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 a Valenza, poi rinchiuso in un carcere a Tarragona dove nel 585 , per aver rifiutato la Comunione da un vescovo ariano, fu ucciso per ordine del padre. Nel 1585 Sisto V concesse alla Spagna di celebrarne la festa che poi Urbano VIII estese a tutta la Chiesa. E commemorato il 13 apr.

Bisc.: s. Gregorio Magen. Dialoghi. III, 31 (PL 77. 280-03: cf. ed. di U. Morieca, Roma 1924. pp. xxxixxlii: s. Gregorio di Tours. Hist. Francorum, V, 30: PL 71, 223-24: Paolo Diacono. Hist. Langobard., III, 21: PL 93. 223-24: Acto SS. Apribis. II. Patini 1865, pp. 132-38; Z. Garcia-Villada. Historia celeridativa de España, II, Madrid 1932, pp. 23-27: Anal. Bolland., 21 (1922), pp. 411-13: Martyr. Romanum, s. 136.

Amorimo Amore

## ERMENEUTICA: v. INTERPRETAZIONE.

ERMETE (E ρ μ ε ξ ). - Dio greco, il cui nome è stato fatto derivare dai mucchi di pietre ( ε α α ) che gli erano sacri, ma altri lo considerano precllemico e originario dell'Arcadia.

Quanto alla natura originaria è stato fatto dio del moto, della luce, delle nebbie e delle nuvole, della rugiada, del crepuscolo, dell'aria e del venti, dio etonico, dio maschile della luna, dio dei mucchi di pietre. In Omero, E. ha già quasi tutte le sue funzioni caratteristiche; il che ne mostra l'antichità: è il messaggero di

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Zeus e degli dèi, come tale ha la verga (xepúxeıov, caduceo) a cui in antico era attribuito potere magico (nell'inno omerico conferisce ricchezza a banessere) a il petazo a larga tres; è die dell'eloquenza e delle invenzioni (la libra, la campagna, il flauto, la scoperta del fuoco) in età più recente, quando fu identificato con il dio egiziano Thoth, divenne musicista, inventore delle lettere, della matematica, dell'astronomia e della scrittura. Era anche dio pastore, moltiplicatore del gregge, ingannatore, ladro e protettore di ladri, protettore dei viaggiatori e cacciatori. Gli erano sacra le indicazioni stradali e i muschi di sassi alle strade, ai quali i passanti aggiungevano una nuova pietra. In Omero non è elato, ma si libra per l'aria; in seguito ha alette ai piedi, alle spalle o al caduceo. Quidale anima dei morti agli Inferi (v. crosmone, Duvinntx). Tarde sono le sue attribuzioni di dio del commercio, e di dio dei ginnasi a palestre. Sono scarse le feste i templi a i culti pubblici, eccetto in Arcadia dove, sul Monte Cillena, era localizzata la sua nascita, ma fu molto popolare ed ebbe eatesissimo culto privato.

Bist.: R. L. Farnell, The Cults of the Greek States, V, Oxford 1908, p. 1 sgg.; A. Adriani, s. v. in Cor. Ital., XIV (1932), p. 244 sgg.; M. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I. Monaco 1941, p. 471 sgg.; K. Kerényi, Hermès der Sselenlähren, Zurigo 1944; J. Chittenden, Le molire des animaux, in Hespéria, 16 (1947), pp. 89-114.

Luisa Banti
ERMETE, santo, martire romano. - La passio leggendaria di s. E., inserita in quella del papa Alessandro (109-16) ne fa un cristiano prefetto di Roma, fratello di una Teodora, martirizzato il 28 ag. sotto Adriano e sepolto sulla Salaria vetere (BHL 3853). Ma nessun E. fu prefetto della città, né il cimitero di Bassilla (v.) presenta una si remota antichità.

Nel 1932 furono identificati nel sopraterra di detto cimitero due frammenti in lettere filocaliene appartenenti ad un carme damasiano, tramandatoci dalla sola silloge Laureshamense quarta, che G. B. De Rossi pubblicò come proveniente da luogo incerto a ritenere petesse appartenere all'Ippolito dei martiri greci, avvertendo però che il Terribilini aveva sospettato si riferisse all'E. della Salaria vetere (Descriptiones Christianae orbis Romae, II, Roma 1888, p. 108, n. 57). Il ritrovamento del 1932, e cui si aggiunse un terzo frammentino, confermò l'ipotesi del Terribilini. Damaso si attiene ad una tradizione orale: "iam dudum quod fama refert", si tratta cioè d'un avvenimento del sec. III, come nei casi di s. Agnese e di s. Ippolito; il martire, il cui nome tradisce una origine non romana, giunse a Roma dalla Grecia: "Te Graecia misit" ma "sanguine mutasti patriam, civemque fratrem fecit amor legis" (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 192-96).

La venerazione di s. E. è attestata al 28 ag. dalla Depositio martyrum: "V Kal (endas) sept (embres) Hermetis in Bassillas, Salaria vetere "; da Damaso che, oltre il carme riferito, decorò il suo sepolcro; A. Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 560) riconobbe sull'area cimiteriale un frammento di epistilio marmoreo contenente da un lato in lettere filocaliene: Herme; dall'altra: inhaerens (A. Ferrus, op. cit., pp. 196-97). Sotto la stessa data il martire è indicato nel Martirologio geronimiano, e nei Sacramentari. Il papa Pelagio II fece, o meglio, ingrandì la Basilica eretta sul suo sepolcro (579-90; Lib. Pont., I, p. 309); sotto s. Gregorio (590-604), l'olio delle lampade ardenti sul suo sepolcro fu portato alla regina Teodorinda (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 43). Gli itinerari dei pellegrini ne additano la Basilica con il suo sepolcro "longe sub terra" (R. Valentini e G. Zucchetti, op. cit., pp. 75, 117, 143). Il papa Adriano (772-93) ne restaurara la Basilica (Lib. Pont., I, p. 509). Vi si era annesso frattanto un monastero benedettino ed un monaco di s. E. fu sepolto in S. Salta.

Roviosta la Basilica, fu costruito un oratorio la cui absidina venne abbellita con una pittura contenente anche l'immagine del martire, rappresentato con ricco paludamento (E. Josi, Scoperta d'un altare e di pitture nella basilica di S. Ermete, in Riv. di arch. crist., 17 [1940], p. 206,
fig. 8). Il monastero e l'oratorio rimasero fino al 1200 cs., perché nel catalogo di Torino si legge che "ecclesia sancti Hermetis extra muros non habet servitorem" (C. Mueluen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, p. 28, n. 34). Fuori Roma, un santuario di S. E. è menzionato in Anzio nella biografia di papa Bonifacio I (418-22) (Lib. Pont., I, p. 27). S. Gregorio invia nel 598 "brandea" (v.) che sono stati cui sepolcri di s. E. e di s. Giustina; e Crisanto, vescovo di Spolato, per la chiesa di E. Maria in Rieti (Gregorii I popae registrum epistolarum, IX, 15, ed. P. Zwald e L. M. Hartmann, in MGH, Epitolae, II, Berlino 1899, p. 76); lo stesso Papa nel 599 da il consenso per l'erezione in Napoli di una chiesa in onore dei martiri E., Sebastiano, Cirisco e Panerasio (loc cit., p. 164). Sempre dallo stesso Papa si apprende l'esistenza in quel tempo di un monastero di S. E. in Sicilia (Registrum, VI, 37 e 47, ed. cit., I, pp. 415 e 422) e di un altro in Sardegna (Registrum, XIV, 2, ed. cit., II, p. 427). Non si sa se il s. E. che il Martirologio geronimiano indica al 1^{°} marzo commemorato a Marsiglia, sia il romano o quello di Eraclea o l'altro di Bologna nella Mesia che lo stesso Martirologio segnala al 31 dic., al 10 e al 4 genn. - Vedi tav. XXXIX.

Bist.: G. Stygor, Die römischen Katakunden, Berlino 1931, pp. 144-48; S. Josi, Scoperta di due frammenti del carme damasiano in onore di s. E., in Riv. di arch. crist., 9 (1932), pp. 147-50; H. Delafosse, Les origines du culte des martyrs, s. ed., Bruxelles 1933, pp. 271-72; G. Stygor, Romische Marituergrikhe, I, Ber. lino 1933, pp. 231-33; R. Krauthainer, S. E., in Corpus basiliaarum christianarum Romae, Città del Vaticano 1937, p. 195.

ERMETE TRISMEGISTO ('Eopèe 'ptopèyectos, Hermes Trismegistus): v. ERMETICI, LIBRI.
ERMETICI, LIBRI. - Questi scritti, che sono probabilmente o sunti di lesioni o di colloqui tenuti in ristretti circoli filosofici, prendono il nome dal greco Ermete Trismegisto (tre volte grandissimo), considerato la fonte di ogni pensiero e sapere. Sono scritti appartenenti al tardo ellenismo e, secondo lo Scott, possono essere quasi tutti collocati nel sec. III d. C.

I l. e. si dividono in quattro gruppi. Il primo gruppo è costituito dal Corpus hermeticum e Π ε μ ε ἐ boldsymbol{ε} boldsymbol{g} boldsymbol{g} (dal titolo del suo primo frammento che significa "il pastore di uomini" contenente 17 II. I manoscritti derivano da una mutila copia, che deve la sua conservazione a Michele Psello, il quale commentò il libro " Costantinopoli nell'zi sec. Dopo in press di Costantinopoli, nel 1453 un monoscritto fu posto al sicuro da Cesimo de' Medici; e la raccolta fu tradotta in latino da Marsilio Ficino nel 1463 (la traduzione fu pubblicata nel 1471). Il testo greco fu pubblicato da Adriano Turnibbe nel 1554; 20 anni dopo segui l'edizione di Francesco Foix. L'edizione del Patricius (1591) ha fornito sostanzialmente il testo a quella del Parther (1854). L'edizione più recente è quella di W. Scott (Hermetica, Oxford 1924-26).

Il secondo gruppo contiene l'Asclepio latino (già annoverato tra le opere di Apuleio), traduzione da un originale greco, composto intorno al 200 d. C., noto a Lattanzio e ad altri, con riferimenti sulla divina destinazione dell'uomo, sulla materia, sul diavolo. Il terzo gruppo è formato dagli estratti ermetici dell' Antologia di Stobeo ( 42 brevi capp., ea. un quarto dei quali è tratto dall'Asclepio greco e dal Corpus hermeticum). Il quarto gruppo riferisce le ampie situazioni ermetiche che si trovano fra le opere degli alchimisti greci e annovera le testimonianze che dei l. e. dànno Lattanzio e Cirillo Alessandrino.

Va ricordato anche il Liber Hermetis, traduzione latina di un originale greco dell'epoca alessandrina, risalente al sec. III a. C., ma più volte ritoccato in seguito. E stato scoperto da W. Gundel nel ms. Harleianus 3731 che rimonta al 1431. Il Liber Hermetis si riferisce particolarmente all'astrologia.

Bist.: L. Ménard, Etude sur l'origine des livres hermétiques, Parigi 1866, introduzione alla sua versione francese degli scritti ermetici; R. Reitzenstein, Poliwandres, Lipsia 1904; J. Krull, Die Lehren des H. T., Lipsia-Münster 1914, 2* ed., 1928; G.

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Hesrici, De Hermey-Hysith u. des H. T., Lipala 1918; W. Senti, Herurica, 3 vol., Oxford 1924-26, ed. con versione inglese e in. modapime; T. Bramingor, Untersuchungen über die Schriften de H. T., Grefenheimchen 1926; W. Gundel, Neue astrologische Teste der H. T., in Abland, Bayer. Abod. der Wiss., nuova serie, 13 (Albuena 1946); F. Cumont, L'Egypte des astrologues, Brucello 1937, pp. 131-62; A. J. Postugière, La résolution d'Hermès Triomigète, I. Parigi 1944; II, ivi 1949. Giuliano Gennaro

ERMETISMO, PIOSOFICO. - Ristretta corrente spirituale della tarda epoca ellenistica (sec. III d. C.) che prende il nome dal greco Ermete in quanto assimilato all'egizio Thout, dio della sapienza, inventore della scrittura, dell'astrologia e della scienza.

Secondo la visione filosofico-religiosa del tempo esso ammette la divisione del cosmo in tre sezioni: la superiore sede della luce (e della divinità), la inferiore abitato dagli uomini, sede della corruzione e del male inerente alla materia, e la intermedia popolata dagli spiriti (dèmene) e dalle anime. Gli elementi della sua speculazione non sono originali ma tolti dall'astrazione caltato, dalla fatica di Aristotele, dalla psicologia di Pitagora e di Platone, dall'astrologia sistemata secondo la nuova visione scientifica del mondo della speculazione dell'Egitto ellenistico.

Secondo l'e, la luce pura e divina iniziale viene a contrasto con le tenebre: ma, grazie a una voce che si leva dalla sfera della luce, la materia del mondo prende un assetto sulla base dei quattro elementi, dei quali aria e fuoco sono collocati in alto e acqua e terra in basso. L'umina della sua originaria sede di luce scendendo ad abitare la terra deve attraversare le sette altre planetarie caricandosi delle inclinazioni e delle passioni proprie dell'indole di ciascun pianeta. Risalendo dopo la morte alla sua sede originaria, attraversa di nuovo i sette pianeti deponendo in ciascuno il male contratto nel primo passaggio e può così presentarsi, liberata, all'ottava sfera dove risiede la luce divina.

La liberazione nell'e, non è procurata dalla iniziazione ai misteri di un Dio salvatore (l'e, non ha né culto né misteri) ma dalla conoscenza (gnoei) ottenuta mediante la « rivoluzione» contenuta nei libri ermetici. L'e, perciò non ha avuto larga diffusione ed è rimasto appannaggio di ristretta conventicole.

Nicola Turchi
ERMETISMO, letterario. - Il termine, dapprima adoperato soltanto ad indicare il movimento poetico italiano approssimativamente databile tra le due guerre, fu poi esteso ad indicare tutta una parte della letteratura militante italiana, la quale, per particolari affinità spirituali e tecniche con il simbolismo e surveillance soprattutto francese, per talune venature missiche e plurunizzanti, per certa difficoltà di eloquio, per durezze analogiche e indefinitezze evocative, si poté dire «ermetica», e volle accettare questo termine che pur preveniva da chi questo movimento avversava e che voleva in tal senso liquidare come ancora e priva di concretezza la letteratura delle ultime generazioni.

Nonostante fermenti polemici ed assoluta novità descritiva, l'e, non poté non essere filiazione diretta del decadentismo italiano, se non di quello più vietoso ed alessandrino (D'Annunzio, il Comune, la Cronaca bizantina), certamente di quello più interiore, più desideroso di chiarimento umano (Pascoli anzitutto). E il contenino della poesia ermetica, dai primi «gridi» di Ungaretti fino alle Occasioni di Montale, da Quasimodo e Sinisgalli, da Luxi a Sereni, da Betocchi a Gatto, è stato una riscoperta ragionata e profonda di un linguaggio lirico sempre più tradizionale nelle apparenze, come più nuovo nei valori umani religiosi in Ungaretti, nella angocciata personalità in Montale, nella elegia sociale in Quasimodo. E pertanto la poetica dell'e, risiede proprio in questa ansia di riscoprirsi, nella memoria che per allusioni ed analogie cerca di superare l'opaco golfo del tempo e risvegliare sensazioni ed immagini perdute: e di ritrovare le ragioni più profonde della propria esistenza.

Meno ricca di risultati positivi, ma non meno im-
portante culturalmente è, od è stata, la critica ermetica, la quale (a parte le solite esagerazioni dei satelliti ed epigoni) ha voluto ricercare, nella poesia antica e moderna, non più il dato storico, non più l'ambientazione culturale, non più la storicistica discriminazione di poesia e letteratura, si piuttosto l'intima vita del poeta nella poesia, l'inconscia e sottilissimo adeguazione dello scrittore al mito della parola poetica. Il che portò con sé, e fu la conseguenza peggiore, una scrittura critica astrusa, difficile, contorta: retaggio forse di certo letterario linguaggio critico della rivista La Voce. Me, e fu il reale guadagno per la coltura italiana, servì ad introdurre ed a far conoscere la più avanzata produzione letteraria europea. Per di più nei critici ermetici migliori (Carlo Bo, Oreste Macri, Luciano Anceschi, Piero Bigangiori), a farli pervenire in una matura e perspicace impostazione e valutazione della poesia italiana contemporanea.

Bizc., F. Plura, La poctia ermetica, Bari 1936; L. Anceschi, Autonomia ed eteronomia dell'aria, Firenze 1936; G. Tinta Rosa, Chiave parole sulla poesia ermetica, in Letteratura, 3 (1941), pp. 209-212; G. Contini, Un anno di letteratura, Firenze 1942, pp. 143-50; S. F. Romano, Poetica dell'e, ivi 1942; M. Apollonio, E., Padova 1945; A. Bocelli, s. v. in Enc. Ital., ano. II, p. 870.

Giorgio Petrocchi
ERMIA. - Nessuna fonte antica parla di questo scrittore, noto solo dal titolo della sua breve opera: Hermiae philosophi irrisio gentilium philosophorum, pervenutaci in 16 manoscritti, di cui il migliore è è cod. Patanios 202, attribuito al sec. x. Freudendo le masse da a. Paolo, che dice stoltezza la sapienza di questo mondo (I Cor. 3,19), si passano in rassegna le teorie dei filosofi pagani sulla natura e il destino dell'anima e sugli ultimi principi delle cose, mettendoli in consonatura e rivelando come si contraddicano fra loro.

Dell'autore, caduti i tentativi d'identificarlo sulla sola base dell'identità del nome con E. Sozomeno, storico continuatore di Eusebio, o con l'E. (più probabilmente Ermogene) menzionato da Filastria di Brescia (De haeresibus, 53) e da s. Agostino (De haeresibus, 59), nulla si può dire se non quanto risulta dallo scritto. In base a questo, alcuni (Menzel, Diels, Harnack, Wendland) lo posero nei secc. v e vi; altri (Otto, Di Pauli, Bardenhewer, Puech, Stählin), con maggior ragione, fondandosi sul nome di «filosofo» dato cui manoscritti come a parecchi apologeti del sec. II, sull'omissione d'ogni accenno al neoplatonismo, sulla vivacità della polemica che suppone un ambiente di acceso contrasto fra paganesimo e cristianesimo, sulla dipendenza della Cohortatio ad Graecae dello Pseudo-Giustino dall' Irrisio, assegnano questo scritto alla fine del sec. II o al principio del III.

L'opera non ha particolare valore di pensiero. Il tema è un luogo comune della sofistica scettica, largamente accolto dagli apologeti avversi alla cultura pagana. L'elemento religioso è poco sviluppato, dandosi maggior rilievo alle teorie fisiche che alla teologia. Non si esprimono giudizi propriamente filosofici. Più che «filosofo», E. è un retore dotato di buone risorse come polemista, che se ironizzare gettando il ridicolo sugli avversari, anche grandissimi, come Platone e Aristotele.

Bizc. : Edizioni: PG 6, 1167 sgg.; I. C. Th. Otto, Corpus Apologetarum, IX, Jena 1872; H. Diels, Demographi Graeci, 2² ed., Berlino 1909, p. 641 sgg., trad. it. di E. Buonaiuti, in Ricerche religioze, 3 (1929), pp. 233-38, e E. A. Rizzo, Torino 1930, Studi: A. Di Pauli, Die Irrisio der Hermiae (Forschungen zur christlichen Literatur und Dogmengeschichte, 6, 10, Paderborn 1907; Bardenhewer, I, 2² ed., pp. 323-29; G. Borallo, Hermia, in DThC, VI, 11 coll. 2303-2306; M. Pellegrino, Gli apologeti greci del II sec., Roma 1947, pp. 260-62; L. Alfomi, E. filosofo, Brescia 1947.

ERMLAND, DIOCESI di : v. WARMAL, DIOCESI di,
ERMOGENE. - Eretico cristiano (ca. 180-205) che dopo aver vissuto in Siria, dove fu combattuto da Teofilo d'Antiochia (Eusebio, Hist. eccl., IV, 24) si trasferì a Cartagine, svolgendo la professione di pittore. Contro le sue idee Tertulliano scrisse il suo

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libro Adversus Hermogenem, servendosi sicuramente dell'opera antecedente di Teofilo (cf. R. M. Grant, in Journal of biblical literature, 68 [1949], p. xv sg.).
E. parlava della materia (Ghry) eterna, origine del male, ma formata da Dio. L'anima appartiene ad essa ed è senza libero arbitrio, se non è illuminata dallo Spirito Santo. Questa dottrina non è greca, ma corrisponde alle speculazioni degli gnostici in Siria ed ha molta affinità con quella di Taziano; difatti Ippolito tratta i due eretici uno dopo l'altra (Refutatio VIII, capp. 16 e 17). Nelle sua ascensione Gesù avrebbe lasciato secondo Ps. 18,6 il suo corpo nel sole (Refutatio VIII, cap. 17,3 sg.); dottrina questa che era conosciuta anche da Clemente Alessandrino (Eclog. graph., 56,2) e che presuppone il carattere luminoso del Cristo di E., in analogia con la dottrina di Taziano.

BILL: E. Deontsel, Hermogenes, der Hauptverstatter des philosophischen Qualitates in der alten Kirche, Berlino 1002. Su Tertulliano ed E. v. J. H. Wazelink, Tertulliani de animo, Amsterdam 1947, introduzione, p. 7 sg. e passim. Eric Peterson

ERMOPOLI (el-Mínia). - Sede residenziale dei Copti, con vescovo cattolico dal 6 marzo 1896; amministrata cggi dallo stesso patriarca. Fedeli 10.622, sacerdoti 14, chiese 15. Opere di Azione cattolica e confraternite 7.

BILL: S. Congregazione Orientale, Statistica con renni storici d. zerarchia e dei fedeli di vita orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 38-39; Annuaire catholique d'Egypte, Carro 1946; An. uvario Pontificio, 1949, p. 177.

ERNAKULAM, ARCIDIOCESI di. - Istituita per i Siromalabaresi quale sede metropolitana il 21 dic. 1923, in sostituzione di un vicariato apostolico esistente fino dal 29 luglio 1896. L'areidiocesi estende la sua giurisdizione sui territori dei regni di Travancore e di Cochin, del quale ultimo E. è la capitale: tutti facenti parte dell'Indostan.

L'areidiocesi di E., che dipende dalle S. Congregazione Orientale, conta 246.547 fedeli, ripartiti in 128 parrocchie, ed ha nel suo territorio 1 seminario diocesano, 7 case religiose maschili e 14 femminili.

BILL: S. Congregazione Orientale, Statistiche e renni storici sulle gerarchie e sui fedeli di vita orientale, Città del Vaticano 1932, p. 254; Servizio informazioni delle Chiese ostentali, is maggio 1947; Anuario Pontificio 1949. Mariano Daft

ERNAKULAM, ARCIDIOCESI DI: v. VERAPOLY, ARCIDIOCESI di.

ERNESTO di Baviera. - Arcivescovo e principe elettore di Colonia, n. a Monaco il 17 dic. 1554, m. a Arnsberg (Westfalia) il 17 febbr. 1612. Appena dodicenne Pio V gli concesse il vescovato di Fri. singa (1566), a cui furono aggiunti poi quelli di Hildesheim (1573) e di Liegi (1581), finché all'apostasia di Gebhard Truchasse di Waldburg (1583) fu eletto all'unanimità vescovo di Colonia. Aveva ricevuto l'ordinazione sacerdotale nel 1577. Quantunque di vita non del tutto corretta, lavorò con zelo all'applicazione della riforma tridentina nella regione renana e in Westphalia, sorretto dai Gesuiti, dei quali aveva fondato collegi.

BILL: P. Weller, Die lhirehliche Reform in Erabistum Kida, 1536-1613, Colonia 1631; Pastor, IX-XIII, passim; Eubel, III, pp. 172, 198, 209, 222. Antonio Cistellini

ERNOLFO di Roches'ter. - Vescovo e scrittore benedettino, n. a Beauvais ca. 1040, m. a Rochester il 15 marzo 1124. Discepolo di Lanfranco (v.) lo seguì in Inghilterra, ove divenne priore del monastero di Canterbury, abate di Peterburg (1107), vescovo di Rochester (1114).

Scrisse : De rebus ecclesiae Raffensis (PL 167, 1443-56) importante per la storia di quella diocesi; Tumellus de incestis coniugis (PL 163, 1458-74); Responsiones ad quinque quaestiones de sacramento Eucharistiae (in L. D'Achery,

Spicilegium, II, 2^{°} ed., Parigi 1727, pp. 470-74). Il questionario eucaristico presentatogli dal confratello Lamberto gli offri modo di esporre, con singolare precisione, la dottrina della presenza reale sotto le singole specie.

BILL: H. Warthes, Notitia, PL 163, 1441; Hutter, II, col. 46 sg.; E. Dublanchy, Arund, in DThC, I, II, col. 1444. - A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A.

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![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(1st. Jliasry)
S. ERCOLANO. Tavola attribuita a Meo da Siena (sec. xiv) - Perugia, Pinacoteca.

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![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(per cortesia di M. Peltas)
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(a) CHIESA CATTOLICA DI MASSAUA. b) CHIESA CATTOLICA DELLA MISSIONE DI CHEREN.

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legati ad Augusto per ottenere l'approvazione di questa sentenza, ma poco dopo, nell'autunno del 5 a. C., si ammalò; si recò allora alle terme di Calliroc sulla sponda orientale del Mar Morto, e poi a Gerico; giunzagli la conferma imperiale della condanna di Antipatro, lo fece uccidere. Cinque giorni dopo, poco prima della Pasqua del 4 a. C., anche E. mori. Fu sepolto a Herodium, vicino a Betlemme.

Elesto re dal Senato, E. non fu un rex socius nel senso giuridico dell'espressione; fu però considerato - amico ed alleato - (Aulig. Iud., XVII, q. 6, § 246) sebbene in tutto soggetto al velero di Roma e di Augusta. Pur godendo nel suo regno di piena autonomia, egli non poteva battere manciz d'oro o d'argento (infatti restano di lui solo monete di bronzo), non godeva di piena autorita giudiziaria sui membri della propria famiglia, non poteva designare il proprio successore senza l'approvazione di Roma; inoltre verso la fine del suo regno i sudditi dovettero giuare fedeltà a Cesare, come si faceva in tutte le province romane fin dal 15 a.C. Non gli era neppure permesso intraprendere guerre per proprio conto; poiché una volta E. violò questa proibizione, conducendo una breve guerra contro gli Arabi nel 9 a. C. con il consenso del legato di Siria Senzio Saturnano, eis suscitò lo sdegno di Augusto, il quale minacciò che se fino allora lo aveva trattato da amico, da allora in poi lo avrebbe trattato da suddito (Aulig. Iud., XVI, q. 3, §§ 286-99). Del resto E. dimostrò verso l'imperatore in più umile soggezione ornandosi di apiteti adulatori (q̧1, 20,26029, q̧1, 291202, 29123), imponendo a città da lui costruite i nomi di Kacquàpica, Zajjbarra, Aysjcratzov, recandosi egli stesso due volte almeno a Roma ( 18 -17 e 12 a. C.). La sua devozione fu ricompensata da Augusto nel 30 con la restituzione; dei territori occupati da Cleopatra e con la donazione di Gadara ed Hippos, nel 24 con la donazione delle parti della uctrarchia di Zonodoro situate ai piedi del Libano, della Batanea, della Traconitide e dell'Auronitide. I legati di Siria avevano l'ordine di agire sempre con il suo parere; Augusto stesso si addossò le spese di un sacrificio quotidiano da effrirsi nel Tempio di Gerusalemme per sé e per il popolo romano (Filone, Legatio ad Gnima, 23, 156; 36, 291; 40, 312).
E. fu amante di grandiose costruzioni. Edificò intere città, tra cui Cesarea, con ottimo porto, un tempio ad Augusto ed il Palazzo reale, Antipatride, tra Cesarea e Gerusalemme, in onore di suo padre, e Fasaelide nella valle del Giordano. Rieostrul interamente il Tempio di Gerusalemme, raddoppiandone quasi l'area a nord e sud con ampie sottostruziont; ampliò la fortezza che sovrastava al Tempio e la chiamò Antonia; nella parte occidentale della città costrui il Palazzo reale. Nel 27 rinnovò Samaria, ed in onore di Ottaviano restò proclamato "Augusto" in chiamò Zajjbarra, costruendo anche in onore di lui un tempio sul monte sovrastante. Adormò di costruzioni anche città straniere i a Rodi costrui a sue spese il tempio di Apollo e contribuì alla costruzione di Nicopoli. Si calcola che le sue rendite si aggirassero sul tono celeste annui, pari a ca. 12 milioni di lire in oro.

Fu praticamente scettico in religione, tanto che iniziò a Roma il suo regno con un sacrificio a Giove, costrui o restaurò in vari luoghi templi pagani e saccheggiò in Gerusalemme il sepolcro di David; tuttavia rispettò il sentimento religioso del popolo in cose per lui non troppo gravose. Pur ricostruendo il Tempio di Gerusalemme, non entrò mai nell'atrio dei sacerdoti, nel Santo e nel Santissimo, perché non era del ceto sacerdotale; proibì che sua sorella Salone sposasse l'arabo Silico, perché questi non volle accettare la corconciúone. Ma queste formalità non valsero a conciliargli l'affetto del popolo, che l'odìo per la sua vita licenziosa e per le sue crudeltà.

Bull.: Fonte quasi unica sono gli scritti di Flavio Giuseppe, che attinse delle memorie di Nicola di Damasco minisivo d'E., Aulig. Iud., XIV, 8-16; XV; XVI; XVII, 1-8; Bell. Iud., I, 9-11; M. Casaccio, E. I re degli, Ebrei, Padova 1903: M. Will-
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
(101. Alimari, Eerdinaz - E. riterse la testa di 1, Giovanni Battista. Particolara dell'affresco di Masolien da Pepicate (1433) - Castiglion d'Olona, Collegiata.
rich. Das Haus des Herodes, Roma 1929: H. Duesberg, Le roi Herode, Marodeaux 1932; G. Ricciotti, Storia d' Ioracle, II, 5 e ed., Torino 1947, passim.

Giuseppe Ricciotti
ERODE AGRIPPA I: v. AGRIPPA I.
ERODE AGRIPPA II : v. AGRIPPA II.
ERODE ANTIPA: v. antipa, julius herodes.
ERODE ATTICO. - N. a Maratona nel ior d. C. da Tiberio Claudio Attico Erode, che gli lasciò in credita ingenti ricchezze. Se ne servì per procurarsi libri e maestri che lo fecero una delle più cospicue figure letterarie del suo tempo; e per arricchire Atene, Alessandria, Olimpia, Delfi, Corinto, Troia e Camisio di belle costruzioni.

La ricchezza e la cultura gli facilitarono l'accesso a diverse cariche pubbliche (nel 125 prefetto dell'Asia; nel 127 agoranomo in Atene, nel 140 maestro di Marco Aurelio e Lucio Vera, nel 143 console); ma il carattere franco e violento da una parte e dall'altra l'amore per l'insegnamento l'allontanarono dalla vita pubblica. Ad Atene tenne scuola di retorica, in cui si formarono i più illustri sofisti del tempo, tra i quali Claudio Adriano di Tito, che recitò alla morte del maestro (177) l'elogio funebre. Dei suoi scritti non resta che il Ilegi m'Àtreias, la cui autenticità però è ancora molto discussa.

Bra., P. Vidal-Lablache, Herode-Atitica, Parigi 1872; C. Schultess, Herodes Atticus, Amburgo 1904; Münscher, s. v. in Pauly-Wissowa, VIII, coll. 921-54.

Ireneo Daniele
ERODE FILIPPO : v. filippo (erode).
ERODIADE. - Figlia di Aristobulo, figlio di Erode il Grande. Sposò suo zio Erode Filippo, figlio di Erode il Grande e di Mariamue II, figlia del sommo sacerdote Simone.

Erode Antipa (v.), il tetrarca, venuto a Roma ed ospitato dal suddetto suo fratello Erode Filippo che ivi viveva con la moglie E., si invaghì di costei, le promise di ripudiare la propria moglie, figlia del re degli Arabi Nabstei Areta IV, e di sposarla. Ma la moglie legittima, venuta a conoscenza delle inten-

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zioni del marito, prima di essere ripudiata fuggi presso suo padre; ben presto E., spinta dall'ambizione, andò a convivere con il tetrarca portando seco la propria figlia Salome. Contro questo adultario protestò pubblicamente Giovanni il Battista, che fu imprigionato.

Ma E. spiava l'occasione per vendicarsi: avendo Antipa durante un banchetto per il suo genetliaco promesso a Salome qualunque cosa desiderasse come premio delle sue danze, la farciulla, dietro consiglio della madre, chiese la testa di Giovanni che fu subito decapitato ( M t .6,17-29 ; M t .14,3-12 ) ; ciò avvenne nella fortezza di Macheronte. Sebbene Flavio Giuseppe dia solo la ragione politica come causa della prigionia e morte del Battista, questa non esclude l'altra data dai vangeli.

Quando Agrippa, fratello di E., fu fatto re da Caligola, E. non sopporto che Antipa restasse semplice tetrarca, e lo spinse a recarsi con lei dall'Imperatore per ottenere quel titolo. Presentandosi a Caligola a Baia, Antipa si trovò di fronte ad un'accusa di tradimento lanciongli da Agrippa, dalla quale non poté difendersi. Fu pertanto deposto ed inviato in esilio a Lione. E. non accertò la grazia offertaio da Caligola a segui Antipa in esilio. Non si conosce nulla della loro fine.

Giuseppe Rieciotti
ERODIANI (Hepuštavol). - Nominati insieme ai Farisei in Mt. 22, 16 e in Mc. 3,6; 12, 13. Non furono una setta religiosa: Flavio Giuseppe come tali considero solo i Farisei, Sadducei, Esseni e Zeloti; egli usa un nome simile, 'Hepuštāo, per indicare i partigiani di Erode il Grande in contrapposizione a quelli di Antigono ('Avrtysve'ot) nella guerra del 39-37 a. C. E pertanto probabile che il nome E. usato nei Vangeli indichi soldati o cortigiani del tetrarca Erode Antipa. Non risulta che con tale nome fosse designato il partito politico antiromano che sognava la restaurazione del Regno di Erode il Grande.

Biss.: W. Otto, Herodianoi, in Pauly-Wissowa, Supplem. II, coll. 200-202; S. W. Bacon, Pharisees and Herodians in Nork, in Journal of Bibl. Lit., 39 (1920), pp. 102-12; E. Bikerman, Les Hérodines, in Reour bibl., 47 (1938), pp. 184-97.

Giuseppe Rieciotti
EROE. - Dal greco ἠ ρ ω ς «signore, principe», di etimologia incerta, denota, in genere, chi si eleva al di sopra degli altri per forza, potenza e nobiltà. La figura dell'e. si trova nella mitologia e nel culto di tutti i popoli perché risponde al bisogno di concretare in un essere umano, sublimato nel cielo della divinità, la storia a l'indole del gruppo umano che l'ha foggiato.

In genere l'e. è un uomo, autore di imprese gloriose e difficili a beneficio del suo gruppo, imprese che gli hanno procurato dopo morte la venerazione che circonda il suo sepolcro, divenuto luogo di culto e sede di orecoli. Che si tratti di un essere originariamente umano è dimostrato dal fatto che il genere di culto che si tributa all'e. è quello proprio dei defunti e delle divinità infere; cioè : sacrificio di tipo espiatorio ( ε vary μ ὠ ς ), completo di notte, non sopra un altare ma su un basso tumulo di terra ( ε o χ ἀ ρ α ) simile al focolare domestico, immolando vittime nere, rivolte con il muso verso terra, e bruciando completamente la vittima (olocausto). La differenza dal rituale funerario consiste nella diversità dello scopo che per i defunti è quello di sostentarne la umbratila vita, abbeverandoli del sangue della vittima, per gli e. è invece impetratorio a beneficio di chi lo compie. La Grecia è il paese che ha più accentuato il culto degli e., nare dalla fede nella sopravvivenza di quei grandi spiriti che furono in vita benefattori del proprio gruppo. L'influsso che irradia dalla loro tomba è soprattutto di due generi: o salutare (Asclepia, Alcone, Jairo) o mantico (Calcepte, Tiresia, Glauco, Anfiarao, Trofonio). Il santuario delfico fu il legislatore del culto degli e. In quanto era di sua spettanza disciplinare la diffusione delle colonie,
fissando il culto da tributare all'e. fondatore (oìsao: ἠ mathrm{g} ). A Delfi si celebrava annualmente una festa dedicata agli e., cioè ai morti di Delfi ( ἠ ρ ω ὠ ς, Plut. Quaert. gr., 12). Anche nei riguardi della rappresentazione artistica l'e. è un antenato divinizzato; viene infatti raffigurato con le cose usate in vita: cavallo, cane, armi, o simboleggiato da un serpente che è l'animale ctonico per eccellenza. Le sue reliquie, vere o fittizie, sono il centro irradiaore del suo potere.

L'e. è dunque un uomo divinizzato dopo la morte a causa delle sue grata: è questo il processo ascendente dell'eroizzazione, sostenuto da E. Rohde, U. Wilamowitz, M. Nilsson. Ma si è verificato talore anche un processo discendente: quando cioè talune divinità sono scadute al livello di semidei o di eroi a causa dei diffondersi di nuove più comprensive e universali divinità, processo verificatosi parallelamente alla maggiore unificazione delle stirpi greche (E. Meier, H. Usener, G. De Sanctis); è questo il caso di Agamennone, Menelao, Neleo; il diffondersi dell'epopea omerica ha assai contribuito a questa degradazione.

Fa eccezione a questo duplice processo di eroizzazione, ascendente e discendente, il caso dei miti propri delle popolazioni primitive a regione sociale telematica. Questo riconoscono il loro e. mitico generalmente in un animale (lupo, canguro, corvo, mantide) il quale avrebbe compiuto imprese ettcordinarie guidando il sino nel luogo di sua dimora, stabilendo le leggi tribali, ecc. L'emblema di questo e. mitico orna l'ingresso del villaggio, è riprodotto sulla armi e sul corpo dei guerrieri: la specie vivente che lo rappresenta è fatto oggetto di interdizione speciali e costituisce il centro di una grande festa diretta alla persistenza e all'incremento della tribù.

Il culto degli e. è stato sempre in favore nei gruppi umani, perché la loro figura è più vicina agli uomini che non quella degli dèi.

Entrano in Grecia, nella categoria degli e. i morti illustri, i fondatori di colonie, i fondatori o restauratori politici di città, i fondatori di una associazione cultuale o di una scuola filosofica, ecc.

Con l'epoca ellenistica, che facilito il sorgere di nuove associazioni di culto, sorse anche la venerazione di e. privati, finché questo epitetò fini, come attestano le iscrizioni dell'epoca, per essere sinonimo di defunto.

Brat.: K. Breysig, Die Entstehung der Gottengelaniens u. der Heilbringer. Berlino 1902; F. P'fster, Relieviowhult im Altertum. 2 voll., Giessen 1909, 1912; S. Czarnowski, Le culte des biens et ses conditions sociales, Parigi 1914; E. Rohde, Fichte, trad. it., Bari 1914; S. L. R. Ferrell, Grecli hero cults and ideas of immorality, Londra 1921; A. von Deursen, Der Heilbringer. Gerning 1931; G. De Sanctis, Storia dei Greci, 3² ed., Firenze [1942], pp. 283-90.

Nicola Turchi
EROE CULTURALE. - E una figura che si incontra nella mitologia di molte popolazioni primitive ed ha una funzione secondaria a subordinata di fronte all'Essere Supremo. E più vicina di questo all'umanità, alla quale procura in genere dei vantaggi immediati : non è, però, sempre benefica. E anche creatore 18 dove la creazione, considerata lavoro, viene attribuita ad un essere subalterno all'Essere Supremo: in tal caso può essere anche il capostipite in qualità di demitargo. E in genere l'artefice dell'ordinamento attuale del mondo, senza avere per lo più carattere etico; interviene direttamente con metodi molto umani nelle cose di questa terra.

Tale figura ha attirato l'attenzione degli storici delle religioni sia per l'analisi delle sue caratteristiche, sia per la posizione che essa ha nelle polemiche sulla formazione del concetto di divinità. Tale polemica si trova riassunta in un articolo pubblicato nel 1906 da P. Ehrenreich (cf. bibliografia). In esso l'autore critica la teoria di K. Breysig, come quelle di altri autori appartenenti alla scuola evoluzionistica, occupatisi direttamente a indirettamente dell'argomento, quali Max Müller, E. B. Tyler, D. Brinton, J. Frazer fino ad Andrew Lang che ne tratta nel suo Making of religions (Londra 1901). In particolare egli nota una netta contraddizione nelle idee di Breysig,

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secondo il quale la formazione del concetto e della figura di Dio deriva presso i primitivi da quella di un eroico, forte e saggio uomo. Tale uomo, però, secondo il Breysing, non è un individuo terrestre della lontana preistoria, un essere del genere umano, ma una figura ideale, nella quale l'esigenza della spiritualità umana è portata alla più alta espressione sensibile e l'uomo alla fine si inchina all'ideale che egli stesso ha evesto. Più coerente è, invece, (temper secondo P. Ehrenreich), E. Durkheim, il quale, pur interpretando senza spirito critico la documentazione etnologica, ridena che l'idea dei grandi del presso i primitivi sia venuta dagli animati teramici ed abbia una base nella figura dell'e. c. Per W. Wundr, infine, gli dei furono concepiti dapprima come eroi; in un secondo tempo, poi, come esseri spirituali. Oppone è la opinione dello Ehrenreich. Egli, d'accordo con la teo. sia della scuola storico-culturale di Vienna sul monoterreno originario dei primitivi, sostiene che è dell'Estere Supremo che viene a staccarsi man mano a a formarsi la figura dell'e. c., il quale acquista vita e vigore in proporzione inversa di quanto l'idea dell'Essere Supremo viene ad affievolirsi, presso culture che si allontavano dalla forma originaria. La figura dell'e. c. manca infatti tra i Pigmei, presso i quali il concetto e il culto dell'Essere Supremo hanno la loro manifestazione più pura. La troviamo, tuttavia, presso popolazioni anche esse molto primitive quali quelle della California centrocentenormale. Demiurgo nelle tradizioni cosmogoniche degli Mignodimi e Nonaborho (conosciuto anche come Manabosh, Messou, Michabo, ecc. presso un gran numero di tribù). Per gli Una della Terra del Fuoco Teu. nolad, l'Estere Supremo, Colui che sta in cielo, poco si cura delle cose degli uomini, tranne che per infliggere loro delle punizioni, quali la morte, e lascia a Kenos, il primo uomo, l'incarico di occuparsi delle cose di questo mondo. Anzi dà a lui anche il compito di dar forma all'universo e di stabilire le regole sociali e religiose che devono essere osservate dagli uomini. La figura più importante nella mitologia degli Ottentori dopo Taut Gosb, l'Essere Supremo, è Heitsi Eibib, eroe demiurgo nato da una vergine, autore di imprese meravigliose, morto a rinato più volte, che ha assimilato molti tratti del vecchio Essere Supremo. In Africa troviamo la figura dell'e. c. anche nelle credenze degli Herero, dei Cafri, dei Sudonesi dell'interno.

La credenza in e. c. è diffusissima e forse generale in Australia: veriano da tribù a tribù i particolari delle imprese da essi compiute, ma lo sfondo della narrazione di queste è pressoché identico. Una delle figure più rinaturaliche è Prolaputia, il protettore degli Aranda. Essi, come ritiene A. W. Howitt, non crearono gli uomini, ma il perfezionarono soltanto con i loro insegnamenti. Tra i Warrungeri, però, la creazione degli uomini è attribuita agli e. c. L'e. c. dei Maori era Tane, figlio del Cielo e della Terra. Aveva anche il carattere di creatore. Maa, invece, l'eroe di molti miti polinesiani, non percepiso alla vicenda della creazione, ma è lui che costringe il sole ad un corso regolare, che procura agli uomini il fuoco e compie in loro favore molte imprese. Ma dove la figura dell'e. c. ha maggiore sviluppo è tra gli indigeni americani, non solo tra le popolazioni più primitive quali appunto quelle sopra citate, ma anche tra le popolazioni a cultura più evoluta. Tale è appunto il Bochica del Chibcha, che costituisce uno degli esempi più chiari di eroe civilizzatore. Subordinato all'Essere Supremo Chi-ral-til-gogua, è lui che insegnò agli uomini l'agricoltura, le arti, la piu'á e poi si ritirò dalle cose di questo mondo, intervenendovi di nuovo una sola volta per impedire una inondazione della valle di Bogotá. Strano è, però, che alcune tradizioni riferiscono che egli a sua volta al servi di un altro essere per completare la sua opera fra gli uomini, un secondo e. c., Nemquetara Sapigua. Ciò è forse da attribuire ad una confusione di tradizioni, o meglio ad una ripetizione di una identica figura attraverso un accavallamento di versioni differenti di uno stesso mito, che vengono poi a costituire un unico racconto.

Bocc. A. W. Howitt, The native tribes of South East Australia, Londra 1904, passim; P. Ehrenreich, Chiton und Heilbringer, in Zeitschrift für Ethnologie, 38 (1906); W. Hodze, Handbook of

American Indians North of Mexico, Washington 1907-10 (Bull. of Bureau of Amer. Ethnol., Smithsonian Institution, 30); A. L. Kroaber, Handbook of the Indians of California, Washington 1925 (Bull. of Bureau of American Ethnol., Smithsonian Institution, 58); W. Schmidt, Der Ursprenc der Osttreilee, I-VI, Münster 19061940, passim; W. Wundr, La psicologia dei popoli, Torino 1909; H. Baumann, Schöpfung und Urzeit der Menschen im Mythen der Africanischen Völker, Berlino 1946, passim; Handbook of South American Indians, I-V, Washington 1946-49, passim (Bull. of Bureau of American Ethnol., Smithsonian Institution, 143); R. Pettazzoni, Miti e leggende, I, Torino 1948, passim. Tullio Tentori

EROICO, ATTO. - E chiamato eroico ogni atto umano che non può esser posto dalla persona, se non con straordinaria o grandissima difficoltà morale. Non è sempre possibile determinare con assoluta sicurezza quando vi è l'eroismo, in quanto circostanze oggettive e soggettive di vario genere talora imponderabili, concorrono a costituire l'a. e. Anche l'esercizio della virtù, per quanto ordinaria e di facile osservanza se presa nelle singole sue manifestazioni, può costituire vero eroismo, se protratta per tutta la vita o per un periodo molto lungo ed osservata con particolare perfezione. Ordinariamente basato questo eroismo alla beatificazione (v.) e canonizzazione (v.) dei servi di Dio. Questo eroismo però, che si può chiamare abituale, è diverso da quello richiesto per compiere una sola azione o una serie di poche azioni, per le quali è richiesto nel soggetto il disprezzo della stessa vita o di uno dei beni massimi della persona, p. es. della libertà.

I teologi e i moralisti intendono parlare di a. e. in questo secondo senso quando trattano dell'oggetto della legge, e si domandano se sia possibile imporre alla massa dei sudditi o ad alcuni di essi e. e. di questa natura. Seguendo l'indirizzo della Chiesa, la risposta è negativa, qualora la legge riguardi i sudditi in massa : la legge non può imporre a. e. Fanno eccezione a questa norma le leggi divino-naturali non solo perché Dio è assoluto nadrone della vita di ognuno, ma anche perché in realtà, nell'imporle, Dio dà sempre i mezzi naturali e soprannaturali necessari alla loro osservanza. Per questo ognuno deve piuttosto subire la morte che rinnegare la fede. Ma all'infuori delle leggi divino-naturali, nemmeno le leggi divino-positive fanno eccezione, in quanto, per i casi nei quali è necessario un vero eroismo perché siano osservate, si presume legittimamente che Dio ne sospenda l'obbligo. Casi, ad es., nessuno sarà obbligato a santificare la festa ascoltando la Messa o astenendosi dal lavoro, se, per andare in Chiesa, si corra serio pericolo di venire uccisi dal nemico o se non lavorando venisse a mancare il necessario sostentamento per continuare a vivere.

Le leggi invece puramente umane, tanto civili che ecclesiastiche, non possono mai imporre a. e. in via generale; lo possono in casi particolari, solo a condizione che ciò sia assolutamente richiesto dal bene comune oppure che le medesime persone si siano poste spontaneamente in situazioni sociali tali, che richiedono azioni eroiche. Per il primo motivo la sentinella dovrà compiere il suo dovere, anche a costo della propria vita, essendo ciò richiesto dal bene comune; per il secondo, i chierici in morte e i religiosi dovranno osservare la costitú perferta; i parroci e i pastori di anime rimanere generalmente al loro posto, anche con il pericolo della vita; i religiosi votati al servizio degli oppressi o dei lebbrosi, servirli anche con il pericolo prossimo di contagio mortale.

In conseguenza dei principi esposti, normalmente le leggi non impongono a. e. Comunque, osservano i moralisti, che se ciò facessero, salve le eccezioni predette, esse non avrebbero effetto. La ragione di ciò sta nel fatto che tra le condizioni richieste dalla legge perché sia valida, vi è che la sua osservanza sia praticamente possibile. Né è difficile dimostrare che una legge che impone ai sudditi in via generale a. veramente e. sarebbe praticamente inosservabile o per lo meno intollerabile: cesserebbe perciò di essere diretta al bene comune in quanto inutile e quindi cesserebbe di essere legge.

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E necessario però tener presente che il giudizio riguardante l'eroicità di un'azione è di regola riservato al legislatore. Rarissimamente potrà darsi il caso, che i sudditi si esimano dell'obbedire, adducendo il motivo che l'azione imposta è eroica. Ciò vale anche per i casi di precetti dati direttamente allo singole persone.

Per l'a. e. di carità in suffragio delle anime dei Purgatorio, v. Atto EROICO di CARITd.

Biol.: D. M. Prümmer, Theol. mor., I. Friburgo in Br. 1935, n. 184: H. Noldin-A. Schmitt, Theol. mor., I. Innsbruck 1935, n. 148: A. Piccotto-Gennaro, Theol. mor., I. Torino 1940, n. 344: H. Merkelbach, Theol. mor., 3* ed., J. Parigi 1947, nn. 280 e 326: S. Indelicato, De «sancritate», quae pro bestificatione et communicatione servarum Dei requiritur probando, in Monitore ecclesiast., 75 (1956), pp. 109-23. Lorenzo Simeone

EROS: v. AMORE E PSICHE.
ERRICO, Gaetano, venerabile - Fondatore dei Missionari dei SS. Cuori, n. a Secondigliano (Napoli) il 19 ott. 1791, m. ivi il 29 ott. 1860 . Fu ordinato sacerdote il 23 sett. 1815 . Fondò nel 1833 la Congregazione dei Missionari dei SS. Cuori di Gesù e di Maria e nel 1846 ne ottenne l'approvazione definitiva dalla S. Sede. Svolse il suo apostolato in quasi tutta l'Italia meridionale; si prodigò nelle epidemie coleriche del 1836-37 e del 1854 . Godette la stima dei pontefici Gregorio XVI e Pio IX, mentre Ferdinando II di Napoli gli concesse libera entrata e corte e più volte gli aprì la sua coscienza. Il 18 dic. 1884, Leone XIII lo dichiarò venerabile.

Biol.: P. Rocio-M. Longo, La Chiesa e l'Addolorato del ven. G. E., Napoli 1934.

Luigi Maria Grande
ERROMANGO, ISOLE: v. NUOVE EBRIDI, vIcarlato apostolicO delle ISOLE.

ERRORE. - Dal lat. errore, divagare, svilarsi, è, in senso largo, l'allontanamento dalla verità nel pensiero e nell'azione; in senso proprio e ristretto alla conoscenza, è un giudizio, o affermazione oggettivamente falsa. Accettando la definizione della verità come "conformità fra il pensiero e l'essere" e. è quindi l'affermazione o la negazione mentale positivamente difforme dalla realtà. Da questo senso originario soggettivo è derivato quello oggettivo per cui e. vale talora come sinonimo di proposizione falsa: così si parla, ad es. di e. contenuti in una dottrina, in un sistema. Come affermazione mentale positivamente difforme dalla realtà, l'e., in senso proprio, va essenzialmente distinto dall'e. puramente negativo con cui si suole indicare la semplice inadeguatezza e incommensurabilità della conoscenza umana con il reale.

Il problema dell'e., per la sua connessione con quello della verità e per le imbarazzanti aporie cui sembra dare luogo, è stato fin dall'antichità oggetto di interesse e di indagine da parte della filosofia. Protegora, in base al principio soggettivistico ("l'uomo è misura di tutte le cose», Theael., 152 A), negava la realtà dell'e. (Euthyd., 285 C). Platone, che considerò ampiamente il problema, mettendone in luce le difficoltà, pur affermando l'e. consistere nel giudizio. in quanto questo può riunire due nozioni che vanno distinte, non pervenne tuttavia a una determinazione adeguata della cause dell'e., la cui spiegazione veniva resa più ardua dalla teoria della conoscenza come reminiscenza intuitiva delle idee. Questa indeterminazione quanto alla genesi e alle cause dell'assenza erconio resta in Aristotele, il quale suole considerare il giudizio più come oggettiva composizione di concetti che non come atto mentale sintetico-percettivo. Comunque, Aristotele stabilisce il principio fondamentale che il vero e il falso si trovano soltanto nella proposizione, in quanto questa è affermazione conforme o difforme dalla realtà, e quindi nel pensiero che la esprime (cf. Met., IV, 7 , 1011 b 25). Inoltre Aristotele pone in rilievo le illusioni dei sensi e accenna pure all'influsso che sul retto giudi-
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Eroico, Gartano, venerabile - Ritratto del ven. G. E., di R. Spand, conservato nella Casa Madre di Secondigliano.
sio esercitano la volontà e il temperamento. Il volontarismo nel problema dell'e., un volontarismo assai complesso, in quanto si connette con la questione del peccato originale e delle sue conseguenze, si accentua in s