volume-05

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 n. a Boston il 25 maggio 1803 da famiglia puritana, m. a Concord il 25 apr. 1882. Studiò ad Harvard. Si fece ministro unitariano; fu dal 1827 predicatore famoso e pastore. In seguito (1832), per coerenza alle sue idee critico-filosofiche, si ritirò dall'attività pastorale. Nel 1833 compi il primo viaggio in Europa; tornato in America, pubblicò nel 1836 il primo saggio, Nature : oscuro a vago messaggio per una rinnovazione spirituale americana. Vi insistette nel 1837 con The american scholar : ciarnoroso appello al distacco dal passato europeo. Nel 1838, in una conferenza, si schierò apertamente contro il cristianesimo, con il quale ruppe definitivamente. Nel 1841-44 pubblicò gli Essais conquistandosi fama internazionale. Ebbe una parte directiva nel trascendentalismo americano, vasto movimento di rinno-
vazione romantico-idealistico e immanentistico-soggettivo. Nel 1847 tenne in Inghilterra alcune conferenze sullo spirito e sui costumi del tempo; da queste è estratto Representative men, l'opera più celebre dell'E. Tornò ancora in Europa nel 1872.

Oltre gli influssi religiosi e illuministici, E. subì le correnti del romanticismo e dell'idealismo trascendentale; tutto rivestendo dal pathos mistico-sentimentale della sua personalità. Ne risulta un pantesimo cosmico-spirituale facente capo all'uomo. Con un procedere intuitivo, sfaristico, contraddittorio, in cui mancano chiarezza, organicità, profondità, malamente surrogati da un suggestivo e oscuro afflato spirituale lirico. L'essenza profonda della realtà è una "super-anima": spirito divino che vivifica e vincola tutto. L'uomo deve essere se stesso, reagendo ad ogni conformismo e ad ogni mediocrità; attento a cogliere e confessare a se medesimo i suoi stati d'animo sentiti e vissuti. Incontro di psicologismo americano, di fervore puritano e di romanticismo europeo nell'esaltazione d'un vago moralismo. Gli uomini rappresentativi sono tali per essere veramente, profondamente uomini, in comunione intima e continua con la superanima ", partecchè della "sua vita infinita, come ogni onda è partecipe del palpito infinito del mare ·. Anche la sua poesia (i primi Poems sono del 1847) ha contenuto piuttosto filosofico e didascalico. L'opera sua influì sull'intuizionismo * sull'esistenzialismo europeo.

Bull: Opere: The Complete Works, 12 voll., Boston 10031904: Bonnath, 10 voll., ivi 1909-12: oltre iormenonderae caris. Tradl. italiane: Vaggi: L'omima suprema, trad. di F. Zampino Salazar, Milano 1904: L'omima in natura, la saggezza, trad. di M. Cossa, Bari 1911: La guida della vita, trad. di D. Petronilo, Torino 1923: L'omini rappresentatisi, trad. di A. Biancotti, ivi 1934. - Studi: J. E. Cabot, Memoir of W. E., 2 voll., Boston 1887: M. Dugard, R. W. E., sa vie et son oeuvre, Parigi 1907: G. W. Cooke, A bibliography of R. W. E., Nuova York 1008; P. Bakmann, Ex Geistssmalt, Stoccarda 1927; R. Michaud, La vie inspirée d'E., Parigi 1030. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen - Lexikon, I, Berlino 1940, pp. 280-83.

Giacomo Soleri
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(da M. Dugard, R. W. E., sa vie et son oeuvre, Parisi 1907; EMERSON, Ralph Waldo - Ritratto.

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EMERY, Jacques-Andre. - Superiore generale dei Sulpiziani, n. a Gox il 26 ag. 1732, m. a Parigi 28 apr. 1811. Entrato nel nov. del 1757 nel noviziato di S. Sulpizio, fu ordinato sacerdote l'11 marzo 1758. Professore di teologia dogmatica al Seminario di Orléana dal 1759 al 1763 , e di teologia morale a Lione dal 1763 al 1773 , fu in seguito superiore del Seminario di Angers (1776-82), e il 10 sett. 1782 fu nominato superiore generale della Compagnia di S. Sulpizio, dopo le dimissioni di M. Le Gallic. In tale mansione, come anche nell'opera di riforma dei seminari, alla quale in particolar modo si consacro, E. dette prova di saggezza, di prudenza e di fermezza; doti queste che caratterizzano tutta la sua condotta nell'epoca agitata in cui visse.

Durante la Rivoluzione e l'Impero egli fu veramente "la coacienza del clero francese", per i consigli di modernzione che prodigò ai vescovi, soprattutto al faceso card. Maury ed al card. Fesch, zio di Napoleone.

La questione dei giuramenti richiesti dall'autorità civile fece sorgere dei problemi delicati che E. dovette risolvere, in assenza dei vescovi emigrati all'estero. Il giuramento alla costituzione civile del clero gli apparve come un'usurpazione da parte dello Stato; E. rifiutò di prestarlo e turi i membri della Compagnia seguirono il suo esempio.

In quanto al giuramento di libertà-giunglianza, imposto il 3 sett. del 1792 , considerato come puramente civile e quindi estraneo alle questioni religiose, E. lo autorizzò e lo prestò anche lui, nell'interesse generale della Chiesa, mentre il clero, soprattutto quello emigrato, ignorando lo stato della Chiesa in Francia, lo giudicò illecito. Il 13 marzo 1793, E. fece una dichiarazione nella quale spiegava il significato da lui dato al giuramento che aveva prestato. Tuttavia il 16 luglio dello stesso anno la S. Sede dispose che non lo si prestasse perché equivoco.

Nel frattempo E. era stato incarcerato a S. Pelagia e poi liberato, grazie all'intervento di sua cugina M.me de Villele ( 19 -31 maggio 1793). Venne arrestato una seconda volta il 16 luglio dello stesso anno e rimasto in prigione fino al 23 ott. 1794. Liberato dal carcere fu obbligato ad abbandonare Parigi a motivo degli attacchi da parte dei costituzionali sugli Annales de la Religion. Si ritirò a Gex, poi a Nyon, in Svizzera, e di li scrisse al papa Pio VI per fargli conoscere le condizioni della Francia; fece ritorno a Parigi nel luglio del 1796.

Il colpo di Stato di brunnio fece sorgere nuovi problemi : il card. Maury, d'accordo con il conte di Provenza (Luigi XVIII), tentava d'incitare la Corte di Roma contro il consolato, e gli ecclesiastici rifugiati all'estero pensavano di servire la causa della religione con il loro attaccamento alla monarchia.

Il primo console intanto iniziava già negoziati per il concordato, ed E. vi apporta il contributo della sua prudenza. Egli diffida di Bernier, negoziatore ambizioso e compiacente; entra in rapporti con Spina, inviato di Roma; ha udienze col primo console, e lo mette in guardia contro coloro che lo circondano, in particolare contro Fouché. Dopo la firma del concordato, ebbe frequenti incontri con il nunzio Caprara al quale forniva ragguagli sulla situazione della Chiesa, ed esercitò la sua influenza su Portalis, mentre faceva tener lontano il più possibile l'istrignnte Bernier. In seguito alle dimissioni di gran parte dei vescovi del vecchio regime ed alla riduzione del numero delle antiche diocesi, misure queste consacrate dal breve Tass suita di Pio VII, la sede vescovile di Arras fu offerta ad E. : ma egli rifiutò.

L'influenza intanto di E. si accresce presso i vescovi, ed egli assume una funzione d'importanza capitale nella storia della Chiesa di Francia. Condanna formalmente gli Articoli organici in nome della teologia e del diritto canonico; e dà consigli molto saggi riguardo alla ritrattazione da imporre ai dieci vescovi costituzionali, nominati vescovi concordatari,
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(per consola della Prectura di S. Sulpizio)
Emert, Jacques-Andre - Ritratto - Farini. Seminario di S. Sulpizio.
a riguardo a numerose questioni ecclesiastiche sorte soprattutto in seguito alla morte di Portalis.

Dal satt. 1800 , per riprendere la formazione del clero, E. aveva riaperto il Seminario di S. Sulpizio. Poi ricostituì la Compagnia dei preti di S. Sulpizio, ed ai vecchi Sulpiziani che avevano dovuto abbandonare i seminari per accettare altri incarichi, chiese di rinunziare a tali incarichi per consacrarsi interamente al servizio dei seminari e così riprendere la tradizione sulpiziana in tutto il suo rigore.
E. si dedicò anche direttamente all'organizzazione della Chiesa di Francia per l'applicazione del concordato, e difese il Papa contro le pretese di Napoleone. Criticò quindi il Catéchisme impérial, e nei Nouveaux opuscules de M. l'abbé Fleury nel 1807 espose la sua dottrina sulle libertà della Chiesa gallicana e sui diritti della S. Sede. Intanto per volontà formale dell'Imperatore E. è nominato membro del Consiglio dell'Università. Ma egli aveva un nemico acerrimo, Fouché, che provocò il decreto imperiale del 15 febbr. 1810, per sopprimere la Compagnia di S. Sulpizio. E. dovette quindi ritirarsi nella residenza di campagna ad Issy. E di quest'anno la sentenza del tribunale ecclesiastico di Parigi sulla invalidità del matrimonio di Napoleone con Giuseppina di Beauharnais : sentenza che fu riconosciuta ed approvata da E.

La Commissione ecclesiastica del 1811 fece sorgere problemi delicati riguardo all'istituzione canonica dei vescovi nominati dall'Imperatore. Durante la veduta del 17 marzo, mentre i membri del Consiglio esitavano, E., interrogato da Napoleone, rispose difendendo i diritti e l'autorità della S. Sede; l'Imperatore si congratulò con lui per il coraggio dimostrato e lo stesso fece il Talleyrand. In questo momento E. era in pessime condizioni di salute : moriva alcuni giorni dopo.

Tra le opere di E. meritano di essere ricordate:

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Esprit de Leibnitz, 2 voll., Lione 1772; L'esprit de s. Thérèse, ivi 1775 , che hanno avuto numerosissime eid.; Pensées de Descartes sur la religion et la morale, ivi 1801; Nouveaux opuscules de M. l'oblé Fleury, ivi 1807 e 1809. Tutte queste opere sono state riunite nel volume Oeuvres complètes de M. E., a cura del Migne, ivi 1857.

Bull.: J. A. Gosselin, Vie de M. E., a voll., Parigi 1861-62; E. Mors, Histoire de M. E. et de l'Eglise de France pendant la Révolution, 2 voll., ivi 1895 ; L. Bertrand, Bibliotheque sulpictesne ou Histoire littéraire de la Compagnie de St Sulpice, II, ivi 1900, pp. 10-32 e 284-88; E. Levesque, s. v. in DThC, IV, 11, coll. 2416-20; J. Lefloz, M. E, a voll., Parlel 1944-45: per quest'opera sono stati accuratamente consultati come fonte i Matthéaux pour la vie de M. E., raccolti da E. Faillon, 12 voll. in-fol., conservati negli archivi di S. Sulpizio.

Giovanni Carreyre
EMESA. - Città della Siria, detta poi Homs, patria di Alessandro Severo e di Eliegabalo. Il cristianesimo vi dovette penetrare dal tempo apostolico. Si parla di un vescovo di E., Silvano, martire sotto Diocleziano. Nel sec. iv Eusebio, vescovo di E., acquistò una certa notorietà fra i semiariani. Oggi E. (Homs), nella cui popolazione figurano per un terzo i cristiani, fa capo a due diocesi orientali.

1. E. dei Melkiti. - Dal 1849 vi risiede di nuovo un vescovo cattolico. Fedeli 9000 , sacerdoti 10 , parrocchie 12 , scuole 16.
2. E. dei Siri. - La sede (come separata da quella greca) fu fondata probabilmente nel sec. vi. La serie dei vescovi siro-cattolici comincia nel 1678 . Fedeli 3253 ; sacerdoti diocesani 14; parrocchie 12; scuole ed istituti 15 ; circoli cattolici 2 ; confraternite 3.

Bull.: S. Congregazione Orientale, Statistica con cenni storici, Città del Vaticano 1932, p. 71; Annuario Pontificio, ivi 1949, p. 176.

Emidio, santo, martire. - Sconosciuto nell'antichità cristiana; le prime notizie appaiono nel sec. xI, in documenti pontifici ed imperiali. Probabilmente all'inizio di quel secolo fu ritrovato il suo corpo e il suo nome fu collocato al primo posto nella serie di coloro che si succedettero nella cattedrale di Ascoli Piceno. Fu allora compilata una Passio molto leggendaria ma in buon latino, il cui autore rivela cultura classica e scritturistica. Secondo cotesta Passio E. nacque a Treviri; recatosi a Roma con tre discepoli fu consacrato vescovo da papa Marcello e mandato ad Ascoli dove fu martirizzato durante la persecuzione di Diocleziano. E commemorato il 5 ag .

Bull.: Acta SE. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 16-36; Lussoni, pp. 84, 397 sg.; Martyr. Romanum, p. 324. Agostino Amore
E. nel folklore. - È invocato dal popolo come protettore contro il terremoto. La sua festa si celebra in Ascoli Piceno il 5 ag. Essa aveva straordinaria importanza nella vita cittadina e gli statuti del 1387 già provano il vivo culto pubblico tributato al Santo. Il Comune era obbligato a indire festeggiamenti, che comprendevano la corsa dell'analio e la quintana; con il tempo invalse l'uso della corsa dei bárberi. Ancora nel secolo scorso i contadini affluivano fino dalla vigilia e pernotravano in città, mentre si cantavano le serenate al suono di violini e chitarre: le
funzioni sacre si svolgevano, come oggi, in Duomo, sulla cui gradinata le venditrici di basilico distribuivano l'odontoe pianticella, di cui tutti quel giorno si adornavano. L'immagine del Santo, in stampe popolari, è custodita in molte case di campagna dell'Italia centrale. - Vedi tav. XXIV.

Bull.: C. Mariotti, Vita popolare marchigiana. I, Ascoli Piceno 1896, n. 15, pp. 119-26.
Paolo Toschi

EMIGRANTE, EMIGRAZIONE. - Nel suo significato proprio è l'abbandono del territorio nazionale da patte di uno o più membri della comunità, che si trasferiscono in altro territorio, con l'intento di fissarvi il proprio domicilio in modo perpetuo o temporaneo. Come tale suppone un termine di
partenza, il suolo della nazione d'origine; un termine d'arrivo, il territorio fuori dai confini naturali o politici della patria; più individui che si spostano dall'uno all'altro, e pigliano il nome di emigranti rispetto al primo, d'immigranti rispetto al secondo. In senso alquanto ristretto e meno proprio si dà anche il nome di emigrazione ai dislocamenti della popolazione, che si verificano entro il
territorio della medesima società politica. Se si considera invece nel suo complesso, quale fatto caratteristico della demografia del mondo civile del secolo passato e del presente, l'emigrazione è quel vasto movimento demografico composto d'individui e di famiglie, i quali, sotto l'impulso dell'iniziativa privata e sotto la responsabilità personale, passano da un paese civile e progredito ad un altro paese civile e progredito, d'ordinario scarsamente popolato.

Queste sue note distintive la separano nettamente da forme di migrazioni di popoli avveratesi nella storia, dalle altre antiche invasioni barbariche, nelle quali un interopopolo, sospinto a dalla sete di conquista e dalla brama di nuove terre, ravvisava unitariamente sora un embriionale ragione politico alla loro conquista, soggiogando le genti, che trovava nel suo passaggio, e sovente facendo il deserto intorno a sé. In esse manca il carattere individualistico e pacifico della moderna emigrazione. Inoltre per la medesima ragione non possono essere ad essa assimilati, né lo scambio forzato delle popolazioni, in qualche caso imposto con trattati bilaterali fra due Stati, desiderosi di risolvere la questione delle rispettive minoranze etniche, né l'espulsione di importanti aliquote di abitanti de alcuni territori, avvenuta durante la prima guerra mondiale e, in misura maggiore, durante e dopo la seconda. L'emigrazione è movimento libero e spontaneo.

Essa può essere interna, continentale, estracontinentale o transoceanica, se si considera il paese di destinazione, verso il quale si dirige la corrente emigratoria; può essere temporanea o permanente, se si considera la durata intenzionale dell'ospatrio. Sarà interna, se la corrente emigratoria si muove da una regione all'altra, entro i confini dello Stato; continentale, se il paese di destinazione resta compreso nel continente europeo; transoceanica, se il

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deflusso emigratorio si riversa nelle terre d'oltre oceano. Invece, sarà temporanea, alla quale appartiene la stagionale, se l'emigrante intende abbandonare il suolo patrio per un tempo più o meno lungo, secondo le possibilità di lavoro e gli obblighi del conrarto previamente stipulato, dopo il quale fa assegnamento di ricurcare i confini; sarà permanente, se l'emigrante parte con l'intenzione di non far più ritorno a di fissare all'estero in modo definitivo il proprio domicilio. La continentale in linea di massima ha un carattere temporaneo o stagionale, mentre la transoceanica è d'ordinario permanente. Come parte dell'emigrazione interna può essere considerato il deflusso della popolazione d'un paese diretto ai territori sottoposti al dominio politico della nazione d'origine, sebbene si trovino situati oltre i confini naturali del suolo patrio, come sono le colonie ultramarine riguardate quale prolungamento della metropoli.
I. Storia. - L'emigrazione contemporanea comincia con gli inizi del sec. xix e va lentamente crescendo di intensità fino a raggiungere verso la sua fine e il principio del nuovo abissime percentuali, che non possono trovar riassunto in nessun periodo antecedente dalla storia. Si tratta d'un vero esodo di migliaia e migliaia d'individus e famiglie, che per vari motivi abbandonano la vecchia Europa, per trasferirsi nel nuovo continente in cerca di libertà o di migliori condizioni di vita. Per i primi anni del sec. xix fanno difetto le statistiche, per poter misurare la massa umana, che il flusso emigratorio convoglia e trascina. Le statistiche, iniziate dagli Stati Uniti nel 1820 , sebbene imperfette a insufficienti, possono dare un'idea del numero e della provenienza degli emigranti dal 1820
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10. - Enceclopedia Cattolica, - V.
al 1850 . In questo periodo arrivarono negli Stati Uniti, la maggior parte provenienti da paese europei, tra i quali avevano la prevalenza le Isole britanniche e la Germania, seguite dalla Francia e dagli Stati scandinavi con largo scarto, a 199.000 individui. Alla metà del sec. xix, le statistiche fornite dai paesi di provenienza degli emigranti, ormai sufficientemente migliorate, permettono di poter fissare che, nel quinquennio 1846 -50, partivano dall'Europa in media 236.000 persone all'anno. Il paese preferito, data la provenienza della maggior parte degli emigranti e la loro affinità linguistica e culturale con le popolazioni d'oltre oceano, erano gli Stati Uniti. Scarsa, invece, si manterrava lungo lo stesso periodo l'emigrazione verso l'America meridionale e centrale, dove facevano difetto la sicurezza dei coloni, poco protetti dalle incursioni degli indigeni, la buona e facile viabilità e la certezza dei titoli di proprietà e si opponevano altri impedimenti d'andole politica, morale e religiosa; insignificante l'emigrazione verso l'Asia e l'Africa.

Nella seconda metà del sec. xix la corrente migratoria s'intensifica, raggiungendo la cifra di 321 mila partenze annue in media nel quinquennio 1851-55. La prevalenza è tenuta ancora dalle Isole britanniche, a particolarmente dall'Irlanda, a causa dell'oppressione religiosa a della gravissima crisi economica che la travagliano. Più sostenuta si rivela la corrente germanica, la quale, nel quinquennio 1856-60, raggiunge il quarto di tutte le partenze. Nello stesso tempo comincia l'esodo dai paesi mediterranei, specialmente dal Portogallo e dall'Italia, le cui quote andranno aumentando di anno in anno con un pauroso moto progressivo. La Spagna vi partecipa in misura esigua, mentre diminuisce il contributo della Francia. Nei quinquenni successivi si registrano quote oscillanti tra le 229 mila partenze annue e le 346 mila, con una più notevole partecipazione degli Stati scandinavi a dell'Italia, il cui contributo raggiunge il 5 \% della cifra totale. Il ritmo della migrazioni, dopo un temporaneo abbassamento, si accelera di nuovo verso il 1880 e gli anni di poco posteriori. Ripiglia l'emigrazione irlandese con 80 mila partenze annue in media, quella della Gran Bretagna, esclusa l'Irlanda, tocca il suo punto massimo con 320 mila espatri nel 1883, la germanica risale di nuovo con oltre 200 mila partenze nel 1882 , e prende un posto abbastanza elevato nella percentuale quella italiana con le sue 200 mila partenze nella. 1888.

Nell'ultimo decennio del sec. xix, l'emigrazione europea nel suo complesso tende a perdere di tensione, oscillando tra le 729 mila partenze di media nel primo quinquennio e le 602 mila nel secondo, mentre diventa sempre più sostenuta quella italiana con il 27,5 \% e spagnuola con il 13,4 \% e scende in modo considerevole quella della Gran Bretagna e della Germania. Nei primi anni del sec. xx la marea monta fino a raggiungere un milione di partenze annue, alle quali l'Italia partecipa con il 30,5 \% di tutta l'emigrazione europea, e continua a salire nel periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale, toccando le altissime punte di 1.389 .000 partenze annue in media, con una lieve flessione determinata dalle difficoltà create dalla guerra durante il suo svolgimento. In questo ultimo spazio di tempo la Gran Bretagna sosteneva un deflusso di popolazione, che oscillava dalle 453 mila unità del 1911 alle 370 mila del 1913 , ed era superata dall'Italia, che faceva defluire lungo i canali dell'emigrazione un mezzo milione ca. all'anno dei suoi figli, registrando il più elevato numero di partenze in confronto di qualsiasi altro paese dagli Ivisi del movimento fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

I paesi di destinazione di questo immenso flusso di popolazione, che si spostava con rapidità da un continente all'altro, oltre agli Stati Uniti, che tengono il primo posto nelle preferenze degli emigrenti, sono il Canada, la Nuova Zelanda, l'Unione Sudafricana, gli Stati dell'America latina, particolarmente l'Argentina e il Brasile, verso i quali ultimi si dirige una buona aliquota dell'emigrazione italiana, con preferenze dell'Argentina sul Brasile. La fase finora descritta può essere definita della perfetta libertà individuale. Il deflusso della popolazione, i canali che essa segue e la scelta dei paesi di scarico sono lasciati al

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gioco spontaneo delle forze naturali di propulsione e di attrazione. Nei vecchi paesi europei nessuno si opponeva al deflusso continuo delle esuberanti forze di lavoro, ella cui sussistenza era difficile provvedere con le risorse interne; nei paesi nuovi, poco popolati, non esistevano ancora interessi, che ne contrastassero l'accoglienza. Gli uni - gli altri consideravano il movimento migratorio come un mezzo adatto a risolvere i loro problemi; i primi si liberavano volentieri di persone che erano oggetto di preoccupazione, perché scontento del loro stato; i secondi vedevano nell'emigrazione europea l'apporto di nuove forze capaci di permettere la loro ascesa verso le prosperità e l'autonomia economica e politica.

Il panorama comincia a cambiare nel sec. xx. La preponderanza degli emigranti, provenienti dai paesi mediterranei e dall'Europa orientale, indusse prima gli Stati Uniti ad emanare delle leggi restrittive, in modo da arginare considerevolmente l'afflusso delle popolazioni, ritenute meno desiderabili, e queste sono state poi diversamente adottate dagli altri paesi d'immigrazione. La prima guerra mondiale segna la fine della libertà d'emigrazione e dà inizio al periodo del protezionismo sotto l'influsso di cause diverse, non sempre dovute alla volontà degli Stati, anzi sovente tali da determinare un atteggiamento politico differente da quello tenuto nel secolo precedente in modo necessario e insuperabile. L'emigrazione tende presentemente ad assumere una forma organizzata, mediante accordi bilaterali fra gli Stati, la quale non permette lo spostamento autonomo delle masse.

Per misurare in modo approssimativo la grandiosita e importanza del fenomeno migratorio, possono servire d'indicazione le cifre seguenti. Tra il 1840 e il 1932 , secondo le statistiche dei paesi d'emigrazione, sarebbero partiti dalle rispettive patrie dai 53 ai 59 milioni di persone. Se a queste cifre già imponenti si aggiungono quelle probabili del periodo tra il 1820 e il 1843 e, con qualche maggior precisione, quelle degli as, dal 1932 al 1938 , non si andrà molto lontano della realtà, affermando che, lungo tutto il sec. xix e la parte del xx fino alla seconda guerra mondiale, il movimento migratorio ha convogliato nel suo ampio alveo il numero complessivo di 80 milioni ca. di persone, in ragione di 600 e 700 mila di media annua. Nessun periodo di migrazione di popoli può trovare riscontro in quella dell'età contemporanea.

Se si volesse ora muovere alla ricerca delle cause, che hanno prodotto un cosi ingente spostamento di popolazione, non sarebbe facile rilevarle con esattezza di volta in volta. Persecuzioni religiose, desiderio di libertà, densità della popolazione e condizioni precarie di vita in alcuni paesi, miraggio di facili guadagni, brama di migliorare possibilmente la propria posizione sociale ed economica, necessità impellenti di lavoro, propaganda organizzata dalle grandi compagnie, notizie pervenute dai primi che avevano fatto fortuna a cosi via hanno diversamente influito sugli animi, per deciderli a compere i legami con la patria e la famiglia a spingerli sulle vie dell'incognito fortunoso. Attribuire la vastità del movimento all'una o all'altra causa, come sarebbe se si vedesse unitamente sotto la lente del disagio economico prodotto dalla densità della popolazione, porta a conclusioni che sovente vengono amentite dall'analisi più accurata dei fatti.
II. ASPETTO NORALE E GIORIDICO. - Il diritto di emigrare, per andare alla ricerca di un nuovo domicilio, rompendo il vincolo giuridico che lega l'uomo alla società, nella quale è nato, è stato discusso fin dagli albori del moderno diritto internazionale. Prima ancora che il Grozio toccasse l'argomento e il Vattel più tardi gli dedicasse maggiore attenzione, il Vitoria, aveva fissato alcuni principi e dato in linea di massima la soluzione del problema. Secondo il Vitoria, la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso, per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà non distrugge questa essenziale destinazione delle risorse naturali della ter-
ra, e quindi se esse non vengono sfruttate dal popolo che le possiede, qualsiasi uomo, anche se appartenente ad altra sorietà politica, può occuparle per fare ad esse raggiungere il loro scopo, purché la sua azione non sia nociva a quella, cui appartiene il territorio. Questa conclusione viene da lui rafforzata con l'appello al principio d'eguaglianza. Se una società permette a degli estranei di muovere alla ricerca di cose preziose, esistenti nel territorio di sua giurisdizione, non può escludere gli altri dal godimento della medesima concessione, senza una ragione appoggiata sulle esigenze del bene comune. Inoltre la legge naturale detta il precetto della comune solidarietà e impone la necessità degli scambit ra le varie genti; può, dunque, l'uomo fissare il proprio domicilio su qualsiasi parte della terra, per intrecciare relazioni di collaborazione con altri popoli, nel cui territorio ha il diritto di risiedere o di transitare liberamente, se ciò non porta detrimento agli altri. Le tesi del Vitoria è, dunque, moderatamente liberista, in quanto all'affermazione del diritto umano di emigrare congiunge la considerazione del bene comune dalla terra di immigrazione, dal quale il diritto riconosciuto può venire limitato. I principi da lui fissati sono diventati patrimonio della dottrina cattolica.

Presentemente tengono il campo tre soluzioni, due estreme e l'altra intermedia. La estrema traggono rispettivamente origine e dal culto sccessivo della libertà, distintivo della concessione liberale, o delle teorie che più o meno inclinano verso l'assolutismo del potere dello Stato e si atteggiano diversamente, pur mantenendo il principio della sovranita illimitata. La tesi liberale sostiene che il diritto d'emigrare non è altro se non una manifestazione della libertà umana, che si dirige verso la scelta d'un domicilio più conveniente alla persona interessata, e poiché l'autonomia individuale è un diritto sacro e intangibile, il cittadino ha la facoltà di emigrare a sua discrezione. La società conseguentemente non avrebbe il potere di sopprimerla né quello di limitarla, eccetto in caso di vera emergenza. Le teorie, invece, che più a meno si ispirano al concetto del potere assoluto dello Stato, movendo dal principio che l'individuo non possiede per sé nessun diritto personale, se non in quanto gli viene concesso dell'autorità pubblica, gli nega il diritto d'emigrare ed attribuisce allo Stato un potere discrezionale d'impedirne l'esercizio. Concezioni organiciste, razziste o nazionaliste concorrono a confermare questo atteggiamento, in quanto nel vincolo che lega l'uomo alla terra d'origine e alla società politica e nazionale vedono un vincolo di natura fisica.

La terza soluzione, diventata la più comune presso gli internazionalisti, si riannoda all'opinione espressa dal Vitoria. Essa riconosce all'uomo il diritto naturale di emigrare, ma ne subordina l'esercizio al bene comune delle due società interessate, temperando i poteri dello Stato con i limiti imposti dal diritto della persona umana, e la libertà dell'individuo con le restrizioni richieste dal bene collettivo. E questa la soluzione che viene accolta dalla dottrina cattolica. Tra i diritti fondamentali dell'uomo è da annoverarsi quello della libertà personale. La facoltà d'emigrare è l'esercizio di tale diritto, vòlto alla scelta d'un nuovo domicilio, all'elezione di un nuovo campo di attività, ritenuti più convenienti ai bisogni della vita; lo Stato non può, dunque, intervenire per sopprimerla o ridurla in modo arbitrario. Il legame poi, che congiunge l'uomo a un determinato aggregato politico, compreso quello in cui è nato, non è di natura fisica, ma è essenzialmente una relazione morale, che agli può rompere quando la necessità o la convenienza lo consigliassero. Si aggiunge a rafforzare il suo diritto il carattere di mezzo della vita sociale in ordine ai fini prevalenti della vita. Se l'uomo non può fare a meno d'inserirsi entro un organismo sociale, perché fuori di esso non potrebbe né vivere, né progredire, tuttavia questa necessità finale non

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SISTEMA DI PARENTELA DEGLI INDIGENI DEL NUOVO MECKLEMBURGO
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costrul un'altra scala dell'evoluzione socialè in base alla quale la f. sarebbe giunta alla monogamia (patriarcale) solo dopo essere passata successivamente dalla promiscuitá sessuale alla poliandria e da questa al matriarcato.
H. Morgan e il Mr. L.ennan furono molto seguiti dagli studiosi dell'origine della f., della società e delle varie manifestazioni del diritto. La teoria del Morgan fu accolta con particolare compiacimento da Marx, Engels, Simons e volgarizzata da Bebel. Ma anche al di fuori della corrente scientifica del socialismo, trattati, manuali e articoli di enciclopedie anche moderni, risentono ancora l'influenza delle teorie del Morgan, del Mc Lennan e di altri evoluzionisti che l'ctnologia in base ai dati positivi ha da tempo superato.

Tutte le forme del matrimonio (poliandria, levirato, sororato) e le usanze (covata), che la continua ma spesso csotica raccolta di documentazione forniva in un numero sempre maggiore sui popoli più diversi, erano sistematicamente spiegate con il postulato dello sviluppo uniforme e ascendente e collocate, secondo il maggiore o minore aspetto di rozzezza che presentavano, in uno stadio di evoluzione più o meno basso, costruito con lo stesso preconcetto.

La "poliandria" è l'istituzione opposta alla poligamia: questa permette a un uomo di avere più mogli, quella a una donna più mariti. La poligamia ha avuto rinvolta nella storia dell'umanità largo sviluppo; invece i casi assolutamente sicuri di poliandria sono pochissimi; il Lovile li enumera e dice con ragione che si possono contare sulle dita. La poliandria si presenta con casi ed aspetti diversi, alcuni ormai chiari, altri ancora oscuri. Però si può affermare con sicurezza che la f. poliandrica è la meno soda di tutte le istituzioni familiari che si trovano tra i primitivi.

In base a questa sola constatazione parecchi evoluzionisti hanno veduto subito nella poliandria la prima fase del matrimonio, naturalmente antichissima, attraverso la quale sarebbe passata l'umanità appena uscita dal caos della promiscuità sessuale, prima ancora di giungere alla f. matriarcale.

Inoltre il preconcetto che questa fase, come tutte le altre, fosse stata generale per tutti i popoli indusse esploratori, etnologi e sociologi a vedere resti di poliandria in ogni disordine sessuale collettivo e in ogni istituzione familiare poco soda e fu la causa di gravi errori d'informazione e d'interpretazione sulla vita sociale dei primitivi, errori che solo l'esame accurato e paziente dei fatti è riuscito a poco a poco a correggere o a eliminare completamente dalle opere etnologiche.

Il "levirato" è l'istituzione matrimoniale per cui il fratello di un defunto ha il dovere - divenuto spesso un diritto - di sposare la vedova.

Il "sororato" consiste nel diritto che ha un uomo, rimasto vedova, di sposare la sorella della moglie defunta.

Queste due istituzioni si trovano spesso associate presso un gruppo considerevole di popoli, ma non sono affatto generali.

Il Tylor, come tutti gli evoluzionisti del suo tempo, crede nella precedenza storica del matriarcato sul patriarcato a postula fra i due uno stadio intermedio che
chiama materno-paterno, nel quale colloca tutte le istituzioni che presentano un carattere di transizione. Egli vede nel levirato (e nel sororato) un costume di sostituzione che appartiene al periodo in cui il matrimonio è una convenzione non tanto fra due individui quanto fra due f. n. Sotto nello stadio materno, avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo in quello materno-paterno, per scomparire poi lentamente in quello paterno.

Il Frazer spiega il sororato come un'innovazione della licenza che si trova in realtà in certi popoli, per i quali il marito ha il diritto di avere rapporti matrimoniali con tutte le sorelle della moglie, anche se essa è ancora in vita. Analoga interpretazione dà del levirato a vede in queste due forme di matrimonio i resti di uno stadio anteriore in cui il marito avrebbe avuto rapporti, senza nessuna limitazione, con tutte le sorelle di sua moglie e altrettanto la moglie con tutti i fratelli di suo marito. Si tratterebbe in sostanza del matrimonio di gruppo. Ma la spiegazione del Frazer è assolutamente aprioristica, perché l'autore non cerca nemmeno se esista un nesso genetico e storico tra il matrimonio per levirato e sororato, che è solo possibile quando uno dei coniugi è rimasto vedovo, e il diritto del marito di accedere alle cognate, anche se la moglie è ancora in vita.

Gli etnologi chiamano "covata" (caucada) un insieme di pratiche curiose a spesso molto buffe compiute, in certe popolazioni, dal marito, dopo che la moglie ha avuto un parto. La puerpera abbandona presto il letto e riprende il suo lavoro mentre il padre del neonato si esce e si assoggetta ad una quantitá di prescrizioni e diete, come se avesse partorito lui. Onde questa usanza si chiama anche "puerperio dell'uomo".

Gli evoluzionisti (Bachofen, Giraud-Teulon, Tylor e parecchi altri) interpretarono quest'usanza quale finzione per rappresentare il padre come una seconda madre e ne fecero risalire l'origine al periodo di transizione tra il matriarcato e il patriarcato, quando al primitivo legame di parentela, fondato sulla maternità, si sostituì quello posteriore della paternità.

Le teorie del Bachofen, Morgan, Mr Lennan, Tylor, Frazer caratterizzano il mutamento prodotto dall'evoluzionismo biologico nella filosofia e in genere in tutte le discipline storiche e morali. I segusei di quest'indirizzo ammettevano senz'altro come un postulato logico che l'umanità avesse iniziato la sua evoluzione sociale, morale e religiosa partendo da una fase caratterizzata dalla mancanza assoluta di leggi etiche e religiose, come i filosofi evoluzionisti ammettavano l'ossioma della generazione spontanea.

I fatti positivi hanno fatto crollare tutte le costruzioni dell'evoluzionismo classico sull'origine della f., della societa e della religione.

1) La teoria della promiscuità sessuale è stata da parecchio tempo abbandonata dagli etnologi di tutte le tendenze, perché in nessuna popolazione primitiva si sono trovate tracce che autorizzino a supporre l'esistenza di questa fase.
2) Lo studio approfondito del sistema di parentela dei Punalua, degli indigeni del Nuovo Mecklem-

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burgo centrale e dei vari altri popoli che in modo uguale o analogo comprendono nello stesso nome gradi diversi, ha dimostrato che le denominazioni non indicano la parentela di sangue ma i diversi gradi di età, i quali nelle società primitive hanno una grande importanza. In caso infatti la gerarchie è fondata quasi esclusivamente sulla diversa età e gli anziani hanno privilegi sui giovani. Il termine comune per il padre e lo zio, che è dato anche al capo, indica rispetto per l'età maggiore e non significa né "padre" né "zio", ma "signore". Qualche etnologo lo ha, con finezza, paragonato al modo di rivolgersi rispettoso che era in uso anche da noi: "signor padre".
3) Il matrimonio fra fratelli e sorelle - che si trova veramente tra pochissimi popoli e limitatosempre al re o all'aristocrazia - è l'espressione di una particolare forma di orgoglio di queste classi sociali,
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(10) P. Scheltzisk Benkati, Ote Zonngs von Konge, Lpme 1:21 (en. fra p. 710 - p. 171)

Famiglia - Capanna dei Piemei-Ele con a loro il dormitorio per i bambini Congo Belga.
che non vogliono degradarsi unendosi con ceti più bassi. Esso è praticato dagli indigeni dell'arcipelago delle Huvai (Polinesia), da popolazioni dell'Africa occidentale ed era comune nelle grandi civiltà dei Perù e dell'Egitto.

Lo sminurato orgoglio dimastico o di casta, anche se non culmina nell'incesto, può causare altre usanze che minano la famiglia; cosi le sorelle del re degli Seilluk (Sudan anglo-egiziano) non possono sposarsi, perché la sola persona degna di unirsi con esse sarebbe il re; possono però avere amanti. Ma queste forme incestuose e disordinate, formatesi lentamente, sono limitate a particolari aspetti culturali, i quali non hanno più nulla di primitive. Il popolo le considera naturali per il re e per l'aristocrazia, ma incestuose per sé e non le pratica affatto.
4) I casi veramente sicuri di poliandria sono pochissimi ed appartengono tutti a popolazioni non più primitive (Wahima dell'Africa orientale, alcuni gruppi di Eschimesi, i 'Toda dell'India e certi gruppi del Tibet).

Un Wahima che sia cosi povero da non poter pagare la dote necessaria per l'acquisto della sposa, è aiutato dai suoi fratelli, i quali in questo modo, acquistano sulla sposa gli stessi diritti del marito. Ma appena la moglie è divenuta incinta, appartiene soltanto al marito e cessano tutti i diritti degli altri.

Certi gruppi di Eschimesi e i Toda uccidono spesso le femmine appena nate o poco dopo e tengono in vita i maschi; questa forma di infanticidio, che manca completamente nelle società più primitive, produce un'eccedenza di uomini sulle donne e causa la poliandria.
5) Anche il levirato e il sororato sono forme di
matrimonio relativamente tarde sorte da particolari condizioni sociali ed economiche e limitate a determinate culture.
6) La covata è un'espressione delle estreme conseguenze e cui è giunto il tardo matriarcato. E intimamente connessa con questo ciclo culturale, poco confacente alla natura umana, il quale non è stato generale per tutta l'umanità ed è sorto dopo il patriarcato.
7) Il patriarcato e il matriarcato non hanno fra loro un rapporto cronologico; ossia dal primo non si è sviluppato il secondo e nemmeno viceversa. Il patriarcato è caratteristico dei popoli pastori e il matriarcato dei popoli agricoltori.
8) La monogamia è lo stato naturale della f. e come tale è riconosciuta dalle popolazioni più primitive: essa è più diffusa della poligamia. Lo studio accurato delle popolazioni ancora
primitive ha dimostrato che la poligamia si è sviluppata più tardi e prevalentemente in civiltà più evolute. Al passaggio dalla f. primitiva monogamica alla poligamia o alla poliandria hanno decisamente contribuito le forme economiche proprie delle culture più recenti (la caccia perfezionata dei tutemisti, l'inizio dell'agricoltura e l'allevamento del bestiame). A loro volta la poligamia e la poliandria hanno esercitato un'influenza negativa sulla religione (v. EzzOAMIA; ETTIOLOGIA; EVOLUZIONE CULTURALE).

Studi Avtori evolucioniari: J. J. Eccluclen. Das Mutterrecht, eine Untersuchung uber die Upschhoheutie der alten Welt nach ihrer religinzen und rechtlichen Natur, Stoccarda 1861 (trad. francese persiale di A. Turet. Du signe de la mère au patriarcal. Parigi 1938); H. Lewis-Morgan, Systems of consanguinity and affinity of the human family, Washington 1871; id., Ancient society, Londra 1877; J. Lubbock, I tempi perniciosi e l'origine dell'iosivilimento con un capitolo - Iarocco all'uomo prettissimo in Italia - del prof. A. Irsal, Torino 1874; J. Ferguson Mo Lanran, Studies in ancient history, Londra 1875; Ch. Lassurman, L'évolution de la morale, Parigi 1887; id., L'évolution du mariage et de la famille, (vi 1888; E. B. Tylor, Sopra un merado per tenutis gare la sviluppo delle istituzioni sociali applitata alle leggi del matrimonio della discendenza, trad. di G. A. Colini, in Archivio per l'untrapologia e la etnologia, 10 (1889), p. 467 sca.; J. G. Fieser, Tatenism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; M. Meurs, Manuel d'ethnographie, Patipi 1947. - Autori con indirizzo storico: N. W. Thomas, Kinship organizations and group marriage in Australia, Cambridge 1996; W. Schmidt, Die Stellung der Pygmäeestöker in der Entwicklungsgeschichte der Menschen, Stoccarda 1910; W. T. R. Rivers, The history of antinmian society, 2 voll., Cambridge 1914; E. Westermann, The history of human marriage, 3 voll., 2 ed., Londra 1924 (opera fondamentale benché in parte ancora evolusionista: trad. francese di A. von Oehmert, Histoire du mariage, Parigi 1934-35; trad. it. di G. De' Rossi, Storia del matrimonio umano, Fissola 1894, fatta su un'ed. precedente ormai attribuita); W. Schmidt e W. Kappers, Völker und Kulturen, Rotidiana 1924; W. Schmidt, Die Moral-Ethnologie, in IV Settimana Internazionale di etnologia religiosa, Milano 1922 (Parigi 1926); id., Familia, in Neuchdettehuch der Staatsmutternehaftes, 4^{4} ed., III (1928: il miglior lavoro etnologico di sintesi sulla f., benché in qualche punto arricuato:

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Pantore svolge la storia delle f, nelle varie culture e fa osservazioni utili anche dal punto di vista reticioso, morale, economico e sociale), id., Dev Ursprane der Gotteiden, I, 2^{°} ed., Münster in West, 1926, p. 219 sgg.; R. H. Lowit, Primitive society, 2^{°} ed., Londra 1929 (trad. Irenecea di E. Mclcaus, Trafé de sociologie primitiver, critice servico con ampia documentazione alle teorie evoluzioniste); W. Koopers, She und Fomalie, in Handwörterbuch der Soziologie; V. D'Amico, La f. presta i popali primitivi, in Cor. Ital., XIV (1932), pp. 764-70; R. Thurmauld, Die womelderhe Gesellschaft in ihren eidowosciologischen Grundlagen, 3 vell., Berlino-Litania 1931-34; id., in Lehrbuch der Vutherkunde, 21 ed., Stoccarda 1939; R. Mohr, Ricerche sull'etica sessuale di alcune popolazioni dell' Abilia centrale e orientale, in Archivio per l'astropologia e la etodologia, 70 (1939); R. Corso, Le retitazioni sociali, in R. Bismall, Le razze e i popali dello terro, I, Torino 1941 (la trattazione del Corso risente ancora molto dell'evocazionismo); P. Cavazza, Intorno all'ovieme dell'umana sociabilitá, in Annali interanemi, 2 (1941). La f. è stata particolarmente trattata nella V* Semana Internationalé d'Ethnologie religieuse, Laramcburne 1929 (Parisi 1931). Tutta la XII Semaine de witsrologie de Loerain (1934) è dedicata al Moringe et famille aux missions, Lovanio 1934. Levers di buona volgarizzazione sono: A. Gemelli, L'origine della f., Milano 1921; W. Koopers, La familia chez les peuples primitifs. La famille dans les civilisations primaires et secondaires, in Les documents da la vie intellectuelle, de. 1920 e genn. 1930. Javier, Scino-et-Guer; M. Scholien, La f. presta i popali primitivi, in Il pensiero missionario, 2 (1930); id., vari articoli sull' Osservatore Romano (tra gli altri 3 mzzmo. 22 luglio, 1^{°} sE., 6 sE. 1943); id., L'unità del genere umano alla luce delle ultime ritudiniere detrapologiche, linguistiche ed etodologiche, 3^{°} ed., Milano 1946; R. Boccassano, La religione e in morale delle popolazioni primitive, in Studione, 1939 (ripubblicata e parte con parecchie aggiunte, Roma 1941); id., La religione dei primitivi in P. Tacchi Venturi, Storia*delle religioni, I, 3^{°} ed., Torino 1940. Vedi pure la tabi. s. v. Ssogasin.

Renato Boccassino
III. La f. nel diritto romano è intermedio.
I. Nel diritto bOMANO. - La f. romana era costituita da un gruppo di persone unite tra loro soltanto dall'autorità di un capo (pater familias). Questo suo particolare aspetto, che ne fa un organismo anzitutto politico, è visibile anche dopo che una lunga evoluzione storica ha in gran parte modificato la sua struttura. La funzione cui la f. doveva rispondere, specialmente negli antichi tempi, era una funzione difensiva, affiancandosi in ciò agli altri gruppi che hanno rilevanza nell'ordinamento primitivo (gentes); e subj naturalmente una involuzione con il rafforzarsi progressivo dell'autorità dello Stato. Questo tuttavia, se riusci ad abbattere presto la barriera che separava i membri soggetti della f. per quanto riguarda il diritto pubblico, rispetto invece la autonomia della organizzazione famigliare dal punto di vista privatistico, al che il diritto privato romano può veramente considerarsi, fino a che si conservò immune da influenze estranee, il diritto dei capi delle f.

Accanto e questa f., il cui capo è vivente (f. proprio iure), ve n'è un'altra (f. communi iure) costituita da coloro che sarebbero soggetti ad una medesima autorità, se il pater familias non fosse morto. Il vincolo che lega i membri della f. si dice adgontio.

Al potere del pater familias sono soggetti: i figli (patria poterna); le donne entrate nella f. a causa di matrimonio e che abbiano compiuto uno speciale negozio (conventio in manum) volto ad assoggettarle al pater familiar (namus); gli schiavi (dominica potestas); gli individui appartenenti ad altre f., consegnati per una colpa commessa o per garanzia di una obbligazione (mancipium). La singolarità di questo potere del pater familias è che esse, anche nei riguardi dei figli e degli altri membri liberi della f., non si estingue con il raggiungimento di una determinata età, ma solo con il venir meno della persona che esercita l'autorità o con la rinunzia da parte sua.

Il pater familias è, oltre che il capo, il sacerdote della f., e ne è il giudice. Egli però, anche nella sua funzione primitiva e nell'esercizio delle facoltà che più gravemente pesano sui sottoposti, quali quelle di uccidere, di vendere, di esporre i figli, incontra il limite, di carattere sacrale, dei mares; mentre, d'altra parte, il costume
prima e la legislazione poi tendono ad abolire questi aspetti più crudi della patria potestas. In prosieguo di tempo, anzi, il vincolo potestativo si attenua ed assume maggiore rilevanza il vincolo della parentela di sangue (cognatio).

Anche la capacità patrimoniale è concentrata all'origine tutta nelle mani del pater familias, e gli acquisti dei suoi sottoposti producono i loro effetti nei suoi confronti. Tuttavia per quanto riguarda i figli (non interessa qui parlare degli schiavi), il pater familias usò costituire ad essi un piccolo patrimonio (peculium), pregonandoli ad un ramo dell'amministrazione. Da ciò cominciò a svilupparsi il concetto che anche i figli potessero avere capacità patrimoniale (in ordine agli acquisti fatti in servizio militare [peculium castrense] o nei pubblici uffici [peculium quasi castrense]); si che alla fine di questa evoluzione il figlio acquista al capo della f. solo se acquisti con beni del padre o per suo ordine.
II. Nel diritto intermedio. - Le f. si costituiscono entro una più vasta cerchia parentale (fara o sippe) volta ad assicurare, nella reciproca difesa, la protezione che mancava da parte dello Stato. Alla potestà del capo della f. si sostituisce, nel diritto longobardo, il mundio, come funzione protettiva di individui non pienamente capaci (donne e minori); il padre aveva delle facoltà che potevano ricordare il potere del padre romano (diritto di esporre il figlio, di venderlo, di votarlo al sacerdozio, di costringere le figlie al matrimonio); ma tale potere, limitato da un lato dall'intervento dell'autorità statuale, finisce quando il figlio entra a far parte dell'assemblea degli uomini armati. Da questo momento il figlio prende anche parte all'amministrazione del patrimonio famigliare.

Nel periodo feudale ed in quello dei Comuni, in cui il vincolo dell'autorità statuale si faceva ancora sentire molto debolmente, la f. mostrò la tendenza ad allargare la propria sfera di azione, dando vita, principalmente a scopo difensivo, ed in relazione anche a costumanze germaniche, ad altri aggregamenti (consorterie nobiliari, associazioni mercantili, comunioni famigliari nelle campagne). Tali organizzazioni, basate sull'autonomia, furono però osteggiate dai principati, che, tendendo a pareggiare i sudditi, combatterono questi raggruppamenti politici. Si affermano in seguito il principio della temporaneità della potestà paterna, i diritti patrimoniali del figlio, il diritto agli alimenti, la frequente pratica dell'emancipazione; al che la f. assume un'organizzazione ed un aspetto molto vicini a quelli attuali.

Bib.: Per il diritto romano: S. Peressi, Istituzioni di diritto romano, 2^{°} ed., Roma 1928, p. 300 sgg.; P. Bordone, Corso di diritto romano, I, ivi 1923 ; id., Istituzioni di diritto romano, 10^{°} ed., ivi 1934, p. 142 sgg.; V. Arangio-Ruiz, Istituzioni di dirittoromano, 10^{°} ed., Napoli 1940, p. 436 sgg. Per il diritto intermedio: X. T'amosio, La f. italiana nei scc. XV e XVI, Palermo 1911; F. Schupfer, Diritto privato dei popoli germanici, II, 2^{°} ed., Roma 1914; A. Solmi, Storia del diritto italiano, 2^{°} ed.