volume-05

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 Giorgio, cui s. Frumenzio avrebbe dovuto sottomettersi secondo la lettera dell'imperatore Costanzo, prese possesso della carica il 24 febbr. 357 (e fuggi da Alessandria alla fine di ag. del 358 ).
II. La piresuenca della Chiesa etiopica da Alessandria. - E stata posta la questione, di non liave importanza storica, dei motivi per i quali Frumenzio, che pure era un sino, andò a presentarsi ad Alessandria e non ad Antiochia; e, ricevendo la consacrazione episcopale da s. Atanasio, pose cosi l'E. alle dipendenze del patriarcato alessandrino. Tali motivi sono stati ricercati in possibili legami gerarchici pre-esistenti tra la comunita cristiana greco-romane di Adulis (e delle vicine regioni) e le vicinisti sedi episcopali dell'Egitto. Che la sede alessandrina tenesse ad affermare la sua giurisdizione sulle comunità lungo la via maritima per le Indie è cosa affatto naturale, quando si ricordi che tale via partiva da Klyama nel golfo di Suez, in territorio al di qua di Rhinolonlura (al-'Arti), limite divenuto tradizionale tra Alessandria ed Antiochia. Ma, al di sopra di queste ragioni storiche, conviene certamente tener conto di un fatto sostanziale, dal punto di vista religioso: a cioè della gravissima crisi che, nel fervore della lotta ingaggiata da s. Atanasio contro l'eresia ariana, divideva allora Alessandria da Antiochia. Sembra allora naturale che s. Frumenzio abbia chiesto l'intervento di s. Atanasio nelle cose etiopiche, anziché ricerere agli ambienti filo-ariani di Antioch
III. Il cristianesimo in E. sino al sec. viI e l'influenza del Siri. - Costituita cosi una sede
episcopale in E., dipendente da Alessandria, e sia pure affidata dall'inizio ad un prelato estraneo al paese, il cristianesimo, dopo la conversione del sovrano, diventa la religione ufficiale del Regno di Aksam. Si è supposto che sulla decisione di 'Esânâ influisse anche l'opportunità di far cosa gradita all'Imperatore d'Oriente; tuttavia la stessa lettera di Costanzo, di cui sopra si è detto, è prova di atteggiamenti indipendenti di Aksam nei confronti di Bisanzio, in tema di religione.

I legami con l'Egitto sembrano pro tempore rafforzati all'epoca del Concilio di Calcedonia, se si accetta una recente congettura che vede in uno dei firmatari orientali «il vescovo di Koptos e Adulis» (Koptos è la moderna Qift, in Egitto). Anche del sec. v è il vescovo Mosè di Adulis, di cui ci è stata conservata, inserita nel Libro di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene, la breve narrazione di un viaggio in India.

Agli inizi del sec. vi la solidarietà del cristianesimo etiopico con le comunità cristiane dell'Arabia meridionale si afferma con la spedizione del re Kalēb Ella Asbeha a vendetta dei cristiani vittime a Nağrān (Jemen) di una violenta persecuzione. Alla partezza della spedizione da Adulis assisté Cosma Indicopierasta (nei primi anni di regno dell'imperatore Giustino [518-27]), che ne fa cennn nella sua Topographia Christiana. L'intervento etiopico si concluse con la conquista dello Jemen, che durò dal 325 al

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57a; ed ebbe conseguenze notevoli perché anche, con la spedizione del luogotenente etiopico Abraha verso la Mecca nel famoso 'äm al-fil (a l'anno dell'elefante n), inseri queste storiche figure etiopiche nelle tradizioni meccane a celebrazione del santuario della Ka'bah e quindi del primo Islàm (Maometto nascova alla Mecca appunto nel 570 ).

Intanto si hanno i primi indizi di una curiosa funzione, che viene ad assumere la lontana E. : vale a dire lungo di rifugio e cosi, alcuna volta, di conservazione di dissidenti il cui soggiarno è divenesto impossibile nell'Oriente vicino. Cosl Longino, inviato ad evangelizzare la Nubia, incontra a 'Alwah, nel 580 ,alcuni Aksumiti che erano caduti nell'eresia fantasiasta di Giuliano (di Alicarnasso) e dichiarano che Cristo subí la Passione is un corpo impassibile ed immortale: (Giovanni di Efeso, Storia ecclesiastica, IV, in Corpus Script. Chr. Or., Scriptores Syri, 3^{4} serie, III, Lovanio 1976, p. 239 [trad. di E. W. Brooks, p. 180]). Accanto a questi fantasiasti, è stata supposta anche l'esistenza in Aksum di melaziani, in quanto si è congetturata la connessione delle danze liturgiche, sin oggi conservate singolarmente nella Chiesa etiopica, con un rito catartico dei melaziani descritto da Teodoreto (PG 63, 425).

Ad un analogo movimento si deve l'immigrazione in E. di un numero di monaci provenienti dalla Siria e di credenza monofisita: immigrazione che la tradizione locale adombra, p. es., nel racconto dei s news santi , i cui Atti, per quanto redatti assai tardi, conservano riferimenti all'origine del s santi o dall'Impero d'Oriente (Rom) ad a nomi di persone o di località della Siria. Questa immigrazione di propagandisti del monofisismo non fu probabilmente la sola causa determinante l'adesione della Chiesa etiopica alla dottrina di Diascore, perché è molto probabile che anzi, senza adesione esplicita, tale passaggio avvenne con il prevalere del monofisismo nel patriarcato alessandrino. Ma i contatti che quella immigrazione procurò contribuirono certamente a rendere attiva e polemica la posizione della Chiesa etiopica nella questione eristologica.

Che, del resto, fosse ancora necessaria all'interno dell'E. nei secc. vi e viI un'opera missionaria, è provato non soltanto dalla agiografia, che ricostruisce le gesta del monaci a conversione dei pagani : la stesse circostanze su riferite dell'introduzione del cristianesimo, che cominciò per essere tra gli Etiopi la religione del sovrano, dovettero imporre un'opera di diffusione e di apostolato. Lo stesso 'Esānā designa la Divinità con la perifrasi a Signore del cielo e della terra e, designazione che è stata ricondotta da recenti studi ad analoga perifrasi di iscrizioni sud-arabiche, deve per altro è riconosciblie non già il cristianesimo, ma un vago monoteismo. Più tardi la Divinità viene designata in E. (ed ancora sin oggi) con il nome di Eyal'abahâr * il Signore della terra e, non senza qualche riferimento (almeno nella psicologia popolare) alla vittoria del Dio unico del cristianesimo sulla Terra (Behâr), che era una delle principali divinità pagane in E. Simili incertezze significative durano ancora alla fine del sec. vir, quando il traduttore etiopico del Siracide rende in due passi (Eccli. 31, 8; 37, 2) il nome del Si-
gnore con il nome etiopico 'Astar, e cioè la nota divinità pagana semitica Asarte.
IV. Dalla decadenza del Regno aksumita ai primi Salomonidi (fine del sec. xili). - Segue il lungo periodo della decadenza del Regno di Aksum (secc. viI-xvi), lo spostamento della capitale nell'E. centrale, nella regione del Lāstā, con la dinastia degli Zäguē, sin che nel 1270 il centro dello Stato etiopico si sposta ancora più a sud con la successiva dinastia dei Salomonidi, che ha la sua origine politica nel paese degli Amara. Di questo periodo del medioevo etiopico si hanno ancora scarsissimi documenti diretti e la storia ne rimane percio parecchie oscure, anche perché lo studio dei monumenti (e particolarmente quella delle chiese di Lālibelā, nel Lāstā) è oggi in una fase poco più che iniziale. Tuttavia, dal punto di vista delle storie religiose, è possibile no-
tare alcuni importanti fatti sicuramente accertati :

1. La Chiesa etiopica continua a dipendere gerarchicamente dal patriarcato di Alessandria. Il metropolita di E. è scelto e consacrato dal patriarca. La sua carica è a vita. Alla morte di un metropolita, il sovrano etiopico invia in Egitto un'ambasconia per chiedere un nuovo metropolita, offrendo al patriarca doni di omaggio. Il metropolita di E. è sempre un egiziano e non già un etiope. Ciò si giustifica con un canone (spoerde) del Concilio di Nicea (il n. 42 nella compilazione etiopica), incluso anche più tardi nel Nomocanone di Ibn al-'Assāl (metà del sec. xili), compilazione giuridica ad uso della Chiesa copta (di Egitto).

L'evangelizzazione dei paesi pagani dell'E. è resa ancor più intensa della trasformazione del Regno di Aksum, filiazione dei regni sud-arabici, in uno Stato che ha ormai carattere strettamente etiopico e si addentra nell'altipiano africano. Gli Atti di alcuni sovrani Zäguē, considerati santi della Chiesa etiopica, e la figura leggendaria dell'apostolo del sud, Gabra Masdia Qedika, ci hanno conservato echi, sia pure lontani nel tempo, di questa attività.
2. Nasce nel sec. vil l'isläm; e, se il sovrano etiope, campione vittorioso in Arabia stessa della religione del Dio unico, entra nella tradizione musulmana in figura di generoso ospite dei musulmani costretti a fuggire sulla sponda africana delle persecuzioni degli Arabi pagani, d'altra parte storicamente la espansione musulmana ostacola l'E. nelle vie di comunicazione con l'Occidente e, formando statcelli musulmani sulla stessa corte africane orientali e più tardi nello stesso altipiano etiopico, obbliga i negus ad una lunga a sanguinosa lotta che durerà sino all'epoca contemporanea. In questo senso nel Regno cristiano di E. per secoli a secoli la difesa accanita dell'indipendenza del paese è coincisa con l'eroica esistenza religiosa, entro la Chiesa etiopica, contro l'Isläm. Sono cosi da valutare storicamente il carattere nazionale del cristianesimo etiopico ed il suo significato nella vita e nella struttura del paese.
3. Costituisesi l'Impero musulmeno, i contatti dell'E. con le altre cristianità orientali e con l'Occidente continuano, sia pure ridotti, per due soli tramiti : l'Egitto, per

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il legame anzidetto con la sede patriarcale, e Gerusalemme, dove, a causa del pallegrinaggio ai Luoghi Santi, si costituisca una comunita etiopica. Tale comunita, la cui presenza ci è documentata soltanto a partire dalla quinta Crocista, acquista diritit ad una propria cappella nell'abside della basilica del S. Sepolcro. Già nel 1237 il monaco etiope Tomaso, chiedendo di essere consacrato metropolita di E., dà luogo ad un incidente tra il patriarca di Antiochia, Ignacio II, a quello di Alessandria, Cnillo III. E la presenza degli Etiopi in Terra Santa fa giungere in Europa le prime notizie sul lontano sovrano africano cristiano, notizie che concorreranno più tardi a stimolare ardite imprese di navigatori.
V. I Salgaiowibi fino all'irnvasione musulmana. - La dinastia dei Salomonidi continua, anzi accentua la lotta conuro imusulmani in E. Cede il sultando della Scioa nel 1285 , ed il territorio è in gran parte anacso all'E. cristiana; il sultanato dell'18st, che succede allo Scioa,
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c, poco dopo, sotto il regno del negus 'Amda Sejon I (1314-44), sconfitto in una difficile campagna. E le vittorioso imprese di Dâwit I (1382-1411), Joshaq (1414-22) e Zare's Ja'qob (1434-68) conducono lo Stato etiopico alla sua massima espansione esterna ed a buone condizioni di consolidamento politico interno. Questa nuova situazione dell' E. non manca di avere conseguenze anche nella storia della Chiesa in questo stesso periodo. Le caratteristiche di questopperiodosono:

1. il metropolita, egiziano, nominato dal patriarca alessandrino, è alla testa della Chiesa etiopica, per quanto, sotto il regno di Zare's Ja'qob, si accenni expertamente a qualche aspirazione etiopica ad un metropolita nazionale. Nel 1439 il patriarca inviò in E. insolitamente due metropoliti consociati ed un vescovo, tutti egiziani, e questo gesto e le missioni speciali più frequenti resero regolari i rapporti con Alessandria.

Intanto, però, si era affermata una gerarchia del clero regolare, che in un primo periodo giunse a riconoscere la supremazia dell'abate di S. Stefano di Hâiq. A tale riconoscimento glovó anche la personalità dell'abate Qasus Mo's (della seconda metà del sec. xiri), venerato poi come santo dalla Chiesa etiopica. Piú tardi, a mano a mano che la capitale dei Salomonidi si veniva spostando verso il sud nella regione dello Scioa, l'abate del monastero scizano di Dabra Libános sostituì quello di Hâiq alla testa del clero regolare (prima metà del sec. xv). L'abate di Dabra Libános prese, nella sua nuova qualità, il titolo di ećngé ed affermò e mantenne il suo potere sui monasteri etiopici, che ha conservato per cinque secoli sin oggi, non senza lotte contro la corona e contro l'opposizione dei monasteri del nord, che si reclamavano da Eustazio (Ewostàtüwos), monaco del sec. xiv venerato come santo in E.
2. Il periodo di cui si parla è ricco di dispute teo-
logiche in E., dispute che agiscono, con gravi conseguenze, quella Chiesa. Anzi tutto, le tre maggiori eresie: del Monte Sion, dei mikaeliti e degli stefaniti. La prima eresia in forma di a negazione del convito del Monte di Sion* appare già documentata, sia pure vagamente, alla fine del sec. xiv, ed era diretta contro la stessa istituzione eucaristica. I mikaeliti, discepoli di Za-Miká'ál, contemporaneo di Zare's Ja'qob (prima metà del sec. xv), partivano da una falsa interpretazione di a Deum nemo vidit unquam * (Io. 1, 18) per sostenere che Dio non ha forma umana, ma la forma sola che egli unico conosce. Donde la negazione a meglio l'interpretazione allegorica della creazione dell'uomo (Geu. 1, 26-27) ad immaginea e somiglianza di Dio. Inoltre i mikaeliti sostenevano la impossibilità di rappresentarsi la Trinità amonfa in tre Persone distinte a quindi riconoscavano nella Trinità a tre nomi, ma una Persona, una ipostasi, una immagine». Cosi, d'altra parte, almeno secondo i loro avversari, i mikaeliti, rifiutandosi di vedere nella Trinità altro che tre nomi, aderivano anche alla eresia a del Monte Sion: a cioè alla negazione della Eucaristia, non potendo (nella indistinzione delle Persone) ammettere la transustanziazione, nella quale il pane e il vino si mutano nel Corpo a Sangue del Figlio per la discesa dello Spirito Santo invocata presso il Padre ed il Figlio nell'epiclassi delle liturgie orientali.

Gli stefaniti, invece, a rifiutavano di venerare Maria e la Croce del Figlio di lei s. Questa eresia, che meritò ai suoi seguaci il nome di sara Mósyba ( 1 nemici di Maria \% ), fu duramente repressa dal negus Zare's Ja'qob, ma se ne hanno ancora tracce durante il Regno di Ná'od (1494-1508).
VI. La crisi del sec. xvi e la missione dei Gesuiti. - A questo periodo di prosperità dell'E. succedette nel sec. xvi la massima crisi dello Stato etiopico per la invasione musulmana condotta dal «mancino» (américo: Gidil), l'imba Abmed ibn Ibrâhím, e la successiva viroriosa impresa dell'emiro Nûr ibn Mugahid, che vinse ed uccise in battaglia nel 1559 il negus Claudio. All'attacco dei musulmani, che portò in alcuni anni alla occupazione di quasi tutta l'E., succedette l'invasione dei Galla (pagani), i quali, muovendo dalle regioni dei sud ancor oggi abitate dalle tribù Borana, riuscirono a sopraffare cristiani e musulmani di E., prostrati dalla lunga lotta tra loro. La resistenza, in ogni senso davvero eroica, contro la minaccia musulmana portò l'E. a chiedere l'intervento del Portogallo, che dopole grandi scoperte marittime della fine del sec. xv era entrato in relazione con l'E. Il valore militare del Portoghesi ed il glorioso martirio di Cristoforo da Gama (figlio di Vasco), loro primo comandante in E., decapitato per ordine del «mancino» il 30 ag. 1542 a 26 anni di età, rafforzó i legami tra i due paesi; e contemporaneamente l'E. mantenne attive relazioni anche con la S. Sede, segnatamente dal pontificato di Clemente VII (il quale solennemente ricevette a Bologna nel 1533 il portoghese Francisco Alvarez, ambasciatore del negus) a quello di Paolo III.

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(da U. Monnret de Villani, Un lieu di chiesa cistercese, in Africa Italiana, 6 (1825), p. 7)
Etiopia - Piatta e slasto della chiesa medievale di Framona.

Intanto, morto nel 1530 il metropolita Màrqos, un interessante ed avventuroso personaggio della spedizione portoghese, João Bermudez, tentava di farsi riconoscere come metropolita sia del sovrano etiopico che della S. Sede. Ma nel 1555 parte da Lisbona per l'E. il primo gruppo di missionari della Compagnia di Gesù, guidati dal p. Andrea Oviedo, castigliano; e s. Ignacio di Loyola indirizzava ai partenti i suoi a Recuerdos que podran ayudar para la reduction de los reynos del Preste Juan e la union de la Iglesia y religion catholica a, documento fondamentale anche per la delicata conoscenza della psicologia orientale, che la somma prudenza e discrezione del Santo pure rivela mirabilmente. L'arrivo della missione del Gesuiti costituisce un avvenimento essenziale per la storia religiosa e culturale dell'E. La missione, dopo un difficile periodo di lotta e di angustia sotto il patriarcato di Oviedo (m. il 9 luglio 1577) ed ancor più nel successivo ventennio, quando i tre soli missionari rimasti (Manoel Fernandez, Antonio Fernandez e Francisco Lopez) dovettero affrontare le più dure condizioni di vita, rifiori con l'arrivo (il 26 apr. 1603 a Massaua) del p. Pietro Paez, anche egli castigliano. Questi, eccezionale figura di missionario, di studioso, di esploratore, ottenne con il suo apostolato il massimo cionfo, inducendo il negus Susenjos a proclamare la sua adesione al cattolicesimo, come il negus stesso annunziò con sua lettera del 3 luglio 1614 al p. Claudio Acquaviva, generale dei Gesuiti. L'unione durò sino al 1632 , quando un movimento politico condotto da Fasilidas, figlio del negus Susenjos, obbligò il sovrano ad abdicare e fu allora ripristinata con bando del nuovo sovrano la dottrina monofisita.

Durante questo periodo di gravi crisi politiche e religiose, la Chiesa etiopica dovette ancor più appoggiarsi alla particolare forza di resistenza del suo clero regolare. Le vicende dei monaci, durante l'invasione musulmana, obbligati ad emigrare passando di regione in regione contro le truppe nemiche, ma pronti a sostenere moralmente la resistenza del paese (il monastero stesso di Dabra Libános fu incendiato e distrutto dai musulmani nel luglio del 1530); l'energia e la dottrina degli abati (ciagè) di Dabra Libános, come 'Enhéquon (ca. 1515-26), attivo traduttore di opere della letteratura religiosa arabo-cristiana, e Giovanni I, caduto insieme con il negus Claudio nella
battaglia del 23 marzo 1559 contro i musulmani; ed, in genere, l'attività tutta fervente e disciplinata dei monaci contribuirono ad elevare ancora la posizione del monachismo etiopico. Questa situazione storica fece altresi del clero regolare etiopico il maggiore oppositore che nelle discussioni interne dovette affrontare la missione dei Gesuiti; ed in questa linea di condotta, accennata dai due ciugè Za-Wangèl (1612-23) e Batra Gijargis, suo successore, è facile vedere, almeno in un primo periodo, anche la continuazione della storica tendenza del clero regolare e del suo capo (attestato sin dal sec. xiv) di acquistare nessionalmente dal metropolita non etiopico (prima egiziano [monofisito] e poi europeo [cattolico]) una parte notevole dei poteri gerarchici.
VII. Dalla restaurazione del monofisismo alla fine della polemica dell'Unzione e dell'Unione nel 1878. - Dalla metà del sec. xvii sino all'epoca contemporanea l'E. cade in un lungo isolamento, conseguente alle crisi cui si è accennato. Questa decadenza politica del paese, che, con l'eccezione di alcuni tentativi di sovrani come Ijãsu I (1682-1706), Bakaffa (1730-55), mantiene soltanto viva appena la sua indipendenza formale, si conclude molto dopo con il regno dell'energico Teodoro II (1855-68), il quale, se pur spesso con il ferro e con il fuoco, riesce di nuovo ad unificare lo Stato. Con Giovanni IV (1872-80) e Manelik II (1889-1913) i contatti sono riaperti con l'Europe, che il movimento colonizzatore del sec. xix ha ormai portato ai confini della stessa E.

I due secoli, di cui qui vi parla, sono dominati, dal punto di vista religioso, in E., dalla polemica a dell'Unzione e dell'Unione a, disputa teologica (passata più di una volta nelle lotte politiche) che condizione la vita stessa della Chiesa etiopica. Uno degli argomenti fondamentali usati, da parte cattolica, nelle discussioni con i monofisiti in E. era stato la «dvoen» (etiopico: wardot avvilimento a) del Verbo Incarnato, con avvia citazione dei passi della Scrittura (e particolarmente Pbil. 2, 8-10; Rom. 5, 10; Hebr. 2, 9; Att. 3, 15) che si interpretano riferendosi alla natura umana. Apparve allora l'importanza di Act. 10, 38 e del valore, rigoroso, da attribuire all'Unzione (suneit cum Deus Spiritu Sancta et virtute a). Continuata la discussione, si formarono due opinioni: quella degli uncionisti (con la formola ba-qab'at wailda bafjnej - per l'Unzione [fu Gesù] Figlio connaturale -, proclamata nel 1645) e quella degli unionisti (proclamata nel 1663 ). Gli uncionisti sostenevano che l'Unione del Verbo con la Carne in Cristo si operò effettivamente quando - unait cum Deus Spiritu Sancto et virtute in parallelo con la transumanaiazione che avviene (cella liturgia etiopica) quando per l'epiclesi il Padre, invocato con il Figlio, invia lo Spirito Santo a trasformare le specie eucaristiche. L'Unzione dello Spirito Santo, in quanto fa del Verbo e della Carne pús qúoıs, è cosl l'operazione essenziale per la nostra redenzione. Gli unionisti, invece, sostenevano che l'Incarnazione avviene e diventa operativa per virtù propria del Verbo, e non per intervento dello Spirito Santo che è pari al Figlio nel mistero della Sima 'Trinità. L'Unzione (di Aet. 10, 38) fu solo come "nostro onore", per ridare cioè all'Umanità del Verbo Incarnato quella dignità che la natura umana aveva perduta per il peccato originale. Ne consegue che, nel fervore della polemica, gli uncionisti erano accusati dal loro avversari di essere "ariani" in quanto avrebbero diminuito la dignità del Verbo in confronto dello Spirito Santo; ed invece gli unionisti erano a riciperio chiamati "nestoriani" in quanto le loro posizioni venivano ad essere di meno rigido monofisismo.

La questione si complicò con elementi del tutto estranei, come la rivalità tradizionale dei monasteri settentrionali (del Tigre), che furono ardenti unzionisti, contro i monasteri meridionali e segnatamente Dabra Libános, sostenitori della dottrina unionista. Più tardi, nel 1763, l'abate Enoc (Hénok) di Dabra Libános fece pubblicare sotto i suoi auspici un opuscolo (intitolato

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Korol - Coltello ", onde i soguaci furono detti Kôroc, quasi "coltellisti n, che formulava una nuova dottrina sul citato passo di Aet.: "il Figlio, consustanziale alle sitre due persone della 'Trinità, non riceve da esse separatamente quello che è gia nella Sua natura divina: gli è quindi insieme l'Ungente, l'Uno e l'Unione ". La nuova dottrina portò alla deposizione e scomunica (da parte del metropolita) dell'abate Enoc ed alla condanna dell'opinicolo predetto.

Agli inizi del sec. XIX (tra il 1798 ed il 1803) la antica disputa si trasformò in due nuove forme: quella delle due nascite (amarico: Holai ledai), sostenuta dai monaci del nord già unzionisti ed affini, secondo cui - il Figlio ebbe due nascite: quella ab neterna dal Padre e quella da Maria Vergine, nella quale, vuolsi dire al momento stesso del Naraie, si ebbe l'Unione delle nature per unzione dello Spirito Santo (unzionisti puri) ovvero per unzione dello stesso Figlio (Kôroc, "coltellisti "). L'altra dottrina, detta delle tre nascite (amarico: Zost ledai), sosteouta dai monaci di Dabra Libànos ed in genere dei sud, dichiarava che "il Figlio ebbe tre nascite: quella ab neterna dal Padre; quella da Maria Vergine; e la terza quando la Carne di Gesù nel momento della sua unione con il Verbo ricevette in - grazia " lo Spirito Santo, diventando così pelmogentius umeis createrae. Tale - grazia" (per la quale Gesù è detto [in amarico] fa-sago bég. Figlio di grazia") non va intesa nel concetto agostiniano, ma come zéas; divina per l'Umanità del nascente figlio di Maria Vergine nel punto in cui questa Umanità stava per unirsi totalmente con la natura divina del Verbo. In questo senso la - Grusia - era una nuova interpretazione della dottrina dell'Unione: inerza come " noore ", "già, come si è visto, sostenuta dai monaci di Dabra Libànos.

La lunga lotta si chiuse, per l'intervento del neque Giovanni IV, nella riunione di Boru-médâ del maggio del 1878 , quando il sovrano, con la sua nota violenza di sentimenti, si dichiarò per la dottrina delle due nascite nella formolazione dei hârroc e l'éngé Teofilo, allora abate in carica di Dabra Libànos, fu costretto ad aderire a quella dottrina. Ancor oggi, per altro, nelle scuole teologiche etiopiche vengono insegnati gli argomenti polemici contro la dottrina delle tre nascite, risultata soccombeate.
VIII. I tempi recentissimi in Eritrea ed E. Durante i tempi recentissimi, invece, la questione gerarchica è stata la più discussa in E. Già il negus Giovanni IV, riprendendo quanto aveva fatto quat-
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182 M. Rilbi, U'ic 168 Abestinias 248, Dirtina 1815, p. 2.1 Etiopia - Chiesa moderna in Addis Abeba, presso la residenza dell'Abuna.
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
tro secoli prima il negus Zare'a Já'qob, ottenne nel 1878 dal patriarca alessandrino, oltre al metropolita, anche tre vescovi, per quanto tutti egiziani. Morto nel dic. 1926 il metropolita Matteo, il partito detto delle "giacchette nere" (am. pegar hat), i "giovani etiopici", pose la questione di un metropolita etiope. La Chiesa etiopica all'inizio mantenne, nel complesso, un atteggiamento di grande prudenza e di riserbo piuttosto freddo verso queste richieste di innovazioni nei suoi secolari ordinamenti. Le discussioni durarono più di due anni, sia in E. (tra i "giovani etiopici" ed i conservatori) e sia con il patriarcato di Alessandria. Alla fine, nel giugno del 1929, fu concluso un compromesso, secondo il quale il patriarca alessandrino nominò un nuovo metropolita egiziano per l'E., l'abuna Cirillo, ma contemporaneamente imparti la consacrazione episcopale a quattro prelati etiopici, ai quali fu aggiunto mesi dopo l'abate di Dabra Libànos, capo del clero regolare in E.

L'Eritrea fu allora sottratta alla giurisdizione del metropolita di E. e, per un accordo concluso tra il governo italiano e il patriarcato alessandrino, fu dichiarata direttamente soggetta alla sede di Alessandria.

Tale regime durò sino al dic. del 1936, quando, ritirandosi in Egitto il metropolita egiziano di E. Cirillo dopo l'annessione dell'E. ali'Italia, una assemblea del clero etiopico riunitasi in Addis Abeba elesse a metropolita uno dei vescovi etiopici già consacrati ad Alessandria, l'abuna Abrehàm. Morto nel 1939 l'abuna Abrehàm, fu eletto a succedergli un secondo metropolita etiopico, l'abuna Johannes. Occupata l'E. dagli Inglesi nel 1941, il metropolita etiopico fu deposto e ritorsò in carica quello egiziano, Cirillo. Ma una nuova difficile trattativa tra il governo etiopico ed il patriarcato alessandrino ha portato ad un nuovo compromesso, nel luglio del 1948, per il

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quale il patriarcata, consolidato e riconosciuto nuovamente il vincolo di dipendenza gerarchica della Chiesa etiopica dalla sede di Alessandria, ha da parte sua ammesso per la prima volta il principio della scelta del metropolita di E. tra i vescovi nativi di quello Stato.

Indecisa è ancora la sorte dell'Eritrea, perché l'accordo del 1929 fu considerato decaduto implicitamente con la nomina del metropolita Abrehām, nel dic. del 1936, essendo stata riconosciuta la giurisdizione di tale metropolita anche sull'Eritrea, per la quale fu anzi nominato un vescovo. La decisione sul destino dell'Eritrea dal punto di vista politico è stato successivamente rimandata dalle trattative della pace di Parigi sin oggi, e quindi il problema anche delle gerarchie ecclesiastiche (monofisite) resta aperto.

Per la bibl. v. sotto: Letteratura.
Enrico Cavalli
IX. Le missioni
cattoliche. - Dopo la prima e la seconda missione dei Gesuiti si può dire che tra l'E. a Roma si aprì un abisso. Si ebbero però dei tentativi
di alcuni missionari, specie francescani cappuccini e minori, a cui la S. Sede affidò l'impresa, ma fallirono sul nascere e i pochi che riuscirono a porre piede nel regno proibito pagarono col sangue la loro audacia (cosi vennero martirizzati i due cappuccini francesi Agatangelo e Cassiano il 7 ag. 1638 ).

Soltanto il lazzarista G. Sapeto riusci ad entrare in E. e a fissarsi ad Adua ( 1838 ) acquiatandosi la benevolenza del popolo e del clero locale; mediante un'ambasciata si chiesero a Roma dei missionari: cosi nel 1839 venne eretta la prima vera missione col titolo di vicariato apostolico di Abissinia. L'infaticabile lazzarista italiano Giustino de Jacobis, primo pastore della missione, fondò subito un seminario per il clero indigeno, da cui, nel 1852, uscirono ben 15 sacerdoti. Il lavoro si svolse soprattutto tra gli scismatici del Tigre e di Adua e si ottennero quasi 3000 conversioni.

Col martirio del primo prete indigeno (Abba Guebré Michael, 1885), con l'esilio del De Jacobis e la sua morte (1860), in seguito alla persecuzione dell'imperatore Teodoro, si chiuse quella prima esperienza missionaria.

Nel frattempo era stata creata una nuova missione, in seguito alla richiesta dell'esploratore francese A. D'Abbadie e cioè il vicariato apostolico dei Galla ( 30 apr. 1826) affidato alla cura dei Frati Minori Cappuccini italiani. Guglielmo Massais (di poi cardinale) fu la grande figura di apostolo e di pastore di quella missione soltanto dopo un peregrinare di 6 anni, egli giunse nel territorio a lui affidato ( 1852 ). Ma la sua opera apostolica si svolse specialmente tra i Kaffa, ed esempio unico nella storia missionaria, creò un seminario ambulante da cui uscirono 10 sacerdoti indigeni. In seguito alla persecuzione del Negus Teodoro e la soppressione degli Ordini religiosi in Italia, quelle due missioni passarono alle rispettive famiglie di nationalità francese (nei 1863 il vicariato dei Galla; nel 1865 quello di Abissinia). Il Massais però ritornò a capo dei confratelli francesi e lavorò per 11 anni nello Scioá da cui fu espulso durante la persecuzione di Giovanni IV (1876). Nel 1881 il successore del Massais, p. Taurin Chagne, fissò la sua dimora nell'Harar: inu-
tili furono i tentativi di ritornare nello Scioà e si ebbero nuove persecuzionispecie da parte degli scismaticie dei maometrani. Si fondarono scuole e un lebbrosario. Nel 1915 il p. Ma-rie-Barnard fondò la Congregazione delle Storie indigene.

Il vicariato di Abissinia, passato ai Padri Laezaristi francesi, si riorganizzò; si creò un seminario per il clero indigene. Nel 1894 una parte del suo territorio passò a formare la prefettura apostolica di Eritrea (v. eartura).

Nel 1913 fu eretta la prefettura apostolica di Kaffa affidata all'Istituto della Consolata.

Dopo l'occupazione dell'E. da parte dell'Italia (1936) una commissione cardinalizia studiò la nuova organizzazione delle missioni in E. In seguito a questi studi vennero emanate sette costituzioni (cf. AAS, 29 [1937], pp. 357366); fu eretta una delegazione apostolica con nove circoscrizioni a missioni, di cui 5 vicaristi: Eritrea, Addis Abeba, Gimma, Harar, Mogadiscio e 4 prefetture: Dessié, Gondar, Neghelli, Tigrai, alle quali con decreto del 13 febbr. 1940 (AAS, 31 [1940], pp. 467-70), si aggiunsero le prefetture apostoliche
di Endeber e Hosanna. Il territorio a nord del vicariato apostolico di Addis Abeba dipende dalla S. Congregazione Orientale e il resto da Propaganda Fide.

Da questa nuova organizzazione e per lo zelo dei missionari le missioni di E. facevano sperare grandi frutti quando la seconda guerra mondiale trovabe tutto: i missionari parte vennero cacciati, parte internati o imprigionati.

Nel 1947 la S. Sede nominò un nuovo delegato apostolico. Concludendo, si può dire che dal 1838 lo sforzo missionario in E., benché non sia stato del tutto sterile, certo è che non ha conseguito i frutti sperati. Le difficoltà morali sono immense; i missionari si sono sempre urtati sia con una nazione scismatica, dove popolo e clero e potere civile sono identificati, sia con un cristianesimo alterato. L'estrema resistenza dello scisma etiopico è dovuto alla estrema coesione di tre forze: diffidenza del popolo legato alle sue tradizioni, ostilità dei capi im bevati di pregiudizi contro il cattolicesimo, opposizione del clero dominante attaccata alla sua posizione e ai suoi beni.

Bibl.: G. Massais, I miei trentacinque anni di missione nell'Alta Etiopia. Memorie storiche, 3 voll., Roma 1921-22, Tevoli 1928; Gilbert de Barrita, Les Capucins en Ethiopie. Mitevant des Galles, Tolosa 1929; P. Gimalec, Les vicariats apostoliques d'Abissinie (1830-1931), in Revue d'histoire des missions, 2 (1932), pp. 129-90.

## III. Letteratura.

Santalario: I. Caratteri generali. - II. Patristica. - III. Apologetica. - IV. Degradation ed ascetica. - V. Diritto. - VI. Aglogra6a. - VII. Scritti apocalittici e vati.
I. Caratteri generali. - La letteratura etiopica è, per la massima parte, di argomento religioso, con la principale eccezione delle Cronache reali, le quali del resto - sino all'epoca contemporanea sono anche esse opera di ecclesiastici. Si suol dire altresi che la letteratura etiopica è essenzialmente

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di traduzione, e ciò può ritonersi csatto, in linea generale, per quanto non manchino, nei vari periodi, opere originali di autori etiopici e per quanto, parecchio volte, le traduzioni siano anche rielaborazioni e rivelino quindi anche csse alcuni lati interessanti della psicologia etiopica. Le traduzioni sono state fatte generalmente, in un primo e più antico periodo, direttamente dal greco; in un successivo periodo dall'arabo.

Si è dubitato se, clico questo due, non debbano anche ammettersi traduzioni direttamente dal copto, il che sin ora non è stato provato per alcuna opera; e qualche indizio in contrario è stato spiegato con 8 bilinguismo (coptoarabo) dei manoscritti di alcuni libri m eso nella Chiesa copta.

Qui di seguito si dà notizia delle principali opere della letteratura religiosa etiopica, divise per categorie. La Scrittura fu appunto tradotta in etiopico dal greco: il Nuovo Testamento, secondo ricerche preliminari, segue la versione siro-occidentale (ansiché quella in uso nel patriarcato di Alessandria), e questa è reputata prova dell'intervento dei monaci siri emigrati in E. La Scrittura, tuttavia, fu sottoposta, ad opera dei metropoliti, a più di una revisione. E assai desiderabile che le ricerche sulla Scrittura in etiopico siano riprete dagli studiosi.
II. Patriartica. - Le scuole etiopiche hanno accolto tre antologie di scritti dei SS. Padri (tutte volte a scopo di difesa della dottrina monofisita) :

1. il Qtrillos (s. Cirillo). Comprende tre opuscoli di a. Cirillo Alessandrino (De resto foto ad Theodosius; Presplausiticus ad Reginus; Quod Christus sit unus) ed una collezione di 25 ornelie attribuite a vari Padri (dal Concilio di Nicea a quello di Efeso). I testi sono stati tradotti dal greco.
2. Timoteo Eluro. Comprende due lettere pastorali di Timoteo Eluro, patriarca di Alessandria, da Gangra ai suoi fedeli ed alla città di Costantinopoli. Alle lettere sono uniti estratti dei Padri ed un riassunto (dello stesso Timoteo Eluro) delle «azioni e definizioni del Concilio di Calcedonia n. L'originale greco delle lettere è per noi perduto; e non si ha più Timoteo Eluro che in questa versione etiopica e nell'armeno (e frammenti in sinizco).
3. La Confessio Patrum (arabo: l'tirâf al-ahä'), antologia di passi dei Padri da s. Iraneo sino al patriarca alessandrino Cristodulo (1047-77 d. C.). La raccolta è stata tradotta dall'arabo in etiopico, probabilmente nella prima metà del sec. xvi. Essa ha in etiopico il titolo di Häjmānata Abou (Fides Patrum); ed ha dal sec. xvi ed oggi la massima importanza nellinsegmamento teologico.
III. Apologetica. - La polemica con la propaganda religiosa musulmana fu oggetto, nel sec. xvi, di una opera dovata all'abate 'Enbáqom (di Debra Libáros) ed intredata Anqaja Amín ("Porta della fede "). Più tardi vari opuscoli polemici in difesa del monofisismo furono
composti da ecclesiastici etiopici durante le discussioni con le missioni dei Gesuiti; così il Masgaba Häjmānāt ("Tesoro della Fede"); il Sawana nafs ("Rilugio dell'anima s) ed il Fekhārē Malakot ("Esposizione della Divinità "). A questa stessa categoria si possono ricondurre i due libri del neguz Zare's [l'qnù (1434-68) : Masbafa Berkän ("Libro della luce ") e Masbafa Milād, dove si combattono non solo eresie locali etiopiche, ma soprattutto i residui di paganesimo annaca vivaci a quei tempi.
IV. Dogmatica ed ascetica. - L'opera etiopica originale sulle eresie sotto il titolo di Masbafa Mèxtir ("Libro del mistero ") fu composta agli inizi del sec. xv da Giorgio di Saglà. Ma una caratteristica della letteratura religiosa è data dagli opuscoli e trattatelli di teologia dogmatica (la massima parte di questi è, per domande e risposte, in forma di catechismo), composti da ecclesiastici etiopici durante e dopo la missione dei Gesuiti. Queste opere, che precisano la dottrina accolta nella Chiesa etiopica, per l'impulso dei contatti con il mondo cattolico che induceva a ri-
pensare le verità fondamentali della Fede, sono scritte anche, in maggior numero, nella lingua comune (l'amarico), anzi che nell'etiopico. Tale traduzione catechistica si è conservata sin oggi. Traduzioni dall'arabo sono invece il Masbafa Hami, enciclopedia di teologia morale (l'arabo, a sua volta, è traduzione dell'originale greco del monaco Nicone, palestinese del sec. xi); il Talmid ("Discepolo "), altro trattato De haeresibus tradotto dall'arabo ad opera di Giorgio discepolo di Antonio Sico. Entrambi questi trattati entrarono in E. nella seconda metà del sec. xvi.

Un posto a parte hanno i cosiddetti Libri dei monaci (Masabefta Manakussāt), anche essi giunti in Etiopia attraverso la versione eraba: Filhésijos ("Filosseno ") sulla vita monastica, opera dell'autore siro Filosseno di Malpùr (del sec. vi); Mār 'Jmbaq ("Beato Isacco "), e cioè il terzo libro delle opere ascetiche di Isacco da Ninive (siro del sec. vi); Aragāni Masfaukoi ("Il vecchio spirituale"), trattato di ascetica dello scrittore siro (ancora del sec. vi) Giovanni Saba.
V. Diritto. - Le due grandi raccolte di canoni, il "Sinodo" (Senodos), tradotto dall'arabo in etiopico forse alle fine del sec. xili, e la "Didascalia" (Didesqaljā), che ci ha conservato anche i cosiddetti Canoni di s. Ippolito romano, furono in epoca più tarda completati con la traduzione (ancora dall'arabo) del Maniscanone di Ibn el-'Assāl, che ebbe in etiopico il titolo di Felba Nagast ("Leggi dei re") e fu leggendariamente attribuito ai Padri del Concilio di Nicea.
VI. Antographa. - Una singolarissima opera è il libro etiopico dei Mirscoli di Maria (Ta'amrn Mārjäm), che consiste in una collezione di racconti pii dell'Europa occidentale, formatosi (sec. xit) nella Francia settentrionale ed arricchitasi poi di apporti italiani e spagnoli. Tale collezione è state tradotta dal francese in arabo, nell'Oriente latino, fra il 1237 ed il 1280 ; e con l'aggiunta di altri racconti riferentisi alla Siria, alla Terra Santa ed all'Egitto è giunta in E., dove è stata tradotta dall'arabo in etiopico alla fine del sec. xiv. Dal regno di Zare's [ k^{′} qnù in poi, lezioni di questo libro sono rituali nella Chiesa etiopica. Numerosi sono gli Atti di santi, tradotti in

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etiopico dal greco, come la Vita di s. Paolo eremita e la Vita di s. Antonio, opera di s. Atanasio; e per la massima parte dall'arabo, come gli Atti dei ss. Quirica e lullica, martiri; di s. Ciro medico; di s. Basilide; di s. Barbara; di s. Atanasio, ecc. Ma ricca è anche la letteratura agiografica originale: da quella relativa ai maggiori santi della Chiesa etiopica, come gli Atti di Takla Hignanei, gli Atti di Bustazio, quelli di Cabra Manisa Qedéus, a quelli dei «nove santi», ai cich relativi a santi locali delle singole province, come quello della regione del Lâed, sulla della dinastia Zagué (Atti del re Lâbbela; Atti del re Na'akuefo La-Ab; Atti del re Jemerbanna Krestos; Atti della regina Maegel Kebrá), o quello della regione del Lago T'ânâ (Atti di Jâfqeranna Krestos; Atti di Batra Mârjâm; Atti di Krestos Samrâ; Atti di Zamada Mârjâm).

Il Sinassario etiopico è traduzione, fatta dall'arabo nel sec. xiv, del Sinassario della Chiesa copta; ma sono state inserite parecchie notizie relative a santi etiopici, alcune delle quali non sono prive di importanza per la storia locale.
VII. SCRITTI APOCALITTICI E VARI. - La predilezione degli Etiopi per gli scritti apocalittici ha fatto si che la letteratura etiopica ha accolto (ed in qualche caso, è la sola a conservare nell'Oriente cristiano) molte opere di tale argomento. Si citano: l'Apocalisse di s. Pietro; la Visione di Maria; il Qailementos, raccolta di scritti pseudociementini; il Testamento di Nostro Signore; il Libro del testamento; la Sapienza della Sibilla; l'Epistola Apostolorum; l'Apocalisse di Sconute; l'Apocalisse di Abbal Nahjud; il Pebhéré Spesus, Dichiarazione di Gesù».

Un posto a parte merita il Libro dei minori del cielo e della terra, opera originale dell'ccipe Ba-hâjla Mikâ êl, dal sec. xv, che ha fonti disparate non ancora ben studjate.

Per le versioni etiopiche della Bibbia, v.: AlesSANDRIA D'EGITTO: 3. Storia del patriarcato di Alessandria; COPTI.

BibL.: Per la storia generale cf. C. Conti Rossini, Storia di E. I. Berenice 1928; per la storia ecclesiastica (già riassunta, secondo le conoscenze che se ne avevano allora agli inizi del sec. xv, da Ienazio Guidi in un articolo pubblicato sotto il titolo Chiesa abissina, in Oriente moderno, 2 (1022-23), pp. 123-26, 186-90); cf. U. Monneret de Villard, Di una possibile origine delle danze liturgiche nella Chiesa abissina, in Oriente moderno, 22 (1942), pp. 308-11; id., Parchi la Chiesa abissina dipendente dal patriarcato di Alessandria, ibid., 32 (1943), pp. 308-11; id., Muir vescovo di Adalis, in Oricus, Chr. Per., 12 (1947), pp. 613-23; id., La Madonna di S. Maria Maggiore e l'illustrazione dei Miracoli di Maria in Abissinia, in Anonii Lateranensi, 11 (1947), pp. 9-21; id., Abissu ed i quattro re del mondo, in Anonii Lateranensi, 12 (1948), pp. 125-80; E. Cerulli, Il libro etiopico del Miracoli di Maria e le sue fonti nella letterature del medio evo latino, Roma 1943; id., Etiopi in Polacione: Storia della comunità etiopica di Gerusalemme, a voll., ivi 1943-48; id., Gli abitanti di Dubra Libano, capi del monachismo etiopico secondo la lista rimata (secc. XIV-XVIII); id., Gli abati di Dubra Libano, capi del monachismo etiopico (secc. XVIII-XX), in Orientalia, 12-13 (1943-44), pp. 226-54; ibid., 14 (1945), pp. 143-72; id., Il Mistero della Trinità: manuale di teologia della Chiesa etiopica monafisita, in Orientalia Christiana Periodica, 12 (1946), pp. 47 129; per la storia letteraria si può dire che le ricerche furono davvero implantate da H. Zotenberg nel suo Catalogue des manuscrits éthiopiens de la Bibliothèque Nationale, Parigi 1879; C. Conti Rossini, Note per la storia letteraria abissima, in Rendiconti R. Accademia Linea, scienze morali, 5^{°} serie, 8-9 (1899-1900), pp. 197 sg., 263 sg.; I. Guidi, (Breve) Storia della letteratura etiopica, Roma 1932. Per le opere edite, oltre alle due maggiori collezioni del Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium a della P.O. cf. le bibliografie etiopiche elencate all'inizio del recente scritto di C. Conti Rossini, Pubblicazioni etiopiche dal 1936 al 1945, in Rasc. di studi etiopici, 12 (1945), pp. 1-122; id., L'arcangelo Afnîn nella letter. etiopica, in Apal. Boll., 68 (1950), pp. 436-52.

Enrico Cerulli

## IV. Teologia.

I. Scrittori Etiopi. - I. Guidi distingue quattro periodi nella letteratura religiosa della Chiesa etio. pica. Il primo, detto aksamita, va dal sec. v al sec. vir; il secondo incomincia nel sec. xir sotto la dinastia dei Salomonidi; il terzo comprende il sec. xv, dominato dall'attività letteraria dell'im-
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(da C. Conti Rossini, L'x codice illeutroto ealtro del 11. 37. in Abina (lulina, I [165], 39 6)
Etiopia - Parte di una rappresentanine dell'onnesta trianfale di Chiera e Gerusalemme. L'cauenda in alto: 1.2 sono discapoli con Lui, e Zarcheo sale sopra un scomoro: nel remiso: -Zaccheo is in basso a destra: -Ecco i vecchi - Minatura di un codice critico dal sec. xv - Parali Biblioteca Nazionale, ma. abb. n. 103, f. 9^{′}.
peratore Zare'a Jâ'qob; il quarto abbraccia i secc. xv1-xix. Per le opere principali vedi sopra: 3. LETTERATURA.
II. Caratteri della teologia etiopica. - A differenza di quanto avviene nelle altre Chiese monofisite, la teologia degli Etiopi è totalmente estranea all'influsso diretto della filosofia. Neppure si può parlare tra essi di scuole teologiche propriamente dette. Gli Etiopi si mostrano invece attuccarossini alle loro formule più o meno tradizionali e rispondenti ai testi della Scrittura e del SS. Padri; cio che provoca nel loro seno delle dispute frequenti ed interminabili.

Caratteristico è anche nella teologia etiopica il potere predominante dell'autorità imperiale nel dirimere le controversie. Ciò si spiega con la costituzazione della Chiesa etiopica, priva, fino al 1937, di una suprema autorità ecclesiastica.
III. Dottrina. - Nel 1936 il canonico anglicano Douglas pubblicò un riassunto completo delle credenze etiopiche, secondo le risposte fornite dai principali debterà (dottori) alle domande poste dai missionari anglicani nel 1922. Non potendo trattare le singole questioni, basti accennare qui al loro insegnamento sull'Unione delle due nature in Cristo, sulla Trinità e sulla Madonna, le tre verità fondamentali della loro fede attestate graficamente da Zare'a Ja'qob, allorché ordinò a tutti di farsi incidere sulla fronte i nomi del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo; sul braccio destro: a rinuncio al diavolo e divento servo di Maria n; sul sinistro: adoro Cristo Dio mio n.

1. Monofisismo. - Non si sa esattamente quando gli Etiopi abbiano preso posizione tra gli oppositori del Con-

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rilie di Calcedonia. Alcuni sostengono che ciò accadde alla fine del sec. v con l'arrivo dei monaci bizantini; altri preferiscono una data posteriore al 637 . Comunque nia, si ributano di adoperare la formola aristologica; una Persona in due Nature. Ma fin dove arriva il loro monofisismo? Secondo il missionario gesuita p. Pasa, al quale seguono gli antichi scrittori cattolici, gli Etiopi professano un monofisismo vero. Secondo i moderni il loro sarebbe un monofisismo nominale soltanto. Ed infatti, Zare'a Jā'qob rinnovò già al suo tempo la condanna di Eutiche: e Claudio nella sua Confessione non teme di dire: «Riguardo alle due nature (di Cristo), esse, secondo la nostra dottrina, non esistono separatamente, ma unite se una sola, senza confusione però a senza alterazione alcuna». Anzi, il sacerdote cattolico etiopico Abba JalouSocquar è di opinione che non esista tra loro neppure il monofisismo nominale o severianismo; tutto si riduce alla impossibilità linguistica di esprimersi, giacché il termine Btûrêj = "natura " ha anche il significato di Hêlânê = "essenza ". Tra le conseguenze del monofisismo in E. è da annoverarsi la disputa sull'Unzione di Cristo (v. sopra: a. Storia).
2. Autropanorfismo. - Verso la matá del sec. xv appare già radicata tra gli Etiopi l'opinione che Dio ha forma umana come la nostra giacché fece l'uomo a proprio somiglianza. Contro di essa intervenne il sacerdote Za-Mibâ'êl, seguito da un certo Gamaliel e da parecchi altri, i quali proclamavano: Dio non ha faccia». Nel 1219 furono condannati dal Concilio di Amhara, presieduto da Zare'a Jā'qob, il quale propose la formula: "Il Padre non ha altra sembianza all'infuori di quella umana. Il Figlio non ha altra sembianza all'infuori di quella del Padre. Lo Spirito Santo non ha diverse sembianza se non quella del Padre e del Figlio». Tale è la formula che a ripete fino ai giorni nostri nei catechismi etiopici.
3. Mariologia. - Gli Etiopi sono stati sempre ardenti dovati della Vergine Madre di Dio. Adoperano perfino nelle feste della Vergine ed in quella di a. Dakesio (a. Ildefonso di Toledo) una speciale onafara mariana, della quale si conosce un testo antico pubblicato nel 1937 da Abba Tekle Sernharaj ed il testo tuttora in uso tradetto e commentato da S. Euringer. Sia in quest'analoga, che nella ricchissima lanografia mariana, si espongono, o piuttosto si asseriscono i privilegi della Vergine e cioè la Maternità divina, la Corredenzione, la pienezza di Grado, l'Assunzione in cielo in corpo ed in anima, la perpetua Verginità ed anche in modo abbastanza chiaro l'immacolata Concezione.

Nel campo della mariologia è celebre le disputa relativa al culto della Madonna, sul quale i dottori del 'Tigré insegnavano: «Alla Madre di Dio conviene l'onore o la gloria, ed al suo Figlio (sua-la-Walda) l'adorazione ". I monaci di Dabas Lladnos nella Scica sostenevano invece: "Alla Madre di Dio, al pari di suo Figlio (sua-mèsta Waldd), conviene l'adorazione". La parole sua-la-Walda e samella Waldd diventarono come gli stendardi di due eserciti contrari, che si combatterono accanitamente, finché Giovanni IV, nel Concilio di Vallo (1878), non prescrisse a tutti di tenere la sentenza del Tigre.

Rom.: V. Belonov. Qualche pagina della storia ecclesiastica dell'E. (trad. del russo), Roma 1890; A. Pollera, Lo Stato etiopico e la sua Chiesa, Ivi-Milano 1926; J. B. Coulbeaux, Histoire politique et religione de l'Abistante, Parigi 1929; M. Jagie, Theologia dogmatica Christianarum orientalium, V, ivi 1935, passim: Abba Jalou-Socquar, La Chiesa etiopica è monofisita?, in L'Oriente cristiano e l'Unità della Chiesa, 4 (1929), pp. 47 99; L. Lozza. L'autorità dell'imperatore nelle controversie teologiche interne della Chiesa etiopica, in Unitas, 1 (1446), pp. 3160.

Maurizio Gordillo

## V. Il RITO ETOPICO.

Il rito etiopico è un ramo del rito copto; ne differisce solo nei tratti generali della sua fisionomia, e in alcuni particolari.

1. Caratteristiche generali. - Sorprende una certa esuberanza, una spontaneità giovanile, una ricerca ingenua delle novità, prodotti da un accumularsi di testi - dell'imitazione senza discriminazione di modi