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grave. Comunque anche a questi sono concesse le e. se prima di morire abbiano dato qualche segno di pentimento (cann. 1240-4r; Rit. Rom., tit. VI, cap. 2).

Nello svolgimento delle e., pur avendo un posto di prensizenza la celebrazione della Messa (Rit. Rom., Tit. VI, cap. 1, n. 7) e la recita dell'Ufficio divino (ibid., capp. 3-4) che ne sono la parte principale, non mancano altre preghiere tra la quali quelle che accompagnano l'ingresso del cadavere in chiesa e la sua uscita. In casi particolari è ammessa l'eventualita di un'ufficiatura meno solenne o semplice, ma è asvolutamente sempre preferibile e per sé obbligatorio, specie per quanto concerne la Messa, che si faccia quella solenne ossia cantata. Quando rincostanze gravi non permettono il trasferimento del morto in chiesa le e. si fanno assente il cadavere e in qualunque giorno: ordinariamente nel terzo, settimo, trigesimo, anniversario (ibid., cap. 5). In questi casi è ovvio che sono da omestersi le parti riguardanti l'ingresso e l'uscita del cadavere dalla chiesa. Diventa e. sono destinate ai bambini morti prima dell'uso della ragione (ibid., cap. 6) : per quelli più che tristezza la Chiesa manifesta compiaciamente, quasi allegria, per l'innocenza da loro certamente non perduta e per la vita eterna alla quale già appartengono. Anche il suono delle campane, che in un ormo senso, fa parte delle e. è lugubre per gli adulti, festivo per i bambini.

La legislazione ecclesiastica attuale determina molto dettagliatamente il luogo dove si devono fare le e. Esso, per norma generale, è costituito dalla chiesa parrocchiale del defunto qualora questi ne avesse una sola (can. 1216 § 1) o, avendone diverse, da quella di esse nei cui territorio è morto (ibid., § 2); anche nel caso di morte avvenuta altrove, per le e. il cadavere dovrà essere trasportato, se ciò è comodamente fattibile, e sempre, se i parenti del defunto volessero farlo a loro spese, alla chiesa parrocchiale (can. 1218 §§ 1-3). Ciò non ostante ogni fedele, compresa la moglie e i figli puberi (can. 1223 § 2), hanno il diritto di scegliersi un'altra chiesa, diversa dalla parrocchiale, per i propri funerali (can. 1216 § 1). Solo per gli impuberi tale scelta è riservata ai loro genitori o ai loro tutori (can. 1224 n. 1).

Il diritto di scelta della chiesa per le e. trova nell'attuale legislazione alcune restrizioni, nel senso che a norma del can. 1223, perché l'elezione di una chiesa diversa dalla propria parrocchiale abbia effetto, è tassativamente necessario che essa sia o un'altra chiesa parrocchiale, o una chiesa appartenente a regolari strettamente detti, esclusi gli altri religiosi e ogni specie di religiose, monache composte, o che sia la chiesa patronale (per i soli patroni), oppure un'altra chiesa che abbia una speciale privilegio in merito. Leggi particolari poi determinano che la chiesa eseguisce per i cardinali defunti viene scelta volta per volta personalmente dal papa qualora essi siano morti in Roma, mentre dovrà essere la più insigne della città, salvo il caso di scelta diversa fatta da loro medesimi, se avvenuta altrove (can. 1219 § 1). Prolimenti, salvo sempre diversa scelta, i vescovi residenziali, anche se cardinali, e gli abati e prelati nullius devono essere trasportati per le e. nella loro cattedrale (can. 1219 § 2). Per i religiosi se via ordinaria e stabilito (can. 1221) che debbano avere le e. nella chiesa ove risiedono e comunque in una della loro religione; né è loro permesso, salvo che siano vescovi o solo novizi, di eleggereene un'altra (can. 1224 n. 2). Per quanto riguarda le persone defunte negli ospedali, esse di cura, manicomi, ricoveri, orfanotrofi, case di educazione, carceri, ecc., salvo che esse abbiano acquistato in il domicilio o il quasi domicilio a norma del can. 92, o che per indulto speciale i detti luoghi siano stati esentati dalla giurisdizione parrocchiale a norma del can. 464 § 2 e per altra via, la chiesa per le e. è quella stabilita dalle norme generali fin qui esposte.

La responsabilità e il diritto delle e., tenute presenti le corazioni precedenti, generalmente cadono sul parroco del defunto, anche se questi è morto altrove, qualora possa comodamente trasportarsi nella sua parrocchia
(can. 1230 §§ 1-2). E obbligo grave pure del parroco di fare gratuitamente le e. per i fedeli defunti che siano veramente poveri (v. anche DEPUNTI).

Bres.: A. Antonioli, De re funeraria, Bergamo 1019: G. Ronco, La sepultura ecclesiastica e la lui funervm, Bergamo 1020: M. Costa e Corurata, De lesti et temporalisn sacris, Torino 1022, nn. 138-273; F. Maroto, Circa lo - ius funerandi - nell'ospedale civile, in Monit. coll., 32 (1922), pp. 115-22; M. Ledet, De sepultura ecclesiastica concedendo col deaeganda, in Collet. Namur., 18 (1923-24), pp. 268-78; J. Bryz, De ecclesia funeris, in Collet. Brug., 26 (1926), nn. 236-41; A. Tondini, De ecclesia funerante ad normam suos radicis, Forli 1927; E. F. Regatillo, De sepultura electiva, in Sal terrae, 18 (1929), pp. 227-66; M. Mionara, Deaegacias de sepultura eclesiástica, ibid., 19 (1930), pp. 336-42; Werns-Vidal, IV, nn. 276-96; L. R. Barin, Catechismo liturpico, III, 8* ed., Rovigo 1938, nn. 243-96; F. Cappello, Summa Iuris Can., II, Roma 1939, nn. 720-30, 740-46; 759-62; C. Berutti, Institutiones Iuris Can., IV, Torino 1940, pp. 133-96; A. Vermeersch-J. Creusen, Epitome Iuris Can., II, Roma-Malines 1940, nn. 225-29,547-50.

Lorenzo Simeone
ESERCITO DELLA SALVEZZA (Salvation Army). - Organizzazione di tipo militare, ordinata e scopi religiosi e sociali. Fu fondata nel 1878 da Guglielmo Booth (1829-1912), ex ministro della chiesa metodista inglese, per sostituire la «Missione cristiana» fondata dallo stesso Booth nel 1865. Il Booth con il titolo di « generale "diresse la sua opera fino al 1912. Alla sua morte gli successe nel generalato suo figlio Guglielmo Bramwell Booth fino al 1929, quando fu sostituito da E. J. Higgins, a cui nel 1934 successe la figlia del fondatore Evangelina Booth; dal 1939 è generale G. Lyndon Carpenter.

Il grande sviluppo che l'E. della s. ha avuto la sua propagazione a più di 80 nazioni, con le istituzioni sociali e filantropiche per ogni sorta di derelitti e bisognosi, con le sue scuole, con i suoi giornali quasi tutti con il nome di * Il grido di guerra -, dimostrano la solida organizzazione e lo spirito di filantropie e di sacrificio del quale sono animati molti dei suoi soci. E da notare però che il maggior incremento si ebbe nei paesi protestanti e di missioni, dove si sentiva gran bisogno delle opere da esso promosse. Nei paesi cattolici, le istituzioni di carità sostenute da religiosi di ambedue i sessi e da laici, sotto la direzione della Chiesa, hanno reso a rendono tuttora inutili, o quasi, tutti gli sforzi dei salutisti, ai quali inoltre si oppone lo spirito cattolico, che non capisce quello specie di filantropia religiosa senza Sacramenti e senza sacerdoti. Quanto alla dottrina, i salutisti professano alcune delle verità fondamentali del cristianesimo, come la Trinità, le divinità di Gesù Cristo, il peccato originale, l'immortalità dell'anima, ecc.; e sono concordi con i protestanti nel riconoscere la Bibbia come unica regola di fede. Insomma specialmente sulla conversione manifestata per mezzo della confessione pubblica di essere peccatori. A questo fine hanno introdotto un costume, che può essere considerato la caratteristica delle loro riunioni pubbliche, il « banco dei penitenti» o « banco di misericordia * (Mercy Seat). In detto riunioni i primi banchi, detti dei penitenti, sono lasciati vuoti; dopo un po' di carne e di musica, un ufficiale racconta dalla scenario la sua conversione, mostrando pentimento dei falli passati a lodando la misericordia di Dio, e invita gli uditori a pentirsi dei loro peccati. Se qualcuno si sente messo a fare lo stesso e a parlare, è invitato allo scenario, dove fa la sua confessione, che è poi commentata dall'ufficiale. Pratranto altri ufficiali sparsi tra l'uditorio osservano se qualcuno dà sogni di emozione, e allora s'inginocchiano accanto a lui, e se lo vedono disposto lo invitano a passare al banco dei penitenti, quale segno pubblico di riconoscersi peccatore. Hanno poi cura di visitarlo con frequenza e di aiutarlo nei suoi propositi. Nulla giustificazione partecipano della dottrina metodista, che il Booth aveva da principio professata. Tra le altre cose ammettono che l'uomo può evitare tutti i peccati, ed è il 9^{*} degli * articoli di guerra». In quanto ai Sacramenti, nel loro manuale di dottrina, dopo aver detto che la parola Sacramento

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non si trova nella S. Scrittura, e che i cattolici romani ne hanno sette, due i protestanti, nessuno i quaccheri o amici, aggiungono: a L'E. della s. non ne ammette nessuno e professa con la maggior parte degli altri cristiani che i Sacramenti non sono necessari per la salvezza s. L'organizzazione o disciplina dei salutisti è militare, ed i nomi ecclesiastici sono sostituiti da termini presi dalla milizia. Il capo supremo e assoluto è il generale. Solo nel 1929 fu temperato il suo potere, tra le altre cose sottraendogli l'amministrazione diretta di tutti i beni e proprietà dell'E. Sotto il generale vi è un capo di stato maggiore, dal quale dipendono i luogotenenti commissari che hanno giurisdizione ordinariamente su varie nazioni, i luogotenenti colonnelli che sono a capo di una sola nazione, e via dicendo, sempre con minore giurisdizione, i brigadieri, i maggiori, capirani e soldati. Anche fucri della gerarchia usano termini militari, I convertiti sono a prigionieri s, la morte è a promozione alla gloria s, le buste con qualche afferta sono a cartuccs s, il dire anno tutti insieme è s sparare una salve s (to fire a volley). Tutto il governo sta in mano di laici, uomini e donne indistintamente: l'autorità suprema è quella del generale. I salutisti si sono resi famosi per la predicazione nelle piazze e per le strade a suon di tamburo e di trombette e senza rispetti umani. In Italia si stabilirono nel 1887, ma non hanno potuto fare grandi progressi.

BibL.: C. Crivelli, I protestanti in Itolita, II, Isola del Liri 1258, pp. 207-72: Handbook of Salvation Army Doctrine, Nagra York 1927: An Outline of Salvation Army History, Londra 1932: G. Swarts, Le Eme des Pinitants. Etude psychologique sur l'oeuvre de la conversion à l'Armée du Salut, Parigi 1931: The Salvation Army Yearbook, Londra, dal 1930 al 1940.

Camillo Crivelli
ESERCIZI SPIRITUALI. - Espressione che in un senso generale si applica all'insieme delle pratiche spirituali che tendono alla santificazione personale, ed in un senso più particolare, unico qui considerato, al ritiro praticato durante diversi giorni per dedicarsi alle cose dello spirito.

L'esempio di Gesù nel deserto e degli Apostoli nel cenacolo (Act. 1, 13) spinse nell'antichità gruppi scelti di cristiani a ritirarsi nella Quaresima in luoghi deserti. Soprattutto dopo s. Eutimio (m. nel 473), uno dei più ardenti promotori di questi ritiri, il loro uso si attese talmente, che il p. Viller pensa sia stato generale lungo i secc. vi-viri. Nel medioevo molti monasteri avevano apposite camere e talvolta degli a eremi s per questi ospiti. La decadenza della vita monastica portò seco anche la progressiva sparizione di queste vacanze spirituali.

Come reazione alla convulsione religiosa del Quattrocento, si vedono degli uomini, bramosi di riforma, accostarsi durante qualche settimana (esempio classico quello di Gerardo Groot), ai fuochi di rigenerazione nuovamente sorti soprattutto nell'ambiente della a Devozione moderna s. S. Ignazio di Loyola seppe in modo provvidenziale sistemare tale uso, assegnandogli un compito ben determinato, organizzando un processo graduale e metodico, mettendo tutto il lavoro ascetico sotto la guida di un direttore.

Ecco in sintesi lo sviluppo della s tattica s di s. Ignazio. In un primo stadio, ossia nella cosiddetta prima settimana, dopo aver mostrato con il a principio y fundamento s la norma ed il criterio secondo i quali si devono conformare tutte le azioni, va suscitando nell'esercitante una profonda avversione al peccato ed a tutti i disordini ed affezioni che impediscono il servizio di Dio. Fatta questa a purgazione s dell'anima, s. Ignazio presenta Gesù Cristo come modello del servizio divino ed in atto di chiamare alla sua sequela, disponendo simultaneamente l'anima perché, a imitazione di Lui, ordini tutte le sue potenze e la propria vita. Nella terza e quarta settimana l'autore degli e. s. cerca di indurre ad una più intima compenetrazione e trasformazione dell'anima con il
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(per cortesia di p. Sparragnare s. 1)
EsSecte: SPIRITUALI - Pagina del manoscritto degli Esercizi di s. Ignazio con aggiunte autuetafe a Roma, Istituto storico della Compagnia di Gesù.

Signore, mediante una interna crocifissione e quasi identificazione con i criteri ed i sentimenti di Gesù Cristo. Solo cosi avverrà la perfetta ordinazione dell'amore, come egli insegna nella contemplazione per ottenere l'amore e potrà l'anima servire ed amare Dio in tutte le cose.

Il libro degli e. s. è stato composto da s. Ignazio in ordine e come sussidio a questo scopo. Non è dunque un libro di lettura, e ancor meno l'esposizione teorico di un sistema. La struttura del libro fu abbozzata a Manresa (1322), ed è frutto di una e chiara illustrazione s nella quale il Signore si degnò a aprire gli occhi dell'intelletto... e fargli conoscere le cose di maniera cosi esimia che gli sembravano nuove (Autobiegr., n. 30). Profittò il Santo delle nuove esperienze e di ulteriori letture per perfezionare il suo abbozzo. Rimaneggiò anche la forma, convertendo cosi i primitivi appunti di uso personale in una guida utila per altri direttori. In queste aggiunte si può notare l'influsso del De imitatione Christi, della Vita Christi di Ludolfo di Sassozio e della Legenda aurea di Jacopo da Varazze, nonché di manuali come i libri delle ore diurne ed i Confessionali. Il tanto discusso influsso del Ejercitatorio di Cisneros, non è stato propriamente un influsso letterale, ma psicologico. Per mezzo suo, s. Ignazio potè mettersi in relazione con l'orecione metodica e con diversi esercizi e pratiche allora conosciute.

Il 31 luglio 1348 il libro ignoziano venne solennemente approvato da Paolo III, con il breve Pastoralis officii, primo anello di più che 600 testimonianze fatte a favore del libro da 33 sommi pontefici, in quattro secoli fino ad oggi. Pio XI pubblicà l'apposita encicl. Meut nostra ( 20 dic. 1929) e già prima nella cost. apost. Summorum Pontificum (25 luglio 1922), attendendo

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(1)C. Janerroct

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COSTRUZIONE D'UNA TENDA penale nella piueta del Risaro (Roma). Festa di S. Giorgio 1930.

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alle richieste di 672 tra cardinali, arcivescovi e vescovi, arete costituito s. Ignazio di Loyola celeste patrono di tetti gli e. s. e degli enti che li promuovono, con termini, secondo 3 card. Enrico Pla y Doniel, analoghi a quelli usati da Leone XIII quando dichiarò s. Tommaso d'Aquino patrono delle scuole cattoliche, sicché se ne potrebbe dedurre una preferenza per s. Ignazio nel campo spirituale simile a quella data dalla Chiesa per il «dottore comune e universale * nel campo della scienze ecclesiastiche. Cosi anche si spiega l'eccosionale affermazione di Pio XI, quando nell'entecl. Abra contra chiama gli e. s. ignaziani : il più sapiente ed universale codice di governo spirituale delle anime..., guida sicurissima alla conversione ed alle più alta spiritualità, e quella di Pio XII e gli e. di s. Ignazio saranno sempre uno dei mezzi più efficaci per la rigenerazione spirituale del mondo e per il suo retto ordinamento, ma a patto che costituzino ad essere autenticamente ignaziani * ( 24 ott. 1948).

L'originale spagnolo degli e. è andato perduto. Si conserva però una copia adoperata e ritoccata dal Santo stesso di sua mano, che vien chiamato "autografo ". Le edizioni fatte del libro in 22 lingue sono ca. 300. Ad esse si debbono aggiungere quelle incluse nei vari commenti agli e. fatti da oltre 800 autori. Cosi si arriva, secondo calcoli approssimativi, ad una media di una edizione mensile durante quattro secoli s ad un minimo di 405 milioni di copie.

All'inizio gli e. s. si davano individualmente. I collegi dei Gesuiti nel Seicento avevano delle camere apposite per gli esercitanti. Ma vi erano anche delle case costruite esclusivamente per e. s. La prima di tutte, che durò soltanto qualche mese, fu una villa incata a Siena nel 1558. Nel 1557 si edificò in modo snibile una cusa di e. ad Alcaia. Seguirono altre a Colonia ( 1561 ), a Lovanio ( 1569 ), a Val de Rosal (1570). Famoso, ed appositamente fatto per mute, fu l's Ascelerium * sorto a Milano per opera di s. Carlo Borromeo ( 1579 ), che fece del metodo ignaziano l'anima della sua riforma. Già nel Seicento si estesevo gli e. s. in molte nazioni d'Europa, in America, India e Giappone. Tra gli esercitanti si trovavano cardinali, vescovi, diplomatici, professori di universita, uomini influenti, ma soprattutto molti sacerdoti s religiosi anche degli Ordini più antichi come Benedettini, Domenicani, Francescani, Camaldolezi, Agostiniani.

Gli e. s. a gruppi, iniziati nel Seicento con religiose e sacerdoti, presero nel Settecento uno sviluppo mirabile, essendone fautori i grandi apostoli del sacerdocio: Pietro de Bérulle, s. Francesco di Sales, J. J. Oller, s. Vincenzo de' Paoli, che ne diede personalmente a più di 20.000 persone. Il principio del movimento in grande stile degli e. s. per i laici è costituito dalla fondazione della casa di Vennes (1659) grazie alla generosita del vescovo, mons. Kerlivio. Il p. V. Huby, animatore dell'opera, dava ogni anno e. s. a ca. 2500 uomini. Accanto a quella, Caterina de Francheville fondò un'altra casa per donne con 330 camere.

Altri grandi apostoli degli e. s. furono, ancora in Francia, i pp. Maunoir (m. nel 1683), Jégou (m. nel 1701), Ronsuldt (m. nel 1743), Moyet (m. nel 1761) e Claudia Teresa de Hermono; in Italia i pp. Favone (m. nel 1637), Segneri (m. nel 1694), Cattaneo (m. nel 1705), de Mattheis (m. nel 1779), Lentini (m. nel 1795), con i pp. Manolio (m. nel 1742) e Vassallo (m. nel 1773) fondatori delle case di e. s. di Napoli e Cagliari; in Spagna i pp. Peguera (m. nel 1769) e Bertran (m. nel 1774) fondatori delle case di Gerona e Barcellona e il p. Calatayud (m. nel 1773); nel Brasile e Portugalia, il p. Malagoda (m. nel 1761); nell'America i pp. Serra (m. nel 1697), Márquez (m. nel 1768), Moncada (m. nel 1768);
nella Cina i pp. de Chavagnac (m. nel 1717) e Benoist (m. nel 1774), nell'India il p. Lavernha (m. nel 1733), Bertoldi (m. nel 1740), Beschi (m. nel 1747). Nei paesi germanici e slavi spiccarono, più che le persone, i centri bene organizzati come Colonia, Olmuta, Praga, Dillingen, Friburgo ecc.

Nel Settecento la pratica dei ritiri divenne una delle più usate tra le persone spirituali, grazie soprattutto alle fervide raccomandazioni dei Papi, principalmente di Clemente XI, Clemente XII e Benedetto XIV. L'estinzione della Compagnia di Gesù (1773), fu per i ritiri un gravissimo colpo. Ciò nonostante rimasero dei centri isolati, come a Buenos Aires, dove Maria Antenna de la Paz (m. nel 1799) riuscì ad organizzare e. s. per 250.000 persone; in Italia per opere di s. Alfonso M. de Liguori e dei Redentoristi, a Ratisbona con il concorso di mons. Sailer, in Francia con Victoria de S. Luc (m. nel 1794) e con Maria Charlotte de Marigon (m. nel 1819).
Nell'Ottocento il p. Roarhaan (m. nel 1853) fu il vero restauratore della teoria e della pratica. Si distinsero inoltre in Francia il p. de Ravignan (m. nel 1858) e principalmente il p. H. Watrigant (m. nel 1926) dapprima, fino al 1887 , come instauratore e direttore della casa di Château-Blanc e, dopo con la sua biblioteca di e. s. stabilita a Chigbien (Baliqia) e i suoi numerosi studi di orientamento e volgarizzazione.

Oggi gli e. s. hanno preso uno sviluppo non mai conosciuto precedentemente nella storia. Essi sono divenuti obbligatori per i sacerdoti (almeno una volta ogni tre anni) e per i religiosi (almeno una volta l'anno: CIC, cann. 126, 595), e per coloro che stanno per ricevere la prima tonsura o gli Ordini (can. 1001 § 1); e moltissimi altri li fanno. Secondo calcoli statistici, almeno due milioni di persone praticano ogni anno gli e. s. chiusi. Soltanto i Gesuiti, nell'anno 1948, li diedero a ca. 850.000 persone.

L'influsso degli e. s. si compie ancora con molti altri mezzi : esercizi * aperti *, missioni popolari, letteratura e direzione spirituale fissato sui principi ignaziani, e soprattutto con l'inflittazione di molti degli elementi della sua spiritualità non solo nel CIC, ma in organi, istituzioni e pratiche spirituali della Chiesa.

Stati: Fonsi: P. Cervès, Exercitia et directoria, Madrid 1910: C. Marin, Spiritualia exercitia secundum Romanorum Pontificum decanentis, Barcellona 1941, Sagli e, in generale: Collection de la bibliothèque des exercices, Enghien 1906-08 (con quaderni, sotto la direzione del p. H. Watrigant); E. Stiminghaus, Die Aisese der Ignatientizhen Exercitio, Friburga in Br. 1907, Sulla genesi degli e.: A. Cadina, Los aequores de los ejercicios, Barcellona 1926; P. de Leturia, Génesis de los ejercicios, in Archivo, hist. S. I. 10 (1941), pp. 16-39; H. Picard de la Boullaye, Les étapes de rédaction des exercices, Parigi 1943; H. Rahmer, Ignazion von Loyola und das geschichtliche Wurden seiner Frömmigkeit, Grau 1947, Sulla teoria degli e. tra gli antichi autori i principali sono V. Gagliardi, L. La Palma, F. Suárez (De Religione, Tract. X. 18a. IX, capp. 9-7); tro i moderni, V. Mercier, F. Himmelauer, E. Przywicz, G. Cuiveras, H. Picard de la Boullaye, L. Ambrosini, A. Valensin, Sviluppano gli e., gli autori italiani: G. Baccoroni, F. Calcagno, G. Marchetti, P. Orsini, L. Rosa, G. Porta, Altri autori: I. Casanova, A. Denta, H. Gabriel, H. Longhaye, M. Meschler, A. Orsá, G. Ovecka, F. Rickaby, W. Sierp. Storia degli e.: H. Bernard, Essai historique sur les exercices, Lovanio 1926; I. Iparraguirre, Historia de la prdetica de los ejercicios, 1, Bilbao-Boma 1946. Bibl. : C. Raitz von Frantz, Exercitio- Bibliographie, Friburgo 1940. La rivista Minorita (Barcellona) pubblica sistematicemente un bulletinno bibliografico degli articoli ed opere apparsi entro l'anno sopra gli e.

Ignazio Iparraguirre
ESHOWE, vicariato apostolico di. - Con territorio distaccato dal vicariato apostolico di Natal, il 27 ag. 1921 fu eretta la prefettura apostolica di Zululand. L'11 dic. 1923 essa fu ampliata con altri territori egualmente distaccati da Natal ed elevata a vicariato apostolico affidato ai Benedettini di S. Orrilla (Baviera).

Su di una superficie di ca. kmq. 32.152 vive una

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popolazione di ca. 560.000 ab., di cui 15.300 di origine europea: inglese, olandese, tedesca. Gli indigeni sono di razza zulu e alcune migliaia di razza basuto e tonga, i quali in genere parlano in zulu e il sesuto, pochi l'atrikaans. I cattolici sono in tutto 14.357 di cui gli indigeni sono 13.393 , indiani 46 , colorati 687 ad europei 431 . I catecumeni 1324 . I protestanti ca. 120.000 , ebrei ca. 320 , musulmani 700 , pagani ca. 435.000 . Vi sono ( 1946 ) 29 missionari di cui uno indigeno; fratelli 32 ; suore curopee 38 , indigene 46 ; catechisti 32 ; chiesa 87 , distretti 3 , stazioni primario 12, secondario 139. Ospedali 4 con 302 luti; dispensari 7 , orfanozori 4 con 986 ragazzi. Scuole elementari 70 con 4675 alunni, medie 7 con 463 alunni, superiori 1 con 182 alunni; professionali 7 con 26 alunni. La missione cerca di sviluppare specialmente le scuole e l'azione cattolica.

Brill: AAS, 16 (1924), pp. 34-35; MC, pp. 104-105; Cartello direstory of South Africa 1925. Città del Capo 1940, pp. 203-10.

Saverio Parenti
ESICASMO. - Sistema caratteristico dell'asce tica orientale, il quale dalla meta del sec. xiv si fa sempre più sinonimo di palamismo, essendo stati i primitivi palamiti stresmi sostenitori del metodo d'ozazione vigente ai loro tempi fra gli esicasti del Monte Athos; anzi, difendendone essi stessi la natura e legittimità contro Barisamo di Seminara, presero dall'e. le prime mosse per un nuovo sistema insospettato di dottrina teologica, diventato ufficiale nella Chiesa bizantina. Eppure l'e. da essi propugnato non era che una deturpazione di quello antico. Dalla minuta descrizione che ne fa il monaco Niceforo (PG 147, 963-64) si apprende come essenziale un doppio elemento dell'e. athonita: l'orfaloscopia e l'invocazione ininterrotta della cosiddetta "preghiera di Gesù»: «Signor Gesù Cristo, abbiate pietà di me".

L'esicasta, seduto nella sua colla, guardava fissamente il suo umbelico, mentre invocava Gesù fino all'introspezione del cuore, finché cioè Iddio gli faceva vedere nell'interno delle proprie viscere la sua luce meravigliosa portatrice di gioia celeste, ed anch'egli veniva fatto invulnerabile agli assalti del nemico.

Gli errori di questo strano metodo, dal quale derivano le controversie palanitiche sulla natura della luce comunicata da Dio all'anima contemplativa a identificata con quella "taborica", incresta ed eterna, benché diversa la realtà dall'essenza divina, non furono mai insegnati, come molti pretendono, dal celebre Simeone il Nuovo Teologo (secc. xI-xII). Tuttavia nelle sue opere autentiche, ad es., nell'Opus Divinorum Amorum (PG 120, 307-602), si riscontrano spesso affermazioni sull'ispesione interna del cuore e sull'illuminazione divina, che poi furono male intese dai monaci del Monte Athos. Non è Simeone nemmeno l'autore dell'anonimo scritto mathcal{M} 28985 mathrm{c} ( mathrm{C} 5 mathrm{~L} mathrm{~L} mathrm{~S} 8 mathrm{c} π ρ 0 π mathrm{~s} mathrm{O} mathrm{C} mathrm{C} 202) 1900075 c , il quale del resto, pur deformato in alcuni tratti cosi da favorire gli δ μ varphi α λ δ ἀ γ mathrm{os}, mostra chiaramente l'eco della spiritualita simaitica, dove è da ricercarsi il vero c. della Chiesa orientale.

Questo stato legittimo di vita solitaria entro il cenobitismo, adatto per vacare alla quiete della contemplazione ( ἠ σ α ἀ ἀ σ α, donde ἠ σ α α σ μ σ̇ ς, di ἠ σ α- α i α= tranquillità di mente e di corpo s), fu gia intraveduto dal grande legislatore monastico dell'Oriente, a. Basilio (Reg. fuitus tractatus, VI-VIII: PG 31, 925-41), ma sempre con molte limitazioni e per un numero assai ristretto di anime superiori; appare poi descritto dal sec. v nelle sue linee esteriori nella Vita di s. Giovanni l'Esicasra, monaco della laure di S. Sabba (Acta SS. Maii, III, Anversa 1680, pp. 232-38); a in quelli interni, un secolo dopo, nel grado 27^{°} della Scala di s. Giovanni Clímaco, rappresentante anch'egli della spiritualita simaitica (PG 88, 1096-1101).

Secondo il modello quivi descritto, l'esicasta deve prima osservare con fedeita per alcuni anni la vita comune; poi, benché recluso nella cella ( μ ε λ λ ι ω ἐ ε ς ), resta sotto la dipendenza del superiore monastico, e da questo può essere richiamato alla vita del chiosero. Dovere suo nella solitudine sarà quello di tendere alla perfetta ἠ σ α ἀ ἀ, quella cioè corporale, regolando tutti i suoi movimenti secondo la virtù, e quella della spirito, cercando di intradurre nel mondo dei suoi pensieri la tranquillita - la pace necessaria alla contemplazione. Non deve intraprendere tale vita se non premontito contro i pericoli delle tentazioni e anzitutto della dionfia, vale a dire dell'egocvia, e sempre sentendo in sé i segni di una speciale vocazione, come il ratto verso Iddio ( ξ̇ ρ ι α ἠ ) e il dono delle lacrime.

Da questi documenti antichi sgarga un lodevole e., considerato come un grado superiore della vita monastica, e va detto da sé che un tale ascetismo dovrebbe essere stato per pochi soltanto. Storicamente però si trovano dappertutto moltissimi seguaci dell'e., i quali purtroppo diventano spesso dei veri giravaghi. Perciò diverse leggi cercarono di restringerne il numero: cosi Giustiniano (Nov., V, 3; CXXIII, 36), cosi il Concilio Trullano (Mansi, XI, 964 : can. 41), e lo stesso fondatore del monsetero di Laura sull'Athos, a. Atanasio, le cui costituzioni non permettevano l'e. che a 5 dei più perfetti su 120 monaci. Tali prescrizioni fallirono di fronte al desiderio d'indipendenza nelle popolatissime laure; l'ignoranza poi del vero ascetismo finì per macchiarlo con gli errori suddetti.

Nell'e. degenerato molti vogliono scoprire le erme di antiche sttte spiritualistiche condannate dalla Chiesa in Oriente, come quelle dei messaliani nella Cappadocia, dei pauliciani nella Tracia e dei bogomili nella Bulgaria.

Bra.: Treti: Vita di Gion. l'Rivente Libia SS. Maii, III, Anversa 1680, appendi, pp. 19-21); s. Giovanni Clímaco (PG 88, 1096-1129, cum scholitis: Tizpi veseesc vol γ ι λ α times η̃ ε ε ε α ρ- ἐ ε ε ς del monaco Nucrloro, nella ( θ ἠ λ α ν λ i α, Vescua 1782, pp. 867-76 (PG 147, 944-66); Mś́o 60675 c c c c c c c c c c c c c c c c c c c c c c c, ed. I. Hamberr in Orientalia Christiana, 9 (1207), pp. 130-72; Discorso di Simeone il Nuovo Teologo, ed. I. Hamberr, ibid., pp. 173-209. Studi: J. Bois, Les hésychistes avant le XIVc siècle, in Echos d'Orient, 3 (1901), pp. 1-11; I. Hamberr, La méthode d'oeaison hésychiste, in Orientalia Cristiana, 9 (1027), pp. 97-200; M. Jucie, Les origines de la méthode d'oeaison des hésychistes, in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 179-83. Si consultino pure E. Marin, Les moines de Constantinople, Parigi 1807, indice; K. Holf, Euthanasmus und Bureguerals bann griechischen Münzrom, Lipsia 1898, passim; G. Wandeira, Zur Psychologie des hesychastischen Gebets, Würzburg 1949. Eumanusle Candal

ESICHIO di AlessandRA. - Lessicografo greco, del quale non si posseggono che le scarse notizie contenute nel titolo dell'opera, esse pure, senza serio motivo d'altra parte, de minno ritenute apurie; le congetture sull'epoca della sua vita spaziano dal sec. Iv sino alla più tarda epoca bizantina.

E autore di un vasto lessico greco, che sostanzialmente deriva da quello di Diogeniano di Erasico, vissuto all'epoca di Adriano. Le numerose interpolazioni a cui il lessico (che ci è conservato in compendio) è andato soggetto, sono provate, tra l'altro, dal fatto che esso non osserva l'ordine proposto nella prefazione ad Eziogia. Con ogni probabilità E. fu pagano. Poiché nel testo della sua opera si rinvengono numerose glosse bibliche ed ecclesiastiche, si è pensato alla contaminazione di esso con quello di un canonimo, che si è voluto identificare con un vescovo E., del sec. III, traduttore di S. Scritture. Ma poiché questa ipotesi non poggia su sicure fondamento, si ritiene generalmente che quelle interpolazioni siano di epoca tarda. Infatti il vero pregio dell'opera sta nelle citazioni da testi antichi e nelle indicazioni fornite sui dialetti greci: ha offerto pertanto nei tempi moderni la possibilità di correggere buon numero di lezioni errate.

Brie.: Dopo la negligente edizione cinquecentesca si ha ora quella di M. Schmidt, 3 voll., luna 1838-98. V. inoltre in Pauly-Wissowa, VIII, II, 337-22; W. Christ, Geschichte der griechischen Literatur, II, II, Monaco 1914, pp. 1083-84. Luigi Aurigemma

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ESICHIO l'ASCETA, santo. - Anacoreta del sec. vili, facilmente confuso con l'omonimo detto - il Tannatorgo :; forse perciò la sua festa ( 6 marzo) non è costante nelle diverse Chiese di siri, copt: e greci.

Si se pochissimo di lui. Oriundo della regione Andropena presso Ancira nel Ponto, cercò la solitudine del Monte Mzione, non lungi d'Adrania in Bitinia, dove eresse un oratorio all'apostolo s. Andrea. Avvisato da un angolo della vicinanza della morte, atterriva gli astanti cosi il timore dell'inferno, ma chiuse la sua vita, piena di miracoli, con grande pace, fulgente di splendore divino, regnando Costantino VI insieme a Irene sua madre e quindi fra il 780-97. Il suo corpo, prima comolato davanti all'iconostasi (dell'oratorio di S. Andrea?), fu poi (808) trasferito presso l'altare da Teofilatra, vescovo d'Amasia.

Interessante per gli storici è il rinvenimento e l'utilizzazione del manoscritto tutto logoro, donde prese questi fatti il Sinassario greco.

Bibl.: D. Papabrochius, in Acta SS. Martii, 1. Anversa 1868, p. 216: Filo (dal Sinassario ev.), ibid., pp. 208-27 e 888-89; cf. I. Boro, in Acta SS. Octobris, II, Parisi-Roma 1866, p. 142, num. 6.

Emmanuele Candel
ESICHIO di Gerusalemme. - Monaco e prete, che della sua attività di predicatore e di scrittore empì la prima metà del sec. v: incerto le date della nascita e della morte, si sa che sopravvisse al Concilio di Calcedonia (451). I suoi atti ed i suoi scritti non sono ancora tutti usciti dal crogiudo della critica.

A noi giunsero di lui: 1) intero, ma solo in un'antica traduzione latina, un voluminoso Commentario al Levitico (PG 93, 787-1180), d'ispirazione ascetico-morale, ma non privo di spunti filologici; 2) incompleto e solo in versione arnona (pubbl. dei Mechitanezi, Venezia 1913) un simile Commento a Giobbe (capp. 1-20) in 24 ome lie: 3) nel testo greco brevi Cliasse ai profeti minori e ad Iada, in maggior parte ancora inodine; 4) sui Salmi pure abbia scritto almeno due opere; un grosso commento giunto incompleto e solo in parte pubblicato (PG 93, 1179-1340 e 55, 712-84) e brevi glane, simili a quelle dei profeti, pubblicate prima sotto il nome di s. Atanasio (quindi ibid., 27, 649-1344), rivendicate poi contemporaneamente (1901) da M. Faulhaber e G. Mercati (futuri cardinali) ad E., ed ora dal medesimo card. Mercati rimesse in dubbio a nome di un Ephraim (Sull'autore del De titulo psalmicum, in Orientalia christiana periodica, 10 [1944], pp. 1-22); le questioni dell'autore sarebbe da riprendere da capo sui manoscritti; che ciò di E. un terzo commento, di ampiezza intermedia fra i due precedenti, come vogliono alcuni (R. Deverezze, Chalet evégitiques grecques, in Dils, I, col. 1133) non pure probabile. Oltre questi, E. commentò altri libri della Bibbia (ad una sua esposizione di Ezechiele rimanda egli stesso: PG 93, 998), ma non ne rimasero che temoianine tracce. L'affermazione d'un menologio greco (ibid., 117, 373) che E. "interpretò e dichiarò tutta la S. Scrittura ", non può essere presa alla lettera se non s'intenda a viva voce dal pulpito. Oratore facile ed apprezzato, E. compose anche molte prediche, a noi giunte in poca parte; di più una storia ecclesiastica del suo tempo in quattro libri, della quale si resta solo un breve frammento.

Come espositore della Bibbia E. è un convinto allegorista, d'indirizzo in prevalenza pratico ma con battute teologiche non rare. In dogma è deciso campione della verità cattolica contro gli ariani a gli apolitanisti; ma anche nel rimanente la sua cristologia non si scosta dalla pura ortodossia. Da due parti contrarie, un monofisita (Giovanni di Maiuma), e un cattolico (Pelagio diacono, poi papa), E. viene descritto come amico di Eutiche ed avverso al Concilio Calcedonese. Se i fatti sono esattamente riferiti, deve trattarsi di qualche mal passo a fallo passeggero di poi emendato; altrimenti non si spiega come E. sia stato onorato da cattolici qual santo; i sinassari
greci ne fanno memoria il giorno 28 marzo, e l'anonimo pellegrino di Piacenza ca. il 570 attesta l'esistenza d'una chiesa o cappella in suo onore alla porta maggiore di Gerusalemme (Itinerarium Antonini, cap. 27).

Bibl.: Per la vita: Cirilio di Scllomelli, Vita di s. Eulchie, cap. 16; Giovanni di Maiuma, Pleroforia, cap. 8; PG 8; Pelagio diacono, In defensione trium Capitulorum, i. 2 (Studi e Testi, 93), Roma 1932, pp. 2-3; Teofane, Cronologia: PG 108. Per gli scritti e la doctrina: A. Vaccari, E. di Cerus. e il suo Commentarius in Levitirum, in Belsazione, 74 (1918), pp. 8-46; KI. Jüssen, Die dogmatische Anchomanzen des Hrs. v. Jerus., 2 voll., Münster 1931-34. Per il culto: Acta SS. Martii, III, Parigi 1864, p. 713; H. Dalshaye, Synacarium Constantinopelianum, Bruxelles 1902, p. 367; G. Mercati, S. Istina, in Revue biblique, 16 (1907), pp. 79-80.

Alberto Vaccari
ESICHIO di Mileto. - Detto anche «Illustris", del 550 ca., forse cristiano, autore di una Storia universale, con aggiunte fin ai primi anni di Giustiniano, conservata solo in pochi frammenti.

Inoltre autore di una enciclopedia letteraria, chiamata Onomatologus. Gli estratti posteriori dell'Onomatologus, hanno servito più tardi alla compilazione della Suda e della Biblioteca di Fazio.

Bibl.: H. Schulte, in Pauly- Wissowa, VIII, II, coll. 1322-27; F. Dölger, Vergrtlos von Milet, in LThK, IV, col. 1033.

Erik Petersen
ESILIO d'AVIGNONE. - Si usa paragonare ingiustamente all'esilio degli Ebrei in Babilonia il soggiorno in Avignone (1305-76) dei papi Clemente V, Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V, e Gregorio XI. Lungi dall'essere prigioniero sulle rive del Rodano, il papato godette di una piena libertà in una città che dipendeva dal suo vassallo, il re di Sicilia, e che divenne di sua proprietà nel 1348.

A cosa deve attribuirsi una si lunga assenza da Roma, sua sede naturale?

Il 9 giugno 1305, i cardinali riuniti a Perugia scrivevano a Clemente V, subito dopo averlo eletto papa: «La barca di Pietro minaccia di affondare a la rete del pescatore rischia di rompersi. Invece di una pace sicura si annunziano nuvole tempestose; guerra calamitose devastano le terre della Chiesa romana; il seminatore di stazania lancia contro di essa i suoi strali pungenti" (Mansi, XXV, 127). Questo linguaggio patetico dipingeva, in un riassunto veristico, la triste situazione che si presentava in Italia all'inizio del sec. xiv.

Mentre inferiva la lotta tra guelfi e glabellini, il partito guelfo, in Toscana, si era scisso in due fazioni: bianchi e neri. Invano Benedetto XI aveva tentato di riappacificare i fratelli nemici. Egli stesso non si era sentito sicuro a Roma, ove i Colonna e gli Orsini si facevano guerra, e aveva cercato un rifugio provvisorio a Perugia. I cardinali consigliavano di accorrere immediatamente sul posto. Clemente V spesso annunciò questa decisione, ma circostanze indipendenti dalla sua volontà lo trattenevano lontano da Roma: dapprima la necessità di una riconciliazione tra Francia e Inghilterra per l'organizzazione di una crociata; poi la pressione esercitata da Filippo il Bello, che esigeva la ripresa del processo intentato alla memoria di Bonifacio VIII a la condanna dei Templari. Clemente V, dopo aver decretato la riunione di un Concilio generale a Vienna, nel Delfinato, non poteva pensare a tornare in Italia; nel marzo 1309 entrò ad Avignone. Dopo la chiusura del Concilio ( 8 maggio 1312) si ammalò, e morì il 14 apr. 1314. Del resto, anche se non si fosse ammalato, non avrebbe potuto rientrare in Roma: vi infestivano battaglie sanguinose fra le truppe di Arrigo VII e quelle del re Roberto di Napoli.

Giovanni XXII (e i suoi successori seguirono tutti la stessa politica) pensò che, prima di avverturarsi al di qua dei monti, era meglio rappacificare gli Italiani e stebilire solidamente l'autorità della Chiesa nei suoi propri

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domini. La realizzazione di questo programma incontrò numerosissimi ostacoli: anzitutto essa urtava troppo le mire sull'Italia del Re dei Romani, degli Angioini di Napoli e dei sovrani di Ungheria; inoltre, essa ostacolava i progetti della Repubblica di Venezia, di Firenze, dei Visconti di Milano, e i calcoli dei fortunati avventurieri che speravano di crearsi delle signorie a detrimento dei Comuni e del papato. Dopo aver tentato invano ogni mezzo di riconciliazione, la S. Sede iniziò la guerra contro i suoi rivali, piccoli e grandi, rischiando di compromettere gravemente l'avvenire del potere temporale. Del 1320 al 1334 il legato flortrando del Puggetto condusse rigorosamente le operazioni militari contro i ghibellini dell'alta Italia. I successi riportati indussero Giovanni XXII a scegliere, quale residenza transitoria, Bologna, dove si eresse per lui una cittadella, vicino alla porta Galliera. Ma le sconfitte subite sotto le mura di Ferrara ( 14 apr. 1333), ad Argenta ( 8 marzo 1334) e l'insurrezione di Bologna ( 17 marzo) fecero fallire i suoi progetti.

La situazione politica non migliorò sotto il pontificato di Benedetto XII: Bologna si riconciliò tardivamente con la Chiesa, ma in Romagna alcuni tiranni locali si rosero indipendenti. Clemente VI dové ricorrere alla guerra che ripugnava al suo predecessore e che si volse a suo svantaggio. Per colmo di sventure, Giovanni Visconti acquistò Bologna ( 16 ott. 1336) dei Pepoli. Incapace di ottenere la restituzione della città, il Papa si rassegnò a concedergli il titolo di vicario mediante il pagamento di un cesso. A Roma la rivoluzione durò dal 1347 al 1354 : Cola di Rienzo, Giovanni Cerroni, Francesco Baroncelli salirono volta per volta al potere.

Occorreva in Italia un'azione vigorosa. Innocenzo VI affidò la riconquista degli Stati pontifici a un cardinale di genio, Egidio Albornoz. Dopo alterne vicende di successi e insuccessi, l'armata pontificia ridusse all'impotenza i suoi avversari. L'Albornoz non abusò della vittoria e esigé solamente dai vinti il riconoscimento della supremazia pontificia; inoltre, pubblicò alcune costituzioni conformi agli usi locali che, in gran parte, restarono in vigore fino alla fine del sec. xvili.

Urbano V comprese la necessità di consolidare con la sua presenza l'ordine instaurato dall'Albornoz in Italia. Incurante delle recriminazioni dei cardinali francesi e degli intrighi del Re di Francia, entrò a Roma il 16 ott. 1367. Checché ne abbia detto A. Alessandrini (Il ritorno dei papi da Avignone a s. Caterina da Siena, in Archivio della Società romana di storia patria, 56-57 [1933-34], p. 15) il modo di agire dei romani non tardò a turbarlo: nella primavera del 1370 essi favorirono le mene dei perugini rivoltatisi contro la Chiesa; d'altra parte il prefetto di Vico fomentò dei discordini nel Patrimonio di s. Pietro e le truppe mercenarie di Hawkwood, assoldate da Perugia, marciarono su Viterbo, residenza del Pontefice. La corte pontificia raggiunse nuovamente Avignone il 16 sett. 1370. Qualche tempo prima, il 26 giugno, Urbano V aveva scritto ai romani una lettera che cominciava con delle lodi e che terminava con dei velati rimproveri e faceva loro intravvedere il suo ritorno se nella città fosse durata la pace (O. Raynaldi, Annales ecclesiastici ad annum 1370, VII, Lucca 1752, p. 190 sgg.).

Gregorio non stimò prudente lasciare Avignone prima del 1374, fintantoché non si fosse conclusa una tregua con Bernabò Visconti. Non appena ebbe attemuta tale tregua, annunciò la sua partenza. Ma i negociati diplomatici che precedettero e seguirono la tregua di Bruges fra Inghilterra e Francia ( 27 giugno 1375 ) ineralciarono i suoi disegni. Gli Italiani immaginarono che il Papa li abbandonasse; gli Stati della Chiesa, unitisi con Firenze, gelosa delle conquiste dell'Albor-
noz, si rivoltarono. Gli Otto Santi dichiararono la guerra, invocando falsi pretesti: in realtà essi agognavano alla Toscana e temevano la vicinanza della S. Sede. Gregorio XI decise di accorrere a Roma ove giunse il 17 germ. 1377.

Così ebbe termine il cosiddetto e. di A. occasionato dall'insicurezza che il suolo italiano offrì per ca. 70 anni.

Bist.: A. Gherardi, La guerra dei forestini con papa Gregorio XI. detto la guerra degli Otto Santi, in Archivio storico italizno, 4-8 (1867-68), estratto, Firenze 1869, p. 246 sgn.; S. Riezler, Vatthonische Akten, Innsbruck 1891 (contenne le memorie di due numai in Italia nel 1317); J. P. Kirsch, Die Rückkehr der Päpste Urban V und Gregor XI von Avignone nach Sion, Paderborn 1898; L. Miroc, La politique pontificale et le retour du St-Siège a Rome en 1316, Parigi 1899; R. Davidoche, Par- ^{text {schunges }} zur Geschichte von Florenz, III, Berlino 1901, pp. 237 311 (Atti relativi alla missione compiuta in Italia [1303-1306] da due numai apocediali); A. Sorboff, La signoria di Giovanni Visconti a Bologna e la sua relesioni con la Toscana, Firenze 1900; H. Otto, Zur italienischen Politik Johanas XXII, Roma 1911; H. Cochin, La grande controversa de Rome et Avignone en XIVe siecle, in Etudes italiennes, 1921, pp. 1-14, 83-94; G. Schnärer, Kirche und Kultur in Mittelalter, III, Paderborn 1929 (trad. francese, Parigi 1938); F. Pilimini, Il card. Egidio Albornoz, Bologna 1933; G. Monticelli, Chiesa e Italia durante il pontifcato avignoneo, 1900-16, Milano 1937 (libro dipendente dell'introduzione dell'Epitipalee sine illato del Petrarca, ed. P. Piar, Halle 1923, ed insufficente); E. Dupre-Thessidan, I papi d'A.e la questione romana, Firenze 1933 (sintesi elegante, ma dove l'immaginazione domina talvolta troppo); G. Molla, Les papes d'Avignon, 9^{°} ed., Parigi 1930 (dibliografia completa sull'argomento).

Unglielmo Molist

## ESILIO BABILONESE: v. EBREI (1. STORIA).

ESIODO. - Poeta greco, vissuto probabilmente nel sec. viII a. C. Di lui è noto quanto si deduce dalle sue opere: il padre era di Cuma colice, emigrato ad Asera in Beccia dove, sembra, nacque E. Questi visse coltivando la terra lasciatagli dal padre e la poesia: in una gara poetica a Eubec in Calcide vinse un tripode. Sembra che sia morto ad Asera.

Gli antichi gli attribuirono molte opere : le più ricordate sono la Ozygoria ("Teogonia"), le "Egya ("Opere"), in diversi codici si trova il titolo "Opere e giorni", ma le "Hydgati vennero aggiunte più tardi; lo "Acaic "Hpaakéous ("Scudo d'Eracle"); la "Hpaikés ("Scroogonia"); il Karakoyos vós yuvarales ("Cartinga delle donne"). Come Omero, E. è divorato il canone per quanto riguarda le generazioni degli dèi. La sua "Teogonia" è appunto la serie delle generazioni divine, la storia degli dèi. Dapprima fu il Caos, poi la Terra, Urano, Crano e infine Zeus. Gli dèi che comandano il mondo sono figli di Crono e di Zeus. E. prende il nucleo dei suoi dèi dall'Olimpo omerico, ma in lui la teologia si allarga oltre la cerchia ristretta delle divinità olimpiche e diventa cosmogonia. Egli non è un riformatore, non desidera nuove forme di culto, ma vuole che le antiche concezioni siano penetrate dall'idea di legge, giustizia, pace, assurgenti ora per la prima volta all'imperienza di personificación. Con Zeus E. sente i contatti più stretti, è il dio di cui mira a fondare il potere, quello che fa tutto, che dà al mondo e agli uomini quel che vuole: E. crede nella sua giustizia. Gli dèi si intrecciano alla storia della umanità nelle "Opere e i giorni». E. non dice come siano nati gli uomini, forse dalla Terra, perché ammetre una comune origine con gli dèi; la donna è la punizione dell'uomo creata da Zeus. E. ricollega qui il mito dell'età del mondo: cinque razze si sono succedute sulla terra: la razza dell'ero, quando gli uomini non conoscevano né lavoro né dolore né morte; la razza dell'argenta, malvagia, che non onorava gli dèi, e fu sepolta negli Inferi; la razza del bronzo, guerriera e terribile, quando gli uomini si uccisero fra loro e sono ora nell'Ade; la razza dei semidei, gli eroi di Tebe e Troia che in parte perirono, in parte vivono nelle isole dei Beati; la razza del ferro, l'attuale, che diventa ogni giorno più malvagia: Zeus la distruggerà.

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Biel.: Edizioni: Opera omonia, a cura di P. Mazon, Parigi 1923: Operr, a cura di U. v. Wilamowitz, Burlino 1928. - Studi: Etach, s. v. in Pauly-Wissowa, XV, col. 1167 sgg.; U. v. Wilamovita-Moellendorff, Der Glaube der Helfener. I. Burlino 1931, p. 341 sgg.; O. Perrotta, s. v. in Enc. Ital., XIV (1922), p. 328 sgg.

ESISTENZA. - E l'atto, il fatto o la ragione per cui si può dire che qualcosa "c'è", e si risponde alla domanda "se c'è " (se c'è stata o ci sarà).

Nel significato generico di "ragione", l'e. è l'appartenenza del predicato al soggetto in una proposizionc e quindi cio che sta "a fondamento di quel movimento dello spirito che li unisce (o li separa) nella affermazione (o negazione): l'e. è allora intesa come semplice rapporto concettuale astratto proprio della logica ed anche della matematica pura, della filosofia del valori (cf. W. Burkamp, Begriff und Beziehung, Lipsia 1927, § 49 sgg .). Ma per suo contrario la non e., che è la "ripugnanza", ovvero la contraddizione fra i concetti.

L'e. come fatto è data dalla constatazione sperimentale onde qualcosa può essere indicato e individuato come una realtà singolare nella storia e nell'esperienza. E Il significato più corrente di e. usato spesso nella forma concreta (l'esistente, le e.) e accentua la caratteristiche di individualità (circostanze, fatti, situazioni...) di qualcosa o di qualcuno su cui si possa fondare il diritto di rivendicazione, di accusa e di difesa. Il suo contrario è la non 'e. come " possibilità " non ancora realizzata.

A questo senso di "realizzazione del possibile" si fermò la maggior parte delle filosofie tradizionali benché non tolte l'abbiano concepita allo stesso modo. Cosi per alcuni è la singolarità reale in opposizione all'essenza astratta: per altri è la realta conrmpante della creatura in quanto dice relazione alla causalita divina; per altri ancora è una modificazione dell'essenza singolare onde questa è tratta "fuori" della possibilità: ex-sistentia, etimologia rimessa in onore dagli existentialisti. E come ora fanno questi (cf. M. Heidegger, Sein und Zeit, 3⁶ ed., Halle sulla Scale 1941, § 9, p. 42 sgg.) si arrivò a distinguere le sue essentiae dalla esse existentiae (F. Suárez Dispus Met., disp. 31. sect. VI), distinzione che resa ancora più intricata la controversia medievale sulla distinzione fra essenza ed e.

Nel tonderno le e. è lo esse come "actus essendi" della essenza individua singolare; è quindi una partecipazione dell'attualità divina ricevuta nella essenza con il quale forma una composizione reale come di atto e potenza (C. Gent., II, 52-54). La e. come fatto, come realizzazione di esperienza o di storia è una risultanza, una conseguenza fenomenologica di tale unione ontologica. Perciò per s. Tommaso, lo esse è ciò che vi è di più profondo in ogni cosa: "Essa est illud quod est magis intimam cuilibet et profundius inest, cum ut formale respectu omnidire quae