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to da certi capricci di ragazzi, manifestantisi nei loro giuochi, per inveire contro gli scribi e farisei (Lc. 7, 31-34; Mt. 11, 16-19). Ma ai suoi occhi, con giusta valutazione, i difetti sono coperti dai pregi, e volentieri quindi se li vede accanto questi fanciulli, per ricevere da loro l'omaggio semplice e spontaneo, eco della voce stessa di Dio (Mt. 21,15-16); e addita in essi i soggetti della sua predilezione e di quella di coloro che vorranno essere suoi discepoli. Per cui dichiara che riterrà fatto a sè qualunque beneficio fatto ad ognuno di loro (Mt. 18, 5).

Non sono poche le opere, destinate a beneficio delle f., sorte nella Chiesa, come risposta a quest'invito di Gesù, opere legate ad Ordini ed a istituti religiosi, opere isolate, sorte
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(Int. Gall. Nunti Fatturati
Fanciullezza - La Pueritia bona negli affreschi della Terza Loggia Vaticana (sec. xv).
per gencroso impulso di privati e di enti. E forse una delle più belle pagine della storia della Chiesa. Tra le iniziative che l'esperienza silenziosa a feconda ha già collaudato in questo campo emergono i nomi di un s. Ignazio, di un s. Giuseppe Calasanzio, di un s. Giovanni Bosco e di tanti altri, che sarebbe difficile enumerarc.

La Chiesa ha sempre gelosamente rivendicato alla famiglia ed a sé questa missione educatrice, che occupa un posto di primo piano nel magistero ecclesiastico (v. insegnamento, libertà d'; scuola, libertà di; cf. l'enciclica di Pio XI, Divini illius Magistri, del 31 dic. 1929).
V. I fanciulla e la legislazione ecclesiastica. Frutto degli insegnamenti del Divino Maestro, di una millenaria esperienza nel campo pedagogico e dell'indagine psicologica, è ancora la legislazione ecclesiastica riguardante i fanciulli.

Il termine puer sinonimo di infans e parvulus a norma del can. 88 \ 3, parrebbe riservato al fanciullo, prima dei 7 anni, mentre il vocabolo impubes (impubere) è ritenuto in senso specifico a significare il fanciullo dai 7 ai 14 anni, se uomo, ai 12 , se donna.

Ma la terminologia del CIC non sempre è costante e spesso il termine puer è preso in senso più ampio per indicare il fanciullo in genere prima della pubertà (cf. canu. 1331, 1353).

Dalla nascita ai 7 anni si ritiene che il fanciullo (infans, termine piú comunemente adoperato in questo senso specifico) non abbia l'uso di ragione (non sui compos); la presunzione contraria si ha dopo i 7 anni (can. 88 \ 3) : nell'uno e nell'altro caso la presunzione non esclude prova in contrario (presunzione iuris tantum). Per quanto sia conveniente assuofare per
genere, perché incapaci di atto umano. Fino al pieno uso di ragione sono incapaci ancora di emettere alcun voto valido (can. 1307 § 2).

Moralmente poi i fanciulli sono colpevoli a seconda del grado di uso di ragione. Dove non c'è uso di ragione non c'è peccato, né delitto né pena (can. 220 I § 1). Sempre nel campo penale i fanciulli, in proporzione all'età, si ritengono capaci di peccato, di dolo a delle pene relative (can. 2204); non sono mai però passibili di pene "latue sententiae" (can. 2230), ma soltanto di punizioni correttive ed educative "ferendae sententiae".

Molte altre disposizioni di legge riguardano i fanciulli, senza che obblighino direttamente gli stessi. Esiste l'obbligo di conferir loro il Battesimo (can. 743 § a n. 3 a v. battesimo); uguale obbligo non può confermarsi per la Cresima (v.) da conferirsi, per la liceità, dopo l'uso di ragione (can. 786). Esiste pure l'obbligo di istruirli nella dottrina cristiana prima e dopo la Prima Comunione (cann. 467 § r, 1330, 1331), di curarli in modo particolare, indirizzandoli alla pietà ed allo studio, se dànno segni di vocazione ecclesiastica (can. 1333), di seppellirli, se possibile, in una porzione di cimitero, riservata a loro, se morti prima del settennio (can. 1200 § 3). Per essi distinte esegule sono ancora destinate dalla Chiesa (Rit. Rom., tit. IV, cap. 6) la quale più che tristezza manifesta letizia per la loro salvezza eterna.

Se però sono morti prima dell'uso di ragione senza Battesimo (per quanto riguarda la loro ultima sorte, v. LIMBO), non si può per loro applicare la Miesa, perché ad essi il S. Sacrificio eucaristico non gioverebbe nulla. Per i fanciulli morti dopo l'uso di

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Fanciulli, 1 tre - 1 t. f. che rifutano di adorare la statua. Affresco nel cimutero di Priscilla (sec. iv).
ragione si applicano invece a questo scopo le norme del diritto comune a tutti i fedeli, se battezzati; agli infedeli, se non battezzati.

La Chiesa raccomanda inoltre al confessore di usare molto tatto con i più giovani, e quindi con i fanciulli nelle interrogazioni per quanto riguarda la materia del VI precetto del decalogo (can. 888 § 2), magari anche a scapito dell'integrità della confessione (cf. S. Congregazione del S. Uffizio, Norme del 10 maggio 1943). Esiste la proibizione di introdurre le donne di qualsiasi età le quindi anche le fanciulle) nella clausura dei regolari e chiunque (anche fanciulli o fanciulle) nella clausura delle monsche (can. 598 § 1,600 e 2342 )

Per i crimini contro i fanciulli, ed il trattamento del fanciullo nell'antichità v. esposti; infanticidio: infanzia abbandonata; per la responsabilità enorme della loro corruzione, v. minorenni. Per i fanciulli nelle Crociate, v. crociate; per i fanciulli offerti ai monasteri, v. oblati; per il lavoro dei fanciulli, v. lavoro.

Boll: J. A. Choller, Les enfants, questions du temps présent, Parigi s. d.: A. Van Have, De legibus, Malinus 1830, pp. 203-207; R. Fanning, Catholic children under public care, Washington 1937: J. P. Murphy, The dependent boy, a comparative analysis of three groups of boys living under widely different conditions in reference to a selected number of non intellectual traits, iv: 1937; A. J. Murphy, Planning for children's institutions under centralized finance, ivi 1937; M. P. Hillery. The religious life of adolescent girls, a socio-psychological study, ivi 1937; L. M. Sheehy, A study of preadolescents by means of personality inventory, ivi 1938; G. Gnocchi, La Commissione frequente dei ragazzi, in Scuola Catt., 67 (1976), pp. 181-708; A. Oddone, I diritti del fanciullo nel poganesimo, in Civ. Catt., 1041, iv, pp. 93-104; id., I diritit del fanciullo nel cristianesimo, ibid., pp. 242-53; A. Fisochi, Virtù eroiche nel fanciulli?, in Scuola Catt., 70 (1942), p. 213 sgg.; R. Garrigou-Lagrange, Le virtù eroiche nei bambini, Firenze 1943; G. Nusenge, La vita religiosa dell'adolescente, Roma 1944; A. Gemelli - A. Sidlauskaite, La psicologia dell' erà evolutiva, Milano 1945; A. Agazzi, La psicologia del fanciullo, 3^{4} ed., Brescia 1948; A. Gesell - F. L. Illa, L'esitoni de 3 d re ans, Parigi s. d.; id., Le jeune enfant dans la civilisation moderne, ivi s. d.: R. Hubert, Croissance mentale, étude de psichopôdisiour, iv; s. d.; P. Mendonse, L'âme de l'adolescente, 4^{4} ed., ivi s. d.; Th. G. Delgado, L'età della discrezione, in Christos, 12 (1947), pp. 203-207; G. Zampetti, La delinquenza giovanile, Roma 1947; A. Facville, Eléments de psychologie de l'enfant et de l'adolescent, Parigi 1948.

Fantiulli Cattolici, Associazione di: v. unione donne di azione cattolica.

FANCIULLI, I TRE. - L'arte cristiana antica ha rappresentato spesso i due episodi narrati dal profeta Daniele relativamente ai tre giovani ebrei Anania, Azaria e Misael (Dan. 3, 13-50). I due momenti sono distinti anche nella Cammendatio animae: «Lilbert Domine... sicut liberasti tres puestos de camino ignis et de manu impil regis \%. Ma ancor prima dell'arte il papa Clemente, rievocando i tre giovani, ammoniva che i persecutori ignorano che l'Altissimo è il protettore e il difenzore di coloro i quali in purità di coscienza servono il suo potentissimo nome (I Cor. 45: PG 1, 301).

Origene identifica in Nabuchodonosor il precursore dei persecutori dei fedeli di Cristo; non solo allora Nabuchodonosor fece erigere la statua d'oro; non solo allora egli minacciò Anania, Azaria e Misael di gettarli nella fomace se avessero rifiutato di adorare la statua. Anche oggi Nabuchodonosor parla lo stesso linguaggio a noi che siamo i veri Ebrei (Eidiortatio ad martyr., 33: PG 11, 604). I t. f. simboleggiano dunque le vittime delle persecuzioni; percih fu dipinta questa scena nel cubicolo del cimitero di Priscilla dove fu deposto il martire Crescenzione, manotizzato nel 304 (Wilpert, Pitture, tav. 123, 1). La stessa scena fu veduta dal Bosio nella volta d'un arcoselio nel cimitero oggi detto di Marco, Marcelliano e Donaon, e deatre dell'Appia, ritrovato all'inizio del 1946 (A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1634, p. 279).

Più frequentemente si trova la rappresentazione nei sarcofagi, generalmente scolpita nei caperchi (Wilpert, Sarcofagi, p. 261 sgg.). In alcuni esemplari Nabuchodonosor impugna la lancia (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 199, 3, 200, 2 e 3); in altri è scontato da un militare a da un contumano (id., op. cit., tavv. 176, 1 e 6; 199, 2 e 3); talvolta invece che seduto sta in piedi (id., op. cit., tav. 195, 4). La rappresentazione del t. f. illesi nella fomace è fatta fin dalla metà del II sec. nella cosiddetta cappella greca in Priscilla (Wilpert, Pitture, tav. 13). Essi sono in atteggiamento di preghiera, con le mani elevate in alto immiantes Deum, et benadientes Domino (Dan. 3, 24). Generalmente portano sul capo il berretto frigio e la tiara, sono sempre vestiti, talvolta in verde (in Priscilla: Wilpert, Pitture, tav. 78, 1; in Bassilia: ibid., tav. 114;

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nei Giordani: E. Josi, Le pittrre rincante nel cimitero dei Giordani, in Iliv. di archeol. crist., 5 (1928), pp. 202-203, fig. 27). Nei sarcofagi cristiani la rappresentazione è talvolta accompagnata da altre persone o vi è un addetto ad attizare il fuoco (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 170, 4, 170, 2) o vi è un personaggio in pallio con colonne che il Wilpert spiega in alcuni casi come uno dei Caldai accusatori (Dan. 3, 8) o come l'angelo del Signore a Iddio stesso che assume i t. f. Un caperchio di sarcofago contiene nel liwello superiore la data dell'a. 534 (Wilpert, op. cit., p. 22 e tav. 181, 2). Due bassorilievi di ctè bizantina con i tre giovani tra le fiamme sono nel Museo di Costantinopoli (A. Muñoz, Srulure bizonline, in N. Bull. di arch. crist., 12 [1906], pp. 1111113, fig. 1 e tav. 4. I dove è anche l'angelo). La scena si trova anche profita in una iscrizione del cimitero di Pretestato (E. Josi, Note sul cimitero di Pretestato, III, in Riv. di arch.crist., 12 [1935], p. 15 e fig. 81. A Cartagine, nella basilica di Damous alKarnis in un'iscrizione a mussico si legge: tres orantes pueri e sotto, sempre in mussico, sono i
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Fano, diocesi di - Rocca Malatestiana (1438-52).

busti dei tre (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne de l'Afrique, Parigi 1907, p. 63, n. 261). Alcune lampade di Roma e di Africa presentano il rifiuto di adottare la statua (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1880, tavv. 473, 3, 476, 6 e 8; A. Toulotte, Le roi Nabuchohusaur sur des monuments africains, in N. Bull. arch. crist., 6 [1900], pp. 113-19); altre dànno i tre giovani tra le fiamme e in mezzo a loro l'angelo; così pure in una lampada di Sulmona (R. Garrucci, loc. cit., tav. 475, 7; B. Manna, Di un'antica lucerna cristiana di Sulmona rappresentante i t. f. di Babilonia, in N. Bull. di arch. crist., 27 [1921], pp. 101-103 e tav. 16).

I tre giovani ebrei tra le fiamme ricorrono nella tazza vitrea di Podgoritca (G. B. De Rossi, Podgoritca in Albania, Indigue inoxa vitrea, in Bull. arch. critt., 20 serie, 5 [1874], pp. 153-55). Si ritrovano pure in alcuni avori come nella capsella di Brescia, nella copertura di evangeliario a Ravenna (R. Garrucci, Storia, VI, tav. 421), nella capsella di Brivio, ora al Louvre (Ph. Louer, La capsella de Brivio, in Fondatore E. Fiat, XIII, 1906, pp. 229-40). I t. f. ebbero anche venerazione in Egitto dove ad Alessandria sorse una chiesa in loro onore; in Africa a Guelma in un altare furono poste le memoriae ([au]c[/jor(um) trin(m) Puerorn(m) (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, p. 63, n. 261).

BibL: G. A. Heuser, Inagilinga, drei im Feurden, in Realenzyklopädie der christlichen Allertialmer, Friburgo in Br. 1886, pp. 96-99; I.-A. Murtigny, Dictionnaire des antiquités chrétiennes, 3e ed., Parigi 1889, pp. 338-41; Wilpert, Pitture, pp. 329-33; H. Leelerea, Hebrews, in DACL, VII, n. coll. 2107-26. Enrico Jori

FANE: v. ORESMo.
FANI, Mamo. - N. a Viterbo da nobile famiglia, il 24 ott. 1845 ; m. a Roma il 4 ott. 1869 . Fondatore, insieme con Giovanni Acquaderni (v.), della Società della Gicventà Cattolica Italiana (1867), di cui un primo circolo «S. Rosa da Viterbo era stato da lui ideato pochi mesi prima. L'Associazione fu approvata da Pio IX nel 1868, ed ebbe un labaro
con le parole programmatiche Preghiera, Azione, Sacrificio (v. Azione cattolica). L'anno seguente 1869 si costituiva il consiglio superiore e il F. ne fu eletto consigliere. La morte lo colse a Roma dove era venuto per l'udienza pontificia.

BibL: F. Nisoldi, Il conte Acquaderni e la Giccentia Cattolica Ital., in Cfr. Catt., 1022, 1, pp. 481-91; F. Gigisti, Storia dell'Azione Cattolica Italiana, 2 ed.. Milano 1922, pp. 2226; F. Pellegrino, Il settantacinquemino della - Società della Giccentia Cattolica Italiana, in Cfr. Catt. 1943, III, pp. 322 293; N. Fabrini, Il conte Giocanni Acquaderni, 2 ed., Roma 1845, pp. 23, 46-53. Circa la famiglia F., cf. P. Arzimi, Cenai biografici del conte Vincenzo F. Ciotti di Viterbo, con la memoria della famiglia F., Bologna 1877.

Guido Anichini
FANNING, ISOLE: v. GILBERT, VICARIATO APOSTLICO delle ISOLC.

FANO, Diocesi di. - In provincia di Pesaro. L'antica Fascen Partanae sorge sul litorale adriatico nel punto in cui la Via Flaminia raggiunge il mare e domina la fertile valle del Metauro, che sbocea ca. 3 km . a sud della città. La diocesi è immediatamente soggetta; ha una superficie di 240 kmq . con una popolazione di 60.560 ab . turti cattolici, distribuiti in 47 parrocchie servite da 84 sacerdoti diocesani e 45 regolari (1949). Oltre al Seminario diocesano, dal rori ha il Seminario regionale di tutte le Marche per cui Pio XI edificò una nuova sede nel 1924 lungo la Via Flaminia. Ivi compiono gli studi liceali e teologici turti i chierici delle regione (ca. 300), fatta eccezione per alcune diocesi maggiori quali Fermo, Ascoli, Camerino. Conta importanti istituti, il Collegio S. Arcangelo dei Fratelli delle Scuole cristiane, l'Eremo di Monteglove del Monaci camaldolesi, lo studentato dei Cappuccini a S. Paterniano, l'Opera don Orione, ecc.

L'antico modesto centro, sorto intorno al tempio preromano in posizione strategica importante, è nominato la prima volta da Cesare, che nel 49 a. C. lo occupò, dopo passato il Rubicone. Poco lungi da F., nel 207 a. C., aveva avuto luogo la celebre battaglia del Metauro che fu decisiva nelle guerre puniche ed ove trovò la morte Asdrubale. La città fu municipio, e vi fu dedotta da Augusto una colonia di veterani, tra cui fu distribuito l'agro (colonia Italia Fometria). Augusta la cinse di morte, ancora in gran parte conservate, ed il municipio in segno di gratitudine eresse un arco a tre fornici in onore del principe sulla porta che guarda Roma, arco tuttora ben conservato e che fu modificato al tempo di Costantino. Vitruvio eresse a F. una basilica che descrive nel suo De architectura.

Caduto l'Impero d'Occidente, F. fece parte della pentapoli marittima, fu distrutta dai Goti nel 538 e restaurata da Belisario. Le donazioni di Pipino e di Carlomagno la diedero alla Chiesa ( 733-74 ) sorte cui la città godé larga autonomia, fu libero comune con propri statuti a magistrature ed estese il suo dominio nel contado finitimo, sino verso Fossombrone, tra frequenti contese e guerre sia contro i vicini sia tra le potenti famiglie

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(Int. Gak. int. nuc)
Fano, mocesi di - Annunziagione e Vistincione. Bassorilievo del sec. xil - Vescovado.
guelfe e ghibelline (tra cui ricordati da Dante i + del Cassero e a i + du Carignano o). Nel 1335 il Papa nominò vicari di F. i Malatesta, che ne furono signori fino al 1463 , quando i Faneui, assediati dalle milizie del Papa, si ribellarono a Sigismondo Malatesta ed alzarono il vessillo della Libertas ecclesiastica, che importava il diritto di avere in avvenire come governatori annui soltanto ecclesiastici, impossibilitati quindi a creare una signoria ereditaria. F. partecipò alle vicende degli altri Stati della Chiesa e il 12 sett. 1860 , entrate le truppe piemontesi, fu incorporata nel Regno d'Italia. Nell'ultima guerra ha molto soffarto, specie perché il 18 ag. 1944 i tedeschi, alla vigilia della partenza, fecero saltare dalle fondamenta tutte le torri e i campanili della città, che ne caratterizzavano il panorama: tra esse la bellissima torre civica del Vanvitelli e il campanile sansovinesco di S. Paterniano.

Il cristianesimo doveva essere abbastanza diffuso a F. al tempo della pace costantiniana, in cui visse il vescovo s. Paterniano patrono della città, che anche il Lanzoni trova non improbabile sia vissuto nella prima metà del sec. Iv. La tomba del Santo fu lungo la Via Flaminia un po' fuori della mura e divenne sede di una famosa abbazia benedettina. Rovinata questa dalle guerre, il 10 luglio 1551 il corpo del patrono venne trasferito nella Basilica urbana appositamente eretta, di tipo classico, ove tuttora riposa.

Tra i primi vescovi si ricordano Vitale, che nel 498 partecipò al Sinodo Romano; s. Eusebio, che sottoscrisse nel Sinodo del 504 al tempo di papa GeJasio I ed è sepolto nell'aitare maggiore della Cattedrale; Leone, che viveva nel 589 e di cui parla s. Gregorio Magno; s. Fortunato, a cui s. Gregorio Magno inviò la lettera 13 del 1. V, approvando la vendita di vasi sacri da lui fatta per redimere schiavi. Anch'egli con s. Eusebio e s. Orso, comprotettori della città, è sepolto in Duomo. Tra i vescovi meritano poi ricordo Cosimo Gheri Pistoiese (m. e 24 anni nel 1537); Pietro Bertano di Modena, domenicano, che da Paolo III fu inviato nunzio presso Carlo V e creato cardinale (m. nel 1558); Ippolito Capilupi, mantovano, che partecipò al Concilio di Trento nel 1563 (m. nel 1580); Angelo Ranuzzi, bolognese, che fu nunzio presso Luigi XIV e poi cardinale (m. nel 1689); Gabriele Severoli, faentino, che fu nunzio a Vienna (m. nel 1808). A F. sorti i natali papa Clemente VIII Aldobrandini, il 24 febbr. 1536.

Notevoli dal punto di vista storico-artinico specialmente il Duomo, con l'unito episcopio, dedicato all'Assunta e consacrato nel 1111, attribuito a Ralnerio, in stile romanico primitivo con frammenti antichi e pitture del Domenichino, di Van Dyck, ecc.; S. Maria Nuova del

Minori Francescani, con splendidi quadri del Perugino e di Giovanni Santi; le trecentesche chiese di S. Domenico con affreschi di Ottaviano Nelli da Gubbio, e di S. Agostino, rovinata dalla guerra ultima, con il celebre Angelo custode del Guercino, che ispirò il poemetto omonimo a Roberto Browning; la maestosa basilica classica di S. Paterniano, con la porta mechelangiolezza ed il campanile del Sansovino, ora in ricostruzione; S. Pietro in Valle, in ricco ed esemplare stile barocco con pittura del Reni. Altre preziose opere d'arte tratte dalle chiese sono conservate nel Musco civico della corte malatestiana, cui si accede attraverso l'arco della Libertas ecclesiastica a fianco del maestoso Palazzo della Ragione eretto nel 1290. Anche in varie chiese della diocesi si ammirano pregevoli opere d'arte.-Vedi tavv. LXVIII-IX.

Bbai.: Studia Picaea, Fano, vell. annui del 1028: Ughelli, 1. p. 636 sge.; P. M. Anismi, Memorie istoriche della città di F., Fano 1731; G. Calucci, Delle minchini di F. della Fortuna (Amichità piceae, 5), Formo 1700; A. Zanghi, Repertorio dell'antica Archivio Comunale di F., Fano 1508; Lanzoni, pp. 313-15; P. F. Kohn, Italia pontificia, IV, Berlino 1509, no. 182-91; Cardinian, I. coll. 1104-1105; R. Prolucc. Documenti politici del 1230 -ho nell'Arch. svinamio di F., in Atti e Idem. Dep. Storia patria Marcia, 6^{°} serie, 1 (1943), pp. 1-49. Inoltre la moneta di Studia Picaea, Vittorio Bartoccom

FANO, Giglio. - Medico e fisiologo, n. a Mantova il 29 marzo 1856, m. ivi, il 27 sett. 1930. Fu professore di fisiologia generale all'Università di Roma. Gli si deve la dimostrazione dell'azione inibitrice di centri encefalici sui riflessi spinali e delle oscillazioni del tono atriale nell'Emus europaea. Si occupò di questioni generali, trattando della origine della vita e dell'evoluzione della specie e fini con riconoscere il carattere più filosofico che scientifico dell'evoluzione.

Bbai.: Gli articoli di filosofia biologica son raccolti in: P. Fano, Coroello e cuore, Bologna 1922.

Luigi Severin
FANONE. - Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunto fra loro da una terza più piccola di colore amaranto : un galloncino d'oro ne borda l'estremo sia superiore che in-
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(Int. Falsi)
FAnone - S. S. Pio XII parate per la Messa pontificale.
Il f. è la mancellina che il Papa reca sulla pianeta.

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TRIONFO DELLA FAMA. Al suo seguito figurano i più famosi personaggi della Storia. Pittore fiorentino della prima metà del sec. xv. Particolare di cessione nuziale - Firenze, Uffizi.

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PALAZZO DELLA RAGIONE
Maestro Paolucio (1899). La torre è stata trasformata nel sec. xvir.

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(101. Gap. /ut. nav.)
TOMBA DI PAOLA BIANCA MALATESTA (a. 1398) - Chiesa di S. Francesco.

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(fot. Gbh. fut. sst.)
ESTERNO DELLA BADIA DI FARFA (soc. xII-xIII).

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feriore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata una croce d'oro con raggi. Questo due mozzette sono cucite nella parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando il papa ha preso il succintorio e la croce pettorale, il cardinale discono ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stole, le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta: in uhtino il pallio.

E molto difficile rimontare alle origini di questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o con l'amitto (anabolagio), e con gli orali, spente di facceletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore del capo e preció portati intornoalcolle, passo nella forma attuale verso il sec. xim. Procedentemente serviva a coprire il capo a guisa di cappuccio - vi si metteva sopra
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Fansaga, Cosimo - Intorno della chiesa di Gesù Nuovo - Napoli.
is mitra. Usava non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze profane, come in occasione di pranzi solenni, nella distribuzione del presbiterio. In un antica messale, di cui si ignora la data, della chiesa di S. Demiano in Assisi è detto che il papa mette sul capo il f. senza la mitra per la lavanda dei piedi il Giovedi Santo; e che il Venardi Santo non usa il f. Pietro Amelio, sccristo di Urbano V nel 1362 , nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con il mento rosso e con il f. e orale sul capo sotto la mitre. Di Bonifacio VIII sappiamo che portava il f. sotto la mitra, e che fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel 1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, i. I, cap. 13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale: si è dunque al principio del sec. xim. Qualche autore vorrebbe vedere il f. nella figura scolpita nella porta di bronzo nella cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante Celestino III.

Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli ornamenti principali, abbia dato origine al f. del papa; ma a cosa incerca. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III, intendono far derivare il f. dall'ophod del somma sacerdote ebrao, anch'esso tessuto di strisce d'oro e calorate, ma di diversa forma.

Con questa parola si designava anticamente un velo pendente da un'asta a guisa di bandiera, chiamato appunto gonfalone, stendardo, vessillo; oppone, secondo l'etimologia ecclesiastica, il velo pendente dal braccio dei ministri sacri detto manipolo, sudario, orale.

Enrico Dante
FANSAGA (Fansago, Fanzago, Fonsaga), Cosimo. - Architetto, scultore e decoratore, n. a Clusone (Bergamo) nel 1592 , m. a Napoli il 13 febbr. 1678. Trasse probabilmente i primi insegnamenti d'arte dall'ambiente familiare: i suoi avi erano fonditori in bronzo e uno di essi, Pietro, era rinomato nell'architettura. Nel 1608 ai trasferi a Napoli, dove avrebbe svolto poi tutta la sua attività. Si è affermato
che colà egli abbia studiato con il gesuita spagnolo Pietro da Provedo, autore a Napoli della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo (1564) poi chiamata Gesù Vecchio, ma niente prova questa asserzione. Falsa è la notizia del De Dominici, secondo la quale il F. fu in Roma alla scuola di Pietro Bernini e riedificò nella stessa città la facciata di S. Spirito dei Napolitani.

La operosità artistica del F. ebbe inizio come disegnatore e scultore a Napoli con il lavoro degli stemmi per la facciata del Palazzo degli Studi (1615) e con la decorazione marmorea del coro del duomo ( 1618 ), e continuò in Borletta, dove rivestì di marmi la cappella Gentili in S. Maria Maggiore. Datosi poi all'architettura, lasciò numerosissime opere, delle quali si ricordano le più importanti. In Napoli nel 1628 diede i disegni della chiesa di S. Francesco Saverio poi S. Ferdinando: nel 1631 terminò il chiostro della cernusa di S. Martino; fece nella stessa chiesa il pavimento del coro (1630), sei arcate in
marmo (1631), il rivestimento marmoreo delle cappelle di S. Bruno e di S. Giovanni Battista ( 1631-43 ); innalzò la guglia di S. Gennaro (1631) e forma di colonna rigonfia con menesloni, uno dei più interessanti esemplari di questi caratteristici monumenti che adornano le piazze napoletane; edificò la chiesa dell'Ascensione a Chiaia; la facciata di S. Maria della Sapienza (16381641), semplice ed elegante; la cappella del Palazzo Reale ( 16,0-16 ); ampliò la chiesa di S. Teresa e Chiaia ( 1650-64 ) con una facciata assai mossa e doppia rampa circolare; trasformò quella di S. Maria Maggiore (16531667), seguendo la maniera del Dosio nella chiesa della cernusa di S. Martino e del p. G. Valeriani nel Gesù Nuovo; costruí quella di S. Maria Egiziano a Pizzafalcone (ca. 1661). Fuori di Napoli riedificò dal 1641 la chiesa di Montecassino, poi continuata da G. B. Contini e de A. Guglielmelli. Gli si esortiono tra l'altro la chiesa di S. Salvatore ( 1644 ) a Piedimonte d'Alife, e, in Andria, quella di S. Maria dei Miracoli. Intorno al 1668 modeilo il sontuoso cancello in bronzo della cappella di S. Gennaro nel duomo di Napoli.

Come architetto civile lasciò, oltre ad opere minori, il Palazzo di Donn' Anna ( 164 \mathrm{x}-44 ) e Posillipo, rimasto incompiuto e recentemente restaurato.

Il F. architetto si distingue per il suo caratteristico stile, in cui la chiarezza del Rinascimento toscano riesce a fondersi con l'amore del fastoso e lo spettacoloso proprio del popolo in mezzo al quale egli visse ed operò. La sua arte dominò a Napoli e nella Campania per tutto il Seicento.

Bull.: Willch, s. v. in Thieme Berker, XI, pp. 290-23; B. Pane, Architettonn del Rinascimento a Napoli, Napoli 1232, fr. indicali; G. De Loqu, L'architettura italiano nel Seicento e nel Seicr. cento, II. Firenze 1232, pp. 14-15; Id., La struttura italiana del Seicento e del Settecento. II, ivi 1935. pp. 17-19. Vincenzo Golzio
FANTASIA. - E in generale la funzione intermediaria fra l'apparire immediato degli oggetti ai sensi esterni e in conoscenza riflessa dei medesimi quale si ha soprattutto nell'intendere: in questo suo duplice rapporto verso i sensi esterni anzitutto e poi, nell'uomo, verso le attività superiori, la f.

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condiziona nella sua prima fase strutturale il conoscere stesso sia nella sfera sensoriale come in quella intellettiva. Se non che in questa sua posizione intermedia la f. non può terminare nessun processo conoscitivo : non quello dell'esistenza che può essere attestato soltanto dalle immediate presentazioni sensoriali, e neppure quello dell'essenza perché la conoscenza dell'essenza comporta l'apprensione del significato assoluto della cosa che per se stesso trascende l'immagine e la rappresentazione particolare, anche se la presuppone come prima presentazione globale dell'oggetto. Infatti l'etimologia di f., che Aristotele fa derivare dalla "luce" ( \dot{α} π δ тo \dot{α} σ \dot{α} σ ι ς : De An., III, 3, 429 a 3), indica l'apparire (interiore) degli oggetti che i sensi vedano all'esterno; tale apparire interiore suppone a sua volta che gli oggetti d'esperienza abbiano una seconda forma di presenza, oltre quella dello stimolo diretto sui sensi. Tale presenza è detta immagine o "fantasma" che a sua volta si struttura diversamente in funzione della molteplicità dei compiti che spettano alla f. a seconda ch'essa si rapporta al conoscere sensitivo oppure alla sfera intellettiva, dell'esistenza o dell'essenza. L'essenza quindi della f. è di fornire e consolidare nella coscienza, in un primo grado, una struttura costante dell'oggetto così che questo non venga lasciato totalmente in balia delle mutevoli impressioni sensoriali e possa, almeno remotamente, essere suscettibile di comprensione e sviluppo razionale. Inoltre la f., in quanto ottiene e appronta a suo modo le strutture degli oggetti, costituisce la condizione fondamentale dello stesso agire il quale, sia che si volga a costruire gli oggetti con la tecnica o che miri a impossessarsene per soddisfare alle sue esigenze vitali, abbisogna che l'oggetto nella sua realtà spaziotemporale, costituisca un "tutto" e quindi precisamente si presenti con una sua propria struttura. Così la f., pur condizionando ogni conoscenza compiuta ed ogni attività organizzata, di per sé prescinde tanto dalla verità del conoscere come dalla moralità dell'agire, perché la verità e la moralità costituiscono propriamente il compimento del movimento della coscienza: esse esigono perciò un giudizio di valore che verte direttamente, sia pur diversamente secondo i diversi oggetti, sull'esistenza o sull'essenza stessa delle cose e questo giudizio ha sempre, benché in varie forme, un valore di trascendenza e di posizione definitiva dell'oggetto mentre il movimento proprio della f. è nella direzione d'immanenza dell'oggetto e della sua posizione primordiale a ancor problematica.

Attorno a questi ardui e intricati rapporti che la f. presenta con le varie forme del conoscere a dell'agire si sono interessate le scuole filosofiche più direttamente impegnate nei problemi della prosceologia. Già Democrito sosteneva, contro il fenomenismo di Protagora, che il dire che ogni f. è vera, dato che anche questo principio si fonda su una f., equivale a giustificare il principio opposto che non ogni f. è vera e cosi risultará falso anche il principio che ogni f. è vera ( τ \dot{α} π \dot{α} σ α v ρ α v τ α \dot{α} α ν ε \dot{ε} ν α \dot{α} α \dot{α} η \dot{η} : A, 114; H. Diels - W. Kraus, Die Fragmente der Voraokratiker, II, 52 ed., Berlino 1935, p. 111, 19). Tale scetticismo sembra sia stato espressamente sostenuto da Leucippo per il quale - come scrive Epifanio (Adv. haer., III, 2, 9) - tutto diviene secondo la f. a l'opinione e nulla secondo verità ( α α τ \dot{α} \dot{α} α v τ α α i α α α α α α \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} σ ι ν τ \dot{α} π \dot{α} ν τ α γ \dot{α} σ σ θ α α α α i α μ η θ \dot{ε} ν α α τ \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{η} \dot{α} τ α α : A, 33; ibid., II, p. 79, 19-27 e Demographi graeci, 24 ed., Berlino - Lipsia 1929, p. 590, 27-29) come il regno rifratto nell'acqua che appare spezzato. Aristotele espone la sua dottrina sulla f. (De An., III, 3, 427 a 16 sgg.) in modo da salvaguardare l'originalità e la netta distinzione
fra il sentire e l'intendere che i presocratici, a prima Omero ( 427 a 26 ), sembrano confondere. Anzitutto la f. non è puro sentire, perché non si sente che in presenza dei sensibili, mentre la f. opera anche nel sonno o ad occhi chiusi ( 428 a 1 sgg.). La f. non s'identifica neppure con l'opinione ( \dot{α} π \dot{α} λ η \dot{η} ι ς, \dot{α} \dot{α} ξ α ) perché questa genera una convinzione che manca di solito alla f. ed anche perché l'opinione può essere vera a falsa mentre la f. l'hanno anche gli animali dai quali esula la persuasione della verità ( 428 a 25 -b 9). La f. non può essere neppure una mescolanza ( α ι μ ε \dot{α} λ α ° δ ) di sensazione e opinione come riteneva Platone (Saph., 264 b : \dot{α} \dot{α} μ \dot{α} ι ς α \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} σ ι ς cosi \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} ). Nella sua funzione elementare la f. è «il movimento prodotto dalla sensazione in atto" (429 a 1) e perciò un "movimento secondario" della sensazioni stesse e come la continuazione delle medesime (e persistenze " = μ ° ν α i : De An., I, 4, 408 b 18) nei centri sensoriali. Il fantasma pertanto costituisce la prima struttura dell'oggetto alla coscienza: per Aristotele esso suppone la convergenza dei sensi esterni nel "senso comune" ( α π α \dot{α} α \dot{α} \dot{α} \dot{α} η π ι ς ), cosi che nel fantasma il reale fa una prima barriera di esistenza allo scorrere incessante dell'esperienza e alla sua frammentarietà (Post. An., II, 19, 100 e a sgg.). Cosi Aristotele da una parte attribuisce alla f. la sintesi sensoriale primaria per cui è resa possibile l'apprensione del "continuo percettivo", delle spazio e del tempo (cf. De Mem., 450 a 10-12), dall'altra pone la f. come il fondamento del conoscere intellettivo in quanto il fantasma mostra quella struttura particolare e materiale di cui il concetto esprime la ragione universale e necessaria. Ed a percio nella f. che l'intendere compie il suo riferimento alla realtà in quanto "nella l'anima intende se non nei fantasmi - ch'è il principio fondamentale del realismo aristotelico (De An., III, 7, 431 a 14; De Mem., 450 a 1 sgg.), in quanto, come spiega a. Tommaso, il reale sensibile è sempre individuale: "Unde natura lapidis vel cuiuscumque materialis rei cognosci non potest complete et vere, nisi secundum quod cognoscitur ut in particulari exsistens. Particulare autem apprehendimus per sensum et imaginationem; et ideo necesse est ad hoc quod intellectus actu intelligat suum obiectum proprium quod convertat se ad phantasmate et speculetur naturam universalem in particulari exsistentem "(Sum. Theol., 12, q. 84, a. 7). In un secondo momento Aristotele afferma percio una collaborazione attiva della f. rispetto alle funzioni superiori dell'intendere e del volere cosi che accanto ad una f. sensitiva c'è anche una f. razionale ( \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} ) ed una f. volontaria ( \varphi. ξ ω λ ε σ- τ ι ν η ) che sono evidentemente funzioni proprie della f. umana per la sua naturale connessione con l'intelletto (De An., III, 10, 433 b 29; 11, 434 a 10). E la f. infine che rende possibile l'espressione degli stati soggettivi per mezzo della voce e del linguaggio (De An., II, 8, 420 a 32) come anche ogni attività artistica e pratica. Gli aristotelici greci e latini si sono per lo più limitati a elencare i principi della teoria aristotelica: il contributo più notevole è da vedere nella distinzione, avanzata da Averroè e accettata anche da a. Tommaso, fra la f. e la cogitativa (v.) in quanto questa elabora direttamente i fantasmi, già dati, nel loro significato concreto e rende percio possibile il riferimento ai medesimi dell'atto dell'intendere. Cosi a. Tommaso attribuisce come oggetto della f. la "forma" o struttura esteriore e riserva alla cogitativa la "intentio" - significato concreto delle cose (Sum. Theol., 19, q. 78 , a. 4).

Nella psicologia degli stoici la f. è «un'impressione di un'immagine nell'anima" ( τ \dot{α} σ ι σ ι ς \dot{ε} ν \dot{α} \dot{α} \dot{α} \dot{α} : Stair. vel. Jivgen., ed. H. v. Amim, II, Lipsia 1924, p. 76) e si distingue una f. ch'è apprensiva della realtà esistente e una f. che prescinde dalla realtà ( \varphi. α α τ α λ η σ τ ι η, \varphi. \dot{α} α τ α λ η σ τ o ς ). Per Filone la f. costituisce con l'appetito la funzione essenziale dell'anima ch'è definita come π ρ ° σ ι λ η ρ ω i α ρ α v τ α α i α ν vai δ ρ μ \dot{η} ν (Leg. Allog., II, 7; ed. L. Cohn e P. Wendland, I, Berlino 1896, p. 95, 15) cosi che la f. penetra in tutte le funzioni del conoscere - dell'agire fino alle stesse rivelazioni che Dio può fare nei sogni (De Summ., II, ed. cit., III, ivi 1898, p. 259, 16 sgg.). Plotino accetta in sostanza la teoria aristotel-

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lica della f. a cui attribuisce come particolare funzione la memoria ( 700 gavractusis dpa \dot{η} pvígra: Ens., IV, 3, 89; ed. E. Bréhier, IV, Parigi 1927, p. 98, 31); ma nel suo intelletrualismo Plotino distingue due f. una, per gli oggetti sensibili ed una per gli intellegibili, non separate però, ma in modo che la f. intelligibile domina la f. sensaziala come la realtà l'ombra che la riflette (ibid., 31 ; ed. ed., p. 99, s. 2gg.).

Nella corda scolastica, fuori della tradizione tomista, con la semplificazionc della teoria dei sensi interni la f. viene identificata spesso con il senso comune in un unico senso interno al cui i quatere sensi della psicologia tomista non rappresentano che diverse funzioni (cf. Suárez, De Animo, III, cap. 30; Lione 1635, p. 171 ib); dottrina che non fu senza influsso sui problemi della fondazione critica della verità che provocarono il sorgere della filosofia moderna.

Nella filosofia moderna si delineano due direzioni principali nell'interpretazione della f., l'una della scuola empirista che attribuisce la sintesi costruttiva della f. al gioco delle leggi dell'associazione delle idee (v.), l'altra dell'indirizzo idealista che vede nella f. il momento o uno dei momenti dell'attivitá originaria della coscienza. Cosi per Kant l'unità trascendentale dell'appercssione con le categorie che ne derivano da una parte e la materia molteplice delle sensazioni dall'altra si possono unificare in virtù della sintesi produttiva della immaginazione o f. produttiva (Einbildungsbraft) che va considerata come una facoltà fondamentale dell'anima umana quale fondamento di ogni conoscenza a priori in quanto permette di sussumere il materiale empirico sotto la sua categoria a priori, questa "mediasione", che la f. opera nel kantismo fra gli elementi a priori del senescere e il materiale a posteriori, fa capo allo "schema trascendentale" che Kant chiama "un prodotto della f. produttiva" e ch'è differente per le varie categorie ma che ha come suo ultimo riferimento a priori il tempo (Kr. d. r. Vero., Elementarlehre, parte 2^{2}, sea. I, 1. a, A. B. 113 sgg .; A. 137 sgg .; B. 176 sgg .). Per Fichte la f. produttiva è la generatrice stessa dell'essere e delle categorie, in quanto sia l'Io come il non-lo, l'oggetto e il soggetto sono opera sua : il non-lo ovvero l'oggetto si origina per via di un'attività inconscia che è indipendente dall'Io e dal non-lo che altro non è se non la f. produttiva che struttura e comprende insieme l'Io e il non-lo (Grundriss, d. eig. Wissenschaftlehre, Nachgelassene Werke, 1. Bonn 1834, p. 366). Anche per Schelling la f. è creativa senza limiti, a differenza dell'intelletto che si ferma al limite e della ragione che tende alla scienza dell'Assoluto in sé: percio la sfera propria della f. è quella delie produzioni dell'arte e della mitologia ed essa costituisce propriamente la "intuizione intellettuale nell'arte" (Philosophie der Kunst, ed. minor a cura di O. Weiss, III, Lipsia 1927, p. 43). Più profonda è l'attività della f. nel sistema hegaliano: essa è (come in Aristotele) il momento intermedio fra l'intuizione a l'intendere e costituisce percio il secondo grado di sviluppo della coscienza * in cui l'intelligenza della sua astratta immanenza arriva alla sua determinatezza" (Enzyklop. d. philos. Wiss., § 455, Zusatz, ed. L. Boumann, Berlino 1845, p. 329). Hegel chiama a religione della f.» quella che personifica le forze naturali e le rappresenta secondo il capriccio, come la religione indiana, sant'alcun ideale di bellezza come fece la religione greca (Philosophie der Religion, Werke, ed. O. Lasson, XIII, Lipsia 1923, p. 137 sgg.). Si muovono, sembra, sulla scia di Fichte e di Schelling sia Kierkegaard che Frohschammer. Per il primo la f. "sta in rapporto con il sentimento (Füchte), con la conoscenza e con la volontà " e la f. è in generale il medio con cui si raggiunge l'infinito (der Umdeltggtärenden Medium): non è una facoltà come le altre ma è, per cosi dire, la facoltà iustae omnium (S. Kierkegaard, La malatiia mortale, parte 1^{2}, C [Samlede Vierher, 24 ed., XI, Copenaghen 19a9, p. 162]). La f. viene identificata senz'altro con la riflessione ma che resta in sé indeterminata e può percio, se non è raccolta attorno all'autocoscienza dell'Io, portare alla mania, allo pseudonisticismo e alla disperazione come un'ebbrezza
malsana: questo dice che la funzione della f. è essenzialmente dialettica perché può aiutare l'uomo sia a raggiungere l'infinito come a perderlo. Frohschammer ha invece sviluppato la virtualità costruttiva della f. sia come facoltà dell'anima in se stessa (f. soggettiva), sia nel suo sviluppo in sé nel processo della natura (f. oggettiva) a poi nella soggettività assoluta dello spirito ch'è la personalità umana. Nella psicologia e fenomenologia contemporanea la f. è interpretata secondo l'orientamento principale della coscienza stessa: come principio soggettivo di sintesi del molteplice disperso in vista della conservazione e dell'esercizio della vita (psicologia associazionista e razionalista) a come capacità immediate di apprensione della forma e strutture del reale (psicologia della forma o Gestalttheorie di M. Wertheimer e discepoli) o come principio di struttura del comportamento in funzione della libertà originaria del soggetto (fenomenologia esistenzialista: J.-F. Sartre, M. Merleau-Ponty). Mentre lo psicologismo della vecchia scuola associazionista riduceva il pensiero all'immagine della f., la fenomenologia pura di Husserl con la teoria dell'intuizione dell'essenza (Wesenszclum), la scuola di Würzburg di O. Külpe con la tesi di un "pensiero senza immagini" (verstellungslos Denken), la teoria dell's intuizione pura " di Bergson riaffermano bensì l'originalità della vita spirituale ma trascurano la situazione reale dell'essere a dell'esistenza umana. Pertanto ogni teoria della f. si riflette necessariamente in una corrispondente concezione della verità a della vita dell'uomo.

Bra.: H. Bonitz, s. v. in Inden Arist., Berlino 1870, 811 a 31.812 a 23; J. Leisegang, Indices ad Philonis alien. opera, parte 27, in 1990, 811 b. 813 si J. Freudenthal, Uber den Begriffs des Wortes quivancia bei Aristoteles, Comnge 1863; F. Bremann, Die Psychologie des Aristoteles indexundere seine Lehre vom NOLX BOHITIKOZ, Magonza 1867 (specialmente p. 102 sgg.); S. Laadauer, Die Psychologie des Ibn-Sinn, in Ztschr. für deutschen mag. Gesellschaft, 29 (1873), p. 200 sgg.; J. I. Beate, Geseh theories of elementary cognition, Oxford 1906, p. 290 sgg.; M. Pehlenz, Die Sinn, Geschichte einer geistigen Bewegung, 2 voll., Gottings 1940 (aspecisione in I, p. 23 sgg.; testi in II, p. 36): H. A. Wolfson, The internal senses in latin, arabic, and beberce philosopho, in Harvard theological review, 28 (1933), p. 69 sgg.; L. A. Muratori, Della forza della f. umana, Venezia 1766: I. H. Piatta, Psichologia, Die Lehre vom hecrauten Geiste des Menschen, Lipsia 1864, §§ 718-366, pp. 460 sgg.; J. Frohschammer, Die Phantasia als Grundprinzip des Weltbreezens, Monaco 1877; In. N. Treggs, Philosophische Theorika über die menschliche Natur und ihre Entwickelung, ed. W. Ushele, Berlino 1913, specialmente pp. 211 sgg., 36 sgg., 112 sgg.; J. Fröbes, Lehrbuch d. ext. Psichologie, II, 3r ed., Friburgo in Br. 1929, specialmente pp. 216 sgg., 230 sgg. con bibl.; L. Klages, Der Geist als Widersacher der Seele, Lipsia 1929-33, specialmente pp. 403 sgg., 892 sgg., 1024 sgg.; G. Fabre, Percezione e pensiero, Milano 1941, pp. 142 sgg., 168 sgg., 335 con bibl.; J. Meyerson, La images, in Nivezone (midi) de psychologie, II, Parigi 1930, specialmente p. 278 sgg con bibl.; H. Kung, Die Autropologische Bedeutung der Phantasie, 2 voll., Basilea 1946; J. P. Sartre, L'imagination, Parigi 1948.

Correllio Fabre

## FANTASIASTI: v. MONOFISTI.

FANTI, Bartolomeo, beato. - Sacerdote carmelitano, n. a Mantova ca. il 1415, m. nel 1495. Vesti l'abito del Carmelo nel 1433 nel convento di Mantova, centro della riforma che da questa città prese il nome. Fu sottopriore nel 1437, priore nel 1446, maestro dei novizi nel 1454; in questo ufficio esercitò una influenza decisiva sulla spiritualità della suddetta riforma. Dal 1461 fino alla morte fu direttore della Compagnia della Madonna del Carmine, per la quale compone statuti basati sulla regola di a. Alberto, esistenti tuttora nella Biblioteca pubblica di Mantova.

Umile, mite, affabile, fervente nell'orazione e nella meditazione, esatto osservante della regola, fu devastaziano dal Sana Sacramento e di Maria. Il culto, di cui fu oggetto subito dopo la morte, è stato confermato da Pio X nel 1909. Il suo corpo si venera incorrotto nella cattedrale di Mantova presso quello del suo discepolo b. Battista Mantovano.

Bib.: AAS, 1 (1909), pp. 306-309; G. Fanucchi, Della vita del b. B. F., Lucca 1891.

Battolomeo M. Xiberta

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FANTINO di Calabria, santo. - Asceta basiliano del sec. x, vissuto nella famosa zona del Mercurion, tra la Calabria e la Lucania, m. a Tessalonica il 25 luglio 970.

Fu uno dei maestri di spirito di s. Nilo, dalla cui biografia si apprendono i particolari del sue ascetismo e del suo metodo. Prevedendo le invasioni dei Saraceni, F. foggi in Grecia con altri menaci, e, dopo varia peregrinazioni, si fermò a Tessalonica, ove mori all'età di ca. 70 anni.

Bint.: Synosarium Constantinop., 224: Acta SS. Augusti, VI. Parigi 1868, pp. 621-23; Pito di s. Nilo, nella varie ed. di M. Cariofilo, Roma 1624, di G. Minasi, Napoli 1802, di A. Rocchi, Roma 1904; G. Fiore, Calabria illustrata, II. Napoli 1732, pp. 66-68; D. Martire, Calabria sacra e profana, I. Cosenza 1877, pp. 131-32.

Francesco Russo
FANTINO di Tauriano, santo. - Protettore di Tauriano, in Calabria, che notizie frammentarie e incerte fanno vivere nel sec. iv o v. Convertito alla fede in modo meraviglioso, a sua volta converti i suoi genitori, Fanzio e Deodata, che morirono martiri. A Tauriano si mise al servizio di un Balsamio, che lo mise a pascolare le pecore, ma, avendo sospetti sulla sua fedeltà, lo sottopose a molte prove. Gestione vincitore, F. portò alla fede il suo padrona, con il quale divenne Papostolo di Tauriano. Quivi, dopo una vita penitente e santissima, morì a 33 anni ed ebbe culto.

Bint.: La vita, piuttosto scarna, fu scritta nel sec. viII-ix da Pietro Veracese occidentale, che si suppone di Tauriano. Si conserva nel cod. messinese greco 29 (E. 142-42), dove pure (ff. 142-52) segue il racconto dei suoi miracoli, dovuto alla creazione Pietro. G. Gastani, Vitae SS. Siculorum, I. Palermo 1847, pp. 142 161: Acta SS. Iulii, V. Parigi 1868, pp. 236-68; D. Martire, Calabria sacra e profana, I. Cosenza 1877, pp. 78-84; A. Basile, Sul culto di un antico senta di Calabria, in Boll. d. bodio greca di Gratzaforesta, a (1948), pp. 52-59.

Francesco Russo
FANTOSATI, Antonino, beato. - N. a S. Maria in Valle, sobborgo di Trevi, il 16 ott. 1842. A 16 anni entrò nell'Ordine francescano nella provincia uobra e a 23 era sacerdote. Nel 1867 con p. Ella Facchini parti missionario per la Cina.

Destinato dapprima alle cristianità dell'Hupé, fu presto chiamato all'importante centro fluviale di Lao-hoKow, dove, per la sua perizia nella lingua cinese e per lo zelo apostolico, seppe insinuarsi nell'ambiente ostile e refrattario che lo'sticondava. Nel 1892 fu nominato vescovo la vicario apostolico del Hunan meridionale, in un momento assai critico. All'annuncio dello scoppiare della persecuzione, nel luglio 1900, con l'uccisione del suo missionario b. Cecidio Giacomantonio a Heng-chow-lu, con il compagno p. Gaminaro corse sul luogo del pericolo. Scarto e individuato, fu con il compagno coperto da una grandinzia di sassi e dopo due ore di agonia mori trafitto da un pagano con un palo di bambù dalla punta di ferro ( 7 luglio 1900). Fu solennemente beatificato da Pio XII il 21 nov. 1946.

Biel.: O. Griffoni, Biografia del martire F., Spello 1902; G. Ricci, Acta Martyrum Sinensium, Quaracchi 1911, passim (v. indice); C. Silvestri, La testimonianza del sangue, Roma 1942, pp. 397-448 a 513-28.

Alberto Olivato
al-FÂRÂBI, Abû Nasr Muhammad ibn MuHAMMAD. - Filosofo arabo medievale, n. vicino a Fârab nel Turchestan, m. a Damasco nel 950-51. Sebbene di origine turca scrisse le sue numerose opere in arabo. Studiò sotto la guida di maestri cristiani e seguì la filosofia aristotelica, tanto da venir detto «il secondo maestro». Passò la maggior parte della sua vita a Bagdad, ad Aleppo e Damasco. Fu ben noto sotto il nome di Alfarabi o Alpharabius agli scolastici latini. Contemporò il suo aristotelismo con la filosofia di Platone e cercò di conciliarlo con le dottrine islamiche.
stenza. In Dio egli non vede soltanto il primo amato ma anche il primo amante. Dio ha creato il mondo dal nulla, fuori del tempo e gli ha conferito l'eternità. Tra Dio, l'uno assoluto, e il creato, il molteplice, stanno varie comunioni dal cui vario accadere Dio ha conoscenza e volontà. Così sono sorte la intelligenza se