volume-05

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ibile.

Boll.: H. Choupet, Sancti Helgii O. P., Douai 1618, pp. 77 87; Quellen u. Forschungen zur Geschichte des Dominikanerardens in Deutschland, XV. pp. 48-49; XVI-XVI. pp. 58. 65; W. Preger, Gesch. der deutschen Mystik. II. Lipsia 1881, p. 179 sgg.; G. Meersseman, H. van den Calastre, in Archivum Fratrum Proedie., I (1951), pp. 158-80; id., in Bildungen tot von biblio grabbie von de uefert. dem. cratmheid, s. n. t., pp. 35-37.

Angelo Walz
ENRICO di Lubecca. - Filosofo a teologo domenicano, n. a Lubecca ca. il 1288 , m. dopo il 1336. Fu magister theologiae già prima del 1323, ma probabilmente non a Parigi (forse a Colonia, presso le Studium generale dei Domenicani); nel 1325-36 provinciale della provincia di Sassonia, e nel 1336 ivi vicario generale. Si concecono di E. 5 Quaolibeta, disputati negli aa. 1323-26 (in parte editi da F. Mitzka: v. bibl.), e trattanti problemi di teologia, filosofia, fisica, astronomia, medicina.

Boll.: M. Gutbmann, Mittelalterliches Geistesleben, Monaco 1926, pp. 421-28; F. Mitzka, Henrici de Lübeck O. P. QO. de nota creaturarum et de concursn divina (Opuscula et textus historiam not), eliopus etiam atque doctrosam libusromia, seria scolastica, fasc. 11), Münster 1932; P. Glorieux, La littérature modibb. tione. II (Bibl. thomiste. 21), Parigi 1032, pp. 134-37.

Anneliese Maier
ENRICO I di Magonza. - Arcivescovo di Magonza dal 27 sett. 1142 fino al 7 giugno 1153 ; curò in particolare la disciplina ecclesiastica e la vita monastica; diresse l'amministrazione dell'Impero germanico nel 1147-48 mentre l'imperatore Corrado III partecipava alla seconda Cronista. Per essersi opposto all'elezione di Federico Barbarossa, fu deposto a Worms

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il 7 giugno 1153 in seguito alla pressione che il re esercitò sul papa Eugenio III, con cui E. già prima aveva avuto un conflitto. E. si ritirò a Eimbeck, dove m. il 2 sett. 1153.

Bib.: J. Fr. Bühmer-C. Will. Regesten zur Geschichte der Mainzer Erabischiffe. I. Innsbruck 1877. pp. Lxxi 299. 1 319-33; cf. anche LThK. IV, col. 930. Lucchesio Spätilina

ENRICO II di Magonza. - Arcivescovo di Magonza dal 15 maggio 1286 fino al 17-18 marzo 1288, francescano, figlio di un fornaio, n. a Isny in Svevia, fu lettore nei conventi di Lucerna, Basilea e Magonza. Stimato a raccomandato dal re Rodolfo di Asburgo, fu nominato vescovo di Basilea dal papa Gregorio X nel 1275, e dal papa Onorio IV nel 1286 elevato allaprima sede vescovile dell'Impero germanico. Pendeva al Re i più preziosi servizi attraverso prudenti consigli, siuti militari, legazioni diplomatiche e fruttuosa attivita di mediatore all'interno e all'estero, senza trascurare gli interessi spirituali e temporali del suo arcivescovato.

Bib.: J. Fr. Bühmer - C. Will. Regesten zur Gesch. der Mainzer Erabisch., II. Innsbruck 1886, pp. Lxxv sgg., 422 sgg.: P. Konrad Eubel. Die Minoriten Heinrich Koadnus und Konrad Probus, in Hist. Jahrbuch, 9 (1888) pp. 393-427; H. Schauke. Beiträge zur Geschichte Heinrichs II von Mainz, Magonza 1902; F. Schmidt, Heinrich c. Mainz: H. II., in LThK. IV, col. 730. Lucchesio Spätilina

ENRICO di Meissen. - Soprannominato "Frauenlob" per la preferenza che diede, in una competizione lirica con il poeta Regenbogen, al termine Frau in antitesi al termine Weib, per designare la donna.

Cantore vagante della Carinaia, n. ca. il 1256, m. a Magonza il 1318, dove fondò una scuola di canto, fu uno dei primi e più importanti maestri cantori, e il più famoso fra autori di Sprüche (motti) in Germania. Nei suoi lai, canzoni e Sprüche si nota correttezza di forma e profondità di pensiero, non spontaneità d'ispirazione, di sentimento, né (per troppe citazioni) chiarezza. Tra le sue rime d'amore largo posto vien fatto a canti di lode della Vergine e della donna in genere: tipici del suo modo di portare artificioso ed eruditamente ampolloso sono il lungo Leich dedicato alla Madre del Signore (con richiami al Cantico dei Cantici che egli applica a Maria) e quello sulla S. Croce e la S.ma Trinità.

Bib.: Un'ed. ampiamente curata delle opere di E. di'M. è dovuta a L. Ermüller. Quedlinburg 1843. Studi: W. T. Kirsch, Fragmente Areauleich, Bonn 1928. Giovanni Guerra

ENRICO di Meik. - Il più antico poeta satirico tedesco (seconda metà del sec. XII).

Disgustato della vita mondana, entrò quale converso laico nel monastero di Meik, dove compose Von der Tader Erinnerung (1160), poetis il cui brano iniziato porta anche il titolo: Vom gemeinen Leben. E altresi sua, forse, l'altra (incompleta): Pfaffenleben. Rivelano entrambe il rigido temperamento morale dell'A., che, sebbene meno intransigente del moralista Hartmann von Aue, coabitatore del convento, non risparmia traviamenti o difetti di religiosi e laici, fornendo un'educazissima pittura della cultura del tempo. Favorl, attraverso l'ascerlismo, il rispetto e l'apprezzamento della donna in Germania.

Bib.: Opere: L'Erinnerung venne edito in faccimile da R. A. Barack, in Zeitschrift f. deutscher Altertum, 23 (1878), e, insieme al Priesterleben, da K. Kochendorffec, ibid., 33 (1890). Studi: D. Lorena, M. v. M., der Synenol der Ritterzeit, Halle 1886; G. Ehrismann. Geschichte der deutschen Literatur bis zum Ausgang der Mittelalters, II, 1, Monaco 1922, p. 186 sgg.; II, II, ivi 1927, passim; H. Steinger, s.v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters. Verfasserlexikon, II, coll. 299-304. Giovanni Guerra

ENRICO il Navigatore, infante di Portogallo. - N. ad Oporto il 24 marzo 1394, m. a Sagrea il 13 nov. 1460 .

Gran maestro dell'Ordine militare di Cristo, è tra i principali suscitatori di esplorazioni geografiche del
sec. xv, nelle quali al motivo commerciale e politico si univa quello etico-religioso di cristianizzazione. Istitul tra l'altro una scuola nautica. Per suo impulso nel 1432 fu esplorata la costa africana fino a Rio de Oro; nel 1441 fu raggiunto il Capo Bianco; nel 1443 il Capo Verde. Falli la conquista di Tangari da lui voluta.

Bibl.: J. N. L. Baker. Histoire des découvertes géographiques et des explorations, trad. franc., Parigi 1940, p. 57 sgg. e bibl. 111 citata.

ENRICO di Nördlingen. - Sacerdote della diocesi di Augusta, direttore d'anime e predicatore, m. dopo il nov. 135 t .

Nella contesa dei papi avignonesi e Lodovico il Bavaro, E. seguì rigorosamente le parti della Chiesa. Dal 1335 al 1336 si recò ad Avignone. Espulso da Nördlingen nel 1338 per l'osservanza dell'interdetto, E. visse da sacerdote pellegrino a Costanza, con una lunga sosta a Basilea ove s'incontrò con l'udiero a molti amici di Dio - ad ebbe grandi successi, lungo il Reno superiore (Strasburgo, Sulz) ed inferiore (Colonia, Aquisgrana). Da Bamberga portò nel 1347 delle reliquie di s. Enrico e di s. Cunegonda a Basilea. Dopo varie visite a Modingen, il ritorno a Nördlingen nel 1350 ed una visita a Engelshal, E. nel 1351 sparisce dalla storia.

Grande estimatore delle S. Scritture e di s. Tommaso, E. non era un mistico, né possedera una dottrina propriamente mistica. Senza alta speculazione, egli fu un direttore pratico d'anime, intonato alla spiritualità affettiva e spinto da uno solo notevole di promuovere le anime all'unione con Dio. Il suo influsso e il successo dornano dal suo carattere amabile, dal suo sentimento ricco, talvolta dolce ed esuberante, dalla sua sincera pietà, dall'apprezzamento della mistica.
E. ha tre morbi per le lettere relajinse: per la sua corrispondenza con la b. Margherita Ebner (1332-50) che costituisce la prima vera corrispondenza in lingua tedesca; per la versione dal basso tedesco nella lingua della Germania superiore del Fliestendes Licht der Gottheit e Rivelazioni di Matelda di Magdeburgo curata a Basilea ca. il 1344-45, serbandoci così questo importante testo mentre l'originale è perduto; per l'ordine dato alla b. Ebner nel 1344 di scrivere le sue esperienze spirituali. La corrispondenza con la Ebner e le Rivelazioni di questa sono pubblicate dalla Strauch, in Rivelazioni di Matelda dal p. G. Morel. Das Fliestende Licht der Gottheit (Ratisbana 1869).

Bibl.: Ph. Strauch. Ausgastin Ebner und Heinrich von Nördlingen, Friburgo-Tubinga 1882: L. Zogel. Die Algstibetre M. Ebner, Lipmi 1914, pp. 37-40, 143-67; R. Vackernagel. Gesch. d. Stadt Basel, II, 11, Basilea 1916, pp. 789-91, 182; H. Würns. Die Offenbarungen der rel. M. Ebner, Vechta 1928, pp. 31-48; A. Münzer, s. v. in LThK. IV, col. 531 sgg.; E. V. Wenzlall-Egssbert. Die deutsche Mietile, 27 ed., Tubinga 1947, pp. 292-93, 297. Angelo Wels

ENRICO, re di Portogallo. - N. nel 1512, m. nel 1580. Figlio di Emanuele I, a 14 anni scelse la carriera ecclesiastica, i cui gradi percorse regolarmente, fornito com'era di sincera fede e di buona cultura umanistica. A 20 anni, nel 1532, è nominato arcivescovo di Braga (in seguito anche di Evora, di Lisbona e di Coimbra); dieci anni dopo diventa cardinale; nel 1547 assume la carica di supremo inquisitore; nel 1550 , alla morte di Paolo III, è considerato tra i papabili; Giulio III lo fece legato perpetuo a latere in Portogallo. E. si valse della sua influenza per estendere e rafforzare l'attività dei Gesuiti; a disposizione d'uno dei quali, e cioè del Maffei, mise i documenti necessari per una storia della conquista delle Indie orientali, cui era strettamente connessa quella delle missioni portoghesi.

Alla morte del fratello Giovanni III, fu con la di lui vedova nel Consiglio che doveva reggere il Regno fino alla maggiore età del piccolo Sebastiano. Nel 1562,

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il ritiro più o meno volontario della vecchia regina dalla reggensa lascia E. - fino al 1568 - unico tutore del protopara. Mario questi senza eredi ad Alcazar-Quibiz (4 ag. 1578 ) E. gli succede ( 28 ag .) raccogliendo la pesante ereditá in un momento particolarmente difficile perché si apre subito la lotta per la successione al trono. Poiché tra i pretendenti il più pericoloso è Filippo II, E., cedendo alle istanze dei Portoghesi ostilissimi alla Spagna, chiede dispensa di matrimonio a Gregorio XIII, che gliclo rega (vg. 1579), anche per le pensioni del re spagnolo (Pastor, IX, p. 257). Gli intrighi che lo stringerano, lo minacce di Filippo II, la sua scarsa capacitá politica fecero sì che E. si spegnesse ( 5 i genn.) senza aver preso una qualsiasi decisione in merito alla suecessione.

BbL.: La figura di E. è stata oggetto di vivaci contrasti. Siritano per le opposte correnti: L. A. Rebelo de Silva, Historia de Portugal nos seculos XVII e XVIII, I, Lisbona 1860; Q. Veltner, A sordo da independencia. O reinado do cardoul D. Henrique. 111 1945.

Elio Califano
ENRICO da Rimini. - Teologo domenicano, n. a Rimini, m. ca. il 1314 . Entrò presso i Domenicani della sua città. Pare sia stato lettura in teologia. Egli e Gregorio da Cattaro, ciascuno con un confratello, ricevettero il permesso di dimorare alla corte del re serbo Uros I che aveva in sposa Elena di Valois, cattolica. I religiosi avevano il compito di consiglieri per il caso che il re intraprendesse passi per l'unione ecclesiastica.

I bibliografi attribuiscono a E. le seguenti opere: Troctatus de quattuor virtutibus cardinalibus ad cives Prastus (Spica 14720 1473); Quodlibetis curin theologien: Troctatus de septem cupitibus dravonis. I trattati De politia Vencterum e De nobilitate et palitia Vencterum sembrano parti o altri titoli del Troctatus de quattuor virtutibus cardinalibus.

Le fonti dottrinali d'E. sono pretonistiche; sono rilevanti, per la storia della morale e della cultura, varie descrizioni e dottrine etico-sociali.

BbL.: L. Ilion, Regacterium bibliographicum, I, StoccardaParigi 1826, n. 1690; Quattif-Echani, I, p. 523 b; B. Altaner, Donationnermissionas des 13. Jahrhunderts, Habelschwerdt 1984, n. 139 .

Antonio Walz
ENRICO dei Santi Nereo e Achilleo. - Cardinale, della famiglia Moricotti di Pisa, m. a Roma nel 1179. Fattosi-monaco a Chiaravalle, fu discepolo di a. Bernardo, indi abate del monastero dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane (Roma) e nel 1150 creato cardinale da Eugenio III. Da Adriano IV fu incaricato di varie missioni diplomatiche a Guglielmo di Sicilia e all'imperatore Federico I. Nel 1150 patrocinò l'elezione di Alessandro III contro Vintoro IV e fu poi mandato legato in Francia e Inghilterra dove consigliò s. Tommaso di Canterbury ad accettare quella sede episcopale.

BbL.: A. Chacon, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum, I, Roma 1630, col. 344; I. M. Brizius, Die Mitiglieder des KarRudikellagiums von 1130, bis 1181, Stravinurgi 1912, p. 34; W. Quarze, Die Legaten Alexanderi III. in ersten Jahrzehnt scien Pontifexis (1135-66), Berlino 1948, pp. 7 sg., 15 sg. Alberto Ghinato
ENRICO di SUBA: v. BARTOLOMEI, ENRICO.
ENRICO di Uppsala, santo. - M. martire in Finlandia, di cui è proclamato l'apostolo e il patrono, nel 1156. Oziundo d'Inghilterra, passò in Svezia dove nel 1152 fu consacrato vescovo di Uppsala.

Fu in intima relazione con il santo re Enrico di Svezia e a lui nel 1155 si associò nella crociata intrapresa contro i Finnici pagani, Tra i vinti Finlandesi il re Enrico fece subito predicare la religione ottenendo molte conversioni; ed E. si dedicò alla cura dei neofiti. Ma il 20 genn. dell'anno seguente rimaneva vittima del suo zelo. Fu canonizzato da Adriano IV nel 1158. Festa il 19 genn.

BbL.: Acta SS. Isonvati, II, Parisi 1863, pp. 240-50; A. Potthast, Bibl. Hist. M. Aesd, II, Berlim 1806, p. 1564; E. Schmid, Der heilige Siobrid I, Land 1931, p. 168; cf. anche Anal. Boll., 32 (1934), p. 110, e BHL. 3818.

Alberto Ghinato
ENRICO di Veldeke. - Poeta tedesco, di origine fiamminga (seconda metà del sec. XII), importante per la lirica in cui rimane il fondatore della poesia corrigiana (da lui sottomessa interamente alle regole dell'arte), ma più per una Eneit ("Eneide"), ricavata non da Virgilio, ma da una elaborazione francese (Roman d'Eneias). La materia essendo quivi adattata allo spirito dell'età cavalleresca, non poco della cultura e del gusto francesi si trasfuse in Germania, dove egli diede così il classico modello d'epopea cortese cavalleresca. Aveva prima (1170-80) eseguito una riesumazione della Leggenda di i. Sercazio.

BbL.: Edizioni: L. Ertmafini, Lapide 1842 e O. Behtchel, Heilbronn 1882; dell'Eneit: J. J. Salverda de Grave, Halle 1801; del Servatron: J. H. Bormans, Maastricht 1858, e M. Koenen, Buenam 1912. Studi: J. v. Dam, Das V.-Problem, Groninga 1024; B. H. M. Vickie, St Servatius de eerste Nederlandse biotrope in historie en leercide, Maastricht 1935; M. Naumann, Minnewerg in niederbicinischen Ramm, in Dichtung und Vollsttum, 1 (1942), pp. 34-50; D. Towsink, Das Verhältnis zwischen V's Eneide und dem Alexanderiten, Amsterdam 1945; C. Minna, Der Roman d'Eneas und V.s Eneide, Lütich 1046. Giovanni Guerra
ENRIQUEZ, Enrico. - Cardinale, nobile napoletano dei principi di Squinzano, n. a Campi (Lecee) il 30 sett. 1701, m. a Ravenna il 25 apr. 1756. In gioventù abbracciò lo stato ecclesiastico. Prudentissimo e disinteressato negli affari, d'animo grande, nemico dell'ozio e della lentezza fu caro a tutti, utilissimo negli impieghi, mecenate dei letterati.

Benedetto XIII lo nominò governatore di Macerata e S. Marino; Clemente XII lo costituì governatore di Frosinone (1734); Benedetto XIV lo spedì nunzio alla corte di Madrid e 10 anni dopo, il 26 nov. 1753 , le creò cardinale prete di S. Eusebio e legato di Ravenna.

E famosa una sua versione in lingua italiana dell'opera De imitatione Christi, cui aggiunse molte note a preghiere. Una eccellente edizione di questa traduzione, con aggiuntevi le riflessioni del Lamennais (v.), fu eseguita in Venezia nel 1840 dalla tipografia Emiliano.

BbL.: E. Carrara, Elogio dei curd, E. Foccas 1756; Francesco A. Zaccaria, In Annali d'Italia, I. Modena 1762, parte 2*, p. 234; G. Moroni, Dic. di erudizione storico-ecclesiastica, XXI, p. 212.

Felice Da Marmo
ENSELMINI, ElSNa, beata. - Clarissa, n. nel 1208 a Padova dalla nobile famiglia degli E., m. all'Arcella presso Padova il 4 nov. 1242. All'età di 12 anni fu ricevuta nel monastero dell'Arcella, di recente fondazione, dove dopo sei anni di vita regolare fu colpito da grave malattia sopportata con eroica pazienza fino alla morte. Il Signore la ricompensaò con misteriose visioni: vedeva la gloria dei santi nel cielo ed i patimenti del purgatorio. E dubbio che s. Antonio di Padova, morto all'Arcella nel 1231, sia stato, come vuole una tradizione postericee, suo direttore spirituale. E culto della Beata fu approvato nel 1695 da Innocenzo XII. La festa si celebra nell'Ordine francescano al 7 (prima al 5) nov.

BbL.: Bartolomeo da Pisa (sec. 20), in Analecta Franciacana, IV. Quarzechi 1906, p. 328 seg. ; Sicco Polenton (sec. xv). Vita et visione b. Helenae, in Acta SS. Novembre, II, Brusalina 1804, pp. 512-17; G. Foretto, Memoria della b. E. E., Padova 1823; Leone de Clary, L'aureola serafica, IV, Quarzechi 1900, pp. 265-66; V. Facchinetti, Antonio di Padova, Milano 1923, pp. 346-48.

Livario Oliger
ENTE DELLO SPETTACOLO. - L'E. dello s. (denominazione assunta dal 1946) comprende i Centri cattolici cinematografico (C.C.C.), teatrale (C.C.T.) e radiofonico (C.C.R.).
I. Il Centro cattolico cinematografoCo. - Sarto nel 1936 per volontà di Pio XI che nell'enciclica Vigilanti

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cura fissò il pensiero a le direttive della Chiesa in materia di cinematografo, ha avuto e mantiene il compito di informare i cattolici circa il valore morale dei films che vengono presentati in Italia. Per questo agisce alla sue dipendenze una commissione composta di esperti ecclesiastici e laici che tempestivamente emette e diffonde tali giudizi. Oltre a questa attività, che è la fondamentale, il C. C. C. si adopera per suggerire alle industrie cinematografiche spunti ed idee per una produzione moralmente sana e costrutliva, e non tralascia di fiancheggiare la libera iniziativa dei produttori, specie per ciò che riguarda i films di particolare carattere religioso, con una collaborazione anche di carattere tecnico.

Conscio della importanza di quest'opera che restaurasse e moralizzasse il cinema alla sua origine, cioè nella sua fase creatrice e produttrice, il C. C. C. auspicò e promosse la costituzione di una società cinematografica cattolica, che sorse appunto nel 1944 e si chiamò Orbis, che predusse parecchi films di azione e di documentazione (v. cinematografo). Alla Orbis si deve pure la prima realizzazione sperimentale di un vasto programma di cinematografia didattica relativo all'insegnamento della dottrina cristiana per mezzo del cinema. Questo programma di films catechistici è in corso di attuazione per l'opera congiunta del C. C. C., che ne cura l'impostazione dottrinale e artistica, e della Orbis, che ne assume la realizzazione tecnica e la diffusione industriale. Promossa dal C. C. C. è stata costituita nel maggio 1949 l'A.C.E.C. (Associazione cattolica esercenti cotenzi) per l'organizzazione e la tutela delle oltre 3500 sale cinematografiche parrocchiali, di oratorio, di collegio o comunque dipendenti dall'autorità ecclesiastica.
II. Il Centro cattolico teatrale. - Sotto nel 1941, ha curato la messa in scena, o la lettura pubblica, di lavori drammatici di interesse religioso (La leggenda di ognuno, di Hugo von Hoffnanszahl, S. Oltre, di anonimo del ' 500 , Il sacro esperimento, di Fritz Hochwalder, L'annonce faite à Marie, di P. Claudel, La Passione secondo L. Giovanni (tribusione teatrale di Guido Guarda ed altri).

Ha in programma la istituzione di un Servizio per il teatro per la guida e la tutela della oltre 2000 filodrammatiche cattoliche.
III. Il Centro cattolico radiofonico. - Sotto nel 1942, ha lo scopo di sensibilizzare sempre più i cattolici in genere ed i militanti in particolare ai vari problemi (tecnici, giuridici, artistici, culturali, organizzativi) della radio diffusione e di presentare programmi di ispirazione cristiana alla Radio Nazionale (R.A.I.) nonché svolgere trasmissioni speciali alla Radio Vaticana.

Per la R.A.I. il C.C.R. prepara notiziari e speciali emissioni in occasione di importanti ricorrenze religiose.

Alla Radio Vaticana collabora con speciali trasmissioni delle quali cura anche la realizzazione mediante un proprio complesso drammatico. Parte di queste trasmissioni sono dedicate ai ragazzi.

Infine il C.C.R. collabora con il servizio radio della Presidenza del Consiglio per le trasmissioni indirizzate all'estero.

Bib.: La vita dell'E. si può seguire soprattutto dalle pubblicazioni periodiche a cui dà vita. E cioè: Seguolazioni cinematografiche in dispense antimonali; Rilosita del cinematografo, mensile di cultura e di informazioni; Indice cinematografice, riepilogo annuale dei giudizi su tutti i films presentati in Italia dal 1934; Disco rosso, guida tascabile contenente il giudizio dei films dal 1939 in poi; Seguolazioni preventive, classificazione preventiva di tutti i films di prossima programmazione, risentimentale ciclostilato. Inoltre v. cinematografo; radio; spettacoli.

Ugo Sciascia
ENTE, ESSERE. - Nel linguaggio ordinario possono essere sinonimi. Nella riflessione filosofica di solito sono presi come concreto e astratto: "ente" si dice di ciò che ha l'essere, di tutto ciò che è in qualsiasi modo. Per tutti i sistemi speculativi il concetto di essere è il più semplice ed iniziale: le controversie cominciano quando si tratta di precisare il suo modo di presentarsi alla coscienza secondo il quale ogni sistema prende posizione per attribuirgli
quel contenuto e quella struttura che corrisponde alla propria interpretazione della realtà. Per le filosofie di tipo empirista il presentarsi dell'essere ed il suo contenuto coincide del tutto con il presentarsi e con il contenuto dell'esperienza. Per le filosofie razionaliste, l'essere è dato senza residui ed espresso adeguatamente per concetti (razionalismo dogmatico) o risolto nell'attività del pensiero (idealismo). Nella prima forma di razionalismo, l'essere è conosciuto e determinato secondo un "a priori" reale (innatismo, ontologismo); nella seconda, secondo un "a priori" logico-funzionale. Così il riferimento al problema dell'essere dà l'esatto orientamento per ogni sistema, che si riconosce e si qualifica, nell'indole e nel metodo, dall'«inizio" che prende circa il concetto dell'essere. Ad es., la posizione di Hegel che l'essere, il puro essere, è identica al nulla, e quindi semplice momento dialettico (Encicl., S 66 sgg.), da una parte sforza il concetto scotista suareziano-wolffiano di essere (come genus generalissimum), dall'altra dà al principio della «sintesi a priori» la piena espressione che Kant tenere fremita dal nemmeno che era ancora l'essere reale opposto al pensiero.

Aristotele muove sempre dalla constatazione che essere si dice in molti modi ( left.10 / 2 λ 27 / 65right). I principali sono: essere reale e essere logico (Met., V, 7, 1017 a 31): il primo costituisce la struttura degli enti materiali e spirituali; il secondo è l'essere "come verità e falsità" della copula del giudizio. L'essere reale e sua volta si divide in ente per se e per occidente (Met., V, 7, 1027 a 8): divisione con la quale si vuole distinguere nella predicazione ciò che appartiene ad un ente secondo la sua essenza da ciò che comunque si trova con esso associato. L'essere reale per se, considerato nelle sue determinazioni fondamentali, si divide secondo le "figure delle categorie" (Met., X, 10, 1031 a 35; Top., I, 9, 103 b a7 sgg.); considerato nei modi fondamentali, in "atto e potenza", il binomio che riassume in ultima istanza la concezione aristotelca circa la struttura dell'ente e le natura del divenire (Met., IX e X).

L'ente in atto è sostanza o accidente, finito o infinito, cioè creatura o Creatore (s. Tommaso, De ente et essentia, specialmente II, 4-5). In questa classificazione, com'è facile vedere, la molteplicità dei significati rivela un ordine di intrinseca subordinazione, che è doppia: anzitutto in quanto la coppia seguente approfondisce e smembra il contenuto dell'elemento principale della coppia precedente, a poi in quanto appunto in ogni coppia uno degli elementi domina sull'altro che si trova ad essere dipendente, nel suo ordine, da quello (Met., IV, 2, 1003 a 33).

Di conseguenza, il concetto di ente, benché abbia il contenuto più povero e indeterminato ("qualcosa che è"), lo significa tenendo compresenti i vari modi di cui si predica, e quindi è virtualmente il concetto più ricco. La comprensione di tale virtualità è il compito della metafisica ( v. ) che ha per oggetto l' e essere in quanto essere" (Met., IV, 1003 a 21), ed i vari tipi di metafisica realistica indicano i vari metodi di svolgere la comprensione dell'essere. E stata notata (W. D. Ross) l'essenza nella classificazione aristotelica dell'essere esistenziale (l'atto di essere esistenziale) che appare invece espressamente in s. Tommaso (In I Sent., dist. 33, I, 1 ad 1). Nella filosofia pagana che non conosce la creazione, l'atto di essere coincide in concreto con l'essere sostanza, quantità, qualità, ecc.; nella filosofia cristiana l'atto di essere è l'effetto proprio di Dio, comunicato alle creature secondo una partecipazione (Quadila., XII, q. 5, a. 5) misurata dal grado di perfezione dell'essenza di ciascuna. L'ente quindi si scinde (nel concetto) e

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si compone (nella realta) di essensa e di atto di essere : la Causa prima, che è Atto puro, non ha un'essenza e quindi non è un *ente» ma è l's'Essere per sé sussistente *. Cosl la nozione di essere al applica anche all'accidente, alla potenza ed alla creatura: ma ansiunta e soprattutto l'essere compete alla sostanza, alla forma ed alla Divinita da cui quelli, rispettivamente, hanno di essere cio che sono.

La nozione di essere quindi non si predica degli enti ad un modo, ma diversamente secondo i modi diversi co; quali essi realizzano l'atto di essere. In Aristotele il problema dell'analogia (v.; che diventa centrale in quella parte della teologia tradizionale che ha i suoi futuri nella patristica, con le Pscudo Dionigi, e, nella teolastica, con s. Tommaso) non è che accennato, avendo egli organizzato la sua metafisica al di qua di una teoria della creazione. Egli distingue al principio in Catt. I (I a 1-12) fra i termini equivoci ( ἀ α ἀ σ α α ) e univoci ( α ν ἀ σ α α ), a nei Top. (I, 15, 106 a 9) fra i termini che si dicono in un solo senso ( α ν ν γ ἀ ς ) e quelli che si dicono in più sensi ( ἀ α λ λ α χ ἀ ς ). Nello Metellico ricorre espressamente il termine α ν ἀ λ σ γ σ ν, α ν α λ σ γ i α e specialmente χ χ γ^{′} α ἀ λ σ γ i α ν per indicare il modo di predicazione che con si riduce al genero e alla specie (V, 6, 1018 a 15 ); esso viene retribuito all'uno (V, 6, 1016 b 32 sgg .) e di conseguenza anche all'ente e agli altri suoi attributi, alle cause (VIII. 2, 1043 a 5; XII, 3, 1071 a 7), all'atto (IX, 1048 a, 33-b 16). Per Aristotele la predicazione secondo analogie dice un certo rapporto positivo, a differenza della pura equivocita; ma si tratta di un rapporto di subordinazione che potrebbe dirsi - eccendente v, a non sul medesimo piano come dice la predicazione univoca. Aristotele lo indica come un rapporto di movimento di -una cosa verso un'altra - ( α α τ^{′} ἐ ν α λ σ γ ἐ ν ἐ ἐ ἐ α ἐ ἐ γ ἐ ν ἐ ἐ ἐ α ἐ ἐ γ ἐ ἐ ἐ α; Met. V, 6, 1016 b 34). Sembra che Aristotele non abbia conosciuto che l'analogia, come verrà poi detto dagli scolastici, di proporzione ovvero di attribuzione a di averla quasi confinata nell'ambito predicamentale. Dice infatti: «In ogni categoria dell'essere c'è un termine analogo, come la retta nella lunghezza, il piano nella superficie, il numero impari forse nel campo dei numeri, eil colce bianco fra i diversi colori» (Met., XIV, 6, 1093 b 17-21). Cio che non era semplice rapporto di ordine qualitical, se non in quanto ne presupponeva uno più profondo di stretta dipendenza: ciò che Aristotele profondamente e per 8 primo aveva mostrato nel rapporto fra causa ed effetto e le diverse cause fra loro, fra sostanza e accidente; fra atto e potenza: quindi in tutto l'ambito dell'ente finito. Il rapporto all'Ente infinito, Aristotele pare lo abbia concepito soltanto come analogia ascendente, se quanto tutti gli esseri, coi tendere alla propria perfezione, aspirano a Dio come a termine d'amore ( ἀ ς ἐ γ ἐ ἐ ἐ ν ν v ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν ν

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alle sue monadi, per il loro sviluppo finalistico intrinseco, intendendola come l'attività dinamica della monade stessa. H. Driesch la ridusse al principio vitale organico individuale; in tale significato venne intesa ed usata dal vitalismo.

Brat.: Aristotele, Phys., III e VIII; Met., IX; De An., II; E. Bignone, L'Aristotele sevdata e la formazione filosofica di Epicuro, I, Firenze 1976, pp. 227-72; F. Nuyens, L'eudation de la psychologie d'Aristote, Lovanio 1948, pp. 66-78.

Giacomo Sateri
ENTE NAZIONALE PER LA DISTRIBUZIONE DEI SOCCORSI IN ITALIA (E.N.D. S.I.). - E sorto per concorde impulso del Governo italiano, della Chiesa cattolica in Italia e della Croce Rossa italiana; è stato costituito con D.L.L. 28 sett. 1944 n. 220 , con lo scopo di provvedere alla distribuzione gratuita dei soccorsi - inviati in Italia da governi, enti o privati stranieri od assegnati dal governo italiano - alle categorie più bisognose della popolazione civile italiana.

L'E. è amministrato da un comitato direttivo composto da 9 membri, dei quali tre sono designati dalla presidenza del Consiglio dei ministri, tre dalla Chiesa cattolica in Italia, il terzo dalla Croce Rossa italiana.

Il comitato direttivo nomina una giunta esecutiva composta di tre membri, sedici upo dalla presidenza del Consiglio, l'altro dalla Chiesa cattolica in Italia, il terzo dalla Croce Rossa italiana. Allo stesso modo sono costituiti i comitati provinciali e comunali.

I soccorsi sono pervenuti in gran parte dagli Stati Uniti d'America che, attraverso le due grandi organizzazioni - American Relief for Italy e "War Relief Services" della "National Catholic Welfare Conference" ed altre numerose agenzie di soccorso, hanno inviato ca. il 70 \% dei soccorsi suddetti, dei quali gran parte indirizzati al Santo Padre, che li ha generosamente devoluti all'E.N.D.S.I. per l'assistenza alla popolazione italiana bisognosa. Nel complesso i soccorsi pervenuti dagli Stati Uniti d'America hanno, a tutto il 1949, raggiunto 1.650 .000 colli di indumenti, viveri, medicinali, ecc. per ca. 72.000 tonnellate.

All'invio di aiuti hanno inoltre notevolmente contribuito le organizzazioni cattoliche dell'Irlanda, il cui governo ha provveduto a convogliare in Italia ca. 74.000 colli ( 4500 tonnellate) di generi vari di soccorso. Un altro sensibile apporto nell'invio di soccorsi di vario genere è stato dato dalla Svizzera attraverso l'organizzazione del "Dono Svizzero", la quale, convogliando i soccorsi offerti in dono da vari enti donatori, di cui alcuni cattolici, ha consentito la distribuzione di notevoli quantitativi di indumenti a calzatura, casalinghi, medicinali, viveri, ecc. nonché di elementi per baracche ed infissi. Altre nazioni, quali l'Australia, l'Argentina, il Brasile, il Cile, la Columbia, il Messico, la Norvegia, il Perù, la Svezia, la Turchia, ecc. attraverso la costituzione di comitati autonomi, alcuni dei quali rappresentati da esponenti cattolici locali, hanno raccolto ed inviato in Italia soccorsi in indumenti e viveri.

Gli automezzi dell'E.N.D.S.I. a tutto il 31 dic. 1949 hanno effettuato trasporti di merci per 20.590 .497 q.l./km. ed hanno percorso km. 559.880 per trasporto di bambini alle colonie estive.

Francesco Cantuti Casteletero
ENTIMEMA: v. SIllogismo.
ENTROPIA: v. TERMOLOGIA.
ENÜMA ELIS. - Titolo del maggior poema religioso e mitologico dei Babilonesi e Assiri, così denominato dalle sue due prime parole, le quali valgono "quando sopra"; gli studiosi moderni lo chiamano di solito, non del tutto esattamente, "Il poema della creazione"; esso dovrebbe portare invece il titolo di "Poema dell'esaltazione di Marduk", poiché il suo scopo è appunto quello di narrare come Marduk, figlio di Ea e fino allora divinità del tutto secondaria del pantheon mesopotamico, divenne il dio nazionale più in vista della Babilonia.

Il poema fu composto ai tempi della prima dinastia di Babele, quando la Babilonia, segnatamente sotto il suo re Hammurapi ( 1750 ca. a. C.), assunse tanto nella politica quanto nella civiltà una posizione molto brillante, da qualche posta babilonese nella lingua spiccinnistica di quel tempo, da fonti in parte redatte in lingua sumera, sebbene in sumeto non esistesse un poema di così ampio respiro. Gli Assiri lo adottarono quale loro poema nazionale, ancorché il dio esaltato fosse Marduk, divinità babilonese, diverse dal loro dio nazionale Assar. In una delle redazioni assire il nome del dio è cambiato in quello or era menzionato. Esso non ci è pervenuto integro, ma possiamo ricostituire quasi tutto il suo contenuto. E in versi ed è diviso in sette tavole. L'ultima, che tratta dei nomi di Marduk, è stata aggiunta in un secondo tempo alle sei che hanno per argomento la vita ed esaltazione del dio. Questo mito era noto anche ad altre nazioni dell'Oriente antico ed ha infiutto sull'ero racconti mitici.

Il poema comincia con la descrizione dei tempi primevi, quando non esisteva ancora nulla tranne Apsú e Tiamat, i quali mescolavano insieme le loro acque; allora furono creati gli dèi Labrun e Lagemu, e da questi discemere le altre divinità, tra le quali anche i componenti della triade suprema, Anu, Enfil ed Ea. La più giovane generazione degli dèi si diede a schiumazzare e, siccome disturbava i nomi di Aesú, fu deciso di distruggerli; ma essi furono salvati da Ea, quando questi riusci ad uccidere Apsú. Da Ea e sua moglie Darnkina fu generato Marduk, desato di qualità straordinarie, di doppia divinità. Ma Tiamat volle vendicare la morte del marito e preparò la guerra di sterminio contro gli dèi, nominando a capitano dell'impresa Qingu. Gli dèi spaventati accostarono il consiglio di Ea di sleggere a loro capo il giovane Marduk. Infatti, convocata un'assemblea generale, essi conferirono a Marduk il supremo potere, pronti a combattere al suo seguito contro le schiere mostruose di Tiamat. Marduk fu proclamato re, si armò di tutto punto ed ingaggiò il combattimento con la sua infuriata, che egli riusci ad abbattere. Con il suo corpo Marduk fece il cielo e la terra. Con ciò il dio diede principio alla costruzione dell'universo, dalle stelle del cielo alle piante, agli animali e all'uomo, che venne impastato con argilla e con il sangue di Qingu. Pol egli divise il pantheon in due schiere, gli Igigi e gli Anunnaki, e si apprestò ad accettare i doni offertigli in segno di riconoscenza dai suoi compagni. Gli dèi costruirono per lui la Babele celeste con il famoso tempio Esagila. Seguì un grandioso banchetto, durante il quale il dio supremo del pantheon tenne un discorso in onore del dio vincitore e collocò le armi di Marduk in cielo. La tavola scese finisce con un alato inno in onore del dio esaltato. Nella settima si spiegano i cinquanta nomi di Marduk.

Brat.: A. Deimol., E. a. "sive cosa Babylonienn de creazione mundi, Roma 1926; G. Furlani, Il poema della creazione (E. e.), Bologna 1934; R. Labat, Le poinne bologlonien de la création, Parigi 1935.

Giuseppe Furlani
"EN UT SUPERBA CRIMINUM". - E l'inno dei Vespri nella festa del S. Cuore di Gesù; se ne ignora l'autore. Fu inserito nel Breviario quando ancora la festa non era estesa alla Chiesa universale.

Prima ancora che la lancia del soldato romano lo squarciasse, furono i peccati degli uomini a trafiggere il Cuore divino di Gesù. Il propendimento di non più peccare è la conclusione di profonda meditazione, ove il pianto di un'anima che ama e che nell'amore trova il mezzo di rendersi più degna dell'amore di Gesù, è qui inciso in versi severi.

Brat.: G. Solti, Gli inni del Breviario traduti, Roma 1896, pp. 486-97; V. Turreno, Gli inni dell'Uffizio divino, Mondov 1932, p. 160 sgg.; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1937, p. 141 sgg.

Silvestio Mattei
ENZIMI. - Il nome e., che vuol dire "nel lievito", dal gr. èv Çuŗ̌, fu proposto da Kühne nel 1878. Insieme alle vitamine ed agli ormoni, gli e. costituiscono i cosidetti "biocatalizzatori", sostanze

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che promuovono molti processi fisio-biologici di grande importanza per la vita.

La prima azione enzimatica fu scoperta da Spallanzani nel 1750, allurché si accorse, studiando i fenomeni della digestione, che il succo gastrico aveva la proprietà di digerire la carne. Nel 1830 Dubrunfaut trovava che l'estante di orzo germogliato trasformava l'amido in ossitosis. Nel 1836 Schwann ciava 8 nonne di pepzina al principio attivo contenuto nel succo gastrico capace di digerire la carne ed un anno dopo Woehler e Liebig chiamarono emulzina il principio attivo contenuto nei pregerati di mandorle amare agente dell'idrolisi della amugolzina. Pasteur aveva scoperto e dimostrato che le fermentazioni sono opere di microrganismi e che la fermentazione alcoolica era dovuta ai lieviti. Ma nel 1897 Buchner rimeliva ad ottenere la fermentazione alcoolica mediante una sostanza estratta dal lievito, sostanza che fu cliccantt simasi, e che fu poi riconosciuta esserc costituita da diversi e. Fino al momento in cui Buchner trovò la simasi, gli e. si dividervano in e. (e fermenti) figurati (costituiti da cellule viventi) e non figurati (da agivano, come la pepzina, senza bisogno della presenza di una cellula vitale). Ma dopo la scoperta di Buchner si giunse ad una nuova elossificazione, in e. intracellulari, che sono contenuti nelle cellule da dove si provano estrarre, ed e. extracellulari, che fuoriescono spiananeamente dalle cellule.

Duciaux ha proposto di formare il nome dell'enzima aggiungendo la desinenza -esi al nome del composto sul quale l'e. agisce; ad es., amilasi, lipasi, proteasi, ecc. a seconda che il composto che subisce l'azione enzimatica sia amido, grasso, proteine, ecc. I nome di pepzina, emulzina, ecc., restano tali perché entrati nell'uso corrente prima della proposta del Duciaux. In linea generale sono extracellulari le idrolasi, e intracellulari le desmolasi. Le idrolasi sono e. che presiedono a fenomeni di idrolisi simili a quelli prodotti dagli acidi e dalla basi : per addizione di una o più molecole di acque scandono le molecole su cui agiscono in altre più semplici. Le desmolasi invece provocano la demolizione di molecole complesse in altre più semplici con reazioni differenti da quelle idrolitiche.

Gli e. si dividono ancora in diversi sottogruppi: carboidrasi (azione sugli zuccheri o carboidrati), proteasi (azione sulle proteine), lipasi (azione sui grassi), glucosidasi (azione sui glucosidi), deidrogenasi e ossidasi (azione di deidrogenazione e ossidazione), ed altri.

L'attività degli e. è regolata da diversi fattori; natura del substrato su cui l'e. agisce, concentrazione dell'e. stesso, temperatura, pH . La temperatura ha grande impurtanza: entro determinati limiti un aumento della temperatura favorisce l'azione enzimatica. Questi tutti gli e. a 80^{°} sono distrutti irreversibilmente, cioè senza possibilità di ricostruirsi; alcuni pochi e. non sono distrutti a 80^{°} : ne sono esempi la ribonucleasi cristallina e la tripsina cristallizzata in acido idrolitico Niro. Il pH , cioè la concentrazione in ioni idrogeno a più semplicemente il grado di acidità o di basicità dell'ambiente nel quale l'e. agisce, ha anche una grande importanza. Se infatti si supera o si resta al di sotto anche di poco del pH ottimo, l'e. perde la sua attività, dapprima lentamente poi più rapidamente, finché si inatriya completamente, di solito reversibilmente in un primo tempo, per poi divenire definitivamente ed irreversibilmente inattivo.

Generalmente l'e. è costituito da due parti : il coenzima e l'aponzima. Il coenzima è lo stimolante dell'aponzima, ha cioè funzione di attivatore dell'aponzima, il quale ultimo senza il primo non sarebbe capace di svolgere alcuna attività. L'aponzima è generalmente una proteina di natura colloidale e, quindi, ad alto peso molecolare. Il coenzima invece è costituito da una o più sostanze diverse semplici a complesse. Gli e. anche in pisonia quantità sono in grado di catalizzare trasformazioni di grandi quantita di substrato (v. catalisi).

Gli e. si trovano in tutte le cellule viventi. I più importanti sono così distribuiti : 1) la pepzina che, presente solo nel succo gastrico, idrolizza le proteine in peptoni a solo in qualche caso fino ad amminoacidi. 2) La tripsina,
presente solo nel succo pancreatico dopo che questo è entrato nell'intestino, dopo cioè che l'enterochinasi della mucosa intestinale ha attivato il tripsinogeno trasformandolo in tripsina: a differenza della pepzina, la tripsina non può attaccare le proteine allo stato nativo ma solo dopo che sono già state scisse in peptoni a ne protegge l'idrolisi fino ad amminoacidi. 3) La lipasi, abbondante nel pancreas ma presente anche nello stomaco, nei tessuti grassi e nell'intestino tenue; altre esterasi sono le fosfatasi del tiero, dei reni, dell'epitelio intestinale, del latte, del lievito, ecc. e la estinesterasi, probabilmente costituita da una miscela di due e., uno specifico ed uno non specifico, che si trovano talvolta separati a talvolta uniti, nel pancreas, nel fegato, nel siero e nei tessuti nervosi. L'azione di questo e. è quella d'idrolizzare l'acetilcolina: è questo un processo direttamente connesso alla trasmissione degli impulsi nervosi. 4) Le carboidrasi, che regolano i processi fermentativi degli zuccheri: vi appartiene il lisozima, che, presente nella mucosa nasale, ha la proprietà di distruggere alcuni batteri. 5) L'amilasi, che idrolizza l'amido ed abbonda nel pancreas a nelle ghiandole salivari ma è pure presente nel sangue, nei muscoli ed in altri tessuti. L'amilasi e le carboidrasi hanno anche grande importanza industriale specialmente nella produzione dell'alzosi dall'amido.

Alcuni e. hanno funzione vitaminica e viceversa alcune vitamine hanno azione enzimatica. Cio, p. es., accade per l'enzima gialla, per la ribonucleasi, per l'ossidasi dell'acido ascorbico e per la coniugasi della vitamina B.

Gli e. possono considerarsi come i regolatori di tutte le funzioni biologiche degli organismi animali a vegetali. E veramente interessante e meraviglioso osservare come queste sostanze regolano e conducono al risultato finale le reazioni biochimiche senza figurare fra i prodotti della reazione stessa, e come dal concatenamento armonico di numerose e successive azioni enzimatiche risultano complicati processi biologici di alta importanza per la vita e per l'industria: la glicolisi o fermentazione lattica ad opera delle cellule del muscolo è un bell'esempio di successione di fenomeni enzimatici e della loro ordinata concatenazione ai fini della contrasione muscolare.

Biol.: F. F. Nord e R. Weidenhagen, Handbuch der Enzymologie, Lipsis 1940; P. Rondoni, Biochimica, 37 ed., Torino 1943; Y. Bohato, La chimica della fermentazioni. Biologia 1016; J. B. Sumner e G. F. Somers, Enzymes, Nuova York 1247. Filippo Dendice di Accadia

EONE. - Secondo le concezioni degli gnostici, ereditate dalle antiche mitologie orientali, gli e. sono la personificazione di concetti astratti, emanati direttamente da Dio in forme sempre meno perfette, o prodotti per successive generazioni di coppie (sigizie), delle quali solo la prima ha origine diretta da Dio. Il complesso degli e. costituisce il pleroma (pienezza), interposto necessario fra l'inaccessibile essere divino e la creazione. Cristo stesso è considerato come un e. restauratore della pienezza del pleroma (v. cnost).

Biol.: L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, I. Roma 1911, p. 87 sgg.; W. Bousset, Platons Weltzeele und das Kreuz Christi, in Zeitschrift für N. T. Wissenschaft, 14 (1913), pp. 273-83; G. Bembo, Gnosticisme, in DThC, XII, coll. 14241467; Fliche-Martin-Frutaz, II. p. 6 sgg. Giuliano Gennaro

EONE DELLA STELLA (Euno, Eudo de Stella). Eretico, n. in Bretagna, condannato alla detenzione perpetua dal Concilio di Reims del 1148; m. poco dopo.

Incolto e manisco, si credette designato nel passo della preghiera liturgica per euno (Eon) qui ventunes est indicare vicos et mortuos per iguren, come figlio di Dio e giudice del mondo. Fanzitazò il sentimento religioso delle masse popolari della Bretagna e Guascogna, malversato dalla prepotenza indisturbata della feudalità, presentandosi

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(da E. Lamptot, Grischicke l'astrolider, deidetheor pait, ter. 27)
Eos - E, sostiene il corno di Memnone. Vasa a Spura zesse. opera di Duris (fine del sec. vi a. C.) - Parigi. Museo dei Louvre.
come redentore sociale. Predicava il comunismo dei beni, compresi quelli delle chiese e dei monasteri, che venivano saccheggiati, procurando alle truppe dei suoi seguaci il facile benessere del bottino; divideva la sua comunità in una gerarchia celeste ed apostolica, in contrapposizione a quella ecclesiastica. E. non presenta un corpo di dottrine particolari, né si hanno prove sufficienti per considerarlo un neo-manicheo. I suoi seguaci si distinsero soprattutto per un brigantaggio a sfondo religioso-sociale a la maggior parte fini sul rogo per omicidi, saccheggi, incendi. E una incongruenza ritenere che la chiara esposizione apologetica della dottrina cattolica dell'arcivescovo di Rouen, Ugo d'Amiens o di Reading: Contra haereticas sui temporis (PL 192, 1255-98), che E. C. Lea (Storia della inquisizione, Torino 1910, p. 72) giudica con faziosità come "una noiosa polemica", sia diretta contro gli omistî, anziché in generale contro le varie eresie contemporance.

BibL.: F. Vernet, Eon de l'Etoile, in DThC. V, coll. 134-37; Hedele-Ledores, V. 1, pp. 828-29; J. Guirand, Histoire de l'inquisition au moyen-der, I, Parigi 1935, pp. 14-16. Jlarino da Milano

EOS. - Per i Greci era la personificazione dell'aturora. Abitava l'Oceano o lo sconosciuto e lontano Oriente. E rappresentata mentre sorge dall'Oceano o in atto di rapire i suoi amanti o mentre trasporta il corpo del figlio Memnone ucciso da Achille.

## Luisa Banti

EPAFRA (Volg. Epaphras). - Discepolo e collaboratore di Paolo (Col. 1, 7; 4, 12; Philem. 23).

Che il suo nome (Enzopós) sia una forma abbreviata di Epafrodito (v.) pare certo; ma non pub dirsi altrettanto dell'opinione che vorrebbe fare dei due un solo personaggio, designato ora con la forma piena ora con quella vezzeggistica. La distinzione è richiesta dalla diversità dell'ambiente in cui i due operano e del loro rapporti con Paolo.
E. aveva ammaestrato (Col. 1, 7; cf. 2, 6 sg.) i fedeli di Colosse (v.; cf. inoltre colossesi, epistola ai). In Col. 4, 12 sg. E. saluta la comunità a cui appartiene, come nativo della stessa città di Colosse e come organizzatore a capo. Paolo lo dice "servo di Cristo Gesù", sempre ansioso ("lottante", dyavtƯuævos, nella preghiera) del bene, non solo dei Colossesi, ma anche dei fedeli di Laodicea e di Gerapoli. E probabile che a lui si dovesse anche la
fondazione e l'evangelizzazione di queste due comunita. Che E. fosse etnico-cristiano risulta dal modo deciso con cui viene distinto dal gruppo dei nominati immediatamente prima (Col. 4, 10 sg.) come "appartenenti alla circoncisione".

Mentre Paolo era prigioniero la prima volta a Roma (con poca probabilità altri pensano piuttosto a Cesarea: v. prigionia, epistole della) E. venne a visitarlo e a portargli notizie complessivamente confortanti sulle condizioni della comunità di Colosse (Col. 1, 4-8). Pare, anzi, che l'amore verso l'Apostolo, che lo dice "dilettissimo compagno di servizio" (Col. 1, 7), lo abbia spinto a rimanere presso di lui, quasi prigioniero volontario; onde il titolo di "conceptivo" in Philem. 23. La sua permanenza a Roma dovette prolungarsi, perché latori della lettera ai Colossesi - suggeriti forse dallo stesso E. e di quella a Filemone furono Tichico e Onusimo. Il Martyr. Romanum io commemora il 19 luglio come vescovo e martire di Colosse.

Bull.: F. Vignazun, s. v. in DB. II, col. 1810 sg.; C. Milligan, s. v. in Dict. of the Bible, I, p. 713; Fr. X. Pólel, Die Allterheiter des Welzepastels Paulos, Ratisbona 1911, pp. 288202; Anon., s. v. in Lexicon Biblicum di M. Rouen, II, col. 184. Teodorico da Castei San Pietro

EPAFRODITO. - Discepolo e collaboratore di a. Paolo, noto dalla sola Lettera ai Filipposi, se lo si considera, com'e quasi certo, persona dattora da Epafra (v.). Il quadro vivo che di lui ci traccia Phil. 2, 25-30 ha il tono affettuoso di tutta la lettera. Paolo lo chiama suo "fratello e cooperatore e commilitone" (v. 25), con una gradazione ascendente che esprime bene il sentire comune, il comune lavoro, il rischio e la sofferenza comuni. E detto, inoltre, "inviato" ('aztázoòos, nel senso profano della parola), perché mandato dai Filipposi, con doni di vario genere, per sovvenire alle necessità di Paolo; onde questi lo chiama pure "ministro (kavzopyós; cf. kavzopyía al v. 30) delle mie necessità ".

A Roma E. era caduto in una malattia mortale, che aveva tenuto in grave preoccupazione tanto Paolo che i fedeli di Filippi. Il Signore, però, aveva avuto pietà di lui, ed anche di Paolo, affinché questi non avesse tristezza sopra tristezza (v. 27). Ora Paolo s'affrettava a rimandarlo ai Filipposi, perché la gioia divenisse comune. Pare che la malattia di E. fosse una conseguenza degli strapazi del viaggio a Rome, perché Paolo, dopo avere detto che E. ha rasentato la morte per l'opera ( 8 i̇z 76 ég70v) di Cristo (v. 30), aggiunge subito, precisando, che egli aveva esposto la propria vita per il compimento di quella katzoupyía, che i Filipposi avevano voluto compiere verso il loro Apostolo. Il Martiriaggio Romano lo ricorda il 22 marzo come vescovo e martire a Terracina (o Terragona?) dove l'avrebbe inviato a. Pietro. Cf. Acta SS. Martii, 3^{2} ed., Parigi-Roma 1865, p. 367 sg.

Bull.: F. Vignazun, s. v. in DB. II, col. 1800; C. Milligan, s. v. in Dict. of the Bible, 1, p. 713; Fr. X. Pólel, Die Allterheiter des Welzepastels