con il R. D. 3 marzo 1863 n. 1169 , e col R. D. 26 luglio 1863 n. 1374 e altre norme successive. Con l'art. 16 dellaLegge delle Guarenrigie (v.) si dichiaravano e aboliti l'exequatur e placet regio ed ogni altra forma di assenso governativo per la pubblicazione ed esecuzione degli atti delle autorità ecclesiastiche -, salvo che per gli atti riguardanti la destinazione dei beni ecclesiastici e la provvista dei benefici maggiori e minori eccetto quelli di Roma e sedi suburbicarie. Un successivo R. D. 25 giugno 1871 a. 3 se precisava che l'exequatur era richiesto per gli atti e provvizioni della S. Sede, e il Regio placet per quelli degli ordinari diocesani. L'exequatur veniva concesso o negato con decreto reale, mentre la concessione dei placet veniva delegata al Procuratore generale presso la Corte d'Appello del luogo ove erano posti i benefici. Ma poi col 'T. L'. 6 maggio 1920 n. 640 si stabiliva invece che fossero soggetti all'exequatur gli atti della S. Sede riguardanti la provvista dei benefici maggiori e la destinazione dei relativi beni, e al placet gli atti della S. Sede e degli Ordinari diocesani riguardanti le dignità, canonicai, parrocchie e altri benefici minori.
Exequatur e placet venivano aboliti dal Concordato dell'11 febbr. 1949 (art. 24), ove peraltro si fissarono speciali modalità perché le nomine a uffici e benefici ecclesiastici siano fatte in accordo col Governo italiano.
BibL.: B. Z. Van Espen, Tractatus de promulgatione legum ecclesiasticarum, in Opera omnia, II, Lovanio 1721 (altra ed. in Opera omnia, VI, Venezia 1769, con premessa confezizione del cord. de Bissy): Manuel Hochelin, De placito ecclesiastico, Odling 1782; P. Govaen, Adversus Eipendi ductrinum de placito regio, Bruxelles 1830: A. A. Besier, De iure placeti historia in Belgicia, Utrecht 1848; C. Turguini, Discernita de regio placeta, Roma 1872: V. D'Avino, Regio Exequatur, in Ecclesiastia dell'Ecclesiasisto, III, 3* ed., Torino: s. d.; H. Papius, Geschichte des placeta, in, itechto The book, Kirchenrecht, 18 (1867), p. 161 sgg.: F. Hinschius, Systeme des bathal, Kirchenrechts, III, Berlino 1880, p. 740 sgg.: A. Galante, Il diritto di placitaqione e l'ecum.
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Ex LIBris - E. I. di Bruno da Osimo per la Biblioteca di Pio XI. Originale conservato alla Biblionon Vaticana.
dei benefici vacanti in Lambardia, Milano 1894; H. Siegmüller, Lerbbuth des hatholischen Kirchenrechts, 4^{2} ed., Friburgo in Br. 1927. p. 93 sgg.: P. Gismondi, Exequatur e placet, in Nuovo Digesto Italiano, V, pp. 740-44. Arnaldo Bertola
EX LIBRIS. - Contrassegno costituito da un foglietto che si applica generalmente sul risguardo del primo cartone di un libro e che indica, mediante il nome o una figura simbolica, il suo proprietario.
L'uso risale già ai codici, dove si trova indicato il nome del possessore nei fogli di guardia, e si trasmise immutato agli incunaboli. Nella forma attuale comparve, sembra, già nel sec. xv, ma il più antico e. I. dateto è del 1516 . Il disegno fu ottenuto inizialmente con il processo silografico; nei secc. xvir e xviri prevalse la calcografia, agli inizi del xix la litografia, poi tornò in auge la silografia. In tempi recenti l'e. I. è divenuto oggetto di studio scientifico e di collezione; la raccolta più vasta è quella del British Museum (100.000 esemplari).
Differiscono dagli e. l. i superlibros, costituiti dal nome o dall'impresa del possessore di un libro impressa sulla rilegatura.
Biel.: Gli studi sugli e. l. sono moltissimi: si rinvia per tutti alle bibliografle specializzate di E. Budan ( 2^{2} ed., Lipsia 1908), A. A. Vorstermann v. Oyen (Amhom 1910), G. W. Fuller (Spokane, Washington 1926) e al saggio appasso nel Catalogo della mostra nazionale di e. I., Firenze 1928, pp. 21-31. Si aggiunga: C. Ratta, L'e. l. italiano contemporaneo, Bologna 1934.
Alessandro Pratesi
"EX MORE DOCTI MYSTICO". - Inno del Matutino nella Quaresima, composto probabilmente da s. Gregorio Magno.
La quaresima è il tempo del digiuno, già praticato da Mosè: da Elia e da Cristo.
La prima parte è una patetica esortazione ad una vita migliore e a far tesoro del tempo accettevole (tempue acceptabile), mentre la seconda è una sommessa preghiera a Dio per il perdono delle colpe.
Biel.: G. Belli, Cli inni del Breviario tradetti, Roma 1836, pp. 134-35; G. Venturi, Gli inni della Chiesa, 3^{2} ed., Firenze 1880, p. 107; C. Blume, Die Hymnen des Themums hymnologium H. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 22; V. Torreno, Gli inni dell'Ulferio dittimo, Mondavi 1932, p. 10; A. Mirza, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 104-107. Silvetto Marmi
EXPOSITIO BISEXTI: v. COMPUTUS DE PASCUA.
EXTRAPIRAMIDALE, SISTEMA: v. NERVOSO, SISTEMA.
## EXTRATERRITORIALITÀ : v. IMMUNITÀ DIPLOMATICHE.
EXTRAVAGANTES, IOANNES : v. CORPUS IURIS CAPIONICS.
## EXTSPICINA: v. ARUSPICINA.
"EXULTET". - E il preconio pasquale, il solenne Lucernarium proprio alla notte di Pasqua; in sostanza è l'offerta solenne del cero pasquale (v.) inserita nella proclamazione e nell'esaltazione dei Misteri della stessa notte, cioè della Resurrezione e della nostra Redenzione. L'elevazione della forma e del contenuto, fa di esso un autentico capolavoro.
Già s. Agostino (De civit. Dei, XV, 22) parla di una - lode del cero pasquale 1 s. Girolamo (Ephs. 18: PL 30, 182 sgg.) rimprovera il ducono Presidio di Piacenza per la eccessiva descrizione della natura, in specie delle api, nell'E. (CSEL, 6, p. 415). Ennodio di Pavia (opuace, 9 s 10) e il Gelassimion (So) ce ne hanno conservato il testo. In Roma non c'era uso né della benedizione, né del cero pasquale, nù dell'E. prima del sec. vir (nel cosiddetto Gregoriano non si trova la formula); ai diaconi delle chiese suburbicarie fu data licenza di benedire il cero del sec. vi. Il formolario attuale dell'E., cantato dal diacono

(Ist. Eno. Catt.)
"Exultet" - Accensione del cero, Miniatura dell'E. n. 1 (sec. xI). Mirabello Eclano, Archivio chiesa collegiata.
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(fol. Enc. Gutt)
"Exullet" - In alto: inuside V con Aloma Dei e Cristo in surado; sotto: Dicem: il Londe. Misiatum dell'E. n. 2 (sec. XIXII) - Mirabella Eelano. Archivio chiesa collegiata.
nell'ambone, si trova per la prima volta nel Sacramentario di Bobbio (sec. viI) sotto il titolo: "Benedictio cerei s. Augustini episcopi (quam) cum adime diaconus esset, cecinit", poi nel Mistafe Gallicum vetus (L. Muratori, Liturgia Romana vetus, II, Venezia 1748, pp. 787 e 845) e nel Mistafe Gollicum (ibid., 78 : sgg.), donde entró nel supplemento del Sacramentario Adriano e cosi nella liturgia romana (per la critica del testo cl. L. Duchesne, Origines de culte chrétien, 5^{2} ed., Parigi 1925, p. 254). Alla fede unisce la preghiera per le autorita ecclesiastiche e civili. Anticamente i singoli passi erano ben illustrati.
Alcuni brani dell' E. un tempo erano oggetto di acuta discussione, come quello della "felix culpa", delle api come simbolo della verginitá e maternità di Maria S.ma, ed altri, e possib in molti manoscriti o mancano o sono cancellati. - Vedi Iavv. LXI-LXII.
BibL.: J. Braun, Oiterproconium und Osterborzenweibe, in Stimmen aus Maria Laach, 56 (1899), p. 273 sgg.; anom., Le miniature dei ratoli dell' E., Monocontino 1899; F. Ladi, De praecento pachati, in Ebbonerides liturgione, 15 (1902), p. 123 sgg.; A. Mercati, Paraliponema Ambrosiano (Studi e Testi, 12), Roma 1904, pp. 24-43; F. Di Capua, Il ritmo della prosa liturgica e il Praecenimo Puschale in Didaskalema, nuova serie, 2 (1927), pp. 1-13; R. Buchwald, Osterlore und E., in Theologisch-praktische Quartalschrift, 80 (1927), pp. 240-49; B. Ebel, Zum Verständius des E., in Liturgische Zeitschrift, 3 (1930-31), pp. 165-73; O. Casal, Der ästerliche Lichtgesang der Kirche, ibid., 4 (1931-32), pp. 179191; S. Capullo, La procession du Lumen Christi an SannaliXsint, in Remo: hbidelit., 14 (1934), pp. 163-191 id.. L'Exullet passal oentra de st Ambrosio, in Miscellanea Mercati, III, Città del Vaticano 1916, pp. 219-46.
Filippo Oppenheim
"EXULTET ORBIS GAUDIIS". - Inno dei Vesperi nelle feste degli Apostoli, d'autore ignoto.
Il cielo e la terra son chiamati a celebrare le lodi di questi primi seguaci di Gesù. Costituiti giudici di tutte le genti nel giudizio universale (Mt. 19, 28), gli Apostoli
sono la luce del mondo (ibid., 5, 14), coloro che hanno la facolè di aprire e chiudere le porte del cielo (fa. 20, 25) e che guariranno i malati con la imposizione delle mani (MI. 16, 18).
Bella e ispirata è la preghiera, perché vi esala come un minorioso profumo dalle parole di Gesù: egli Apostoli; altrettanto però non si può dire della poesia.
Biel.: G. G. Bell, Gli iomi del Breviario tradotti, Roma 1896, p. 346; C. Blume, Die Hymnen des Theoiarres hymnologicus H. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 126; V. Terreno, Gli iomi dell'Ulfitio diavon, Mondovi 1932, p. 300; A. Mirra, Gli iomi del Breviario romano, Napoli 1947, p. 245.
Silverio Matei
EX VOTO: v. vOTO.
EYB, Albrecht von. - Scrittore tedesco, n. presso Anabach il 24 ag. 1420 e m. ed Eichstätt il 24 luglio 1475. Dopo aver studiato all'Università di Padova fu successivamente canonico a Bamberga, arcidiacono a Würzburg e camerlengo di Pio II.
Le sue opere dimostrano una diretta conoscenza dell'umanesimo italiano. Lo Spiegel der Sitten (Sperchio dei costumi) contiene per la maggior parte traduzioni dai Padri della Chiesa e da antichi autori latini a italiani. Piú originale l'opera sulla convenienza del matrimonio ( O b einem Manne sey zecumen ein eelich Weib oder nit), dove a citazioni varie si alternano vivaci e delicati racconti quali "Der bluge Procurator" (L'astuto procuratore) ed una rielaborazione della leggenda di Gregorio sullo scoglio.
Biel.: M. Hermans, A. van E. und die Frühzeit des deutschen Eiuscentienas, Berlino 1893; J. A. Hillier, A. v. E. medieval moralist, Washington 1935.
Alda Manehi
EYCK, Hubert a Jan van. - H., m. nel 1426, menzionato ancora nel 1425 ; J., il fratello minore, m. nel 1441. Una tarda (?) iscrizione sulla cornice dell'altare di Gand è il principale documento per attestare l'esistenza di H. come pittore, che avrebbe cominciato l'altare, finito, dopo la sua morte, da J. La vita di J. è molto meglio documentata: nel 1422-24 è pittore presso il conte Giovanni di Baviera all'Aja; nel 1423, dopo la morte del conte, diventa "varlet de chambre" e pittore di corte presso il duca Filippo il Buono di Borgogna, e tale rimane anche quando si trasferisce dal 1425 -28 a Lilla, e, dal 1430, a Bruges, dove rimane fino alla morte, e dove finì, nel 1432, l'altare di Gand. Per il duca fece viaggi a Tournai, in Portogallo, ecc.
Sull'altare di Gand esistono tuttora delle tesi contrastanti : secondo alcuni studiosi sarebbe tutto di Jan; le diversità stilistiche fra le 12 tavole verrebbero spiegate come derivanti dalla evoluzione dell'artista durante il lavoro. Secondo altri, che si attengono alla iscrizione, l'altare avrebbe stato cominciato da Hubert e finito dal più giovane Jan. In questo caso la divisione fra i due fratelli rimane difficilissima e malsicura. Forse sono di Hubert (o in parte) le parti inferiori, con l'Adorazione dell'Agnello, le Sebiere dei cavalieri, gli Eremiti, ecc. Di Jan sarebbero gli sportelli superiori ed esteriori a alcune ridipinuture a compimenti delle parti inferiori.
In ogni caso con l'altare di Gand ha inizio una nuova era della pittura nordica: vi domina - sia di uno o di due artisti - un senso plastico, un naturalismo largo e potente, un'espressione individualistica che contrasta con il precedente stile gotico e la tenerezza del cosiddetto stile internazionale del principio del secolo: il che va inteso anche come un'affermazione della ricca borghesia delle città fiamminghe, in contrasto con il gusto corrigiato delle generazioni precedenti.
A seconda si attribuiscono le singole parti dell'altare di Gand all'uno o l'altra dei fratelli sarà necessario rivedere le attribuzioni delle opere precedenti. Esse sono la Crocifissione a l'Ultima Giudizio nella Galleria di Washington (prima a Leningrado), le Tre Morte alla tomba di Cristo nella collezione Beuningen, Vierhouten (prima Cook, Richmond), la Madonna nella chiesa e il Crocifisso fra s. Giovanni e la Madonna nella Galleria di Berlino, tutti
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(per cartaria di mons. A. P. Freire)
Eymard, Pienne-Julien, beato - Resto di Rodin - Parigi, Musco Rodin.
ascritti anche a H. a stilisticamente antecedenti all'altare di Gand. Discussi fra H. e J. anche certi fogli del Libro d'ore *di Torino* (bruciato nel 1904 nella Biblioteca di Torino); un'altra parte pervenne recentemente dalla collezione Trivulzio nel Museo civico di Torino. Queste Très belles heures de N. Dame furono dipinte per il duca Giovanni di Berry a per Guglielmo VI d'Olanda ( 1416-17 ca.) a sviluppano la vecchia miniatura fiammingo-borgognona verso la nuova plasticità, luminosita dello stesso altare di Gand.
Successivi all'altare di Gand, e percio opere sicure di J., sono diversi ritratti: 1432: quello di Londra con l'iscrizione Thymotheoi; 1433: I' Uomo col turbante (autoritratto I) a Berlino; 1434: l'Armofini con la moglie (Londra); 1436: il De Leerua a Vienna; 1439: il Ritratto della moglie del pittore a Bruges e il Niccolò Albergati a Vienna; nonché altri ritratti a Berlino, ecc.; alcune Madonna a Melbourne (1433), Bruges, con il canonico van der Peele (1436), Anversa (1439); non datate quelle a Francoforte, Dresda, Parigi (con il cancelliere Rollin), l'Amnunclazione a Washington; del 1437 la S. Barbara ad Anversa; in due repliche autentiche si conserva una rappresentazione delle Stimmate di s. Francesca (Torino, Filadelfia).
La fama altissima dei E., specialmente come *inventori della pittura ad olio (la quale effettivamente perfezionarono), è molto antica. Vengono menzionati già da Ciriaco d'Ancona, da Bartolomeo Fazio, dal Filarete, da Giovanni Santi, nonché dal Culcciardini e dal Vasari.
Bibl.: W. H. J. Weale, E., Londra 1908: A. Schmarrow, E., Lipsia 1924: M. Dvorak, Das Rätsel der Kunst der Brüder von E., Monaco 1925: M. Devieno, E., Parigi 1926: Tiaruna Gevaert, Hist. de la peinture flamande, Parigi 1927, v. indice: M. J. Friedländer, Die altwiederländische Malerei, I-XIV, Berlino e. Leida 1924 e 1927, v. indice: E. Randers, H. van E., Bruxelles 1933: id., 3. van E., Bruges 1932: G. J. Hoogewerf, Vlaamsehe Kunst en italiaansche Renaissance, Malines 1933. p. 21: O. Kerber, H. van E., Francoforte 1937: P. Coremans - A. Janssens de Bischoven. L'adoration de l'Agneau
mystique, Anversa 1943: F. Jewett Mathur, The problem of the adoration of the Lamb, in Gassette des beaux-arts, 20 (1948), pp. 269-84 e 30 (1946), pp. 73-92; A. Edmy, La dicuncette de 3. v. E., Parigi 1947: A. H. Cornette, De portretes van 3. e. E., Anversa 1947: L. v. Puyvelde, The Holy Lamb, ParigBruselles 1947: id., The flemish primitives, Londra 1948: Th. Musper, Untertreibungen zu Rosier v. d. Wenden e 3. v. E., Stoccarda 1948. Cf. anche riammica, abtiti bibl. Bernardo Degenhart
EYMARD, Pienne-Julien, beato. - N. a La Mure d'Isère (Grenoble), il 4 febbr. 1811, m. ivl. il 1^{°} ag. 1868. Superati ostacoli familiari, entro neil'ott. del 1831 nel Seminario di Grenoble, donde usciva ordinato sacerdote il 20 luglio 1834. Prima vice-parroco a Chatte, e poi parroco a Monteynard, diede luminose prove di pietà e zelo cosi da essere tenuto esempio di perfezione. Austero con sé, ma generoso con gli altri, esercito un tale fascino da trasformare in pochi anni una parrocchia, da tempo abbandonata, in modello di vita cristiana.
Entrato nella Società di Maria, fu giudicato degno di coprire le cariche di direttore spirituale a Belley, di provinciale a Lione, di superiore del collegio di La Seyne-sur-Mer.
Nel santuario di Fourvière la Madonna lo chiamò a fondare ana Congregazione religiosa consacrata alla adorazione perpetua del S.mo Sacramento e all'apostolata eucaristica. Assicurando della volontà di Dio, iniziò a Parigi il 13 maggio 1836 la Congregazione dei Religiosi del S.mo Sacramento (la quale comprende sacerdoti e fratelli) e più tardi quella delle Ancelie del S.mo Sacramento. Fondò pure l'Aggregazione del S.mo Sacramento per unire i fedeli e soprattutto i sacerdoti alla vita di adorazione del suo Istituto, formando una grande famiglia di adoratori.
Per 12 anni lavorò all'ampliamento del regno eucaristico con fede viva ed ardente amore, fra innumerevoli croci ed umiliazioni, evocamente sopportate. La sua predicazione fu raccolta in cinque apprezzatissimi volumetti di elevazioni. Fu beatificato nel 1925.
La sua Congregazione, sparsa in tutte le parti dei mondo, continua l'opera del fondatore, attuando il suo motto: "Venga il tuo regno eucaristico sempre a dappertutto".
Bibl.: anon., Un religieux du St-Sacrament. Le b. P. 3. E., 2 voll., Parigi 1928: P. Fossati, L'apostolo dell'Eucarista b. P. 3. E., Milano 1928: P. Guirino, Gelukonige Pater E. Apostel van het allerh. Sacrament, Nitroga 1925: T. Trochu, Le b. P. 3. E., Lione 1940.
Enrico Evers
EYMERICH, NICOLAS. - Inquisitore e scrittore domenicano, n. a Gerona (Spagna) nel 1320 ca., m. ivl, il 4 genn. 1399. Religioso nella sua patria il 4 ag. 1334, successe nel 1357 a Niccolò Russell come inquisitore generale dell'Aragona. Per il suo zelo ebbe molto a soffrire, finché fu esiliato. Accompagnò Gregorio IX a Roma, dove si fermò per due anni (1376-78).
Sotto lo scisma, per la difficoltà di discernere il vero pontefice, partecipio per Clemente VII e poi per Benedetto XIII. Nel 1378 ritornò in Aragona ma, avversato dei lullisti, si dovette rifugiare ad Avignone presso il Pontefice. Qui si dedicò a scrivere, finché nel 1397, ormai vecchio, poté ritornare in patria.
Inquisitore intrepido a intransigente difensore della verità, dedicò particolarmente le sue energie a carabattere gli errori di R. Lullo, la cui dottrina raccolse in articoli e condannò come sospetta di orscia. Scrisse varie opere di carattere agiografico, dogmatico, esegetico, filosofico e polemico, che si conservano ancora tutte manoscritte. Di lui fu edita solo la Vita de B. Dalmacio Moneri, suo maestro di noviciato (in F. Diaga, Historia preuletica Aragoniae, I, Barcellona 1599, pp. 259-65; 2^{0} ed. in Anal. Ball., 31 (1912), pp. 49-81) e la sua opera più importante : Directorium inquisitorum, Barcellona 1503. E un manuale per gli inquisitori che l'E. scrisse, o almeno terminò di scrivere, ad Avignone nel 1376. L'opera fu molto divulgata ed ebbe in seguito varie edizioni. Fr.
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Pefo, nel 1578, a Roma ne curò una seconda edizione, aggiungendovi un vasto commento; in un'altra edizione, nel 1587 , vi premise anche un canno della vita dell'autore. In seguito fu edita ancora a Venezia 1591, Roma 1597, Venezia 1607.
Bibl.: Quotif-Echard, 1, pp. 709-17; P. De Arenss, Chronicon G. P. (Alonum, O. P. hist., 7), Roma 1904, pp. 52, 62; Hutter, II (3* ed.), coll. 710-12; E. Mangonot, a. v. in D'TNC, V. 11, coll. 2027-28; E. Longari, Lnile II., ibid., IX, 1, coll. 11351138; J. Berkeboom, a. v. in L'TNC, III, Eumetiens, coll. 924925; H. Finks, Drei Spanische Publizisten aus den Anfängen des grotes Schliman: Matthäus Clementis, N. E., der hl. Vren. scate Förrer, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Sganiens, 1, Münster in West, 1928, pp. 174-95. Alfonso D'Amato
EYMIEU, AnTOMIN. - Gesuita, conferenziare e psicologo, n. a Chamaret (Drôme) il 21 nov. 1861, m. a Marsiglia il 9 ott. 1933.
Il frutto migliore dei suoi profondi studi di psicologia, avvalsenti dall'esperienza viva delle anime, possono considerarsi i volumi che formano la serie intitolata: Le gomper. necesat de soi-même. I: Les grandes lois (Parigi 1906; vers. it., Roma 1913); II: L'obsession et le scrupule (Parigi 1910, vers. it., Roma 1913); III: L'art de vouloir (Parigi 1934); IV: La loi de la vie (ivi 1921); nei quali tutti
il vigore logico e scientifico mira a formare convinzioni profonde e radicate, che si risolvono nella fermezza e costanza di un carattere temprato, volitivo, dominatore di se stesso. La meito numerose edizioni ne dimostrano la perseverante efficacia.
Sono assai utili: La part des croyants dans les progrès de la science en XIX e siècle (2 voll., ivi 1913), rivolto a dimostrare che i nomi più celebri del secolo, nella scienza, se non appartenevano tutti a cattolici o a cristiani, erano almeno di credenti in Dio; En face de la douleur. Le rôle de Dieu; l'attitude de l'homme (ivi 1916); La Providence et la guerre (ivi 1917); Les buts de guerre de la Providence (ivi 1918).
EZECHIA. - 1. Re di Giuda (ebr. Hizajijāh [a], gr. 'EÇechec, accadico Hazaqijan) dal 718 ca. al 689 a. C. Succedendo venticinquenne al padre Achaz, si adattò dapprima alla politica da lui seguita di sog. gestione all'Assiria, non trascurando però di dare in segreto ogni appoggio ai circoli profetici, di cui era esponente Isaia, difensori contemporaneamente degl'idcali nazionalisti e monoteisti. Appena gli fu possibile, attuò la riforma religiosa per ricondurre il popolo al puro jahrvismo, per cui è indato nella storia biblica come il più retto dei monarchi davidici (II Reg. 18, 3.5).
Aboll i colti idolatrici, eretti nello stesso Tempio, cercò con qualche buon successo di ricuperare ai nazionalismo e allo jahrvismo i residui Samaritani, curò la raccolta del patrimonio spirituale e letterario d'Israele per mezzo di una apposita commissione (Proc. 25, 1). Si sforzò, intanto, di migliorare la finanza dello Stato (II Reg. 20, 13), fece qualche preparativo militare (armamenti e fortificazioni), rinnovò gl'impianti per i riforzimenti
idrici di Gerusalemme, costruendo tra l'altro un tunnel che portava l'acqua entro la città (lavoro ricordato in un'iscrizione nel tunnel, ritrovata nel 1880 ; v. silob).
Intanto maturarono all'estero i fatti che mutarono completamente i rapporti con l'Assiria. E. non partecipò alla rivolta antiasvira del 711 , presto domata da Sargon: dovette però in quell'occasione mostrare la sua fedeltà con un più forte tributo. Nel 704 l'agitatore babilonese Merodach Baladan, con il pretesto di congratularsi con E. per la guarigione (miracolosa: Is. 38, 5) da una grave malattia (è di quell'occasione il "cantico" In dimidio, Is. 38, 10 sgg.), inviò una legazione a Gerusalemme a concludere un'alleanza militare: trattative furono fatte da E. anche conl'Etiopia (Is.18, 1) e l'Egitto (ibid. 30, 1 sgg.). Nel 703 avvenne la rivolta, di cui Sennacherib, nuovo re d'Assiria, ebbe facilmente ragione.
Giuda fu attaccato per ultimo: l'assiro invase il regno, deportò molti abitanti e strinse d'assedio Gerusalemme, come ricordano gli stessi documenti assiri (H. Gressmann, Altar. Texte, 2^{2} ed., Berlino-Lipsia 1908, p. 353). Ciò che questi documenti non narrano e si raccoglie dalla Bibbia (confermata da Erodoto, II, 141) e la fine dell'invasione: mentre Sennacherib, dopo aver cercato invano di venire a parti con E. sasediato, si preparava a tornare in Assiria, ove era scoppiata una rivolta, una notte l'sangelo del Signore \% forse mediante un'epidemia, uccise nell'accampamento 185.000 suoi soldati (II Reg. 19,9-37).
Dopo l'invasione per una decina d'anni ancora il re, sostanzialmente vittorioso, attese alla ricostruzione del regno, che divenne uno dei più floridi dell'Asia occidentale.
Bibl.: Oltre i commenti a Isaia, Re e Paraliponemi, G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1922, pp. 445-60; W. M. Smith, The glorious Revival under the King Ezeahish, Grand Rapids 1927. 2. Nome di vari giudei vissuti dopo l'esilio (I Par. 3, 23; Neh. 7, 2; 10, 18; nella forma ebr. Jēbizajijāhā: I Par., 28 12; Esd. 2, 16. Giovanni Rinaldi
EZECHIELE (ebr. Jēbecqēi - Dio è forte o "Dio fortifica). - Terzo grande profeta scrittore, vissuto tra gli esuli di Babilonia nel periodo tormentato in cui si preparava il nuovo Isracle.
Somblato: I. Tempo e ambiente. - II. Attività profetica e doctrina. - III. Il libro. - IV. Atcheologia. - V. Iconografia. VI. Apocrifo di E.
I. Tempo e ambiente. - Nabuchodonosor costrinse alla rosa Gerusalemme, che gli si era ribellata; deportò in Babilonia il re Ioachin, la regina madre, la corte, 7000 tra i più influenti, 1000 operai, parecchie altre persone; spogliò il tempio degli arredi più preziosi (II Reg. 24, 14.16). E. fu tra i deportati (Ex. 1, 1-3).
Essi vennero posti, almeno nella maggior parte, lungo il canal grande (nar-kabari), che, lasciato l'Eufrate presso
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Babel, si dirigeva verso sud-est, e, attraversata Nippur, si ricongiungeva con lo stesso fiume. Erano adibiti ai lavori dei campi (cf. i nomi Tèl 'Abhībh, "colle delle spighe ", in Ez. 3, 15; Tèl Harīa, "colle dell'aratro ", in Erd. 2, 59, ecc.), ma godevano di una larga autonomia. Formavano delle colonie, in cui gli anziani ritenevano una certa autorità (Ez. 8, 1; 14, 1; 20, 1). Il consiglio di Geremia di costruir case e piantare orti (Jer. 29) e la grande prosperità degli esuli al tempo del rimpatrio dimostrano come fosse consentito agli esuli di migliorare le loro condizioni e divenire proprietari e benestanti. E. ha una casa sua ( 3,24 \mathrm{sg} . ; 8,1 ). Ma alla quiere dell'ambiente rispondeva il più grave turbamento degli animi. I deportati speravano una rivincita di Gerusalemme contro Babel e un loro immediato ritomo. La sopravvalutazione dell'alleato Egitto aveva in questo sogno una parte importante, ma principalmente li animavano idee erronee su Dio e sul culto. Jahweh non poteva permettere che Gerusalemme subisse la sorte di Samaria (721) e di Ninive (612), perché con esso sarebbe perito anche il suo culto e il suo stesso "nome". Da ciò la fiducia superstiziosa nel Tempio: Jahweh poteva permettere una punizione temporanea, ma mai lasciare che il suo dominio fosse conquistato da Marduk! Per il suo prestigio, doveva punire i Caldei che avevano portato le loro mani sacrileghe sugli arredi del santuario; invece la distruzione di Gerusalemme sarebbe stata la rottura del patto del Sinai; tutte le promesse giurate da Dio ad Abramo, ai patriarchi, a David sarebbero risultate vane. Inoltre, per la legge della solidarietà, i meriti dei giusti dovevano salvare la nazione dal castigo; la giustizia divina non poteva distruggerla, quando da Abramo in poi e fino alla loro generazione (Ez. 9, 4) tanti e tanti Giudei avevano amato il Signore e le veneravano come in nessun altro popolo poteva avvenire. Falsi profeti e sacerdoti sciovinisti alimentavano queste concezioni erronee (Jer. 29, 31-32; Ez. 13). Cesi i deportati non si curavano affatto di riformare i loro primi costumi; credevano anzi di aver espiato abbastanza subendo quella deportazione e aspettavano da Jahweh il premio d'un immediato, trionfale rimpatrio. Aspettavano la salvezza dalla Giudea.
Quando nel 587 Gerusalemme, dopo un assedio di ca. 18 mesi, durante il quale il Faraene, mossosi in suo aiuto, fu sconfitto (Ez. 30, 21 sgg.), fu presa, saccheggiata e incendiata, la dura realtà svelò le loro stolte illusioni, e, scuotendone le idee religiose, li avrebbe indotti ad aderire al culto di Marduk a Bel, che appariva più potente del loro Dio. Questa tentazione era già forte lontano dalla Giudea e dal Tempio, e vicino alle grandi città caldee, nelle quali svettavano le siegmeat, dal culto vario e sontuoso. Il piano misericordioso di Dio di purificare Israele dall'idolatria e dagli altri gravi peccati mediante le sofferenze e le umilazioni dell'esilio (Lev. 26; Deut. 28) sarebbe così naufragato. Per scongiurare questo pericolo, per preparare gli esuli al grave disastro del 567 , per impedire che essi, com'era avvenuto per i deportati del regno di Samaria (721), fossero assorbiti dal mare delle genti e scomparissero per sempre, per prepararli alla conversione e farne il nuovo Israele, erede delle promesse, il Signore elesse tra gli stessi deportati, come suo portavoce, E. In una visione sublime, che richiama quella d'Is. 6, questo sacerdote figlio di Buei ( 1,3 ), nel 593 , lungo le rive del canal grande, riceve da Dio la missione di "sentirella della gente d'Israele" (3, 17). Egli eserciterà il suo lungo ministero (22, 22 anni) a Tèl 'Abhībh. L'ultima data delle sue profezie (29, 17) ci porta all'apr. 571. Non è probabile sia v