r fame e, e non della gola, ma la sentenza non diventa per questo migliore. Se, stando alle testimonianze, egli affermò che *il saggio morrà per l'amico*, salvò in sé l'uomo, ma mise in contraddizione il filosofo a mostrò l'insufficenza dei suoi principi.
V. Epicureismo. - Sotto questo nome s'intende ogni corrente di pensiero e ogni atteggiamento di vita che direttamente a indirettamente si lascia ricondurre ai principi della filosofia di E. o ne ripeta le dottrine. Come atteggiamento di vita esso è una delle forme più o meno irriflesse che la condotta uma-
na può assumere, e non solo non ha bisogno della corrispondente teoria, ma, ove l'attitudine manchi, quella rimane senza effetto: tale il caso di Lucrezio, che, epicureo nella dottrina, non lo è nel sentimento della vita che ne ispira la poesia. Più o meno diffuso in tutte le età, domina in quelle in cui la visione dell'universale si nasce e il senso religioso delle cose e della vita decade. Come corrente di pensiero l'epicureismo è caratterizzato da tre note: il nominalismo nella logica, il materialismo nell'ontologia e l'utilitarismo nella morale. In forme aperte e coscienti esso si ripresenta nel Rinascimento. Già nel ' 400 , come s'è indicato, Lorenzo Valla, preceduto da fugaci accenni del Petrarca, aveva tentato la prima rivalutazione di E., che tutto il medioevo aveva considerato come anticristiano (cf. Dante, Inf., X, 13) I due primi grandi epicurei per mentalità e nel centro stesso delle loro dottrine furono in Italia il Guicciardini e in Francia il Montaigne. E fu sotto l'influenza del Montaigne che il sistema d'E., salve tuttavia le principali verità della fede, risorse nella sua interezza, nell'opera del canonico provenzale Pietro Gassendi (1592-1655). Contemporaneamente in Inghilterra Tommaso Hobbes ( 1588 -1679) ne faceva la prima grande a coerente applicazione alla morale e alla politica. Particolarmente imbevute di epicureismo furono la società e la cultura francese del ' 600 e ' 700 (v. libertini). Fra i moralisti più caratteristicamente epicurei vanno ricordati il La Rochefoucauld (1613-79) e il Saint-Evremond (16131705). Forma di scienza sperimentale diede all'etica epicurea Claudio Melvètus (1715-71). Da lui derivano il La Mettrie, il D'Holbach e in Inghilterra Geremia Bentham (1748-1832). Nella corrente epicurea è l'utilitarismo del sec. XIX, che ebbe il suo più grande rappresentante in Stuart Mill.
Binc., Edizioni: H. Uecre, Epicureo, Lipsia 1887; id., Epikartiche Spruchsammlung (Wiener Studien, 10-12). Vienna 1888-90: Epicurus, Epistulae tres et russe sententiae.... Accedit quonologicum Epicureum Epicureum, ed. P. V. der Mochli, Lipsia 1922: Epicurus, The extant remains (con trad.), ed. C. Bailey, Oxford 1926; Epicuri et Epicureorum scripta Herculanemibus pazaris arveata, ed. A. Vogliano, Berlino 1928: A. Vogliano, Nuova lettere di E. e dei suoi scolari, Bologna 1928: id., I frammenti del XIV libro del Gesí gósous di E., ivi 1932; id., I testi dell'XI libro del Besé gósous di E., Il Cairo 1940: Epicuri Ethica, ed. C. Diana, Firenze 1948: C. Diana, Lettere di E. e dei suoi, ivi 1948. Per i frammenti ercolataci v. Herculanemium Voluminum, Collectio prior, I-XI, Napoli 1793-1853: Collectio altera, I-XI, ivi 1882-76: Collectio tertia, I, Milano 1942: Metrodori Fragmenta, ed. A. Korte, Suhrbb. f. Philol., suppl. 17 (1800): K. Kuehn, Der Epikureer Hymnarchus, dissert., Berilms 1921. Per la opere di Filodemo v. Ulepecca, I, p. 439 sgs. 234 sq. (bibl.). Per Lucrezio v. le odd. di C. Giussani, Torino 1921-23 e di A. Ernoni, Pariai 1935. Per Ciserone, De Finibus f. v. l'ed. di C. Diana, 3^ed., Firenze 1948. Per Diogene d'Eumanda, v, l'ed. di Joh. William, Lipsia 1907. Trad. it. di E. Bignone, E. Opere e frammenti, Bari 1920. Studi fondamentali: J.-M. Guyon, La morale d'E., 7² ed., Parigi 1927: C. Bailey, The grech atomists and E., Oxford 1926; E. Bignone, L'Aristotele perduto e la formazione filosofia di E., Firenze 1936: G. Cappola, E., Milano 1942; C. Diano, La psicologia di E., in Giorn. crit. d. filoc. it., 29 (1930), p. 103 sgg.; 21 (1940), p. 131 sgg.; 22 (1941), p. 9 sgg.; 23 (1942), pp. 5 sgg., 121 sgg.. Per l'epicureismo v., oltre la citata opera del Guyan, A. Kerm. L'Epicurisme, Parigi 1929.
Carlo Diano
EPIDAURO. - Località della Dalmazia nota per il tempio d'Esculapio (oggi Cavtat-Ragusavecchia). Secondo la Vita 1. Hilarionis di s. Girolamo (PL 25, 1, 50) Ilazione vi uccide un drago e il fatto viene già da Coleti interpretato allegoricamente. Nei sec. vi è sede vescovile.
Si sono conservati i nomi di tre vescovi di questa antica città: Fabrizio (530) e Paulo (Paolo, 533) che partecipano ai Sinodi di Salona in qualità di suffraganei,
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a Florenzio al quale Gregorio Magno indirizab alcune lettere (591). Dopo la distruzione della città operata dagli Avari nel sec. viI, il vescovo Giovanni con una parte della popolazione sfuggita allo sterminio si stabilisce su uno scosceso scoglio sotto il monte Srd (S. Sergio) e fondano una nuova città : Ragusium, Ragusa i cui vescovi sono successori di quelli d'E.
Biel.: D. Faristi, Illyricum sacrum, Veneris 1780-1819. VI. pp. 4-3s.
Stefano Draganovic
EPIFANIA. - I Greci chiamarono e. la manifestazione di un dio in persona o in sogno o in miracolo, o il suo ritorno dopo un'assenza.
E. della divinità sotto forma di uccello o di figura umana è stata supposta per la religione minoica, sulla base dei monumenti figurari, ma l'affermazione è puramente ipotetica. In età storica le epigrafi e la tradizione letteraria ricordano e. di singole divinità: Apollo, Zeus e Dioniso, che si rivelava periodicamente ai suoi fedeli, ecc. E caratteristico dei Dioscuri di apparire per salvare da un pericolo, mal, ad es., nella battaglia al lago Regillo, apparizione reduplicata della e. al fiume Sogre. Ad una n. di Apollo fu attribuita nel 279 a. C. la ritirata dei Celti da Delfi senza avere saccheggiato il tempio.
Luisa Bose
EPIFANIA. - Festa commemorativa delle manifestazioni di Gesù Cristo.
I. Liturgia. - L'origine orientale della festa è indicata dal vocabolo greco: 'Eruqévera. La prima notizia della sua celebrazione è data da Clemente Alessandrino (m. es. 215) a riguarda l'uso di eretici gnostici i quali pensavano che la divinità si fosse congiunta all'umanità, in Gesù Cristo, solo al momento del suo Battesimo nel Giordano. Forse questa festa della manifestazione della divinità era praticata anche in Chiese cattoliche, ma come solennità minore. Non ne parla Origene benché avesse esplicita occasione elencando a Celso le feste cristiane, mentre nel 304 ad Eracles era considerata dies sanctus. Comunque nell'Oriente si solennizzava in questo giorno io stesso mistero commemorato in Occidente nel giorno di Natale, ed anzi ben presto ambedue le feste furono celebrate ovunque come per una specie di contraccambio: l'Oriente celebrò pure il Natale e l'Occidente anche l'E. Ma necessariamente in ambedue le Chiese l'E. divenne il giorno teofanico per eccellenza, legato quindi al mistero del Battesimo di Gesù, durante il quale il Padre celeste rese pubblica testimonianza della presenza sulla terra di suo Figlio. Per questo anche tale giorno si aggiunse a quello di Pasqua per amministrare il Battesimo ai catecumeni.
La prima testimonianza occidentale della festa è del pagano Ammiano Marcellino per Vienna nel Delfinato. Incerta è una testimonianza del Concilio di Saragossa del 380. S. Agostino e s. Leone Magno han lasciato diversi sermoni per tale giorno. Sembra però che l'Africa, Roma, Ravenna, Milano, pur ricordando il Battesimo di Gesù, forse per non esservi praticato l'uso d'umanitatrore tale Sacramento in questo giorno, fecero subito prevalere, ed in modo notevole, il mistero di un'altra teofania, quella dei Magi, dove il Cristo si era manifestato
come Re a Signore di tutte le genti. Anche i monumenti appoggiano questa tesi. Che anzi il primo a parlare delle altre teofanie, quella del Battesimo e quella delle nozze di Cana, dove Gesù compi il primo miracolo e si mosero Dio, è s. Ambrogio, nell'inno da lui composto ed usato nella liturgia milanese per tale giorno: ma queste aggiunte arrivarono a Roma soltanto dopo s. Gregorio Magno e rimasero sempre ai margini della festa. "Va piuttosto osservato come l'episodio del Battesimo di Cristo, che in Oriente ebbe la prevalenza nelle formule liturgiche, volle esprimere una grande idea religiosa, cioè le nozze mistiche di Cristo con la Chiesa, per mezzo delle quali essa acquista la spirituale fecondita di generare
## ex aqua et Spiritu
Soncto i figli di Dio. L'idea delle nozze sacre ha fatto entrare le nozze di Cana nell'oggetto della festa, e, infine, siccome il cambiamento dell'acqua in vino era considerato come un tipo dell'Eucaratio, in Gallia si aggiunse il ricordo dell'altro grande miracolo che ne fu simbolo, la moltiplicazione dei panis (Righetti, op. cit. in bibl., II, p. 76).
A questa festa
furono legate cerimonie particolari. Il Concilio di Nicea (325) aveva conferito al patriarca d'Alessandria, dove erano coltivati gli studi astronomici, l'incarico di avvisare ogni anno in quale giorno si sarebbe celebrata la Pasqua ed egli lo adempera mandando ad ogni Chiesa una "lettera festale". Nella Spagna si dava lettura del suo contenuto a Natale, ma nella Gallia ad in Italia, ad Aquileia, Milano, Roma secondo le testimonianze più antiche (già s. Ambrogio) ciò avveniva, ed è ancor fatto, all'E. subito dopo la lettura del Vangelo nella Messa, da parte dello stesso discono con melodia che richiama l'inizio dell'Emiliet pasquale.
Altra cerimonia è quella della benedizione dell'acqua in memoria del Battesimo di Gesù, celebrata in forma solenne ancor oggi dai Greci ed in passato pure in Italia nei territori della Magna Grecia. Tale acqua veniva portata nelle case, dice un antico rituale, come tesoro nobilissimo. Ciò era praticato pure nel territorio milanese e forse soltanto per attrazione del Natale, più solenne (come festa popolare) dell'E., si spostò a tale solennità.
Un'ottava dell'E. era celebrata nel sec. iv a Gerusalemme, non prima dell'vitz in Occidente. Dal 1836 a Roma l'ottavario della E. si celebra anche nella chiesa di S. Andrea della Valle (v. sotto).
Biel.: K. A. H. Kellner, L'anno ecclesiastico, Roma 1914 pp. 122-38; B. Botte, Les avistues de la Noë et de l'E., Lovanio 1932; S. Marsili, I Sacramentari e le questione di Natale e dell'E. a Roma, in Rivista liturgica, 39 (1933), pp. 325-28; 40 (1936), pp. 10-17; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 74-82.
Enrico Cattaneo
II. Ottavario dell'E. - E un ciclo liturgico di sacre funzioni, istituito del b. Vincenzo Pallotti a Roma nel 1836, in cui, attraverso gli splendori della liturgia latina ed orientale, con la predicazione nelle principali lingue del mondo, con la partecipazione dell'episcopato a dei collegi esteri e nazionali, mirabilmente rifulge l'unità e l'universalità della Chiesa cattolica. L'ottavario si celebra in diverse parti del mondo.
Biel.: A. Wynen, Pallottis Epiphaniefeler in Rom, Roma 1909; G. Rancechini, V. Pallotti e l'ottavario dell'E., ivi 1947. Giuseppe Rancechini
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III. Archeologia. - L'E. è la scena più rappresentata dell'infanzia del Signore nell'arte cristiana primitiva. S. Agostino spiega la predilezione per questa scena; i Magi s furono i primi tra i gentili a conoscere Cristo Signore e a queste - primatie dei Gentili meritarono di significare la salvezza di tutte le genti (Serm. 203, 3).
Al numero ternario dei Magi fanno eccezione alcuni affreschi nel cimitero ad duas laures, uno dei museaci dell'areo trionfale di S. Maria Maggiore e la capsella dei SS. Celso e Nazario in Milano, monumenti nei quali i Magi sono soltanto due; in Domitilla poi si ba une E. con quattro Magi per ragioni di simmetria. I Magi offrono oro, incenso e mirra (Mt. 2, 11). Fin dal tempo di a. Ireneo in questa triplice offerta, si riconosce l'attestazione di Calui che veniva adorato: «la mera perché Egli veniva per morire e per essere sepolto per il mortale genere umano; l'oro perché Egli è il Re del regno senza fine (Lc. 1, 33); l'incenso perché Dio si è manifestato in Giudeo (Ps. 73, 2) e si è mostrato a coloro che non lo cercavano" (Contra hasres., 3,9 ; PG 7, 870 ag.). Gli stessi concetti sono e-pressi da Pudenzio (Apoll., 642 sgg.; PL 39, 973; id., Catherer., 12, 19: ibid., 903). L'oro è presentato per primo in forma di una corona con gemma frontale (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 284, tav. 204, 2 e 3; 222, 6 e 7; 224, 5); l'incenso è per lo più in globuli o in una pioside (id., op. cit., tav. 98); la mirra è in ampoile (id., op. cit., tav. 223, 10) o in vasi, con talvolta le cifre delle libbre (id., op. cit., tav. 219, 1: 225, 1 e 2).
La più antica rappresentazione dell'E. nota finora è l'affresco nella cosiddetta cappella greca in Priscilla che risale alla metà del sec. II (G. Wilpert, Practis pacis,

(per cartista di mana. A. P. Fratus) RriPANIA - La benedizione dell'acqua il giorno dell'E. Grottalerrata, Abbaria.

Erieania - I Magi nell'atto di offrire i loro doni. Affresco della cosiddetta Cappella greca (sec. II) - Roma, cimitero di Priscilla.
Parigi 1896, pp. 24-25, tav. 7); la Madonna è assisa col Bambino sulle ginocchia; i tre Magi si appressano riverenti offrendo i loro doni. Questa scena si ripete poi in altre pitture nei cimiteri ad duas lauras, Callisto, Domitilla, Maius, Marco e Mercelliano, Trasone (Wilpert, Pitture, pp. 176-83; E. Jost, Carasterium maius. in Ric. di arch. critt., 10 [1033], pp. 12-16; A. Bosio, Roma sotterrauca, Roma 1632, p. 279), affresco poi perduto a ritornato in luce nel 1948. A 'Teano l'E. fu riprodotta in musaico sul sepolcro di una - Geminia Felicitas - del1'2. 370 (V. Spinazzola, Di ua musaico cristiano e di altre antichità nel territorio di Teano, in Notizie degli scami, 1907, pp. 607-705). Fu anche graffita sulla lastra sepolcrale d'una Severa, oggi nel Museo Lateranense (O. Marucchi, I monumenti del Museo cristiano piu lateranense, Milano 1910, tav. 57, 1). I sarcofagi cristiani offrono oltre sessanta esempi dell'E. (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 283). In essi appaiono talvolta dietro i Magi anche i cammelli.
Nell'arte non sepolcrale la scena è scolpita in un vaso marmoreo del sec. iv acquistato dal p. Marchi per il Museo Kircheriano, ora al Museo nazionale alle Terme (R. Gorrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1880, p. 33, tav. 427, 5-6). Appare talvolta anche nei vetri dorati (id., Vetri ornati di figure in oro, Roma 1864, tav. 4, n. 7, 8, 9, 10). Del tutto caratteristica è la scena dell'E. nei museaci dell'eroo trionfale in S. Maria Maggiore (432-40). Su un trono gemmato è assiso il Signore in tunica e pallio, con nimbo e con una croce sul capo; dietro il trono quattro angeli altri e in alto la stella. Due Magi con tiera sul capo si appressano con i doni. L'E. è scolpita anche in uno dei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma del sec. v; allo stesso secolo appartiene l'ambone di Salonicco, oggi nel Museo di Costantinopoli. Le lastre marmoree trovate a Cartagine (v.) nella basilica di Damous-el-Karita, datate tra il v ed il vi sec., offrono pure la scena dell'E. (Wilpert, Sarcofagi, III, pp. 53-55, fig. 279). E ancora in avori, come nelle capselle di S. Nazario a Milano e di Brivio, oggi al Louvre, e in alcune ampoile metalliche ora nel tesoro di Monza, in medeglie di bronzo ora nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana (G. B. De Rossi, in Bull. arch. critt., 1^{°} serie, 7 [1869], p. 53, tav. 1, nn. 9-10).
Earisa José
IV. Arte. - Nei museaci di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, che sono del tempo dell'imperatore Giustiniano (527-65), accanto al trono della Vergine, che ha il bambino tra le braccia e al quale s'approssimano i tre re, sono due angeli per parte. Un angelo è anche presso la Vergine nella scena raffigurante l'adorazione dei Magi nella cattedra di Massimiano pure a Ravenna.
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EriFANIA - I Magi nell'atto di offrire i loro doni. Sarcofago (sec. vi) - Ravenna, basilica di S. Vitale.
Talvolta fin dalle rappresentazioni di quella stà come in una pisside eburnea del Bargello a Firenze da assegnare al vi sec. - la scena ai complici e completa con l'altra della adorazione dei pastori. In una delle colonne istoriate del ciborio di S. Marco a Venezia, pure del sec. vi, la narrazione è invece chiara: dopo l'arrivo dei pastori si vedono apporre i Magi, uno osserva una sfera, un altro srotola un cartiglio, il terzo addita una stella. Nelle rappresentazioni orientali qualche volta alla scena dell'adorazione segue quella del ritorno dei Magi. Questi in genere sono guidati da un angelo. Tale particolare iconografico si trasferisce presto dall'Oriente anche nell'arte dell'Occidente, e lo vediamo negli affreschi dell'viri sec. in S. Maria Antiqua a nel frammento di mussico proveniente dalla cappella di Giovanni VII (705-707) nell'antico S. Pietro, oggi in S. Maria in Cosmedin, dove, accanto al trono della Vergine, oltre all'angelo è Giuseppe. Intorno al rooo la corona si sostituisce, sul capo dei Magi, alle mitra orientale, ed anche la Vergine, assume sempre più spesso quell'atrribune di regalità. Con il rifiorire delle facoltà plastiche dell'età romanica la scena dell'adorazione dei Magi assume nella scultura sempre maggiore diffusione. Così nel portale del battistero di Parma, opera di Benedetto Arzelami, così in un rilievo del sec. xit del Palazzo arcivescovile di Fano ed in un altro della Pieve d'Arezzo, ove insieme ai Magi è un angelo con il turibolo, mentre nell'architrave del S. Andrea di Pistoia, che è del i 166, i Magi che prima sono raffigurati in viaggio a cavallo si vedono poi in piedi approssimarsi al trono della Vergine. Nel pulpito della chiesa di Barge il piccolo Gesù benedice il re più prossimo a lui, mentre gli altri due si avvicinano a cavallo. Numerose sono anche le rappresentazioni della scena nella plastica del nord Europa; si ricordano le composizioni delle cattedrali di Leon, Chartres, Amiens, Parigi, Reims, ecc. Nel sec. xili poi, la scena acquista talvolta un nuovo senso naturalistico determinato dalle ormai libere facoltà di narratori, di pittori e scultori. Così a Forli, nella lunetta sulla porta del S. Mercuriale, l'incontro avviene nell'interno della casa della Vergine; uno dei re toltosi matto e coronn li ha appesi ad un attaccapanni, il secondo si è tolto già la corona in atto di risposta, il terzo se la sta togliendo. Una rievocazione del viaggio dei Magi si ha pure nella scena dell'Adorazione nel pulpito di Nicola Pisano nel battistero di Pisa (1260) ove nella stipata classica composizione trovano posto, oltre l'angelo, i tre cavalli, mentre nel pulpito della cattedrale di Siena (1266-68) lo stesso Nicola, questa volta in collaborazione
con i suoi aiutanti, accentun gli elementi naturalistici della scena a rappresenta uno dei re nell'atto di accostare alle labbra un piedino del piccolo Gesù. Lo imita il figlio Giovanni nel pulpito di S. Andrea a Pistoia. Ma la più bella di queste rappresentazioni plastiche del xur sec. era forse quella che Arnolfo di Cambio aveva composto con figura a tutto tondo per il presepe di S. Maria Maggiore a Roma e della quale esistono ancora le figure dei re a quella di Gesù. Nell'ultimo decennio del xili sec. invece, Pietro Cavallini nel mussico della fascia sottostante il semicolino absidale di S. Maria in Trastevere immagina ancora il trono in aperta campagna e i re che vi si approssimano con gesti di ossequio come nelle più antiche composizioni dell'arte cristiana.
Ma, presto, a Padova Giotto, nel 1305 , conferisce nuova suetara monumentalità alla scena ponendo la Vergine su di un musibo trono tra Giuseppe e l'Angelo, mentre uno dei re, inginocchiato, accosta alle labbra i piedi del piccolo Gesù e i suoi due compagni assistono in piedi; da presso sono due cammelli e uno staffiere. Nei rilievi della facciata del duomo d'Orietto, opera di Lorenzo Maiteni, gli angeli stendono un drappo dietro il trono della Vergine che nel tabernacolo di S. Michele a Firenze, opera di Andrea Orcagna, diviene uno scanno adorno di colonne tortili.
L'atto che uno dei re compie, in genere è più vecchio spesso barbuto, quello di inginocchiarsi presso il trono della Vergine per baciare i piedi del piccolo Gesù, diviene sempre più frequente nel xv sec. quando la composizione, dopo che Masaccio l'aveva ancora rievocata con austerissima maestosa imponenza nella tavola di Berlino, s'effolla straordinariamente e quasi frantuma in numerosi episodi, quali

(da W'ulpert, Sarcofagi, tnv. 52, 3) EriFANIA - I Magi che discutono sull'appurizione della stella che si trova in alto sopra il presepso. Particolare di un sarcofago conservato nel Museo di Arles (sec. IV).
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EPIFANIA

(101. Pies)
ADORAZIONE DEI MAGI di Lorenzo Costa (r490).
Milano, Pinacoteca di Brem.
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il lungo fastoso corteo che accompagna i Re c assiste al loro omaggio. Tra queste composizioni ricorderemo quella di Gentile da Fabrizio agli Uffizi di Firenze, l'altra di Benozzo Gazzoli nella cappella del Palazzo Medici Riccardi e quella di Sandro Botticelli pure agli Uffizi, ove nel re che s'accosta al gruppo della Vergine con il figlio si può riconoscere l'effigie di Cosimo de' Medici e tra gli estanti alla scena lo stesso Sandro Botticelli, e altre ancora di Antonio Vivarini, del Mantenga, di Giovanni Bellini, ecc. Caratteri analoghi assume la composizione anche nella scultura, come nel rilievo di Mino del Reame che è a Roma in S. Maria Maggiore, e nell'arte nordica come, ad es., nella
Adorazione dei re dipinta da Roger van der Weyden, ora nella Pinacoteca di Monaco.
La patura e la scultura del ' 500 , e quindi quelle delTero barocca, hanno continuato a rappresentare con frequen. zz la E. sorm l'aspetto dell'adorazione dei Magi, senza modificare fondamentalmente il carattere della scena, accentuandone se mai il tono festoso, che, in un certo senso, trova la sua culminante espressione nei prosopi (v.) settecenteschi napoletani che a valta raggiungono il valore a l'importanza di vere opere d'arte.
Inoltre va tenuto presente come, accanto alle maggiori manifestazioni delle arti figurative ora accennate, fino dal medioevo l'arte popolare abbia lasciato anche in questo campo testimonianze di altissimo interesse.
Biff.: A. Venturi, La Madonao, Milano 1000, pp. 263-86; K. Niccolo, Pionographie der christlichen Kinet. I, Friburgo in Br. 1908, p. 354402 ; Emilio Lavagnino
V. Folklore. - Nella tradizione popolare l'E. è una delle feste più importanti : ne è un indice il fatto che dal popolo vien chiamata Pasquetta o prima Pasqua dell'anno. Essa dà luogo a numerose e molteplici usanze e credenze, al che, per comprenderne il significato e il carattere, è necessario ricondurle alle diverse concezioni e manifestazioni religiose a cui si ispirano a si riconnettono.
In rapporto a uno dei più importanti aspetti evocativi dell'E., quello cioè dal Battesimo nel Giordano, sono da porre usanze quali la benedizione solenne dei fiumi che, fino a tempi recenti, s'è fatta in Egitto come nell'Europa orientale. Così, in alcuni paesi della Sicilia usava (e se parte usa ancora) immergere tre volte un Crocifisso nell'acqua santa, o portarlo in processione lungo la spiaggia e poi protarlo in mare, la cui acqua (secondo la credenza del populino) divenire in quell'attimo miraculosamente dolce. In Bulgaria le immagini sacre conservate nella casa, nonché la croce e il vomere, si portavano alla fonte o al fiume e si lavarono: le persone gracili e malate si tuffavano nel fiume per guarire. Preminente però è il complesso delle manifestazioni che rievocano il viaggio del Re Magi a l'offerta dei doni al Bambin Gesù. Nelle Tre Venczie, campagna di giovani fanno il giro delle case recando una
grande stella di carta girevole, applicata sopra un fusto di legno, dentro al quale è posto un lumicino, e cantano laudi a Gesù, Maria e Giuseppe o anche una - zingaresca che rievoca l'episodio dei Magi. In Toscana queste rappresentazioni vengono dette befanate, e sono di due tipi nettamente diversi: le befanate sacre ricostruiscono il viaggio dei tre Re dell'Oriente, e in esse la Befana si presenta quale profetessa a indovina; le befanate profano invece svolgono motivi simili a quelli dei bruscelli e magliezsi, cioè le contese di una o più coppie di pretendenti, che finiscono con lo sposarsi. Ma una vera e propria rappresentazione sacra con numerosi personaggi si svolge in provincia di Taranto nella masseria detta "La battaglia". Queste, e altre che si potrebbero ricordare, sono da considerarsi come reliquie viventi dell'antico dramma sacro che fin dal medioevo rievocò anche la scena della visita dei Re al Divino Infante.
Ma molte tradizioni popolari dell'E. si comprendono solo se si tien conto che l'E. viene considerata come giorno di inizio d'anno. Così si spiegano le strenne e i doni, specialmente ai fanciulli, nel loro ben noto significato propizistorio. Il popolo ha creato un personaggio simbolico nella Befana (da E.), immaginandola come una vecchia benefica che passa di notte per le case lasciando i suoi regali nelle scorperte a nelle calze dei bimbi buoni, e carbone e altri segni del suo disappunto, per quelli cattivi. In molte città italiane, p. es., a Firenze, nei tempi andati, si fabbricavano a si portavano in giro dei grandi fantocci rappresentanti la Befana: ciò dava luogo a vari cortesi dei diversi quartieri, con frequenti scontri e zuffe. L'uso dei doni ha fatto sorgere apposite fiere, come quella che si tiene a Roma a Piazza Navona (prima si svolgeva nelle piccole piazze di S. Eustachio e dei Cappellari) e che culmina in una festosa gazzarra.
Sempre in rapporto alla distribuzione di strenne e doni è da porre la costumanza (diffusa nell'Abruzzo, nelle Marche, in Toscana e in molte altre regioni) di comitive di giovani che la sera della vigilia girano di casa in casa cantando una canzone di questua (detta la pasquella o befanata) e ricevendo offerta di uova, dolci, noci, nocciole, ecc.
Un uso di Capodanno trasferito all'E. è anche quello di trarre in questo giorno le sorti e le previsioni per il futuro. Una delle forme più tipiche è l'uso della focaccia a torta entro cui viene nascosta una fava e che si divide fra i convitati : colui a cui questa tocca in sorte, è nominato re della fava e, a sua volta, egli sfugge la regina gettando la fava nel bicchiere della donna provelta. Questo uso presenta una vastissima area di diffusione con le naturali varienti. In Francia, anticamente l'uso era seguito dal re in persona, che andava in giro accompagnato dal gran panettiere e dal gran coppiere i quali recavano dolci e vini per la coppia augusta : la regina però era una dama da lui eletta per questa festa. Nella divisione della focaccia contenente la fava, si fa anche la parte "per Dio" o la "parte del povero".
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Molteplici le forme per trarre gli auspici nel giorno dell'E. In Romagna i popolani sogliono porsi in un quadricio per ascoltare le parole dei passanti e con esse formare un discorso dal cui senso prevedere ciò che accadrà nell'anno. In Sicilia (lanello) si crede che il vento che soffia la sera del 6 genu., al momento delle sacre funzioni, predominerà tutto l'anno. In Campania si getta sul fuoco una foglia d'ulivo: se essa saltarà via, la vita sarà assicurata, se bascerà crepitando, le morte arriverà entro l'anno. Nel Friuli si accendono dei falò e si traggono, dalle faville e dal fumo, presagi per il raccolto. Dischi infuocati, detti a cidulis che si fanno ruzzolare giù per una china, sono parte integrante di questi funchi.
Sempre in rapporto con l'E., intesa come festa di inizio d'anno, è l'uso del fidanzamenti che in alcuni paesi, come in Val di Fiemme (Trentino), dànno lungo a riti di carattere drammatico ( = maridazzi * per la festa del *bandieràl d. In Toscana usava scegliere in questo giorno i befani, cioè un giovane e una ragazza che iniziavano una specie di fidanzamento, a cui spesso seguivano effettivamente le nozze. In Campania allegre comitive la sera della vigilia sogliono recarsi sotto le finestre della donna vedove e indicare il nome di un possibile nuovo marito : ciò si dice a maritare le vedove x. Non mancano relitti di antichi riti agresti prepiolatori, a cominciare dall'usanza dei falò. Nella Svizzera e in altri paesi dell'Europa centrale si fanno processioni rumorose contro due streghe immaginarie chiamate Strudeli e Stratteli ritenute nocive ai raccolti della frutta. E nei castri che le comitive dei fanciulli ripetono durante le loro processioni di questua sono frequenti allusioni e invocazioni per la buona riuscita delle messi.
L'E. è ritenuta dal popolino giornata di prodigi. Si dice che alla mezzanotte le pareti diventino di ricotta, e che le bestie parlino fra loro, ma ascoltarne i discorsi è proibito e chi infrangessa questa regola andrebbe incontro a sicura morte. Il carattere tradizionale della festa dell'E. si è conservato abbastanza bene anche ai giorni d'oggi, adeguandosi ai gusti e alle esigenze della vita moderna. Vedi tavv. XXXI-XXXII.
Bibl.: A. M. Manni, Istorica notizia dell'origine e del significato delle Beluse, Lucca 1968; G. Pava, Spettaculi e feste popolari siciliane, Palermo 1881, cap. 1; A. Certeux, La fête des rois, in Revue des traditions populaires, 4 (1889), pp. 38-40; G. Finamore, Credence, usi e costumi abruzzesi, Palermo 1890, cap. 3; K. Faruetti, Le befonate del contado toscano, Firenze 1900; E. A. Cerrem, Il Natale, il Capodanno e l'E. nell'arte e nella storia gemesese, Genova 1903; G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino 1911, n. 174; A. Lancellotti, Il Laviar, usi, costumi tradizionali, canti del popolo romano, Roma o.a.; D. B. Botte, Les origines de la Noël et de l'Epilanie, Lovanio 1932, specialmente le pp. 41, 54, 57-58, 68, 69, 74, 83; V. Truomi di Nerfa, Sagra, feste e riti, Roma 1932; A. Van Gennep, Le folklore du Dauphiné, Parigi 1932-33; id., Le folklore de la Flandre, Ivi 1936; A. B. Wright-T. S. Loma, British calendar customs, I, Londra 1938; G. C. Pola Palizni di Villefallettre, Associazioni giovanili e feste antiche: loro origini, III, Torino 1942. Noi volumi della collana Canti assorle tradizioni delle regioni d'Italia diretta da L. Sorrento si trovano importanti notizie sull'E. nel folklore; indichiamo specialmente: A. Prati, Folklore trentino; P. Bahudri, Punti vitae dei Veneto-Giutiani; D. Olivieri, Vita ed anima del popolo veneto; P. Toschi, Romagna salatia; G. Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano; L. Sorrento, L'isola del sole.
Pardo Toschi
EPIFANIO di Pavia. - N. in questa città nel 438 o 439 , entrò giovanissimo nella carriera ecclesiastica e, dopo la morte del vescovo Crispino, fu eletto, ancora in giovane età, vescovo di Pavia. Si distinse per la grande pietà e dolcezza di animo, e prodigò tutte le sue cure per procurare la pace tra gli ultimi rappresentanti dell'Impero. Intervenne per appianare le contese tra Ricimero e Antonio, Neporo ed Enrico, tutelò la sua città, allora centro importantissimo, dalla ferocia dei barbari di Odoacre e di Teodorico, specie allorché la città fu devastata dai Rugi. Mandato da Teodorico in missione, con Vittore di Torino, presso Giondabaldo re di Borgogna, ottenne la liberazione di più di 6000 italiani. M. nel 496 e Ennodio (v.) ne scrisse la biografia.
Bibl.: La Vita scritta da Ennodio, in MGH. Anct. Ant., VII, pp. 84-110 e in CSEL. 6, pp. 330-83; H. Griser, Storia di Roma e dei Papi nel Medioevo, II. Roma 1930, p. 346.
Giuliano Gennaro
EPIFANIO di Salamina. - N. dopo il 3 ro in un paesetto vicino ad Eleuteropoli, in Palestina, forse da genitori giudaici (v. Cronaca di Seeri: PO 5, 301). Visse parecchi anni fra gli asceti in Egitto. Nel 367 fu eletto vescovo di Costanza in Cipro. Predico più tardi ( 390 o 392 ) contro Origene a Gerusalemme e riuscì a distaccare a Girolamo dal suo maestro. Nel 400 si fece aizzare da Teofilo d'Alessandria contro Crisostomo, ma, scoperti i moventi di Teofilo, disertò prima della chiusura il Sinodo della Questa e morì durante il viaggio di ritorno (403).
Scrisse: 1) Anonymus, compendio di dogmatica; nell'appendica due professioni di fede, 2) Il Panarion (Casuetta di medicazione) contro tutte le erede, compiute fra il 374-77, ampia opera che combatte Se crema. Importante per l'uso di scritti anteriori perduti, ma confusa nella trattazione. La conclusione è nota sotto il titolo: Espesitio fidei. 3) Un estratto da questa grande opera è la Recognizlatio ( { }^{′} Assocopolazionis) forse non dalla mano di E. stesso. 4) De mensuris et ponderibus, una specie di enciclopedia biblica (elenco dei libri e delle traduzioni del Vecchio Testamento; pesi e misure citate nella S. Serittura; geografia della Terra Santa; è conservata solo parzialmente in lingua greca; il testo intero in lingua siriaca è stato pubblicato da P. Lagardi in Syamnista II (Gottinga 1880, p. 149 sgg.). 5) De duodecim gemmis, spiegazione allegorica delle dodici pietre nell'abito del gran sacerdote giudaico. Il testo intero si è conservato in una traduzione georgiana. Frammenti in greco, capio ed etiopico ed una lunga parte in latino si trovano nella Collectio Avellana (Raccolta di lettere di papi della seconda metà del sec. vi). Delle epistole sono conosciuti solo sicuni frammenti : a) epistola ai presbiteri di Pisidia sulla Pascha (Severo Antiochene, Liber contra impium Grammaticum), in lingua sirisca. Cf. il frammento greco pubblicato da K. Holl in Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II, Tubinga 1928, p. 204 sg.; b) epistola ad Beolbimum (anche in Severo); c) epistola ad Magneto Antiochine presbyterum (la stessa fonte); d) epistola ai cierici d'Egitto riguardo ad un certo Doroteo (nel Florilegium Edescanum); e) due lettere rimaste in latino.
Bibl.: Edizione: PG. 41-43: dell'Ancorone, Panarion, di K. Holl: CB, 23 (1913), 31 (1921), 37 (1931); per il resto W. Dindorf, 3 voll. 1890-62; per De duodecim gemmis v. R. P. Bintha and II. de Vis. Epiphanies. De gemmis, in Studies and Documents of. by Kirmap Lake, II, Londra 1934. Per le fonti di questo scritto: K. W. Wirbelsuer, Antike Landarien Diss. phil., Berlino 1957, p. 13 sg. Per le lettere: Im. Lahon, Sur quelques fragments de lettres attribuées à st Epiphane de Salamine, in Miscellanea Gioc. Mercati, I. Città del Vaticano 1946, p. 149 sg. Erik Peterson
EPIFENOMENO. - Da 801 a 209 ra o peculiareve "fenomeno" significa fenomeno accessorio o aggiunto. In psicologia si designa con questo: nome un fenomeno nuovo che si presenta sulla base di un altro fenomeno, o serie di fenomeni, con cui ordinariamente si connette, ma da cui può anche andar diegiunto, senza che quel fenomeno o serie di fenomeni resti modificata nel suo carattere specifico.
Per gli psicologi che riducono le emozioni a fatti essenzialmente fisiologici, gli stati specifici, ad es., della gioia, della paura, ecc., sono puri e. Alcune forme di psicologia materialista (T. H. Huxley, W. Clifford, H. Mausiday, T. A. Ribot), negando la realtà sostanziale dello spirito umano, considerano gli stati di coscienza, non escluso il pensiero, come semplici e, dai processi fisiologici (Cf. Th. Ribot, Les maladies de la personnalité, Parigi 1885, pp. 6, 15,18; id., Les maladies de la mémoire, 27^{°} ed., ivi 1924, cap. 1). Posizione analoga è quella del parallelismo psicofisico (W. Wundt, D. T. Fechner, H. Ebbinghaus), per cui i fenomeni fisiologici e i fenomeni coscienti non rappresentano che due aspetti diversi di un'identica serie di fatti psichici.
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EPIGENESI. - Teoria biologica (dal gr. èn! "sopra e a yéveos s generazione "), secondo cui la differensizzione organica del nuevo individuo nella generazione avviene in virtù di un graduale e successivo sviluppo formativo dall'indeterminatezza strutturale del germe.
Accettata già da Aristotele e s. Tommaso, fu difesa da Wolff contro la teoria della "preformazione" (Leibniz, Malebranche, Spencer, Haeckel, Malpighi, Haller, Svammerdan) che ammetteva nel germe la preesistenza attuale, in proporzioni estremamente piccole, dell'individuo già perfettamente diffirensitato. Nella sua forma assoluta la teoria della preformazione si connette con l'alua del "conglobamento dei germi ", secondo cui in ogni individuo sarebbero presenti in atto tutti i germi che de esso e della sua discendenza possono svilupparsi. La teoria della preformazione assoluta, oggi universaimente abbondanzata, va distinta dalla preformazione relativa, la quale, pur negando nel germe la attuale differenziasione degli organi, vi ammette tuttavia una struturazione determinata, corrispondente ai diversi organi che verranno gradatamente attuandosi nello sviluppo embrionale.
Le controversie fra epigenismo e preformismo furono agitate specialmente nei secc. xvir-xviII. La biologia moderna in generale, con le "localizzazioni germinali" riconosce nel germe una fondamentale organizzazione, avvicinandosi cosi a una posizione intermedia fra preformazione e e. in senso stretto (v. anche zlabroci.0014).
Biol.: G. F. Wolff, Theoria generationis, Halle 1759; E. R. Wilco, The cell in development and heredity, Nuova York 1934, pp. 6. 111, 1056; G. Corronel, Biologie e zoologia generale, 3² ed., Roma 1949, p. 312 sge.
Ugo Viglino
EPIGONATION (énıovátov, énıóvata). - E un'ornamento liturgico del rito bizantino che si porta sospeso ad un nastro all'altezza del ginocchio destro. Ha la forma di rombo e consiste in una stoffa e in un cartone coperto di stoffa riccamente ricamata e ornata d'una spada, d'una croce o di una immagine: cherubino o santo. L'origine non è chiara.
Pateva essere un semplice fazzoletto a una borsa che conteneva il testo della liturgia o dell'omelia che leggeva a pontefice. All'inizio solo a patriarca aveva il diritto di portare l'e., poi fu concesso ai vescovi, infine agli archimanuriti e agli altri dignitari ecclesiastici. Nella lista degli ufficiali della Chiesa patriarcale di Costantinopoli, uno di essi portava e metteva l'e. sulla persona del patriarca. Chi ha il privilegio di portare l'e., mettendola, recita una preghiera. Questa allude alla vittoria del Cristo e della Grazia sulle potenze della morte. L'e. è anche segno di autorità.
Plaeido de Meester
EPIGONO ('Eniyovos). - Eretico della tendenza monarchico-modalista, che svolse la sua attività poco dopo il 200 d. C., insieme con Noeto di Smirne. Insegnava che se Cristo è Dio, egli è uno con il Padre; se ha sofferto, essendo Dio, chi ha sofferto è il Padre (patripassianismo). Insistendo sul concetto dell'unità di Dio, fuori del quale non v'è altro Dio, concludeva che se Cristo è Dio, è Dio nella natura e nella persona, e traeva motivo a considerare la Passione del Cristo come un'opera, una modalita della vita stessa del Padre.
Secondo la testimonianza di Ippolito, E. si recò ai primi del sec. III a propagare l'eresia di Noeto a Roma, fondò una setta parripassiana della quale furono successivamente capi Cleomene e Sabellio. Il suo insegnamento diede origine a quella polemica teologica nella quale ebbe avversari l'artulliano ed Ippolito.
Biol.: L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, vers. it., J. Roma 1911, p. 170 sg.; F. Cayre, Patrologia e storia della teologia, I, 30, 1936, pp. 175, 225.
Giuliano Gennaro

(Int. Enc. Cyst.)
EPIGONATION - Pont. collegio Russico di s. Teresa del B. Gesù - Roma.
l'archeologia. Quanto è difficile far parlare un monumento sul quale non si trovi traccia di scrittura. Ed ancora le voci che se ne trarranno saranno sempre fische ed incerte. E un privilegio dell'antichità cristiana di essere illustrata da un numero grandissimo d'iscrizioni. Si sono spesso fatti dei numeri più o meno approssimativi, e la continue scoperte si incaricano di renderli d'anno in anno meno esatti. Più di ventimila sono i testi che ci hanno finora restituito le catacombe romane; un migliaio ca. quelle di Siracusa; quasi una polvere senza numero di svariatissimi frammenti sono stati raccolti nei cimiteri dell'antica Cartagine cristiana.
E poi non è sempre facile giudicare se un'iscrizione sia cristiana o pagana, cioè opera di cristiani o no. In pratica l'e. c. propriamente detta prende in considerazione solo quelle iscrizioni che portano segno di cristianesimo, giacché il suo compito è principalmente quello di raccogliere dalle lapidi le testimonianze della vita cristiana antica in quanto tale. Né bisogna temere che questo metodo, per l'età in cui il cristianesimo era la religione della grande maggioranza, come i secc. v e vi, lasci logicamente considerare come pagane un gran numero d'iscrizioni che sono realmente opera di cristiani; giacché per gli antichi, ed in particolare per gli uomini di quei secoli, quasi non esisteva la classe delle iscrizioni puramente civili e laiche; il loro profondo sentimento religioso trovava modo d'esprimersi
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(16) L. Burhean, L'cinturiz d'Averitas, in Wrioners d'archidion et dhistoire, II (188), pp. 121-18, 100. Il Epigrafia cristiana - Cippe di Alessandro ( 216 d. C.). Istanbul, Museo.
in ogni circostanza, ed è raro che ai trovi un testo epigrafico che non ne presenti qualche manifestazione.
L'e. c. antica comincia a manifestarsi con la fine del II sec., quasi contemporancamente a Roma e nella Frigia; ma scarse restano le sue testimonianze per tutta la prima metà del iti; dipoi si fanno frequenti, ancor prima della pace costantiniana, almeno nelle catacombe romane ed in qualche località dell'Asia Minore. Ma la stragrande maggioranza dei testi (che sono per lo più epitaffi, o iscrizioni funerarie) appartiene al sec. iv e al v; per la prima metà del iv si è ancora quasi ridurti a Roma, a Chiusi ed all'Asia Minore occidentale; poi rapidamente in tutte le regioni dell'Impero si ha una fioritura di testi che nello spazio di poco più di un secolo dànno la grande massa delle iscrizioni paleocristiane finora conosciute.
Nei tristi secoli che succedettero pare che l'ignoranza e la miseria dei tempi abbia ristretto moltissimo l'uso dell'epigrafia o almeno l'abbia praticata per lo più su materie cosi fragili che i testi non sono durati fino a noi. Infatti dei secc. vi e viI si ha un buon numero d'iscrizioni monumentali, ma folti gruppi d'epitaffi solo in alcuni paesi come le Gallie, la Spagna, l'Egitto, la Cilicia.
L'epigrafia ha una sua parte ragguardevole nello studio dell'antichità cristiana in generale. Per quanto contribuisce alla migliore conoscenza dei dogmi e delle concezioni religiose v. dogmatiche iscrizioni. Ma in misura anche più vasta essa aiuta a
formarsi un'idea più precisa della vita in generale degli antichi cristiani; dei loro usi e costumi si religiosi che civili, delle istituzioni ecclesiastiche. L'esplorazione degli antichi cimiteri ne fa conoscere i riti funebri e molti curiosi particolari della vita quotidiana, p. es., i segreti dell'onomastica individuale e delle sue trasformazioni; dalle antiche chiese si apprende più in concreto come si svolgesse il culto ufficiale, sotto quali condizioni materiali, con quali strumenti; l'epigrafia civile e quella privata, in particolare del multiforme instrumentum domesticum, mostrano sino a qual segno lo spirito religioso cristiano avesse penetrato le anime e si esplicasse nelle manifestazioni anche più impensate e talora in vere deviazioni di superstizione. Il ricco patrimonio iconografico dei monumenti figurati, che ha avclato tutto un mondo spesso curioso ed inaspettato d'idee artistiche e di elaborazioni simboliche, riceve dalle iscrizioni che talora le accompagnano dei punti fermi per un'interpretazione positiva di problemi altrimenti insolubili e per una talquale sistemazione cronologica a visione storica dell'insieme dei fatti. La fhologia, che un tempo credeva degne del suo studio solo le pagine dei grandi autori stilate sulla lingua ufficiale e sdegnava le umili testimonianze di testi senza pretesc, spesso scorretti e barbarizzanti e pieni di vulgarismi, ha ora appreso l'interesse che v'è ad occuparsi di rozzi ma spontanei e genumi documenti della lingua vera, e vi studia con successo l'evoluzione del latino e del greco, che si nella pronuncia, come nelle forme e nella parte lessicale si avviano sempre più decisamente a dar vita alle lingue moderne.
Però anche la storia, quale si suole più propriamente intendere, cioè la grande storia degli avvenimenti a degli uomini che si dicono importanti, trova spesso nell'e. un ausilio prezioso, per lo più riguardo a fatti singoli che dalle sole iscrizioni sono conosciuti o ricevono un'illustrazione inattesa e decisiva, talora anche in questioni d'indole più generale. Gruari, per fare qualche esempio, è ammesso che una storia della primitiva diffusione del cristianesimo (e quindi la geografia dell'orbis christianæ antiques) non si può fare più senza il valido apporto della epigrafia, e ne ha dato un buon esempio l'Harnack; quanti fumi l'agiografia, specialmente romana ed africana, possono attingere dalle iscrizioni hanno mostrato a più riprese il Delehaye ed il Moncenua; le stele di Aricanda (v.) getta una luce istruttiva sopra la persecuzione di Massimino e la famosa questione del censimento di Quirino è vivamente interessato da una lapide, purtroppo mutila, di Tivoli, come in altra scoperta recentemente a Nazareth si trova forse l'eco della dicerie sporse ad arte dai giudei sulla scomparsa del cadavere di Gesù ( 561,28, 13). Che si saprebbe di papi come Eusebio e Marcello

Erioparia cristiana - Fiumbicino. Iscrizione in rosso su taglia (inizio sec. iti) - Roma, cimitero di Priscilla (acronzio).
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a) LAPIDE SEPOLCRALE con delfini, àncora e pavoni affrontati su di un vaso di fiori (sec. 111) - Roma, Museo cristiano Lateranense. b) ISCRIZIONE SEPOLCRALE di Massimino con moggio di grano e battitore (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense. c) ISCRIZIONE SEPOLCRALE con colomba che becca un gráppolo d'uva (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense. d) ISCRIZIONE SEPOLCRALE con Crece monogrammatica dentro corona a due colombe con ramoscello d'olivo (a. 431) - Roma, Museo cristiano Lateranense. e) LAPIDE CRISTIANA con monogramma costantiniano tra due colombe (sec. iv) Roma, Museo cristiano Lateranense. f) ISCRIZIONE SEPOLCRALE di Basilissa con vaso e colomba (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense.
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(fol. Ene. Catt.)

(fol. Ene. Catt.)
a) ISCRIZIONE SEPOLCRALE di Pontius Leo con figura di leone (sec. iv) Roma, Museo cristiano Lateranense. b) LAPIDE SEPOLCRALE con due pecore affrontate ad un vaso (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense. c) LAPIDE SEPOLCRALE con pesce (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense. d) ISCRIZIONE SEPOLCRALE DI FIRMIA VICTORA con nave e faro (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense. e) LAPIDE SEPOLCRALE con due colombe che beccano un grappolo d'uva (sec. iv) Roma, Museo cristiano Lateranense. f) LAPIDE SEPOLCRALE con arnesi da barbiere (sec. iv) - Roma, Museo cristiano Lateranense.
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LEZIONARIO DI LUXEUIL (sec. viI) - Parigi, Biblioteca Nazionale, ms. lat. 9427, ff. 106 v, 108.
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ERASMO DI ROTTERDAM. Ritratto di Holbein, dipinto nel 1430 - Parma, Pinscotece.
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senza le iscrizioni dedicate dal papa Damaso? Che di s. Abarcio e di s. Eutichio senza i loro elogi funebri? Perfino la storia letteraria trova ora nell'epigrafia testi degni della sua considerazione, come non poche composizioni metriche, ed ora fonti preziose di documentazioni come il catalogo dei libri di s. Ippolito incise sulla schianale della sua cattedra o quella lettera di s. Atonasio ai monaci, il cui testo originale è stato trovato scritto sulla porta di una cella monastica presso Tebe nell'alto Egitto.
L'epigrafia sensitiva e dell'antico Egitto hanno portato innumerevoli contributi alla migliore comprensione dell'ambiente storico e di alcuni fatti e personaggi del Vecchio Testamento, come mostrò per distese il Vigouroux; ma anche il Nuovo Testamento ed in particolare gli Atti degli Apostoli ricevertere nuova luce su molti punti delle scoperte epigrafiche. Però l'utile che può ricavare lo studioso della Bibbia dalle antiche iscrisioni riguarda in modo più generale il testo e la lingua. Una serie innumerevole di citazioni bibliche greche e latine sparse sulle epigrafi potrebbero, se raccolte sistematicamente e studiate nel loro insieme, apprenderci molte cose sulle varietà locali dei testi, sulla diffusione di particolari recensioni, sull'osa delle diverse traduzioni, sulla famigliarità

Figura citiziana - Iscrizione sepolcrale di Valeria Nica Flocca (sec. III). Citen sul Museo Cristiano Lateranense. L'originale si trova al cimitero di Protestato - Roma.
che aveva il popolo cristiano con i diversi libri sacri, sul credito attribuito a parecchi apocrifi.
Un frutto non minore si è ricavato dall'epigrafia per l'esatto comprensione di alcuni modi di dire del Nuovo Testamento e, più in generale, per la giusta valutazione della lingua in cui esso è scritto. Senza negare del tutto quello sfondo più o meno semitizzante che v'ha lasciato la cultura propria dei suoi autori e la natura delle sue fonti, si è ora d'accordo che la massima parte dei suoi particolazioni lessicali, morfologici e sintattici sono quelli comuni alla lingua greca corrente allora sulla bocca del popolo, nella quale appunto quei libri sono stati scritti. Questa dimostrazione si è fatta principalmente in base alle iscrizioni, agli antroco e ai popoli.
Le iscrizioni paleocristiane sono arrivate in massima parte su lapidi di marmo o di altra pietra meno noluba, poche relativamente sono quelle incise sul metallo o sulla corte di oggetti d'uso domestico, poche quelle dipinte a pennello; invece abbastanza numerose quelle graffite con pun