volume-05

Back to Volumes
tazioni della sua potenza ("uno dei giorni c), per punire i persecutori e liberare i suoi fedeli. Tra queste manifestazioni emerge senz'altro quella contro la città deicida (Mt. 10, 23; 26, 63 sg.); la distruzione del Tempio e del culto, segno della fine dell'èra del Vecchio Testamento e compimento delle profezie di Gesù (Lc. 13, 34 sgg.; 19, 42 sgg.). Essa segnava inoltre la fine della feroce persecuzione giudaica contro la Chiesa (Hebr. 13, 7; 10, 32 sgg.; Att. 4, 1-31; 5, 17 sgg.; 6, 11 sgg.; 7, 54-8, 3; 12, 1-4; ecc.). Gesù parla ai fedeli di Palestina; la liberazione promessa è direttamente per essi (Lc. 21, 28, 31).

Quindi Gesù si riferisce a questo castigo determinato (17, 25. 30). Invece di investigarne il tempo (cf. I Thess. 5, 1-11), i discepoli curiosi di essere sempre in grazia, ché nel castigo nazionale anch'essi potranno essere sorpresi dalla morte (vv. 26-30, 33-36). Gli Apostoli chiedono dove il castigo s'abbatterà; Gesù risponde con una locuzione provertiale (Job. 29, 30); la preda è Gerusalemme; gli avvoltoi sono le legioni di Roma (cf. Mt. 24, 28). I fedeli con la preghiera potranno affrettare

## Page 346

l'intervento del Messia (18, 1-8; cf. Act. 4, 23-31; 12, 5, 12; L. Tondelli, Gesú, pp. 364-68; A. Feuillet). I rapporti letterari tra L c .17 e Mt. 24, Mc. 13, Lc. 21 sono evidenti (Lagrange, Loc., p. 462) : sono due discorsi sul medesimo soggetto pronunciati in circostanze diverse; Matteo e Marco hanno conservato soltanto il secondo. Quanti in questo hanno visto annunziata anche la fine del mondo (Lagrange, Huby, Busy, ecc.), le hanno riferito Mt. 24, 36 a non Mt. 24, 34, come esige tutto il contesto scientifico. Ma in realtà, si tratta solo della fine di Gerusalemme. Gli Apostoli chiedono quando avverrà la distruzione del Tempio e quali segni la precederanno (Lagrange, Evangile, p. 465 sg .). Mt. 24, 3b; Mt. 10, 23, ecc.; e Mt. 24, 3e; Hebr. 9, 26. E la fine di un mondo, non la fine del mondo (Spadafora, pp. 10-45). Né è possibile fissare nella risposta un passaggio ad altro argomento (B. Rigaux, p. 224; F. Segarra, in Biblica, 19 [1938], pp. 351-34). Gesù incomincia con i segni remoti : poerreciciagure collective, persecuzioni contro i discepoli, e infine, la predicazione del Vangelo in tutto il mondo (Rom. 1, 8; Col. 1, 6). Il segno prossimo a inconfondibile della fine è l'avanzata dell'esercito romano su Gerusalemme (Lc. 21, 20), la profanazione del Tempio fatta dagli zeloti (Mt. 24, 15; Mc. 13, 14); unico scampo è la fuga. Comincia allora la grande comunità, l'assedio; nessuno ne scamperebbe se Dio non ne accorcisse la durata per i fedeli che vi incapperanno (Mt. 24, 21-25; Mc. 13, 2023; Lc. 21, 23b). L'epilogo della tragedia con la liberazione dei superstiti sarà palese ed inconfondibile come il lampo che passa folgoreggiando dall'est all'ovest: cf. Mt. 24, 26 sgg. (Lc. 17, 25 sg. 37), che con L c .21,24 servono di passaggio tra la calamità finora descritta e l'atto finale. Questo è annunziato con le immagini grandiose dello stile profetico (Mt. 24, 29; Mc. 13, 24; Lc. 21, 25 sg.). Mt. 24, 300 è solo riferimento a compimento della profesia di Zach. 14, 2: non visione fisica (cf. Mt. 26, 64; Mc. 9, 1), ma riconoscimento della rivincita della Croce; allo stesso modo che in I a .19,37 per Zach. 12, 10. Sarà un tutto generale delle gente giudizica che dovrà riconoscere d'essere stata punita per la crocefissione del Cristo.

La fine della nozione giudaica sarà la liberazione per la Chiesa (Lc. 21, 28), il suo sviluppo se ne avverataggerà. Tale manifestazione del Cristo in favore della Chiesa è espressa in Mt. 24, 30b, Mc. 13, 26 (Dan. 7, 13 sg.; cf. Mt. 36, 63 sg.), con gli elementi descrittivi (Mt. 24, 31; Mc. 13, 27) che ordinariamente l'accompagnano (cf. Mt. 16, 27 sg.; per émavvó γ a cf. Mt. 23, 27); ed in termini propri de L c .21,28,31.

Con la parchola del fico (Mt. 24, 32 sgg.; Mc. 13, 28 sg.; L c .21,29 sgg.) Gesù pone al primo posto questa profezia di conforto e di vittoria per la sua Chiesa, coordinando ad essa il vaticinio della fine di Gerusalemme. Tutto sicuramente avverrà nell'àmbito di quella generazione, mentre ne è taciuto il momento esatto (Mt. 24, 34 sgg.). Seguono gli ammonimenti per la vigilanza, come in L c .21,17.

Come tutto l'insegnamento paolino (cf. II Cor. 5, 1-10; Phil. 1, 21-26; Rom. 11, 25 sg.; ecc.) impone l'esclusione di ogni errore, illusione, evoluzione nell'Apostolo sulla prossimità della parusia (cf. Allo, Apoc., pp. cxxivxxxv), cosi le sue ripetute e chiare affermazioni sulla universalità della morte e della ricurrenione (A. Romeo, in Verb. Dom., 14 [1934], pp. 328-36) devono guidare l'esegesi di I Thess. 4, 15 e I Cor. 15, 51. "Noi vivi superstiti, alla parusia del Signore non perverremo prima dei nostri morti. Perché al segno celeste, prima risorgeremo tutti, a poi voleremo verso il Cristo insieme, noi oggi sopravvivenii con i defunti che piangiamo». Si è sempre congiunto resplazifícesa con elc. vby responda, intendendo "noi lasciati per la parusia" e traendolo al futuro; ma al v. 17 è ripetuto senz'altra aggiunta; né seppilelecoùva si costruisce mai con elc. S. Paolo corregge il tutto eccessivo dei Tessalonicesi ricordando loro (oltre alla verità che il giusto è già con il Cristo) la resurrezione finale che restituirà al nostro affetto per sempre anche quei corpi ora dissolti. Infine I Cor. 15, 51: "Tutti risergeremo (come ben traduce la versione latina: oú xogxŋ̨̨́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀́̀

## Page 347

sertora dell'indipendenza danese, scriveva dalla prigionia che preferiva soffrire per i suoi che dominare fra essi. Nel 1577 si ritirò a Chiaravalle dove moriva in concetto di santità.

Bun.: T. Schmid, Eshil. Boteid orh David. Tre svenhe felam, in Sramlin, 4 (1931), pp. 102-14; L. Wiebel, En semtida hederite frite Gtorrnne un orhrbithon Sihil un Loxel. (Isd., pp. 270. 200; F. Jondan, L'Allrmague et l' Irelle au XIIr et XIIIr siècle, Parigi 1930, p. 27.

Alberto Ghinato
ESCHIMESI. - Nome collettivo per indicare un gruppo di piccole tribù abitanti la Groenlandia, il Labrador, l'Article canadese fino all'Alasca e la Siberia. Gli E. furono conosciuti dagli Europei nel sec. XVI, in cui si tentava il passaggio del nordovest. Furono cosi chiamati dagli indiani algonchini, i quali li cacciavano nelle regioni deserte del nord. *Eschimo* (egathineou) significa : mangiatore di carne cruda; essi stessi, però, si chiamano Inuit (cioè a uomini *).

Le regioni inospitali del nord artico impongono agli E. un modo di vivere molto più primitivo. Vivono in piccoli gruppi di poche famiglie e si procurano gli alimenti con la caccia e la pesca. Durante i mesi della breve estiva abitano sotto la tenda e durante l'inverno sotto capanne di ghiaccio e di neve dette cjlo. I vestiti sono fatti con le pelli degli animali uccisi. La vita religiosa consiste in riti superstitiosi dalla nascita alla morte, dove lo stregone esercita un grande influsso.

Tutte le tribù eschimesi, eccetto gli Aleuti, che hanno una lingua propria, parlano la medesima lingua in diversi dialetti. La lingua è sintetica, anzi polisimetica, con declinazioni e agglutinazioni nella medesima parola, ricca non di diverse idee sostanziali, ma di tutte le sfumature e relazioni immateriali del pensiero, e cosi è altamente filosofica.

Evangelizazionf. - Dal 1721 il missionario norvegese Hans Egede, seguito poi dalla Società di Harzolini, diffuse il protestantesimo nella Groenlandia, e dal 1732 la missione fu estesa anche al Labrador. La Chiesa russooronitessa iniziò l'attività missionaria presso gli Aleuti nel 1794. Nella seconda metà del sec. 212 varie società protestanti e da parte cattolica i Gesuiti iniziarono le missioni tra gli E. dell'Alasca, dopo che nel 1887 l'Alasca fu venduta dai Russi agli Stati Uniti. I Gesuiti fondarono diverse stazioni assai fiorenti. Tra gli E. dell'Artide canadese la missione cattolica fu efficacemente stabilita solo nel nostro secolo. E vero che gli Oblati di Maria Immacolata, spingendosi verso nord, più di una volta già dal 1860 avevano preso contatto con gli E., ma la fondazione di una missione stabile fu impossibile. Soltanto nel 1911 mons. Gabriele Breynst, degli Oblati di Maria Immacolata, vicario apostolico del Mackenzie, inviò i primi missionari, cioè i pp. Giovanni Battista Rouvibre e Guglielmo Leroux allo scopo di fondare una missione sul fiume Coppermine. I due missionari, però, furono nel 1913 trucidati dagli E. Più tardi un altro missionario, il p. Giuseppe Frapsauce, mori annegato nel Grande Lago degli Orsi; dal 1920 gli Oblati riuscirono ad implementarsi solidamente tra gli E. sul Gran Lago degli Orsi, sul fiume Coppermine e sull'isola Victoria. Negli anni seguenti penetrarono anche nei territori del delta del fiume Mackenzie e delle isole antistanti. Nel 1912 mons. Arsenio Turquetil riusci a fondare la prima missione tra gli E. della baia di Hudson a Chesterfield Inlet. Derta missione fu elevata nel 1925 a prefettura apostolica, nel 1931 a vicariato apostolico di Hudson Bay, e sotto l'energica direzione del medesimo mons. Turquetil prese un ottimo sviluppo e poté essere allargata fin alle regioni più nordiche. Negli ultimi anni gli Oblati hanno fondato pure una missione tra gli E. della costa settentrionale del Labrador. - Vedi tav. XI.

Bun.: A. Turquetil, L'Esquinena, Montréal 1927; J. Richter, Allgemeine Evangelische Missionsgeschichte, V. Gütersloh 1932, pp. 446-48; P. Duchassania, Ann piano polaires, Parigi 1933, pp. 449-58; A. Santon, Jesuitas en el Polo Norte. La misida de Abahe, Madrid 1942.

ESCHIUS (van Essche), Nikolaus. - Teologo ascetico-mistico, rappresentante della mistica pratica della scuola di Gerardo (v.) Groot, n. a Oosterwijk nel Brabante il 1507, ss. a Diest (Belgio) il 19 luglio 1578. Studio alla scuola dei Fratelli della vita comune di Hertogenbusch e all'Università di Lovanio. Sacerdote nel 1530 , si recò a Colonia come precettore in casa di H. Herli e attese con successo all'educazione della gioventù.

Tra gli altri, furono suoi allievi L. Surio (v.) e s. Pietro Canisio, che ne subì notevole influsso ed ebbe per lui parole di alto elogio (Confessionum, I, ed. Braunsberger, Friburgo in Br. 1896, pp. 17-18).

La malferma salute non consentì a E. di prendere l'abito certosino e doverle concentarsi di ricevere ospitalità in una casa dell'Ordine. Nel 1539 fu nominato direttore del beghinaggio di S. Caterina a Diest, di cui si può considerare secondo fondatore, e il card. Granvella lo nominò scriptore di quel decanato.

Scrisse opere di teologia ascetica e mistica, indirizzate in modo particolare alle persone che vivono nel mondo e desiderano seguire un più alto ideale di vita cristiana: Carmen Phalectum in lundem D. Dionysii Corihatione, in Dionysii II. contra Alchoramun (Colonia 1533); Die grote evangelische Perle (Anversa 1542) ed. latina: Margarita evangelica (Colonia 1545); Corte eud laysligen regel' van leven (ed. latina: Isagoge seu Iatroductio in vitam universam, Anversa 1563 con il Templum animos); Exercitas theologiae mysticae (ivi 1565); Exercitia spiritualia, quoe compendio hominem in Deum transformare queant, auth. D. N. Eschio magnae apud Brabantes existimationis et pietatis viro (Roma 1612). Tradusse di G. Tzulera: Exercitus ex vita et pastione Salvatoris (Colonia 1548, Anversa 1551, 1565; l'ed. reca in appendice: Adiuncta sunt fere eiusdem argumenti alia quaedam exercitia prontus divino, auth. D. N. Eschio). In trad. it.: Meditazioni fue et divote di N. Giovanni Tonlero sopra la Vita et Passione di Gissu Christo. Tradutii in colgar fiorentino dal rev.mo mons. Alessandro Strozzi, gentil'interno fiorentino, e vescovo di Volterra. Apprese alcuni esercitii non men cattolici che dotti di M. Nicolò Eschio, tradutii per la medesima (Firenze 1572).

Bun.: J. Harzolini, Bibliotheca Coloniensis, Colonia 1747, p. 225 sge.; V. Du Ram, Nic. Eschii vita et opera ascetica, Lovanio 1898; Vinter, III, col. 133; O. Braunsberger, B. P. Ca. nini: E. Y. Epistolae et Acta, I. Friburgo in Br. 1896; A. Magor, s. v. in LThK, III, col. 702 sg.

Mario Gaspari
ESCHOL ( { }^{\text {e }} eñol a grappolo d'uva o). - Arameo, fratello di Mambre, uno degli alleati d'Abramo, che lo seguirono nella razzia contro Chodorlahomon, re di Elam (Gen. 14, 13. 24).

La valle di E. "(Volg. torrens botri), data la parentela su accennata con Mambre, va ricercata nelle vicinanze di Hebron (Gen. 13, 18), un po' a nord (Num. 13, 23 sg .): oggi è la valle el-Hazkeh. Gli esploratori israeliti vi trovarono l'uva meravigliosa che portarono come saggio della fertilità della Terra Promessa (Num. 13, 24 sg.; 32,9; Deut. 1,24).

Bun.: E. Mader, Les fouilles allemandes au Rénus el-KhaIII, in Revue biblique, 37 (1950), pp. 217-19; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I. Parigi 1933, p. 403 sg.; F. Zorell, Lexicon hebraicum, I. Roma 1940, p. 85; A. Chener, Les Nombres (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1946, p. 320.

ESELAUSTRAZIONE - SECOLARIZZAZIONE. - I. E. - L'e. o s. temporanea, seocalarizatio ad tempus, come la si chiamava prima del CIC, è il permesso accordato ad un religioso, o religiosa che sia, dalla competente autorità ecclesiastica, di dimorare per alcun tempo fuori della religione alla maniera dei secolari (mare seocalarism). E in questo precisamente che sta la differenza fra l'e. e gli altri permessi concessi ai religiosi di vivere fuori della casa religiosa per compiere determinate attività

## Page 348

o ministeri o per ragione di studio (can. 606), di malattia, ecc., ma come religiosi e sotto l'immediata ed effettiva dipendenza dai superiori. L'indulto di e. è concesso dalla S. Sede ai religiosi di diritto pontificio, dall'Ordinario del luogo a quelli di diritto diocesano (can. 638).

La posizione giuridica del religioso esclaustrato viene regolata come segue. Innanzi tutto egli rimane vero religioso e quindi soggetto ai voti e agli obblighi comuni e anche a quelli specifici che possano conciliarsi con lo stato attuale (can. 639). Perciò, nonostante il voto di povertà, gli esclaustrati hanno bensì il libero uso dei beni necessari per la loro sussistenza, ma, riguardo all'acquisto dei medesimi, rimangono in piano vigore i cano. 580 e 582 ; cioè, il professo solenne acquista per l'Ordine, e per la S. Sede qualora quello non sia capace di possedere, mentre il professo di voti semplici acquista solo per la Religione, salvo il diritto particolare, i frutti della propria industria o attività e quello che gli viene dato per riguardo alla medesima Religione. Forme pure restano la coesione dell'amministrazione dei beni e la disposizione dell'uso e usufrutto fatte a norma dei can. 569 . L'ubbidienza, anche in virtù del voto, è dovuta dall'esclaustrato all'Ordinario del luogo dove dimora, che per lui fa le voci del superiore (can. 639). L'esclaustrato non può indossare l'abito proprio della Religione e veste, se chierico, quello dei chierici secolari, salvo che, trattandosi di religiosi di diritto diocesano, l'Ordinario del luogo autorizzi lo ritenzione dell'abito religioso (della Commissione per la interpretazione del CIC; risposta del 12 nov. 1922; AAS 14 [1922], p. 622 ad 2); inoltre perde, durante il tempo che dura l'e., la voce attiva e passiva nella Religione (can. 639). Invece continua a godere i privilegi meramente spirituali, come indulgenze, facoltà di benedire, ecc., nonché il diritto ai suffragi in caso di morte (ibid.), salve, per altro, le costituzioni che espressamente dicano il contrario. Sembra pure che, in caso di bisogno, la Religione sia tenuta verso l'esclaustrato al sussidio caritativo al quale sarebbe obbligata verso il religioso dimesso a norma del can. 671,5^{°}; anzi da alcuno si ritiene quest'obbligo di stretta giustizia, se l'e. si è verificata di pieno consenso dei superiori. Finito il tempo per il quale è stata concessa l'e., e qualora l'indulto non venga prorogato, l'esclaustrato deve ritornare immediatamente alla Religione. Può per altro ritornare anche prima che scada il tempo, specie se la causa dell'e. è cessata; ed i superiori possono richiamarlo per giusti motivi prima della scadenza, ciò che viene riconosciuta espressamente nell'indulto di concessione (formola n. 3).
Vi è un'altra specie di e., ad nutum Sanctae Sedis, in uso presso la S. Congregazione dei Religiosi, per cui si concede, in casi speciali, ad un religioso la facoltà sine die di rimanere nel secolo come il semplice esclaustrato. In questi casi non si esige che i religiosi trovino un vescovo che li riceva come per gli altri esclaustrati, ma c'è licenza di rimanere fuori della Religione soggetti alla S. Sede. S'intende che per esercitare i ministeri sacri, per celebrare ecc., abbisogna il permesso dell'Ordinario del luogo.
II. S. - E, secondo la disciplina introdotta dal CIC, e la dispensa o rilassazione assoluta e perfetta della professione religiosa. (can. 638). Si è detto secondo la disciplina introdotta dal CIC, perché prima vi era la dispensa dei voti semplici e la s. propria dei Regolari, temporanea o perpetua, che non implicava però dispensa dei voti. Conseguentemente il secolarizzato rimaneva vero religioso legato dai voti, ma con l'indulto di rimanere fuori della Religione o per un tempo determinato o anche perpetuamente. Adesso, invece, il concetto di s., che importa la cessazione dei voti semplici e solenni, è comune a tutti i religiosi. Il secolarizzato è dunque ridotto allo stato secolare. Conseguentemente: 1) si separa completamente dalla Religione, depono l'abito e sia nella Messa e nelle Ore canoniche, sia nell'uso e nell'amministrazione
dei Sacramenti viene equiparato ai secolari (can. 640 \ 1, 1^{°}; risposta del 12 nov. 1922 della Commissione per la interpretazione del CIC; AAS, 14 [1922], p. 662 ad 1.); 2) è sciolto dai voti religiosi, restando però fermi gli obblighi annessi agli Ordini sacri; ma non è più tenuto né alle Ore canoniche imposte dalla professione né alle regole e costituzioni (loc. cit., 2^{°} ); 3) se per indulto apostolico viene riammesso nella Religione, deve rifare il noviziato e la professione a norma delle costituzioni, e prende il posto fra gli altri religiosi secondo l'ordine della nuova professione (loc. cit., 3^{°} ). Questo però non varrebbe per i secolarizzati prima del CIC, perché la s. non produceva allora lo scioglimento dei voti.

Speciale considerazione meritano i secolarizzati ordinati in sacris. Innanzi tutto va notata la differenza che passa fra quelli che perdettero la diocesi per la professione (can. 582) e quelli che non l'hanno perduto; questi, ottenuto il rescritto, devono ritornare alla propria diocesi e l'Ordinario non può non riceverli, mentre quelli non possono lasciare la Religione se non trovano un vescovo che li accetti, e, se lo fanno, viene loro vietato l'esercizio degli Ordini sacri (can. 641 § 1). Questa proibizione non è la sospensione connessa di cui si parla al can. 2278 § 1 , che sanciva il decreto Auctis admodum (S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, 4 nov. 1892, n. VI; CIC, Pontes. IV, p. 1031 sgg.). Anticamente con facilità si concedeva al secolarizzato licenza ad annum et interim di uscite dalla casa religiosa per cercare più agevolmente il vescovo che lo accogliesse; adesso, invece, non si autorizza la uscita prima di averlo trovato, anzi nella petizione dell'indulto vuole la prassi che si aggiunge il documento dell'accettazione. Soltanto il vescovo, non il vicario generale senza speciale mandato, né il vicario capitolare se non dopo l'anno di vacanza della sede e con il consenso del Capitolo (can. 113) può ricevere il secolarizzato, il che fa o assolutamente o ad esperimento per un triennio. Nel primo caso, si ha senz'altro l'incardinazione nella diocesi; nell'altro, si concede al vescovo di poter prorogare l'esperimento per un nuovo triennio, compiuto il quale, se il secolarizzato prima non è stato rimandato, rimane incardinato nella diocesi (can. 641 § 1). Sembra che il vescovo non sia tenuto ad attendere il triennio per congedare il religioso che non risponde ai suoi desideri, il che appare chiaro dall'indulto di s. ad esperimento, dove si dice che il religioso deve far immediatamente ritorno alla Religione qualora, "perdurante esperimenti tempore ab Ordinario, preamontita Superioribus, dimittatur" (formola n. 12). In verità, la s. ad experimentum, secondo la prassi della S. Congregazione dei Religiosi, non è che una s. in via della effettiva s. Quindi, se il religioso è rimandato dall'Ordinario, deve far ritorno alla Religione e questa è tenuta a riceverlo. Secondo una dichiarazione della Congregazione del 1 ag. 1922 (AAS, 14 [1922], p. 501), l'indulto di s. non ha nessun valore, anche se domandato dal religioso ed eseguito dal superiore, se non viene accettato dal religioso medesimo, essa alla quale questi non è tenuta.

Da notarsi anche le incapacità introdotte prima dal decreto Quam minoris del 15 giugno 1909 (AAS, I [1909], 526) e riportate dai can. 642 del CIC. Secondo il citato canone, ogni professo che ritorna al secolo, anche se a norma del can. 641 possa esercitare gli Ordini sacri, non può senza speciale indulto della S. Sede: 1) ottenere nessun beneficio nelle basiliche maggiori e minori e nelle castedrali; 2) esercitare alcun magistero e alcun ufficio nei seminari maggiori e minori o collegi dove si educano i chierichi, né nelle università e istituti che godono il privilegio apostolico di conferire i gradi accademici; 3) tenere uffici o cariche nelle curie episcopali e nelle case religiose di uomini o di donne, anche se di diritto diocesano (can. 642 § 1). Questo vale pure per i religiosi di voti temporanei che, dopo esserne stati legati per sei anni completi, ne furono dispensati (loc. cit., § 2). Questa legge, restrittiva dei diritti, va interpretata strettamente (can. 19). Conseguentemente non comprende, così pare, i non ordinati in sacris, né gli esclaustrati, né i religiosi di voti tem-

## Page 349

porataci che escono dalla Religione, ma spontaneamente, finito il sempe per cui li emisero. Invece, secondo una risposta della Commissione per l'interpretazione autentica del Codice (24 nov. 1920; AAS, 12 [1920], p. 573 sg.), comprende i secolarizzati prima della promulgazione del CIC.

Finalmente, il religioso secolarizzato non ha nessun diritto ad essere ricompensato per i servizi, anche straordinari, prestati alla Religione (canr. 643 § 1, 580 § 2, 582), né questa può esigere nessun indemniso per le spese fatte per il religioso secolarizzato. Questo riacquista la piena capacità di possedere, amministrare e disporre delle sue cose, ma la Religione ritiene come perfettamente acquisito quello che le pervenne in virtù della professione solenne del religioso a norma del can. 582. Alla religiosa secolarizzata deve però restituirsi l'intero dato senza i frutti già maturati (can. 551 § 1); ma se fu ricevuta senza dare e con dolo insufficente e non ha onde provvedere a se stessa, deve la Religione darle per carità quel tanto che sia necessario per ritornare convenientemente e sicuramente a casa sua e anche perché possa vivere per qualche tempo, da determinarsi di mutuo secondo e, in caso di discorso, dall'Ordinario del luogo (can. 643 § 2).

BISL.: P. Piot, Pradectiones iuris regularis, 1. Tounni 1888. p. 114 ag.; F. Pizzocli, De induita exsituatronizati secuan iuonide. ricalionis. Grecu Bay 1922, p. 182 sgg.; S. Gowvache, De religinis et lauris, Roma 1917, nn. 90 sgg.; J. Creuers, Religinus et religinus, 2² ed., Bruxelles 1940, nn. 222 sgg.; T. Scheele, De religinis, 4² ed., Münster in West. 1947, nn. 1220 sgg.

Servo Gowniche
ESCOBAR, ANDREA de. - Notissimo teologo e canonista benedertino del sec. xv, n. a Lisbona. Le sue opere, in gran parte inedite, sono state tramandate alla porscrità in un numero straordinariamente elevato di manoscritti. Assistette ai Concili di Costanza, Basilea e Ferrara-Firenze; a quest'ultimo previo l'ebiura delle sue rigide idee conciliaristiche.

Degnissimo di nota è il suo trattato De Graecis eremitibus, composto come norma per la futura unione fiorentina. In esso, oltre all'originalità nelle parti elaborate indipendentemente dal suo modello s. Tommaso, avemó per primo il principio non soltanto della validità ma anche della legittimità dei diversi riti nella Chiesa, da doversi ugualmente rispettare senza dar preferenza al reo latino, purché non siano intaccati da errori dottrinali.

Molti furono scritto sull'E., ma i fatti della sua vita, mancande fino adesso la vera conoscenza delle fonti, vengono presentati generalmente con poca sicurezza critica.

BISL.: J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, pp. 430441; L. Walters, Andreas von E., ein Vertreter der bauxiliaren Theres von Andreas der 15. Jahrhundert, Mittrater in West, 1921 (l'opera più completa finora, ma poco critica); E. Candel, Andris de E., Obispo de Meguen, firmante del Decreto Florentino - pre Graecis-, in Or. Chr. Por., 14 (1948), pp. 80-104.

Emmanuele Candel
ESCOBAR, MARINA de, venerabile. - Mistica brigidina, tra le figure più significative della Spagna cattolica del primo ' 600 ; n. a Valladolid l'8 febbr. 1554, m. ivi, il 9 luglio 1633 . Di alta intelligenza, ricevette un'educazione nobile. La sua vita è una fioritura di fatti mistici, rivelazioni e illustrazioni divine che furono per lei efficace mezzo di perfezione. Fu diretta per oltre trent'anni dal p. Luigi La Puente S. J. che la stimò quale santa e la paragonò a Caterina da Siena e a Teresa d'Avila.

Per suo consiglio scrisse le rivelazioni che si leggono per intero nelle biografia. Arrefece della riforma dell'Ordine brigidino in Spagna, istituil nella città natale un monastero della recollazione, cui diede particolari costituzioni, tratte in parte da a. Brigida, rifuse dal La Puente e approvate da Urbano VIII. Esercitò grande influsso sui contemporanei con l'esempio, gli scritti (lettere) a la parola, incitando all'amore di Dio. Trascorse gli ultimi 30 anni inferma. Fu sepolta nella chiesa del Collegio dei Gesuiti a Valladolid.

Le rivelazioni della ven. E. non hanno ricevuto alcun suggello da parte della Chiesa. Il suo confessore La Puente nell'unico volume della vita in 6 II. (pubblicati dal p. Fr. Cachupin, provinciale della Compagnia di Gesù) erese sulla scorta degli scritti che gli passava la ven. E., ha riportato fedelmente le rivelazioni sui misteri della Trinità e il modo di salire ad essa per il sentiero della Croce, sulla Madonna, gli Angeli e a. Giuseppe (vi è una formula di notario breve che la ven. E. recitava nei giorni di maggiore sofferenza, limitate alla considerazione dei misteri della Natività, Presentazione e Assunzione), sulle anime purganti e sulla salvezza del prossimo.

BISL.: L. da Ponte, De la vida maravillosa de la ven. virgen deha M. de E., natural de l'alladolid, sacada de lo que ella misma escristó de orden de sus padres spirituela, Madrid 1690, ed. latina di M. Manel. Praga 1672, 1688, Napoli 1690; A. Pinto Ramirez, Breve noticia de la vida y muerte de la ven. virgen deha M. de E., natural de Valladolid, se triunfal antierre y gloriosos escusitos que celebró esta illustre ciudad en nueve de fune del ano 1633, Valladolid 1800.

Mario Gaspari
ESCOBARY MENDOZA, ANTONIO. - Gesuita, moralista, n. a Valladolid nel 1589 , m. ivi il 4 luglio 1669. Spiegò da principio il suo talento in alcuni lavori letterari; ma dal rigo lo si trova applicato intensamente a coltivare la teologia morale e a varie opere di esegesi, pubblicate negli ultimi anni della sua vita.

La sua fama, però, è legata a tre opere, assai importanti, divulgate e combattute, di morale: Examen y práctica de confessores y penitentes en todas las materias de teologia moral (non si sa il luogo e la data di pubblicazione; la 1ᵃ ed., di Madrid del 1650 è la 39ᵃ ) in forma di catechismo semplice e popolare; Liber theologiae moralis (Lione 1644), in cui la dottrina, tolta da 23 teologi della Compagnia di Gesù, è quella comune ai tempi, in cui l'E. scriveva. Non si può tuttavia negare che egli è alquanto proclive ad una benignità eccessiva (sostiene, ad es., la licetità del furto nel caso di necessità grave [sentenza condannata da Innocenzo XI il 4 marzo 1679, proposiz. 36; Denz-U, 1186]). B. Pascal fece di questa opera bersaglio ai suoi strati nella 5ᵃ e 6ᵃ delle Lettres provinciales; ma a torto, perché si fonda su tratti avulsi dal contesto e peggio interpretati; Universae theologiae moralis receptiones absque lite seutoniae ( 7 voll., Lione 1652-63). L'E. resta sempre un grande moralista, nonostante la poca esattezza nelle citazioni, i giudizi talora non fondati su solidi argomenti; si può dire un po' troppo benigno, ma non lassista.

BISL.: Sanmervogel, III, coll. 436-44; E. Torvassoren, La verité sur le p. E., in Collection des précis bitumiques, 9 (1860), pp. 31-46; M. Reichmann, E. und seine Misshandlung durch Pascal, in Bittencen aus Maria Lauch, 76 (1909), pp. 223-38; K. Weiss, P.A.E. als Moralthesloge in Pasuals Beleuchtung und in Lichte der Wahrheit auf Grund der Quelle, Klagenfurt 1911; A. Astruin, Historia de la Compa de Jesus en la Asistencia de Ego., V, Madrid 1916, pp. 89-91.

Colestino Teatore
ESCORIALE (EL ESCORIAL). - Borgata a ca. 40 km . da Madrid, famosa per un grandioso complesso di costruzioni, fondato da Filippo II, in memoria della vittoria di S. Quintino. Iniziato nel 1563 , su progetto e con la direzione di Juan Bautista de Toledo e poi di Giambattista Castello e di Juan de Herrera, l'edificio ha pianta rettangolare.

Vivono compresi il centennio di S. Lorenzo, due grandi cortili, la chiesa a croce greca, il Palazzo reale, il Pantheon dei Re, quello degli Infanti, la cappella maggiore e la vecchia chiesa. Le lunghe facciate, a quattro ordini di semplici Bicestre, sono articolate da maestosi portali e da torri quadrate agli spigoli ed appaiono sormontate dalla cupola e dai due campanili della chiesa. Alla decorazione interna collaborarono insigni artisti, fra cui B. Cellini, F. e L. Leoni, P. Tacco, L. Cambiaso, P. Tibbaldi e L. Giordano. Nelle sale capitolari è un'importante raccolta di quadri. Il palazzo s'adorna di arazzi, fra cui numerosi su cartoni del Goya. L'insigne monumento, pur essendo ispirato all'architettura italiana del ' 500 , ha sapore tipicamente iberico per la sua austera maestosità

## Page 350

ed è la compiuta espressione dello spirito del suo fondatore, che vi si fece trasportare agonizzante, per morirvi, nel 1598 .

Ancha la biblioteca fu fondata da Filippo II con una prima dotazione di 4000 volumi della sue biblioteca personale, tra cui alcuni manoscritti. Nel 1576 vi si aggiunse la biblioteca di Diego de Mendoza gia ambasciatore a Venezia e a Roma. Altra raccolta cospicue vennero da Granada, Piasencia, Majorca, Barcellona; altre da donazioni e da legati testamentari. Filippo IV aumano le rendite lasciate da Filippo II e fu emanato il privilegio che una copia di ogni opera a stampa fosse inviata alla biblioteca; privilegio che, per mezzo dei viceré, fu esteso a Napoli, a Milano, alle Fiandre.

Un incendio nel 1671 distrusse oltre 4000 manoscritti. Nel 1876 passarono all'E. ex. 3000 volumi della biblioteca del Seminario di Cube, fondata da s. Antonio Claret.

Fra i manoscritti si ricordano: L'itinerario di Aetanina dal sec. viI già nell'inventario della cartedrale di Oviedo nel 882, il Codice Aureo, scritto a lettere d'oro, contenente i quattro Vangoli; una Explanación del Apa. valipsis di s. Beato di Liébana del sec. IX; il codice Vigiliano o Albeldense che contiene gli antichi concili generali e particolari di Spagna, Gallia e Africa, le Decretati, la Cronaca di Albelda fino all'anno 976; il Camino de perfectáo, nell'autografo di s. Teresa di Gesù; il Breviario dell'imperatore Carlo V, il Breviario minimo di Filippo II; una Cenografia di Tolomeo dal sec. xv e una Bibbia in ebraico, scritta in Spagna alla metà del sec. xv, ecc. Tra gli incunaboli uno se ne trova di Valencia, del 1475, e uno di Saragozza del 1481, esemplare unico. Ai Gerolamini successero nel 1883 gli Agostiniani, i quali vi istituirono il Real Colegio de Alfonso XIII. - Vedi tav. XLI.

Bull. J. Quevedo, Historia del real monasterio de E. Lorenzo llamado camomano del E., Madrid 1849; J. de Siglincas, Historia primitiva y exacta del monasterio del E. Iordinata da M. Sánchas y Pinillos), ivi 1881; O. Schubow, Geschichte d. Barock in Spanien, Esslingen 1908, v. indice; J. F. Robalo, Arquitectura del Renacimiento español, Barcellona 1929, v. indice; Cottincau, 1. col. 1068: Est. Eur. Am., XX. pp. 868-96. Mario d'Oro.

ESCULAPIO (Asclepiad). - Dio greco della medicina. Numerose etimologie sono state proposte per spiegarne il nome, sia dal greco che dalle lingue semitiche; alcuni hanno anche supposto un'origine preellenica.
![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(G. Enc. Eur. Am., XE, p. 86)
Escordale - Fiante del Reale Monastero di S. Lorenzo. J. de Toledo. G. B. Castello, F. de Herrera (1963-83).

Secondo altri E. sarebbe stato un antico dio etonio (sotterraneo) che aveva culto in una grotta presso Tricca in Tessaglia, forse sotto forma di serpente, e la avrebbé dato oracoli. Poi si sarebbe diffuso nella Focide e in Mescenia; a Delft Apollo sarebbe divenuto padre di E. e, ad Epidauro il culto di E. avrebbe acquistato notevole importanza. Ambedue le ipotesi presentano difficoltà. Certo è che per ragioni sconosciute, siano esse causali e orante, come si è preseso, dall'abile propaganda dei sacerdoti locali, E. divento dio importante ad Epidauro verso la fine del sec. vi e l'inizio del v e. C. e si diffuse rapidamente. Sorsero numerose filiali di Epidauro in Grecia, in Asia Minore e nelle colonie. Dopo il 480 a. C. fu fondata quella di Sicione; nel 422 quella di Egina; nel 420 quella di Arena, dove il serpente sacro, trasportato con un carro da Epidauro, fu ospitato nell'Eleusinian finché non fu pronto il santuario sotto l'Acropoli. La filiale di Munichie è ricordata nel Pluto di Aristefano, quella di Cco sembra risalire al sec. IV a. C., mentre è incerta la fondazione del santuario di Pergamo, salito a grande fama nei secc. 1-11 d. C. : l'attribuzionc al sec. Iv è incerta. Le filiali non danneggiarono Epidauro che rimase sempre la localita più famosa. In molti luoghi E. sostituì e mise nell'ombra divinita pressistenti: a Epidauro, come già detto, Apollo Malesta, che le più antiche iscrizioni ricordano insieme ad E.; a Munichia gli dèi ricordati nel sacrificio preparatorio; a Coo Apollo. Non si sé se le divinità sostituite fossero anch'esse divinita salutari, ma sembra verosimile almeno per Munichia.

I santuari per E. erano detti Asclepiei. Centro del culto era la fonte sacra al dio, incluso nel tempio di cui costituiva la parte più sagrata (adjetos). Presso il tempio erano i porticati destinati ai malati ed ai fedeli. Era praticato il rito della incubazione; dopo digiuni e sacrifici il malato era rinchiuso nell'udytos e vi passava la notte: il sogno che faceva, interpretato dai sacerdoti, decideva la cura, a meno che il malato si risvegliasse guario. Pausania vide ad Epidauro sei stele coperte dalle iscrizioni che ricordavano i sogni e le guarigioni avvenute; tre di queste e frammenti di una quarta sono state ritrovate : narrano guarigioni istantanee e miracolose ed erano destinate ad edificare e a convincere : fedeli della potenza del dio. Tuttavia non si tratta unicamente di suggestione, di ciarlataneria, o miracolo : negli Asclepiei si eseguivano lunghe cure e operazioni chirurgiche; erano veri e propri luoghi di cura, spesso in localita elevata con boschi e clima sano che esercitavano un beneficio influsso sugli ammalati. Non sempre i sacerdoti erano medici, ma in ogni caso erano in possesso di cure e ricette empiriche, spesso efficaci, come, ad es., a Coo quelle contro il morso dei serpenti.

De Podalirio a Macaone, i due figli di E. ricordati nell'Ilinde, discendevano gli Asclepiadi, famosi nell'arte medica. Agli Asclepiadi di Cnido appartenne Ippocrate, il padre della medicina greca. La leggenda conosce numerosi figli e figlie di E., Panacea, Telesforo, ecc.; la più conosciuta è Igiea raffigurata insieme al padre su numerosi rilievi votivi.

In onore di E. si celebravano le feste Asclepieo; in Epidauro le grandi Asclepiee avevano agoni innici e musicali. Fra i culti di E. sono caratteristici quelli dell'Arcadia con templi dedicati a E. fanciullo; quello di Titano nell'Argolide, dove manca ogni cura medica e le serpi sono oggetto di paura. Il simulacro di E. era vestito di chitone e mantello di lana, quello di Igiea era completamente coperto dai capelli che le donne si tagliavano in suo onore.

In seguito all'epidemia del 293 a. C., dietro consultazione dei Libri sibillini, il culto di E. fu introdotto a Roma : il tempio era nell'Isola Tiberina e fu dedicato il 1^{°} genn. 189. Il serpente sacro, portato da Epidauro, si sarebbe rifugiato nell'Isola per indicare che la doveva essere costruito il tempio. Anche qui vigeva l'incubazione ed i malati esplicavano le loro riconoscenza con iscrizioni e doni votivi. Il culto di E. non si diffuse fuori di Roma: rere sono le iscrizioni votive in Italia e nelle province occidentali, dove dio salutare rimase soprattutto Apollo. Gli antichi rappresentavano E. come un uomo ma-

## Page 351

nun, barbuto, con volto dolce e benigno, talvolta pieno di composizione. Attributo erano il bastone e il serpente.

Bull. it. Heraou. Die Wunderkelungen von Epidemm, Lipok 1931: M. Nilsson, Gesibiciste der griechischen Religion, 1. Monaco 1921, pp. 762-64. Per Roma: M. Besnier, L'ile Téb-rier dans l'antiquité, Pariai 1902, pp. 133-242; A. Bartoli, Una notizia di Pliotis relativa all'introduzione in Roma del culto d'E., in Rendiconti Zorodentis dei Lincei, 26 (1927), pp. 273-80. Per la Sicilia: E. Cusceti, Colti e miti nella storia dell'antica Sicilia, Palermo 1911, pp. 228-32.

Lulea Banil
ESDRA. - Sacerdote e scriba (cbr. 'Eerd'; Set-
tanta 'Eed8]2a[z] = "E\px; Volgata Esdras) che ebbe parte prevalente nella restaurazione giudaica in Gerusalemme dopo l'esilio. La sua attività, svoltasi in circostanze difficili, è riferita nei libri di Esdras e Neemia. I due libri, che continuano la storia dei Paraliponent, più che due opere diverse sono due parti della medesima. Gli antichi li hanno considerati come un solo libro (Fl. Giuseppe, Melitone di Sardi, Origene, Epifanio, Girolamo); i Setianta li riuniscono. Unico ne è l'argomento: restaurazione della
![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
[da A. Brüdines, Polyldate Knaakel - Werfer, Brelliae 1929, tnr. 1, 29. I] Eccles.ario - Copia da originale greco del sec. v s. C. Napoli, Museo nazionale.
mazione israclitica dopo l'esilio babilonese; identico ne è il fine : proclamare la fedeltà di Dio e raccomandare l'osservanza della legge; lo stesso carattere si ritrova nei 23 capitoli che formano l'intero racconto.

1. Argonento. - I due libri abbracciano il periodo dal 537 al 433 o, secondo altri, al 398 a. C., oltre ad aggiunte posteriori. L'autore non presenta una storia continua di questo periodo, ma riferisce solo alcuni fatti : primo ritorno degli esuli guidati da Zorobabel e ricostruzione del Tempio (Ezd. i6); secondo rimpatrio di esuli condotti da E., l'anno 7^{°} di Artaserse, e restaurazione religiosa (Ezd. 7-10); ricostruzione delle mura della città per opera di Neemia fra molte opposizioni (Neh. 1-6) e organizzazione politica e religiosa della comunita giudaica (Neh. 7-13). Vari cataloghi (Ezd. 2, 1-70; 8, 1-20; 10, 18-44; Neh. 3, 1-31; 7, 6-69; 10, 1-27; 11, 4-12, 25) elencano le famiglie reduci, i ricostruttori delle mura, i sottoscrittori della rinnovata alleanza.
II. Autore. - Sta per E. la tradizione giudaica (Bäbhd' Bāthra', 15; Sanhedhrin, 930), seguita da Lamy, Kaulen, Cornely-Hagen, Hetsenauer, Seisenberger, Vigouroux, Fillion, Pelt, Sales, Hoberg. Non pochi però ritengono che all'opera di E. siano state fatte aggiunte, che Hoberg, p. es., assegna al periodo ellenistico. Ma è più probabile (Herbst, Haneberg, Berthoau, Fischer, Manganor, Höpfl, Cornely-Merk) che l'opera sia stata compilata in tempo posteriore ad E. con documenti storici del tempo di E. e di Neemia. Si parla infatti dei "giorni di Neemia capo e di E. sacerdote" (Neh. 12, 26) e dei "giorni di Zorobabel e di Neemia" (Neh. 12, 46) come di un tempo passato; Dario persiano (Neh. 12, 22) è Dario III Codomano (335-330); E. è lodato "scriba esperto nella Legge" (Ezd. 7, 6. 11). La tradizione giudaica si sarà ispirata alle fonti esdrine riportate (Ezd. 7, 1-10, 44; Neh. 7, 73-10, 4).
III. Cronologia. - E. viene in Palestina l'anno 7^{°} di Artaserse; Neemia l'anno 20^{°} e poi l'anno 32^{°} di Artaserse. Trattasi di Artaserse I o II (c.). Comunemente si ammetteva che E. fosse venuto l'anno 7^{°} di Artaserse I Longimano ( 458 a. C.), e Neemia il 445 e il 433 (anni 20^{°} e 32^{°} dello stesso re). A. van Hoonacker (seguito da Torrey, Klamath, Touzard, Sales, Ricciotti) nel 1800 avanzò l'ipotesi che primo a venire a Gerusalemme sarebbe stato Neemia, l'anno 20^{°} di Artaserse I ( 445 a. C.), come prefetto della provincia; ivi con E. rimonò l'alleanza (Neh. 8-10); poi E. ritornò in Babilonia, donde partì a capo di reduci esiliati l'anno 7^{°} di Artaserse II ( 398 a. C.). Le principali ragioni addotte da van Hoonacker sono: 1. quando Neemia tratta con Artaserse a quando parla di rimpatriati, prima di lui, non fa cenno di E.; 2. Neemia accusa apertamente i governatori e capi anteriori a lui di essere angariatori e sfruttatori : E. poteva così essere condannato?; 3. quando Neemia arriva a Gerusalemme, le mura della città giacciono ancora a terra in rovina, mentre ai tempi di E. vi è un dato (Ezd. 9, 9) che presuppone compiuta la cinta delle mura; 4. in quel tempo spadroneggiano, a Gerusalemme, Sanaballat horonita, Tabia ammonita, ecc.: di essi non è traccia sotto E.; 5. E. fu contemporaneo di Iohanan figlio di Eliasib (Ezd. 10, 6), il quale è probabilmente il terzo della lista dei sommi sacerdoti, di cui in Neh. 12, 22. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per ammettere uno spostamento così notevole nel testo sacro. Al tempo di Neemia infatti i giudei provvedevano al culto sacro a spese proprie (Neh. 10, 32 sgg .); sotto E. invece la colonia dei giudei era cosi povera da doverai provvedere al culto con l'erario regio (Ezd. 7, 20), povertà che meglio si apiega in un tempo anteriore a Neemia. La soluzione dei matrimoni misti suppone l'attuale ordine, e se in Neemia non si parla della precedente opera di E., lo si deve all'esito poco felice. Né si prova che Iohanan, figlio di Eliasib

## Page 352

![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

ESDRA - Miniatura raffigurante E. nella Bibbia di Borse d'Este (sec. xv), vol. I, f. 139^{2} - Modena, Biblioteca Estense.
(Esd. 10, 6), sia identico al somma sacerdote Iohanan nipote di Eliasib (Neh. 12, 10 sg.) : forse è figlio del sacerdote Eliasib incaricato del gazofilacio (Neh. 13, 4). L'autorità di E. è piuttosto religiosa, e perciò i nemici di Neemia non ostacolarono l'interna riforma religiosa; quindi le lagnanze di Neemia contro i suoi predecessori non roccano E. Il gäthér ( \times muro x ), di cui E. nell'umile preghiera e Dai, non può avere che il senso traslato di "protezione» (cf. Ps. 79 [80], 13), poiché si aggiunge: «in Giuda e in Gerusalemme» (Esd. 9, 9). La cronologia tradizionale sembra confermata dai papiri di Elefantina (v.), del 410 ca. a. C., poiché si parla di una lettera scritta ai figli dell'avversario di Neemia, Sanaballat, evidentemente già morto. Non pare percio vi possa esser dubbio sul tempo della missione di Neemia. L'ordine tradizionale dei nostri libri è quindi sempre preferito dalla gran maggioranza dei cattolici e scattolici.
IV. A. L'attritá storica. - L'autorità storica di EsdraNeemia è attestata dai documenti allegati e dalla concordanza perfetta con la storia persiana. Lo differenze di nomi nelle liste degli esuli si spiegano con le salite oscillazioni nella trascrizione dei nomi.

La politica religiosa di Ciro (v.) e l'accordo con espressioni protocollari che si riscontrano altrove ci assicurano della storicità dell'editro di liberazione in cui si nomina Jahweh. Il silenzio di Estfi. 44-50 non deve sorprendere più dell'emissione di Ass e Iosephst re di Giuda. La tradizione giudaica e cristiana, che ammette l'autorità divina di Esdra-Neemia, e fortiori ammette quella storica; a ben a ragione. I papiri di Elefantina, documenti tanto affini a Esdra-Neemia, per contenuto e fraseologia, ne convalidano la storicità.
V. L'attritá di E. - E., sacerdote e scriba, svolse la sua attività in circostanze difficili. Dopo il decreto di liberazione dato da Ciro (s. 538), nel 537, sembra di primavera, partil il primo nucleo di esiliati, sotto la guida di Zorobabel e del sommo sacerdote Giosuá. Furono subito iniziati i lavori per il nuovo tempio (v. AGGEO).

Dai tempi di Dario I (s. 521) in poi la comunità giudaica di Gerusalemme continuò ad essere governata dai due capi; il pebäh a prefetto x, e il sommo sacerdote. Sotto questi capi la comunità visse in maniera oscura sino alla metà del sec. v. Le condizioni economiche erano difficult e quelle morali poco prospere. Incoraggiato da un bensvolo decreto (Esd. 7, 11-26) di Artaserse I (s. 7^{°}=45^{8} a. C.), E. venne da Babilonia a capo del secondo atcolo di esuli simpatriati. Risollevò lo spirito jahvistico; la sua missione era principalmente religiosa. La carovana, di ca. 1800 uomini, partil il 12 nisän 458 . E. eliminò il grave abuso dei matrimoni misti, invalsi presso i maggiorenti. Al Tempio e innanzi al popolo E. confessò a Jahweh il grave delitto pubblico. Commosso, il popolo
giurò, a cominciare dai sacerdoti e leviti calpevali, di rimandare subito le donne straniere con i loro figli. Per la difficoltà di rinviare le donne e i bambini subito e nella suegione delle piogge (zo hislém - nov.-dic.), una commissione presieduta da E. decise sui singoli casi. Ma sembra che, spentosi il primo entusiasmo, il successo non fu grande, come suggerisce la chiusa brusca di Esdra e come conferma Neemia ( 9,2 ; 10,30 ; 13,3 ).

Iddio mandò presto ad E. un aiuto in Neemia, l'anno 20^{°} di Artaserse. Ricostruite in 52 giorni le mura, le porte e le torri di Gerusalemme, E. (Neo. 8), nella festa di capo d'anno, lesse al popolo convenuto la Legge caduta in disuso. Aggiunse delle raccomandazioni. Durante la successiva festa dei Tabernacoli (Neh. 9, 13 sgg.) per 8 giorni si ebbe la lettura quotidiana della Legge. Il popolo e i leviti si iniziarono di nuovo alle prescrizioni mosstiche. Preparatosi con il digiuno, la penitenza, la confessione e la preghiera, l'ansle rinnovò l'albanna. Con tale ripristina sembra aver termine la missione di E.

Secondo la tradizione giudaica, E. raccolse i libri sacri; sarebbe poi morto nella Persia, dove è ancora mostrato la sua tomba in el- { }^{-}Ozeir o el-Esr (s E. \left.{ }^{2}\right) sul Tigri, a 40 km . dalla confluenza con l'Eufrate; ma Fl. Giuseppe ne pone le morie a Gerusalemme. E. da presumersi che con Neemia (II Mach. 2, 13) E. si sia occupato di conservare e sistemare il deposito dei libri ispirati (v. Esdra, iv LIDRO di).

Bra.: A. van Hoonacker, Nähdmis et Esdras, in Le Muséen, 9 (1800), pp. 151-84; M., La succession thraoulagime Ne-hémis-Esdras, in Revue biblique, 32 (1923), p. 481 sgg.; 33 (1924), p. 33 sgg.; J. Nibel, Die Wiedesberatellung des ziel. Genossensum nach dem babel. Zall (Bild. Studien, 5. 11-11). Friburgo 1000; L. W. Batten, The books of Esdra and Nohomish, Chluchurgo 1913; H. Schaefer, Eros' der Schreiber, Tubinga 1030; G. Riveaux, Storia d'Itroele, II, Torino 1934, p. 125 sgg.; id., s. v. in Eas. Itid., XIV (1932), p. 307 sg.; R. De Vaux, Les chivets de Cyrus et de Darius sur la reconstruction du Temple, in Revue bibl., 46 (1937), pp. 29-37.

Vincenzo M. Jacono
ESDRA, in Libro di. - Libro apocrifo, la cui materia si ritrova quasi tutta nei libri canonici: II Par. 35, 1-36, 21= cap. 1; Esd. 1, 1-11 = 2, 1-14; Esd. 4, 7-44 = 2, 15-25; Esd. 2, 1-4, 5=5, 7-79; Esd. 5-6 = 6-7; Esd. 7-10 = 8, 1-9, 36; Neh. 7,37-8,13=9,37-55. Ha in proprio solo 3,1-5,6.

III Esd. 3, 1-5, 6 narra che tre guardie personali di Dario I ( 32-48; a. C.) discutono innanzi al Re per sapere che cosa sia più forte : il vino, il re, la donna o la verità. Il giudeo Zorobabel sta per la verità : "A lei appartiene la dominazione, la forza e la gloria, per tutta l'eternità. Lodato sia Idéio della verità ( 4,40 ). A questa parola il Re, ammirato, premia Zorobabel promettendogli di restituire ai giudei i vasi sacri del Tempio e di ricostruire il sentuario. Lo stile di questo brano differisce dagli altri, anzi è con essi in contradifizione, poiché secondo 5,8.66-71 Zorobabel ritorna in Giudea sotto Ciro. Non si sa dende il redattore dell'opera iddial attinto questo brano; è probabile che sia stato aggiunto posteriormente (C. C. Torrey).

Il rimanente del libro contiene la storia della celebrazione della Pasqua al tempo di Giosio (m. nel 609) sino alla riedificazione del Tempio dopo l'esilio e la restaurazione del culto divino con Esdra. E evidente la mancanza di ordine cronologico: si parla successivamente di Ciro persiano ( 558-99 ), d'Artaserse ( 465-25 ), di Dario ( 521-485 ), e una seconda volta di Ciro, di Dario e di Artaserse. Questo libro, come Esd. A, o I Esd. è incluso nei Settanta e nelle versioni dipendenti quale l'antica latina, tra i libri canonici e precede Esdra-Neemia, riuniti in un sol libro ( = Esd. B o II).

Quanto all'origine, si ritiene da molti che III E. sia la versione dei Settanta del libro ebraico delle Cronache dopo l'esilio, mentre Esd. B sarebbe la versione di Tondazione. Altri pensano e una compilazione posteriore di testi greci canonici. Molto probabilmente, secondo E. Schürer, St. Sackeby, M.-J. Lagrange, J.-B. Frey, il testo rispondente a brani canonici k una versione del

## Page 353

testo originale ebraico-aramaico, che differiva in parecchi luoghi del testo masoretico. Anzi, secondo alcuni critici recenti, come H. H. Howorth, C. C. Torrey, P. Rieselez, quest'opera semitica