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 altre sue opere si conserva solo la Catena entium (Biblioteca di Erfurt, codd. 370 e 371 ).

Brat.: Quotif-Extard, I, pp. 665-66; P. von Loü, Statistisches über die Oedempezziou Sscannia (Quellen u. Furch. zur Geschichte des Dominikanerordens in Deutsch., 4), Lipsia 1910, pp. 32-33; F. Novari, Il De Magnalibus Medialoni ad una cronaca eretifacilica del Trecento, in Archivio storico lombardo, 42 (1913), pp. 485474; H. Ch. Scherben, Untersuchungen über einige mittelalterliche Crouchen des Predigerordens, in Archiv der deutschen Dominikaner, I (1977), pp. 206-21.

Alfonso D'Amato
ENRICO di HUNTINGDON. - Arcidiacono, storico, n. ca. il 1085 nella diocesi di Lincoln, città in cui fu educato, m. nel 1153. Nel 1110 fu nominato arcidiacono di Huntingdon. Nel 1199 accompagnò Teobaldo, arcivescovo di Canterbury, a Roma.

In viaggio, visitarono il monastero normanno di Bec, ove Roberto di Torigny, storico di Normandia, mored ad E. la Historia Britanum di Gallvido di Monmouth. Quando E. tornò a casa, Alessandro, vescovo di Lincoln (1123-47), gli chiese una storia d'Inghilterra fondata principalmente su Beda. Quindi comparve la sua compilazione Historia Anglorum fino al 1120, che poi

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(6a E. Lange, Manchunel des Mittelalters, Liyale 1812, 105, 101 Eneico II, imperatore - Mionese d'arzeneo (roaz-24) - Berimo. Geldmussum der deutschen Reichabank.
venne continutte fino al 1154; soltanto dal 1126 ha valore originale. E. fu sepolto nel duomo di Lincoln.

Prima, E. godera grande stime come storico, ma dopo gli studi critici di Liebermann ( 1878 ) a T. Arnold ( 1879 ) diminuil la sua fama. E. non risulta abbastanza accurato. Tuttavia era scrittore colto, abile ed elegante. Inoltre scrisse epigrammi e alcune opere minori, fra cui l'epistola De contemptu mundi (PL 195, 979 sgg.), ed altre non pervenuteci.

La migliore edizione dell'Historia (già in PL 195, 799 sgg.), è quella di T. Arnold (in Rolls Series, Londra 1879).

Bibs.: E. Burton, Henry of Huntingdon, in Coth. Enc., VII, p. 222 sz.

Enrico Rube
ENRICO II, IMPERATORE, santo. - N. il 6 maggio 973, m. il 13 luglio 1024. Sposo di 2. Cunegonda con cui visse in castitá, dal 28 ag .995 fu duca di Baviera, e dopo la morte di Ottone III fu proclamato re di Germania ( 8 sett. 1002).

Contro le discordie dei feudatari, svolse una politica ecclesiastica, favorendo l'alto clero. Il 14 maggio roaz venne coronato re d'Italia a Pavia, a a Roma, il 14 feblar. 1014, dopo aver stroncato lo sciema favorendo papa Benedetto VIII contro l'antipapa Gregorio, venne incoronato imperatore. In tale occasione rinnovò la concessione di Ottone I riguardante i domini temporali della Chiesa, che venne denominata Henricianum. Nel 1007 fondò la sede vescovile di Bamberga nel cui duomo fu sepolto. Scese una terza volta in Italia nel roaz-24 ed assoggettare i principi ribelli dell'Italia meridionale. Venne canonizzato nel 1046. Festa il 15 giugno. - Vedi tuv. XXX.

Bibs.: Vita Henrici II imperatoris auctore Adolbalds, in MGH, Scriptores, IV, pp. 672-92; G. Matthaei, Die Kloster. poltith Kaiser Heinrichs II, Gottings 1877; H. Lesčtre, St Hrusi, Parigi 1891; H. L. Mikoletzki, Kaiser Heinrich II und die Kirche, Vezna 1946.

Scamal Miroslav
ENRICO III, imperatore. - Figlio di Corrado II il Salico e di Gisella, n. il 28 ott. 1017, m. a Botfel nel Harz il 5 ott. 1056. Educato in Baviera sotto la direzione di due vescovi, partecipò fin da giovane ad imprese militari. Successo al padre il 4 giugno 1039 si occupò subito ad allargare i domini e consolidare l'autorità del suo regno, disinteressandosi fino al ro46 delle cose d'Italia. In quest'anno
i nobili romani lo chiamarono in Italia per porre fine allo scandalo di tre personaggi che si contendevano il papato, Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI. Ma E. coglieva l'occasione per rinaaldarvi la sua autorità politica. Nell'ott. del 1046 valicò le Alpi e riuní un sinodo a Pavia; nel nov. successivo s'incontrò a Piacenza con Gregorio VI che accolse con onore, ed insieme stabilirono di tenere un sinodo a Sutri. Quivi il 20 dic. fece deporre Silvestro III e Gregorio VI; poco dopo, a Roma ( 24 dic.), in un altro sinodo fece dichiarare deposto anche Benedetto IX. Fu allora nominato un papa a lui devoto nella persona di Suidgero, vescovo di Bamberga, col nome di Clemente II. Il nuovo eletto fu intranizzato il giorno di Natale, e come primo atto impose la corona imperiale ad E. ed alla moglie Agnese.

Il popolo romano gli confert a sua volta il titolo di patrizio romano che gli dava il diritto di intervenire nelle elezioni del papa, diritto di cui E. usò largamente designando alla cattedra apostolica ben quetrra pepi redesthi. In compenso si dimostrò sollecito della riforma della Chiesa; il 3 genn. 1047 presiedette un sinodo in cui vennero stabilite pene contro i sinuemaci. Subito dopo il sinodo di genn., E. si recò nell'Italia meridionale per ristabilirvi la sua autorità minacciata dei duchi normanni, indi ritornò in Germania portandosi prigieniero il deposio Gregorio VI. Alla morte di Clemente II, avvenuta presso Pecaro il 9 ott. 1047, nonostante che Viesone di Liegi suggerisse di rimettere sul trono pontificio Gregorio, E. designò papa il vescovo di Brassenone l'oppono (Damato II). Merto Damaso il 9 ag. 1048, E. in una grande assemblea tenuta a Worms nel Natale dello stesso anno designava a successore Brunone vescovo di Toul (Leone IX), ed alla morte di questo ( 19 apr. 1054) sceglieva Gelardo di Eichstätt (Vittore II). Nel marzo del 1055 E. insieme al suo designato venne in Italia e partecipò al Sinodo di Firenze ed assistette all'incoronazione
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(6a A. Goldschmidt, Die Heilerin Eidmahen, liireus. Mioner 1811 Eneico III, imperatore - II re E. III in trono. Miniatura dell'evangeliario di Echternach (1039-40) - Brema, Stadthibisches.

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di Vittore ( 15 apr. 1055). Ritornò poi in Germania traendo con sé come ostaggi la contessa Beatrice di Toscana con la figlia Matilde non avendo potuto sottomettere il marito di quella, Goffredo di Lorena, divenuto pericoloso per la sua autorità in Italia.
E. fu lodato dai contemporanei per aver appoggiato la riforma della Chiesa e per il suo disinteresse, alieno da ogni sioneria, nel conferire le dignità ecclesiastiche.

Bac. E. Stelndorff. Jubrbischer des deutschen Reichs unter Heinrich III, 2 voll., Lipsia 1874-81; A. Fische, La riforma gregoriana, I, Lovacia 1952, pp. 104-13; J. Gay. Les Papes du XIV siècle et la chrétienté, Parigi 1026, pp. 107-20; A. Fische. L'Europe occidentale de 666 à 1123 , ivI 1030; P. Ruhe. Heinrich III und das Papsttum, Berlino 1050; S. Ladner, Theologie und Politik vor dem Inventarstreti, Baden 1926; E. Amann e A. Dumas, L'Eglise un pouvoir des bimens, in A. Pliche-V. Martin. Hist. de l'Eglise, VII. Paris 1943, pp. 92-110.

Agostino Amore
ENRICO IV, IMPERATORE. - Figlio del precedente a di Agnese, n. I'11 nov. rogo, m. presso Visé (Belgio) il 7 ag. 1106. Incoronato re già a quattro anni, poté ottenere la successione paterna nel 1056 mercé l'interessamento del papa Vittore II, ma essendo ancora fanciullo fu costituita una reggenza diretta da Agnese. In seguito ad una congiura, nel ro62 fu sottratto alla madre e condotto a Colonia per essere educato, ma crebbe spregioclicaro e di costumi corrotti. Dichiarato maggiorenne a quindici anni nel ro6s, l'anno successivo sposò Berta di Savoia, che ben presto abbandonò per darsi ai piaceri più grossolani, e dalla quale avrebbe volentieri divorciato se a. Pietro Donizini non gli avesse minacciato le pene ecclesiastiche. Prese le redini del governo nel ro69, si adoperò subito con energia a rafforzare la sua autorità sulle terre dell'Impero, per cui dovette sostenere delle lotte che gli resero difficile la vita a il governo. Ma la lotta più aspra la ingaggiò contro la Chiesa a proposito della controversia per le investiture.

Durante la reggenza di Agnese e nei primi anni di regno dello stesso E. la siononia era praticata apertamente in Germania: vescovati ad abbazie erano venduti all'incanto a comprati da persone non sempre degne. Gregorio VII, eletto il 22 apr. 1073, decise di porre fine a tutto disordine colpendo il male alla radice, i suoi rapporti con E. però da principio furono informati a cordialità e spirito di conciliazione, tanto che l'Imperatore promise soddisfazione e si mostrò favorevole ad un accordo. Intanto nel Sinedo quaresimale del 1075 Gregorio promulgava il decreto contro le investiture laiche. E., che aveva bisogno di feudatari ecclesiastici fedeli per bilanciare l'autorità di quelli laici, giudicò il divieto pontificio come lesiro dei suoi diritti e, forte della vittoria riportata sui Sessoni, continuò imperterrito a conferire le investiture. Gregorio, pur sempre disposto alla pace, protestò energicamente, ma i suoi legati non ottennero soddisfazione e citarono E. al Sinedo romano del 1076. Per tutta risposta E. noni una dieta a Worms ed il 24 genn. 1076 sotto le arcuse più assurde depose Gregorio. La decisione fu poi approvata anche dai vescovi dell'Italia settentrionale radunatía Piacenza e notificata a Roma durante il sinodo quaresimale. A tanta impudenza Gregorio rispose con la scomunica, interdicendo ad E. il governo della Germania e dell'Italia e sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà. Il vuoto si fero attorno ad E. : principiz vescovi l'abbandonarono e nell'ott. del 1076 la Dieta di Tribur decise di convocare un sinodo per il febbr. successivo da tenersi in Germania sotto la presidenza del Pontefice per decidere la questione. E. con abila mossa prevenne allora i suoi nemici; scese in Italia, ed a Canossa il 28 genn. 1077 ottenne da Gregorio l'assoluzione delle scomunica. I principí tedeschi intanto sleggevano a Porchheim un altro imperatore nella persona di Rodolfo di Svevia: la guerra civile scoppiò e si protrasse con alterna vicenda fino ai 15 rn. ro6o, quando per la morte di Rodolfo E. rimase solo padrone. Gregorio VII però nel marzo del ro6o scomunicò di nuovo E. come spergiuro e fedifrago. Il 31 mag-
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de K. Gaug. Theologiei des Autobaters, 1126a 1056, 112. Enricis IV, imperatore - Maesta d'argento (1056-1106). Berlino. Geldmursum der deutschen Reichsbank.
gio, nella Dieta di Magonza, E. depose Gregorio, ed il 23 giugno fece eleggere a Bressanone da alcuni vescovi del suo sentire un antipapa nella persona di Guiberto di Ravenna (Clemente III). Ritornò in Italia nel marzo del 1081, cinse la corona ferrea a Pavia, e dopo essersi impadremito dei beni della contessa Matilde, nel maggio assediava Roma sperando di prenderla con l'aiuto del popolo. Deluso ritornò in Lombardia mentre in Germania i principi elettori prendevano come re Ermanno di Lussemburgo. Nel febbr. del ro82 ritenrò l'assedio di Roma, ma dovette sospenderlo per i calori estivi; ritornò l'anno successivo e nel giugno del ro83 riusci ad impadronirsi della città leonina.

Gregorio acconsentì allora a convocare un concilio per definire la questione, ma ciò non ebbe effetto per la malafede di E., il quale riprese le ostilità ed il 21 marzo 1084 occupò tutta la città mentre il Papa si rifugiava in Castel S. Angelo. Convocò tosto un sinodo in S. Pietro in cui Gregorio fu deposto e scomunicato e l'antipapa Clemente fu intronizzato solennemente il 24 marzo; il giorno di Pasqua ( 31 marzo) E., insieme con la moglie Berta, ricevette la corona imperiale. Ma all'avvicinarsi delle truppe di Roberto il Guiscardo che veniva in aiuto del Papa, E. abbandonò Roma e rientrò in Germania, dove la situazione era divenuta difficile per la presenza dell'antagonista Ermanno di Lussemburgo. Quivi si adoperò con scritti, con la diplomazia e con le armi a far riconoscere l'antipapa. Gregorio VII intanto, nauseato della condotta predatrice dei soldati normanni a Roma, si recò in volontario esilio a Salerno, dove rinnovò la scomunica contro E. e Clemente e poco dopo morì ( 25 maggio 1085). Dopo il breve pontificato di Vittore III (maggio del ro86-sett. del ro87), in cui fu pubblicata una serie di scritti polemici pro e contro E., veniva eletto papa Urbano II (marzo 1088), fedele alle idee gregoriane. Urbano riuscì a stringere contro E. i nemici di Germania e Italia, favorendo il matrimonio tra la contessa Matilde e Guelfo V di Baviera. E. prese allora l'iniziativa per spezzare l'alleanza e nell'ape del rogo scese in Italia, conducendo contro la contessa Matilde una serie di campagne vittoriose. Nell'autunno del 1092 pose l'assedio anche al castello di Canossa, ma fu sconfitto e dovette battere in ritirata perdendo tutto il frutto delle precedenti vittorie.

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Insieme con lo scacco militare E. dovette subire la rivolta del figlio Corrado, che con l'aiuto della contessa Matilde fu coronato a Milano re d'Italia, la costituzione di una lega tra le città lombarde e la defezione di parecchi vescovi tedeschi. Rimase però nell'Italia settentrionale e, pur rinunziando ad ogni velleità offensiva, non rralasciava di agire diplomaticamente per isolare Urbano, finché, scoraggiato, nel rogo rientrò in Germania, abbandonando al suo destino l'antipapa Clemente. Quando nel luglio del rogo mori Urbano, E. fece allora dei passi col suo successore Pasquale II per venire ad una conciliazione con la Chiesa. Riconosceva di aver avuto torto turbando la pace, ma le sue proposte poco impegnative furono respinte ed il Pontefice rinnovò la scomunica (marzo del i roo). Nuovi negoziati furono intrapresi l'anno successivo ed E. sembrava stavolta deciso a riconciliarsi con la Chiesa; promise anche di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme, ma no fu impedito da un grave avvenimento. Nel dic. del 1104 l'altro figlio Enrico, associato al potere dopo la defezione del primogenito Corrado, abbandonava il padre trascinando con sé tutti gli scontenti della politica di E. La guerra civile scoppiò feroce tra padre e figlio e si concluse con la disfatta e la deposizione di E., sanzionate nella Dieta di Magonza all'inizio del 1 ro6. Nell'ag. dello stesso anno E. moriva riconciliato con la Chiesa. - Vedi tav. XXX.

Bial.: H. Floto. Kaiser Heinrich IV und sein Zeitalter. 2 voll., Stoccarda 1829-36; C. Killian. Itinerac Kaiser Heincicho IV, Karbrahe 1886; F. Sander. Der Kampf Heincicho IV und Gregors VII, Berlino 1893; G. Meyer von Enomau. Sahrbäcker des deutschen Reichs unter Heincich IV und Heincich V. 7 voll., Lipna 1808-1909; A. Fliche. La riflorae gregoriana. II-III. Lovanio 1923-77; A. Brackmann. Heinrich IV als Politiker beim Ausbruch des Investitionstreibs, Berhno 1927; B. Schmeidler. Kaiser Heinrich IV und seine Helfer im Investitionstreib. 14 1927; E. Vossen. Papauté ed pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII, Gembloux 1927; A. Fliche. L'Europe occidentale de 67-8 1112. Parigi 1240, passim; A. Fliche-V. Martin. Hist. de l'Eglise. VIII, in 1946. pp. 130-345. Agostino Amore

ENRICO V, IMPERATORE. - Figlio del precedente e di Berta di Savoia, n. l'8 genn. 1081, en. a Utrecht il 23 maggio 1123. Designato alla successione nel rog8 dopo la rivolta del fratello Corrado, fu incoronato re il 6 genn. rogo. Principe ambizioso e senza scrupoli, nel 1 ro4 tradl il padre costringendolo ad abdicare, e gli suscesse nell'ag. del 1 ro6. Nonostante le proteste di fedeltà al Papa, con audace disinvoltura e disprezzo delle leggi canoniche cominciò a nominare a dare l'investitura ai vescovi. La Chiesa, che aveva già tanto lottato contro il padre per rivendicare appunto quella libertà delle investiture, non poteva restare passiva, e la rottura divenne fatale.
E. però bramava cingere la corona imperiale, anche accordandosi con il Papa, ma gli avvenimenti di Germania e le difficoltà sopravvenute tre il 1108-1109 gli impedirono di effettuare il suo disegno. Soltanto nell'ag. del rito poté scendere in Italia; sottomise facilmente la Lombardia e la Toscana e celebrò il Natale a Firenze. Nel febbr. del rirle trattative iniziate con il Papa condussero al Concordato di Sutri: E. promise di rinunziare ad ogni investitura, il Papa, a nome dei vescovi, a tutte le regalic e leudi imperiali. Durante la cerimonia dell'incoronazione, però, i vescovi rifiutarono di sottoscrivere la rinunzia richiesta; E. si dichiarò allora sciolto dal suo giuramento e rivendicò il diritto alle investiture; il Papa si rifiutò di incoronarlo, ma scoppiano un tumulto fu fatto prigioniero. Per due mesi resistette a tutte le minacce, ma alla fine cedette ed E. ottenne come privilegio speciale il diritto di conferire le investiture ( 11 apr. 1111). Il giorno 13 fu incoronato imperatore e tosto ritornò in Germania pago del successo ottenuto. Il fatto però suscitò l'indignazione in tutta la Chiesa, a con scritti e petizioni si scongiurava il Papa a ritrarre quello che si designava come un praeilegium perché estorto con la violenza. Pasquale II, libero ormai dalla violenza imperiale ed appoggiato da tutti i vescovi, il 23 marzo 1112 annullò il privilegio; però sollecitato a scomunicare E. non lo volle fare sperando nella sua resipiscenza, sapendolo impegnato in
gravi difficoltà politiche in Germania. Nel 1116 E. venne in Italia per incametare i beni della defunta contessa Matilde, sebbene fossero stati lasciati alla Chiesa; riuscitegli facilmente l'impresa, sperava di venire ad un acconcedimento con il Papa pur non rinunziando alle investiture. Ma Pasquale II confermò le revoca del privilegio e rinnovò il decreto gregoriano contro le investiture isiche.
E. allora assediò Roma e se ne impossessò all'inizio del 1117, mentre il Papa si rifugiava a Benevento, ed il giorno di Pasqua si fece di nuovo incoronare da un arcivescovo. Nell'estate successiva ritornò in Germania, ma conosciuta l'elezione del nuovo pontefice Gelasio II ( 23 genn. 1118) ritornò clandestinamente a Roma per farlo prigioniero. Gelasio risci a fuggire, ed allora E. deluso e furente elesse l'antipapa Gregorio VIII che Gelasio, da Capua, scomunicò insieme con E. Questi, per osticolare la promulgazione della scomunica, ritornò in Germania, ed allora Gelasio poté ritornare a Roma; ma fu costretto di nuovo a partirne e riparare in Francia dove mori il 29 genn. 1119. A succedergli fu eletto Callisto II, che, sebbene fedele segnace delle idee di Gregorio VII, tuttavia desiderava di venire ad un accordo con E. per ristabilire la pace. Lo stesso episcopato tedesco, che ormai cominciava a copire la necessità della riforma per la Chiesa, lo incoraggiava a proseguire per quella strada. Anche E. da parte sua, nella Dieta di Magonza ( 24 giugno 1119), prometteeva di rappacificarsi con il Papa. Legati di Callisto s'incontrarono allora con E. e si venne ad un accordo preliminare di reciproche promesse, rinviando le decisioni ad un colloquio diretto tra ilPapa e l'Imperatore. L'incontro avvenne a Nioceon, ma per le tergi-
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Ida K. Lange. Muntunati des Mittelalters, Lipna 1812, Jan. 18; Eneico VI, IMPERATORE - L'imperatore in trono con le insegne della sua Autorità. Memeta d'argento (1190-97) - Berlim. Geldmuseum der Deutschen Reichsbank.

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Eviro VII, imperatore. - Figura giscente di F. VII. Dalla tomba scolpita da Tino da Carmino (sec. xiv) - Pise, Duomo.
versazioni di E. non si concluse nulla, e nel Concilio di Reims (ott. 1119) il Papa rinnovava la scomunica. Durante il 1120 E. fu impegnato in Germania in lotte civili, alla fine delle quali (sett. 1121) si tenne una dieta a Würzburg in cui si prescrisse la pace per tutta il regno e si decise, con l'assenzo dello stesso E., di inviare legati per trattare con il Papa. I negoziati furono conclusi a Worms con un concordato il 23 sett. 1122.

E. rinunziava ad ogni investitura per mezzo dell'analto e del pastorale, prometteva di non ingerirsi nelle elezioni dei vescovi, di restituire alla Chiesa tutti i beni che le erano stati tolei e di aiutarla nell'opera di riforma. Da parte sua il Papa concedeva che le elezioni dei vescovi fossero fatte alla presenza dell'Imperatore o di un suo delegato e che si concedessero le regole con l'investitura mediante la scottre. La pace fu suggestiva con la celebrazione di una Ricasa solenne, durante la quale E. fu ammesso alla Comunione e ricevette il bocio di pace dal card. Lamberto di Ostia a nome del Papa, che lo disperdò da ogni altra penitenza canonica. La lotta per le investiture, che aveva travagliato per cu. 30 anni la Chiesa e l'Impero, ebbe cosl termine.

Soll.: G. Meyer von Kromm, Yahrbäcker der deutschen Rache unter Heinrich IV und Heinrich V, 7 voll., Lipsia 1898 1009; E. Bernheim, Das Wormter Kmbbodist und seine Vorurhinden bomvblich Entstehung Fucmulierung Rechtsgolligkeit, Bredova 1006; A. Flache, L'Europe occidentale de 222 a 1123, Parigi 1920, passim; A. Flache-V. Martin. Hist. de l'Eglise, VIII, 101 1026, pp. 345-50.

Agostino Amore
ENRICO VI, IMPERATORE. - Figlio di Federico Barbarossa e di Beatrice di Borgogna, o, nel 1165, m. a Messina il 28 sett. 1197. Nominato re dai Romani a 3 anni, fu associato all'Impero con il titolo di Cesare nel 1184. Il 27 genn. 1186 per nòre politiche sposò a Milano Costanza di Altavilla, erede al Regno di Sicilia. Il papa Urbano III, che vedeva in quel matrimonio un pericolo per la Chiesa, si rifiutò di incoronarlo, ed allora E. per ordino del padre invase il territorio pontificio saccheggiandolo; solo quando il successore di Urbano, Gregorio VIII, gli promise che non avrebbe ostacolato le sue pretese sulla Sicilia, sospese le ostilità. Alla morte del padre, avvenuta il 10 giugno 1190 in Siria durante la Crociata, E. fu proclamato imperatore.

Ambisioso ed ostinato, avido di dominio e di grandezza, dopo aver sistemato le cose di Germania dove erano scoppiati dei turbidi fomentati da Enrico di Baviera, nella primavera del 1191 scese in Italia. Per ottenere la corona imperiale non esitò a tradire la ghibellina Tuscola, che fu consegnata ai Romani e da questi poi distrutta. Subite dopo l'incoronazione, nonostante le ammonizioni del Pontelice, E. si recò nell'Italia meridionale per sottomettere il regno della moglie, ma trovò forte ostacolo in Tancredi d'Altavilla e dovette in seguito destitere dall'impresa a causa di un'epidemia scoppiata nell'esercito, Ritzmò percio in Germania nel sett. o contro i patti
sanciti a Worms nel 1122 nominò ed investi vescovi. Morte Tancredi (1194) ritornò in Italia per la conquista del Regno siciliano; molte città gli si arresero, altre furono prese con le armi. Assicuratosi il potere (1196), sommiro le più atroci crudeltà contro ecclesiastici e laici, accusandoli di congiura a facendoli morire tra spaventosi supplica, mentre i suoi soldati si abbandonarono alle più invadite violenze. Foce accecate il giovane figlio di Tancredi e condusse prigioniere in Alsazia la moglie e la figlia di lui. Sollevatisi i siciliani, E. soffocò la ribellione ferocemente. Con blande promesse intanto lusingava il Papa a preparare una Crociata. La morte di Saladino (1193) e la conseguente sponizione del suo Regno tra i figli offrivano realmente un'occasione proprietà e tale impresa. Sollecitato anche dai principi orientali, E. si decise alla spedizione, ma con la mira di estendere i suoi domini. Nel maggio del 1195 tenne una dieta a Bari e ricevette la Croce dal vescovo di Trani, mentre in Germania prometteva assemblee allo scopo di arruolare soldati. L'inizio della spedizione avvenne nel sett. del 1197, ma E. rimase in Italia, e la morte sopravvenutogli poco dopo fece fallire ogni cosa.

Bim.: T. Toesche, Yahrbücher der deutschen Geschichte unter Heinrich VI, Lipsia 1867; F. Chabardon, Histoire de la dominacina uernande en Italie et en Sicile, 2 voll., Parigi 1907; A. Cartellieri, Heinrich VI und der Hobepunkt der stantischen Kaiser Politik, Lipsia 1914; J. Heller, Kaiser Heinrich VI, Berlino 1913; V. Pfaff, Kaiser Heinrich VI hochate Angebot an die römische Karie, Heidelberg 1923; W. Cohn, Das Zeitalter der Hohenstaufen in Skallen, Bredovia 1925; V. Pfaff, Kaiser Heinrichs buchstes Angebot an die rämische Karie, Heidelberg 1927; E. Pervin, Der Erbreichsblau Heinrich VI, Berlino 1927; G. Falco, La S. Romana Repubblica, Napoli 1942, p. 241 sge.

Agostino Amore
ENRICO VII, IMPERATORE. - Figlio del conte Enrico III di Lossemburgo, n. tra il 1270 e il 1280 , m. a Buonconvento il 24 ag. 1313. Alla morte di Alberto di Asburgo ( 1^{°} maggio 1308), per intervento del fratello Baldovino vescovo di Treviri e nonostante le mene di Filippo il Bello, che voleva far eleggere il proprio fratello Carlo di Valcà, fu elevato all'unanimità ad imperatore di Germania ( 27 nov. 1308). Fu incoronato ad Aquisgrana il 6 genn. 1309 e confermato da Clemente V nel luglio successivo.

Carattere nobile, ma più cavaliere che sovrano, per dare maggior splendore a grandezza all'Impero che considerava come l'unica monarchia universale, sollecitò l'incoronazione papale a Roma. Sistemate perció le cose in Germania, con l'approvazione del Papa cui aveva fatto balenare l'idea di una Crociata, nell'autunno del 1310 si accinse a venire in Italia per raggiungere a suo intento. Gli stessi partiti politici che travaglierano la penisola con rivoluzioni continue a latte frutricide sollecitavano la venuta dell' Imperatore, sperando con il suo intervento raggiungere pace e tranquillità. Nell'ott. del 1310 E. ricevette a Torino l'omaggio di molti signori e vescovi; passò poi in Lombardia accolto con grande entusiasmo ed il 6 genn. 1311 ricevette a Milano la corona ferrea. Ma pochi giorni dopo, perle sue richieste esose di denaro e di ostaggi,

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scoppiò una rivolta; altre città si ribellarono ed allora E., abbandonata la missione di paciere al disopra delle fazioni, si mise apertamente a capo del partito ghibellino. Durante la sua permanenza in Lombardia parecchie città res di essere guelfe furono distrutte. Nel febbr. del 1310 , passando per Genova, si recò in Toscana, dove mise al bando alcune citta, e nel maggio giunse a Roma. La citta era presidiata dai soldati di Roberto di Napoli, capo del partito guelfo; E. potè occupare soltanto il Laterano, dove il 29 giugno fu incoronato. In rotta ormai con il partito guelfo, si alleò con Federico re di Sicilia, e nell'ag. tornò in Toscana deciso a punire e sottomettere. Firenze ch'era a capo dell'opposizione, ma dovette ritirarsi. Finito l'anno di tregua impostogli da Clemente V in favore di Roberto di Napoli, e sprezzando le minacce di scomunica, con l'aiuto di Federico e delle città ghibelline d'Italia disegnava invadere le Puglie, ma le morte lo colse a Buonconvento, travolto da avvenimenti maggiori di lui. Con E. tramontava per sempre l'idea di un impero universale tedesco tanto vagheggiato in quel tempo, specialmente da Dante.

Bull.: M. Wernk, Klemens V und Heinrich VII, Halle 1882; V. Samunck, Zur Beurteilung der Herrchuftrerbolitionse Kuster Heinrichs VII in Itolice, in Historische Vuerteilsbietheft. 12 (1009), pp. 77-92; K. Grafe, Die Permaliebkels Kuster Heirrichs VII, Lipsia 1011; P. Schroeder, Kaiser Heinrich VII, 3 fascr., Gerst 1924-28; M. Tello, Das Rerbt der Entscheidone über Krieg und Frieden im Streite Heinrichs VII mit der römische Kurie, Berhine 1038.

Agostino Amore
ENRICO I, re d'Inghilterra. - N. nel 1068, ultimo figlio di Guglielmo I il conquistatore, m. il 2 dic. 1135 .

Ebbe il Regno d'Inghilterra nel r 100 , dopo la morte violenta di suo fratello Guglielmo II Rufus, e, per assicurarlo contro le pretese di suo fratello maggiore Roberto II di Normandia, sollecitd l'aiuto della Chiesa. Perciò richiamò l'esule arcivescovo Anselmo di Canterbury, che a cagione di nuove lotte per la questione delle investiture dové lasciare nuovamente il paese. E., però, nel 1106 rinunciava alla investitura dei vescovi ed abati. Rinnovò gli antichi atttuti contro la simonia e il concubinato del clero. Fondò i vescovadi di Ely (1109) e Carlisle (1133), e la badia di Reading (1121). Il governo di E. fu pure importante per l'intensificazione dei compiti finanziari e giuridici dello Stato.

BibL.: M. W. C. Davis, Henry, in Enc. Brit., XII, col. 432 sE., con relativa bibl., C. Petit-Dutoillis e P. Guinard, L'essor des Etats d'Oreident, Parigi 1944, pp. 43, 89, 220, passim.

Lucchesio Spätling
ENRICO II, re d'Inghilterra. - Figlio di Goffredo Plantageneto e Matilde, figlia ed erede di Enrico I, n. il 25 marzo 1133, m. il 6 luglio 1189 e Le Mans. Dopo la morte di suo cugino Stefano, conte di Blois, coronato re il 19 dic. 1134, approvò i diritti e la libertà di cui l'Inghilterra aveva goduto sotto il suo predecessore e si adoperò per riparare i danni del governo di lui.

Consolidò energicamente il potere assoluto del re, aiutato dal suo cancelliere Thomas Becket, che egli, dopo la morte dell'arcivescovo Teobaldo di Canterbury, costruise ad accettare la dignità primaziale, credendo di trovare in lui uno strumento servile alla sue aspirazioni. Ma il Becket si atteggiò a volonteroso difensore dei diritti ecclesiastici, specialmente del privilegio forense del clero, e non firmò le costituzioni di Clarendon (1164), che subordinavano la libertà della Chiesa cattolica inglese al beneplacito del re. Per le minacce del sovrano, fuggì in Francia presso papa Alessandro III, che cercò di evitare una rottura con E. Dopo un esilio di sei anni, tornato in patria, fu assassinato nella sua cattedrale il 29 dic. 1170 da cavalieri che pretendevano tutelare l'autorità del re. La furia popolare si volse contro il re, che davanti al legato pontificio fece un solenne giuramento di purificazione e promise di rinunziare alle consuetudini invase durante il suo regno contro la Chiesa (1172); si assoggetto pure all'umiliazione di un pellegrinaggio alla tomba della vittima. Ma di fatto le condizioni della Chiesa di fronte
allo Stato rimasero immutate. E., eccellente statista e guerricro e uno dei più potenti re del suo tempo, perse per la sua amoderatezza, in gran parte, la sua autorita e i suoi successi.

BibL.: W. Stubbs, Chronicles of the reign of Henry II, x vall., Londra 1868-71; R. W. Evton, Itinerary of Henry II, ivi 1878; C. Petit- Dutoillis e P. Guinard, L'essor des Etats d'Oreident, Parigi 1944, pp. 88-123, 127-39. Lucchesio Spätling

ENRICO UI, re d'Inghilterra. - N. a Winchester il 10 ott. 1207 , m. il 16 nov. 1272. Già nel 1216 abbe la reggenza per la morte del padre, Giovanni Senza Terra, sotto la tutela del conte di Pembroke e del vescovo di Winchester. Dall'inizio E. parteggiò per la politica papale nelle violente lotte politico-ecclesiastiche del sec. siit.

La sua economia disordinata e parziale lo rese odiato e causò nel 1234 l'intervento dell'areivescovo I'dmondo Rich di Canterbury. Il legato pontificio Ottone di S. Niccolò, a richiesta di E., emise decreto di riforma nei Sincdi di Londra (1237 e 1239) e Oxford (1241). Vescovi e nubili strapparono al re nuove libertà e una più accurata osservanza della Magna Charta. Inimicizia con i baroni, dispotismo e debolezza le resero sempre più impopolare, verso la fine del suo regno.

BibL.: F. A. Gascuct, Henry III and the Church, Londra 1009; M. Hennings, England under Heurrich III, ivi 1964; E. F. Meyer, Heurs III el l'Yefive, in Revue brit. litt. cit., 1929, pp. 236254, C. Petit-Dutoilie e P. Guinard, L'essor des Etats d'Oreident, Parigi 1944, pp. 180-217, e passim. Lucchesio Spätling

ENRICO IV, re di Ingmilterra. - N. il 3 apr. 1367 al castello di Bolingbroke, m. il 20 marzo 1413 a Westminster. Figlio di Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster, fu eletto re dal Parlamento nel 1399, dopo che era stato deposto Riccardo II. Avverso al movimento eretico del Wyclif, emanò nel 1401, d'accordo con il Parlamento, uno statuto De laerefico comburando vietante il possesso di scritti eretici e comminante la morte sul rogo a chi persisteva nelle false dottrine.

BibL.: C. Oman, The history of England from the arcesion of Richard II to the death of Richard III, Londra 1906, passim; T. F. Tout, Henry IV, in The dictionary of national biography, IX, pp. 482-94, con bibl. Silvio Purlani

ENRICO V, re d'Inghilterra. - N. il 9 ag. 1387 a Monmouth, m. il 31 ag. 1422 a Vincennes. Sallito sul trono alla morte del padre Enrico IV nel 1413, desideroso di gloria sbarcò in Francia per conquistare la corona di questo paese. Vinse brillantemente in battaglia, battendo la cavalleria francese ad Agincourt (1415). Sposò Caterina di Valois, figlia di Carlo VI di Francia, ed avrebbe dovuto succedere al suocero nel regno, ma la sua immatura morte annullò tale disegno.

BibL.: C. Oman, The history of England from the arcesion of Richard II to the death of Richard III, Londra 1906, passim; C. L. Kingsford, Henry V, in The dictionary of national biography IX, pp. 494-507, con bibl. Silvio Purlani

ENRICO VI, re d'Inghilterra. - N. il 6 dic. 1421 a Windsor, m. il 21 maggio 1471 nella Torre di Londra. Figlio unico di Enrico V e di Caterina di Valois, perse il padre a nove mesi di età e divenne re sotto la reggenza dello zio. Incoronato re a Westminster nel 1429 ed a Parigi nel 1431, perse tutte le conquiste francesi. Avendo E. perduta la ragione nel 1453, Riccardo, duca di York, divenne reggente e diede in seguito inizio alla guerra intestina delle Due Rose. E. fu ucciso nella Torre di Londra, dove era stato incarcerato, per ordine di re Edoardo IV.

BibL.: C. Oman, The history of England from the accession of Richard II to the death of Richard III, Londra 1906, passim; T. F. Tout, Henry VI, in The dictionary of national biography, IX, pp. 507-20, con bibl. Silvio Purlani

ENRICO VII, re d'Inghilterra. - Primo re della dinastia dei Tudor, n. a Pembroke Castle il

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INGRESSO DI ENRICO III DI FRANCIA A VENEZIA. Dipinto di Andrea Vicentino (sec. xVI) - Venezia, Palazzo Ducale.

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ENRICO II INCORONATO DA CRISTO. fra s. Pietro e s. Paolo. Ministro. del sec. XI - Monaco, Biblioteca Nazionale, cod. lat. 4456 (circ. 60).

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28 genn. 1457, m. a Richmond il 21 apr. 1509. Diserudente per parte di madre dai Lancaster, sconfitto ed ucciso Riccardo III a Bosworth, fu incoronato re il 30 ott. 1483. L'anno seguente sposò Elisabetta figlia di Edcardo IV di York, ponendo fine alla guerra delle Due Rose.

Suo obiettivo costante fu il rinsaldamento del trono, sventando le meno degii yorkisti, sostenuti da irlandesi e scozzesi, riducendo i poteri del Parlamento a vantaggio del consiglio privato e allontanando dal potere la nobiltà. Per contrastare l'espansione francese ai alleo, nel 1496 , con la Spagna, ma per non mettere a repentaglio il trono non scese a lotte aperte e preferi con abile politica matrimoniale assicurarsene l'amicizia.

Bac.: A. F. Pollard, The reign of Henry VII, from contemporary sources, Londra 1514; G. Tommerley, Henry VII, ivi 1517; C. H. Williams, England under the early Todors, ivi 1523; K. Pickthorn, Early Todor government, Henry VII, Cambridge 1511; H. M. Smith, Pre-Reformation England, Londra 1538, persica. Sulla società del suo tempo: C. M. Trevelyan. Storia della società inglese, trad. it., Torino 1948, p. 129 sgg.

Serato Cons
ENRICO VIII, re d'Inchilterra. - Secondogenito di Enrico VII, n. il 28 giugno 1491, m. il 28 genn. 1547 , divenne erede al trono per la morte del fratello Arturo (1502), e re il 2 apr. 1509, diciottenne. Aveva avuto una buona educazione, mostrava inclinazione per la teologia, la musica, la poesia, gli sporta. Con dispensa di papa Giulio II sposò la vedova del fratello, Caterina, figlia di Ferdinando d'Aragona.

Eiminati quasi tutti i ministri e consiglieri del padre nei quali punisce con la morte l'accusa popolare di rapacità, si affida ad altri consiglieri, e dal 1512 al 1529 , a Tommaso Wolsey. Diplomatico della vecchia scuola, Wolsey è, all'opposto del suo sovrano, poco aperto al tempo nuovi: è estraneo alla politica marinara, mentre E. è il fondatore di una marina regia da guerra; è estraneo alle esplorazioni, mentre E. le favorisce, almeno entro limiti che non possano allarmare la Spagna e il Portogallo. Ma per il resto si lascia guidare dal suo ministro a segue una politica di equilibrio continentale, seppur non sempre coerente e rettilineo: dapprima contro il pericolo di un predominio francese, che del resto sente anche nella stessa isola, dati i tradizionali legami fra Stasia e Francia, combatte la Francia (campagna in Guascagna, battaglia di Guinegate 1513, vittoria sugli Scozzesi a Flodden Field); poi, nel conflitto fra Carlo V e Francesco I, inclina verso quest'ultimo, ma nel 1520 si unisce all'Abbargo, per lasciarlo quando la vittoria di Pavie (1525) lo fa troppo potente in Italia e sul papato. Nell'insieme, questa politica non aveva reso molto a besterebbe già a spiegare il venir meno della fiducia del sovrano nel suo ministro. Sempre più dispotico per natura e percio insofferente del potere parlamentare, il Re, prima di tener chiuso il Parlamento quasi ininterrottamente per 14 anni, aveva potuto constatare, in varie circostanze, che quel corpo era ispirato da risentimenti antichiccoli e che al bisogno avrebbe potuto valersene per imporci al clero. Ma in questi anni E. era ben lontano dall'insorgere contro l'autorità della Chiesa romana nel campo dottrinario e scriveva in questo tempo una Assertio agisca Sacramentarum contra Martinum Lecherum e si meritava da Leone X il titolo di fidei defensor.

Ciò che ve lo spinse fu una circostanza personale, nella quale egli credette di vedere offesa la sua reputazione a quella dell'Inghilterra; la questione cioè del suo divorzio o piuttosto, come egli dava a credere, della illegittimità e quindi non esistenza del suo matrimonio con Caterina d'Aragona. Per gli impedimenti di affinità, sanati dalla dispensa di Giulio II tuttavia, egli pretendeva che il matrimonio si considerasse come non mai avvenuto a alle repulse del Pontefice (luglio dei 1529) e all'incapacità del Wolsey di superarle, volle dare l'interpretazione che esse
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(per carissia di trans. A. P. Prutagi
Enrico VIII, re d'Inghilterra - Pionterapista dell'assertio agisca Sacramentarum di E. VIII d'I. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.
non fossero dettate da motivi religiosi, ma politici, dai riguardi cioè di Clemente VII verso Carlo V, vero signore d'Italia e protettore della zia Caterina d'Aragona. Nel desiderio di scioglierá da Caterina c'era la volontà di assicurare alla monarchia un erede, mentre Caterina gli aveva data solo una figlia, Maria, né l'Inghilterra aveva visto fino allora il governo di una regina. Il 3 nov. 1529 E. investe della controversia il Parlamento; e infatti il Parlamento lo sostiene in tutte le misure adottate contro il clero specialmente regolare: soppressione degli Ordini religiosi (ex. 7000 membri) e confisca del loro beni, dei quali solo una parte fu destinata ad opere di cultura, mentre il più fini in mani di speculatori; obbligo di riconoscere il Re come capo della Chiesa nazionale inglese, attenuato solo apparentemente dalla riserva "per quanto lo concede la legge di Cristo»; proibizione di insegnare il diritto canonico; del culto delle reliquie e delle immagini e delle indulgenze; dei pellegrinaggi, un tempo così numerosi e popolari, alla tomba di Tomaso Becker, dipinto ora come un ribelle; del latino come lingua del culto; introduzione della Bibbia inglese. La baldanza, il sentimento di tutto potere crebbero in E. di fronte alla scarsa resistenza del clero secolare; dove resistenza ci furono, furono represse con processi e condanne capitali (Fisher, vescovo di Rochester, sir Thomas More, ex-cancelliere), a volte anche sulla base di accuse infamanti e calunniose (abate di Glastonbury). Ci fu, tuttavia, anche

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Emirico VIII, Re b' 'Inghilterea - Explicit dell'Ameris septem Sacramentorum di E. VIII d'l. con firma autografa. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.
qualche resistenza popolare nelle contee di York e di Lincoln, soffocate nel sangue, con il concorso delle contee meridionali a della capitale Londra, dove la politica anticlericale e antinomana del Re aveva il massimo favore. Tanto il Parlamento quanto il docile clero secolare non ebbero difficoltà a sansionare il matrimonio del re con la seconda moglie Anna Bolena, a legittimare come erede al trono la figlia di questa, la futura regina Elisabetta (1534), ad approvare l'atto di supremazia che definiva tradimento il nega rela supremazia ecclesiastica del Re. Nel luglio del 1533 Clemente VII scomunicava il fidei defensor di un tempo. Ministro di se stesso dopo la disgrazia del Wolsey, concede una certa fiducia a Thomas Cromwell, ma poi lo fa giustiziare nel 1540; solo Thomas Cranmer, da lui nominato arcivescovo di Canterbury, conserva la sua fiducia fino alla morte.

Ma progredendo negli anni, il Re, sempre più dispotico, sospettoso, egoista, cupamente cinico quante la morte fra le persone che gli sono più vicine: è la sorte della seconda e della quinta delle sue sei mogli successive (Anna Bolena, 1536, a Caterina Howard, 1542); scampa la terza, Jane Seymour, che gli dà finalmente l'erede maschio (Eduardo VI) e muore di morte naturale; scampa la quarta, Anna di Clèves, che egli ripudia; a scampa l'ultima, Caterina Parr, che sa l'arte di trattare quel-
l'uomo ed ha soprattutto la fortuna di vederlo morire prima di lei. Allo stesso modo, come è tirennico nella sua vita privata, è intollerante nella vita pubblica; egli, che pur ha rotto i secolari legami del popolo inglese con la Chiesa di Roma e che in questo azione si è trovato a cooperare di fatto con i luterani e con gli altri movimenti protestanti, è invece quanto mai alieno dal tollerare protestanti nel suo Regno: li perseguita non meno dei cattolici che non accettano il distacco da Roma; rimasto, per quanto attiene al dogma e alle disposizioni canoniche, sostanzialmente cattolico (e ne è prova il Six Articles Air, che impone la dottrina cattolica della rioneustanziazione, della Comunione sotto una sola specie, del celibato dei sacerdoti), perseguita i protestanti in quanto erotici a i cattolici fedeli a Roma in quanto ribelli.

Bib.: A. F. Pollard, Henry VIII, Londra 1505: Pastor, IV, v. pp. 453-63: V. pp. 645-54: V. Hackett, Henry VIII, (v) resa (cosìsi pucalogica alcecore romanesca): G. Constant, La relorme en Angleterre. I: Le velume anglican: Hemi VIII, Paris: 1530: F. Chonberlin, The private character of Henry VIII, Londra 1552: H. Simpson, Henry VIII, (v) 1534. K. Pickthorn, Early Tudor government: Henry VII and Henry VIII, (v) 1534: C. Paris, E. VIII, a coll., Firenze 1536: H. M. Smith, Henry VIII and the Reformation, Londra 1548. Ernesto Sestan

ENRICO di Kalliar. - Cistercense, a. nel 1328 a Kalkar (Renania), m. a Colonia il 20 dic. 1408. Dopo avere studiato a Colonia e a Parigi entrò nell'Ordine nel 1365 a Colonia. Divenue priore nel 1368, e questa carica esercitò presso diversi conventi. Fra il 1375-95 fu visitatore della provincia tedesca e di quella francese. Scrisse varie opere, non tutte date alle stampe, fra cui : Exercitatorium monachale seu speculum peccatorum, attribuita da qualcuno a Dionisio il Cartusiano (Op. Min. II, Colonia 1532, coll. 494-96 col titolo di De via purgativa); Brevi historia Ordinis Cartucionis, importante perché costituisce la prima fonte della storia dell'Ordine (E. Martène, Veterum scriptorum... amplissima collectio, VI, Parigi 1729, coll. 149-216).

Bist.: F. Rutten, Heinrich Egber v. K., in LThK, IV, col. 926 se. Renata Orazi Ausonita

ENRICO di Langenstein: v. heinduche, heinRICH VON LANGENSTEIN.

ENRICO di LAUFENBERG. - Versatile poeta dell'alto mediocvo, nativo avizzero (ca. 1390), prete a Friburgo (Brisgovia), entrò nel 1445 nell'Ordine di S. Giovanni; m. il 31 marzo 1460.

Esponente di una tendenza mistico-artistica (interpretazione simbolica a allegorica delle S. Scritture) che risale ai tempi più antichi della casgesi cristiana, è curare di uno Spiegel des menschlichen Stells (1457) di 1500 versi, derivato dallo "Speculum humanae salvationis", che incontrò fortuna anche presso i laici, stante il gusto dell'epoca per la storia cristiana della Redenzione e per il simbolismo. Dal 1413 al 1460 scrisse numerosi componimenti religiosi, i più in lode della S.ma Vergine (cui è dedicato anche il Buch von den Figuren [1441], di 25.370 versi), o contraffazioni talora di conti profani. Ca. 100 di detti poemi si trovano nella raccolta di W. Wackernagel, Das deutsche Kirchenlied (II, Lipsia 1864-77, pp. 528-612.)

BibL.: E. R. Müller, Heinrich v. L., Berlino 1888: A. Jentsch, Regimen sanitaris con Heinrich v. L., Strasburgo 1908: L. Densche, a. v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters, verinnerlexikon, II, coll. 27-35 (con bibl.). Giovanni Guerra

ENRICO di Losanna. - Oppositore della gerarchia ecclesiastica e dell'Ordine sacerdotale, n. nelle ultime decadi del soc. xI, m. dopo il 1145 . E veramente denominato: «E. l'Italiano», senza, peraltro, che la sua origine dall'Italia sia documentata; «E. di Cluny», perché benedettino, espulso dal chiostro, o «monaco nero», senza che debba senz'altro essere ritenuto un cluniacense; «E. di Lo-

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sonne ", dove dimorò prima di comparire notoriamente in Francia; "E. l'eremita ", per il suo vestira austera, a piedi scalai, con lunga barba, una croce in mano, predicando la penitenza e vivendo alla ventura. Sommovera le folle con una seducente eloquenza popolare, facendosi credere profeta di Dio, dotato della penetrazione dei cuori. Il favore del popolo lo fece accogliere con benevolenza dal celebre vescovo Ideberto di Lavardin nella città di Mane per la Quaresima dal 1101.

Con tattica demagogica si scaglina contro la vita mondana ed i vizi del clero e, secondo un sistema comune a questi liberi ed equivoci predicatori d'austerità, convoglia a verso mari rivoluzionari e principi sacrofeosi il desiderio d'una riforma evangelica, sempre vivo nella coscienza cristiana e nell'opera di autentici apostoli. Il vescovo Ideberto, di ritorno dall'Italia, ne amascherò l'ignoranza, costringendolo a confessore di non saper leggere il Breviario; tuttavia altre fonti lo dicono letterato. Denonest inoltre la sua immoralità mal celata, che gli viene rialzcolato anche da s. Bernardo, come ragione della sua cacciata dal monastero e da altri luoghi del suo vagabondaggio pseudo-apostolico. E. passò nel Pojoso, in Aquitania e nella Lingualdeca. Il vescovo di Arles lo fece comparire al Concilio di Pisa dal 1135, in cui, convinto di eresia, abiurò i suoi errori. S. Bernardo lo invitò a ritirarsi nel monastero di Clouvaux; E. invece continuò la sua propaganda antieccleziastica nel sud della Francia, abbinando la sua azione con quella di Pietro di Bruys (v.), di cui fu considerato crede e continuatore. Gli effetti erano disastrosi: il popolo abbandona le chiese, diserta le liturgie festive, disprezza i sacerdoti, trascura l'Eucarestia, il Battesimo dei bambini e gli altri Sacramenti; anche i signori approfittano per saccheggiare i beni ecclesiastici e abbandonarsi alla licenza. La missione del 1145 capitanata dal cardinale legato Alberico di Ostia chiamò in aiuto s. Bernardo, che con il prestigio della sua virtù e parola riaveglio i sentimenti cristiani a arginò il male, senza taglierne tuttavia l'infezione perniciosa. E. fu arrestato dal vescovo di Tolosa e finì la vita in carcere.

Non si ha una formulazione particolare delle sue dottrine, in rapporto con quelle di Pietro di Bruys; Pietro il Venerabile (Adversus Petrobrosianus: PL 189. 723) in considera un peggioratore degli errori del suddetto e ci informa dell'esistenza di un volume che conteneva la predicazione di E. Il c. 23 del II Concilio Lateranense del 1139 condanna quegli ipocriti spirituali che rigetteremo l'Eucaristia, il Battesimo dei bambini, il sacerdozio e gli Ordini ecclesiastici, le legittime nozze. Nel manoscritto n. 3 (R. 18) della Biblioteca cittadina di Nizza si conserva un tratterello del sec. XII (E. 196b-145b) di Golleimus monachus contra Henricum seismaticum et hereticum, in cui si discute sul diritto dei vescovi e sacerdoti di essere onorati e di avere denaro, sul loro potere di sciogliere a legare, sui precetti evangelici, sul matrimonio, sull'applicazione dei meriti ai defunti. E., con una libera interpretazione delle Scritture, dovette accentuare l'opposizione al magistero dogmatico e morale delle gerarchie e all'ordinamento sacerdotale, sacramentale a liturgico della vita cristiana, arrivando conseguentemente alla contestazione delle verità dogmatiche connesse, senza costruire un sistema dottrinale ordinato. Sul terreno storico, gli enriciani prepararono gli animi ad accogliere le dottrine dualistiche dei neo-manichei o catari (v.), detti anche altigoni (v.), che invasero nella metà del 1100 le suddette regioni.

Boll.: E. Vacandard, Vie de 11 Bermard. II. Parigi 1027. pp. 212-22; F. Vernet, Henri, in DThC. VI, coll. 2178-83; Habib-Ledecca, V. pp. 710-13, 731-92; J. Guiread, Histoire de l'lopulation au moyen-dge, I. Parigi 1935, pp. 3-10 e 11-13 (dove narrando i fatti di Mena, ch'egli pone nel 1116, data abbandonata dagli storici, parla de l'bermèze Henri come se si trattasse di un altro personaggio); M. Esposito, Sur quelques écrits concernant les héritées et les hérédigues aux XIX et XXII siècles, in Revue d'hist. ecclés., 36 (1940), pp. 143-44.

Earico VIII, ne d'Inghilterra - Lettera autografa di E. VIII ad Anna Bolena - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3731.

ENRICO di Lovanio. - Teologo e scrittore domenicano, m. il 18 ott. 1340 (?) a Colonia o a Lovanio. Figlio della nobile famiglia lovaniesa de Calatris (vare der Kalster), E. fu priore a Lovanio nel 1292, poi, almeno tra il 1297 e il 1303, lettore a Colonia. Di lui si conoscono sentenze morali, una epistola ed una predica. Per le sue virtù venne chiamato talvolta "beato ". La tesi di W. Preger della sua amicizia con Taulero non è sostetibile.

Boll.: H. Choupet, Sancti Helgii O. P., Douai 1618, pp. 77 87; Quellen u. Forschungen zur Geschichte des Dominikanerardens in Deutschland, XV. pp. 48-49; XVI-XVI. pp. 58. 65; W. Preger, Gesch. der deutschen Mystik. II. Lipsia 1881, p. 179 sgg.; G. Meersseman, H. van