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ominikaner im Kampfe gegen Luther, Friburgo in Br. 1903, pp. 292-313; R. Coulon, s. v. in DThC, V. 11 (1913), coll. 20462050; P. Sluiner, Geschichte des Donaenhunerbieters Sando Abgabefrau in Augsburg (Quellen u. Forsch. zur Geschichte des Donaenhunersordens in Deutschland, 331, Lipeia 1436, pp. 79-90, 312. Alfonso D'Amato

FABER (Favre, Lefèvre), Pierrot, beato. - Gesuita, n. il 13 apr. 1506 a Villaret in Savoia. Dal 1525 fu studente alla Sorbona a Parigi, condividendo la camera con s. Ignazio di Loyola e s. Francesco Severio al Collegio di S. Barbara. Ordinato sacerdote e promosso magister orationo diede il nome alla nascente Compagnia di Gesù accogliendo come l'unico già sacerdote i primi voti dei compagni a Montmartre (1534). Trasferitosi con essi in Italia, a Venezia (1536) ed a Roma (1537), il F. tenne per incarico di Paolo III la cattedra di teologia insieme con il Laince alla Sapienza.

Dal 1540 fu in Germania paciere nelle controversie religiose, rafforzando i cattolici contro il protestantesimo, partecipando e varie diete a Worms, Ratisbona (1540-41), Spira (1542), Magonae (1543). Dopo un viaggio in Belgio, ritornando a Colonia (1544) il F. vi fondò la prima residenza dei Gesuiti in Germania. Inviato in Spagna a Portogallo lavorò per affari ecclesiastici e per l'Ordine a Lisbona, dove Giovanni III voleva trattenerlo definitivamente, indi ad Evora, Valladolid, Toledo, Madrid, Gaedis, Valenza, Barcellona. Richiamato per partecipare al Concilio di Trento in qualità di teologo del Papa, F. partì già infermo, e morì a Roma quattordici giorni dopo il suo arrivo, il 1^{°} ag. 1546 . Fu beatificato da Pio IX ( 5 sett. 1872). La festa si celebra all' 11 di ag. Il b. P. F. per la profonda pietà, modestia, mitezza, cultura e santità di vita esercitò un grande influsso in tutti i luoghi, in cui passò, e in gran parte a lui si deve la simpatia che in tal modo ebbe la Compagnia di Gesù. Rimangono di lui il diario Memoriale, alcune lettere a scritti spirituali, che rivelano un'anima d'intensa vita interiore.

Biel.: N. Orlandini, La vie du v. b. Pierre Lefèvre, Bordeaux 1618; M. Bauin, Memoriale b. P. F., Parigi 1875, ed. francese ivi 1874; G. Boero, Vita del b. P. F., Roma 1873; A. Maurel, La vie du biauh. P. F., Lione 1873; L. Lenni, Il b. P. F. e il suo apostolato in Parme nel 1533-40, Parma 1910; Maman, hitt. S. I: Fabri monumenta, bosti P. F. epistolae, memoriale et processus, Madrid 1914; L. Buffet, Le biauh. P. F., Lione 1931; G. Guittan, L'âme du b. P. F., Parigi 1934; id., Un mystique tout aimable et trop aviblé: le b. P. F., in Nous: rev. théol., 61 (1934), pp. 679-99; J. B. Kettenmeyer, Aufzeichnungen des Kölner Kartaüserprins Kalchbrenner über den Sel. P. F., Roma 1939; J. Iparraguirre, El busto P. F., in Rueda y Fe, 154 (1946), pp. 170186; id., Infidias on la espiritualidad del b. P. F., in Revista de espiritualidad, 5 (1946), pp. 438-52. Arnaldo Lanz

FABER STAPULENSIS: v. LE PÈVRE D'ÉTAPLER.

FABIANISMO. - Movimento di teorici inglesi appartenenti alla classe media, di cui i maggiori

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esponenti sono Bernard Shaw e Sidney Webb, che vogliono dare una nuova formula del socialismo ispirato alla evoluzione più recente della scienza economica.

La Fabian Society, fondata nel 1884 , prende il nome del dittatore romano Fabias Cnucistor e si ispira alla prudente politica simbolizcata da lui. Come quella di Marx, la dottrina dei fabiani ha un lato teorico, ed un lato storico, ma nello studio che essi fecero sulla società economica cosciente seppero evitare l'errore in cui era caduto Marx; respinsero la legge del valore di Ricardo, serrendosi invece largamente di quella sulla rendita, e riuscirono a dimostrare in modo convincente che una larga parte delle riechezza nazionale veniva consumata dalle classi oziose sotto forme di rendita e di interezza. I'sanaliol sconcertica forni ai fabiani il mezzo per criticare il sistema esistente e l'indagine storica suggerí loro la soluzione adeguata. Durante l'ultima parte del sec. xix, l'evoluzione sociale aveva sicuramente teso verso il controllo dello Stato; alle classi sconomicamente più deboli erano state concesse protezioni legali sotto forma di regolamenti industriali e sanitari, ecc., mentre importanti rami di attivita economica, come servizi postali, esercizi trasvidati e formiche di gas ed acqua, erano stati assunti dagli enti pubblici. Con la stessa sicurezza di Marx, ma per ragioni diverse, i fabiani annunciarono quindi che il socialismo era inevitabile, e dichiararono che tutte le attività economiche della societa sarebbero state un giorno controllate dagli enti pubblici. Queste speranze furono deluse. Le imprese dello Stato e dei comuni non hanno cessato di svilupparsi, ma sono rimaste quasi unicamente limitate ad alcuni servizi che hanno carattere di monopolio; non hanno invaso i campi dove più attiva è la concorrenza, e sembra che questa tendenza ai fermi prima di raggiungere il punto in cui provocherebbe una rivoluzione sociale.

Bun.: E. B. Pesse, The History of the Fabian Soclecr, Londra 1923: M. Cole, The Fabian Socicty, in Political quarterly, 15 (1944), pp. 245-56; G. D. H. Cole, British Warking class, politics, Londra 1946, p. 121 sgg.; M. Beer, A history of britlth Socialism, II, ivi 1948, p. 274 sgg.

C. C. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M

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aggiunto in seguito l'episodio della contesa tre i cristiani di Cartenna e quelli di Cesarea che ne reclamarono il corpo dopo la pace.

Il martire non è ricordato nel Martirologio geronimiano, ma al 31 luglio in quello di Adone, come ora nel Martirologio romano (p. 314).

Bibs.: P. Franchi de' Cavalieri, S. Fabio vasillifero, in Note asigerafeche, 8 (Studi e Testi, 63), Citil del Vaticano 1935. pp. 101-13; M. Delehaye, Contrilations ricsunes a l'hagiographie de Rome et d'Afrique, in Anni, Bullumi., 54 (1936), pp. 300-302. Enrico Josi

FABIO, EPISTOLA MORAL A. - Composizione poetica spagnola del sec. xvir in terzine di endecasillabi, attribuita a B. L. de Argensola (da Sedano, 1768), a Rioja (da Estala, 1786), a Fernández de Andrada (da A. de Castro, 1875), a Medrano (da Foulché-Delbosc, 1900). Si tratta di un nobile discorso in cui si fondono la tradizione storica e le visione cristiana della Spagna della riforma cattolica.

L'autore consiglia all'amico F., personaggio fint: sio, l'abbandono delle speranze e delle corruzioni corrigiane, il rifugio nei campi, l'odio per l'avventura, per l'infrigimento e per l'ostentazione, l'esercizio della virtù in fervoroso silenzio. Le sue idee derivano da Seneca (De tranquillitate animi, X) e, in generale, dagli stoici, tanto noti in Spagna soprattutto per opera di Quevedo: l'orazione Beatus ille riecheggia nell'esaltazione della felicità agreste, come riaffiorano sentimenti analoghi a quelli del famoso sonetto di Plantin C. Le bonheur de se monde. Nonostante tali precedenti, l'Epistola è una delle più originali, eleganti e concertose poesie spagnole e delle maggiormente pervase di eristiana spiritualità.

Bibs.: I. R. Foulché-Delbosc, Les monasterifs de l'Ep. mor. a F., in Revue hispanique, 7 (1900), 2 248; M. Menéndez y Pelayo, Notas a la Ep. mor. a F., in Boletin de la bibl. Menéndez Pelayo, 7 (1923), pp. 270-72; G. Vesticz, Poesie der Einsamkeit in Spanien, I, Monaco 1935-36, pp. 78-87. Guglielmo Diaz-Plaja

FABIOLA. - Suo biografo è s. Girolamo con la sua lettera ad Oceano, scritta proprio in occasione della morte di F. Della famiglia nobilissima dei Fabii, andata ancor giovanetta in sposa ad un uomo dissoluto, ne divorziò per passare a nuove nozze. Alla morte del secondo marito riconobbe le sue colpe, abbandonò i suoi agi, le sue sfarzose vesti e il Sabato Santo si presentò tra i penitenti nell'atrio della basilica dei Laterano alla presenza del papa, del clero e di tutto il popolo. Mise in vendita i suoi possedimenti e i suoi gioielli per dedicarsi tutta a opere di carità.

Fondò in Roma il primo ospedale, prodigandosi ella stesse a tutti i servizi più umili, sostentò monasteri, vesti poveri non solo a Roma, ma nei Volsci e in tutte le isole del Tirreno; contese con Pammachio il privilegio di aprire in Porto un ospizio per i pellegrini. Recatasi in Palestina, approfittò della dottrina di s. Girolamo per lo studio dei profeti, dei Vangeli, dei Salmi (s. Girolamo, Ep. 64: PL 22, 608) ma, giunta la noticia delle incursioni dei barbari, tornò in Roma, dove morì nel 399. S. Girolamo chiude le sua lettera ripetendo la sentenza di s. Paolo Ubi autem abundavit delictum, superbundavit gratia (Ad Romanos, 5).

Bibs.: S. Girolamo, Ep., 77, in PL 22, 690-98. Enrico Josi
FABRE, Jean-HenRY. - Entomologo, n. a StLéon (Aveyron) il 22 dic. 1823, m. a Sérignan (Vaucluse) il 1^{°} ott. 1915. Dopo un periodo d'insegnamento a Carpentras, Alaccio ed Avignone, si ritirò nel 1878 a Sérignan per dedicarsi interamente alla botanica e soprattutto alla entomologia, rivolgendo le sue ricerche sugli istinti e il comportamento degli insetti; riuscendo cosi a rettificare vari errori accolti anche da entomologi e a presentare alcune scoperte particolari, ad es., sulla paralizzazione, da parte degli sfegidi, dei centri nervosi della preda, per mantenerla immobile, ma viva a nutrimento delle larve;
sul sesso delle uova degli apoidci solitari, sull'ipermetamorfosi dei coleotteri muloidi. Sul termine della sua vita i meriti del F. vennero pubblicamente riconosciuti anche da parte del governo; di quelle feste giubilarí è rimasta celebre la sua risposta alla domanda, se credevo in Dio: «Se lo credo? Lo vedo. Senza di Lui non capisco nulla. E non solo ho conservata questa convinzione, ma l'ho accresciuta. Nel campo scientifico è convinto antievoluzionista e finalista.

Il frutto dei suoi studi è contenuto nei Souvenirs entomologiques (ro voll., Parigi 1879-1907; ed. definitiva, ivi 1919-23; trad. it., Milano 1922-27), che gli fecero dare il titolo di "poesia degli insetti" per l'incanto dello stile, unito ad un'alta probita scientifica e ad un'osservazione paziente e minuziosa. Scrisse anche molte altre opere di divulgazione, che, animate da uno stile vivace e arguto, conpotarono a far conoscere e gustare da un numero straordinario di lettori le meraviglie della creazione; mette conto citate: Les verragens, récits de l'anclr Paul sur les animaux antichies a l'agriculture (Parigi 1870); Les auxiliaires, récits... sur les animaux utiles a l'agriculture (ivi 1873); Les serviteurs, récits... sur les animaux domestiques (ivi 1875).

Bibs.: A. Fabre, 7 -vi. F., l'entomologiste, raconté par lui même, 1823-1824, 2 voll., Paris 1410-11; A. Eynoeu, La part des rregants dans les progeis de la science an XIX siècle, II, 111 1915, pp. 108-11. Celestino Tessere

FABRETTI, Raffaele. - Archeologo, n. a Urbino nel 1618 , m. a Roma il 7 genn. 1700 , canonico di S. Lorenzo in Damaso e poi di S. Pietro in Vaticano. Pur avendo avuto diversi incarichi dalla S. Sede, come quello di trattare questioni diplomatiche con la Spagna e poi con Urbino, nonché di comporre i brevi apostolicj, trovò sempre modo di occuparsi dei suoi studi preferiti e di raccogliere e copiare le antiche epigrafi, di cui fece una notevole collezione nella casa paterna, spronato soprattutto dall'esempio del suo amico Lucio Giovanni di Traù che aveva già riunito un cospicuo numero di iscrizioni antiche della Dalmazia.

Al F., nominato a Custode della reliquie e dei cimiteri», non fu difficile procurarsi epigrafi cimiteriali goiché dal card. Carpegna ebbe il permesso di prendere dalle catacombe tutte le iscrizioni che desiderava; altre poi gli furono cedute dal principe Giustiniani di Bassano e dai duchi Cesarino Sforza ed Alessandro Mattei. Ad illustrazione di questa sua raccolta il F. pubblicò a Roma nel 1699: Inscripitamen antiquorum quae in aedibus paternis assercentur explicatio et additamentum; essa ebbe una seconda edizione nel 1702. Dei dieci capitoli di cui è composta, tutto l'ottavo e parte del decimo contengono epigrafi cristiane: molte di queste furono copiate nel cimitero rinvenuto nel 1687 al primo miglio sulla Via Latina, che 8 F . credette di Tertullino. Di tale cimitero, il F. pubblicò anche una piccola gianta.

Altre sue pubblicazioni sono: De aquis et aquasductis veteris Ramoe dissertatioues tres (Roma 1840) a quello, in-fol., sulla colonna traiana, la - tabula illaca e l'emissario claudiano del lago Fucino: De columna Traiana syntagma: accesserunt explicatio veteris tubellee anaglyphae Hamari Iliadem atque ex Stetichora, Artibus et Lesche Illi exsidium continentis et emittarii locus Fucini descriptio (ivi 1863). Degna di nota è anche la Dissertazione in cui si emendano alcuni errori seguiti nella descrizione del Lazio antica fatta da S. Antonio Kircher, che fu inserita nel III tomo delle Dissertazioni dell' Accademia Etrusca di Cortona.

Bibs.: J. Mabillan, Iter Italicum, 1724, p. 71; G. B. De Rossi, Inscripitamen clarisianno Urbis Ramoe septimo surcula antiquiores, Roma 1861, p. xxvi; N. Lodaroa, s. v. in DACL, V. coll. 1064-65; A. Silvagni, Inscripitamen clarisianno Urbis Ramoe, nuova serie, Roma 1022, p. L. n. 93; G. Ferretto, Note bibliogra. fiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1940, pp. 101 173. Giuseppe Bovini

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FABRI, Honord. - Gesuita, poligrafo, n. a Vi-vien-le-Grand (Ain) il 5 apr. 1607 , m. a Roma l'8 marzo 1688. Da prima stimato professore di filosofia, fisica e matematica a Lione ( 1646-60 ); poi penitenziere di S. Pietro a Roma ( 1660 -80), dove, oltre agli impegni del suo nuovo ufficio, continuò ad attendere alle predilette scienze naturali.

Pronto e versatile d'ingegno, molto scrisse intorno ai più svariati argomenti; ma soprattutto ussecondo, con eccessiva vivacita, la sua spiccata inclinazione alla controversia, prendendo parte attiva alle questioni più al. sputate ai suoi tempi, mansenismo e probabilismo. Accennando solo ai Tractatus physicus de motu loculi (Lione 1646), al Tractatus duo, quorum prior de pluratu et de generatione animulinm, posterior de homine (2 voll., Parigi 1660), nel quale ultimo tratta della circolazione del sangue da lui osservata indipendentemente, quantunque posteriormente, all'Harvey, a al Physica, id est scientia rerum corporacrum (I, Lione 1669; II-III, ivi 1670; IV-V, ivi 1671), sono degne di nota le opere seguenti di controversia teologica, che suscitarono molto scalpore : Pithonophilus a Dialogus de opinione probabili (Roma 1659) in difesa del probabilismo, a Apologeticus doctrinas moralis Societatis Jesu (Lione 1670), dove, al precedente, altri dialoghi faceva seguire contro i rigoristi, come il domenicano V. Baron e il canonista P. Pagnani, aggiungendo altri opuscoli di diversi autori intorno allo stesso argomento. L'opera, messa all'indice nel 1672 , perché pubblicato senza la preventiva censura romana, frutto all'autore 50 giorni di prigione, - 43 liberioris carceris, et 5 paulo stristoris et inhonesti (Reusch [n. bibl.], p. 302). Intanto l'Apologeticus usciva in 2^{8} edizione, accresciuta del doppio ( 2 voll., Colonia 1672), deve comparivano anche una confutazione delle Proviscini di Pascal, e, sotto i due pseudonimi di B. Stubreck e L. Carter, alcune note contro G. Wendrock a L. Montalto. L'opera fu di nuovo proibita nel 1672 a 1673, e le due serie di note ebbero pure la loro condanna particolare (1673, 1675). Quantunque a lui venissero attribuite, il F., però, negò sempre di esserne l'autore. Anche degne di ricordo sono : Carolin Virginea (Palermo 1635) in difesa dell'Immacolata Concezione; Emplomatie, seu vir lugentatus (Lione 1669) sugli studi di umanità a retorica; e in difesa delle virtù del chinino, questione allora vivacemente dibattuta, il Putele Peronimus vindicatus (1635).

Nella questione delle regalie, sorta fra Luigi XIV e Innocenzo XI, il F. manifestò il suo parere che si trattasse di cose puramente temporali; ma avendo parteggiato per il re, quantunque non ammettesse affatto gli errori gallicani, dovette rinunciare alla carica di penitenziere.

Bial.: Summervogel. III, coll. 211-21; IX, col. 309; H. Reusch, Der Index des verbatenen Bähles, II, Bonn 1883, pp. 303 304; I. v. Dollinger-H. Reusch, Genb. der Monatsmögliches in der ründsch-hotbalkierhe seit dem XVI. Jahrb., I, Nördlingen 1889, pp. 45, 52, 279; J. Brucher, s. v. in DTNL, V, coll. 2052-53.

Celestino Testare
FABRI, Jomannes. - N. nel 1478 a Leutkirch, m. a Vienna il 21 maggio 1541. Si laureò in teologia a Tubinga e in diritto a Friburgo. Vicario a Lindau, parroco nel paese natale, canonico e ufficiale del vescovo di Basilea, dovunque si rese celebre per zelo apostolico. Dopo un breve soggiorno romano ( 1517 ), divenne vicario generale di Costanza; durante quel periodo fu il più temibile avversario di Zuinglio, con il quale sostenne una disputa pubblica (1523). Confessore a consigliere di Ferdinando d'Austria, fu eletto vescovo di Vienna nel 1530.

Alle prime avvisaglie della riforma luterana, entrò decisamente in lotta, sia con gli scritti che con la predicazione. Il suo Heliops in lueresim Luteranam è del 1524. Prese parto alla Dieta di Augusta (1530), e per incarico di Carlo V redasse con altri teologi cattolici la risposta alla "confessione ". I suoi pareri sulla preparazione tecnica del Concilio, espressi in una lunga lettera al Papa ( 8 luglio 1536), riuscirono assai utili ai Contarini; del Concilio il F. fu uno dei più ardenti sostenitori, vedendo in esso
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(Int. Orientis)
Fabriani, Severino - Ristotto, conservato nell'Istituto delle Figlie della Provvidenza - Modena.
l'estremo rimedio ai mali della Chiesa. Sua infatti è un opuscolo del 1537 De necessitate et mera utilitate sacrosancti concilii epistula. Come vescovo, fu animatore di novelle energie nella sua diocesi; richiamò il ciero a una vita più esemplare, tenne lontano il popolo dai pericoli dell'eresia predicando egli stesso nei giorni festivi, istituì un convitto per gli studenti poveri, e povero volle essere fino alla morte che lo colse a Vienna.

Bull.: Hurser, H. n. coll. 1402-1404; L. Helbling, Dr. J. F., Múnster 1941; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, trad. it., I, Brescia 1949, passim.

Fabriani, Severino. - Sacerdote modenese, n. a Spilamberto il 7 genn. 1792, m. il 27 ag. 1849.

Entrò nel Seminario di Modena nel 1806. Ordinato sacerdote il 17 dic. 1814 , fu nominato professore nel Seminario e nel 1821 socio della Accademia di scienze, lettere ed arti sugli Atti della quale pubblicò numerosi studi. Nel 1824 assunse la direzione di una scuola privata, detta delle "Figlie di Gesù ", da lui poi denominate "Figlie della Provvidenza ", per l'educazione delle sordomute. Conaacratosi interamente a tale istituzione, si impose all'attenzione dei letterati per i suoi studi grammaticali nei quali si propose di dar risalto al valore logico nella terminologia; ma le sue geniali innovazioni, per difficoltà pratiche, sono rimaste senza seguito.

Oltre molti articoli di carattere religioso, scientifico e filologico, Regale per il Seminario e per l'Istituto delle Figlie della Provvidenza, pubblicò: Sul beneficio dalla religione cristiana recato agli uomini nell'istruzione de' sordomuti (Modena 1828); La religione cristiana dimostrata per la natura de' suoi misteri (ivi 1828); Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medioevo (ivi 1870); Lettere logiche al prof. Marc'Antonio Parenti sopra la grammatica dei sordomuti (ivi 1838-57); Primi elementi di grammatica italiana per le faccielle sordomute educate dalle Figlie della Provvidenza in Modena secondo i principi delle lettere logiche (ivi 1841 a 1873 ).

Bial.: C. Galvani, Orazione fumbre per il prof. d. S. F., Modena 1849; T. Pendola, Elogio del prof. d. S. F., Siena 1849; B. Veratti, Cenno biografico di d. S. F., Modena 1871; B. Soli, S. F. e il suo tempo con note accinate da G. e U. F., ivi 1928;

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A. Sassi, Nel I centemvrio dalla fondavione delle Figlie delle Provvidenza per le tordamate in Madona, ivi 1920; B. Donati, Autonio Rossini collaboratore delle "Memorie" di Madona, iv: 1941, p. 108 sec.

Felice da Mornio
FABRIANO, diOCESI di. - La storia della città e del territorio di F. è unita a quella della Chiesa di Camerino, alla cui estesa circoscrizione appartenne F. dalle origini per tutta l'età medievale, fino al sec. xvili. Nel 1728 Benedetto XIII la costituì sede vescovile, ma unita a seque principaliter a Camerino. Più tardi, per eliminare ogni contesa, Pio VI con la bolla Sacpe factum est dell's luglio 1785 la reso autonoma e contemporaneamente erigeva la sede vescovile di Matelica, unendola a seque principaliter a F.; le due diocesi ebbero un vescovo unico fino al presente. Il vescovo risiede in F. Complessivamente la diocesi si estende per 322 kmq . con una popolazione di 38.000 alu, tutti cattolici, diserbuiţi in 43 parrocchie, con 63 sacerdoti diocesani e 33 religiosi, un seminario; 7 comunità religiose maschili con 56 professi, e 16 femminili con 166 professe ( 1949 ).

Numerose fondazioni monastiche, fiorite nel periodo del dominio della Chiesa di Camerino, appartengono alla città e diocesi di F.: S. Maria in Campo, sec. xI; S. Salvatore di Val di Castro, ca. sec. xI, dove mori s. Romualdo (s. Pier Damiani, Vita di s. Rom., 69: PL 144, 1005); S. Angelo, sec. xili; S. Biagio, in citta, dell'Ordine dei Camaidolesi e S. Vittore delle Chiuse, presso Pictosara a destra del Sentino: 8 monastero (la prima dei Benedattini, poi della Congregazione di S. Croce di Fonte Avellana, soppresso da Innocenzo VII nel 1405; le antiche carte conservate risalgono al sec. x (R. Sassi, Due documenti capitoli su le origini del monastero di S. Vittore delle Chiusc, in Rassegan marchigiano, 8 [1930], pp. 335-53); infine S. Maria d'Appennino, sec. xi (R. Sassi, Le carte di S. Maria d'Appennino, in Studia Picono, 5 [1929], pp. 77-122). Più tardi vi si stabilirono i religioni Silvestrini, sec. xili, dei quali fu generale il ven. Andrea di Giacomo da F. (1298-1326), i Francescani (R. Sassi, Un documento per la storia francescana di F., in Atti e memorie d. r. Deput. d. storia patria per le Marche, 5^{\text {a }} serie, 4 [1941], pp. 57-66) e i Domenicani.

Analogamente alla religiosa, anche la storia civile di F. è conosciuta per il periodo del tardo medioevo. Sorta a libero comune dopo il Mille, la città cadde poi sotto il dominio dei Chiavelli che la governarono come vicari della S. Sede fino al sec. xv, quando si pose fine alla loro tirannia con lo sterminio dell'intera famiglia (eccidio dell'Ascensione 1435 in S. Venanza). La storia ulteriore della città e territorio ha una maggiore risonanza nel sec. xvi e ne fu governatore nel 1320 il card. Giulio de' Medici (Clemente VII; R. Sassi, L'umanista camerte Vecino Favorino governatore di F., in Studia Picona, 10 [1949], pp. 65-95); le successive vicende seguono quelle dello Stato pontificio fino all'annessione del 1860.

Monumenti. - F. possiede un notevole gruppo di chiese artistiche: S. Lucia di cui rimane gran parte della costruzione trecentesca (ca. 1360); abside, fianco sinistro e campanile (R. Sassi, Chiese artistiche di F., in Rassegna march., 7 [1928], pp. 45-53); nella cappella di S. Orsola e nel convento annesso sono vesti affreschi di scuola fabrianese del secc. xili-xv; fra le tavole preziose conservate è una Madonna col Bambino di Fr. Ghissi; la Cattedrale intitolata a S. Venanza; il primitivo tempio fu decretato, insieme al culto, dal Capitolo e popolo di Camerino (ca. 1046); rimane la caratteristica abside poligonale e, in ambienti tra questa e il coro, sono conservati affreschi di scuola locale; S. Agostino, ricostruita nel 1768, con portale ed affreschi del ' 300 ; nel territorio, il tempio di S. Vittore delle Chiuse è tra i più bei monumenti romanici della regione marchigiana. Al periodo del barocco appartengono, per trasformazioni avvenute in gran parte nel sec. xvir, le chiese: S. Niccolò, originariamente del sec. xili (R. Sassi, Chiese artistiche
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(101. Dab. int. sass.
Fabriano, diocesi di - S. Antonio Abate e decesi, tavola di A. Noci (seconda metà xiv sec.) - Fabriano, Pinacoteca.
di F., in Rassegan march., 8 [1930], pp. 269-82). S. Biagio, dei Camaidolesi, ricostruita nel 1657: vi si conserva il corpo di s. Romualdo traslatori nel r 380 . S. Benedetto, originariamente del sec. xili, dei Silvestrini : fu anche sede primitiva della nota Contraternita del Gonfalone (1383); S. Venanzo (cattedrale) e S. Lucia (S. Domenico).

La patria di Gentile da F. ebbe una fiorente scuola di artisti (secc. xili-xv) di tradizione giottesca, sui quali domina il pittore Allegretto Nusi (1315-73): la più regguardevole raccolta delle sue tavole, insieme con altre pregevoli, si conserva nella Pinacoteca civica (L. Serra, La Pinacoteca civica e il Museo degli orozzi di F., Fabriano 1921). Gli Archivi comunale e capitolare di S. Venanza posseggono prezioso materiale di storia medievale a monastica. - Vedi tav. LXIV.

Biol.: P. Fr. Katu, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909. pp. 123-25; Capociletti, VII, p. 633 sE.; L. Serra, L'arte nelle Marche, Pesaro 1929: B. Molaioli, Guida artistica di F., Fabriano 1937: Corrinemi, I, coll. 1097-98. Sondrio Prose

FABRICIIIS, JOHANN ALBERT. - Grande erudito, n. nel 1668 a Lipsia, m. nel 1736 ad Amburgo, dove coprì le funzioni di bibliotecario e direttore del Ginnasio accademico.

Pubblicò la Biblioteca Graeca ( 14 voll., Amburgo 1705 -28; 4^{°} ed. di G. Ch. Marles, in 12 voll., lvi 17901806); l'Index (Lipsia 1838); la Bibliotheca Latina (3 voll., Amburgo 1697); il Codex apocryphus Veteris Testamenti

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(1 voll., ivi 1703-39): il Codex pseudepigraphus Veteris Testamenti (2 voll., ivi 1713; 20 ed., ivi 1722-23); S. Hippolyti episcopi et martyris opera (I-II, ivi 1716-18). Il F. cursva anche una edizione di Filastrio, De haeresibus (ivi 1721).

BbL.: H. I. Reimarus, Commentatio de vita et scriptis I. A. Pabriti, Amburgo 1787; Allgemeine deutsche Biographie, V, pp. 1518 -21.

Erik Peterson
FABRIS, Lurci Maria. - Sacerdote, n. a Vicenza il 6 dic. 1803, m. ivi, il 10 giugno 1887 . Fondatore dell'Istituto dei Figli della carità, diresse fino alla morte l'asilo infantile di carità, occupandosi insieme dell'educazione dei sordomuti. Patriota, offri alla patria nel 1848 la medaglia d'oro di benemerenza concessagli dal governo austriaco ed indirizzò ai suoi concittadini due nobili lettere a stampa. Lasciò vati scritti, tra cui un Diario sacro perpetuo per la città e diocesi di Vicenza (Thiene 1860 ).

BbL.: S. Rumor, Gli scrittori vicentini del sec. XVIII-XIX, in Miscellanea di storia uente, 2^{2} sectio, 11 (1905), pp. 247-48.

Niccolò Del Bu
FABRO, Antonio (Faber Antonius, Antoine Faivre). - Giurista francese, n. a Bourges en-Bresse il 4 ott. 1537, m. a Chambéry il 10 marzo 1624. Allievo dei Gesuiti, poi si addettava in giurisprudenza all'Università di Torino. Fu quindi avvocato a Chambéry, poi giudice in varic località e alla fine membro e presidente del Senato di Chambéry a governatore della Savola.

Appertenne all'indirizzo dogmatista della scuola dei culti s, come dimostrano la sua Jurisprudentia Popinianm, i Rationalia in Pannlectas (Lione 1639-63) i Coniecturarum turis civilis II. X X (ivi 1661), ma soprattutto lo scritto De erroribus pongmaticarum et interpretum turis (ivi 1298) nel quale critica le opinioni fondate su erronee interpretazioni, dovute all'indirizzo pratico della glossa e del barzelino. Opera pratica dovuta alla sua attività di magistrato rappresenta invece il Codex Fabrianus definitionum (ivi 1610), raccolta ragionata degli a arresti s del Senato di Chambéry.

BbL.: Edic.: Opera Omnia, Lione 1658-81. Studi: A. Allard, Histoire de la justice criminelle du XVIe siecle, Parigi 1869, pp. 482-48; S. Rivier, Introducl. histor, an droit romain, ivi 1872, p. 303.

Antonio Rosa
FACCHINI, Elia, beato. - N. a Reno Centese (Ferrara) il a luglio 1839, m. in Cina a Tai-Yuan-fu (Shansi) il 9 luglio 1900 , vittima della persecuzione dei Boxers. Vesti l'abito francescano nel 1854 e nel 1868 però missionario alla volta dello Shansi (Cina).

Esercitò dapprima il ministero a Ta-tong-fu, ma fu ben presto richiamato quale rettore del Seminario indigeno di Tai-yuan-fu. La sua missione fu quella di educare nel Seminario in cui, dopo una pausa a Tong-eul-kon quale primo superiore del convento francescano ivi eratto da mano, Grassi, spese i 30 anni della sua vita missionaria, modello più che maestro ai suoi giovani, dei quali a gli furono compagni nel martirio. Fu beatificato da Pio XII il 21 nov. 1946.

BbL.: G. Ricci, Barbarie e trionfi, 2^{2} ed., Firenze 1909, pp. 227-518; id., Acta Marterum Sinemiam, Quaracchi 1911, preasin (v. indice); C. Silvestri, La testimonianza del sangue, Roma 1943, pp. 107-24 e 415-514.

Alberto Chinato
FACCIOLATI (Fasolato), Jacopo. - Erudito italiano, n. a Torreglia, sui Colli Euganei, il 4 genn. 1682, m. a Padova, il 26 ag. 1769 . Seguendo la vocazione sacerdotale, conseguì il dottorato in teologia nel 1704. Fu professore di greco, di latino, di teologia per parecchi anni nel Seminario di Padova e nel 1723 fu chiamato alla cattedra di logica dell'Università patavina. Mantenne corrispondenza con i più illustri eruditi del tempo: fra gli altri con il Lagomarzino, con il Maffei, con il Muratori e con il card.

Stefano Borgia. Ebbe fra i suoi allievi e collaboratori il Forcellini (v.) che avviò alla compilazione del Lexicon.

Fra i suoi scritti sono dagli di ricordo : le correzioni al Calepinus (Padova 1708), l'Ortografia moderna italiana per uso del Seminario di Padova (ivi 1718) e l'ampliamento dell'Apparatus Ciceronianus del Nizolius (ivi 1734) per le quali opere si giovo dell'aiuto del Forcellini; De optimis studiis orationes X (ivi 1723); elcroases dialecticae (ivi. 1726); Il giovane cittadino istratto nella scienza civile (ivi 1740); De gymnasis Palacino syntagmata (ivi 1752); Fasti gymnasti Palacini (ivi 1797); Vinitica teologica (ivi 1763 : ed. che raccoglie anche scritti precedenti sullo stesso argomento). Particolare fortuna ebbero alcuni suoi commenti a Cicerone: le orazioni pro Rancio e pro Quintio (ivi 1723), il De officiis (Venezia 1747), un corpus di opere filosofiche (Padova 1753).

Mareli al F. la penetrazione del filologo e l'ampia visione dello storico: ma ebbe innato il gusto umanistico della lingua classicheggiante, che si manifesta con particolare evidenza nelle sue orazioni latine. Diversi scritti inediti si trovano presso il Seminario di Padova.

BbL.: J. B. Ferrari, Vitae illustrium virorum Seminarii Palacini, Padova 1799, pp. 49-77; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, I (vi 1834, pp. 314-83; N. Tommison, s. 1. in E. De Tinsldo, Biografic degli italiani illustri, VIII, Venezia 1841, pp. 231-49.

Alessandro Pratesi
FACHIRO (franc., ingl., spagn.: fahir; red.: Fahir). - Dall'arabo faqir a povero s; il nome è praticamente attribuito in India agli asceti mendicanti di tutte le setre, che cercano di acquistare la santità con penitenze e contemplazioni, generalmente seguendo il metodo yoga. Conosciuto fin dal sec. xviri per i racconti dei viaggiatori e dei missionari, il fachirismo assunse una certa importanza negli ultimi 80 anni, soprattutto ad opera del a movimento teosofico s; accolto favorevolmente negli ambienti spiritico-occultisti, ebbe qualche eco negli studi di metapsichica (v.).

Stando alle relazioni dei testimoni oculari, i fenomeni prodotti dal f. potrebbero classificarsi in quattro categorie. a) Azioni su se stesse: immobilità e localnerabilità. Il f. è capace di adagiarsi su letti di punte acuminate, oppure di camminare su rottami toglienti o sul fuoco, senza manifestare sensazioni dolorifiche, o corrispondenti lesioni (P. Joire, p. 66 sg.; H. Price, p. 401 sg.); levitazione (O. Leroy, p. 19; P. Joire, p. 76 sg.; C. Godard, p. 41); sospensione della vita, giungendo a farsi seppellire per un tempo nonerso le in stato di morte apparente, arrestati i moti del cuore e del respiro (P. Joire, pp. 63, 65; C. Godard, p. 44 sg .) - b) Azioni su altri viventi : accelerazione della crescita di animali (esperienza delle uova di poece) e vegetali (C. Godard, pp. 41-42). - c) Azioni sulla materia : telecinesia, cioè moto impresso a distanza a un oggetto (C. Godard, p. 40 sg .; P. Joire, p. 73 sg .); espe-tricè o s guinco della corda s, prestigio descritto spessissimo dai folkloristi anglo-indiani, per cui lo spettatore vede svanire misteriosamente nello spazio il f. arrampicantei lungo una corda tesa verso l'alto, senza punto d'appoggio o di sospensione (R. Schmidt, pp. 167-68; L. Massignon, I, p. 82; C. Godard, p. 43; H. Price, p. 362 sg .). - d) Azioni nell'ambito del mondo psichico: chiaroveggenza (C. Godard, p. 41; P. Joire, pp. 74, 76, 77); apparizioni fantomatiche ed evocazioni di morti (C. Godard, p. 40; P. Joire, p. 74).

Questi prodigi, oltre che agli asceti indiani, sarebbero, almeno in parte, comuni ai «contemplativi buddhisti» della Cina (L. Wieger, pp. 90, 426, 482, 632; O. Leroy, p. 21 sg .); ai a mitici musulmani e (O. Leroy, p. 22; M. Asin Palacios, p. 40; J. P. Brown, pp. 230, 255; L. Massignon, I, p. 263; C. Godard, p. 52); al a magismo a dei popoli primitivi (E. Bozzano, passim; P. Joire, p. 77 sg .; C. Godard, p. 54 sg.; V. Heiser, pp. 349-50); al a medianismo a moderno (v. METAPSICHICA).

L'importanza di questi fenomeni e delle teorie escogitate per chiarirne l'intima causa, sarebbe grande se

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l'esistenza dei fenomeni stessi, almeno dei più notevoli e straordinari, fosse scientificamente accertata. Non è prudente dubitare di tutto in blocco : convinzioni protratteo per si lunga tempo e da tanti condivise, debbono pur avere qualche fondamento. Ma, proprio per quei fatti che nel fachirismo sarebbero i più prodigiosi, manca oggi la certezza scientifica. I documenti, che potrebbero sembrare i migliori, non valgono molto, perché troppo pochi, insufficientemente descritti, privi di dati essenziali per il controllo delle testimonianze, raccolti spesso da autori screditati (p. 12., lo Jazalliot). Suntomo grave contro l'autenticità dei fatti più straordinari e che, alla critica dei moderni viaggiatori, essi si sono dimostrati o inesistenti o dovuti a frode; i fenomeni più semplici non appaiono superiori alle forze naturali, e possono essere riprodotti, come realmente lo furono, da chiunque disponga di sangue freddo e sufficente esercizio. In particolare, il rapetristi pare assodato sia un trucco (L. Roure, op. cit. in bibl., III, coll. 163-64; H. Price, p. 371 sg .); il "prodigio del fuoco" sembra invece autentico. Esso accade certamente presso i primitivi d'Oceano (V. Heiser), ma allo stato presente della scienza non è spiegabile con cause naturali : il ricorso al fenomeno di "calefazione" non basta, che l'imponenza dei fatti richiederebbe tale produzione di sudore dal corpo da oltrepassare di gran lunga le possibilità, anche esagerate, della natura umana; né durante i fenomeni, dai corpi degli attori si sviluppa vapore di sorta. Piuttosto, la circostanza che i fatti avvengono soltanto durante riti magici, inclinerebbe ad ammettere la preternaturalità della causa, esaurivendo il fatto ad asione del demonio. La "morte apparente", con relativo seppellimento, probabilmente è un trucco: le relative narrazioni, infatti, sono contradditorie (C. Godard, p. 48; J. De Bonniot, pp. 172-74); comunque, se vero, il fatto potrebbe, secondo alcuni attribuirsi a quelle medesime cause, o analoghe, capaci di dar luogo al letargo e ad altre forme di vita latente di parecchi animali invertebrati e vertebrati. Casi di morte apparente sembrano esser stati osservati anche nell'uomo (J. B. Ferreres).

Concludendo, i fenomeni del fachirismo, considerati nella loro generalità e sostanza, sono ancora sub indice; potranno divenire oggetto d'indagine scientifica solo quando si potrà, finalmente, disporre di un materiale sufficientemente ampio, degno di fede, ben descritto.

Bra...: R. Houdin, Confidences et révalations, Parigi 1888; L. Jazalliot, l'ayage au pays des fables charmeses, ivi 1883; P. Gibier, Le spiritisme. Falsirisme accidentel, ivi 1889; A. Boulon, Ueber psychische Beobachtungen bei Naturvölkern, Lipsia 1890, p. 20 sg.; J. De Bonniot, Le miracle et ses contraignos, Parigi 1895; A. De Rochas, Recueil de documents relatifs à la lévitation du corps humain, ivi 1897, p. 8 sg.; C. Godard, Le fablirisme, ivi 1900; R. Schanidi, Fobire and Fablition, Brelino 1908; P. Joire, Les phénomènes psychiques supernormaux, Parigj 1909; A. Grezza, Studio sulla morte apparente e la morte reale, Roma 1913; M. Asta Palacios, La miallone d'al-Gazadit, Lovanio 1914; H. Oldenber, La Bouddha, sa vie, sa doctrine, sa commentati, Parigi 1921; L. Massignon, La passion d'al-Husayy-ibn, Mawson al-Hallaj..., ivi 1922; L. Wieger, Histoire des croyances religieuses et des opinions philosophiques en Chine, Mienblen 1922; M. F. Ossandowski, L'homme et le mystère en Asie, Parigi 1929; L. Roure, Fobire, in Dictionnaire des connaissances religieuses, III (1926), coll. 182-84; J. P. Brown, The dervisher or oriental spiritualism, Oxford 1927; T. K. Oesterreich, Les possédés, La possession démmniague chez les primitifs, dans l'antiquité, au moyen âge, et dans la civilisation moderne, trad. franc. di R. Sudre, Parigj 1927; G. Leroy, La idvitation, ivi 1908 ; J. B. Ferreres, Le muerte real y la muerte aparente con relación a los Santos Sacramentos..., Barcelona 1930; H. Price, A cuesta degli spiriti, Milano 1937; V. Heiser, L'odissea di un dottore americano, trad. it. di P. Monaci, Firenze 1939; E. Bassano, Papali primitivi e manifestazioni supernormali, Verona 1946.

Alighiero Tondi
FACOLTÀ. - Principio prossimo immediato di attività nell'essere vivente. Esprime i concetti di potenza, energia, forza, capacità.

La dottrina delle f., quale la presenta la filosofia tradizionale, può essere dedotta da un quadruplice ordine di considerazioni: a) l'anima non è sempre attiva, conscia; suppone quindi la realtà di forze che da una relativa inerzia la inducano al-
l'azione; b) i nostri sensi parimente agiscono secondo dei ritmi discontinui; c) le nostre azioni sono di differente e spesso discorde natura se paragonate a vicenda; d) nonostante questa poliedrica e intermittente attività noi sperimentiamo una convergenza nell'unità del principio cui attribuiamo ogni nostra azione spirituale, sensibile, o vitale. S. Tommaso (Sum. Theol., 14, q. 78, a. 4) e s. Bonaventura ( i Sent., d. 3, p. 2, a. 1, q. 3 ad 3) definiscono le f. come "principium proximum et immediatum operationum animae». Non consegue da questa definizione che le f. tutte risiedano esclusivamente nell'anima. Mentre essa è la sede unica delle potenze inorganiche (intelletto e volontà), l'intero compoco umano è soggetto delle f. che si esercitano per mezzo degli organi (Sum. Theol., 15, q. 77, a. 5 e Quaest. disput. de animo, a. 12 ad 16 ).

In quanto potenzae le f. hanno un intrinseco rapporto o tensione all'atto, e questo atto è differente secondo l'oggetto. La diversità degli atti e degli oggetti pone il fondamento della distinzione e della molteplicità delle f. (Sum. Theol., loc. cit., s. 3), che invece Sesto ripone nella formalità propria delle singole potenze (Quodl., q. 13, n. 39). La classificazione aristotelica (De anima, II, 3) ammette cinque generi di f. : la f. vegetativa ( \dot{\text { ( }} eentraesv), l'appetitiva ( \dot{ε} ε ε τ τ ε \dot{ε} v ), la sensitiva ( \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} τ τ ε \dot{ε} v ), la locomotiva ( \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} τ ε \dot{ε} v ), l'intellettiva ( \dot{ε} \dot{ε} τ ε \dot{ε} v ). Gli scolastici accettarono, senza apportarvi rilevanti modificazioni, la classificazione dello Stagurta. Ecco lo schema delle f. secondo s. Tommaso: potenza vegetativa, tripartita in nutritiva, aumentativa e generativa; sensitiva, specificata in cinque sensi esterni (vista, udito, odorato, gusto e tatto) e quattro interni (senza comune, fantasia, estimativa e memoria); appetitiva, che si duplica in sensibile e razionale (volontà); locomotiva o motrice; intellettiva per le cognizioni che superano la sfera della sensibilità. Le classificazioni delle f. in attive e passive, superiori e inferiori, sono inutilive, cosi da non richiedere spiegazioni.

Anmessa la definizione secondo la quale le f. sono principi per mezzo dei quali l'anima opera, è evidente la necessità di stabilire tra queste e quelle una distinzione. Controversa ne è però la natura. Alberto Magno, Tommaso, Egidio Romano, Vásquez, Suárez e più genericamente i tunisci difendono le distinzione reale, facendo proprio il principio dell'Angelico: "Cum potestio animae non sit eius essentia, oportet quod sit accidens (Sum. Theol., 17, q. 77, a. 1 ad 3). Sesto invece con la sua scuola (probabilmente anche s. Bonaventura), nell'intento di salvare l'unità dell'anima, che gli sembra compromessa nell'opinione opposta, asserisce che tra anima e f. intercede soltanto la distinzione formale (Ossm., II, d. 16). Occam e nominalisti infine, sostenendo l'identità reale tra la sostanza e gli attributi, ammettono fra anima e f. una semplice distinzione di ragione.

Distinto a vicenda, le f. hanno una loro gerarchia, un ordine di priorità e dignità. Gerarchicamente le f. vegetative sono subordinate a ordinate alle sensitive a queste alle razionali. Quanto alla priorità, essa può essere riguardata sotto un duplice aspetto: temporale-storico e empirico. Sotto il primo aspetto si sottolinea la differenziazione funzionale successiva delle f., cosi che il neonato offre un tipico predominio delle potenze vegetative, cui presto s'inserisce la sensibilità affettiva e motorica, mentre l'esercizio pieno dell'intelligenza e del valore coincidono con uno stadio ulteriore dello sviluppo corporale. Sotto l'aspetto empirico si considera la priorità nel significato di predominio e cioè si ricerca quale tra le f. imperi nella vita dell'uomo adulto medio. La risposta è relativa allo psichismo individuale : a seconda della prevalenza della sensibilità, dell'intelligenza o della volon-

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tarietà si avrà un predominio direttore-operativo della f. corrispondente. Finalmente la dignità delle potenze ha dato luogo alla controversia scolastica tra intellettualisti e volontaristi. Anche qui le due tendenze si polariziano rispettivamente verso s. Tommaso e Scoto. L'Angelico, aristotelico, scrive : "Si ergo intellectus et voluntas considerentur secundum se, sic intellectus eminentior mventur" (Sum. Theol., 14, q. 82, a. 5), e prova il suo intellettualismo sia dalla maggior nobilità dell'oggetto, sia dall'influsso che la ragione esercita sul volere. Scoto, sulle tracce di a. Agostino e di a. Bonaventura, difende il primato della volontà, fondandosi principalmente sulla maggior eccellenza dell'amore di Dio in confronto della sua conoscenza e sulla funzione direttrice che esercita la volontà sull'autorità intellettuale (Guse., IV, d. 49, q. 4). - Non convenit in parte intellectiva hoc imperare nisi voluntati" (loc. cit., d. 14, q. 2, n. 3).

La filosofia moderna fin dal suo esordire ha rifiutato la concezione scolastica delle f. Descartes, identificando l'essenza dell'anima con il pensiero, annullò ogni distinzione tra quella e le sue potenze. Spinoza e i monisti rigettarono formalmente le f. Leibniz le ridusse a possibilità. Il più noto tra gli avversari della dottrina delle f. è Herbart, che però non la impugnò nella sua formulazione classica (ch'egli dichiara "psicologia mitologica "), bensì in quella assunta da Kant, che classifica le f. in rappresentative, affettive e conative. Anche Beneke nega la loro realtà di forse psichiche originarie e distinte, riducendole ad abitudini acquisite.

Un posto singolare nella moderna interpretazione delle f. è riservato alla scuola scozzese che, partendo dall'analisi dei fatti psichici e dalla constatazione della loro molteplicità, ammette una serie di attitudini o capacità, cause della specifiche manifestazioni della vita conscia. Ma se anche, in polemica contro gli associazionisti, Reid e seguaci affermano vigorosamente l'esistenza delle f. e dell'anima, tuttavia reputano che studiare la natura di questa non spetti alla psicologia, la quale deve occuparsi delle sole realtà che ci è dato conoscere empiricamente, cioè operazioni e f.

Foullée, Renouvier, Ribot, ecc., premendo sull'unità della funzione psichica, ignorano le f. nel senso tradizionale. Così ancora, per coerenza sistematica, sono esse rifiutate dai positivisti, che con Prulsen riducono le potenze a forme di pensiero, e dai difensori del dinamismo (v.), che identifica integralmente l'energia con la realtà.

Bisc.: Oltre le opere citate, cf.: A. Garnier. Traité des facultés du Fóme. Parigi 1830; W. Hamilton. Lectures on metaphysics and logic. Londra 1830-60; I. Taine. De l'intelligence. Parigi 1870; C. Gutberlet. Der Kampf um die Seele. Magonza 1809; J. Goyez. Leiribati des allgemeies Physiologie, 4 e ed., Münster in West. 1920; A. Rosvadovski. Distinctio potentiamm a substantia secundum doctrinam s. Thonne, in Gregorianum, 16 (1915), pp. 272-81.

FACOLTÀ QUINQUENNALI : v. QUINQUENNALI, FACOLTÀ.

FACOLTÀ UNIVERSITARIA. - L'espressione può essere spiegata storicamente in due sensi. Secondo il primo e più semplice si intendeva per f. la licenza (facultas) ubique docendi; ma il termine è passato poi a disegnare il complesso di insegnamenti a proposito dei quali la facultas poteva essere conferita.

È da avvertire altresì che il termine "università" non indicava l'insieme degli insegnamenti impartiti in più rami dello scibile, albbene la corporazione organizzata degli studenti e dei professori (corpus, collegium, materias, consuntias, consortium o universitatis consortium o anche communis consortium a semplicemente universitas scholarium a magistrorum).

Il termine f. venne in seguito, e specialmente per influsso dell'organizzazione scolastica degli studi, ad indicare l'insieme degli insegnamenti relativi ad un particolare settore a arte. Così per il diritto diviso in civile e canonico, così per la grammatica, retorica, filosofia, così anche per la teologia, la medicina o fisica. In questo senso il termine facultas è correlativo all'altro di collegium. L'organizzazione dei dottori, docentes di una stessa branca di cultura, era pure indicata cosi : si annoveravano il collegium iuridicum, il collegium medicinae a simili.

Questi collegi potevano essere separati e formare una università di per sé. Secondo il concetto della università degli studi di oggi potevano sembrare incompleti. Più spesso una stessa universitas si ripartiva in settori interni, a cui corrispondevano altrettanti collegi o fundiates predisponendosi cosi il concetto più moderno di universitas studiorum. Le varie f. o collegi avevano i propri dirigenti e una certa autonomia interna nell'ambito della universitas. Tipica è la divisione di questo genere che si trova nell'Università di Padova fin dai tempi più antichi della sua storia. Anche Bologna al primitivo nucleo per l'insegnamento del diritto (sess o facultas iuridica), aggiunse altre artes nei primi del ' 2000 o f. per la medicina e per la filosofia.

Bisc.: C. F. Sariens. Storia del diritto romano nel medioevo. vers. iv., II. Torino 1830; H. Denifle. Die Universitäten des Mittelalters bis 1400. I. Berlino 1882; H. Rashidali. The Universities of Europe in the middle ages, a voll., Oxford 1804. S. d'Jescy. Hist. des Universités françaises et étrangères des origines à nos jours. I. Patioi 1922. pp. 142-72. Antonio Rota

FACONDO di Erminia. - Vescovo africano del vi sec. Quanto si sa di lui è strettamente connesso con la parte ch'egli sostenne nella questione dei Tre Capitoli, dei quali fu uno dei più strenui e tenaci difensori, impiegandovi le sue doti di vigoroso polemista e di profondo conoscitore dei Padri greci e latini.

Vescovo di Erminia nella Bisacene d'Africa, si recò a Costantinopoli quando ferveva la controversia, e là, invitato da altri vescovi, scrisse fra il 548 e il 548 la sua opera maggiore: Per defensione Trium Capitulorum Concilii Chalcedonensis libri XII ad Iustinianum imperatorem. Preso atto che l'imperatore - accettando la proposizione che una delle Persone trinitarie ha sofferto nella carne, ed inoltre la maternità divina della Vergine e l'unione delle due nature in Cristo - è nella vera Fede, cerca di dimostrare che gli oppositori dei Tre Capitoli, eutichiani e origenisti, si servono della questione come d'un pretesto per scalzare l'autorità del Concilio di Calcedonia, e difende energicamente gli uomini e gli scritti incriminati, soffermandosi a lungo su Teodoro di Mopononia e Hibâ di Edessa, mentre Teodoreto di Ciro è solo brevemente menzionato. Insiste, a tale intento, su alcuni principi : dovere dei vescovi d'illuminare nella Fede i principi e di questi di sottomettersi all'autorità dei vescovi in materia di Fede e di morale; irreformabilità delle decisioni prese da un concilio; illegoltà d'un procedimento contro i morti, su cui la Chiesa non ha giurisdizione; ingiustizia della condanna pronunciata contro una persona per qualche sbaglio occasionale e della tacita di eretico attribuito a chi non fu pertinace nell'errore. Prima che quest'opera fosse compiuta, giunse a Costantinopoli papa Vigilio, che richiese a 70 vescovi una relazione scritta sulla questione. F. redasse in sette giorni un riossunto dell'opera che aveva per mano, in oltre 7000 righe, che andò perduto. Quando, con il Indicatum dell' 21 apr. 548 , Vigilio condannò i Tre Capitoli - condanna confermata, dopo forti contrasti del Papa; con Clustinians, dal Concilio Costantinopolitano del 553 - F., con la maggior parte dell'episcopato africano, si seporò dalla comunione con i vescovi orientali e con il Papa. Sostenne questo punto di vista, verso il 371 , mentre stava nascosto per sfuggire alla persecuzione imperiale, n