volume-05

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1602. Dopo un nuovo incendio l'abate E. Crivelli fece ricostruire la chiesa e il monastero dall'architetto O. Rueff (1730-34). I Francesi occuparono l'abbazia nel 1798. Il monastero contribuì alla fondazione di Rickenbach ( 1857 ) e di Melchtal ( 1869 ), alle missioni negli Stati Uniti di Conception Mo (1773), poi abbazia nel 1881) e di Mount Angel (1882, poi abbazia nel 1904). Gli edifici di E. furono ingranditi tra il 1925-29. Dal 1932 i monaci di E. sono anche nel Camerun e dirigono il seminario maggiore a Yaunde.

La biblioteca del monastero è ricca di 900 manoscritti tra cui la "Bible", manoscritto ministo di Ugone da Tannach, e di oltre 30.000 volumi; contiene anche pregevoli opere d'arte. Il fondatore Corrado e gli abati Adelmo, Frowino e Bertoldo godono culto locale di benti e dei due primi si conservano i corpi.

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Bun..Cuttinesu, I. coll. 1048-40: B. Goutwold, Cutulngus rudirum monservat., Engeiberg 1801: A. Vogel, Urkunden der Stifhe E., in Geschichtstround, 40 (1894), pp. 233-62; 21 (1896), pp. 1-162; 22 (1897), pp. 187-239; 23 (1898), pp. 101-242; 23 (1900), pp. 124-127; 27 (1902), pp. 120-273; R. Currier, Kunstdenkudler der Koutnus Unterruiden, 1890-1928, p. 117 sge. id., Die Noter und Srheriberschule K.'s, in Aus. Stile, Altrernuth. mons. activ., 3 (1901), pp. 42-53, 122-56; I. Hees, Grodnente der Kleitendude in K., Beilage Jubercb., 1902-1903: Angelomontana, Bbister aus der Grodnente v. E. Jubliannze, 1. Abt Landiger II. Engeiberg 1914: J. Nisnella, Les Bénédictines d'E., in Zrank, f. Stitu., Grods., 10 (1916), pp. 23-41; R. Schilling, Die Engeberger Bildbundelreiften aus Abt Franciso Reit in ihrer Reulehune zu buepaudischer und schmibischer Buxfomelerei, in Anzeiger I. ubc. Altrenuth. 2 (1933) pp. 117-28; Schiess-O. Hees, Die Altesten Urkunden der Khatren E., in Rev. hist. recl. 20102, 32 (1941), pp. 80-97, 234-69; F. Güte'beck-G. Hees, K's Gehndung und erter Bllitr, Zuilen 1948.

Paulin Künzle
ENGELBERT d'Abbiont. - Benedetto, a. ca. il 1230 a Steiermark nella Stiria, m. il 12 mag. gio 1331. Il suo nome di famiglia era Pötsch. Abate di Admont (1297-1327), rinunzio alla carica negli ultimi anni di vita. Intelligenza versatilie e poliedrica, sebbene non originale, fu uno degli uomini più denti del suo tempo. La sua abbondantissima produzione si spinge in ogni campo dello scibile contemporaneo.

Le sue 40 opere furono raccolte e in gran parte edite da B. Pca O.S. B., in Thesaurus aucedotorum novinatum, I, parte 1² (Augusta 1741), coll. 427-762; IV, parte 2² (ivi 1723), coll. 119-48; e in Bibliotheca ascecica antiquo-noca, III (Ratisbonz 1724); VI (ivi 1724), pp. 49130; VII (ivi 1725), pp. 65-112; IX (ivi 1726), pp. 111-92. Più apprezzate le opere di politica. Degna di nota: De orim, progressus et fine imperii Romani, composto tra il 1308 e il 1313 , colto da G. Brusch (Ranliea 1555 e più volte in seguito). L'autore vi espone le sue idee sullo Stato, sua origine, forme, sviluppi, rapporti; parla del Sacro romano Impero, che ritiene continuazione dell'Impero romano antico, della sua missione, delle relazioni tra Chiesa e Stato, della fine dell'Impero e del mondo, che preannunzin prossima con la conseguente venuta dell'anticristo.

Bin.. G. Fuchs, Abt E. v. A., in Mitibulungen des hist. Vexum für Steiermark, XI, Graz 1862, pp. 90-130; G. Widmer, Geschichte der Beardebilmertiften Admont. III, ivi 1878, pp. 1-30; 211-45; id., Klueter Admont u. seine Besichungen zur Wissenschaft s. zum Unterrecht, ivi 1892, pp. 37-47; A. Posch, Die Stante u. Küchenpolitische Stetlune E. v. A., Paderborn 1920; A. Lang, Die Wege der Glaubensbegehndung bei den Schulartikern des 14. Jahrhunderts, Münster 1930, pp. 39-42.

Vito Zollini
ENGELBERTO I di ColoniA, santo. - N. ca. il 1185. Figlio del conte E. di Berg, studiò alla scuola della cattedrale di Colonia. Nel conflitto per il trono imperiale fra Ottone IV e Filippo di Svevia fu aco. municato e deposto dal papa Innocenzo III a causa della sua politica, ma nel 1208 si soltomise al Pontefice e nel 1212 combatté, per penitenza, contro gli afzigesi. Eletto nel 1216 arcivescovo di Colonia fu consacrato nel 1217. Si occupò della politica dell'Impero; fu tutore di Enrico, figlio di Federico II, e reggenredella Germania; protesse gli istituti ecclesiastici attirandosi l'odio dei nobili, a fu ucciso dallo stesso suo nipote Federico di Isenburg il 7 nov. 1225 . Solamente al 1618 risale la celebrazione della sua festa ( 7 nov.).

Bun.: Vita scritta da Cesario di Heisterbach, in Acta SS. Nonnodrís, III, Bruxelles 1910, p. 644 sgg.; J. Ficker, E. der Heilige, Colonia 1823; R. Knipping, Die Regesten der Eredesthüfe von Köln in Sülzpintter. III. ivl 1901 (v. indice); H. Fortstar, e. v. in LThK. III, col. 697 sg.

Luechuzio Späting
ENGELHARDT, ZEPHYRIN. - Francescano missionarie, a. a Bilshausen (Hannover) in Germania 813 nov. 1851, m. a S. Barbara (California) il 27 apr. 1934. Emigrato nel 1852, con i genitori, in America, a Covington (Kentucky), nel 1872 vesti l'abito francescano e nel 1878 fu ordinato sacerdote. Dal 1880 al 1887 fu inviato missionario fra gli italiani Menominee (Wisconsin) e dal 1894 al 1900 presso gli
indiani Ottavasa e Chippewas nelle cui lingue scrisse vari opuscoli e redasse una rivista. Dal 1887 al 1896 e dal 1900 fino alla morte, trascorse la vita in California dedito soprattutto alla storia di quelle missioni.

A S. Barbara, sua residenca, raccolse da tutta l'America del nord un enorme materiale documentario e attese a molte pubblicazioni. La sua opera principale fu: The Minimist and Missionaries of California (4 voll., S. Francisco 1908-16). Coltore della verità fino allo scrupolo, ebbe anche di mira lo scopo di sfatare tante false accuse a interpretazioni dell'azione missionaria cattolica.

Bin.: anon., Z. Engeihardt, Nermhwin, in Acta Ord. Fratrum Minarum, 23 (1034), pp. 963-67; H. Lemay, Le p. Zephirin E. O.F.SI. (1831-1533). Notes bibliographiquess, in Arch. Franc. Hist., 27 (1934), pp. 313-18.

ENGELS, FRIEDRICH. - Socialista tedesco, n. a Barmen il 28 nov. 1820 , e m. a Londra il 2 ag. 1895. Di famiglia benestante, compi gli studi nel liceo della città natale; ma li dovette interrompere a diciott'anni per ragioni famigliari, e divenne commesso in una casa di commercio a Brescia ciò che non gli impedì di continuare a studiare con accanimento. Fu dapprima fervente hegeliano, della corrente dei a giovani hegeliani -, o s sinistra hegeliana, che interpretava i hegelianesimo nel suo significato dialettico rivoluzionario. Ma quando, nel 1841, apparve il libro di Feuerbach, L'essenza del cristianesimo, in cui l'autore prendeva una posizione nettamente materialista, divenne feuerbachiano. Nel 1842 andò in Inghilterra, e quel soggiorno segnò una svolta importantissima nella sua vita: fino allora E. era rimasto un democratico di sinistra, un rivoluzionario borghese; in Inghilterra divenne un rivoluzionario « proletario \%. Nel sett. 1844 a Parigi si stabili
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(see recitio del recano p. Abate)
Engelbinc - Lato anteriore della croce romanica (sec. viII).

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tra E. e Marx un'amicizia ed una collaborazione strettissima. Sotto l'influsso di E., le preoccupazioni filosofiche di Marx si rivolsero ai problemi di economia politica. Fu cosi che le tendenze proletarie rivoluzionarie, fino allora genericamente idealiste e "utopistiche ", trovarono per opera loro una base a scientifica n, di cui fu prima espressione il Manifesto del Partito comunista del febbr. 1848, pubblicato a richiesta della a lega dei comunisti n. Tra Marx ed E. la comunione di azione e di pensiero divenne completa.

Le opere principali di E., completamente sue, sono: Die Lage der arbeitenden Klassen in England (1845), Die Entzpichlung des Sozialismus von der Utopie zur Wissenschaft (1883), Die Arbeiterbetregung in Ancriba (1887), L. Feuerbach und der Ausgang der blussischen deutschen Philosopbie (1888), Kuna Europa abriaten? (1894). Ma anche quando Marx ed E. cooperarono in uno stesso scritto, è spesso distinguibile la parte che si deve all'uno e all'altro: cosi nel Die Heilige Familie (1844), nel Herrn E. Dührings Umzollzung der Wissenschaft (1848), nel Der Ursprung der Familie, des Privatelyenthums u. des Staats (1884), ove sono frammenti di Marx. Pur nella comunanza di attivita teoretica a pratica, infatti, che parve quasi, agli occhi di molti, di due uomini e di due intelletti costituire uno solo, ci sono anche diversita talvolta notevoli di tendenza e di atteggiamenti: come dimostra soprattutto il copiosissimo epistolario con cui E. dresse il movimento socialista durante i dodici anni di sopravvivenza a Marx. In quel periodo curò anche la pubblicazione del II e del III volume del Capitale (1885-89).

BibL.: Per le edizioni degli scritti di E.: K. Marx und Fr. E., Gesammelte Schriften, 3 voll., Stoccarda 1917; G. Mayer, Fr. E. Schritte der Frohzeit. Berlino 1920; Marx Engels Gesamm. auggabe, parte 1*, II: Fr. E. Werke und Schriften bis Anfang 1834. Ivi 1931: parte 4^{text {a }} : Fr. E. Die Lage der Arbeitenden Klassen in England und andere Schriften von August 1844 bis Juni 1846. Ivi 1932. Numeesse sono le edizioni del suo epistolario; le principali sono quelle di: A. Bebel u. E. Bernstein, Der Briefwechsel zwischen Fr. E. u. K. Marx (1844-83), 4 voll., Stoccarda 1913; G. Mayer, Die Briefe von Fr. E. an E. Bernstein. Berline 1925. In italiano la raccolta più comprensiva è formata dai sei volumi curati da E. Cicconi: K. Marx-Fr. E.-F. Lassalle, Opere, Milano 1914 seg. Per la vita, la spese ed il pensiero di E. : K. Kaussky, Fr. E., Berline 1899; C. Turgeon, La conceplina materialiste de l'histoire d'après Marx et E., Rennes 1909; R. Mondolfo, Il materialismo storico in F. E., Genova 1912; ed. rifatta, Rsalrio 1922; F. Mehring, Aus dem literarischen Nachlass von K. Marx. Fr. E. und F. Lassalle, 2* ed., 4 voll., Stoccarda 1913; E. Di Carlo, Per l'interpretazione e la critica di alcune dottrine del Marx e dell'E., Palermo 1913; E. Drehn, Fr. E., Berlino 1920; M. Adler, E. als Decker, ivi 1921; K. Verländer, Marx, E. und Lassalle als Philosopben, 3* ed., ivi 1928; R. Seeger, F. E., Halle 1932; W. Vetter, General und die Frauen... Zurigo 1937; D. Rizzaner, Marx ed E., trad. it., Milano 1943; G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Torino 1948, passim. Celestino Melzi

ENGELTAL. - Antico monastero di domenicane nella diocesi di Eichstätt (Baviera). Un gruppo di beghine capitanate da una certa Adelaide fondò nel 1240 ca. questo monastero, donato da Ulrico von Königstein. Innocenzo IV lo confermò il 10 ott. 1248.

La comunità si documenta come centro della mistica domenicana nel tre scritti Von der genaden überlast (ore tratta anche sulla fondazione), nelle «rivolazioni» della mirabile Cristina Ebner e nelle voloni della generosa e soave Adelaide Langmann. Molte figlie di famiglie patrizie norimberghesi entravano a E. Raimondo da Capua e il Gaetano diedero norme per la riforma monastica. Nel 1565-66 la comunità si sciolse, i beni servirono per la dotazione dell'Accademia e poi Università di Altdorf.

BibL.: H. Wilms, Geschichte der deutsch. Dominikanerinnen, Dülmen 1920, pp. 42-44, 116-18; M., Das älteste Verzeichnis der deutsch. Dominikanerinnen, Lipsia 1928, p. 14, 70-71, 85, 101, 103; F. Hredingsfelden, s. v. in LTbR, III, col. 684. Angelo Wale.

ENLIL. - Secondo dio della triade divina mesopotamica, composta di Anu, dio del cielo, di E., e di Ea, dio dell'aequa. Era il dio principale dei Sumeri, nel centro del cui paese si trovava la città di

Nippur con il suo santuario famoso. Era venerato come dio della terra e della tempesta: infatti il suo nome sumero ha il valore di a signore del vento. Aveva per figlio Nimurta, anche questi molto adorato dai Sumeri e dai Babilonesi e Assiri. Della vita di E. si narravano molti tratti in racconti mitologici, che d'anno rilievo specialmente al suo carattere di dio punitore dei misfatti degli uomini: sarebbe stato lui a provocare il diluvio universale. Giuseppe Furiani

ENNEN, Leonhard. - Sacerdote e storico, n. a Schloiden il 5 marzo 1820 , m. a Colonia il 14 giugno 1880. Fu uno dei fondatori dei Historisches Verein für den Niederrhein. Si interessò soprattutto della storia della città e della diocesi di Colonia.

Scrisse una storia della riforma nell'ambito della diocesi (Geschichte der Reformation im Bereiche der alten Erzdiözese Köln, Colonia 1849), una storia di Colonna in cinque volumi (Geschichte der Stadt Köln, iv 1889-80), e raccolse documenti sulla storia della città, alliege che in 6 voll. giunge fino al 1397 (Quellen zur Geschichte der Stadt Köln, ivi 1860-79).

BibL.: H. Keissen, s. v. in Allgemeine Deutsche Biographie, XLVIII, pp. 380-82. Silvio Furiani

ENNODIO. - N. da nobile famiglia non si sa con certezza se a Milano, a Pavia o ad Aries, tra il 473 ed il 474 . Rimasto orfano in tenera età fu accolto da una sia, alla cui morte si trovò solo ad affrontare le difficoltà della vita, che gli furono alleviate da un fidanzamento con una nobile e ricca fanciulla (Speciosa?) che non arrivò a sposare. Entrò infatti nella carriera ecclesiastica, che abbracciò come espiazione della vita condotta durante il fidanzamento. Da chierico si occupò della educazione retorica dei giovani, fra i quali fu Aratore.

Fatto diacono, prese le parti di papa Simmace in lotta con l'antipapa Lorenzo, contro i fautori del quale scrisse, forse nel 503, il Libellus pro sruodo in risposta ad una pubblicazione, che cercava di infirmare le decisioni del Synodur Palmaris ( 23 ott. del 502). Nel 506-507 fu incaricato, forse da papa Simmace, di reciare un panegirico per Teodorico. Sletto vescovo fu nel 515 e nel 517 mandato da papa Ormieda in Oriente per indurre l'imperatore Anastasio a ristabilire l'unione dello Chiesa di Oriente e d'Occidente, entrambe le volte però con esito negativo. Dopo queste ambascerie non si hanno altre notizie sicure sulla vita di E.; solo un epitaffio della basilica di S. Michele in Pavia ci informa sulla sua morte avvenuta il 17 luglio del 521.

L'ordinamento cronologico dei suoi scritti fu condotto a termine da qualche suo discepolo o amico, che trascurò tutte le epistole dal 514 al 521 e parecchi scritti, di cui abbiamo notizia dallo stesso E.

Raggruppati per genere secondo l'edizione del Sirmond, le opere sono: 1) 297 Epistolae; 2) 10 Opuscula (Panegirica di Teodorico; Libellus pro Synode; Vita Epiphanii; Vita Antonii; Encharisticum; Paracnesis didascalica; Praereptum de celletania; Petitorium quo absolutes est Gerontico; Benedetio ceret 147); 3) 28 dictiones divise dal Sirmond in sacre e profane; 4) Carmina divisi in due libri di cui il primo ne comprende 21 e il secondo 151.

Imbevuto di retorica E. non sa aprire il suo animo con sincerità né nelle lettere, che egli fa oggetto di attente cure anche quando si rivolge ad amici, né nell'Encharisticum scritto sulla falsariga delle Confessiones di Agostino, in cui pure fa vero a a. Vidore di mettere da parte gli artifizi retorici, di cui sente l'incompatibilità con la sua fede di cristiano. Le poesie impeccabili per la forma, di cui l'autore insofferente delle critiche degli amici è orgoglioso, sono per lo più esercitazioni in cui non mancano argomenti lubrici tratti dalla mitologia e trattati con tono pagnnaggiante accanto a poesia di preta ispirazione cristiana. La sua produzione ha soprattutto valore di documento per la conoscenza delle tendenze

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e dei gusti letterari del tempo e di fonte preziosa per la storia letteraria e politica del periodo di Teodorico.

Bull.: Edizioni: J. Sirmond rimoderta in PL (q). Magni. Politic E. Opere, ed. W. Hartel (CSRL, 6), Vienna 1882; P. Vonal, E. in MGH. Aestreri antionistimi. Berlino 1888. Per gli studi ponicolari oltre modi: citati in Schanz, IV, 2, pp. 131-48, cf. per la biografia W. T. Towsend e W. P. Wyatt, Eme. and Pope Syrmonion, in Claritial and medioresit. ticales in honor of E. K. Roed, Numa York 1934, pp. 277-91. Per gli inflomi classici cf. H. E. Mierow, Some literary reminiscences in Ema. dits life of it. Epiphanies, in Claritial uexity, 20 (1927), p. 195. Sulla lingua e lo stile: A. Dubois, La laituité d'Emoide, Paris 1903; Th. Birt, in Politique, 1927, pp. 184-85. Per i rapporti con Arsonce cf. R. Anastasi, in Mis. di titi. criti. est., 1 (1947), pp. 145-52.

Rosario Anastasi
ENNOM, PIOLI di: v. GEHENNA.
ENOCH : v. HENOCH.
ENOS (ebr. 'Enōs = "umanità", "uomo"). Antichissimo patriarca. In Gen. 4, 26 - documento johninatico secondo i critici - si delinea con la formula consueta la genealogia di E., figlio di Seth (cf. I Par. 1, 1). E di grande interesse per la storia della religione l'affermazione, secondo cui ai tempi di E. "si cominciò ad invocare il nome di Jahweh".

L'espressione biblica non va interpretata nel senso che ad E. sia da attribuirsi la prima manifestazione del sentimento religioso, che appare connaturale già nella prima famiglie umana, anche dopo la colpa (cf. Gen. 4, 3 sgg.). Quindi l'unico senso possibile è quello che riferisce la notizia alle stabilirsi del culto pubblico o di determinati riti, preghiere o sacrifici. A causa di tale sentimento di pietà il nome di E. rimase famoso nella tradizione ebraica (cf. Esch, 49, 16, testo ebraico).

In Gen. 5, 6-11 - documento sacerdotale secondo i critici - si ripete di nuovo la genealogia di E., che a 90 anni (a 190 secondo i Settanta) sarebbe divenuto padre di Cainan e sarebbe morto a 903 anni. Angelo Fenna

ENOTEISMO (CATENOTEISMO). - E il primo stadio dell'idea di Dio secondo Max Müller, "in base al quale la deitá momentaneamente presente alla coscienza religiosa viene considerata ed invocata come unica (o somma) in quel momento " (Schmidt).

Questo atteggiamento, che Max Müller riscontro particolarmente negli inni vedici ma che è viceversa constatabile anche presso altre religioni antiche quale l'egiziana, la babilonese, la greca, ecc., "non rappresenta una forma né una categoria stabile a ben determinata dell'idea di Dio, ma è piuttosto riferibile al mondo dell'intermittente e fluttuante esperienza religiosa" (Petuzzzoni), per cui rimane un sentimento intermedio che esclude sia un'affermazione del monoteismo che una negazione del politeismo.

Bull.: R. Petizzoni, s. v. in Euc. Ital., XIV (1932), p. 4: W. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, 3^{°} ed., Brescia 1943, p. 11 sgg.

ENOTICO (Enotixóv) - Nome del decreto emanato nell'anno 482 dall'imperatore Zenone, per porre fine alle controversie tra cattolici e monofisiti. Il 25 otr. 451 il Concilio di Calcedonia aveva solennemente proclamato la fede in un unico Cristo da confessarsi in due nature inconfluse, inseparabili. La condanna del monofisismo incontrò però una resistenza più accanita che non l'anatema contro i nestoriani. In Palestina una vera rivoluzione capeggiata dai monaci cacciò i vescovi ortodossi; anche la sede di Antiochia fu occupata a più riprese da un partigiano delle tesi monofisite, Pietro Fullone. Ancora più gravi erano gli avvenimenti in Egitto, dove una grande parte della popolazione era rimasta fedela a Dioscoro (v.). Il patriarca cattolico Proterio restò ucciso in una sommosse popolare, mentre alla sua sede fu elevato il monofisita Timoteo Eluro
(457-77). L'opposizione monofisita costitui presto per l'Impero una minaccia tanto più grave in quanto, in Siria e in Egitto, alla controversia religiosa si assoclarono delle forti tendenze nazionali, contrarie alla dominazione bizantina. Intanto la politica imperiale fluttuò incerta tra i fautori e gli avversari di Calcedonia. L'imperatore Leone (457-74) intervenne contro Timoteo Eluro e Pietro Fullone, ma l'usurpatore Basilioco (475-76) li restituì alle loro sedi ed in una lettera circolare, l'Erecyclion, condannò il Simbolo di Calcedonia. In grande maggioranza i vescovi di Oriente sottoscrissero questo primo esempio di editto dogmatico emanato direttamente dall'autorità politica. Appena vinto l'usurpatore, l'imperatore Zenone (474-91) abolì l'Eucyclion, ma sotto l'influsso del patriarca di Costantinopoli Acacio (471-89) favorì il progetto di finire le rovinose controversie cristologiche a prezzo di qualche concessione.

L'ossessione pregozia si presentò alla morte del patriarca ortodosso di Alessandria Timoteo Salofaciolo (giugno 482). Zenone e Acacio intendevano stabilire sulla sede di s. Marco il vescovo monofisita Pietro Mongo, proponendogli una formula dogmatica che nella sua imprecisione avrebbe unito tutti sotto il nuovo patriarca. Cosi l'E., o editto di unione, fu promulgato a forma di epistola diretta ai fedeli di Alessandria, di Egitto, della Labia e della Pentapoli; ma in realtà il documento era destinato a tutto l'impero.

Per unire tutti i sudditi in una comune professione di fede, il decreto imperiale suspira il ritorno al solo Simbolo di Niesa, formola di fede confermata - Costantinopoli ( 381 ) e seguita anche dai padri di Efeso (431). Esso condanna poi Nestorio e Eutiche, approvando invece i dodici capitoli di Cirillo (v.). Il Concilio di Calcedonia non viene esplicitamente rigettato, il decreto però verso la fine aristocratica - chiunque pensa - ha pensato diversamente, ora o in qualunque circostanza, a Calcedonia o in qualche altro concilio". Positivamente l'E. dichiara che il Figlio unico di Dio, consostanziale al Padre secondo la divinità, consostanziale a noi secondo l'umanità, incarnatosi, è uno solo e non due. Di questo uno solo sono i miracoli e le sofferenze da lui volontariamente sopportate nella carne. La Incarnazione non aggiunge un altro Figlio, ma "la Trinità è rimasta la Trinità, anche quando uno della Trinità, il Dio Verbo, si è incarnato. Viene inoltre respinto il docetismo e ogni divisione o confusione (ma è scrupolosamente evitata la menzione di una o due nature).

L'E., se anche non formalmente eretico, per i suoi sottintesi e i suoi silenzi, nonché per il cesaropapismo in esso manifestato, era un documento oltremedo pericoloso. Definito da qualcuno un capolavoro politico, di fatto non apportò la unità religiosa; che anzi aumentò ben presto le discordie e le scissioni, significando cosi un ulteriore passo verso la formazione delle Chiese nazionali monofisite. E vere che quasi tutto l'episodio orientale, sotto la minaccia dell'esilio, accettò il decreto imperiale. Ma gli ortodossi non potevano tollerare né la condanna (implicita) di Calcedonia né il silenzio sul tomo di s. Leone, e neanche i monofisiti appassionati gradirono cio che ai loro occhi era un compromesso indegno; ribellandosi contro lo stesso Pietro Mongo formarono ad Alessandria un partito distinto, chiamato degli seefali o senza testa, perché, tolta la comunione con Pietro, rimasero senza capo. Quel che era peggio, l'E. condusse a una lunga rottura con Roma (scisma di Acacio, 484-510). Difatti papa Felice III (485-02), appena ricevuta la notizia della promulgazione dell'E., mandò tre suoi legati alla capitale orientale per chiedere energicamente la fedeltà al Concilio di Calcedonia. Quando questi si lasciarono conquistare da Acacio, il Papa pronunciò in un Concilio romano ( 28 luglio 482 ) la scomunica dei propri legati e la deposizione di Acacio. Intervento duro, ma necessaria. La rottura esisteva già per colpa di Acacio che, vero manipolatore dell'E., era stato pronto a sacri-

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ficare un concilio ecumenico e la unione con la Sede Apostolica a fini politici ed al sogno della propria supremazia in una Chiesa imperiale. Varie trattative con Roma iniziate dai successori di Acacio non ebbero felice csito, date le preferenze monofisite dell'imperatore Anastasio (491-518). Soltanto il suo successore Giustino (518-27), aiutato dal conte Giustiniano, suo nipote e crede del trono, rinnovò la unione con Roma. Il papa Ormieda (514-23) chiese e ottenne che venisse firmato un formolario che conteneva
il riconoscimento della ortodossia conservata sempre dalla Sede romana, l'accertazione del Simbolo di Calcedonia e delle lettere dogmatiche di s. Leone, la radiazione dai dictici di Acacio e dei suoi successori, nonché degli imperatori Zenone e Anastasio. Cosi nel 519, dopo 35 anni, lo scisma suscitato dall'E. fini con una decisa affermazione del magistero papale contro il ceseropapismo byzantino.

Bisc.: S. Salaville, L'affinire de l'Hénétique ou le premier schisme byzantin au VI siècle, in Echos d'Orient, 18 (1918), pp. 229-62; 19 (1919), pp. 389-97; 20 (1020), pp. 49-68 e 413-52; E. Schwartz, Codro Patisano, gr. 1431, elue antichalbedonische Sammlung aus der Zeit Kaiser Zenon (Abhandl. der Baver. Ahad. d. Wiss. Phil. und hist. Klasse, 34, vi), Monaco 1927 (contione il testo greco dell'E. telto del cod. Vat. gr. 1431, dando nell'apparato critico le varianti; la recensione più nota del decreto v. in Evagrio, Hist. cod., III, 14; PG 86, 2620-267; Th. Schnitzler, Im Kample um Chaisedon, Geschichte und Jubali des Codex Encyclius von 438 , Roma 1938.

Agastino Mayer
ENRICIANI: v. ENRICO DI LOSANNA.
ENRICO Bazz da Malines. - Filosofo e astronomo belga, n. il 24 marzo 1246. Compi gli studi filosofici verosimilmente a Parigi e subì, sembra, l'influsso di s. Alberto Magno, di Ulrico di Strasburgo, nonché del gruppo averroista capeggiato da Sigieri di Brabante. Un manoscritto della Bibliothèque Royale di Bruxelles lo dice anche maestro in teologia. Fu in relazione con Guglielmo di Moerbeke.

Traduttore di scritti astrologici dall'arabo e dall'ebesico, E. è anche autore di opere astronomiche originali, quali le Tabulae Mechlinientes, la Magistralis expasitio astrolabii, e la Nativitas magistri Henrici, oroscopo autobiografico. Dubbio il De horis planetarum (Verenia 1493). Ma la sua opera maggiore è lo Speculum naturalium et quorumdam divinorum (ed., con nota bibliografica, della 1^{°} times 2^{°} parte di G. Wallerand [Les philos. belges, 11], Lovano 1932) composto fra il 1303 e il 1310 , in 23 parti trattanti problemi gnoseologici e fisici, di scienza naturale, d'astronomia e di metafisica. Mentre l'autore ostenta spesso il suo dissenso da s. Tommaso, accoglie dottrine averroistiche e neoplatoniche, con quel largo spirito eclettico che caratterizza i commenti di Alberto Magno ad Aristotele a quello di Bertoldo di Messburg alla Elementaria ideologica di Proclo. Per il tentativo di ascendere Platone con Aristotele, l'opera attirò l'attenzione di Pico della Mirandola che se ne procurò un esemplare.

Bisc.: G. Wallcrand, Henri B. de Molines et st Th. d'Aquin, in Rev. néascol. de philos., 36 (1924), pp. 387-411; M. De Wulf,

Hist. de la philos. méd., II, Lovanio-Pariq 1036, pp. 303-308; B. Nardi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinasr. ital., Roma 1943, pp. 173-79.

Bruno Nardi
ENRICO da Bolzano (di Treviso), beato. Asceta, n. a Bolzano, m. a Treviso in etia molto avanzata il 10 giugno 1315 . Ancora adolescente, per sfuggire alle molestie degli eretici, si trasferi a Treviso, dove prese domicilio e trascorse nell'umiltà, nel lavoro manuale, nella
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preghiera e nella penitenza tutta la vita, che Dio illustrò con molti pro-
digi. Benedetto XIV ne confermò il culto ab immemorabili e Pio VII lo estese a tutta la diocesi di Treviso. Festa il 10 giugno. Bisc.: Ana 33, Jusil. II, Parig 1867, pp. 365-82; A. ButlerH. Thurston, The lives of the Saints, VI, Londra 1937, pp. 138-37. Felice da Minem
ENRICO di Chiaravalle, beato. - N. nel castello di Marcy presso Cluny in Borgogna da genitori nobili, entrò monaco a Chiaravalle ca. il 1156.

Nel 1160 divenne abate di Hautecordia in Savoia, nel 1176 di Chiaravalle e nel 1179 vescovo cardinale di Albano. M. il 1^{°} genn. 1189 in Arras; fu sepolto a Chiaravalle.

Ebbe dai Papi incarichi delicati: nel 1162 fu meditator nelle trattative fra Alessandro III e l'arcivescovo di Reims; riconcilio nel 1178 Enrico II re d'Inghilterra con la Chiesa di Canterbury; fu legato pontificio nel 1186 nella lotta contro gli albigesi; predicò la crociata a cui attrasse l'imperatore Federico I. Delle sue lettere è conservata una collezione incompleta come pure incompleto, è il suo scritto, De peregrinante civitate Dei (PL 204, 213-492).

Bisc.: S. Steffen, Henrich v. Cl., in Cist. Chrooik, 21 (1909), pp. 225-36; 267-80; 300-306; 334-43; G. Künze, Heinrich v. Cl., Tubinga 1909; K. Hald, s. v. in LThK. IV, col. 910. Lucchesio Spätling
ENRICO, principe del Congo. - N. ca. il 1495 , figlio di dom Affonso, più tardi re del Congo, dom E. nel 1508 fu mandato a Lisbona per essere educato nel convento di S. Eloy dei Loios, Canonici Regolari di S. Giovanni Evangelista, dove fece i suoi studi. Nel 1513 accompagnò l'ambasciata del re Affonso a Roma. Nel 1518 fu nominato vescovo titolare di Utica e ausiliare del vescovo di Funchal per il Congo e nel 1519 e 1520 ricevette l'ordinazione sacerdotale; quindi, verso la fine del 1520 e al principio del 1521 , fu consacrato vescovo. Nel 1521, accompagnato da 4 loios come consiglieri teologici, fece ritorno al Congo. Ritenuto dal padre nella capitale Baja, sviluppò una feconda attività. Dom E. morì prima del 1539 .

Bisc.: E. Weber, Die portugiesische Reichsmision im Königreich Kongo, Aqnlegrana 1924, pp. 64-86; J. Cuvelier, Het Oud-Koningsijh Kongo, Bruges 1941, pp. 366-75.

Giovanni Roromerskirchen

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ENRICO di Egwint. - Mistico domenicano del sec. xiv, chiamato nei documenti Echebout, Ebberiunt, Ehescinden, Heepont. Di lui si conservano 4 prediche in un manoscritto di Einsiedeln con un'altra di Meister Eckart falsamente atrribuitsgli. Per la profondità di idee, per la lingua rices d'immagini e per il cumulo di concetti, E. si rivela dlascpolo di Meister Eckart. Il 21 sett. 1317 appare come priore di Würzburg, il 29 giugno 1318 come priore di Ratisbona. In questa qualità, insieme con due confratelli è nominato procuratore dei collettori pontifici. L'11 luglio tenne di nuovo il prioraio di Ratisbona.

Bibs.: F. Pfeufler, Heinrich t. E., in Zeitschrifif f. deutsches Abentein, 8 (1841), pp. 223-34; J. Unemacher, Heinitit v. E., in LTMl, IV, col. 112; W. Stammler, Heinitit v. E., in Die Deutsche Literatur des Mittelalters, Verfasser lexikon, II, Bortino 1936, col. 250.

Anasio Wida
ENRICO II, re di Francia. - Figlio secondogenito di Francesco I e di Claudia, figlia di Luigi XII, n. il 31 marzo 1519. Per il trattato di Madrid fu nel 1527 trattenuto come ostaggio a Madrid fino al riscatto, nel 1529. Sali al trono il 31 marzo 1547. Fin dal 1533 aveva sposato Caterina de' Medici che ebbe però durante tutto il regno scarso rilievo rispetto alla favorita del re, Diana di Poitiers. E. governò tra i due influssi del concstabile Anne di Montmorency e di Francesco di Lorena duca di Guisa. Ricordando la sua prigionia, serbava in cuor suo estremo rancore per Carlo V, ed anelava alla guerra : già nel 1548 si ebbe il preannuncio del conflitto con il viaggio del re in Borgogna ed in Piemonte e con il breve contrasto con l'Inghilterra che procurò alla Francia, mediante riscatto, la riconquista di Boulogne ( 1550 ).

Nel 1551 i principi tedeschi protestanti collegati contro l'Imperatore chiesero l'aiuto del re di Francia, autorizzandolo ad occupare Metz, Toul, Verdun, Cambrai, di cui fu fatto vicario dell'Impero (in cambio il re si impegnò a sussidiarli nella guerra). Nel 1552 E. II con un grande esercito invase l'Impero ed occupò Metz, Verdun, Toul a titolo di protezione. La reazione di Carlo V nel 1553 non riusci a ricuperare Metz nonostante un sapro assedio. Dopo l'abdicazione di Carlo V e la tregua di Vaucoiles ( 5 febbr. 1558) la guerra riceve in conseguenza della spedizione del duca di Guisa su Napoli. Le operazioni di guerra ebbero una fase tragica per la Francia: la grande sconfitta subita a S. Quintino ( 10 ag. 1557). La pace con la Spagna fu ristabilita con il trattato di Cateau-Cambrésis ( 3 apr. 1559). In una giostra celebrata per le feste E. II fu ferito ad un occhio gravemente e m. il 10 luglio 1559.

Disilluse della politica papale, si mostrò favorevole alla Chiesa gallicana e contrario al Concilio; ad un certo momento minacciò anai uno scisma. - Vedi tav. XXVIII.

Bibl.: B. de la Barre-Duperca, Histoire de Henri II, Parigi 1887; F. Ductus, Anor de Montmorency, ivi 1889, passim; H. Boucher, Cadelvins de Médicis, ivi 1890, passim; M. Hay, Madame Diane de Poitiers, ivi 1900, passim; H. Maridini, Cadelvins de Médicis, 2² ed., ivi 1920, passim; L. Romier, Les origines politiques des guerres de religion, 2 voll., ivi 1013-14; G. Zeller, La réunion de Metz à la France, ivi 1927; H. Noëll, Henri II et la naissance de la société moderne, ivi 1944. Francesco Cognasso

ENRICO III, re di Francia. - Ultimo dei Valois, figlio di Enrico II e di Caterina de' Medici, n. il 20 atti. 1551 a Fontainebleau, m. a Parigi il 1^{°} ag. 1589. Non previsto erede al trono come sestogenito, vezzeggiato dalla madre in rivalità con il fratello Carlo (IX), guastato da un'educazione e da cortigiani raffinati ed effeminati, ebbe parte non piccola, ventunenne appena, nel massacro della notte di a. Bartolomeo, Portato al trono di Polonia (apr. 1573 giugno 1574) dal favore della nobiltà polacca e dal
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(per coetura di man: A. P. Fentus)
Enrico IV, re di Francia - Ritarito attribuito a P. B. Rubens.
danaro dell'ambasciatore di Francia, lasciò furtivamente quel Regno alla notizia che, per la morte di Carlo IX, gli spettava il Regno di Francia.

Quei suoi 15 anni di regno in Francia sono uno sforzo continuo, con tutti i mezzi, le blandiere, gli infingimenti, gli atti di forza e di vilta, di assicurare alla monarchia una posizione preminente e indipendente dalle parti che strasciavano la Francia, con una particolare diffidenza verso la Lega cattolica e il suo capo Enrico I, duca di Guisa, nel quale egli subadora un pretendente al trono; sospetto avvalorato dopo il giugno 1584 , quando, per la morte dell'erede Francesco di Valois, duca d'Alençon, la Lega cattolica oppone all'erede legittimo, ma calvinista, Enrico (IV) di Borbone-Navarra, il meno legittimo ma cattolico duca di Guisa. Per sottrarsi alla stretta dei leghisti, E. lascia Parigi (maggio 1588) e fa uccidere a tradimento il Guisa, ciò che esaspera i cattolici, specie parigini, contro il re e contro l'eventualità di un successore calvinista. Di questa esasperazione popolare si fa interprete il frate Jacques Clément che pugnala il re. - Vedi tav. XXIX.

Bibl.: Duc de Noailles, Henri de Valois et la Pologne en 137-, 3 voll., Parigi 1887; H. Maridini, Cathérine de Médicis, 2² ed., ivi 1920; G. Duda, Henri III, in Revue historique, 165 (1930), pp. 1-42; A. Warschauer, Heinrich van Valois als König von Polen, 1514, in Mitteilungen der historischen Gesellschaft für Posen, 1935, pp. 12-22; P. Champion, La jeunesse de Henri III, 2 voll., Parigi 1941-42; Id., Henri III roi de Pologne, ivi 1942; P. Lallier, Henri III et son secret, ivi 1949. Ernesto Sessan

ENRICO IV, re di Francia. - Figlio di Antonio di Borbone, il principe del sangue più vicino alla linea regnante dei Valois, e di Giovanna d'Albret, regina di Navarra, n. a Pau il 14 dic. 1553, m. a Parigi il 14 maggio 1610. Orfano di padre a nove anni, tenuto in stretta sorveglianza alla corte di Parigi, evade nel Béarn e, morto (1569) Luigi I di Condé, suo zio paterno, gli successe come capo

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dei calvinisti. Auspice la regina vedova, Caterina de' Medici, sposò la figlia di lei, Margherita ( 17 ag. 1572), pegno di pace fra cattolici e calvinisti; ma una settimana dopo, la notte di s. Bartolomeo pone fine a quel piano ad E. è salvo, pare, soltanto per l'intervento di Carlo IX, ma anche dopo l'abiura (sett. 1572) è trattenuto a corte in larvata prigionia. Ne fugge nel febbr. 1576, torna al calvinismo e ne diviene capo militare e politico, anche in rivalita con Enrico I, duca di Condé, e come tale è riconosciuto dalle potenze protestanti; però si atteggia a tollerante, per non rompere tutti i ponti con l'altra parte, nel caso, sempre meno improbabile, che si trovasse erode della corona di Francia. Il caso si presenta, infatti, nel 1584 , per la morte di Francesco, duca di Alençon, ultimo fratello di Enrico III, privo di prole. Ma una bolla di Sisto V ( 9 sett. 1585), sollecitata dai leghisti cattolici, priva E. e il Condé dei diritti di successione. Finché vive Enrico III, egli ostenta fedeltà al re, lo sostiene nella sua lotta contro i Guisa, si vale dell'appoggio finanziario delle potenze protestanti, mentre quelle cattoliche, e specialmente Filippo II di Spagna, sostengono i Guisa. Scomparsi i Guisa ed Enrico III (10 ag. 1589), E. IV si trova ad essere re di Francia solo per una parte dei suoi sudditi: per i calvinisti, per i cattolici legittimisti, per i "politici" ai quali non repugna che il re possa essere di fede diversa dalla maggioranza dei sudditi, ma non per la maggioranza dei Francesi, soprattutto delle province del nord e dell'est e in prima linea della capitale, che gli oppongono come antiré lo zio Carlo, card. di Borbone. E. deve uscire dal suo atteggiamento tollerante, combattere questi sudditi riottosi e soprattutto Filippo II che li sostiene con le armi dell'abillasimo Alessandro Farnese. Ma né Ivry, vittoria di E., né Lagny, successo del Farnese, sono decisivi. Decisivo è che E. si avvede che solo un re cattolico potrà dare la pace alla Francia; decisivo è che i leghisti cattolici si avvedono che la continuazione della guerra civile significherà lo scembramento della Francia a profitto di Filippo II. Avvicinandosi cosi, sull'idea dell'unità della Francia, i due opposti partiti, riesce possibile ad E. consumare, senza troppo scandalo, la sua seconda abiura (25 luglio 1593), farsi coronare a Chartres (27 febbr. 1594) e entrare a Parigi il 22 marzo successivo. Il 17 sett. 1592 papa Clemente VIII assolve il re relapso e con ciò toglie ogni giustificazione religiosa alla guerra di Filippo II e alla ostinata resistenza di alcune citta leghiste. Finalmente la guerra finiva per esaurimento finanziario dei belligeranti nella pace di Vervins (2 maggio 1598). Quasi negli stessi giorni l'editto di Nantes garantiva ai sudditi protestanti l'esercizio della loro religione, nonostante la riluttanza dei parlamenti provinciali a registrare l'insudita novità; dei quali parlamenti, del resto, E. IV non esita a tenere poco conto, come nel caso del richiamo della Compagnia di Gesù (1603), imposto dal re contro il Parlamento di Parigi.

Ma dopo Vervins, dopo avere indotto alla pace (di Lione, 1601) anche l'inquieto duca di Savoia Carlo Emanuele I, dopo avere piegato gli ultimi ribelli, come il duca di Biron (1602) e il duca di Bouillon (1606), tutte le cure di E. IV sono rivolte a sanare le orribili piaghe della guerra e la poverta del tesoro dello Stato. Guidata da una sorta di fideicrotismo ante litteram, cui si ispirava il suo eccellente ministro duca di Sully, solo in parte corretto dalle idee mercantilistiche del de Laffemas, il re riporta, nel giro di pochi anni, la Francia a una rela-
tiva prosperità e a un ruolo di primo piano nella grande politica europea : cosi si adoperò nel 1607 nell'aspra controversia fra Venezia e la S. Sede e due anni dopo nell'indurre la Spagna a una tregua di 12 anni con la Pro. vince Unite del Paesi Bassi. Ma tutto ciò prolideva a un suo progettato intervento armato anti asburgico in Germania e in Italia in alleanza con i principi protestanti tedeschi e con Carlo Emanuele I di Savoia, quando il pugnale dell'esitano Francesco Ravadine pose fine al grand dessein.

Bist.: E. Ront. Henry IV, les Suisses et la lloute-Italié, Parigi 1882: L. Amance, Henri IV et l'Allemagne, ivi 1887. C. Pfister, Let - Eranomies royales de Sully et le grand desceza de Henri IV, estr. de Revue historiane, 54-56 (1804): G. F. anace, L'économie vernie de France sous Henri IV, Parigj (Sier: P. de Vaissière, Henri IV, ivi 1921; P. P. Willert, Henre et Nannere und the bagenous in France, Nuova Vurh 1933; M. de Bolland, Siste V. Henri IV et la Ligue: la figation du card. Contant en France (1519-20), in Revue des questions hitomiques, 176 (1932), pp. 59-149; F. Oubourcau, Henri IV liberateur et restaurateur de la France, Parigj 1041: M. Reinhard, Hcari IV ou la France sauvée, ivi 1043; S. Biron, Henri IV lui-même, ivi 1049; R. Mounier, La vésositie des offices sous Henri IV et Louis XIII, Rouen 1943.

Ernesto Sexian
ENRICO di Friemar. - Storico e teologo agostiniano, n. a Framol, paesello della Turingia, ca. il 1254, m. ottantenne nel 1334. Fin dalla sua prima giovinezza appartenne all'Ordine di S. Agostino. Studio alla Sorbona, e si rese celebre per i suoi scritti di filosofia e teologia. Fu anche attivo negli studi scritturalici, ascetici e mistici. Fu superiore religioso di santa vita, stimato e amato da tutti i sudditi.

La sua fama è maggiormente legata ad un opuscolo che scrisse sulla storia degli Agostiniani, con il quale esercitò un grande influsso sugli storiei posteriori trattanti le cose dell'Ordine, in modo speciale per i tempi in cui F. visse a scrisse. Le sue opere principali furono pubblicate: De quatuor iustitutibus: divino, angelico, dinbalico, mundano (Venezia 1498, Hlagenau 1513, Parigi 1514); De spiritibus surumque discretione (Venezia 1498 e Anversa 1652); Additiuurs ad libros Seritatiiunm (Bodha 1497, Colonia 1513); Pra conceptione B. V. Marine (Lorunio 1664); Expositio in Decalogum (Colonia 1498); Passio D. N. (Parigi 1514, Hlagenau 1517); Serenones de soncto (ivi 1513, Parigi 1514); De origine et progressu Ordinii FF. EE. S. Augustini (Venezia 1514, e in Analecta Augustiniana, 4 [1912], pp. 298-307, 321-28).

Bist.: J. Leatori, Illustriava tori Augustiniana, I. Tolentino 1848, pp. 115-16; Hurter, II, coll. 541-42; W. Hümplner, H. e. F., in Zeitschr. für Thürine. Gresh. u. Altert., nuova serie, 22 (1914), pp. 49-64.

ENRICO di Gand. - Filosofo e teologo, n. a Gand nei primi decenni del sec. xim, m. il 29 giugno 1293.
E. è uno dei massimi fra i numerosi grandi pensatori belgi del medioevo. Nei decenni immediati dopo la morte di s. Tommaso egli fu, insieme con il suo compatriota Goffredo di Fontaines, uno dei professori più eminenti dell'Università di Parigi. La sua filosofia ha avuto un influsso grande e durevole, mentre invece la sua persona cadde presto in dimenticanza e divenne oggetto di leggende. Oggi sappiamo che egli non era un discendente della nobile famiglia Goethals di Gand, come per secoli si credette, a che non appartenne mai all'Ordine dei Serviti. Le uniche date certe delle sua vita sono: nel 1267 canonico di Tournai, nel 1276 arcidiacono di Bruges e a cominciare da quest'anno insegnante all'Università di Parigi, nel 1277 doctor theologian a Parigi. Opere principali : la Summa theologica (stampata a Parigi nel 1520 con il titolo Summa quaestionum ordinariarum, e a Ferrara nel 1646) e i Quodlibeta, che hanno una grande importanza nella storia del pensiero medievale (stampati a Parigi nel 1518, a

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Vegesia nel 1608 e 1613). Gli vengono inoltre attribuiti un Commento alla Fisica di Aristotele, Quaestiones sulla Metajisica e un trattato di logica (tutti inediti).

I ig Quedliheta, cha E. discusse a Parigi fra il 1276 e il 1292 , dànno un'immagine viva delle questioni controrette che stavano allora al centro dell'interesse scientifico. Gli avverosvi principali, contro cui E. si indirizca in queste dispute, sono Goffredo di Fonounes ed Emilio Romano. Anche nella lotta fra il clero secolare e gli Ordini mendicanti, E. prese riputuramente posizione nel corso dei suoi Quodlibeta, schierandosi contro i privilegi degli Ordini.

Fra gli argomenti filosofici e teologici, cha E. ha trattato, si trova in primo luogo il problema molto discusso, e diventato attuale allora per causa di Egidio Romano, se fra l'essenza e l'esistenza sia da ammettere uno distinzione reale o no. Sembra che E. fosse il primo a trovare per questo problema la famosa formola etsessentia et resesistentia, che nei decenni seguenti servì tanto spesso da titolo a tutta la discussione. Egli nega (in opposizione ad Egidio) la distinzione reale, però non si accontenta neppure di una semplice distinetio rationis, ma sceglie una via di mezzo: la distinetio intentionalis, che grande alla distinzione formale degli scotisti.

Tra gli altri problemi importanti va anzitutto menzinante la questione, allora scortante, se ci siano una o più forme sostanziali nel compasitano, in particolare nell'uomo. E. nel suo primo Quodlibet ( 1276 ) si pronuncio per la dottrina tomista dell'unicità della forma, ma in seguito cambiò opinione, essendo questa tesi divenuta sospetta per le condanne del 1277. Del suo secondo Quodlibet in poi ritiene l'unità della forma solo per la natura inorganica e organica, ma non per l'uomo. In questo s'aggiunge all'anima razionale la forma corporeo tatio come seconda forma sostanziale: una dottrina che in segntta sarà molto discussa e avversata.

Originali sono pure le teorie psicologiche e gnoscologiche di E., in cui un empirismo abbastanza spinto si associa a una forma particolare della teoria agostiniana dell'illuminazione. Nell'opposizione fra intellectualismo e volontarismo, punto di divergente fra i vari sistemi psicologici e morali del sec. xili. E. sta dalla parte dei volontaristi e difende ripetutamente tale posizione contro Goffredo di Foncalnes, il rappresentante di un intellectualismo estremo. Per E. la volontà ha un primato assoluto sulla regione; contrariamente all'intelletto, che prima di diventare attivo e passivo, la volontà è una potestia simplistica action a cui spetta la parte di padrona e non di serva riguardo all'intelletto; percio l'essenza della beatitudine consiste non nel conoscere Dio, ma nell'amarla: "Dius semper magis dilipitur quam cognoscitur et hoc quia voluntas per dilectionem magis unitur fiei quam intellectus per cognitionem " (quodl. 17, q. 2).

Si è discusso assai a quale indirizzo filosofico si dubba ascrivere E. Una vecchia tradizione, che sembra risalire a Suárec, gli attribuiva un platonismo estremo, talora opposto alla verità cristiane; più tardi s'è parlato di platonismo cristianizzato e infine di eclettismo (De Wolf). Ma studi recenti (Paulus) hanno dimostrato che lo spirito che domina la sintesi filosofica di E. è senza dubbio ispirato al platonismo. Questo platonismo va più propriamente caratterizzato come un agostinismo indipendente dall'egostinismo francescano del sec. xili e fortemente influenzato dalla filosofia di Avicenna. Ma a questa metafisica platonizzante si sovrappongono, senza fondersi insieme, un pronunciato nominalismo ed empirismo. In corrispondenza a questo dualismo esistente nel sistema, l'influsso storico di E. è stato duplice: ha preparato la via sia al realismo di Sesto come al nominalismo di Guglielmo Occam.

Boc.: M. De Wulf, Etudes sur Henri de G., in Histoire de la phil, scolastique dans les Fays-Bas et dans la principauté de Lilac (Mémoires convenuées de l'Acad. Royale de Belscigno, 71). Bruxelles 1802; id., Histoire de la phil, en Belgique, Bruxelles: Parigi 1910, pp. 80-116; id., Hist de la phil, medicvale, II, 6^{°} ed., Locasia-Parigi 1926, pp. 297-303, 308-309 (trad. it. di V. Miano, Firenze 1043, pp. 273-78, 383-84); E. Hocedes, Gilles
de Rome et Heuri de G. sur la distinction réelle (1226-87), in Gregorianum, 8 (1927), pp. 358-84; id., Le premier Quodlibet d'Henri de G. (1276), ibid., 2 (1928), pp. 92-117; J. Paulan, Henri de G., estai sur les tendances de sa métaphysique (Etudes de phil, médicvale, 25), Parisi 1938 (bibl.); M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, vota. it., Milano 1939, pp. 128-29; T. V. Nys, De Warbing van het menselijk Verstand volgens Hendrik van Gent, Locuaria 1940.

ENRICO di GORKUM (Gorbichem). - Teologo, n. ca. il 1386, m. nel 1431 a Colonia. Insegnò prima a Parigi e poi (1419-31) a Colonia. E uno dei principali rappresentanti del tomismo nella lotta tra "albertisti" e tombati all'Università di Colonia che cominciò ad accanirsi all'epoca del suo insegnamento e che finì, in gran parte per merito di E., con la preminenza del tomismo.

Opere principali: Conclusiones in libros magistri Sententiarum (stampato due volte prima del 1489); Compendium Summae theologiae e. Thomae (stampato ca. il 1473); Tractatus consultatorii, cioè una collezione di trattati De divinis nominibus, De praedestinatione, De iusto bello, ecc. (stampato 1503).

Bist.: M. Grabmann, Hilfsmittel des Thomasstudiums aus ulter Zeit, Friburgo 1923, pp. 20-23; id., s. v. in LThK, IV, col. 923.

Medeliner Maier
ENRICO di Harclay. - Scolastico inglese. Scarsi e poco sicuri i dati sia biografici che attinenti alla sua attività scientifica. Secondo Pelster n. verso il 1270 e ricercata l'ordinazione sacerdotale nel 1297, Magister regens nell'Università di Oxford, ne divenne cancelliere nel 1312. M. nel 1317 alla corte papale di Avignone ove si era recato per propugnare la causa della sua Università.

Mentre il Pelster vede in E. quasi un precursore di Occam, De Wulf la giudice non dissenziente dal realismo tomistico. Allo stato attuale degli studi, su E. un giudizio assoluto sarebbe premotore; si può tuttavia constatare nelle sua opera un certo eclettismo, cosi che in parecchie questioni propende verso Sesto mentre in altre si palesa fedele seguace di s. Tommaso. Scrisse un Commentarium in Souterclics e Quaestiones.

Brat.: F. Pelster, H. von H., Kanzler von Oxford, und seine Oudotianen, in Miscellanea Ebrle, I, Roma 1924, pp. 307-56.

Felicissimo Traviella
ENRICO di Herfroni. - Teologo e storico domenicano, n. a Herford all'inizio del sec. xiv, m. a Minden il 13 ott. 1370. Religioso a Minden, fu definitore per la sua provincia di Sassonia al Capitolo generale di Milano del 1340 .

E noto agli storici per il suo Liber de rebus memorabilibus sive chronicon mundi (ed. Potthast, Gortinga 1859) cronaca dall'origine del mondo fino al 1355 , di notevole valore per il periodo storico contemporaneo all'autore. Delle altre sue opere si conserva solo la Catena entium (Biblioteca di Erfurt, codd. 370 e 371 ).

Brat.: Quotif-Extard, I, pp. 665-66; P. von Loü, Statistisches über die Oedempezziou Sscannia (Quellen u. Furch. zur Geschichte des Dominikanerordens in Deutsch., 4), Lipsia 19