446), pp. 3160.
Maurizio Gordillo
## V. Il RITO ETOPICO.
Il rito etiopico è un ramo del rito copto; ne differisce solo nei tratti generali della sua fisionomia, e in alcuni particolari.
1. Caratteristiche generali. - Sorprende una certa esuberanza, una spontaneità giovanile, una ricerca ingenua delle novità, prodotti da un accumularsi di testi - dell'imitazione senza discriminazione di modi strani
di vestire e di fare che talvolta provocano disordine; tutto questo è dovuto, più che ad un livello di cultura meno riflessiva, alla mancanza di un controllo centrale. Alcune preghiere del principio della Messa non sono prese dalla liturgia eucaristica del rito copto, ma dal benedizionale riservato al vescovo; alla prima incensazione, ha quattro preghiere, invece di una del rito copto; l'Oreato post Evangelium si recita prima del Vangelo, nelle ore dell'Ufficio divino si trovano due o tre orazioni di dimissione prima delle preghiere finali. Il diacono porta sul capo una tura, dono dei re e delle regine del paese; la danza liturgica, rimasta in uso per le feste solenni, dà un carattere particolare alle processioni, non meno dell'accompagnamento del canto con sistri e con il battere dei piedi.
Una caratteristica è l'influsso del giudaismo, dovuto all'avvento dei re Salomonidi (dal sec. xiri), influsso che si manifesta nella costruzione interna della chiesa: una ediccia centrale, piccola, chiusa, contenente l'altare, rappresenta il sancta sanctorum dove solo il sacerdote penetra; intorno vi è uno spazio circolare separato dal resto della chiesa, dove possono stare soltanto il clero e i cantori; i fedeli quindi non vedono nulla della liturgia eucaristica e rimangono sovente fuori. Influsso giudaico si nota anche nel festeggiano il sabato, fino a prenderlo per un essere sacro, come nell'analoga di a. Aumasio, e nelle numerose allusioni al Vecchio Testamento ed ai suoi patriarchi. Per i paramenti sacri cf. T. M. Samhârâj, De indumentis sacrii ritus Aethiopici, Roma 1930.
II. Usi particolari. - Per la Messa si conosce il testo di 19 anatore; l'ordinaria è quella dei sa. Apostoli, desunta dalla Traditio apostolica di a. Ippolito. In molte anafore le parole della consacrazione, per un desiderio eccessivo di chiarezza, sono difettose. Mancando nel paese le viti, il vino eucaristico viene preparato con acini d'uva messi nell'acqua e poi spronniati. Nel Battesimo vengono dati al neo-battezzato latte e miele. L'unzione degli infermi è caduta in disuso.
Esistono o sono esistiti in diverse regioni tre tipi di orologion, oltre quello copto.
Il rito comprende una ricca varietà di inni liturgici. Per il deggud, specie di antifonario per tutto l'anno, attribuito a Jared, cf. C. Conti Rossini, Aethiopica, II, in Rie. Studi Orient., 10 (1923-25), p. 515. Per l'innogrofia mariana cf. A. Grohmann, Aethiopische Marienhymnen, Lipsia 1919. Al calendario e al sinassario fu aggiunto il "proprio" dei santi etiopici nel sec. XVI e XVII.
Il canto e la musica della liturgia etiopica non hanno alcuna relazione con le altre liturgie cristiane e sono poco studiati e poco conosciuti: cf. E. Welleez, Studien zur äthiopischen Kirchenmusik, in Oriens Christ., 9 (1920), pp. 4-106, con le osservazioni di S. Euringer, ibid., 16-11 (1923), pp. 151-54.
La lingua liturgica è l'antica lingua del regno di Axum, il gé'ez.
Bibl.: S. Marcer, The Ethiopic liturgy, Milwaukee 1919: I. Quidi. Breve storia della letteratura etiopica, Roma 1932, passim: E. Grebaut-E. Tisserant, Codices Aethiopici Vaticani, 2 voll., Roma 1935-36 (la descrizione dettagliata dei mss. e molto istruttiva); Abba Takla Mâzûan Samhârâj, La mensa ehiopienne, ivi 1937. Per molti punti riguardanti la liturgia vedere la ricchissima bibl. di J. Simon, Notes bibliographiques sur les textes de la "Chrestomathia Aethiopica", di A. Dillmann, in Orientalia, 10 (1940), pp. 283-312; A. Hailo, Mensa etiopica detta degli Apostoli, Roma 1046; E. Cerulli, La festa del Battesimo e l'Eucarist. in E. nel sec. XV, in Anal. Boll., 68 (1990), pp. 426-52. Alfonso Raes
## VI. Antichità cristiane.
Gli Habsêst, popolazione dell'Arabia del sud. ovest, passata in E. al tempo del regno di Saba, vi costituirono uno Stato potente che arrivò ad un alto grado di civilta, ad uno sviluppo artistico a ad una organizzazione tecnica notevolissima, come testificano i monumenti del-
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Iso M. Bibi, Nio 101, Abissinion Sak, Berliun 1831, 9. 171
Etiopia - La Vergine e 8 Bambino, si lari due angeli con i simboli della Passione. leone etiopica di arte moderna.
l'epoca pagana ancora esistenti in Aksŭm. Quando e come il regno sia passato dal paganesimo di tipo sud-arabico al cristianesimo non sappiamo esattamente, ma ciò deve essere avvenuto nel secondo quarto dei iv sec. e per opera di missionari partiti dalla Siria. Il primo vescovo che si conosce è un Frumenzio, consacrato da Atanasio di Alessandria, quindi dopo il 328 ; ma il racconto delle sue avventure, quale ce lo ha trasmesso Rufino, è troppo infarcito di motivi folkloristici da poter essere considerato come un sicuro documento storico. L'origine siriaca della missione ci è però confermata dal numero considerevole di termini etiopici concernenti la religione, la Chiesa o la liturgia che derivano appunto dal siriaco, ed ancora e meglio dal tipo architettonico dei più antichi monumenti religiosi cristiani dell'Abissinia. Questi si trovano lungo una antichissima strada che parte dal porto di Adulis, segue la valle del Hadias per salire sull'altopiano, e per Qobayto, 'Tabónda', Kaskesè, Yelpà giunge ad Aksŭm. La nostra conoscenza dei monumenti dell'epoca aksŭmita è ben lontana dall'essere soddisfacente: tutto e quasi tutto ciò che sappiamo è raccolto nella grande pubblicazione della missione archeologica tedesca (che però si occupò principalmente dei monumenti dell'epoca pagana), salvo che per Adulis ove furono eseguiti degli scavi incompleti dalla missione Paribeni-Gallina e dallo svedese Sundström.
Malgrado questa sommaria documentazione il più antico tipo di chiesa è abbastanza ben definito. Esso costituisce esternamente un rettangolo, dato che l'abside non è mai sporgente, ma nascosto dietro il muro orientale : il santuario è costituito da un'abside racchiusa fra due camere, secondo il più diffuso tipo siriaco. L'abside è sempre quadrata o rettangolare secondo un tipo assai diffuso in Siria, salvo ad Adulis dove è semisivcolare nella basilica orientale e a ferro di cavallo in quella settentrionale : quest'ultima forma ha i suoi paralleli in Siria alla chiesa di Burg J\&̉dar (chiesa orientale), alla chiesa occiden-
tale di Zebed datata dell'a. sita e a quella orientale della stessa localita. Il corpo della chiesa è diviso in tre navate da due file di pilastri generalmente monolitici e quadrati con gli angoli smussati. Al massimo tali pilastri sono sei per parte (rovina 6 di Qobayto, chiesa sovrata dallo Sundström ad Adulis), ma si arriva a delle navate breviasime dove i pilastri sono uno solo per parte (rovina 7 di Qobayto, chiesa settentrionale di Adulis). La parte occidentale dell'edificio religioso e costituita alcune volte da un locale rettangolare (nartece) come abbiamo sicuramente alla chiesa nord di Adulis o alla rovina 3 di Qobayto, ma altre volte da tre locali come alla chiesa del Sundström ad Adulis o alla rovina A di Tabónda (dove il locale settentrionale sembra contenere una causa di scala), preceduti da uno o da tre altri locali esterni. La costruzione è sempre in pietra a secondo un modo caratteristicamente aksŭmita il paramento esterno dei muri non è mai piano ma costituito a grandissime riseghe. A queste planimetrie si hanno due speciali eccezioni: alla chiesa orientale di Adulis non abbiamo la divisione in tre navate, ma nel centro del corpo della chiesa abbiamo un giro di otro pilastri quadrati che farebbero pensare sostenere una cupola; e alla più antica cattedrale di Aksüm si ha una planimetria assai complessa riprodotta in un disegno dell'Alvares che sembra confermato da alcuni sondaggi recenti. Bisogna però attendere scavi completi. La presenza di scale fa pensare all'esistenza di matronel, come si troverà più tardi a Debra Damo o a Lalibela. Nulla ci è conservato delle forme dettagliate e decorative delle costruzioni, che probabilmente dovevano essere simili a quelle delle grandi stele pagane di Aksüm: in quanto riflessi dei metodi, il troviamo ancora nelle costruzioni del pieno medioevo.
Durante questo il centro della civiltà abissina si è spostato a sud della regione propriamente alsaimita, verso il centro dell'altipiano etiopico e più propriamente nel Lascà. Fa eccezione l'antica chiesa dell'Asmara (demolita nel xix sec.) posta nella regione settentrionale. Questo, come la chiesa di Debra Damo, mostra il perseverare di forme planimetriche alsaimite: la seconda di queste può essere confrontata con la rovina A di Tabónda: e in alzato essa presenta dei matronel che guardano nella navata centrale la quale non riceve luce dall'esterno, cioè secondo un tipo che si trova anche in Nubia. Si deve notare che le forme decorative di Debra Damo e specialmente i soffitti in legno intagliato appartengono ad una ben più recente epoca. La chiesa di Imraha, nel Lascà, presenta invece una nuova struttura : è una basilica senza il solito nartece né camere anteriori sul lato occidentale, con il corpo della chiesa diviso in tre navate da due file

Etiopia - Un'aula di scuola italiana per indigeni - Amara.
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di pilastri costruiti e non più monolitici e reggenti delle arcate, cosa completamente nuova, con il santuario formato da tre camere di cui le due laterali solamente comunicanti a mezzo di arcate con la centrale la quale è coperta con una cupoletta. Altra importante novita è che la nave centrale è sopraelevata sulle laterali e riceve luce diretta. Arrate su pilastri, cupola e illuminazione diretta della navata sono tre caratteristiche che indicano nuovo influenza sull'architettura abissina. Una cupoletta sul santuario presenta anche la chiesa di Gammadu Mariam, che sembra della stessa epoca. Ma i monumenti più importanti dell'epoca Zague sono le chiese scavate nella roccia in un modo assai particolare, cioè isolando a mezzo di un'ampia trincea un blocco roccioso nel banco di pietra e lavorando questo non solo internamente ma anche esternamente, in modo da dargli il completo aspetto di un edificio costruito. Le chiese scavate nella roccia si trovano in molte parti del mondo cristiano (in Cappadocia principiolmente), il procedimento dell'isolamento del blocco roccioso e la sua lavorazione anche esterna non si presenta se non in India, parecchi secoli prima della esecuzione della chiesa zague. Non è da escludersi che questo concetto sia venuto da là, ma il concetto solo, in quanto, sta nella planimetria che nelle forme decorative e costruttive riprodotte, la chiesa zague mostrano chiaramente il prelevetore di tradizioni absamita. E il popolo che compi il prodigio tecnico di tagliara, decorare, trasportare ed erigere le grandi stele pagane di Absum dimostra con questo chiesa di aver conservato anche tardi la sua abilità di esecuzione. Dal punto di vista planimetrico queste chiese presentano le forme più diverse. Con la struttura abissinia si riattaccano la chiesa di Emanuel, di Libanos e di Maria o Lalibela, quella di Bilbola Chirchos e di Mascale Chirchos; è a cinque navate quella del Salvatore del Mando pure a Lalibela; senza la tripartizione della parte occidentale è la chiesa dei Quattro Animali presso Bilbola Ghiorghis. Altre chiese presentano una forma più semplice, senza la tripla divisione del santuario, come le chiese di S. Michele e di Marcuria a Lalibela e la chiesa di Bilbola Ghiorghis. Una forma tutto affatto speciale presenta la chiesa di S. Giorgio a Lalibela, che è conciforta, struttura che non si trova assolutamente in Egitto ma che è rappresentata in Nubia da una chiesa di Tzmit. Parecchie di queste chiese sono circondate da un porticato esterno su pilastri che va fa il giro completo - che si trova solo su due o tre lati. Generalmente sono ad arcate su pilastri e presentano dei matronci alla chiesa di Maria, di Emanuel e di Libanos a Lalibela. Quella di Emanuel ha una cupoletta sul santuario. La chiesa del Golgota a Lalibela presenta anche delle sculture di santi (a grandezza naturale) sotto arcate o un altare con la rappresentazione dei quattro animali degli Evangelisti in figure umane con le teste del leone, del toro, dell'aquila - dell'angolo : unici esempi di scultura abissina medievale. Chiesa delle stesso tipo di quelle del Lasca si trovano anche a 4^{\text {Wogero }} nel Tigre e molto più a sud a Yakha Mlisa'il presso Addis Abeba e ad Adadi Mariam a sudovest di questa città. Queste chiese dell'epoca Zague rappresentano il punto di massimo sviluppo artistico e tecnico raggiunto dagli Abissini.
La decadenza è grandissima con la caduta dei Zague a l'avvento dei Salomonidi; grande tanto che non è più il caso di parlare di arte architettonica ma semplicemente di costruzioni aditiite a scopi religiosi. Deve essere avvenuta anche in tale momento una profonda trasformazione dal punto di vista rituale e liturgico, in quanto che la chiesa assume dalle forme nuove, senza alcun rapporto con quelle delle epoche precedenti. Le origini, le modalità e le ragioni di tali trasformazioni non sono ancora state difucidate.
Scomparc l'abside sia come concetto liturgico che come forma architettonica: il sacrificio religioso viene compiuto entro una cameretta rettangolare munita di porte su tre lati salvo l'orizzuale, che sono sempre tenute chiuse durante la funzione, in modo che questa viene

Exipria - Le prime a suore indiano: professe e ancelle della Consolata - Vicariato apostolico del Gimena.
sottratta alla vista dal popolo che non è ammesso nella cameretta stessa. Questa sta nel centro di un edificio che puó affettare due forme diverse. Nel primo caso esso è rettangolare, in modo che fra le pareti esterne della cameretta (che è il Sancta Sanctarum) a quelle interne dell'edificio che la racchiude non vi è se non un ambulacro più o meno largo che si svolge sui quattro lati: forma che geneticamente puó essere confrontata con le antiche strutture derivate dal tempio del fuoco accadaco e tutte le sue derivazioni o con il tempio giudaico di Gerusalemme. Esempi di tale tipo di chiesa si trovano ad Abba Liquida di Absum, a 'Enda Qaddis Mlka'di di Geffa, a 'Enda Georgia di Fremont e alla trasformazione dell'antico tempio pagano di Yelpa. Nel secondo caso la cameretta del Sancta Sanctorum sta invece nel centro di un edificio rotondo, alcune volte costituito da un semplice recinto rotondo, ma che nelle chiese più grandi ne ha anche due concentrici. E questo il tipo il più diffuso, che non deve essere senza rapporto con il tazal indigeno. Tanto nell'un caso quanto nell'altro la tecnica costruttiva è assai rozza e in essa prevale l'uso del legname.
Tutte le chiese medievali e moderne hanno generalmente le pareti ricoperte di pitture, eseguite direttamente sull'intonaco nell'epoca zague (di più antiche non ne conosciamo) o su tele inchiodate sul muro in epoca recente. Le più antiche pitture a noi note sono quelle della chiesa di Maria a Lalibela con motivi decorativi, fra i quali l'aquila bicipite di origine hirtita, diffusa nella pittura dell'Asia centrale e che da li si è esprasa in tutto il mondo. Nella chiesa zague di Imaaha abbiamo anche dei pannelli in legno dipinti da un soffitto con tipi ben collegabili con forme dell'India meridionale. Per la scultura a bassorilievo, oltre agli esempi già ricordati della chiesa del Golgota a Lalibela, dobbiamo far menzione dei pannelli in legno intagliati della chiesa di Debra Damo e quelli già nella demolita chiesa dell'Antiora ed ora nel museo locale. Assai abbonatenti sono gli esempi di suppellettili liturgiche in metallo riccamente ornate, fra le
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quali specialmente sono da ricordare le grandi croci provenienti dal tesoro di Magdala ed ora al Victoria and Albert Museum di Londra, ornate con figure incise relative alla vita del Cristo. Ma l'arte che ci ha tramandato il maggior numero di monumenti è la miniatura. Non conosciamo monumenti molto antichi per il detestabile vizio abissino di gettare i codici quando sono logorati dall'uso: le prime miniature a noi pervenute sono nel cod. Borgiano etiop. 3 della Vaticana eseguito fra il 1314 e il 1344; il Parigino ethiop. 32 del 1344-72; il Borgiano etiop. 26 della Vaticana del 1378-1408; il Tetraevangelio di proprietà Aharon del i401. Oltre a questi, abbastanza esattamente databili, appartengono al xiv sec., o al principio del xv, quello di Pistoia, Biblioteca Forteguaricana, fondo Martini 5, il Vindobonense etiop. 21 ed etiop. 3, il Vaticano etiop. 50 e il cod. Parigino ethiop. 10. Tutti presentano dei caratteri molto secrici : p. es., i Vangeli sono del tipo di codici e frontespizi multipli, avendo cioè tutte le rappresentazioni della vita del Cristo in una serie di miniature a pagina intera raggruppate all'inizio del codice, mancando il tipo di miniature marginali ed inserite nel testo; il Parigino ethiop. 32 non ha se non tre miniature, riferentisi al ciclo della morte del Redentore ed alla Ricurrezione, e sono le tre scene che sole figurano sulle antichissime ampolle palestinesi del tesoro di Monza e sul piatto di Perm; la rappresentazione del tempietto con la fontana di vita. E da notare anche che nel citato manoscritto parigino, quanto nel cod. Aharon, nella scena della Crocefissione, la Croce del Salvatore è vuota per un concetto derivato dalla setta dei fantasiasti di cui l'influsso deve esser stato notevole sul primitivo cristianesimo abissino. Lo studio delle miniature di tutti questi codici dimostra che esse derivano principalmente da modelli orizzitali e ben poco da quelli dell'Egitto cupo. Più tardi riscontriamo nelle miniature abissine degli influssi occidentali, europei. Così il cod. Parigino ethiop. 8I del xv sec. presenta una miniatura della scuola veneto-cretese, opera probabilmente di un artefice emigrato in Abissinia. Il periodo però del massimo splendore artistico è il sec. xvir: è allora che si crea l'illustrazione del Libro dei miracoli di Maria (di cui i manoscritti più antichi a noi pervenuti sono quello del British Museum, Or. 641, datato del regno di Fasiladas ( 1632 -67), quello già di proprietà del fu principe Johann Georg di Sassonia e il cod. della Biblioteca Naz. di Parigi, D'Abbadie 114), quando l'iconografia della Vergine si fissa secondo un tipo che diverrà canonico in Abissinia, derivato dalla famosa Madonna di S. Maria Maggiore a Roma di cui molte copie erano state diffuse dalle missioni dei Gesuiti. E appunto alla fine del regno di Fasiladas che fu eseguito il più bel manoscritto a miniature abissino, cioè il Tetraevangelio ora al British Museum, Or. 510 , scritto dal calligrafo Takla Maryam in grandi lettere di oltre un centimetro di altezza, tipo calligrafico che oggi porta il nome di guelf, iniziatozi, sordero, nella seconda metà del sec. xvir alla corte reale di Gondar. In esso le illustrazioni sono sparse nel testo a successivo commento di questo, con un procedimento che rappresenta una netta rottura con la prettà tradizione indigena, che è quella dei frontispizi multipli, ancora rappresentata poco prima dal ms. del British Museum, Or. 48I della metà del sec. xvir. Anche allo stesso periodo, cioè probabilmente al regno di Yohannes I il Santo ( 1667-82 ) sono da attribuirsi le pitture parietali su tela, già alla chiesa di S. Antonio presso Gondar, ed ora al Musée de l'Homme a Parigi. Con il sec. xviri si introduce nell'arte pittorica abissina un altro principio di origine europea; quello del chiaroscuro. Ma allora comincia anche una decadenza precipu. tosa che ci conduce ben presto alla rozzzza della opere moderne. - Vedi tav. XLIV.
Bibl.: Per l'epoca abissina l'opera fondamentale è la Deutsche Abissin Expedition. II (di Krencker), Berlino 1913; cf. anche U. Monnerei de Villard, L'origine dei più antichi tipi di chiese abissine, in Atti del III congresso di studi coloniali. IV, Firenze 1937, pp. 157-51. Per l'arte dell'epoca zagué : A. A. Monti della Corte, Labbetd, Roma 1940 (per il solo materiale illustrativo); U. Monnerei de Villard, La chiesa monalitica di Yahhd Bkhad'd, in Navegno di studi etiopici, 1 (1941), pp. 226-33; D. R. Buxton, The christian antiquities of Northern Ethiopia,
in Archaeologia, XCII, Oxford 1947. Per la trasformazione submonide U. Monnerei de Villard, Problemi di storia religiosa dell'Abissinia, in Navegno cesiolo dell' Abissin italiano, 4 (1941, x), pp. 183-91. Per la miniatura abissina, U. Monnerei de Villard, Note sulle piu antiche miniature abissine, in Orientalia, 1000-2000, 8 (1959), pp. 1-24; id.. Miniatura 20000 -cretese in un codice etiopico, in La bibliofilia, 47 (1942), pp. 1-13; id., La Madonna di S. Maria Maggiore e l'illustrazione dei Mirovali di Maria in Abissinia, in Annali Lettoniani, 11 (1947), pp. 9-90.
Ugo Monnerei de Villard
## ETIOPICO, COLLEGIO PONTIFICIO : v. COLLEGI ECCLESIASTICI.
ETNARCA (gr. ε \dot{α} \dot{α} ρ χ η ς ). - Etimologicamente significa "capo di un gruppo etnico" particolare. Il vocabolo, rarissimo nel mondo classico (si ha in Luciano, Macrobiai, 17), appare in uso in quello semitico.
Uno sccicco nabareo ha il titolo di e. del re Areta (II Cor. 11, 32) in Damasco. Presso gli ebrei il primo e. figura al tempo maecabaico, quando i re Seleucidi insignirono di questo titolo un'autorità, che rappresentasse gli abitanti della Giudea di fronte al governo centrale. In pratica si veniva a sanzionare una relazione di uno Stato vassallo con poteri piuttosto estesi (I Mach. 14, 47; 15, 2). I romani ristabilirono la medesima gerarchia, quando nominarono e. dei Giudei l'ammesso Ircano (v.). Più tardi Archalso (v.) si vide sostituire l'ambito titolo di re in quello di e. da Augusto.
Fuori della Palestina, si trova la comunità ebraica di Alessandria retta da un e. con poteri supremi nelle questioni interne e con grande autorità per trattare con il governo imperiale (Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XIV, 117).
Bial: A. Steimann, Areias IV, Könle der Nabatäer. Eine historisch-exegesische Studie zu z. Kor. 11, 307, in Biblische Zeitschrift, 7 (1909), pp. 312-23; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter. Peter Christi, 3 voll., 3-4* ed., Lipsia 1901 1909, passim (specialmente I, pp. 424, 432; II, pp. 76-78).
Augolo Perma
ETNICO. - Termine greco ( ε \dot{ε} π \mathrm{x} \dot{ε} ς, Volgata ethnicus o gentilis) con cui i giudei ellenisti designavano il pagano, appartente alle "genti" che non professavano il monoteismo.
E il senso non esclusivo, ma prevalente nella Bibbia, di ε \dot{ε} \dot{ε} π ε \dot{ε} ς (occi.): Mt. 5, 47; 6, 7; 18, 17; sinonimo al plur. di và ε \dot{ε} ν η che nei Serranta traduce l'ebr. haggâ̂im (Ex. 34, 24; Lev. 18, 24, ecc.; Is. 9, 1), cf. Mt. 4,15; 6,30 e passim; in opposizione ai giudei : Rom. 3, 39; 9, 24, ecc.; Le. 2, 32; Act. 28, 17.23.
Nel Vecchio Testamento c'è la distinzione più netta tra il popolo di Dio ( \dot{ε} λ α \dot{ε} ς ) e "le genti" ( τ \dot{α} ε \dot{ε} \vartheta η η ), con la proibizione di relazioni matrimoniali e trattati d'amicizia (Ex. 34, 16; Esd. 9-10; Is. 7, 17; 30; 31; Ier. 2, 18; Ex. 16, 28, ecc.) a con l'evolusione dal culto a dal Tempio, per il grave pericolo dell'influsso idolatrico.
Distinzione e separazione, non odio; la legislazione mosaica prescrive giustizia e benevolenza verso gli e. (Ex. 22, 21; 23, 9; Lev. 19, 33 sg.; Deut. 10, 18 sg., ecc.; cf. H. Lesôtre, Etranger, in DB, II, col. 2040); essi potevano abbracciare la religione giudaica (v. paosialtti); ed i profesi annunziano la loro aggregazione al regno messianico: Is. 2, 2; 42, 6; 49, 6; 90, 3; Zeth. 2, 15; 8, 23; Mal. 1, 11, ecc. Nelle persecuzioni subite al ritorno dall'esilio (Neb. 5, 8; 9, 2; 13, 1-3) a particolarmente dai Seleucidi (I-II Maccabei) si sviluppò nei giudici quell'odio contro gli "e." o "gentili", che i farisei consecrucono nel loro programma.
Nel Nuovo Testamento la distinzione rimane (cf. Mt. 15, 24; Gol. 2, 15, ecc.) e la Chiesa figura distinta come lo erano i giudei dal mondo dei gentili (Mt. 18, 17; M.-J. Lagrange); ma Gesù ha eliminato l'antica barriera (Eph. 2, 14) e chiamato tutti gli e. al suo regno (cf. Mt. 28, 19; Mc. 16, 15; Le. 24, 47;
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Rsm. 1, 17, ecc.). Gli Apostoli attuarono tale missione universale ricevuta da Gesù (cf. Act. 8, 10-11, ecc.).
Bra.: W. Grimm, Lexicon Graecum Nost Test., 2^{2} ed., fena 1888, p. 116; I. Krahenbourr, Ethnicus, in Lexicon biblicum, II, coll. 231-36; H. Lesdere, Gentili, in DB. III, coll. 189-92; V. Zertil, Lexicon Graecum Nost Test., 2^{2} ed., Parigi 1911, col. 339 sc., id., Lexicon Hebeticum, II, Roma 1940, p. 143 s8.; J. Bonmaren, Le jubilante palestinien, I, 2^{2} ed., Parigi 1933, pp. 77-110. Francesca Spadalora
ETNICO-CRISTIANI. - Nome con cui si usa indicare i non giudei convertiti al cristianesimo nel l'ero apostolico ("Etisque: Act. 14, 1: 17, 4, ecc.; Rom. 1, 16; 2, 9 sg.; Gal. 2, 3, ecc.; 16 28v9; Act. 10, 45; 11, 1.18; 13, 46; Gal. 2, 12.14).
- primo fu il centurione Cornelio (v.), battezzato da Pietro, dopo intervento diretto di Dio, per vincere la mentalità giudaica, cui ripugnava ogni contatto, spe. cia e mensa, con i gentili, ritenuti impuri (Act. 10-11, 18). L'esempio di Pietro fu il segnale per la predicazione del Vangelo ai gentili, in Palestina e fuori (partenza degli Apostoli per il mondo). La prima Chiesa formata con prevalenza di e.-c. sorse ad Antiochia, dove i fedeli furono denominati - cristiani - (Act. 11, 19-26). Quindi seguirono tutte le comunità sorte nei centri dell'impero ad opera di Paolo, a Roma e dovunque pervenne il Vangelo. La gretta mentalità di alcuni forisci convertiti (i - giudalzzanti-) pretese impedire il Battesimo dei gen. rili, se prima non fossero stati intestati con la circoncisione al popolo giudaico, sostanendo che la salvezza rimasense privilegio dei soli discendenti di Abramo. La pretesa, pericolosissima per la conversione delle genti, fu debellata dall'esempio di Pietro, dalla solenne decisione apostolica (Act. 15) a dall'energia apostolica di Paolo, paludino della libertà delle genti di fronte alle pretese giudaiche (Gel. 2-5).
Bra.: A. Camerlynck, Commentarius in Actus Ap., Bruges 1023, pp. 53, 230, 264-86, 248 sgg.; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, 2^{2} ed., Parigi 1926, pp. 311-23, 458-73, 631-37; I. Lagrange, Egilire aux Galates, 3^{2} ed., ivi 1926, pp. 2210-21v, 22-37; M. Van Wanray, Eumetims Architge a dianone Philippo conversus, in Verbum Domini, 20 (1940), pp. 288-93; F. Spadalora, Ove sermione Apostoli profecti suni in anticernum mundum, ibid., 21 (1941), pp. 281-86, 306-10.
Francesco Spadalora
ETNOGRAFICA, TAVOLA. - Nome dato a Gen. 10, perché sotto forma di un grandioso albero genealogico, i cui capostipiti sono i tre figli di Noè, vengono ivi indicati i principali popoli o nazioni conosciute dagli Ebrei.
A Iapheth sono attribuiti 7 discendenti, per i quali le identificazioni più probabili sono: Gomer = Cimmeri, Medal = Medi, Iavan = Ioni, Thubal = Tubalu o Tibareta, Mossoh = Mosku o Moschui, Ascenez = Sciti, Tharsis - Tartassos (Epagna), Cethim - Ciprioti, Rodiani (corretto da Dodonim) = Rodii, Eliza, un'isola o una punta del continente (Peloponneso ? Italia Meridionale ?) nel Mediterraneo. Gli altri nomi rappresentano popoli o tribù dell'Asia Minore attorno al Mar Nero.
Al gruppo zamita o discendente da Cham sono ascritti: Chas (= Etiopi), Mearsim (= Egisiani), Phuth (= Punt, lungo la costa africana del Mar Rosso) e Chanaan (= Cananei, antichi abitanti della Palestina). A Chus, poi, sono riailacciate tribù arabe fra il golfo Persico e la costa africana. Dal medesimo Chus, attraverso Nemrod ( = Ninerta sumero o Gilgames accadico?) deriverebbero i regni e le città dell'antico Babilonia ed Assiria. Propaggini egizia sono considerati i Ludim, i Lashim (=Libici) ed altri gruppi più o meno confinanti, fra i quali anche i Cretesi (Capharim) ed i Filistei. Chanaan, infine, è ritenuto capostipite dei vari alau abitanti fra Sidone, Gaza ed il Mar Morto.
A Sem sono riportati anzitutto gli Ebrei; quindi gli Ebaniti, gli Assiri, gli Aramei, a non poche tribù arabe.
Il termine di «c. e. » non deve far supporre nel testo un concetto scientifico moderno. La classificazione non segue motivi somatici o di colore e neppure raffronti linguistici o culturali. L'elemento geo-

(da Anthropological Essays presented to Edward Burnett Tyler in honour of 111 Dib. tertidics vol. 8, 268. Oxford 2003. ENOLOGIA - Rittatto di E. B. Tylor (1832-1917), fondatore dell'c. religiosa evoluzionista.
grafico sembra sia stato il più decisivo per certi raggruppamenti; mentre quello dei rapporti commerciali (Egitto-Creta) o una nota satirica (i Cananei, certamente semiti, sono inclusi fra i Camiti!) spiega altri ravvicinamenti. E da notare l'idea dominante dell'unità del genere umano, considerato tutto discendente da Noè, l'unico scampato dal diluvio.
Per molti esegeri il testo, antichissimo, sarebbe la compilazione dei documenti jahwiani a sacerdotale. Altri, invece, ne spiegano le strane singolarità (alcune tribù arabe sono dette contemporaneamente oriunde da Iapheth e da Sem) con possibili rimaneggiamenti successivi.
Bra.: F. Hommel, Grundriss der Geographie und Geschichte des Alten Orients, I, Ethnologie des Alten Orients, Monaco 1904, 2^{2} ed., ivi 1926; Th. Aziéi, Die Völkertafeln der Genesis und ihre Bedeutung für die Ethnologie Vorderasiens, in Wiener Zeitschrift fur Kunde des Morgenlandes, 20 (1917-18), pp. 264-317; J. Firsais, Babylone et la Bible, in Dibs. I, col. 765-72; A. S. Wagner, Die Stamminfel des Menschengeschlechtes, Saarbrücken 1939.
## TNOLOGIA. - E la scienza che studia le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive.
Sommerio: I. L'e. e il suo compito. - II. L'e. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - III. L'e. come scienza indipendente. - IV. L'inizio dell'indivizzo storico (Ratzel, Paschel, Schurtz, Weule). - V. La scuola storico-culturale: il concetto di «congressione e i criteri base di «qualità e di - quantità (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Koppers, Pinard de la Boullere, van Bulck). - VI. Chiarificazione del termine "primitivo". - VII. Le culture più arcaiche a noi accessibili. - VIII. Confronto tra le culture più arcaiche per stabilire quale sia la più vicina all'originaria. - IX. Conclusione.
I. L'e. e il suo compito. - Si è fatto spesso confusione tra i termini antropologia, etnografia ed e. che in alcune nazioni sono usati ancora indifferentemente e causano una confusione dannosa alla disciplina, la quale, come scienza indipendente, è ancora giovane.
L'antropologia studia l'uomo sotto l'aspetto ana-
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tomoico e fisiologico e tratta i problemigenerali della famiglia umana connessi con questo studio: l'origine, la classificazione e la mescolanza delle diverse razze. L'antropologia appartiene alle scienze naturali con cui ha in comune il metodo. L'etnografia si limita a raccogliere informazioni sulle manifestazioni della vita psichica dei popoli: l'economia, la sociologia, la religione, l'arte, la lingua, ecc. Le sistemazione e la comparazione di questi dati, lo studio della formazione delle varie culture, del loro sviluppo e della loro fusione, ossia la loro storia, costituiscono il compito dell'e., come indica anche l'etimologia: 80 vv = popolo, e λ \dot{ε} γ α ;= discorso, ragionamento. Negli ultimi decenni l'e. ha precisato sempre meglio il suo oggetto di studio - le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive viventi -, si è staccata dall'antropologia, alla quale era stata unita per parecchio tempo, e tende a stringere legami sempre più stretti con la preistoria, la quale studia le popolazioni primitive scompare. L'e. e la preistoria sono discipline storiche, perché studiano le manifestazioni spirituali dell'uomo; ad esse non è applicabile il metodo delle scienze naturali, ma soltanto il metodo storico.
II. L'e. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - L'e. come disciplina indipendente, è piuttosto recente, benché informazioni etnografiche spesso buone ed esatte sugli usi e costumi dei popoli si trovino già negli antichi scritturi cinesi, egiziani, greci e latini.
Il medioevo ignora la letteratura classica greca e quindi la maggior parte della conoscenza etnologiche acquisite dagli antichi. Però i missionari che evangelizzarono prima l'Europa e si spinsero poi nelle altre parti del mondo, lasciarono nei manuali per la confessione, nelle prediche, negli atti dei concili preziose notizie etnografiche.
Le grandi scoperte geografiche allargarono molto in estensione il campo dell'e. ma non altrettanto in profondità perché i viaggiatori, spinti spesso soltanto da interessi materiali, si preoccuparono soprattutto delle terre e dei tesori e considerarono gli indigeni come un inciempo e un peso che eliminarono talvolta in modo brutale.
L'illuminismo a gli enciclopedisti del sec. xviri, soprattutto il Montesquieu e il Rousseau, cercarono spesso di fondare le loro teorie sull'e. ma il loro dilettantismo, appunto perché vivace a geniale, fu particolarmente dannoso.
La soppressione e la secolarizzazione delle Congregazioni religiose in molte nazioni interruppe per quasi un secolo l'attività missionaria e limitò le informazioni etnografiche alle sole relazioni dei viaggiatori. Poco si cercò in questo periodo ( 1800 - 59 ) di studiare le manifestazioni spirituali dei popoli. L'e. si rivolse prevalentemente allo studio e alla classificazione delle razze ma la documentazione di cui si disponeva era ancora insufficente e fu rielaborata inoltre con poca preparazione. Si giunse cosi a sintesi affrettate: dalla giusta constatazione che alla
comunanza della lingua è spesso unita la comunanza dei costumi, degli usi e delle credenze si identifio erroncamente la comunanza della lingua con quella della razza e si pario non di una razza indocuropea, semita, ma persino di una razza germanica, celtica, anglosassone, gallica. In questo periodo J. A. Gobineau pose i fondamenti del razzismo nella sua opera Estai sur l'inégalité des races humaines ( 4 voll., Parigi 1893-95).
III. L'e. come sciznea indipendente. - Con il 1859 si inizia un periodo completamente nuovo per l'e. : crolla definitivamente la teoria della degenerazione e s'inicia l'applicazione dell'evoluzionismo biologico alle discipline storiche e morali (v. EVOluzionismo culturale).
IV. L'inizio dell'indirizzo storico (Ratzel, Peschel, Schurtz, Weule). - Verso il 1880 il materialismo, almeno nelle sue forme più crude, cominciò a declinare e s'incominciò a riconoscere che il metodo dell'anatomia e della fisiologia non è applicabile allo studio delle manifestazioni dello spirito. In Germania si iniziò lo studio delle reazioni dell'uomo all'ambiente esterno (territorio, clima, flora, fauna), reazioni più passive che attive le quali formano l'oggetto della geografia antropica fondata da Fr. Ratzel e G. Peschel e continuata da M. Schurtz.
L'indagine storica ha dimostrato che gli elementi culturali hanno un'origine unica, ma quando emigrano da un popolo all'altro si modificano, si perfezionano e si trasformano; talvolta subiscono mutamenti tali da sembrare irriconoscibili se confrontati con la fase iniziale. H. Schurtz aveva già registrato per il solo coltello de petto africano sessanto forme diverse. Constatazioni analoghe si potrebbero ripetere per tutte le armi, gli attrezzi e gli utensili dei primitivi finora studiati e si rafforzerebbero ancora passando alla sociologia e alle altre molteplici manifestazioni della cultura spirituale. Esploratori ed

(de: Eschbachit for d'Lindigne, Dittica, 72 (1880), fome. 320 EYNOLOGIA - Bernardo Angermann (n, nel 1820), uno dei fondatori della scuola storico culturale.
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enrologi hanno dimostrato che canti, miti, pratiche religiose sorgono in un dato posto, creati da un individuo particolarmente dotato, sono accettati e respinti dai membri della stessa tribù, i quali, a loro volta, li trasformano. Nuovamente rielaborate, queste creazioni possono da una tribù all'altra; talvolta diventano patrimonio culturale di una a anche di paracchie popolazioni, altre volte, dopo poco tempo, cadono in disuso. Non si può prevedere con assoluta certezza che cosa accadrà di un dato elemento culturale : può vivere o scomparire perché l'uomo agisce liberamente.
V. La scuola strobico-culturale: il concetto in "emigrazione - e i criteri base di qualità e di "quantità" (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Koppers, Pinard de la Boulave, van Bulck). - Se il metodo evoluzionista si fosse imposto definitivamente l'e. sarebbe fallita perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua caratteristica essenziale di disciplina storica. Fortunatamente, prima in Germania e poi nelle altre nazioni, sorsero benefiche reazioni che riportarono la disciplina al giusto posto.
Fr. Ratzel, già ricordato per l'impulso che diede alla geografia antropica, deve essere considerato come il fondatore della teoria dell'emigrazione, concetto eminentemente storico che è la base dell'e. moderna. Dallo studio della cultura materiale giunse alla constatazione che un oggetto (ad es., un'arma), spesso molto diffuso sulla terra, talvolta in modo continuo talvolta no, ha avuto un'origine unica, e che elementi culturali, ora lontani e divisi, sono sorti in un sol punto a di là si sono diffusi in continenti diversi. Lo stesso autore stabilì la prima parentela tra una determinate forma di archi della Molleassia e dell'Africa occidentale, fondata sul criterio di forma, chiamato anche di qualità, ossia sulle semiglianze caratteristiche non determinate dalla natura dell'arma o dal materiale di cui è fatta. Le due forme degli archi sono caratterizzate dal bastone a sezione ovale avvolto verso un'estremità con anelli di sostanza vegetale intrecciata; il tendine è composto con una striscia di canna chiamata rolang e formata all'estremità del bastone da un bulbo rotondo. Le freccie hanno la stessa impernatura. Questa prima scoperta, rimasta celebre, era destinata a capovolgere lo studio dell'e., perché dimostrava la necessità di stabilire anzitutto il luogo d'origine di un determinato oggetto o di un'istituzione e solo in seguito indagare sulla ragione psicologica di questa origine. Al metodo psicologico, proprio dell'evoluzionismo che vedeva dovunque invenzioni, si sostituiva il metodo storico; alla teoria della convergenza quella dell'emigrazione su cui si fonda l'e. moderna.
Allievi del Ratzel applicarono con successo il nuovo metodo: H. Schurrz, già ricordato, studiò la diffusione del coltello da getto in Africa, N. Weule la diffusione delle frecce. Leo Frobenius sviluppò in modo organico e sistematico la teoria delle emigrazioni: dalla constatazione che generalmente una relazione culturale comune non è limitata ad un oggetto o a elementi isolati (quali sarebbero la sola concordanza nella forma degli archi e di qualche altra arma o utensile) ma si estende alla sociologia, alla mitologia, alla religione, ossia a tutto un insieme organico, introdusse il secondo canone base della disciplina: il criterio di quantità che è «l'insieme delle rassomiglianze indipendenti sia a vicenda sia dall'ambiente, presentate dagli elementi che compongono due o più culture». Quanto più numerose sono queste rassomiglianze, altrettanto maggiore è la probabilità che le culture raffrontate abbiano la stessa origine. Lo stesso autore formulò per primo il concetto di ciclo culturale che, rielaborato in seguito da altri autori, può essere definito «il complesso culturale che comprende tutte le manifestazioni essenziali o necessarie alla cultura umana: l'esgeologia (cultura materiale: abitazione, utensili, armi, ecc.), l'economia, la società, i costumi, la religione" (W. Schmidt). Il territorio su cui si estende questo ciclo si chiama area culturale. I cicli culturali emigrano generalmente nel loro complesso. W. Fay, B. Ankermann, Fr. Grabner, W. Schmidt applicarono con grande successo il nuovo indirizzo allo studio delle culture dell'Ocea-

(da Festschrift, Pobbontion d'ammange oftrite au p. it. Schmidt, Pictos 2011
Etnologia - Il padre Guglielmo Schmidt (n. a Härde in Vestfalia il 16 febbre. 1866, vivente). E il rappresentante più autorevole della scuola storico culturale, della quale ha sviluppato e perfezionato il metodo, già rielaborato in modo organico dal Grabner.
nia, dell'Africa e dell'America meridionale. Soprattutto W. Schmidt estese le indagini anche alla linguistica, alla mitologia e più tardi a tutto il complesso della religione delle culture più arcaiche e noi accessibili.
Il metodo storico fu sempre più perfezionato. Alla prima sistemazione organica datagli dal Grabner nella sua classica opera Die Methode der Ethnologie seguirono i lavori di H. Finard de la Boulave, G. van Bulck, W. Koppers e W. Schmidt. L'indirizzo storico esercitò una benefica influenza negli ambienti etnologici di tutte le nazioni; in Germania è seguito, almeno come metodo di studio, da quasi tutti i cultori della disciplina ed applicato con successo anche alla preistoria soprattutto da O. Menghin. In America si è iniziato da vari decenni una corrente storica a cui appartengono i più noti etnologi. Anche in Inghilterra e in Francia, dove la tradizione dell'evoluzionismo era più forte che altrove, il nuovo indirizzo fu visto con benevolenza pure da etnologi che si erano formati alla vecchia scuola evoluzionista.
VI. Chtabipicazione del termine "primitivo". - I cosiddetti primitivi non sono resti di civiltà decadute, ma popoli che hanno avuto una scasi nel loro sviluppo (v. PRIMITIVI).
Lo studio delle condizioni che hanno favorito tale arresto nella cultura porterebbe ad entrare in argomenti che sono in gran parte estranei all'e. Notiamo soltanto che sono ostacoli allo sviluppo e alla diffusione della civiltà tutte le condizioni geografiche, ambientali e psicologiche che impediscono la formazione di popolazioni numerose.
Fattori geografici ed ambientali contrari allo sviluppo sono piccole isole come quelle dell'Oceano Pacifico,
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divise da grandi estensioni di acqua, vallate strette e chiuse da montagne, un suolo povero come quello dei deserti dell'Africa e dell'Asia, le tuncire dell'Asia settentrionale e dell'America settentrionale, i boschi umidi dell'Africa centrale a dell'America meridionale, ossia le regioni che sono abitate ancora e lo furono fino a poco tempo fa da popolazioni primitive o da popolazioni povere di cultura. Fattori geografici favorevoli sono regioni fertili a di facile comunicazione, e soprattutto paesi irrigati da grandi fiumi. Le più antiche civiltà si sono infatti sviluppate lungo il Tigri, l'Eufrate, il Nilo e i grandi fiumi dell'India e della Cina.
Tra gli elementi contrari al progresso sono da ricordare in modo particolare le guerre: esse impoveriscono la popolazione soprattutto di giovani che sono i soggetti più adatti alla fondazione e continuazione della famiglia, e producono uno squilibrio fra il numero degli uomini e quello delle donne. Nelle popolazioni piccole queste perdite si fanno sentire ancora più gravemente che nelle numerose e favoriscono il passaggio dalla monogamia originaria alla poligamia. Anche la grande povertà dovuta al suolo e la carestia contribuiscono a scuotere le basi della famiglia. La pollandria - istituzione che permette a una donna più mariti - è spesso dovuta all'impossibilità in cui si trovano gli uomini di pagare la dote necessaria all'acquisto della sposa. Anche tra i primitivi le grandi spinte verso il progresso sono dovute a individualità geniali, sudasi a lungimiranti - uomini e donne - che hanno esercitato la loro influenza nel campo economico, religioso, politico, sociale, medico, linguistico. L'esistenza di queste personalità è ormai un fatto acquisito e viaggiatori, missionari, funzionari coloniali ed etnologi sono stati testimoni della attività di questi uomini eccezionali.
Ma le grandi individualità hanno bisogno di masse che accettino, convergino, trasmettono le innovazioni da esse apportate; senza le masse i progressi avrebbero scarse risonanza e mancherebbero i piccoli, lenti, ma numerosissimi miglioramenti che perfezionano un'invenzione, anzi mancherebbe la stessa spinta al perfezionamento. Troppo spesso si dimentica che le varie invenzioni e i cambiamenti radicali tra i primitivi, come tra i popoli con grande civiltà, sono pochi; molto spesso elementi culturali si tramandano in modo conservativo e sono soggetti solo a varienti lente e continue che li perfezionano e non a bruschi cambiamenti; la storia degli elementi culturali ce lo insegna. Ed è bene che sia cosi perché se ogni generazione pretendega di fare tabula rasa dei risultati ai quali è giunta la precedente e ricominciare ab evo, saremmo ancora tutti agli albori della civiltà. Inoltre più è piccolo un popolo, meno possibilità ha di avere forti individualità; può darsi anche che non ne abbia affatto e se sorgono, non trovano risonanza. Molte popolazioni primitive sono poco numerose, deboli, isolate, e quindi in condizioni adatte ad irrigidirsi. L'indagine etnologica ha inoltre messo in rilievo un altro fatto di capitale importanza : che in seno alla stessa civiltà di un popolo il progresso non è stato uguale in tutti i sensi, ma spesso si è progredito solo in una direzione a regredito in un'altra. Cosi il matriarcato ha trovato e perfezionato l'agricoltura, ma in molti casi ha distrutto la famiglia; il tolemismo ha sviluppato moltissimo la tecnica della caccia a senza dubbio ha contribuito ugualmente al progresso della scienza e dell'arte, ma ha indebolito anch'esso la famiglia e sostituito alla religione la magia; i nomadi pastori sono stati i primi ad addomesticare ed allevare gli animali, ma in alcuni punti della vita religiosa e sociale rappresentano a loro volta un regresso di fronte a popolazioni primitive. Questi sviluppi non armonici - una civiltà dovrebbe progredire in tutti i sensi anche negli elementi che causano doveri e oneri, come sono la famiglia e la religione - spiegano in gran parte la decadenza di grandi civiltà che avevano sviluppato prevalentemente solo gli elementi da cui potevano trarre godimento e soppresso o indebolito quelli che costavano sacrifici. L'egoismo sfrenato è senza dubbio uno dei fattori più contrari al progresso, perché mina la famiglia, diminuisce la massa e ostacola i rapporti tra popoli.
Da quanto si è accennato risultano evidenti alcune conclusioni - che le vecchie scuole evoluzionate avevano completamente trascurate - sulle quali invece non si insisterà mai troppo : 1) non ci sono popoli assolutamente primitivi, ossia del tutto privi di civiltà e di storia; 2) i cosiddetti primitivi hanno avuto una stasi nel loro sviluppo; 3) non è possibile mettere tutti i primitivi allo stesso livello ma bisogna distinguere tra più e meno primitivi; 4) i fattori etici, sociali e religiosi di un popolo non progrediscono necessariamente con il maggiore sviluppo economico.
Resta da determinare quali popoli costituiscano l'oggetto dell'e. Qualche studioso ha allargato tanto i confini della scienza da includervi praticamente anche la maggior parte delle grandi civiltà antiche. L'insistere su questo punto è un errore che genera una giusta reazione da parte dei siniologi, egitologj, seminiagi, ecc. E vero che certi aspetti delle grandi civiltà si possono comprendere e spiegare solo ricorrendo all'e., perché hanno profonde radici in strati culturali più antichi che sfuggono all'indagine dell'archeologo e del linguista : ormai è ammesso che l'arte egiziana ha ricevuto un grande impulso dal totemismo e W. Koppers, in una serie di lavori pubblicati nell'ultimo ventennio sulla rivista Anthropos, ha spiegato con l'e. molti aspetti finora ignoti della cultura e della religione degli Indoeuropei. Nel popolo continuano ancora un po' dappertutto credenze, esanze, costumi, che sono sopravvivente di culture scomparse, nel loro complesso, da secoli. Una più stretta collaborazione tra gli studiosi delle grandi civiltà antiche, dell'etnografia popolare (Joldiev) e dell'e. sarebbe utile a tutte queste scienze. Glossario di esse però ha il suo compito e limiti che non può varcare. L'e. studia le culture di quei popoli che si possono chiamare ancora primitivi, non in senso assoluto (che non esistono più), ma relativo.
In parecchie parti del mondo (Sudan, Indonesia, Polinesia, India, Cina, America centrale e meridionale) ci sono ancora o si hanno tracce sicure di popolazioni che avevano raggiunto uno sviluppo culturale elevato. Paracchie hanno avuto contatti con l'islamismo, il lamoismo, il confucianismo, il brahmanesimo, l'induismo che si sono sovrapposti alle religioni originarie che non conosciamo più. Da queste mescolanze sono sorte nuove culture nelle quali, accanto a manifestazioni proprie delle grandi civiltà, vivono ancora spesso rigogliosi molti elementi oracici.
Non è quindi facile, anzi è impossibile, formulare un criterio assoluto in base al quale si possa includere una popolazione o una cultura nel concetto di "primitivo ". Però, forse, nessuna invenzione ha avuto un'influenza cosi profonda sul pensiero dell'uomo e sulla sviluppo della civiltà come la scrittura. Essa indica il bisogno di fissare le conoscenze tramandate prima oralmente, annulla le distanze del tempo e rende possibile registrare in modo più rapido, più esatto e completo, i progressi della generazione precedente a trasmetterli alla seguente. Fissando i concetti in modo più oggettivo di quanto sia possibile con la sola tradizione, acuisce il senso critico e la riflessione. Solo con la scrittura si può avere uno sviluppo culturale su vasta base che utilizzi il lavoro già fatto da altre generazioni. Il v