volume-05

Back to Volumes
olta molteplice, secondo le varie concezioni dell'utile stesso. L'e. propriamente detto si ha quando la felicità viene intesa in senso razionale.

Accanto al puro edonismo, professato dalla scuola cirenaica, può dirsi che l'e. costituisce il sistema fondamentale dell'etica greca. A sfondo utilitaristico nei sofisti, esso si eleva a una concezione più pura in Socrate che ripone la vera felicità non nei beni materiali che rendono agiara la vita, bensì nella virtù. Anche se poi Socrate non perviene a una rigorosa fondazione oggettiva del bene morale e della virtù stessa, ricondotta alla conoscenza del bene. A questa indeterminatezza socratica del senecto di virtù, in cui è risulta senza residuo la felicità, tentarono rimediare, ma giungendo a gravi deviazioni, Aristippo, che fece consistere la virtù nella sapiente ricerca del piacere, e i cinici (v.): che la riposero nella massima indipendenza dalla necessità e dai bisogni esteriori. Aristotele, mantenendo il principio fondamentale eudemonistico (cf. Eth. Nisum., I, 4 sgg .) avviava tuttavia il problema etico verso la sua vera soluzione, Eccende essenzialmente consistere la felicità nello sviluppo perfetto dell'attività specifica dell'uomo, ossia della sua attività razionale. La virtù veniva quindi concepita da Aristotele come l'inclinazione e la disposizione abituale per cui l'uomo agisce razionalmente, secondo la sua natura, cioè determinatamente in quanto uomo (Eth. Nic., X, 8,9). Nella filosofia moderna l'e. è sostanzialmente seguito, in forme diverse, da Cartesio, Locke, Wolff, Cumberland, e, in seguito, dai vari indirizzi utilitaristici (Spencer, Pufendorf, Stuart Mill). Una forma di e. negativo può ritenersi il pessimismo di Schopenhauer che ricerca la vera felicità nella radicale rinunzia alla vita e ai suoi sviluppi. Avversario irriducibile di ogni forma di e. è Kant che vede in ogni fine estrinseco al dovere e alla legge la negazione stessa della moralità (cf. Critica della ragion pratica, I. I, cap. 1, trad. it. di F. Capra, Bari 1942, pp. 21-68).

L'e., in quanto ripone nel godimento e felicità, comunque concepita, la ragione ultima e l'elemento formale dell'eticità dell'azione umana, ricade nello stesso errore { }^{-}fondamentale dell'edonismo, confon-

## Page 478

dendo ciò che della moralità è soltanto un elemento concomitante e conseguente, con il suo costitutivo essenziale. Psicologicamente è vero che l'uomo in ogni sua azione ricerca la felicità, ma il fine etico oggettivo cui è legato l'agire umano è anzitutto la realizzazione del bene morale, secondo le determinazioni essenzialmente connesse con la natura ragionevole, in rapporto al conseguimento del suo ultimo fine. Che questo fine ultimo coincida con la perfetta felicità dell'uomo, da raggiungersi in una vita ulteriore, la cui negazione, o almeno ignoranza, costituisce un altro sostanziale difetto dei sistemi etici sopra considerati, è anche un fatto che potrebbe autorizzare una forma di corretto e.: ma resta sempre vero che il fondamento oggettivo del valore morale non è la ragione formale di felicità, bensì l'esigenza incondizionata che comportano le categorie etico-metafisiche di "ordine", "necessità", "legge", "obbligazione». Il che d'altra parte non riconduce alla posizione kantiana: è infatti possibile agire avendo di mira il conseguimento della felicità, sia assoluta che relativa, e nondimeno conservare alla propria azione il carattere fondamentale di moralità, quando essa venga posta anzitutto per conformarsi all'ordine oggettivo del dovere a del bene, cui il fine di felicità resta subordinato e condizionato.

BibL.: R. Cavene, La teoria morale di Aristotele, Roma 1881; F. M. Zanotti, La filus. morale di Aristotele, 2^{°} ed., Torino 1882; M. Heinze, Der Eud. in der griech. Philos., Lione 1883; M. Wittmann, Die Ethik des Aristoteles, Parisbona 1920; W. D. Ross, Aristotele, trad. it. di A. Spinelli, Bari 1546, pp. 283-87, v. anche etica; utilitarismo.

Ugo Viglino
EUDES, GIOVANNI, panto: v. GIOVANNI EUDES, santo.

EUDISTI: v. CONGREGAzione di GESÙ a MARIA.
EUDO di Stella: v. EONE della stella.
EUDOSSIA, imperatrice di Bisanzio. - Figlia del generale franco Bautone, andò sposa ad Arcadio il 27 apr. 395. Donna intrigante ed autoritaria, esercitò un grande influsso sul debole marito specialmente dopo la caduta del potente cunuco Eutropio, alla quale E. non fu estranea. Si mostrò dapprincipio molto favorevole verso i cattolici appoggiandoli nella lotta contro gli ariani, onorando i vescovi e facendo larghe donazioni alle chiese.

Ma le sue ingiustizie e specialmente la sua rilassatezza di costumi trovarano un fiero oppositore in s. Giovanni Crisostomo. Il dissidio scoppio nel 401 ed ebbe un primo epilogo nel 403 quando, nel Sinodo detto della Quercia, il Crisostomo fu deposto e cacciato in esilio. Ma il popolo si sollevò contro l'ingiusta condanna e la superstiziosa E. fece richiamare l'esiliato. La pace durò due mesi appena. Nell'autunno del 403 fu dedicata ad E. una statua con grandi giuochi e feste che disturbavano le funzioni religiose; il Crisostomo si adoperò energicamente a far cessare quello sconcio. L'ira di E. scoppio tremenda; fu convocato un nuovo sinodo ed il vescovo dovette riprendere la via dell'esilio dove mori. E. lo seguiva poco dopo nella tomba, il 6 ott. 404.

Bibl.: Socrate, Hist. eccl., VI, 11, 15, 16, 18; A. Thierry, St Jean Chrysostome at l'imbâtratrice E., Parigi 1872; O. Seeck, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 917-2s; A. Puech, S. Giovanni Crisostomo, vers. it., Roma 1905, pp. 127-75. Agostino Amore

EUDOSSIA (Eudocia), imperatrice di Bisanzio. - Moglie di Teodosio II, n. ad Atene verso la fine del sec. iv, m. a Gerusalemme nel 460 . Fu chiamata Atenaide dal nome della città nativa e, figlia del filosofo sofista Leonzio, ebbe un'ottima educazione letteraria e scientifica. Essendo stata diseredata a causa di vertenze familiari, si recò a Costantinopoli per chiedere protezione e aiuto a Pulcheria, sorella di Teodosio II, zeggente dell'Impero durante la minore
età del fratello. Fu molto apprezzata alla corte bizantina sia per la sua cultura che per la sua bellezza e, dopo essere stata battezzata da Attico, patriarca di Costantinopoli che le impose il nuovo nome di Elia E., sposò Teodosio II il 7 giugno 421 e nel 423 ebbe il titolo di Augusto. Ebbe una figlia, Licinia Eudossia, che fu poi la moglie di Valentiniano III.

Si interessò molto alle varie lotte religiose e prese le parti di Nestorio contro Cirillo Alessandrino, persistendo nell'errore fino alla più tarde età. Compì un pellegrinaggio a Gerusalemme nel 438 , ma, qualche anno dopo, accusata di infedeltà, fu costretta ad allontanarsi da Cosmminopoli e ad andare a Gerusalemme in esilio. Fu poetessa e scrisse molto: i suoi versi, benché molto apprezzati da Fazio, non hanno un grande valore letterario. Sono ricordati particolarmente un poenetto in onore di Teodosio II, una parafrasi dei libri di Daniele e Eccaria, un'esposizione poetica dei primi atto libri del Vecchio Testamento e i tre libri sui martiri Cipeiano e Giustina, di cui rimangono frammenti pubblicati in PG 85, 827-64.

Bibl.: W. Wiegand, Eudocia. Othnoblie des marianischen Kaisers Theodorins II, Worms 1871; F. Greupovius, Athanais. Gesch. einer byzant. Kaiserin, Lraria 1882; A. Ludwig, Eudoxiae Augustini. Procli Lario. Othnobliai cumanum Cenecterum Minore. ivi 1897; G. L. Arvanitakis, At óno Eobosia Carro 1907; L. Cohn, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 106-12. Emma Santarito

EUDOSSIO. - Uno dei principali capi dell'arianesimo nel sec. iv, vescovo di Costantinopoli dal 360 al 370 . N. ad Arabissos, nella Piccola Armenia, ascoltò in Antiochia le lezioni del s. martire Luciano (trs. nel 311), e in seguito passò all'arianesimo. Veseovo di Germanicia, prese parte al Sinodo Antiocheno del 341, detto della Dedicazione. Fu inoltre presente alla maggior parte dei numerosi sinodi riuniti da Costanzo: a Sardica nel 343, tra gli Orientali; probabilmente a Sirmio nel 351; sicuramente a Milano nel 355 ed a Sirmio nel 357. Da questa città, all'annunzio della morte di Leonzio, vescovo ariano di Antiochia, partì precipitosamente per ottenerne la successione. Vi riuscì colportando i canoni a malgrado le proteste dei vescovi elettori. Da questo momento egli si dichiarò apertamente per l'arianesimo rigido, o anomeismo, rappresentato da Aezio e da Eunomio. Ma si ritrovò subito male, essendosi l'imperatore Costanzo pronunciato per il semi-arianesimo o omoincianesimo di Basilio di Ancira, dopo il Concilio di Ancira del 358 . Avendo corso il rischio di essere esiliato e deposto, momentaneamente si allontanò da Antiochia. Ma ebbe subito la rivincita a fianco di Acacio di Cesarea, con il quale contribuì al trionfo della formula di Rimini-Costantinopoli, ossia dell'omeismo, che divenne l'arianesimo ufficiale. Costanzo lo ricompensò per tanta condiscendenza dogmatica trasferendolo al seggio di Costantinopoli (360), che occupò fino alla morte (370). Se riuscì a serbare tale posto, lo dovette alla protezione dell'imperatore ariano Valente, che egli stesso battezzò prima della spedizione contro i Goti (366-67).
E. fu un ambizioso senza carattere e senza convinzioni salde. L'ariano Filustorgia lo descrive come uomo amabile, di condotta irreprensibile, ma timido fino alla viltà. Dei suoi scritti che, come sembra, furono numerosi, non restano che frammenti di dubbia autenticità ed una breve professione di fede, ricavate da un trattato sull'Incarnazione: A6үos nepl aepuúoвos (cf. P. Caspari, Alte und neue Quellen zur Geschichte des Taufsymbols und der Glaubensregel, Cristiania 1879, pp. 170-81).

Bibl.: Le informazioni concernenti E. sono sparse nelle fonti storiche dell'arianesimo (v.), le quali ultimo sono state ben utilizzate da Tillemont, VI, ad. Parigi 1764, pp. 422-24, 434-36, 494-90, 504-506, 508, 523-35, 551-53, 774-75, e da L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1907, pp. 187 312, 371-74; F. A. Looib, Eudoxiae uou Geromaios, in Realontyl. für protest. Theologie und Kirche, V, pp. 577-80. Martino Iuzie

## Page 479

EUFEMIA di CALCEDONIA, santa, martire. - Gli atti giunti a noi non sono autentici (BHG, 819 sgg .; BHL, 2708-14). E. era una vergine consacrata a Dio; durante la persecuzione di Diocleziano gli furono spezzati i denti con un martello e quindi fu gettata nel rogo. I Fasti Vindobonenses priores assegnano il suo martirio al 16 sett. dell'a. 303 (MGH, Auctores antiquissimi, IX, p. 290). La venerazione della martire si estese ben presto sia in Oriente che in Occidente, come è attestato più volte dai Sinossari greci, dal Martirologio geronimiano, dai calendari di Cartagine e di Napoli, dai Sacramentari, ecc. In Oriente ebbe una basilica in Antiochia (Moschus, Pratum, 88: PG 87, 2945).

A Costantinopoli più chiese furono dedicate a s. E. (R. Janin, Les églises de ste Euphéneie à Constantinople, in Echos d'Orient, 37 [1934], pp. 270-75). In Egitto è ricordata nel calendario di Oxyrhyncos (B. P. GrenfellA. 8. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri, parte 9^{°}, n. 1337, pp. 19-45). In Africa nella chiesa di Kherbet-el-Ma-el Abiod, tra Costantina e Setif, vennero deposte memorine di s. E. l'a. 474 (P. Monceaux, Enquête sur l'épingraphie choisienne d'Afrique, in Memoires de l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, XII, 1 [1907], p. 112). Ad Aquileia si commemorava al 3 sett. la dedicazione della Basilica a l'ingressio reliquiarum di un gruppo di santi, tra cui s. E.; sotto la stessa data veniva ricordata in Grado la dedicazione della basilica di S. E. costruita dal patriarca Elia. A Milano, forse fin dal tempo di s. Ambrogio, vennero portate reliquie di s. E. e se ne faceva la commemorazione al 27 nov. A Rouen il vescovo Vittricio mise in venerazione reliquie di s. E. (De laude Sanctarum: PL 22, 448). A Ravenna si contano ben cinque chiese dedicate a s. E. Uno in città edificata al di sopra di una chiesa più antica; una seconda a Classe detta ad mare, cioè 8 battistero della basilica Probi, trasformato dal vescovo Massimiano in chiesa di s. E., ma già demolito al tempo di Agnello; una terza che Agnello chiama - in Cellinico -; una quarta fuori porta Aurea; una quinta fuori porta S. Lorenzo. Sempre a Ravenna nel 380 il vescovo Massimiano depose reliquie di s. E. nella chiesa S. Stefano. A Roma il suo culto fu localizzato in una basilica situata nella IV regione urbana, cioè nella Suburza; essa è ricordata da Gregorio di Tours (ca. 337-94) come un punto di riunione delle vedove nella processione della grande litania settiforme. L'edificio era senza tetto al tempo di Sergio I (687-701), il quale lo restaurò (Lib. pont., I, p. 375). Non si sa quando la basilica sia stata eretta, ma certo essa doveva essere anteriore a quella che il papa Gellolo aveva dedicato a s. E. in Tivoli tra gli aa. 492-96 (Lib. pont., I, p. 255). Presso Albano una basilica in onore di s. E. fu eretta da papa Dono (876678). In Calcedonia, nella basilica eretta sul suo sepulcro, si ammirarono presiess staffe, sulle quali, a testimonianza di Asterio di Amaseo, erano rappresentati gli episodi del suo martirio (BHG 2, 623; Evagrio, Hist. eccl., II, 3; J. Pargnire, L'église Ste Euphénie et Rufinianes, in Echos d'Orient, 14 [1911], pp. 107-11).

La martire fu rappresentata in Ravenna in uno dei medaglioni a musaico nella cappella di S. Pier Crisologo (CIL, XI, 261) e chiude il corteo delle martiri in S. Martino in - Caelo Aureo v; oggi S. Apollinare nuovo (CIL, XI, 281); in Parenze in uno dei medaglioni in musaico nell'interno dell'arco trionfale della basilica del vescovo Eufrasio (O. Marucchi, Le recenti scoperte nel duomo di Parenze, in Nuovo bull. di arch. crist., 2 [1896], p. 16). Fa pure sffigura in un affresco di una nicchia aboldata nell'antica basilica di S. Clemente, ne resta la parte superiore, di aspetto giovanile, con ricco diadema di perle sul capo e la scritta SCA EUF [ernia] (Wilpert, Mezalica, nov. 213, 4, p. 1035); si ha pure la figura di s. E. in un affresco in S. Lorenzo fuori le mura del sec. xir.

Bun.: Marty. Hierocyanianum, p. 187, 381, 370, 447, 311; J. Cimoliano, Une felle liturgique mystéricuse. La mémoire de ste Euphénie de Chalédoine à la date du 13 avril, in Echos d'Orient, 35 (1956), pp. 168-82; E. Donckel, Auserömische Hei-
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

IJst. GsS. Est. della Septita con Gutt. di Napoli: Eufemia di Calcedonia, santa, martire - Digitato di Andrea Mantegna ( 1434 ; dopo 8 restaurs). - Napoli, Pinacoteca.

Iles in Rom von Aufängen unter Liberius bis Leo IV (247), Lussemburgo 1938, pp. 38-38. Enrico Josi
EUFRATA. - Vescovo di Colonia. Nel 344 fu inviato dall'imperatore Costante, insieme con Vincenzo vescovo di Capua, ad Antiochia per ottenere da Costanzo il ritorno di s. Atanasio. Durante il soggiorno nella città E. fu vittima di un ignobile attentato tesogli dal vescovo Stefano che perciò fu deposto. Gli atti spuri di un Concilio tenuto a Colonia nel 346 riferiscono che E. avrebbe abbracciato l'errore di Forino asserendo che Gesù Cristo è un semplice uomo; accusato dai suoi fedeli sarebbe stato condannato e deposto da un sinodo di tutti i vescovi delle Gallic. Questa notizia non è attendibile.

## Page 480

BibL.: S. Atanasio, Hist. Ariensrum, 20 2g.; Tcodorcto. Hist. ecel., 11, 7; Tülemont, VI, Venezia 1732, pp. 761-62; L. Duchesne, Poster épiscubane de l'awienne Gantr. 1, Parigi 1903. p. 381 ; III, ivi 1912, p. 178.

Aguatino Amore
EUFRATE (sumerico Buranum; accadico Puramumu o Purattu, il cui significato più probabile è "Gran fiume", ebraico Pérdith; il termine greco Bbgoárta deriva dal persiano Ufrātno ppure Prat, cf. armeno Efrari.). "Uno dei più grandi flumi dell'Asia.

Nasce nelle montagne dell'Armenia dall'unione del Kara Su, che ha origina dal Dumlu Dag a nord di Erzerum, e del Mural Su ( = Arconias dei Greci, detto anche E. orientale), che origina dall'Ala Değ un poco a nord del lego Van. La congiunzione avviene sotto Harput. A ca. 160 km dalla foce del Golfo Persico, l'E. si unisce con l'altro grande fiume, il Tigri (v.), formando lo Satt el-Arab. L'E. è lungo 2780 km , ed ha un corso molto irregolare, specialmente fra le catene montuose del Tauro, ove procede con ampie insenature e con fosse profonde, che occasionano alte e belle cascate. Nella piantura mesopotamica il suo letto si allarga, raggiungendo anche i 400 m . e la profondità di 5-6 mathrm{~m}. La portata d'acqua varia con le stagioni: ma le sue paese (marzo-giugno) di solito sono molto regolari, dipendendo dallo scioglimento delle nevi. Ad esse è subordinata la navigabilità del fiume, che ora è sfruttato poco, dato il sorgere delle ferrovia lungo il Golfo Persico. E da notare che nel periodo nexistorico, ed anche in quello storico sebbene manchino testimonianze perspicue, l'E. si gettava direttamente nel mare con foco separata da quella del Tigri. I suoi affluenti principali sono: Nshr Belih e Nshr Häbür. Fra le cirtò bagnate anticamente erano famose Charcamis (cf. Ier. 26, 2) e Babilonia (cf. Apnc. 9, 14; 16, 12). Al tempo dell'Impero balsionese l'E. forniva gran parte dell'acqua che, attraverso un'ottima rete di canali, irrigava la vasta pianura.

Nafis Bibbia si parla spesso dell'E., che compare fin dal principio (cf. Gen. 2, 14) come uno dei flumi del Paradiso terrestre. Talvolta esso simboleggia la potenza balsionese (cf. Ier. 2, 18; 15, 4 sgg.; Is. 8, 7; 27, 72). Sovente l'E. è ricordato nelle delimitazioni di confine. Secondo la promessa fatta ad Abramo (Gen. 15, 18; cf. Ex. 23, 31; Deut. 1, 7; 11, 24; Jos. 1, 4 ecc.) il limite settentrionale del dominio ebraico sarebbe segnato da detto fiume. All'inizio del regno israelitico, almeno nominalmente ed in occasioni particolari, sembra sia stato raggiunto tale confine (cf. II Sem. 8, 3; I Reg. 4, 24). Dal periodo persiano l'E. segnava il limite della satrapia Abar Nahara (ebraico 'abher han-nahär "al di là del fiume"; cf. Euf. 8, 76; Neh. 2, 7, 9), che comprendeva la zona estendendosi fra esso ed il Mediterraneo.

BinL.: F. R. Chesney, Expedition for the survey of the rivers Euphrates and Tigris, Londra 1822; E. Sathau, Am Euphras und Tigris, Lämia 1900; E. Beurlat, Euphrate, in DB, II, coll. 2046-50; Weissbach, Euphrates, in Pauly Wissowa, VI, coll. 1195-214; G. Caraci, s. v. in Ent. Ital., XIV (1932), pp. 235-98.

EUFRONIO, patriarca di Antiochia. - Quando nel Sinodo ariano di Antiochia del 330 fu deposto il vescovo Eustazio, resse quella chiesa per alcuni mesi Paulino di Tiro. Alla sua morte fu eletto un certo Eulalio, ma mori poco dopo. Gli ariani pensarono allora di affidare quella chiesa ad Eusebio di Cesarea, ma questi declinò l'invito adducendo la proibizione del Concilio di Nicea, che vietava le traslazioni dei vescovi. Per suggerimento dell'imperatore Costantino fu eletto allora nel 332 E., già sacerdote di Cesarea di Cappadocia e seguace delle idee ariane. Governò appena un anno e pochi mesi.

BinL.: Socrate, Hist. ecel., I, 24; Sceomeno, Hist. ecel. XII, 19.

Agostino Amore
EUFROSINA, santa. - Figlia di Pafnuzio, personaggio illustre di Alessandria, n. verso il 413 . Poiché il padre voleva costringerla al matrimonio, a diciotto anni abbandonò la casa paterna, e trave-
stita da uomo entrò in un monastero presso Alessandria, che accoglieva ca. 350 religiosi. L'abate la consigliò di chiudersi sola in una celletta, dove ella visse santamenta per trent'anni, sotto il nome di Smaragdo. Il padre andava sovente a visitarla, senza riconoscerla, per ricevere consigli e ammonimenti spirituali. Prime di morire si manifestò al padre e mori fra le sue braccia, l'a. 470. Dal Martirologio romano è ricordata il 3^{°} genn.; i Greci celebrano la sua festa il 25 sett. Questo racconta conservato nelle Vitae Patrum fa parte di un gruppo di leggende di analogo tema.

BinL.: Martyr. Romanum., p. 3; anon., Vita s. E., sec. textum primigenium, in Analecta Bollandinea, 2 (1885), pp. 195-205; J.P. Kirsch, Euploracr. in Goth. Doc., V, p. 606. Giuliano Gennaro

EUFROSINA GIUSIORF, santa. - Vergine asceta, n. nel Peloponneso ca. 1'854, m. di anni 69, para nel 923. Educata in Calabria, andò giovanissima in Costantinopoli da Agelasto, suo parente, che la volle sposare e un nobile. Faggi perciò (870) in abiti virili e, cambiato il nome in quello di Giovanni, visse per anni in un monastero, finché ne fu nominata egumeno. Costretta a fuggire di nuovo, mera vita solitaria nel deserto al servizio di un santo vegliardo. Scoperta però da un suo familiare, fa ritorno a Costantinopoli (ca. 903) non più travestita, ma continua la vita solitaria nel monastero femminile della Madonna del Fonte ( 2 overline{text { E }} II9772), sempre apprezzata e visitata dalla famiglia imperiale.

Ne scrisse la vita Nioeforo Caffato, probabilmente da una più antica, le cui fonti sono sconosciute. Poiché dipende in parte dai luoghi comuni dell'agiografia orientale, è difficile distinguervi i fatti autentici dalle leggende.

BinL.: Aem SS. Nascimbria, III, Brucelles 1919, pp. 858-81; ibid., Vita (dall'unico ms. Laurent. Conv. 1000, B 1, Camalobti 1214) e appendice sul Monastero vig. Biyig, op. 861-80; H. Delehaye, Les légendes hagiographiques, 3 e ed., Bruxelles 1917. Emmanuele Candel

EUGENIA, santa: v. APRONIANO, CIMITERO di.
EUGENIA di Montijo, imperatrice dei FranCesi. - N. a Granata (Spagna) il 5 maggio 1826, da Cipriano Guzman, conte di Teba e di Montijo e dall'americana Maria Manuela Kirkpatrick, m. a Madrid l'1: luglio 1920. Passò con le madre, rimasta vedova, in Francia, dove sposò il 30 genn. 1853 l'imperatore Napoleone III. Profondamente religiosa, ebbe dapprima simpatia per il movimento unitario italiano, ma quando fu sollevata la questione romana, influì sul marito perché mantenesse le truppe francesi a Roma per impedire che la città diventasse la capitale del Regno d'Italia.

Partito l'ultimo contingente francese verso la fine del 1866 a termini della Convenzione di Settembre (1864), E. nell'autunno dei 1867 , di fronte ai ripetuti attacchi garibaldini, ed all'inerzia connivente del governo italiano, convinse l'Imperatore all'invio di una nuova spedizione che, dando man forte alla nitlizia del Pontofice, concorse all'esito della battaglia di Mentana. Così anche nel 1869 si oppose ad un'alleanza franco-austro-italiana, che significava la fine del potere temporale. Dopo il crollo dell'Impero nel 1870, visse in esilio a Farnborough, in Inghilterra.

BinL.: C. Pagani, L'imperatrice E. e le Giuridiane di Roma, in Nuova Antologia, 292 (1921), pp. 120-31; O. Aubry, L'imperatrice Eugénie, a vol., Parigi 1933; G. Gallavicci, s. v. in Ent. Ital., XIV (1932), pp. 339-60.

Silvio Forlani
EUGENICA. - Nome usato per la prima volta nel 1833 (Eugenics) da Francia Galton, insigne statista inglese (1822-1911), per indicare (secondo la sua più recente [1904] definizione) «lo studio de-

## Page 481

gli agenti che, sutto controllo speciale, possono migliorare o peggiorare le qualità razziali delle future generazioni, sia fisicamente che psichicamente :

Così concepita l'e. ha una vasta impostazione programmatica e trae il suo contenuto ed i suoi principi in parte dalla genetica, in parte dalle scienze sociali, dimostrando il senso di responsabilità che le generazioni riventi dovrebbero avere verso le generazioni future.
I. Nozioni. - L'e. ha per base l'eugenotica o a la scienza che propugna il miglioramento dell'uomo per mezzo di un'opportuna selezione degli accoppiamenti " (Gianferrari e Cantoni) in modo da diminuire la riproduzione degli individui considerati disgenici o antisociali e da favorire, invece, quella degli individui ritenuti portatori di qualità desiderabili. Allo sviluppo di tali qualità deve però concorrere il miglioramento delle condizioni ambientali (eutenica, igiene).

Il termine e. per alcuni studiosi può essere interpretato come sinonimo di igiene della razza secondo l'espressione proposta dal Plouke.

Il Galton, precedentemente aveva definito l'e. a la scienza che si occupa di tutte le influenze che migliorano le proprietà innate di una razza e di portate a svilupparsi per il maggiore beneficio della collettivita. Cib, forse, potrebbe spiegare perché alcuni considerino l'e. sinonimo di eugenotica ed altri, invece, assegnino ai due termini diversi significati ed eccezioni ; perché, secondo alcuni, l'e. sia una scienza pura e, secondo altri, una scienza applicata; perché alcuni la facciano etimologicamente derivare dall'uggettivo greco xóyreós, - di buona discendenza a altri dal sostantivo: xóyéxax - buona razza; perché alcuni per i fini eugenici ritengono prevalente l'azione dei fattori creditari e altri l'azione dei fattori ambientali.

Lo stesso Galton, avendo studiato 977 biografic (1863-69), giungeva alla conclusione che il successo degli individui dipende in massima parte dai loro caratteri creditari; e confermava in seguito (1874) tale sua opinione dopo lo studio genealogico di 180 personalita. A riporre delle prevalente azione dei fattori creditari su quelli ambientali si suola portare l'esempio dei negri e bianchi d'America che, pur vivendo in condizioni ambientali eguali, tuttavia sono ben diversi tra loro. Al contrario, lo studio di alcune coppie di gemelli uniovolari - che come è noto hanno un patrimonio genico identico, derivando dalla fecondazione di una stessa cellula uova - ha messo in evidenza differenze manifestatesi nel corso delle loro vita che non si spiegherebbero se si escludesse l'azione dei fattori ambientali. Analoghe deduzioni si possono trarre da uno studio di E. Jold e E. H. Cluver (1941), medici sud-africani, su 32 giovani conosciuti come "poveri bianchi" (poor whites): essi non presentavano serie malattie ma soffrivano di raffreddori, reumatismi, emicranie, erano torpidi a tardi, non potevano trovare occupazioni essendo considerati dai datori di lavoro, come "poveri rifiuti bianchi" (poor white iradi). Riconcerati in un istituto a sottoposti ad alimentazione conveniente, ad esercizi ginnastici e ricreativi, si constatd un grande miglioramento delle loro condizioni generali e nella loro agilità mentale. Si può perab ritenere che le differenze individuali sono determinate da fattori ereditari i quali possono però essere migliorati o peggiorati da favorevoli o sfavorevoli condizioni d'ambiente che attenuerebbero il significato assoluto del verso orazione: a naturam expellas furca, tamen usque recurret" (Epit., J, 10, 24).
II. Scope a mezzi dell'e. - Nel II Congresso di e., tenutosi a Nuova York nel sett. dei 1921, furono distinte 4 sezioni con i seguenti gruppi di argomenti : a) l'ereditarieta umana; b) i fattori che influenzano la famiglia umana, la relativa fecondità e le selezioni matrimoniali; c) le differenze razziali con partico-
lare riguardo allo innaturali associazioni create da confini politici e nazionali, il problema degli ibridi (vantaggi e svantaggi), la morbosità a la psicologia; d) le applicazioni eugeniche in relazione allo Stato, alla società, all'educazione; i risultati dell'e. nella sociologia, economia e nel destino delle nazioni.

Secondo lo Jennings (1930) "le sciagure del mondo ed il relativo rimedio residono fondamentalmente nelle diverse costituzioni ereditarie degli esseri umani. Alcuni uomini sono forti, sani, saggi, virtuosi. Altri sono deboli, delicenti, malati, immorali, criminali e sono questi che causano le sciagure del mondo. Leggi, costumi, educazione, condizioni materiali sono creazione degli uomini e riflettono la loro fondamentale natura. Cercare di correggere questi è semplicemente curare i sintomi superficiali. Per andare alla radice delle sciagure bisogna produrre una migliore razza umana: che non abbia a contenere tipi inferiori. Quando una migliore razza avrà in mano le redini e gli affari del mondo, leggi, costumi, educazione, condizioni materiali avranno cura degli stessi uomini. Buoni e saggi uomini faranno un mondo buono».

I mezzi adoperati per le finalità eugeniche possono raggrupparsi in due grandi gruppi che potrebbero essere considerati come due diversi indirizzi: quello dei mezzi coercitivi e non coercitivi miranti a ridurre l'apporto procreativo (e. negativa) a quello dei mezzi miranti ad incoraggiare ed incrementare l'apporto procreativo degli individui desiderabili (e. positiva), ai quali mezzi vanno aggiunti tutti quelli rivolti al miglioramento dell'ambiente i quali costituiscono il campo d'azione del1: e.

Finalità eugeniche ed euteniche hanno anche le norme profilattiche e le disposizioni protettive della maternita a infante, del lavoro, della salute individuale, ecc.

Nell'e. negativa i mezzi coercitivi da esercitarsi con la promulgazione delle leggi comprendono:
a) le restrizioni matrimoniali : divieto delle nozze tra consonguinei e affini sino ad un certo grado (e. consanguineita), divieto delle nozze agli infermi di mente (deficenti, pazzi), epilettici, luttici, criminali abituali. Alcune di tali restrizioni vigeno in quasi tutte le nazioni civili. In Cina sono proibiti i matrimoni tra individui con lo stesso cognome ed analogamente avviene presso alcune tribù indiane dell'America del Nord a di sborigeni dell'Australia;
b) la segregazione mediante ricovero in adatti istituti : mezzo preferibile ma molto dispendioso;
c) l'obbligatorietà del certificato premerrimoniale di idoneità eugenica al matrimonio. Tale disposizione vige in Argentina, Cile, Danimarca, Equatore, Germania, Jugoslavia, alcuni degli Stati Uniti d'America, Svezia, Turchia. In Norvegia ed in alcuni Stati nord-americani il certificato è sostituito da una dichiarazione giurata dei fidanzati e dei parenti;
d) la sterilizzazione raggiunta con mezzi chirurgici consistenti nell'asportazione dei condotti (deferente per l'uomo e salpingi per la donna) che devono essere attraversati dalle cellule sessuali per giungere all'atto procreativo. L'intervento (che nei maschi può essere eseguito con l'anestesia locale ed è meno serio che nelle femmine) non interessando le ghiandole sessuali, non comporta modificazioni dei caratteri sessuali secondari né dell'istinto sessuale.

Tale mezzo, usato per la prima volta (1907) nello Stato d'Indiana (S. U.) per i terati, fu adottato per i frenesteriici, i psicopatici, i criminali in altri Stati nordamericani, in pochi dei quali è legale addirittura la costruzione (asportazione delle ghiandole sessuali).

In Europa è stata adottata la sterilizzazione in Svizzera (Carrone di Vaud, 1908), Danimarca (1929), Svezia (1934), Germania (1934). Qui fu compiuto il più vasto esperimento di sterilizzazione essendo stati sterilizzati nel 1934 - secondo le statistiche del Wolf - (citato dal De Toni) -dai 180.000 ai 200.000 individui per le seguenti infermità: debolezza mentale congenita, schizofrenia,

## Page 482

follia circolare, epilessia ereditaria, cerea di Huntington, recità ereditaria, gravi deformità fisiche ereditarie e, in certi casi, l'alcoolismo cronico.

Tutti i mezzi coercitivi che ladono l'integrità fisica dell'individuo - scientificamente molto discussi perché non sempre l'erudità patologica ha carattere di fatalità sono contrari ai principi giuridici, morali a religiosi (Encici. Carri Coombhi di papa Pio XI, 1930).

I mezzi non coercitivi comprendono: il controllo delle nascite (Birth-control), forma di neo-malthusianesimo, basato su pratiche anti-concezionali, molto diffuso nei paesi anglossasceri; il cosiddetto " matrimonio in prova ", legale ma limitato nel tempo; il "matrimonio camestresco" legale ma con limitazione delle nascite ed, in caso di infercondita, con possibilità di divorzio (mezzi questi anch'essi tutti immorali e condannati dalla Chiesa) ed infine l'educazione eugenica che, divulgando le nazioni sulle malattie trasmassibili ereditariamente, mette l'uomo di fronte alle sue responsabilità senza menomare la dignità della sua persona.

Per l'e. positiva sono stati suggeriti mezzi che non sono tutti rispondenti ai prìncipi giuridici e morali. Tra questi, ad es., la poligamia, il permesso al coniuge fecondo di procreare con una terza persona, ecc.

Consigliabili sono ritenuti, invece, i mezzi atti a creare una coscienza eugenica nelle masse diffondendo l'educazione religiosa, morale, sessuale ed igienica, associati eventualmente, a provvedimenti di carattere sociale ed economico, quali premi di incoraggiamento alla nuzialità giovanile, agevolazioni per le famiglie numerose, prestiti di nuzialità, disposizioni adeguate per il celibato, ecc.
III. Brevi cenni storici sui provvedimenti eugesici. - Provvedimenti a scopo eugenico, sotto forma di precetti religiosi o di disposizioni legislative, esistevano anche nell'antichità.

La castità pre-nuziale e l'obbligatorietà del matrimonio - vietato però tra consanguinsi - erano prescritte presso gli Indiani, gli Ebrei ed i Greci; i Romani consideravano il matrimonio un obbligo morale; i celibi non avevano diritto ad ereditare e pagavano tasse. Particolare durezza ebbero le leggi spartane di Lécurgo: il celibato era considerato colpa infamante al punto da fare pubblicamente schernire dalle donne i celibi desudati; le donne, specie se mogli giovani di mariti vecchi, potevano procreare con maschi forti e belli; i neonati, giudicati sani e belli, raggiunti i 6 anni passavano a carico dello Stato per ricevere un'educazione rigida per fini militari, mentre quelli affatti da deformità o ritenuti deboli venivano precipitati dal monte Tsigeto, vittime di malintesi principi estetici e sociali.

Anche in Atene gli infanti deboli venivano abbandonati. Infanticidi a scopo propiziatorio praticavano i Fenici, i Filistei, i Moabiti, i Cartaginesi (De Toni). Presso i Romani, fine all'epoca eugustea, il padre era libero di riconoscere = no i figli : specie se deboli e deformi, potevano essere uccisi, abbandonati o venduti. Per contro leggi protettive dell'infanzia (punizione dell'infanticidio ed obbligatorietà di allevare i figli, comunque generati, a carico dei genitori o dello Stato) esistevano presso i Babilonesi, gli Egiziani e gli Ebrei.

Cesare e Augusto promulgarono leggi per le quali venivano elargiti premi in denaro e benefici ai padri fecondi.

Tali disposizioni ebbero impulso e vigore maggiore sotto Costantino, dopo l'avvento del cristianesimo che, insieme al diritto romano, influì poi nel far promulgare leggi protettive dell'infanzia presso i popoli che invasero i territori amministrati da Roma.

Anche la religione insomettana incoraggia il matrimonio e la prolificità ammettendo però il matrimonio tra cugini, la poligamia ed il concubinato.

Nel medioevo, inoltre, sorsero nei vari paesi, specie ad opera di religiosi, alcuni brefotrafi (primo in Europa quello fondato nel 787 dall'areiprete milanese Oateo [De Toni]), benefiche istituzioni, encomisfall per la affermazione del principio di tutelare la vita dei piccoli, ma difettosi dal lato pratico-organizativo perché -
per la ignoranza delle più elementari norme d'igiene la mortalità tra i ricoverati ara altissima.

Lentamente a sporadicamente si fecero poi sempre più strade i principí igienici dal punto di vista determinario e, successivamente, i concetti dell'ereditarieta. Possono essere ricordati qui il medico Aldobrandino da Siena (sec. xili), Vittorino da Feltre (sec. xv), Tommaso Moro (sec. xxi), Tommaso Campanella (sec. xvni) e nel sece. xvili e xix Poré, Morel, Carlo Darwin, Lamarck, Mendel ed infine Francis Galton con il quale si iniziò la divulgazione delle nuove idee.
IV. Il movimento eugenico nei vari paesi. - Come si è visto, Francis Galton, cugine di Carlo Darwin, deve essere considerato il padre dell'e. intesa nel senso moderno. A lui si deve la fondazione (roos) presso l'Universita di Londra, del primo laboratano di e. denominato alla sua morte "Galton eugenics laboratory", la cui direzione venne affidata al Pearson. Nel 1908, sempre in Inghilterra, veniva fondata la prima società: "Eugenics Education Socicty" e nel 1912 vi si tenne il primo congresso internazionale.

Dall'Inghilterra il movimento si estese in Szetia (specie per opera del Lundborg), dove furono fondati due istituti presso le Universita di Uppsala e Lund, in America - dove esiste il maggior numero di istituti ed associazioni, tra i quali l" Eugenics Record Office" l's Eugenics Section of the American Breeders' Association - alla quale è stato dato il massimo impulso durante il segretariato di D. S. Davenport, che può essere considerato oggi come uno dei più autorevoli assertori dell'importanza dell'e., ecc. - in Norvegia, in Germania, in Finlandia, in Danimarca, in Olanda, in Francia, in Russia, in Ungheria, se l'ortogallo, in Svizzera.

In Italia nel 1912, per iniziativa di Giuseppe Sergi, in seno alla Società romana di antropologia, si costituiva un comitato per gli studi di c., del quale facevano parte: G. Sergi, S. De Sanctis, C. Artem, C. Gini, L. Mangiagalli, A. Nicefaro, M. Saffiotti.

Nel 1919, per iniziativa di E. Pertaloaza, C. Gini e C. Artem, si fondava la *Società italiana per gli studi di genetica ed e. "ed a Milano, presso la cui Università veniva stabilito uno speciale corso d'insegnamento, al svelsero i due primi Congressi italiani di e. nel 1924 e nel 1929.

BibL.: F. Galton, Eugenics, its Definition, Scope and Aims, Sociological Papers, Londra 1904-1902; H. S. Jennings, The Biological Basis of Human Nature; Baur, Fisher, Lenz, Metashilvbe Ebblohre, 4^{°} ed., Monaco 1936; O. De Toni, Puccicoltura, in Minerva medica, Torino 1930; II. Newman Herbert, Evolution, Genetics and Eugenics, 3^{°} ed., Chicago 1944, 7^{°} rist. 1947; L. Gianferrari e G. Cantoni, Manuale di genetica, 2^{°} ed., Milano 1943; E. C. Calin, Elements of Genetics, 2 ed., Philadelphia 1946. Venerando Comenti
V. Medicina Pastorale. - E doveroso riconoscere all'e. una buona intenzione e un fine moralmente buono, allorché cerca di scoprire le leggi che regalano la riproduzione dell'individuo e lo svolgimento della specie; di ridurre, annullare o, per lo meno, controbilanciare le cause di decadenza fisica e mentale o di morte prematura; di arrestare le malattie a diffusione sociale a il dilagare delle abitudini malsane che minano la specie umana; di lavorare al risanamento e all'elevazione della parte fisica e sociale del matrimonio. Vanno, però, denunciati a condannati quegli aspetti e quelle manifestazioni di e. negativa che, disconoscendo la natura rivista dell'uomo e in essa il preponderante valore e i più assoluti diritti dello spirito, propongono o attuano sistemi che violano la libertà a la dignità umana.

La regolamentazione coercitiva del matrimonio, la sterilizzazione, il controllo delle nascite (birthcontrol), la fecondazione artificiale a tipo zootecnico, l'aborto eugenico, l'uccisione dei minorati cronici e degli infermi presunti inguaribili (v. KUTANASIA), pur nella buona intenzione di voler liberare l'indj-

## Page 483

viduo e la società dal gravame del bisogno, della malattia, della sofferenza, sono mezzi in contrasto non solo con la morale cattolica, ma spesso addirittura con la stessa legge naturale. Per tale ragione, la Chiesa cattolica (più volte in cruento contrasto con leggi civili promulgate dal nazionalismo falso di alcuni Stati o con morali particolaristiche sostenute da alcune confessioni religiose dissidenti) sempre e tutt'ora condanna alcune forme d'e. negativa, lesive di diritti naturali dell'uomo (diritto alla vita e alla procreazione), contrarie al rispetto e all'integrità della persona umana (sterilizzazione, castrazione), si fini primari e alle caratteristiche giuridiche, naturali e canoniche, del matrimonio (birth-control, fecondazione artificiale nella forma più ampia). Le illicaità di tutti questi mezzi viene spiegata alle singole voci.

Passando a una critica più particolare, in primo luogo si pone ogni riserva sull'asserto dell'e., che il migliorare le condizioni di salute fisica dell'unianità corrisponda tera'altro a renderla moralmente migliore, laddove l'esperienza assai spesso mostra non procedere d'accordo il meglio fisico con il meglio morale.

Infatti, pur ammettendo che per un normale svolgimento della nostra vita etica e necessaria una base minima di integrità, di potenzialità, di tranquillità fisiologica delle strutture fisiche del nostro organismo, particolarmente di quelle bioregolarici (sistema nervoso, ap. porato endocrino), fattore essenziale del progresso, dell'azione della perfezione morale, e la libera determinazione della volontà verso il bene. Non solo, ma la stessa intelligenza spesso è svincolata dalla necessità del valore fisico dell'individuo e non raramente si vedono intelletti vesti e virili spessore delle angustic d'un organismo assai deficente; la società sarebbe stata privata della loro luce se, applicati ad oltranza i principi dell'e., il loro valore fosse stato misurato alla stregua dello sviluppo, dello buone proporzioni, dell'equilibrio fisiologico della loro massa corporea.

In secondo luogo, in tema di contributo mediconorale, bisogna vagliare la legittimità scientifica delle applicazioni pratiche dell'e., vedendo se alcuni postulati e metodi dei suoi sviluppi negotici non siano, oltreché immorali, anche antiscientifici. Ci si domanda, cioè, se in realtà da uno studio obiettivo di fatti a teorie non debba concludersi che le cosiddette leggi dell'ereditarietà, fecero di molti adentori dell'e. ad oltranza, più che vere e proprie leggi secondo il senso assoluto e scientifico della parola, non siano piuttosto ipotetici, provvisori, modificabili impugnamenti di fenomeni di cui non si conosce l'essenza, possibili di molte eccezioni e quindi potvi di quel valore normativo assoluto che si vorrebbe dar loro nella pratica.

A in realta, una critica obiettiva, mentre da un lato mostra la limitatezza e la relatività delle odierne conoscenze sui fenomeni dell'ereditarietà, demolisce dall'altro il concetto corrente che ereditario significba fatale a inevitabile a un qualcosa in nessuna maniera modificabile dall'ambiente. In tal guisa, non solo in nome della morale, ma anche al lume della scienza si possono condannare le aberrazioni del naturalismo eugenico materialistico, e alimentare le più ampie speranze di migliorare la specie umana in virtù della tendenza autoselestive e automigliarativo proprio alla riproduzione degli individui piuttosto che con la soppressione eugenica delle stirpi tarate.

La teoria cromosomica di Morgan attribuisce (v. cENErica) il trasporto e la determinazione dei caratteri erediari, si "genidi" e "geni", i quali non si comportano singolarmente come fattori unici di un determinato carattere, ma ne regolano il ricomparire collaborando in complesse e numerose combinazioni; probabilmente oltre cinquanta genidi, sistematizzati in differenti cromosomi, consorrono al ricomparire nel discendente di una nota ereditaria che, a volte, richiede anche il concorso di genidi singbasmatici, cioè ubicati, invece che nei cromosomi, tal plasma cellulare. Si pua cosi intravedere l'enorme complessita del meccanismo che regola la ricomparea
di un carattere ereditario. D'altra parte, accanto al fatto della necessità di si gran numero di fattori concorrenti, sta quello del vasto sviamento a delle inutilizzazione di larghe masse di genidi nel fenomeno della "meioa" o "minoi di maturazione degli elementi sessuali, per cui l'ovulo o lo spermatozoo, pronti per la fecondazione, si trovano ad aver perduto metà dei loro cromosomi a quindi del loro bagaglio ereditario. Si ritiene che nella specie umana, nel fondersi dei due gameri, si abbia soltanto una probabilità contro 4096 che nell'ovocellula fecondata, da cui si sviluppara il nuovo organismo, possa ritrovarsi tutto riunito insieme il patrimonio ereditario di uno dei genitori! Va ricordato inoltre come la catena dei genidi nei cromosomi sia doppia, per cui un genidio difetteso può essere compensato da uno sano posto parallelamente. E inoltre vanno ricordate le pochissime unità di figli proprie delle famiglie umane, contro lo stragrande numero di spermatozoi (varie centinaia di milioni per ogni emissione) e la molteplicità di ovuli (ca. 450 dalla pubertà alla menopausa) che non prendono parte alla riproduzione. Su tali fenomeni, di una vastità e di una portata non facilmente concepibile, trova la sua base il cosiddetto "automiglioramento dell'ereditarietà" (Kleist), per cui può esistersi, nel giro di poche generazioni, alla scomparsa di ture patologiche che si trasmettono con la caratteristiche della recessività, se il soggetto tarato si unisce con uno sono.

Si ponga mente, inoltre, alla progressione geometrica decrescente ( 1 / 2,1 / 4,1 / 8,1 / 16, ecc.) con cui va diminuendo nei figli il patrimonio degli avi in rapporto alla mitosi di maturazione, compensata, nell'atto della fecondazione, dal riacquisto di cromosomi di natura differente portati dall'altro genitore. E questa la "legge della gerarchia ancestrale" del Galton, per cui ciascun genitore dona al figlio metà dei propri caratteri ereditari, pari ad un quarto di quelli ricevuti dai propri genitori, a un ottavo di quelli dei nonni e cosi via. Se pure, in pratica, una tal legge non corrisponde con il rigore matematico con cui è formalata, nelle grandi linee si dimostra però vera e in realtà avviene che tanto minori sono le probabilità che un carattere morboso riappala in un discendente, quanto più esso è lontano nelle serie degli ascendenti.

A tal proposito, si riflette qui al gran numero di ascendenti di ciascuno di noi ( 33.324 già solo alla 16^{text {a }} generazione!); da ció, mentre da un lato vien dimostrato quanti provvidi ineroci e rinnovamenti concorrano nella formazione del nostro patrimonio ereditario, dall'altro appare l'inutilità pratica del programma di purificare ad oltranza la specie dalle malattie ereditarie, se si considerano le centinaia e le migliaia di volte che gli individui necessariamente devono essersi intrecciati conseguimicamente tra loro. Chi volesse seguire le inflessibili regole dell'e. negativa dovrebbe bandire ogni matrimonio o imporre all'unanità una sterilizzazione in massa! Ciò, in particolare, dato che molte malattie trasmissibili alla discendenza, ad es., le mentali, si comportano come caratteri recessivi, per cui i genidi difettosi sono portati da individui apparentemente sani e il provvedimento coercitivo non è capace che di colpire i malati patenti, non i portatori nascosti del carattere. E stato calcolato che, per tal via, nel caso dei deficenti di mente, per ridurre la percentuale riguardo i normali dal 1:1000 a quella del1'1:10.000 sterilizzando gli infermi manifesti, sono necessarie 68 generazioni, come dice ca. 2-3000 anni!

Un altro elemento che fortemente incide sulla assolutezza delle cosiddette leggi dell'ereditarietà è il fenomeno della "mutazione" (v.), variazione subitanea del plasma germinale, per cui appare nell'individuo un nuovo carattere o sostanzialmente si modifica uno già esistente. Il fenomeno della mutazione infirma la asserita immutabilità delle leggi ereditarie e mostra come l'ambiente possa influire sull'ultima costituzione del "gene" e modificare un carattere ereditario.

Ma, accanto alla preoccupazione del ripetersi ere-

## Page 484

ditario delle tare morbose, non ai deve dimenticare il grave danno che può infiltrarsi nella discendenza attraverso quelle malattie che, non avendo a che vedere nulla (ad es., l'alcoolismo, la sifilide) o solo parzialmente (la tubercolosi, per l'elemento predisposizione organica) con l'ereditarietd, sono capaci di infliggere i più gravi guasti al germe ("blastoftoria" di Forel), all'embrione o al feto nel periodo di vita intrauterina, dando origine a tarati, a dispetto di ogni migliore condizione di connubio eugenatico.

Nei riguardi dell'e. ha grande importanza pratica lo studio del modo di comportarsi di alcune malattie mentali nei riguardi della trasmissibilità alla discendenza; infatti nelle norme di applicazione delle forme coercitive di e. negativa dettate in alcune legislazioni (in particolare va ricordata la lista delle malattie soggette a sterilizzazione secondo la legge tedesca del luglio 1933) sono prese di mira particolarmente la oligofrenia o frenastenia (v.), la schizofrenia (v.), le psicosi affettive (v.), l'epilepsia (v.) ereditaria. Anche per osse, in gran parte, valgono le critichs generali mosse in questa voce all'accettazione esagerata, esclusivistico delle leggi dell'ereditarietà. L'appartenere della maggior parte di queste forme al tipo recessivo, la possibilità del ripetersi non similare della forma e la tendenza all'attenuazione nei discendenti, la grande importanza che in esse giuocano spesso le cause ambientali e i fattori blastoftorici, i risultati ottenibili attraverso un'oculata igiene neuropsichica, attenuano la loro presunta "perniciosità ereditaria progressiva" (Morel) e apportano nuovi elementi sfavorevoli alla irragionevolezza antiscientifica dei dettami dell'e. negativa.

Il pensiero cattolico sulla e. è riaffermato con chiarezza e precisione nella encicl. di Pio XI, Casti conmbii del 31 dic. 1930 (AAS, 22 [1930], pp. 539592]; e nei due decreti del S. Uffizio del 21 marzo 1931 (ibid., 23 [1931], pp. 118-19) e del 24 febbr. 1940 (ibid., 32 [1940], p. 73). Cf. anche i Association mariage chrétien, L'Eglise et l'englaisme, Parigi 1930.

BibL.: H. S. Jennings. Eredita biologica e natura umana, trad. P. Enriques, Milano 1934 (in particolare, cap. 9. Eergri biologici correnti, pp. 704-13); T. H. Morgan, Embriologia e genetica, trad. O. M. Olivo, Torino 1938; L. Scremin. Dizionario di morale professionale per i medici, 4⁴ ed., Roma 1940, pp. 141132. 527-41; A. Boschi. Nuove questioni matrimoniali, 2² ed., Torino 1938, pp. 239-66; G. de Ninno. Questioni medico-morali (lezioni raccolte a suo monopolio), pp. 282, 385 e seg., Universita Gregoriana, Roma 1950.

EUGENICO, MARCO: v. MARCO EUGENICO EfESIMO.

EUGENIO. - Vescovo di Cartagine, eletto nel 481, dopo 24 anni di sede vacante, per la sua virtù e la sua carità divenne presto l'idolo del popolo "così che non c'era a Cartagine uno che non fosse pronto a dare la sua vita per lui" (Vittore di Vita). Anche i Vandali ariani accorrevano ad udirlo, nonostante le opposizioni dei loro vescovi. Unerico (477484)