ifisi, che merita il nome di "tutore dell'infanzia", per mezzo di un ormone anti-gonadotropo, impedisce lo sviluppo pubertile a la differenziazione sessuale; da c.. il decimo anno di età, in rapporto al prepatorsi ed al successivo svolgersi dello sviluppo sessuale dell'individuo, la glandola subisce un processo naturale di atrofe e di regressione funzionale. A conferma di ciò sta il fatto che l'estipazione sperimentale dell'epifisi negli animali, a la sua distruzione prima del decimo anno di vita nell'uomo, per opera di lesioni morbose che la colpiscono, particolarmente tumori, conduce a esagerato sviluppo corporeo e a pubertà precoce (microgenitosomia pineale, ipergenitalismo) con graduale crescente piena comparsa dei caratteri sessuali primari a secondari, comparsa delle mestruazioni nelle bambine anche nei primissimi anni della vita. Sembra che i preparati d'epifisi riescano utili nella schisoforma e sono capaci di rendere più attiva la crescita dei capelli.
L'epifisi protegge l'esistenza del timo, condannato per essa a graduale atrofia per lo svolgersi dell'attività delle (glandole sessuali; è in opposizione funzionale con la porzione anteriore dell'ipofisi, le glandole sessuali, la tiroide, la corteccia surrenale.
VIII. L. TTLG. - E anch'esso glandola propria dell'età gionatale, come dimostra la progressiva diminuzione del suo peso relativo, man mano ci si avvicina alla pubertà, epoca in cui rapidamente va atrofizzandosi; è situato nel mediatino anteriore, compreso nel timore tra lo sterno, il cuore, le due superfici interne dei polmoni; in linguaggio comune vien detto "animella"; Galeno lo considerò la sede del coraggio e delle emozioni.
Mentre la porzione interna del timo è formata da tessuto linfoide, affine alle glandole linfatiche, la porzione midollare (corpi di Hassel) è quella veramente endocrina, produttrice dell'ormone timico, che, pur non ancora sicuramente isolato a identificato dal punto di vista chimico, è conosciuto empiricamente nelle sue azioni: espressione della fase anabolica del ricambio, principalmente nei riguardi del glucosio (collaborazione con l'insulina), con accrescimento della massa corporea, particolarmente nei periodi di "turgor" della vita endouterina e prepuberale (v. era della vita). In collaborazione con la vitamina mathrm{D}_{2}, l'ormone timico facilita da parte dello scheletro l'assunzione del caldo e del fosforo; affiancando e proteggendo l'azione dell'epifisi, fa da remoto allo sviluppo puberale delle gonadi, in opposizione funzionale, quindi, con la porzione anteriore dell'ipofisi, le glandole sessuali, la corteccia surrenale. La funzione esagerata del timo (sindrome ipertimica costituzionale di Pende) conduce, in larga percentuale ( 45 \% ) alla criptorchidia (v.); provoca un eccessivo sviluppo corporeo (pserotomia) e dell'alipe, con caratteristiche puerili somatiche, sessuali, psichiche; esagerazione dello stato linfatico infantile (vegetazioni adenoidi, ipertrofia tonsillare e della milza, facilità alle forme assudative cutanee, ecc.). Al contrario, l'estipazione della glandola negli animali giovani o il suo deficente sviluppo nel fanciullo, produce arresto dello sviluppo corporeo particolarmente per l'altezza, difetto di calcificazione della ossa che rimangono molli e pieghevoli.
L'ormone timico, nei riguardi del sistema neurovegetativo, l'azione eccito-vagale, in opposizione a quella simpaticotropa dell'adrenalina; nell'ipertiroidismo (mortio di Flejani-Basedow) si ha forte ipertrofia ed ipertensione timica, nel tentativo di controbilanciare lo stato ipersimpaticotonico e l'accentuazione della base catabolica del ricambio. Queste, le più importanti e meglio conosciute g. e., di altre si può soltanto intravedere l'esistenza o supporre la funzione.
IX. Conclusione. - Posto quanto si è detto, è da insistere sulla grande importanza della funzione dell'apparato endocrino per tutte le fasi dello sviluppo dell'organismo, dai primi momenti della vita endouterina in cui risente l'azione degli ormoni materni, successivamente, per opera dei
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propr, lungo il cammino ascendente dell'infanzia, l'adolescente, la giovinezza, nello stato d'equilibrio della maturità, di regressione della veechizia; cui, sia a favore delle manifestazioni inferiori delle vite vegetativa sia delle più elevate della vita di relazione, fino a quelle che accompagnano a sono strumento delle funzioni psichiche del sentimento, dell'intelligenza, della volontà.
Per i rapporti di collaborazione che con gli ormoni stabiliscono gli essimi ed elementi che purengono dall'ambiente vegetale (vitamine) e minerale (ioni metallici, minerali oligodinamici), l'organismo viene a trovarsi immenso, sostenuto, in qualche misura determinato da una complessa atmosfera di cause fisiche e biologiche che intrecciano e subordinano tra loro la vita del macrocosmo con quella microcosmica del nostro organismo. Quar- ^{text {stunque }} alcune di queste cause, particolarmente le vitaminsche e le minerali (e qui non bisogna dimenticare neppure quelle meteorologiche), fino a un certo punto spaccano in numero uguale su quel gruppo di organismi che vivono in un determinato ambiente, si vede come, nel fatto, ciascuno risponda diversamente, cosi da nacerne quella variabilità pressoché infinita dei vari tipi individuali morfologico-funzionali proprio degli esseri viventi. Ciò è dovuto all'azione e al mutuo equilibrio delle g. n. che, a guisa di "costellazione" (N. Pende), si stabiliscono in un determinato equilibrio per ciascun organismo; ciò è dovuto al terreno creditario su cui tutto il complesso di tali cause agisce, particolarmente sul tessuto che è all'apice della gerarchia organica, cioè su quello dei centri nervosi encefalici. "Se il terreno organico, se i vari tessuti, su cui la detta costellazione neurochimica regolatrice delle vita deve agire presentano alterazioni strutturali proficuiro ed acquisite, allora le azioni ormoniche, come quelle vitaminiche, non potranno avere una risposta normale da parte dei tessuti già abnormemente costituiti. Questo è il principio fondamentale da tenere presente soprattutto per la comprensione dei rapporti tra neuropsicopatologia ed endocrinologia o vitaminologia, e per le applicazioni delle cure ormoniche e vitaminiche alle malattie dello sviluppo, del ricambio, del sistema nervoso, della sfera psichica" (N. Pende, La scienza moderna della persona umana, Milano 1947, p. 93).
Bias.: N. Pende, Endocrinologia, Milano 1934; A. Caconi, Medicina interna, VI, Torino 1937, pp. 277-668; R. Scotti Douglas, Diagnostica funzionale endocrinologica, Milano 1937; H. Gerschmann, Malattie endocrine, trad. it., ivi 1938; B. Zondrè, Les affections des glandes endocrines et leur traitement, Parigi 1940; C. Frugoni, Diagnostica funzionale, II, Milano 1941, pp. 339-441; M. Messini, Terapia clinica, II, Torino 1944, pp. 1672-1723; H. Seire, Textbook of endocrinology, Montreal 1947; R. Greene, The practice of endocrinology, Londra 1948; I. Verzer, L'ardente der Inneren Sehretten, Licsial 1948; V. Patouan, La cortesia surrenale, in Reçuti propriati di medicina, 6 (1946), pp. 304-32; C. Palasio, Nuove conoscenze sulle fisiopatologie e clinica dell'ipofisi anteriore, ibid., pp. 233-38.
Giuseppe de Ninno
## ENDOGAMIA: v. ENGGAMIA.
ENDOR. - Città del territorio della tribù di Issachar, ma data alla tribù di Manasse (los. 17, 11). Sisara e labin «al torrente Cison furono disfatti presso E. " (Ps. 82, 11) : difatti E. chiude la pianura orientale percorsa dal Cison, nelle cui acque erano gestati i cedereri degli uccisi (Inde. 4, 7; 3, 21). Era sede della pitonessa o negromante, cui Saul, fatiosi condurre di notte e in incognito, chiese che evocasse Samuele: l'ombra del morto profeta apparve e confermò a Saul l'antica predizione, cui aggiunse quella dell'imminente catastrofe di Israele (I Sam. 28, 7-24).
Eusebio e Girolamo (Onomasticum) pongono E. a ca. 6 km . a sud del monte Thabor e vicino a Naim: dati cui risponda l'attuale Sndûr ( 450 ab.). E assista sulle pendici del piccolo Hermon, montagna di natura vulcanica. Molte caverne, silos e cisterne scavate nella roccia attestano l'antica importanza del luogo. Vi si notano un certo numero di antiche tombe a la sorgente da cui E. prende nome ( 8[ρ] e dôr). Da E. si gode una splendida vista sui
monte Thabor, da cui è separata da una larga pianura, e sulle vette vulcaniche del Gólán al di là del Giordano. Vincenzo M. Iacono
ENDRES, Joseph Anton. - Filosofo, n. a Untermeitingen (Germania) il 12 maggio 1863, m. a Bidingen il 19 genn. 1924. Discepolo di G. von Hertling, sacerdote nel 1887 , fu dal 1890 professore di filosofia nel Liceo di Ratisbono.
E. è noto specialmente per le sue ricerche sulla storia della filosofia scolastica. Opere principali: Geschichte der mittelalterlichen Philosophie (Kempten 1908), Thomas von Aquin (1910), Forschungen zur Geschichte der frühmittelalterlichen Philosophie (Münster 1913).
Bias.: M. Wiumann, s. v. in LThK, III, col. 67r. Anneliese Maier
ENEA. - Paralitico guarito miracolosamente da Pietro a Lidda, secondo Act. 9, 33 sgg. Il nome (Alséac), che si trova anche presso Flavio Giuseppe (Antig. Ind., XIV, 10, 22), portato da un giudeo, insinua che il nostro personaggio fosse ellenista.
Che fosse già cristiano è molto probabile: si trova presso i fedeli di Lidda; manca ogni accenno alla sua conversione, come conseguenza della grazia ottenuta, mentre si parla della conversione di "quelli che valero" (v. 35): Pietro gli rivolge la parola come ad uno cui sia nota la persona a la potenza di Gesù Cristo (v. 34).
Bias.: E. Leveque, Eucr. in DB, II, col. 1784; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, Paris: 1926. p. 305 s2.
Teodorico da Castel San Pietro
ENEA di Gaza. - Alla fine del Iv sec. si era formato a Gaza un nuovo centro di cultura artistica ed intellettuale. E. (ca. 450-534) svolgeva in questa città come filosofo cristiano un'attività comparabile a quella svolta da Clemente ed Origene una volta in Alessandria.
Perché discepolo del filosofo neoplatonico Ierocle distingue bene fra platenismo e cristianesimo, affermando nel suo dialogo Tesfranto l'immaterialità dell'anima, negando la sua preesistenza e combattendo la dottrina dell'eternità del mondo. E significativo che questo scritto cerca anche di spiegare la resurrezione dei corpi. Così la forma e la lingua platonica del suo scritto con deve ingannarsi sui carattere fondamentale cristiano del suo pensiero. Si sono conservate inoltre 25 brevi lettere di lui.
Bias.: Edizione del dialogo in PG 85, 871-1004, delle Lettere in R. Hercher, Epistolographi Graeci, Parigi 1873, p. 34 s2. Sulla sua filosofia cristiana: Emile Farsick, La philosophic humanistes ( = E. Bichier, Histoire de la philosophie. IV fascicule supplémentaire), Parigi 1949, p. 27 s2. Erik Peterson
ENEA di Parigi. - Vescovo e teologo, n. all'inizio del sec. Ix, m. a Parigi il 27 dic. S7o. Capo della Cancelleria di Carlo il Calvo, si distinse per la laboriosità e per il favore con cui trattava gli affari ecclesiastici ("fervor in divinis rebus": Epist. Guenilonis [inter epist. Lupi Ferrar.]: PL 119, 574).
Alla morte di Encarrado, il re presentò come candidato per la sede di Parigi E., che i vescovi della provincia di Sens volentieri accettarono (856). Appena eletto sottoscrisse quattro capitoli concernenti la predestinazione, intorno alla quale allora si svolgeva la vivace controversia provocata da Gattescafeo di Orbaia (v.). Partecipò ai numerosi concili, che in quell'occasione si tennero nel territorio di Carlo il Calvo. A nome dei vescovi della provincia di Sens, che erano stati invitati da papa Nicolà I a confutare le accuse di Fozio, scrisse un trattato Adversus Graecus in 210 capitoli (PL 121, 685-762). E una semplice compilazione di testi patriziati a difesa del Filioque, del celibato dei preti, del primato romano e di vari usi latini.
Bias.: anon., Notitia: PL 121, 681-84; M. Félibien, Histoire de la ville de Paris, I, Parigi 1722, p. 22; Hutter, I, col. 788; B. Heurtefiez, s. v. in DThC, V, col. 25; Flisbe-Martin-Priozz, VI, pp. 349-50. Antonio Piolanti
ENEA, Silvio Piccolomini: v. PIO II, PAPA.
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ENERGIA. - In genere significa attività, azione, potenza, forza. Nel suo significato tecnico, il concetto, definito appositamente dalla scienza, appare solo recentemente.
Aristotele in Met., IX, 8, 1050 a 22, determina la nozione di évépycce in relazione a évczkéycta. 'Evépycua (év épyca xîvca) indica attività o attualizzazione, mentre évrekéycta (év rékat éyctv) indica l'attualità o perfezione che risulta dall'attività e cioè la forma: zoóvqua évépycta kéyycta; aaxé ró épyov xai avrcalxa; xpóc zêy évrekéyycta (Met., IX, 8, 1050 a 22; cf. s. Tommaso in lume loc.). Tuttavia (H. Bonitz, Index Aristotelicus, Berlino 1870, 253 b, 46 sgg.) Aristotele adopera in genere évépycua e évrekéycta come sinonimi, per indicare atto o perfezione (Cf. W. D. Roas, Aristotle's metaphysics, II, Oxford 1948, p. 245). L'évépyeux, atto (detro generalmente anche del moto, xéopix; tuttavia in Met., IX, 6, 1048 b 18-36 xîvqoıs è opposto a évépycua, come atto imperfetto a attività immanente, perfetta) è inoltre concepito da Aristotele in opposizione alla δ óvquic, che è capacità, potenza, per spiegare la mutazione (Phyx., I, 8, 191 b 28; cf. Met., IX, 6 sgg .): ogni passaggio avviene dalla 86vquic all'évépycua: yexx( x éxkxu xîv êx roó ãovúux óvroc cîs ró évépycua 6v. (op. cit., XII, 2, 1069 b 13). L'evépyeux però è in sé prima della 86vquic: qxvepóv ùv: xpóvxpov évépyeux ãovúuxúc éyctv (op. cit., IX, 8, 1049 b 3). Siccome la materia óky è 86vquic (De An., II, 1, 412 a 9), anzi pura 86vquic (Met., VII, 3, 1029 a 20), è opposta all'évépycua (op. cit., VII, 13, 1038 b 6). Nell'aristotelismo medievale all'evépycua corrisponde l'atto, alla 86vquic la potenza, alla óky la materia.
La forma di e, che più immediatamente colpisce l'esperienza è l'e, di movimento, per cui un corpo in moto possiede una capacità di agire su altri corpi, urtando in essi. Aristotele, secondo il principio: "ogni cosa che si muove vien mossa da un'altra - (Phyx., VIII, 4, 256 a 3), pensa che questa capacità risieda nel motore e, quando questo non tocca più il mobile, nell'aria, la quale ha ricevuto dal motore la virtualità di spingere ancora il corpo (cf. Phyx., VIII, 10, 267 a 18 sgg.). Secondo Giovanni Filopono (Phyx., IV, 8; ed. Vitelli, Berlino 1888, p. 636), commentatore cristiano (sec. vi) questa virtualità risiede invece nel corpo stesso, causata bensi dal motore nella spinta iniziale. Nel medioevo Giovanni Buridano, basandosi anche su osservazioni sperimentali, riprese l'idea di Giovanni Filopono con la sua teoria dell'impero: quella virtualità detta "impetus", che risiede nel mobile e mantiene il suo movimento, e da cui dipende l'attività che esso esplica incontrando altri corpi, è una qualità che rimane sempre invariata, qualora non sia distrutta dall'esterno, a quindi continua a muovere indefinitamente (primo abbozzo della legge d'inerzia). Buridano fa un accenno sulla grandezza quantitativa dell'impeto: «Quanto plus est de materia, tanto illud corpus plus potest recipere de illo impetu et intensius, sicut etiam ferrum plus potest recipere de caliditate quam lignum vel aqua eiusdem quantitatis" (Phyx., VIII, q. 12). Altrove: "Movens imprimit moto non solum motum sed communiter aliquem impetum... Et quanto est motus velocior, tanto etiam fit ille impetus intensior" (De coelo, III, q. 2). La grandezza dell'impeto è dunque in proporzione diretta con la quantita di materia e con la velocità del mobile.
Descartes attribuisce a ogni corpo in moto una quantita di movimento, la quale è direttamente proporzionale alla sua massa e alla sua velocità ( = mv; Princ. Phil., II, n. 36; ed. C. Adam e P. Tannery, Parigi 1897-1910, VIII, p. 61); i corpi agiscono fra di loro solo per urto meccanico, con il quale si trasmettono una determinata quantita di moto. La quantita di moto totale, posta in atto dal Creatore all'inizio del mondo, permane identica: "Je tiens qu'il y a une certaine quantité de mouvement dans toute la matière créée, qui n'augmente ny diminue jamais; et que, lorsqu'un corps en fait mouvoir un autre, il perd autant de son mouvement qu'il luy en donne" (Conrespondence, ed. cit., V, p. 135). Questo è il primo passo verso la legge della costanza dell'e. Leibniz osserva che Descartes ha commesso un errore, error memorabilis
Cartesii (ed. L. Dutena, III, Ginevra 1768, p. 180 sgg.), quando afferma che la quantita di moto resta costante. Cio che resta costante, per Leibniz, è la quantitá de force: "Ainsi il ne se garde pas la même quantita de mouvement, mais il se garde la même quantité de force, qui doit être estimée par l'effet qu'elle peut produire" (ed. cit., III, p. 201). Questa quantita di forza viene detta da Leibniz "forza vivo" (ibid., p. 318) nome che è restato anche oggi; egli dimostra anche che la "forza viva" è proporzionale a mv { }⁰ (ibid., p. 181). Leibniz afferma dunque la legge della costanza dell'e.; conosce però solo c. meccanica. Ció si comprende ricordando che per Leibniz nel mondo fisico vige il meccanismo ed ogni attivita è per urto meccanico.
Durante il sec. xviI prevalse la concezione del calore come una vera sostanza, come un fluido che passa da un corpo ad un altro. Ma all'inizio del sec. xix B. T. Rumford e H. Davis dimostrarono la trasformazione dell'e. di movimento in calore. Da ciò risultava che non è esatta la legge della conservazione della forza viva, la quale invece si può trasformare in calore. Con ciò si arriva subito al principio odierno della conservazione dell'e. Ciò Leonardo da Vinci si era reso conto che nelle macchine a lavoro di resistenza cguaglia quello della potenza. E. Gallias aveva detto chiaramente che con le macchine non si può creare e. Il principio della conservazione dell'e. nel senso odierno è dovuto a J. R. Mayer, L. A. Colding, J. P. Joule, H. von Helmholtz. Il primo a parierne fa J. R. Mayer, in una pubblicazione del 1842 (J. R. Mayer, Bemerkungen über die Kröfte der unbelebten Natur, in Liebig's Annalen der Chemie, 42 [1842]). Egli afferma che esiste in natura una sola forza, la quale rimane sempre la stessa nei continui cambiamenti del mondo organico ed inorganico; e fa derivare questo principio della causalita: "Le forze sono cause e per conseguenza si può loro applicare pienamente il principio: "causa aequat effectum" (loc. cit., p. 233). Da ciò deduce che le forze sono "oggetti indistrutribili, cangianti, imponderabili" (loc. cit., p. 234). J. P. Joule determinò sperimentalmente la relazione numerica tra c. meccanica e calore; egli però, e cosi pure A. Colding, è convinto del principio per ragioni a priori. Anche H. von Helmholtz si appolla al principio di causa per stabilire il principio della conservazione dell'e.; in particolare egli lo dimostra basandosi sull'impossibilità del tanto perpetuo. Inoltre, con la sua interpretazione puramente meccanica del principio, contribuì a rafforzarlo.
Nel 1824 Sadi Carnot e piú tardi R. Clausius travarono il secondo principio della termodinamica, per mezzo del quale si può definire l'entropia di un sistema (v. termologica). Si dimostra che dentro un sistema termicamente isolato, in tutte le trasformazioni irreversibili, cioè, di fatto, in tutte le trasformazioni reali, l'entropia aumenta. Cio vuol dire che l'e. termica del sistema degrada, cioè si livella. E siccome ogni e. si può trasformare in calore, tutte l'e. del sistema nella sue trasformazioni va livellandosi. Cio conduce ad un livellamento generale dell'e., che tende a distribuirsi uniformemente in tutto l'universo sotto forma di calore. Dalle leggi dell'entropia si deduce che il mondo si evolve verso uno stato di massima entropia, in cui tutte le e. saranno trasformate in calore e le tempestuare dei corpi saranno eguali. La concezione statistica dell'entropia tempera un poco questa conclusione.
Ponendosi nel campo puramente fisico contro il meccanicismo imperante, G. Ostwald sconfinò nella filosofia fino a costituire, con il concetto di e., un sistema metafisico, l'energetismo. L'energetismo elimina innanzi tutta la materia: "Le taracitre distincti" de l'energétique est l'abandon du diadisme qui a regné jusqu'ici entre la matière et l'énergie: celle-ci prend la place du concept le plus général" (G. Ostwald, L'évolution d'une science, la chimie, Parigi 1910, p. 313). "En analysant la matière, en en déterminant les parties composantes, nous sommes arrivés à voir qu'elle constitue une notion superflue" (G. Ostwald, L'énergie, (vi 1910, p. 171). La materia è infatti un complesso di tre proprietà : estensione, peso e massa. Queste proprietà sono tre fattori dell'e., la cui
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ossione è indispensabile, affinché le cose di questo mondo possano costituire un oggetto di esperienza. Dunque ogni corpo è un complesso di c. (G. Ostwald, Vorlesungen über Naturphilosophie, Lipsia 1905, pp. 170, 171, 180, 181). Esiste solo e., che è la vera, unica realtà: "Die Energie ist die allgemeinste Substanz, denn sie ist das Vorhandene in Zeit und Raum, und sie ist des allgemeinste Accidens, denn sie ist das Unterschiedliche in Zeit und Raum "(G. Ostwald, op. cit., pp. 146-45). Noi conosciamo il mondo per mezzo di sensazioni, che sono differenze di e. (cf. G. Ostwald, La déruate de l'intondime contem. ponia, in Revue générale des sciences, 6 [1896], p. 956). Ogni fenomeno è spostamento di e. nello spazio o cambiamento di forma dell'e. "On entend par énergétique le développement de cette idée que tous les phénomènes de la nature doivent être conçus et représentés comme des opérations effectuées sur les diverses énergies" (G. Ostwald. L'inergie, p. 119). I processi energetici hanno la loro importanza anche nella vita psichica, sociale e culturale. Ostwald arriva a formulare anche l's imperativo energetico: " Vergeude keine Energie, verwerte viel" (G. Ostwald, Der energetische Imperativ, Lipsia 1912, passim).
Nella fisica e. in genere è ciò che può essere prodotto da lavoro o convertito in lavoro, essendo il lavoro applicazione di una forza per uno spostamento ( mathrm{dL}=mathrm{dB} ). L'e. di un corpo è la capacità di esso a produrre lavoro: possiede e. una molia compressa, un corpo in moto, un combustibile, ecc. L'e. può esistere sotto diversissime forme: meccanica, elettromagnetica, luminosa, gravitazionale, elastica, chimica ecc. Qualsiasi attività tra i corpi ha luogo per mezzo della loro e. E. è pertanto in fisica un concetto con significato molto esteso.
In meccanica si considera l'e. cinetica e quella potenziale. L'e. cinetica, detta anche forza viva, è quella che possiede un corpo in moto e che puó sviluppare fermandosi, misurata dalla formula frac{1}{2} mathrm{mv}². L'e. potenziale o di posizione è quella che il corpo possiede per il fatto di trovarsi in una determinata posizione in un campo di forza, in quanto, sotto l'azione di queste forze, ha generalmente la possibilità di compiere un lavoro. Nella meccanica vale il principio che in un campo di forze conservativo è costante la somma dell'e. cinetica e dell'e. potenziale di un corpo. E il principio della conservazione dell'e. nella meccanica ed indica in sostanza che il lavoro compiuto dal corpo dipende dai punti estremi della traiettoria. Ma questo principio in pratica non si verifica mai; p. es., un pendolo, una volta messo, non dovrebbe formarsi più; ciò non accade a causa dell'attrito. Al principio del sec. xix, con le esperienze di Joule, si riusci a collegare il lavoro meccanico L con il calore Q , per mezzo della relazione mathrm{JQ}=mathrm{L}; J è il coefficente che lega calore e lavoro, l'equivalente meccanico del calore; misurando il lavoro in chilogrammetri ed il calore in gradi calorie, mathrm{J}=427; cioè una caloria, trasformandosi in lavoro, produce 427 chilogrammetri a viceversa la produzione meccanica di una caloria richiede la perdita di 427 chilogrammetri di lavoro. Occorre osservare che è sempre possibile trasformare lavoro in calore; ma, per il secondo principio della termodinamica, non si può trasformare a piacere calore in lavoro. Conoscendo la trasformazione lavoro-calore e viceversa, si è portati ad ammettere la possibilità della trasformazione di qualsiasi forma di e. in qualsiasi altra forma, secondo relazioni precise. Onde è possibile estendere il principio della conservazione dell'e. valido nella meccanica a qualsiasi altra forma di e.: per tutti i fenomeni, l'e. di un sistema isolato, non soggetto cioè a forze o azioni esterne, rimane costante. Questo è il primo
principio della termodinamica ed ha un'importanza immensa nella fisica, come quello analogo della conservazione della materia a massa. Il principio della conservazione dell'e., più che sull'esperienza, è basato sulla nostra convinzione teorica della costanza della natura. Così, p. es. dice H. Poincaré (La science et l'hypothèse, Parigi 1902, p. 153), E. Meyerson (Identité et réalité, 4⁴ ed., ivi 1932, p. 234) ed altri.
Con la teoria della relatività il concetto di e. ebbe nuove precisazioni. Verso la fine del secolo scorso era stato osservato che, quando gli elettroni a gli ioni positivi sono in moto, per dare loro una stessa accelerazione occorre una forza tanto più grande quanto più veloce era il loro moto, quindi quanto maggiore era la loro e. cinetica, come se l'aumentata e. cinetica avesse aumentato la loro massa. Con la teoria della relatività (v. relativita), A. Einstein trovò che aumentando la velocità di un corpo, aumenta anche la sua massa. E calcolò che l'aumento di massa corrisponde all'incremento dell'e. cinetica diviso per il quadrato della velocità della luce nel vuoto, secondo la formula Δ mathrm{m}=frac{Δ mathrm{e}}{mathrm{e}²}. In conseguenza di
ciò Einstein si chiese se, come l'e. cinetica ha una massa, non fosse da pensare che tutta la massa del corpo fosse e.: la materia sarebbe un'immensa concentrazione di e., secondo la formula: mathrm{E}=mathrm{me}². Non tutti accelsero egualmente questa vedute; molti accettarono la relazione di Einstein solo per la massa dell'e. cinetica, non per la massa totale del corpo.
Dopo la teoria della relatività si svolsero le ricerche della moderna fisica atomica e si trovò che un elettrone positivo ed uno negativo, incontrandosi, dànno origine a un fotone, la cui e. equivale a quella dei due corpuscoli distrutti. E risulta che anche il fenomeno inverso è possibile. La formula di Einstein si verifica anche nella reazioni nucleari, in cui l'e. che entra in giuoco corrisponde alla variazione di massa dei corpi reagenti, secondo la formula di Einstein. In base a questi sviluppi relativistici, il principio della conservazione dell'e. non è vero, né resta vero quello della conservazione della materia. Perciò i due distinti principj debbono essere assorbiti nel principio più generale della conservazione dell'impulso; perché l'impulso spetta tanto alla materia che all'e., esso deve conservarsi attraverso le sue varie forme.
Come già per la materia, anche riguardo all'e. dalla concezione continua si passò a quella discreta. Sino a M. Planck si pensava che l'e. entrasse nei fenomeni con variazioni continue. Nel 1902 Planck, studiando la distribuzione dell'e. nello spettro del "corpo nero", suppose che l'e. fosse emessa ed assorbita in modo non continuo, secondo multipli esatti di una quantità elementare e detta - quantum , legata alla frequenza y della radiazione dalla formula z=δ v, dove δ è la costante di Planck ( =8,610 · 10^{-3} in e.g.s.). Questa costante è un'azione (e. moltiplicata tempo) che Planck disse giustamente non un'astrazione puramente matematica ma una vera resità fisica. Qualche anno dopo, nel 1905, Einstein, spiegando l'effetto fotoelettrico, supponeva che l'e. raggiunte viaggia nello spazio quantizzato in guenti di luce o fotoni. Cosi la teoria di Planck, secondo la quale l'e. viene assorbita ed emessa per quanti, si integra con quella di Einstein, la quale dice che l'e. viaggia quantizzata nello spazio.
Questa concezione venne in séguito confermata e ripresa nella meccanica quantistica, la quale, osservando che l'e. raggiunte, cioè i fotoni, presenta fenomeni ondulatori, ad es., la diffusione e l'interferenza della luce, e fenomeni corpuscolari, ad es., la cellula fotoelettrica e l'effetto Compton, ne deduce, in accordo con il principio di indeterminazione di W. Heisenberg che l'e. raggiunte non ha struttura solamente corpuscolare né solamente
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ondulatoria, ma, secondo il principio di complementarità di N. Bohr, l'aspetto corpuscolare e quello ondulatorio sono "come dus facce di un oggetto, che non si possono osservare insieme e che però bisogna guardare tutte e due una per volta, per descrivere completamente l'oggetto: (L. De Broglie, I quanti e la fisica moderna, trad. it. di U. Richard, Torino 1936, p. 228; cf. E. Persico, I fondamnati della meccanica atomica, Bologna 1945, p. 142 sgg.).
Quanto al rapporto fra materia e e., tenendo presenti i risultati sperimentali, bisogna dire che l'e. manifesta una proprietà simile a quella della materia, chiamata massa, per cui si oppone alla spinta di una forza. Ció non implica affatto che ogni massa debba essere una concentrazione di e.
Da un punto di vista metafisico l'e. è il fondamento dell'attività dei corpi, giacché ogni operazione corporea avviene per mezzo di e. Ogni essere per propria finalità intrinseca, ha un'essenziale tendenza al compimento di sé, compimento che avviene per mezzo dell'operazione, la quale lo mette in comunicazione con altre realtà. "Essertiv iotiv, öv öctiv (pysv. 82225 106 6770) (De vuda, II, 3, 286 a 8). - Aristoteles hic loquitur, dicens quod unumquodque quod habet propriam operationem, est propter suam operationem; quaelibet enim res appetit suam perfectionem sicut suum finem, operatio autem est ultima rei perfectio, (s. Tommaso, De Caelo, II, lectio 4). Ciò vale anche per il corpo, dalla cui essenza scaturisce l'operazione. L'e., che fonda l'attività dei corpi, è dunque radicata nella stessa essenza del corpo come ampliamento di essa. L'e. non è materia, come sostenne l'energetismo, ma valore essenziale alla struttura e al comportamento della materia.
L'e. è studiata e misurata dalla fisica. La misura. zione quantitativa dell'e. è possibile perché essa è nell'esteso; l'esteso concreto, in quanto esteso, è misurabile e soggetto alle leggi della geometria e della matematica. A causa di esso anche l'e. è misurabile e soggetta al calcolo (cf. P. Hoenen, Cosmologia, Roma 1945, p. 176 sgg.).
Bem., Per la parte storica e concettuale, oltre lo opere già citate, v. F. Lesovitz, Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Nissenn, Amhurgo 1689-90; Rosenberg, Geschichte der Physik, Brunswick 1884; P. Duhem, Etude sur Léonard de Vinci; III. Les précursens parisiens de Galilie, Parigi 1913; id., Le système du monde, ivi 1913-17; D. Nva. Cosmologie, I. Lorentio 1926, p. 285 sgg.; E. Meyreson, Identité et réalité, Parigi 1032; A. Maier, Die Impetustheorie der Scholastik, Vienna 1940; F. Stitiner, Energie. Eine Darstellung der Energie-Eugriffe, Monaco 1949. Per lo sviluppo fisico-matematico: per la fisica classica cf., tra altri, E. Persico, Fisica generale e sperimentale, Torino 1941: per la teoria della relativita, M. von Lipp, Die Relativitalstheorie, Brunswick 1921: per la meccanica quantistica, oltre i trattati classici di L. De Broglie, Introduction à l'étude de la mécanique ondulatoire, Parigi 1030, di W. Heisemberg, Die physikalischen Prinzipien der Quantentheorie, Lipsia 1430 e di E. Schebblinger, Abhandlungen zur Weltennachwöhe, Ivi 1926, la chiara trattazione di E. Persico, I fondamenti della meccanica atomica, Bologna 1945.
Roberto Masi
ENERGUMENI : v. ossessione e ossessi.
ENFITEUSI. - I. Concetto. - L'e. (dal greco époítrum; - plantagione) è un diritto reale su un immobile (solitamente rustico) per il quale si ha, in perpetuo o per un certo tempo, il pieno godimento di esso con l'obbligo di migliorarlo e di corrispondere ogni anno una prestazione in danaro, o in generi di natura. Sulla figura giuridica di tale istituto è ancora viva la disputa fra gli autori. Qui basterà ricordare che delle due obbligazioni la più importante è la prima: l'obbligo di corrispondere un determinato canone è secondario e non ha talvolta che un valore simbolico. Ciò significa che l'istituto dell'e.
mira innanzi tutto al dissodamento e al miglioramento di terreni incolti. Per tale motivo l'enfiteuta ha poteri amplissimi (può apportare tutte le modificazioni che vuole purché non deteriori il fondo) e la concessione è fatta per un tempo piuttosto notevole e tende a trasformarsi in vera e completa proprietà.
In tal senso l'istituto dell'e. ha reso grandissinu servigi nell'antichità e nel medioevo: fu la forma concreta con cui fu stimolato il dissodamento di molte terre e avviata la proprietà individuale di entese zone. Progredendo nel tempo il motivo del miglioramento del fondo cedette sempre più terreno alla prestazione annua. Il dircttario si andò sempre più preoccupando di ricavare dai suoi fondi determinati vantaggi, anziché di migliorarli. Si capisce perciò che l'istituto dell'e. perdette d'importanza fin quasi a scomparire del tutto.
II. - L'e. nel diritto canonico. - Poiché il contratto di e. importa una vera e propria alienazione da parte del concedente, è soggetto alle leggi canoniche riguardanti l'alienazione; si deve però tener presente la sua speciale configurazione. Così innanzi tutto, per concedere in e. beni ecclesiastici, si deve applicare il can. 1530 \1, n. 1 circa la preventiva perizia, il can. 1532 \ 2, mathrm{n} .3 circa il consenso da richiedersi dagli interessati (beneficiario, patrono) e tutte le altre condizioni che riguardano l'alienazione (v. beni ecclesiastici, II, col. 1344).
In particolare poi per il can. 1542 \ 1: n) "nell'e. dei beni ecclesiastici l'enfiteuta non può riscattare il canone, senza la licenza del legittimo superiore ecclesiastico o norma del can. 1532; e se proceda all'affrancazione, deve dare almeno una tale somma di denaro che sia rispondente al canone». La disposizione è logica, perché con l'affrancazione del canone, l'alienazione del bene dato in e. è completa. 8) Si deve esigere dall'enfiteuta una congrua cauzione per la soluzione del canone e per l'osservanza delle condizioni apposte; nell'istrumento contrattuale del patto enfiteutico si deve eleggere il foro ecclesiastico per dirimerc le eventuali controversie e dichiarare espressamente che le migliorie appartengono al fondo - (loc. cit. § 2).
Se le formalità del CIC, a cui sono tenuti anche i religiosi, siano in contrasto con le formalita del diritto civile, sono evidentemente da osservarsi le prime in base al can. 1529 .
Il caso di contrasto si è verificato in Italia dopo l'entrata in vigore del nuovo Codice civile (1942), che dava all'enfiteuta il diritto di affrancare il fondo dopo venti anni dalla costituzione dell'e. (artt. 971-73).
Di tale diritto si sono avvalsi non pochi enfiteuti di beni ecclesiastici, e di fronte alla resistenza dei direttori ecclesiastici sono ricorsi al sistema dell'affrancazione giudiziaria o coatta, convenendo davanti al magistrato civile gli ecclesiastici titolari di benefici o altrimenti rappresentanti di enti ecclesiastici e persino gli Ordinari diocesiou, mentre gli stessi enfiteuti offrivano un capitale di affrancazione, che, soprattutto al valore della moneta ora corrente, si risolvera in un vero e grave danno al patrimonio dei benefici ed enti ecclesiastici (cf. Il diritto ecclesiastico, 57 [1946], pp. 253-54; sentenza del tribunale di Parti, 12 ott. 1945 ).
La S. Congregazione del Concilio, che già nell'istruzione del 20 giugno 1929, per l'amministrazione dei beni beneficiari ed ecclesiastici in Italia (art. 41, in AAS, 21 [1929], p. 394), aveva insistito nell'osservanza delle norme canoniche riguardanti l'e., tornò ad insistervi dopo la pubblicazione del nuovo Codice civile con ripetute istruzioni del 18 maggio 1945 e 10 maggio 1945.
La linea direttiva in esse contenuta è di evitare l'affrancazione dell'e. su beni ecclesiastici, perché in genere lesive del patrimonio ecclesiastico, richiamando i fedeli ai loro doveri di coscienza, e all'onere in materia di contratti di beni ecclesiastici di osservare, come si è detto, prima di tutto le norme di diritto canonico. Contro co-
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loro inoltre che ricorrono all'affrancazione coatta sono richiamata le disposizioni del can. 2341, che commina la scomunica speciali modo riservata alla S. Sede contro chi conviene il proprio Ordinario dinanzi al giudice civile, e rendo passibile di pene ecclesiasuiche chi convenga altri chierati in denaro al pricilogium fart (can. 120).
Inoltre si ricorda che tutti costoro, contrasvenendo al preciso disposto del can. 1542 \ 1, devono anche essere considerati come ingiusti detentori dei beni ecclesicatici e, quindi, a norma del can. 2346 , non possono essere assolti dalla scomunica e dalle altre pene cosi incorse, se non dopo aver risarciti i danni arrecati ai benefici ed enti ecclesiatici.
Bra., G. Luschi, La e. del nuovo Codice civile, in Polesta del clero, 21 (1942, 1), pp. 136-40; G. Cecioni, L'e. nel nuovo Codice civile, in Riv. di diritto nenerio, 22 (1943), pp. 36-46; L. Sexto Lombardo, Onestiani in temo di e, sopra un edifesto di culto, in Il dirito ecclesiastico, 34 (1943), pp. 123-44; G. Lenti, E. ed affrancazione dei beni ecclesiatici, in Il montiore ecclesiastico, 73 (1947), pp. 121-20; I. Bryz, Ieris canonici comperdium, 10 ed., II, Bruges 1922, pp. 208-99.
Pietro Polazioni
III. L'e. nel diritto italiano. - Il Codice italiano ha conservato l'istituto dell'e. (I. III, tit. IV). La concessione può essere perpetua o temporanea, purché duri un minimo di vent'anni (a. 958 ).
L'enfiteuta ha sui frutti del fondo, sul tesoro, sulle utilizzazioni del sottosuolo a sulle accessioni gli stessi diritti che avrebbe il proprietario (a. 959). Ha l'obbligo di «migliorare il fondo» e di pagare al concedente un canone periodico - in una somma di denaro ovvero in una quantità fissa di prodotti naturali (a. 960 ). Inoltre sono a sua carico "la imposte e gli altri pesi che gravano sul fondo, salvo le disposizioni delle leggi speciali * (a. 964).
"L'enfiteuta può affrancare il fondo dopo vent'anni dalla costituzione dell'e. Nell'atto costitutivo può essere stabilito un termine superiore ai vent'anni, non eccedente i quaranti. Anche quando nell'atto costitutivo non è indicato nessun termine, se in esso è prestabilito un piano di miglioramento, l'enfiteuta non può procedere all'affrancazione prima che i miglioramenti siano stati compuri: (a. 971 ).
Per l'opposto, se l'enfiteuta vien meno ai suoi obblighi, ossia se non migliora il fondo (o peggio lo deteriora) e se è in mora nel pagamento di due annualita di canone, il concedente può chiedere la devoluzione del fondo enfiteutico (a. 972 ).
L'enfiteuta può disporre del proprio diritto senza corrispondere alcun compenso (laudemio) al concedente - sia per atto tra i vivi, sia per atto di ultima volontà * (a. 965 ), però in caso di vendita «il concedente è preferito a parità di condizioni * (a. 966).
Del canone enfiteutico non si può "pretrendere remissione a riduzione.... per qualunque, insolita sintilità del fondo o perdite di frutti * (a. 969). Una revisione del canone può avvenire solo dopo dieci anni dalla concessione (e successivamente dopo ugual periodo di tempo) e se il valore del fondo si sia almeno raddoppiato o dimenzato rispetto al valore iniziale o a quello accertato nella precedente revisione (a. 962).
IV. Punto di vista morale. - Da quest'ultimo punto di vista l'e. rientra perfettamente nella destinazione dei beni e nei motivi generatori della proprietà privata. Questa infatti trova la sua ragione più forte nella necessità di dare uno stimolo economico al lavoro per trasformare le cose e metterle così in grado di servire efficacemente all'umanità.
Per tale motivo l'istituto dell'e., eventualmente ritoccato e adattato alle nuove situazioni createsi, può trovar ancora oggi utili applicazioni e render grandi servigi all'umanità (concessioni di zone in territori primitivi o, spopolati, ecc.).
Bra., P. Germani, s. v. in Nuove Dittesto Italiano, V. pp. 308-419; G. Pucchielli, E. ecclesiastico, ibid., V, pp. 419-23; V. Simoncelli, Dalla s., 2^{°} ed., Torino 1922; G. Stocchiero, Remisioni ed affrancazioni di canoni enfiteutici, Abolizione dei lauden., in Prefect munus, 17 (1942), pp. 411-13; id., Il laudenio
nel nuovo Codice civile, ibid., pp. 505-506; G. Oliverio, In tema di affrancazioni di oneri di colte, in Il diritto ecclesiastico, 53 (1942), pp. 210-17; G. Iurchi, L'e. nel nuovo Codice civile, in Polestro del clero, 21 (1942), pp. 136-40; G. Cecioni, L'e. nel nuovo Codice civile, in Riv. di diritto nenerio, 22 (1943), pp. 2846.
Giovanni Battista Guzzetti
V. Sociologia. - Sebbene la dinamicità propria della vita economica moderne, che non può mancare di far sentire i suoi riflessi sull'ordinamento giuridico positivo, abbia fatto cadere in disuso tale forma di conduzione delle terre, in ossequio anche alla tendenza diretta ad assicurare alla proprietà fondiaria una sempre maggiore libertà da ogni vincolo ed onere di carattere reale e permanente, è da ritenere che l'e. possa ancor svolgere una importante funzione nel quadro della riforma agraria e delle direttive contenute nell'art. 44 della nuova Costituzione italiana.
La stessa dottrina sociale cristiana non può non riguardare con particolare favore questo istituto. Infatti tale dottrina è orientata nel senso di favorire con ogni mezzo la diffusione della piccola proprietà coltivatrice diretta, sia per ovvie ragioni di pacificazione sociale, sia perché la proprietà della casa, della terra e degli strumenti del proprio lavoro assicura al lavoratore quell'autonomia economica, che è alla base della libertà politica e che agevola la stessa tutela della dignità della persona umana e la estrinsecazione delle sue capacità morali e intellettuali. I sommi pontefici, da Leone XIII a Pio XI a a Pio XII, non hanno mancato di raccomandare nelle loro encicliche, a tutti coloro che lavorano nel campo sociale, la realizzazione pratica di tali principi, con tutti quelli accorgimenti pratici che sono consigliati dalle diverse possibilità ed esigenze delle varie zone agricole. Ora, proprio l'e. offre la possibilità di avviare le masse rurali italiane verso la piccola proprietà coltivatrice, senza privare i proprietari della giusta indennità che loro compete e senza aggravare di nuovi oneri le finanze dello Stato, rendendo possibile, attraverso l'adempimento dell'obbligo dei miglioramenti, molti lavori di bonifica spettanti alla privata iniziativa.
La durata del rapporto assai lunga, e comunque non inferiore al ventennio, assicura all'enfiteuta un'adeguata stabilità di lavoro, affezionandolo alla terra meglio di qualsiasi altro rapporto di natura personale e temporanea, e invogliandolo ad investimenti di capitali in opere di migliorie.
Un'amplissima autonomia, non soltanto nella gestione dell'azienda, ma anche nella disposizione del diritto enfiteutico che può essere alienato e trasmesso per successione ereditaria, conferisce al lavoratore tutti quei vantaggi che sono propri del piccolo proprietario.
Entrambe le parti sono garantite dai perturbamenti, oggi tanto frequenti nell'economia agricola, a mezzo della rivedibilità decennale del canone, in relazione alle variazioni del valore del fondo, esclusi naturalmente i miglioramenti o i deterioramenti imputabili all'enfiteuta stesso.
D'altro canto, i diritti del proprietario e gli interessi superiori della produzione nazionale sono efficacemente tutelati dal diritto di devoluzione del fondo enfiteutico a favore del concedente, in caso di morosità biennale o di deterioramento o di controrvenzione all'obbligo dei miglioramenti convenuti. In tal modo si evita il pericolo di cedere le terre ai coloni meno capaci e si educa il coltivatore all'amore del lavoro e del sacrificio, senza il quale non è possibile alcuna elevazione economico-sociale.
Comunque l'aspirazione del contadino alla piena proprietà della terra, su cui vive e lavora, può attuarsi anche a favore dei meno abbienti e attraverso risparmi graduali, alla scadenza di un ventennio dalla costituzione del diritto enfiteutico, mediante l'affrancazione del fondo, dietro versamento al pro-
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Encelhera - Veduta dell'Abbazia. Edifici dei sect. sviti e s.s.
prietario di una somma pari alla capitalizzazione del canone annuo.
Giustamente pertanto il Bonfante, ravvisò nell'e. "uno strumento e un correttivo del latifondo per l'applicazione più economica della coltura intensiva ".
BibL.: N. Allianelli, Trattato sull'e., Potenza 1834: S. Janneff, Dell'e., Palermo 1844; L. Borsari, Il contratto di e., Ferrara 1830: F. Duscio, Trattato dell'e., Catania 1832: N. Gazo, Trattato sull'e., Palermo 1839: P. Pisani Ceradio, L'e. come fu, come è e come dovrebbe essere, Messina 1888: T. Parna, L'e. nel diritto antico e moderno, Napoli 1892; S. Pivano, I contratti corari nell' altre medesmo, Torino 1904, pp. 249-79: V. Simoncelli, La riforma dell'e., Roma 1904; V. De Ferro, Dell'e., Milano 1907; B. Valori, Delle prestazioni enfiteutiche nelle varie parti d'Italia, Torino 1900: C. Del Santo, Studio sull'istituto dell'e., Napoli 1909: L. Mauro, Il contratto di e., ivi 1912: G. Cerrani, Monografia sul contratto di e., Cession 1913: P. Bonfante, Corte di diritto romano, III, Roma 1933, pp. 124-29; A. Chervil, La natura giuridica dell'e., Milano 1933: R. Trifone Romualdo, E., in Commentario Cod. Civ. Scialoja-Brunca, Libro della proprietà, Bologna 1947, pp. 1-113. Bruno Rossi
ENGADDI (ebr. 'Én gédhi a fonte del capretto»). - Città del deserto di Pharan (Ios. 15, 62), circondata da rupi scoscese (I Sam. 24, 3), quasi a metà della sponda occidentale del Mar Morto. Il suo antico nome era Assonthamar ("taglio di palma "): secondo F.-M. Abel tale identificazione (II Par. 20, 2) sarebbe recente, a danno di Thamar, a sud del Mar Morto. Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., 9, 1, 2 ; Bell. Ind., 4, 7, 2) pone E. a 300 studi (più di 55 km ) da Gerusalemme, quale villaggio donde viene l'opobalsamum. Il nome oggi sussiste nella sorgente 'Ajn Gidi, nei cui pressi si trovano le vestigia di una piccola città che fu un tempo toparchia della Giudea (Bell. Ind., 3, 5).
Dapprima era in possesso degli Amorriti, che furono sconfitti da Elam e dai suoi alleati (Gen. 14, 7). Conquistata la Palestina, fu assegnata a Giuda (Ios. 15, 62),
David, durante la persecuzione di Saul, vi si rifugio, profittando dell'inaccessibilità delle rupi, "praticabili solo ai canosci " (Volgata in I Saut. 24, 1-3). Ivi convennero Annoniti, Monbitt e Edomiti contro il re di Giuda losophot (II Par. 20, 2).
'Ajn Gidi è oggi un'casi su una specie di terrazza sospesa a più di 120 m . sul livello del Mar Morto, circondata a ovest e a nord da un immenso cerchio di rupi cretacce, a vari strati. La sorgente ha acque limpide, di una temperatura elevata ( 27^{°} ), cariche di carbonato di calcio. In antica l'uan, alimentata dalla sorgente, era coltivata a vigne e a palme (Cant. 1, 14); l'antico nome e Flavio Giuseppe parlano di palmizi; oggi la copiosa sorgente alunanta un boschetto di tamarici e di acceie e qualche arbusto del poma di Adamo (colorapir acera) e irriga le coltivazioni dei beduini. Nei pressi di E. gli esseni praticavano la loro vita ascetica.
Vincenzo M. Iacono
ENGEL, Ludwig. - Benedictino, rinomato canonista e teologo moralista, n. a Wagtcin (Austria inferiore) agli inizi del 1600 , m. a Grillenberg il 22 apr. 1674. Fu professore di diritto canonico nel 1660 e quindi procancelliere nel 1669.
I suoi scritti si distinguono per chiarezza di concetto, facilità di esposizione e per il senso dell'utilità pratica a cui costantemente s'ispirano.
E noto principalmente per il suo Collegium uniservi iurii canonici, che, pubblicato la prima volta in forma istituzionale (Salisburgo 1670) e subito dopo secondo l'ordine classico delle Decretali ( 3 voll., ivi 1671-74), conobbe in breve molte edizioni, fu molto lodato anche nel campo protestante, e contribuì e far annovorare il nome dell'autore fra quelle dei più dotti canonisti del tempo.
Scrisse : Manuale parochorum (Salisburgo 1662), edito più volte; Forum competens (ivi 1663); Tractatus de pricilegits et iuribus monasteriorum ex iure communi deductus (ivi 1664).
BibL.: J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des eanouischen Reiches, III, Stoccarda 1880, p. 130 sg.: B. Kurtschield - F. A. Wüches, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 292.
ENGELBERG. - Abbazia benedettina fondata nel 1120 nell'alta valle dell'omonima Aa, ai piedi del Titlis nel cantone di Obwalden (Sviazera) dal barone Corrado di Sellenbüren; primo abate fu Adelmo. Il papa Callisto II e l'imperatore Enrico V presero l'abbazia sotto la loro protezione (1124); il vescovo di Costanza institul una parrocchia indipendente nella valle.
A grande rinomanza sali l'abbazia sotto il governo degli abati Frowino (1174-78) e Bertoldo (1178-97), essa divenne un centro di cultura con una biblioteca ricca di manoscritti ministi. L'abate Enrico I (1197-1223) procurò al monastero, probabilmente dall'Alsano, una croce reliquiaria che con l'antica stauroteca racchiuse una parricella della S. Croce. E. fu distrutta dal fuoco nel 1199 e nel 1306; fu devastata dalla peste nel 1548, 1574, 1583. Con l'abate G. B. Sigrist (1693-19) E. entrò nella Congregazione benedettina elvetica nel 1602. Dopo un nuovo incendio l'abate E. Crivelli fece ricostruire la chiesa e il monastero dall'architetto O. Rueff (1730-34). I Francesi occuparono l'abbazia nel 1798. Il monastero contribuì alla fondazione di Rickenbach ( 1857 ) e di Melchtal ( 1869 ), alle missioni negli Stati Uniti di Conception Mo (1773), poi abbazia nel 1881) e di Mount Angel (1882, poi abbazia nel 1904). Gli edifici di E. furono ingranditi tra il 1925-29. Dal 1932 i monaci di E.