non avendo riguardo al fondamentale problema teologicomorale ch'essa implicava.
E. non ebbe infatti netta percezione di cosa significassero gli eventi cui aveva assistito, in sostanza, come spettatore. Lo turbavano passioni ed egli scatenati, quasi minaccia di una oscura barbarie e lo contrariavano quegli eventi improvvisi che giungevano a toccare la sua raccolta vita di studioso, come, ad es., lo stabilirsi della riforma a Basilea (1529), per cui si dovette trasferire a
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Friburgo. Ivi nel 1533 pubblicò lo scritto DiYsarciendo Ecclesiae concordia, in cui biesimando il radicalismo degli innovatori da una parte e lo zelo eccessivo dei teologi che in tutto vedevano creola dall'altra, faceva vedere che la scissione era ancora sanabile con un po' di buona volontà : ma s'ingannava. La sua preoccupazione maggiore erano, oltre ad alcune polemiche letterarie, i lavori sui classici e sui Padri della Chiesa cui attendeva con lena inesaurita. Appunto per questo si indusse, nel 1535 , a trasferirsi ancora una volta a Basilea presso l'editore Froben. Qui, sempre assorto nel lavoro, un attacco di gotta le trasse a morte.
Maturavano in quegli anni eventi destinati a travolgere gli ideali - erasmici -. Se ci fu un momento in cui tutta l'Europa parve - erasmista -, si che ancora nel 1527 Carlo V salutava E. come a astro della cristianità e e lo poneva al di sopra di papi, imperatori a principi, gli anni che seguirono segnarono la fine dell'unità ideale dell'Europa a cui pure E., a suo modo, aveva creduto. I campioni della Controriforma lo giudicarono molto severamente; nel 1557 l'Inquisizione ne condannava al fuoco le opere e nel 1559 e nel 1590 Paolo IV e Sisto V ne proibivano, puramente e semplicemente, la lettura. La fama di E., se pure non spenta del tutto, rinverdì nell'Uluminismo e nel primo Romanticismo: allora anche in campo cattolico i giudizi su di lui si attenuarono e, fra gli altri, il Tiraboschi ne rivendicò, pur con qualche riserva, la sostanziale ortodossia. - Vedi tav. XXXVI.
BibL.: Manca un'edizione moderna completa delle opere di E. : bisogna rifarsi o all'edizione di Sesto Renano ( 9 voll., Basilea 1546-41) o a quella di J. Curicus (ro voll., Lelda 1703 1706). Tutta l'immense corrispondenza di E., fondamentale anche per lo studio dell'età a lui contemporanea, è stata ora raccolta nella grande edizione curata da P. S. Allen-H. M. AllenH. W. Garrod, Opus epistolaeum Desideri Er. Roterodomi, 11 voll., Oxford 1906-47. Dalle singole opere si hanno edizioni varie: in italiani si ricordano: B. Croce, E. Elogio della pazzia e dialoghi, Bari 1914 e G. Vallese, L'apoteosi di Giovanni Rauchlin, Napoli 1949. - Delle copiousesima bibliografia da parte più antica raccolta, anche se non completamente, nella Bibliotheca Erazmiana, Goud 1803; si segnalano solo: P. S. Allen, The age of Er., Oxford 1914; R. Pfeiffer, Humanitas erasmiana, Lipsia-Berlino 1911; O. Schottenloher, Erasmus im Ringen am die humanistische Bibliotezfere, Münster 1933; Th. Quoniam, E., Parigi 1932; C. Dolfen, Die Stellung des Erazmen von R. zur schulstihen Methode, Münster 1936; J. Huizinga, E. trad. it., Torino 1941 da 14 ed. clandese di questa bella biografia è del 1934; la traduzione it. è aggiornata a tutto il progresso delle ricerche fino al 1936 : lei più ampia bibliografia); K. A. Molesinger, Er. von R., Zurizo 1942; R. Montano, Fallia e soggeana nel - Furioso e e nell's Elogio - di E., Napoli 1942; N. Parruzzollia, E. pernatare, Bori-Napoli 1948, Sull'erasmismo: A. Renaudet, Prériforme et lumanisme a Paris, Parigi 1916; M. Batsillon, E. et l'Egugne, ivi 1937; A. Renaudet, Etudes érazmiennes, ivi 1939. V. inoltre F.-A. Gazzino, La vellle de la Réforme en Angleterre, I, Lurando 1914, pp. 177-233; P. Imbari de La Tour, Les origines de la Réforme, III; L'Evangélisme, Parigi 1914, pp. 59-108; H. Jedin, Storia del Cancilio di Trento, I, trad. it., Brescia 1949, pp. 134 sgg., 300 sgg.
Franco Bolgiani
ERASTO. - Nome che ricorre tre volte nel Nuovo Testamento: 1) Act. 19, 22; 2) Rom. 16, 23; 3) II Tim. 4, 20; ma è incerto se si tratti di uno, di due o di tre personaggi. In 1) si dice che Paolo, verso la fine del soggiorno efesino (terzo viaggio missionario), invia in Macedonia Timoteo ed E. Questi è, dunque, come Timoteo, al seguito di Paolo, da cui viene incaricato di missioni apostoliche. In 2) manda i propri saluti da Corinto un E., che è tesoriere della città. In 3) Paolo, sottolineando l'abbandono in cui si trova, dice che E. è rimasto a Corinto.
La residenza a Corinto, che risulta dai testi 2) e 3), farebbe pensare a unico personaggio, a cui le responsabilità dell'ufficio non permettono d'assentarsi dalla città. L'E. di 1) non è messo in rapporto con Corinto e sembra libero da impegni poco conciliabili con la sua fisonomia di missionario itinerante. Sarebbero, dunque, da distinguere due E.: uno (1) al seguito di Paolo, l'altro (2 e 3), intimo lui pure di Paolo, ma non liberamente dedito al lavoro apostolico.
Altri (C. Spicq, Les Eplices pastorales, Parigi 1947, p. 397) pensano che si tratti sempre del medesimo.
Secondo i Menologi greci E. sarebbe stato cconnato della chiesa di Gerusalemme, poi vescovo di Cesarea di Filippo. Il Martyr. Romanum in fe vescovo di Filippi in Macedonia, ivi martirizzato. I Greci lo commemorano il 10 nov.; i Latini il 26 luglio.
BibL.: A. C. Headhun, s. v. in Dict. of the Bible, I, p. 733; anon., s. v. in Lexicon biblicum di M. Hanan, II, col. 367, Fr. X. Pölzl, Die Miturbeiter des Weltapostels Paulus, Ratisbana 1911, pp. 263-69; anon., s. v. in Dict. Encycl. de la Bible, I, p. 323 .
Tradorico de Casul San Pietro
ERASTO, Thomas. - Teologo e medico tedesco. svizzero, che ellenizzi il nome originario Lieber in Erasto, il più amato; n. a Baden Dourlach (Svizzera) nel 1524, m. a Basilea nel 1583. Compiuti gli studi a Basilea e a Bologna, fu nominato nel 1557, dall'elet. tore palatino Ottone Enrico, professore di medicina nell'Università di Heidelberg. Morto l'elettore nel 1559, il suo successore proscrisse dai suoi Stati il cattolicesimo e il luteranesimo. I calvinisti trianfanti pensarono subito di imporre le dottrine ed il regime calvinista. Uno di essi, Giorgio Wither, esiliato inglese, pubblicò alcune tesi sulla scomunica asserendo che esse era - de iure divino - e indipendente dall'autorità civile. E. che professava dottrine zuingliane (u a capo dell'opposizione e pubblico le Explicatio gravisimae quaestionis dove in 75 tesi confutava la dottrina dei Wither. Prevalsero i calvinisti ed E., scomunicato, abbandonò Heidelberg e si ritirò a Basilea dove mori.
La dottrina di E. può cosi riassumersi : la Chiesa non ha nessun diritto a nessuna potestà di infliggere censure o scomuniche. Dio le ha conferito il potere delle chiavi che consiste nella sola predicazione della parola. La Chiesa dev'essere soggetta allo Stato cristiano, dal quale le derive l'autorità. Nega quindi che l'autorità civile sia soggetta alla censura della Chiesa, e permette l'appello del tribunale ecclesiastico al civile, giacché questo è il supremo tribunale di tutte le cose dello Stato.
Ciò suscitò latte e dissensi, da cui derivarono: una forte corrente di individualismo religioso tra gli Inglesi (quaccheri); irrigidimento di tutte le sette opposte a qualsiasi autorità ecclesiastica (battisti e congregazionalisti); esagerata opinione della suprema autorità dei tribunali civili e del Parlamento condensate nella dottrina proclamata da Hobbes (1588-1679: Leviathan, III, 42) che essere cristiano non è obbligatorio, se non viene sancito da un atto del Parlamento o da altre competente autorità secolare.
L'ersatianismo, che corrisponde quasi a quello che comunemente è detto cesaro-papismo, attualmente in Inghilterra ha preso una piega alquanto differente da quella dei primi erastiani.
Al principio nacque e si propagò fra nazioni quasi totalmente e ufficialmente protestanti, riservando la giurisdizione coattiva, anche in casi ecclesiastici, ai soli magistrati civili, che si supponevano tutti cristiani o appartenenti ad una sola setta, volendo evitare che nello stesso Stato ci fossero due giurisdizioni. Insegnava infatti che il magistrato civile, rappresentante dell'autorità statale, era l'unica persona autorizzata per castigare i delitti, e, come la scomunica invidge qualche specie di castigo, non si poteva infliggere senza la sua sanzione.
Ma ora l'autorità civile, specialmente nel caso del Parlamento d'Inghilterra, risiede in uomini di varie religioni o di neasune, con poteri in una nazione che tollera tutte le religioni; ed il Parlamento ha il diritto di giudicare anche in materia di fede, ma solo sulla Chiesa d'Inghilterra; le questioni religiose, almeno le più importanti, sono giudicate da tribunali civili (Privy Council, House of Lords, House of Commons) nei quali i magistrati possono essere agnostici. Con ragione dunque il Benham dice che
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cracionismo significa la dottrina della supremazia dello Stato in materia ecclesiastica, e l'incompetenza del potere ecclesiastico a cambiare le proprie leggi senza il consenso dello Stato. I vescovi anglicani pretendono che la loro autorità viene direttamente da Dio, giacché il re o la regina d'Inghilterra non possono né ordinare nuovi ministri né consacrare vescovi, ma di fatto esiste e vige ancora in Inghilterra l'art. 37 di religione e la giurisdizione ecclesiastica dal re è passata allo Stato (al Parlamento) il quale lo fa sentire nell'elezione dei vescovi a più ancora con il suo "veto" come quando si trattò di fare alcuni cambiamenti nel Prayer Book.
Bib.: Ioh. Frene. Buddeus, Jnagoge, Lipsia 1730, pp. 73420; J. H. Blunt, s. v. in Dictionary of Doctrine and Theology, Londra 1871, p. 148; W. Benham, s. v. in The Dictionary of Religion, ivi 1887, p. 555; S. L. Ollard e Gordon Crosse, s. v. in A Dictionary of English Church History, ivi 1911, p. 206. Canillo Crivelli
ERATH, Augustin. - Teologo, n. a Buchloe (Sicavia) il 28 febbr. 1648, m. a Passavia il 5 sett. 1719. Canonico regalare dell'Ordine di S. Agostino, fu nel 1680 nominato dal Papa protunotario apostolico e dall'Imperatore conte palatino; nel 1698 poi dal vescovo di Passavia fu promosso abate di S. Andrea a Wertenhausen.
Obre a numerose traduzioni di libri di devozione, particolarmente di F. Picinelli e di P. Segnert, s'occupò soprattutto di storia del suo Ordine, di cui richiamò in vigore la gloriosa tradizione scolastica, e di teologia, mirando a conciliare le tendenza tomista con quella molinista nella questione della Grazia. Dell'abbondante sua produzione si ricordano solo: Philosophia s. Augustini (Dillingen 1678); Unio theologica san conciliatio praedeterminationis physicae... et decreti divini extrinsece efficacis (Augusta 1689); Commentarius theologico-turidica-historicus in regulam s. Augustini (Vienna 1698). Delle opere inedite si ricordano: Theologia scholastica; Tractatus singularis ad mentem s. Augustini de Sacramentis; Tractatus de Innoaculatio Conceptione B. Marine Virginis; Philosophia Eretlicana. Bibl.: Hutter, IV, coll. 125, 640; A. Palmiaci, s. v. in DThC, V. coll. 208-90.
Vito Zollini
ERBERMANN, Vitus. - Controversista tedesco, n. da famiglia luterana a Rentweinsdorf (Baviera) il 25 maggio 1597, m. a Magonza l'8 apr. 1675. Convertitosi, nel 1620 entrò nella Compagnia di Gesù. Per 27 anni fu professore di filosofia, teologia dogmatica, morale, controversie; poi resse per 7 anni il Pontificio seminario di Fulda. La lunga pratica d'insegnamento, dotandolo di larga cultura, di una logica suciugente e di una rara lucidezza d'esposizione, lo rese avversario temibile degli errori del suoi tempi. Combatté con particolare efficacia il sincretismo, mirante a conciliare le novità dei riformatori con gl'immutabili principi del cattolicesimo. Scrisse: Anatomia Calixtina (Magonza 1644); Irenicon catholicum (a voll., ivi 1645-46); Interrogationes apologeticae (Wurzburg 1651); Examen examinis Conringiani (ivi 1655); Anti-Musaens, i. e. parallelo Ecclesiae verae et falsae (ivi 1659); Anti-Musaens pars altava, (ivi 1661); Nervi sine mole (ivi 166r; in difesa del Bellarmico); Asserto de fide divina (ivi 1665); Trophaea Romana S. Catholicae Ecclesiae (Magonza 1672).
Bib.: I. N. Smith, s. v., Kircheales., IV, coll. 747-48; Hutter, III, coll. 190-193; Sommerrosel, III, coll. 407-10; J. Brucker, s. v. in DThC, V, coll. 390-400; G. Schroeder, s. v. in Catò. Enc., V, p. 516; L. Koch, s. v. in LThK, III, col. 730.
Vito Zollini
ERBIPOLI, diocesi di: v. WORZBURG, diocesi di.
ERCHEMPERTO (Herchismpert, Archempert). - Langobardo, monaco di Monte Cassino; dopo la distruzione del suo monastero (885) visse
- Capua. Scrisse la continuazione della storia dei Langobardi di Paolo Diacono (Historia Langobardorum Beneventum degentium ab an. 774 ad an. 889) e un martirologio verseggiato.
Bibl.: Edizioni: RIS, II, 1, pp. 237-55; PL 129, 745-82; MGH, Script. rer. Langobard., pp. 254-64. - Studi: H. Quentin, Les Miséranéges historicart de Noyes der. Parigi 1908, p. 122 sgg.; G. Fries, E., in Albert d'Euroba, Roma 1947, pp. 264-92. Loceberio Spallina
ERCILLA y ZÓ́NIGA, Alonso de. - Poeta spagnolo, n. a Madrid nel 1533, m. ivi nel 1594, partecipò fra il 1558 e il ' 63 alla campagna per la conquista del Cile, da lui celebrata nei trentasette centi del poema La Araucana, in cui una prima parte di sostanziale verità epica è seguita, a partire dal canto XII, da una vasta serie di episodi fantastici.
Il poema, che rivela l'ammirazione dell'autore per la resistenza eroica del vinto nemico e riccheggia Lucana, Seneca, Virgilio, Garcilaso e l'Ariosto, abbonda di intense descrizioni (v. il supplizio di Caupolicán), ma è debole per pittura di caratteri: né riuscito può dirsi qualche tentativo di innesto di meraviglioso pagano sul precedente elemento cristiano.
Nonostante le asprezze formali, l'Araucana è un poema originale, anzi l'unica composizione veramente epica della rinascenza spagnola, elogiata da Cervantes, Voltaire (ai cui occhi parve superiore all'Hiade), Chateaubriand e M. Menéndez y Polayo.
Bibl.: Scritti : un'età completa dell'Araucana è stata curata da J. T. Medina, Santiago 1913, ed una parziale da J. Ducamin, L'Araucana, mercenas chaitis, Parigi 1923, che l'ha fatta precedere da un'ottima introduzione, "Letteratura: A. Royer, Etudes littéraires sur "La Araucana", Digiune 1880; S. A. Lillo, E. y la Araucana, in Anales de la Univ. de Chile, 2 (1908), pp. 5998; M. Patty, Some epic imitations of E.'s "La Araucana", Urbana II. (U.S.A.) 1922; A. Aragonés, E. Cuarto centenario del nacimiento de Don Alonso de E. y E. Toledo 1931.
Iole Scudieri Ruggieri
ERCOLANI, Giovanni Battista. - Medico, ve terinario e anatomico, n. a Bologna il 23 dic. 1817 m. ivi il 16 nov. 1883. Le vicende politiche del 1848 e del 1849 lo portarono a Torino; di là, dopo aver insegnato in quella Scuola di veterinaria, passò a Bologna come professore di anatomia patologica. Si ricorda soprattutto per le ricerche sulla struttura della placenta e l'origine della decidua nella donna e nelle femmine di alcuni animali.
Toccò anche problemi generali di biologia. E il padre della veterinaria italiana, L'idea originale dell'E. è che l'epitelio del villo caviale funziona come quello del villo intestinale. Quanto all'evoluzione organica, l'E. la credeva dimostrabile "nell'evoluzione d'un dato tipo animale e (e per tipo intendere specie). Ma non era sicuro della evoluzione "da tipo a tipo " (cioè da uno ad altro tipo d'organizzazione).
Scrisse: Sulla filosofia biologica moderna, in G. F. E. e S. Tommasi, Evoluzione, esistenza e naturalismo (Napoli 1877).
Bibs.: M. Minphetti, G. B. E. Commemorazione, Bologna 1884; B. J. Gassai, Progressi della biologia, in Cinquanta'anni di storia italiana, III, Milano 1911, pp. 276-77; A. Ruffini, Fisiogenia, Milano 1925, pp. 633-37. Luigi Serenón
ERCOLANI, Luigi. - Cardinale, n. a Foligno il 17 ott. 1758 da nobile famiglia di Senigallia, m. a Roma il 10 dic. 1825.
Compiuti gli studi al Collegio Nazareno ed all'Accademia dei nobili ecclesiastici, rimase secolare, più dedito alle opere di pietà che alle cose mondane. Esperto in materia economiche, fu nominato nel 1800 membro della commissione di governo e ministro delle Finanze, acquistando particolari benemerenze per la prudenza e la capacità con cui trattò delicati affari nell'interesse dell'erario degli Stati della Chiesa. Senza essere mai stato in prelatura, fu da Pio VII nominato prelato domestico e tesoriere generale della Camera apostolica.
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Ercolano - Casa del Bicentenario, stanza della Croce, anteriore all'a. 79. Fotografia al momento della scoperta.
Lo stesso Pontefice, nel Concistoro dell's marzo 1816, lo creò cardinale riservandolo in petto e pubblicandone la nomina il 22 luglio dello stesso anno. Nel frattempo si era fatto ordinare sacerdote. Nel 1818 fu nominato abate commendatario ed ordinario dell'abbazia di S. Maria di Farfa e di S. Salvatore Maggiore, e dell'abbazia fu provvido benefattore, sia restaurando la chiesa e donando preziose suppellettili ed arredi sacri, che migliorando i fondi delle parrocchie. Fece, inoltre, rifiorire il Seminario di S. Salvatore, mantenendovi undici giovanetti. Restaurò in Roma la chiesa di S. Salvatore in Campo, soggetta alla giurisdizione dell'abate di Farfa, e fu estremamente caritatevole verso i poveri.
Bibl. : G. Moroni. Diz. d'erudiz. storico-ecel., XXI, p. 27. Mario De Camillis
ERCOLANO. - Cittadina della Campania sepolta con la vicina Pompei (v.) dall'eruzione del Ve-
suvio dell'a. 79 e solo nel sec. xvili cominciata a discoprire. E probabile che allora già vi fossero dei cristiani giacché s. Paolo ne aveva trovati nella vicina Pozzuoli quando vi sbarco venendo prigioniero a Roma (Act. 28, 14). Inoltre sembra provata anche l'esistenza di una comunità classica nella vicina Pompei. Ma recentemente si è molto dibattuta la questione se esistano prove monumentali di quella vetusta comunità cristiana. In E. nel 1937 si è scoperta nella casa del Bicentenario una croce lignea di forma latina affissa ad una parete in un riquadro di stucce ed il suo scopritore A. Maiuri, dopo lungo studio, si è deciso a propagnarne il carattere cristiano. Forse un curioso mobile trovatole dinanzi aveva funzione di una specie d'altarino. Naturalmente molti dipoi hanno sollevato obiezioni e riserve, ma di fatto non si è potuto trovare nulla di serio e di positivo che spieghi il curioso monumento, prescindendo dal suo carattere cristiano. Vedi tav. XXXVII.
Bibl.: A. Maiuri, La
Crace di E., in Rendic. della Pont. accad. rom. di arch., 15 (1059), pp. 193-218; A. Ferrus. Il segue della Croce scoperta ad E., in Circ. Cont., 1940, 1, pp. 80-85; per un archivio delle difficoltà amesse da vari si può vedere G. de Jernbanion, La Croix d'Herculemon?, in Orientalia Christiana seviadica. 7 (1941), pp. 5-53, cui risposo pertinentemente il Maiuri. Dissenti e consensi intorno alla Croce di E., in Roma, 19 (1941), pp. 309-413; L. De Bruyne, La - Croix interposten - di E., in Riv. di arch. crist., 21 (1945), pp. 281-300; F. di Capua, Il · mysterium Crucis - di E., in Rendic. dell' Arcad. di archend. e belle arti di Napoli, 23 (1947-48), pp. 1-33.
ERCOLANO, santo. - La più antica testimonianza che lo riguarda è quella contenuta nei Dialoghi di s. Gregorio Magno. Esiste anche una Passio molto leggendaria ed elaborata dopo l'apparizione della leggenda di Abbondio a compagni della Siria, uno dei quali si chiamava proprio E.; la sua personalità fu perciò sdoppiata. Secondo s. Gregorio, E., prima di essere consacrato vescovo di Perugia, era stato monaco. Quando nel 549 Totila occupò Perugia, E. fu scorticato e decapitato ed il suo corpo get-
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uto fuori le mura, sepolto provvisoriamente insieme con un bambino. Ritornati i profughi perugini in città 40 giorni dopo l'eccidio, ricercarono il corpo del loro vescovo; mentre il corpo del bambino fu ritrovato già decomposto, quello di E. era invece ancora intatto e con il capo unito al tronco, come se non fosse stato mai tagliato. Secondo i più antichi martiraliogi storici sarebbe morto il 7 nov. - Vedi tat. XXXVII.
Bib.: S. Gregorio Magno, Dialoebi, III, 13: Acta SS. Marti, I, Parigi 1863, pp. 27-34; A. Dufourco, Etude sur les Gicte martyrum enossias, III, 111 1907, pp. 69-71; Lonanni, pp. 427-34, 331 sq.; Martyr. Romanum, 9, 302. Agostino Amore
ERCOLE: v. ERACLE.
ERCOLE I, II, d'ESTE: v. ESTE, FAMIGLIA.
ERDELY, diocesi di : v. alba idlia, diocesi di.
ERDMANN, Benno. - Filosofo, n. a Glogau (Sissia) il 30 maggio 1851, m. a Berlinoll 7 genn. 1921. Studiò filosofia e scienze a Berlino e Heildeiberg. Insegnò alle Universitd di Kiel, Brezlavia, Halle, Bonn e Berliro. Sublì l'influsso di Bonito, Helmholtz e Zeller. E 8 fondatore principale della Kaniphilologie.
Iniziò la sua carriera scientifica con la dissertazione, pubblicata solo in parte, Uber die Stellung des Dinges an sich in Kant's Aesthetik und Analytik (Berlino 1873), a cui seguirono un Nachirng zu Kant': i'’erken e un'ampia manegrafia su M. Knutzen und seine Zeit (Lipsia 1876). Secondo E., l'intenzione di Kant non era di detronizzare la metafoica, ma di sostituire la vera al posto della falsa, o meglio di prepararla con una propedeutica (cf. Kants Kritizumza in der ersten und zernte Aufl. der Kritik der r. Verumyl, ivi 1878). Le opere sistematiche di E. si ini-

(10. Altinari)
EsceLaup, santo - Chiesa di S. E. (1297-1326) - Perugia.
16. - Enciclopedia Cattolica. - V.
siano con Die Axiome der Geometrie (ivi 1876) e culminano con la Legitche Elementarlehre (Halle 1892), rislaborata in seguito ( 1907 ) si da apparire un'opera completa degna di essere messa accanto a quelle di Sigwart, Brentano e Lotze. Si occupò inoltre di studi psicologici con gli Uontine zur Psychologie des Doubens (Tulunga 1900, 2^{°} ed. 1908) e la Reproduktionspsychologie (Berlino 1920).
Il tratto fondamentale delle sue ricerche storiche e teoretiche fu la fedeltà ai dati. Difese i diritti e la funzione dell'esperienza accogliendo i lati migliori del positivismo e del kantismo.
BibL.: E. Wentscher, B. E. als Historiher d. Philos., in Kantstudien, 26 (1021); id., B. E. 1. Stellung zu Kants Ethik, ibid., 32 (1907). Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, I. Berlino 1949, pp. 202-98. Andrea Fatto
ERDMANN, Johann Eduard. - Filosofo, protestante, n. a Wolmar (Livonia) il 5 giugno 1805 , m. a Halle il 12 giugno 1892 . Studiò alla facoltà di Teologia di Berlino, dove Hegel ebbe un influsso decisivo sulla sua formazione e dove si laureò (1834) e insegnò come libero docente. Nel 1836 fu nominato professore di filosofia all'Università di Halle.
L'E. rimase sempre hegeliano, tenendosi strettamente al metodo dialettico. Aderi alla «destra» di questa scuola, di tendenza conservatrice, la quale, in opposizione alla "einistra", di indole panteistica, difese l'interpretazione teistica della filosofia religiosa di Hegel e ritenne l'immortalità personale dell'uomo e la divinità di Cristo. Più che per le sue opere speculative l'E. ebbe importanza per la sua Storia della filosofia moderna (1854-55), opera fondamentale ancor oggi pregiata.
Bib.: J. E. Erdmann, Versuch einer wissenschaftlichen Darstellung der neueren Philosophie, mit einer Einführung in 3. E. Erdmannes Leben und Werke von H. Glockner, 7 voll., Stoccarda 1932.
## EREDI'TA e EREDI: v. SUCCESIONE.
EREDITARIETÀ. - Trasmissione dai genitori ai figli dei caratteri propri alla specie, alla razza, all'individuo.
Questa trasmissione avviene attraverso le cellule sessuali, ed è regolata da leggi compiesse, il cui studio è oggetto di una scienza particolare: la genetica.
Portatori e determinanti dei caratteri ereditari si considerano i geni, minuscole particelle protoplasmatiche allineste nei cromosomi contenuti nel nucleo cellulare : in alcuni casi sono stati localizzati dei geni anche nel protoplasma (plasmageni).
Ogni individuo porta in sè un doppio corredo genico: uno d'origine paterna e uno d'origine materna. Se un determinato carattere ereditario (p. es., colore dell'iride) è uguale in entrambi i genitori, esso appare anche nel figlio: se invece è diverso nei due genitori, allora nel figlio compare uno dei due (carattere dominante) mentre l'altro non si manifesta, ma persiste, allo stato latente, nell'individuo (carattere recessivo) e potrà comparire, in determinate circostanze, nella sua discendenza. Da qui la distinzione fra omozigote, individuo che porta nel suo corredo ereditario, allo stato puro, soltanto il carattere che in esso si è manifestato, ed eterozigote, individuo che, pur manifestando un determinato carattere, porta in realtà in sè, allo stato latente, il carattere opposto, recessivo.
E però da notarsi che spesso un carattere è condizionato da più geni situati in diversi cromosomi, e che quindi, date le varie combinazioni possibili fra questi, nell'individuo potrà comparire tutta una gamma di caratteri intermedi (p. es., colore dei capelli).
Nella discendenza di due eterozigoti può avvenire che per l'incontro, all'atto della fecondazione, dei geni paterni e materni portatori del carattere recessivo, nasca un individuo in cui appaia tale carattere che non era invece evidente nei suoi genitori.
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L'e. si riferisce tanto ai caratteri fisiologici, i quali fanno si che il figlio sia simile ai suoi genitori, quanto ai caratteri patologici.
Per quanto riguarda l'e. patologica, occorre chiarire in primo luogo il frequente equivoco che si fa fra malattie ereditarie e malattie congenite. Malattia ereditaria è quella malattia che è condizionata da un gene: dev'essere quindi considerato come un vero carattere ereditario presente già in una o in ambedue le cellule seminali da cui l'individuo ha tratto origine: può quindi prevenire tanto dalla madre che dal padre, ed è qualche cosa di ineluttabile, che non si è in grado di modificare. Malattie congenita è invece una malattia che si contrae nella vita endouterina, per contagio dalla madre al feto. Di conseguenza non è un carattere ereditario legato ai geni, può provenire soltanto dalla madre e non dal padre (da questo solo indirettamente con il contagio della madre), infine non è qualche cosa di fetale e di immodificabile, ma può venir evitato e curato come qualsiasi altra malattia.
E quindi chiaro che una malattia infettiva può essere congenita ma non mai ereditaria e che a torto si parla, p. es., di sifilide ereditaria, poiché questa in realtà si trasmette congenitalmente dalla madre ammalata al feto.
Le vere malattie ereditarie hanno una caratteristica comune : esse mancano di quel dinamismo che è proprio di tutte le altre malattie anche non infettive e che fa sì che il processo morboso tenda ad evolvere verso la guarigione o verso la morte. Le malattie ereditarie sono invece statiche e più che vere malattie si devono in realtà considerare come affezioni o malformazioni sia morfologiche che funzionali. Esse costituiscono un locus minoris resistentiae dell'organismo che fa sì che altre cause o altre malattie ad un dato momento compano un faticoso equilibrio biologico e portino l'individuo da esse affetto a funeste conseguenze. P. es. un emofilico (individuo in cui il sangue è incapace di coagulare) può, nonostante la sua emofilia, vivere fino a tarda età come un individuo perfettamente normale. Se però ad un certo momento interviene un trauma che determini un'emorragia, anche di non grave entità, egli potrà andare incontro, con il dissanguamento, alle più funeste conseguenze.
Fra le malattie ereditarie più note o più diffuse ricorderemo le malformazioni scheletriche (esadatfilia, s'indatrilia, ecc.), l'emofilia, il daltonismo (incapacità di distinguere determinati colori), l'albinismo (assenza di pigmentazione), certe forme di sordità e cecità, alcuni vizi cardiaci e del sistema circolatorio, il morbo di Cooley (forma d'anemia progressiva collegata a malformazioni scheletriche), alcune altre emopatie, ecc. E stato rilevato, per io meno in certi animali, anche il cosiddetto "fattore letale ", il quale rende impossibile all'individuo, sia pure talvolta apparentemente normale, la vita.
Oltre a questi vari ben evidenti caratteri patologici, ne possono essere ereditati altri, meno appariscenti, che consistono in una deficenza di resistenza o di funzionalità e in una esagerata recettivita di un determinato sistema, organo o tessuto, tale da predisporre ad una determinata malattia a gruppo di malattie (e. di certe costituzioni, di certe malattie nervose a carattere degenerativo, ecc.).
In genere i caratteri patologici ereditari si comportano come caratteri recessivi e si manifestano soltanto quando d'incontrano nella discendenza di due genitori portatori entrambi di tale carattere. Di conseguenza si comprende perché le malattie ereditarie compaiono con maggior frequenza nella discendenza di consanguinei che, provenendo dallo stesso stipite, più facilmente possono portare in sé, allo stato recessivo, il medesimo carattere patologico (degenerazione di alcune stirpi in cui sono frequenti unioni fra consanguinei).
In qualche caso (emofilia) il carattere patologico è legato al sesso, in quanto che il gene che io determina
è situato nei cromosoma cosiddetto sessuale, che porta cioè anche i geni condizionanti i caratteri sessuali.
Le malattie ereditarie, contrariamente a quelle con. genite, non sono curabili: esse si possono soltanto prevenire evitando i matrimoni fra persone portatrici del carattere morboso, sia pure soltanto allo stato recessivo (v. EUGENICA).
TROLOGIA MORALE E PASTORALE. - Ammessa la possibilità di un influsso dell'e. nell'attività umana e conseguentemente nelle moralità dell'atto, due eccessi sono da evitarsi.
Non possiamo con la scuola antropologica italiana concepire l'e. come una catena indistruttibile di effetto e di cause, per cui la nostra personalità si rintuiva all'origine ultima delle cose attraverso l'incatenamento indefinito delle necessità (T. A. Ribot). E tanto meno possiamo accertare gli ammassstamenti della scuola positiva di C. Lombroso, che giunge alle ultime conseguenze, annullando sotto la legge ferrea dell'e. qualsiasi parvenza di libertà umana. Ma neppure dobbiamo cadere nell'errore opposto della scuola classica, che considera la volontà degli uomini in perfetta indifferenza tra le molteplici inclinazioni, comprese quelle ereditarie.
La verità sta nel mezzo. Innanzi tutto le inclinazioni e tendenze ereditarie di ordine morale (ed è di queste che ci occupiamo soprattutto) possono essere non solo degenerative, ma anche rigenerative. A questa ultima categoria appartiene quel patrimonio di inclinazioni alla bontà ed all'onestà, di orrore al visio, che forma la ricchezza di molte generazioni cristiane. Nelle tendenze degenerative poi possono verificarsi sì dei casi estremi, in cui il peso delle tendenze ereditarie è tale e tanto da rendere l'individuo completamente tontto e del tutto irresponsabile, ma ordinariamente le tendenze ereditarie più o meno forti non sono inespugnabili e, debitamente arginate e contenute, specialmente col sottrarre il paziente all'ambiente, ai cattivi influssi ed occasioni, possono essere controllate e vigilate, ed a volte anche annullate nella loro perniciosità. Dobbiamo tuttavia tenerne conto specialmente, quando si tratta della scelta dello stato che ci impegna per tutta una vita. E nel foro esterno il giudice ne dovrà tener conto nel giudicare dell'imputabilità del delitto (can. 2195).
Il problema delle tendenze ereditarie ci dà forse anche la spiegazione di alcune sagge disposizioni, relative a certe irregolarità ed o determinati impedimenti che si trovano introdotti nella legislazione coalesionica, cosil prima che fossero maturate tante conoscenze scientifiche al riguardo.
E il caso, ad es., degli illegittimi (can. 984, 10) che sono considerati irregolari in rapporto al Sacramento dell'Ordine; dei neofiti (can. 987,6^{°} ) che non vi possono essere ammessi, finché a giudizio dell'Ordinario non siano sufficientemente formati (can. 987, 6^{°} ). E forse lo stesso motivo si può trovare pure, assieme ad altri, alla base dellimpedimento matrimoniale di consanguineità (can. 1076).
Inoltre il problema dell'e. interviene nella soluzione di molte questioni morali; cosi nella teoria e nella prassi dell'eugenica (v.) sia positiva che negativa, con cui è congiunta pure la prassi della sterilizzazione (v.); nella preparazione al matrimonio e specialmente nell'esame prenuziale.
Solo tenendo ben presente, non unicamente le teorie scientifiche, ma anche la gerarchia dei valori umani, si potrà dare a questi problemi una giusta soluzione.
Brec.: Per una vasta bibl. delle opere fondamentali, ma meno recenti, v.: G. Montalenti, Elementi di genetica. Milano 1941; L. Gianferrari - G. Centoni, Manuale di genetica, ivi 1941; T. Rohrhaus's, Genetics and the origin of species, Jena 1942. Per una bibl. più recente v. le seguenti opere: G. Haberer, Die Evolution der Organismen, Jena 1943; C. Jucci, Introduzione allo studio della genetica. Milano 1944; L. Snider, The principles of heredity. Boston 1946; F. Shull, Heredity. Nuova York-Londra 1948; M. Demerec, Avances in genetics, a voll., Nuova York
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1047-5. - Per la senctica dei carateri patologici unani vi: L. Frazi, L'eredità nella patologia e nella clinica, Bologna 1042. Pietro Palazzini
## EREMITANI DI SANT'AGOSTINO. - Eb-
bero origine nel scc. xili, quando parecchic congregazioni di eremiti, sparse specialmente in Italia (Guglielmiti, Giamboniti, Brettini, Eremiti toscani della SS.mo Trinità, Sacchetti e parecchie altre minori) furono riunite in un unico Ordine, sotto il nome di E. di S. A., e la regola del santo.
Le notizie che di questi istituti monastici ci sono pervenute sono però scarse. Con la bolle Iecmobit nobis, del 16 nov. 1243, Inocenzo IV riunì in un sol corpo gli Eremiti di Toscana, e dette loro la regola del vescovo di Ippace. Sesse cosi l'Ordo Eremiturum S. Agostinini in Tr. etia. Due anni dopo lo stesso Pontefice, con la bolle U_{1} eo librum, estendeva i privilegi e le indulgenze di cui l'Ordo godeva ad altre comunità d'Italia ad altrove ubilibet exisconter: forse trattavisi di conventi della stessa congregazione, stabiliti fuori della Toscana.

Eremitani m Sant'Agostino - Esterno della chiesa degli E. (1276-1360) - Padova.
I Giamboniti erano anch'essi di origine recente. Il loro fondatore, Giovanni Bona, moriva nel 1246, e già nel 1252 il processo intorno alla sua vita e alle sue virtù era istituito dal vescovo di Modena per ordine di Innocenzo IV. I suoi seguaci si diffusero in Lombardia, Romagna, Veneto : bolle di Gregorio IX del 1230 e 1240 si attestano che adottarono ben presto la Regola di S. Agostino. Neanche dei Brettini, sparsi nella Marca d'Accana, si conosce più in particolare la storia. Presero il nome da una località presso Fano, chiamata Brettino in cui possedevano un convento, che nel 1227 fu posto sotto la protezione della S. Sede: un anno dopo la Congregazione era dotata della Regola agostiniana.
Intanto acquistava forza un movimento tendente a fondere i vari istituti eremitici in un solo organismo. Alessandro IV, con la bolle Cum quaedam solidula del 15 luglio 1255, invitava I due Ordini di S. Agostino e di S. Guglielmo a mandare alla sua presenza, nel luogo e nel tempo da stabilirsi con lettera dai card. Riccardo di S. Angelo, due religiosi di ogni comunità per sentire ed accettare le istruzioni della S. Sede. E fu a Roma che i rappresentanti degli Eremiti di Toscana e dei Guglielmiti, insieme a quelli dei Brettini e dei Giamboniti, si radunarono nella chiesa di S. Maria del Popolo e vi costituirono un unico ordine, detto dei Frati eremiti di S. Agostino. Quest'adunanza ebbe luogo nel periodo di tempo che intercorre tra il 15 luglio 1235, data di convocazione di essa, e 89 apr. 1256, termine di redazione della bolle Liret Ecclesiae, con la quale il Papa approvava e confermava l'unione degli Eremiti e le deliberazioni dei padri adunati in S. Maria del Popolo. A capo del novello ordine fu posto un uomo di sperimentata virtù, 8 p. Lunfrenco Settala, già superiore generale dei Giamboniti, a diverse province furono erette in Italia. Con tutta probabilità i conventi presero visione di un abbozzo di costituzioni in attesa di quelle definitive, ed inviarono alcuni religiosi presso i monasteri di Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Portogallo
per realizzare praticamente l'unione anche in questi paesi. Ma i Guglielmiti si rifiutarono, almeno in un secondo tempo, di aderire alle decisioni del Capitolo di S. Maria del Popolo, ed ebbero facoltà, nel mese di ag. dello stesso anno 1256 e, di nuovo, nel 1261, di continuare nella professione della Regola benedettina sotto la quale erano stati fondati e nel 1263 era ad essi proibito il passaggio tra gli Eremiti di S. Agostino senza speciale licenza della S. Sede.
Il novello istituito fu annoverato tra gli Ordini mendicanti, ed ebbe sviluppo larghissimo. Alla fine del sec. xili era diviso in 17 province, che, nel 1260 , salirono a 24,8226 pochi anni dopo. Struttamente collegata con quella di Sicilia era la piccola provincia di Terra Santa. Nel sec. xv, essendosi, a causa delle epidemie e dello sciama d'Occidente, rilasciata la disciplina monastica, alcuni conventi si diedero a ripristinare la stretta osservanza, sotto l'immediata ubbidienza del generale e si unirono in congregazioni che rapidamente si estessero. Nel 1686 l'Ordine contava 38 tra province e congregazioni. Per ottenere questi risultati gli antichi eremiti avevano modificato la loro vita primitiva, orientata prevalentemente verso la contemplazione, e si erano dati anche alla vita attiva, con la predicazione, lo studio, l'insegnamento, il ministero della Confessione e la diffusione del Vangelo nei paesi degli infedeli. Coltivarono gli studi e si distinsero nel campo del sapere. Ebbene una cura particolare dell'insegnamento da impartire ai loro giovani. Negli atti ufficiali a noi pervenuti troviamo menzione di due case di studio negli es. 1275 e 1276; ma poi le indicazioni si fanno più frequenti, e ben presto l'istruzione degli alunni a la formazione dei maestri diventano la preoccupazione del giovine iscritto.
Nel 1285, il collegio che gli Agostiniani avevano eretto a Parigi fu incorporato all'Università, da cui ricevetto gli statuti e i gradi accademici. Una cattedra di Teologia fu riservata all'Ordine, ed Egidio Romano (v.) aprì la serie dei maestri eremiti. Egli fondò una scuola fiorente di cui i principali rappresentanti furono Giacomo da Viterbo, Agostino Triordo, Gerardo da Siena, Alessandro da S. Elpidio, Alberto da Padova, Tommaso da Strashurgo. Furono tutti eminenti pensatori e brillanti polemisti. Egidio Romano divenne il dottore ufficiale dell'Ordine, e una definizione del Capitolo generale di Firenze (1287) impose agli Eremiti di uniformarci alle sue dottrine. In seguito, Gregorio da Rimini (m. nel 1358) creò una nuova corrente intellettuale, orientata verso il nominalismo del suo tempo; e la scuola da lui fondata visse per quasi un secolo a fianco di quella egidiana. Nei grandi centri culturali d'Europa, gli Agostiniani eressero le loro scuole : a Oxford le dispute che si tenevano nel loro studium facevano parte normale della vita accademica della città, e il ricordo di esse sopravvisse anche dopo la soppressione della casa, avvenuta sotto il regno di Enrico VIII.
Oltre i già menzionati, si distinsero nel campo del sapere: Dionigi da Borgo S. Sepolcro, Simone Fidati da Cascia, Bartolomeo da Urbino, Filippo Agazzari, Luigi Marsili, Bonaventura da Padova, Egidio Antonini,
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Girolamo Seripando, Onofrio Panvinio, Cristiano Lupo, Enrico Noris, Giovanni Berti, Agostino Ciasca.
Alla Chiesa l'Ordine ha dato cinque santi: Nicola da Tolentino (1259-1305); Giovanni da S. Facundo (1430-79); Tommaso da Villanova (1488-1533); Chiara da Montefalco (1268-1308); Rita da Cascia (1381-1457), ad una quarantina di besti.
Norevole fu inoltre l'attività missionaria degli Eremiti. Al Messico andarono nel 1333, al Perù nel 1550, all'Equatore al 1587 , nel Cile nel 1591. Arrivarono primi fra i missionari nelle Filippine (1563), e di li passarono in Cina (1575) e nel Giappone (1602). Nel 1573 intrapresero l'evangelizzazione delle Indie, ed in seguito della Persia (1602), della Georgia e dell'Armenia. Anche ai nostri giorni posseggono estese missioni in Asia, Australia, America del Sud, Africa. Il loro abito si compone oggi di una tonaca di lana nera, stretta da una cintura di cuoio, e di un cappuccio a forma di mantellatta a triangolo. Anche l'abito bianco, per privilegio o in onore della S.me Vergine, è ammesso, ma quando non vi sia pericolo di confonderlo con quello dei religiosi di altri istituti.
Gli Eremiti di S. Agostino contano oggi 26 province con circa 350 case e oltre 3000religiosi, ed hanno collegi in varie regioni per l'istruzione della gioventú laica.
Bull: A. Coriolanus, Deleut. Ord. Fr. Er. S. Augustini, Roma 1481; Chronica, iv1 1481, Strasburgo 1490; Jos. Panphilius, Cron. Ord. Fr. S. Augustini, Roma 1581; Ballerinin Ord. Erem. S. Augustini, iv1 1628; Thom. de Herrera, Alphabetum Aug., Madrid 1645; L. Torelli, Secoli agostiniani, Bologna 1639; A. Lubin, Orbis Aug., Parigi 1659, 1671-72; Christianus Lupus, De Origine Er. S. Aug., Venezia 1729; I. F. Oubiger, Bibliotheca Aug., Ingolstadt 1768; Jos. Lanteri, Postrema saec. sex. Rel. Aug., Tolentino 1858; Rod. Malocchi e Nax. Casacca, Codex Diplomaticus Ord. Erem. S. Augustini, Pavia-Roma 1907; V. Maturana, Historia General de los Eremitanos de S. Augusto, Santiago de Cile 1912; A. Casamassa, Il più antico codice della Regola monastica di s. Agostino, Roma 1923; A. Perini, Bibliographie Aug., Scriptores Itali, Firenze 1929-31; A. De Romania, L'Ordine apostolico, ed 1930; Annalesa Augustiniana, Roma 19061942; Bollettino storico agostiniano, Firenze 1924-42. Ugo Mariani
EREMO ed EREMITANI: v. anacoreta.
ERESIA. - Parola greca (xípeos), che significa "scelta", "elezione".
Sommario: I. Nazioni generali. - II. Nella dogmatica: l'e.-dottrina. - III. Nella morale: l'e.-peccato. - IV. Nel diritto canonico: l'e.-delitto. - V. Nella storia della Chiesa. - VI. Archeologia.
I. Noxioni generali. - Il termine assai frequente nell'uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina reli-
giosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi : così s. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al cristianesimo nascente (Art. 24, 14).
I Padri apostolicI, gli apologisti e specialmente Tertuliano (De Procter., 6) ne precisano ulteriormente il significato, qualificando per eretici quanti vogliono introdurre una variazione personale in seno al cristianesimo in contrasto con l'insegnamento tradizionale della Chiesa. Finalmente con s. Girolamo il termine fu usato solo per indicare gruppi separati dalla Chiesa per false dottrine, mentre si chiamò scisma il distacco per rifiuto di abbadienza alla gerarchia: - Inter huersim et schisma hoc arbitrar interessa, quod hueresis perversum dogma habaat, schisum autem quod ab Ecclesia separet (In Epist. ad Titum: PL 26, 398). Resta cosi ormai fissato che nell'c. prevale un dissenso dottrinale, nello scisma un dissenso disciplinare. Termini e concetto, elaborati in tal modo dai Padri, passarono nell'uso ecclesiastico successivo.
L'e. presenta molteplici problemi per la teologia, da esaminare considerandone l'aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.
II. Nella dogmatica: l'e.-dottrina. - Oggettivamente considerata, l'e. può definirsi : «una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata a come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli». Un triplice elemento viene dunque a conperla: i. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente o esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelaxione. Non potranno quindi costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di ordine naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelaxione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell'orbita dell'infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull'autorità di Dio o, come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carat-
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tere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da credersi per fede divina e cattolica. 3) Un' opposizione alla veritò rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria.
Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà : prossimo all'e., se controlldice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile; erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens haeresim, se la forma dell'espressione in certe circostanze genera sospetto di e. (v. CENSURA).
III. Nella morale: l'e.-peccato. - S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2²-2^{20}, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: "Lerrore volontario e pertinace di un cristiano contro una verita divino-cattolica ".
Si dice: 1. Errore volontario. Il peccato di e., infaci, corrispondendo in semo contrario all'atto di fede, è anzitutto un atto dell'intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si appone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l'adesione all'insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incredabile. Oltre l'elemento intellettuale, nella genesi dell'e. interyene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l'atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l'intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia co-

Ebesta - Scenfitto dell'errore. Affresco di Ludovico Seitz (ca. 1800) - Roma. Palazzo Vaticano.
stituisce l'elemento specifico della sua colpevolezza morale. Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l'e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, a chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una veritò, ecc. Questo parole si riferiscono all'elemento oggettivo già sopra trattato.
Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. interno ed esterno, se risiede solo nell'animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto a pubblico, se viene manifestato a a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone.
Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell'odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l'eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono: 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblico, per cui l'eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all'e. solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell'eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.
IV. Nel diritto canonico: l'e-delitto. - L'e., in quanto rompe l'unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l'e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un'adesione vera e propria e per di più pienamente deliberata, cioè formale.
Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell'e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitente molto gravose. Divenuto cristiano l'Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunvero ancora sanzioni civili come l'esilio, la confisca dei beni a anche la morte. Particolarmente sopra fu la lotta contro gli eretici dopo il Mille, per l'insorgere di nuovi movimenti ereticali. Rimonta a quest'epoca l'istituzione dell'Inquisizione (v.).
Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli