volume-05

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oto sotto il nome di Alfarabi o Alpharabius agli scolastici latini. Contemporò il suo aristotelismo con la filosofia di Platone e cercò di conciliarlo con le dottrine islamiche.
stenza. In Dio egli non vede soltanto il primo amato ma anche il primo amante. Dio ha creato il mondo dal nulla, fuori del tempo e gli ha conferito l'eternità. Tra Dio, l'uno assoluto, e il creato, il molteplice, stanno varie comunioni dal cui vario accadere Dio ha conoscenza e volontà. Così sono sorte la intelligenza senzato e le altre dei sette pianeti. Nel problema degli universali egli professa un realismo temperato: gli universali sono ante rem, in re e post rem. L'intelletto umano si divide in intelletto in potenza, intelletto in atto e intelletto acquisito. Quest'ultimo è talvolta in grado di congiungersi con l'intelletto attivo e raggiunge quindi il sommo sapere.

Qualche scritto di al-F. è stato tradotto in latino e perciò alcune sue dottrine sono riferite dalla scolastica latina. Molti suoi scritti sono ancora inediti.

Bint.: Edizioni: Alpharabi... opera omnia anno latina lingua eumerista reperite potuerunt (De scientia e De intellectu), arad. quil. Comararii. Parigi 1638; F. Dieterici, Alfarabi philosophische Abhandlungen, Leida 1890; M. Hinton, Das Buch der Rineitane Farabis, Münster 1906; id., Die Phitsa. d. Ydam, Bnann 1944, pp. 27-101; Carra de Vaux, Actuance, Parigi 1900, pp. 91-116; J. Medhour, Alfaraba, ivi 1934. Altre indicazioni in Dpervica, II, pp. 291, 304-307, 720-21.

Giuseppe Furlao
FARADAY, MICHAEL. - N. a Newington-Butts presso Londra il 22 sett. 1791, m. a Hampton Court il 25 ag. 1867. Fu uno dei più grande scienziati di ogni tempo, fondatore, con Volta (1745-1827) e con Ampères (1775-1836), dell'cletrologia e precursore di Maxwell (1831-79). A lui si devono numerose e fondamentali ricerche sul magnetismo, sulle correnti indotte, sull'elettrochimica e sulla liquefazione dei gas e le relative terminologie.

Spirito profondamente religioso, come «anziano" (dopo il 1840) della piccolissima setta scozzese dei * sardemaniani*, predicò con successo ai suoi correligionari: tale setta credeva alla divinità di Cristo e riguardava tale fede come un dono di Dio, frutto e prova del quale era l'obbedienza alla Sua legge. Richiesto dal card. Wissman (1802-65) se la vera Chiesa fosse quella dei sardemaniani, rispose: «non pretendo questo, ma son sicuro che Cristo è con noi».

Bint.: J. Faraday, P. as discuccres, Londra 1866; id., Fragments of sciences, ivi 1876, pp. 246-47; B. Jones, The life and letters of F., ivi 1870; I. B. Dumas, Discours et éloges académiques, I. Parigi 1883, pp. 31-124; S. P. Thompson, M. F. his life and work, Londra 1898; J. Gay, Lectures scientifiques, Parigi 1891; C. L. Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, trad. it., Brescia 1908, pp. 161-70; A. Eymieu, La part des croyants dans les progrès de la science au XIXr siècle, I. Parigi 1928, pp. 166-69; A. Garbasso, Scienza e poesia, Firenze 1934. Giulio Provenzal

FARAONE: v. MAR hOSso, PASsAGGIO del.
FARAONE (egiz. Por-6 [prj { }^{\text {h }} \mathbf{j}-j] a casa elevata *, cioè la reggia; ebr. par'6la, gr. Φ \times p a \dot{u}[v], lat. Pharao[si]). - Termine usato e designare la casa del re in Egitto e dalla dinastia XVIII in poi la persona del re; dal 900 a. C. il termine precede regolarmente, come titolo, il nome del re; onde Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., VIII, 6, 2) : 6 Фapaíor xax' Alyucvicus Ssachta ergadac. Nella Bibbia da Gen. 12, 15-20 in poi, con riferimento ai tempi di Abramo, di Mosè e dell'esodo, il re d'Egitto è impersonalmente chiamato sempre f.

La critica razionalista si è servita, tra l'altro, di questo argomento, per negare validità ai Libri Secri. In realtà i documenti del Regno Antico ammettono già l'uso del termine a designare la persona del re, benché esso sia applicato anche alla reggia.

Bint.: F. Vigonescas, Les Libres Saints et la critique rationaliste, IV, 2 a ed., Parigi 1902, p. 275 sg.; C. Lagier, Pharaon, in DB, V, coll. 190-93; A. Ermon-H. Ranke, Akgyptien und ägyptisches Leben, 2a ed., Tubinga 1903; A. Munn, Le Nil et la civilisation égyptienne, Parigi 1926, pp. 138-39; A. Ermon--H. Goupon, Worterbuch d. nagogitisches Sprache, I. Linde 1926, p. 316 sg.; Hori Apollinis Hterographica, maggio di F. Sbar-

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dane, Napoli 1940, pp. 124-25, 561; M von De Walle - J. Ver. gote, Traduction des Hieroglophica d'Horopollon, in Chron. d'Egypte, 17 (1943), pp. 84-87.

Aristide Calderini
FARAUD, Henri-JosèPH. - N. il 17 marzo 1823 a Gigondas (Francia), m. il 26 sett. 1890 a StBoniface (Canada). Oblato di Maria Irmasciata nel 1844, fu mandato nella missione del nord-ovest canadese nel 1846, ove fondò nel 1851 la missione del lago Athabasca. Visitò nel 1856 come primo missionario gli Indiani al Gran Lago degli Schiavi e negli sc. 1898 e 1859 lavorò in mezzo agli Indiani della Riviera della Pace. Nel 1862 fu nominato primo vicario apostolico del fiume Mackenzie. Sviluppò a consolido le missioni indiane del suo vastissimo territorio. Fu autore di parecchi libri in lingua montagnese.

Scrisse: Dix-huit ans chez les sennonges ( 2ª ed., Parigi 1870); Quarante ans chez les sennonges d'AthabascaMackenzie (in Les missions catholiques, Lione 1888).

Bibl.: Smrit. Bibl., III, n. 2527, pp. 454-56, 490-92, 593593, 712-14, 427-39. Giovanni Rammerskirchen

FARCITURA. - Dal francese farce, si dice di una serie d'interpolazioni a un testo liturgico cantato o recitato: "Kyrie farcito", "Epistola farcita". Il termine tecnico più adoperato è "tropo" quando si tratta di testi cantati, mentre l'espressione "farsa" si applica di preferenza ai testi latri con modulazioni o ai recitativi (Epistola, Vangelo, Prefazio, lezioni dell'Ufficio).

I tropi in senso stretto risalgono al sec. 12; non si hanno invece tracce di letture farcite prima del sec. xi. All'inizio la f. non è altro che una parafrasi, un'amplificazione del testo sacro; a poco a poco vi s'introducono cose aliene al concetto sacro e anche di carattere burlesco o satirico. Il Concilio di Trento, insieme con i tropi a le sequenze, soppresse le letture farcite. Nel senso moderno la farsa è diventata principalmente una commediata che può andare fino alla trivialita. Il passaggio del termine dall'uso ecclesiastico al teatro profano può essere avvenuto nel sec. xur o poco prima. Per opera dai "clercs de la Beauche", addetti alle scritture presso i Parlamenti di Parigi a altre cittr, si sviluppò l'uso di contaminare a scopo d'ilarità il latino con parole volgari; la "farce" fu uno dei tanti tipi di "Joux" e "biblioux" che rimasero in voga sotto vari nomi fino ai nostri giorni. Il teatro comico francese in cui prevalse questo genere e dal quale passò in altri paesi, deve ancora molto alla "farce" nel suo più alto esponente Molière, il quale iniziò la sua brillante carriera appunto con delle "farces". Dalla fine del sec. xv con la celebre Farce de l'avocat Pathelin al sec. xx con i novales (De a le "riviste" si può dire che lo spirito della farsa è rimorso sempre vivo.

Bial.: Per la f. nel senso ecclesiastico v.la bibl. di tropi e sequenze. Per la farsa nel senso comico e testrale: A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, Firenze 1891; R. Lanson, Histoire de la littérature française, Parigi 1910; R. Doumic, Histoire de la littérature française, ivi 1911. Pietro Thomas

FARDELLA, Michelangelo. - Filosofo, n. a Trepani nel 1650 , m. a Napoli il a genn. 1718. Fu in Messina a contatto con G. A. Borelli, a Parigi durante tre anni frequentò gli ambienti cartesiani; insegnò a Roma a a Modena, finché nel 1693 fu chiamato all'Università di Padova. Nel 1691 pubblicò a Venezia una Logica (Universae philosophiae systema, tomus I); nel '95 un trattato di matematica; nel '98 la sua opera maggiore Antinue humane natura ab Augustino detecta (Venezia 1698). Scritti minori, specialmente polemici, uscirono nella Galleria di Minerva. Nel 1709 andò a insegnare a Barcellona; rientrò a Napoli nel 1718.

Pensatore discrdinato ed incerto, ebbe tuttavia fama assai diffusa; fu in corrispondenza con Leibniz, con la
cui dottrina delle monadi sembra incontrarsi; non fu ignoto al Berkeley, al cui immaterialismo sembrò avvicinarsi. In realtà il suo merito principale fu di aver contribuito a diffondere in Italia la conoscenza del cartesianesimo, consentendolo con la tradizione apostoliana e ponendolo in relazione con certi temi dell'indagine scientifica galileiana. A proposito dello scortento problema del rapporto fra estensione e pensiero egli sembrò orientarsi nel senso di Malebranche, mettendo in dubbio la realtà di una estensione materiale, di un mondo di oggetti esterni. Anzi, seppure in forma dubitativa, così da meritare da Berkeley l'accusa di scetticismo, egli venne domandandosi perché mai Dio, che poteva direttamente operare sull'anima, avrebbe dovuto, poco economicamente (entia non sunt proeter necessitatem multiplicanda), ricorrere all'intermediario della materia, la cui funzione non si riesce a giustificare e la cui azione diretta sull'anima appare incomprensibile. Se saggi a allucinazioni sono continue prove che l'uomo può aver impressioni senza che sussistano oggetti corrispondenti, "perché non potrebbe darsi che, pur non essendo mai esistito il sole, l'occhio tuttavia veda il sole come realmente presente? ". Dopo aver discusso nella Logica la realtà della materia, nel trattato Sull'anima egli venne dimostrando su basi agostiniane la spiritualità dell'anima ed il valore dell'interiorità, buttando fra l'altro sul tema dell'illuminazione. L'opera, che è in gran parte occupata dall'essere del De quonitate animae, del De immortalitate animae, e del X libro del De Trinitate di s. Agostino, è ricca di un vivo senso dell'esperienza interiore, ove vengono armonizzandosi nella tradizione agostiniana i temi fecondi della meditazione cartesiano-malebranchiana.

Bibl.: Giornale dei letterati d'Italia, Venezia 1719, t. 32, art. XIII, p. 495 sgg.; R. Wernet, Die Cartezial-Malebrauchssche Phil. in Italien: M. A. F., (Streungeber. der phil.-klit. Cittce der Ab. d. Wissenschaften, 103), Vienna 1883; G. Candio, M. F., Padova 1904; G. Maugain, Études sur l'évolution intellectuelle de l'Italie de 1637 à 1730 environ. Parigi 1909; L. Berthé de Beaucèle, Les carrèziens d'Italie, ivi 1920; E. Garin, M. F., in Giornale critico della filos. ital., 14 (1923), pp. 395-408.

Eugenio Garin
FARE, Anne-Louis-Henri de la. - Cardinale, n. il 4 nov. 1752 a Lugon (Vandea), m. il 10 dic. 1829 a Parigi. Di antichissima famiglia della bassa Linguaiboca, studio alla Barbona. Vicario generale della diocesi di Digione nel 1778, vescovo di Nancy nel 1787, fu eletto due anni dopo deputato del clero agli Stati Generali. Costituitisi gli Stati in Assemblea Nazionale, egli si oppose in ogni modo alle riforme ecclesiastiche volute dalla maggioranza.

Durante la discussione sulla soppressione degli ordini religiosi, il F. intuil gli scopi di tale misura e presentd il 13 febbr. 1790 una mozione, perché fosse emesso un decreto che riconoscesse la religione cattolica religione dello Stato. La richiesta incontrd l'opposizione dell'Assemblea. Tuttavia il vescovo di Nancy continuò atrenosamente nella lotta. Oltre a prendere varie volte la parola, sostenne in un suo scritto l'incompetenza del corpo legislativo di provvedere in materia ecclesiastica senza il consenso della S. Sede (Quelle doit être l'influence de l'Assemblée Nationale de France sur les matières ecclésiastiques et religieuses, Parigi 1790). Costretto ad abbandonare la Francia, si recò a Vienna, dove curò gli interessi degli emigrati presso la corte austriaca. Risortato in Francia nel 1814, divenne primo elemosiniere della duchessa d'Angoulême. Arcivescovo di Sens nel 1817, paci di Francia nel 1822, fu creato nel Concistoro dal 16 maggio 1823 cardinale da Pio VII.

Bibl.: G. Moroni, Dic. di erudizione storico-ecclesiaatica, XXIII, pp. 189-81; A. Robert-G. Cougny, Dictionnaire des antlemontaires français, II, Parigi 1890, pp. 399-600; A. Mathiez, Rome et le clergé françois sous la Constitucnte, ivi 1911, pp. 187-89.

Série Farlard
FAREL, Guillaume. - N. a Gap nel 1489, m. a Neuchâtel il 13 sett. 1565 . Studiò a Parigi, dove attratto dal riformatore Le Fèvre ( 1509 ), si mise in contatto con la comunità luterana sorta a Mesux

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(La J. Silvater, L'impatide abbatio di f., Roma. 1811)

FARfa, badia di - Abbazie di F. e di S. Salvatore. Prima e procedimenti nel sec. xv11. Incizione in rame di Francesco Busi d'Urbino.
e della quale più tardi ( 1523 ) fece parte. Riuscito inutile un tentativo di riforma a Meaux, si diede a fare il predicatore gizovago.

A Basilea (febbr. 1524), sostenuto da Ecolampadio, tenne una pubblica disputa; invitato ad andar via per aver attaccato Erasmo, passo a Montbéliard, a Strasburgo, a Berna. Nel 1532 predica in Savoia; di là passa a Ginevra, dove s'incontra con Calvino. Nel 1538 è expulso insieme a Calvino da Ginevra, a si stabilisce come ministro del nuovo culto a Neuchâtel. A mano a mano che Calvino sale sulla scena delle vicende religiose e politiche, il F. perde importanza. Nel 1538 sposa una vedova, Maria Torel, rifugiatasi a Neuchâtel per motivi religiosi.

Ebbe una vita tormentosissima e agitata. Carattere impulsivo e violento, come io dissero gli stessi amici, fu il capo della "riforma" nella Svizzera prima di Calvino. Non fu un teologo, né hanno alcuna importanza le sue tesi dogmatiche che rispecchiano i luoghi comuni della controversia protestante.

Biel.: A. L. Herminiard, Correspondance des réformateurs dans les pays de langue frangière, a voll., Ginevra 1878-97; autori vari, G. F. (1489-1561), Neuchâtel 1020; R. N. Carcw Hunt, Calvino, trad. it., Bari 1036, v. indice; L. Febvre, Le problème de l'invayance au XVI e siècle. La religion de Rabalais, Parigi 1947, v. indice.

Gennaro Auletts
FARFA, badia di. - Diocesi di Sabina, provincia di Rieti, comune di Fara Sabina. Il monastero é canonicamente unito a quello di S. Paolo in Roma, che vi tiene alcuni monaci.

La badia sorse sul fianco nord-est del Monte Motilla (ora S. Martino) in un fondo detto Acuziano. Presso la cima del monte sono le rovine di un romitaggio, tracce di edifici romani (un mattone col bolla Caesaris Germanici ci riconduce al sec. 1) * una cripta con un affresco cristiano probabilmente del sec. v. Anche la badia sorge su svanzi di edifici romani. La tradizione assegna la fondazione della chiesa di F. ad un s. Lorenzo venuto dall'Oriente nel sec. v. L'invasione longobarda avrebbe tutto travolto. Solo agli inizi del sec. viri il savoiardo pellegrino s. Tommaso di Moriana si stabili a F. e vi fondo un monastero, grazie alla benevolenza di Famaldo II duca di Spoleto. S. Tommaso mori nel 720. Sotto i suoi successori la badia rapidamente prosperò, sotto la successiva tutela dei re longobardi e carolingi. Nel colmo del suo
splendore edilizio e della sua potenza terriera la badia fu assalita e occupata dal Saraceni ( 898 ) e andò in rovina. I monaci si rifugiarono nei loro possessi delle Marche, dove fondarono il monastero di S. Vittoria sul Matenano. Passato il pericolo saraceno, i monaci tornarono a F. e ne iniziarono la ricostruzione; ma per tutto il sec. 2 si trovarono in tristissime condizioni materiali e spirituali. Un vero rifiorire si ebbe col governo dell'abate Ugo ( 997-1038 ), vigoroso amministratore, che introdusse nel monastero l'osservanza clunjacense. Gli imperatori germanici non furono da meno di quelli franchi nella protezione di F.; e la badia finl per essere un feudo ecclesiastico imperiale, con tutti i vantaggi a tutti gli oneri di tale situazione politica. Il 6 luglio 1060 Niccolò II consacrò la nuova basilica. Ma, scoppiata la lotta per le investiture, F. partecipò per l'Imperatore, attirandosi le ire di Gregorio VII e di Pasquale II. Invece l'abate Adinolfo, poi cardinale (1125-44), amico di s. Bernardo e del Cistercensi, ebbe molto a soffrire per la sua fedeltà ad Innocenzo II. A F. riparò e fu consacrato papa Eugenio III profugo da Roma. Nel sece. XII-xiv si ha una crescente decadenza sia spirituale che economica. La trasformazione dell'economia avvenuta in guai tempi, le incessanti guerre e guerriglie, gli interminabili processi, le usurpazioni di potenti vicini, il fiscalismo eccessivo della Curia avignonese, abati inerti o indegni, furono fatali anche alla vita monastica. Nel 1400 Bonifacio IX dà la badia in commenda al nipote card. F. 'l'omacelli, già cistercense. Egli allontano i pochi monaci e mise al loro posto una colonia di monaci tedeschi venuti da Subiaco. I successivi commendatari furono per lo più cardinali delle grandi famiglie papali, Orsini, Farnese, Barberini, ecc. La chiesa, prima restaurata, fu totalmente rifatta con altro orientamento e consacrata nel 1496 . Nel 1567 F. fu unita alla Congregazione cassinese; il territorio della badia aveva per suo Ordinario il commendatario, mentre la comunità monastica era governata da un abate triennale eletto dal Capitolo generale della congregazione. I monaci erano del tutto estranei agli affari della prelatura, attendevano alla loro osservanza in una vita calma, ma piuttosto scialba. Le cose andarono cosi fino all'invasione francesa ( 1798 ) che
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FARPA, BADIA di - Intenno della chiesa dell'abbazia, affatto nei secc. XVI e XVII; le colonne provengono dalla chiesa del sec. XII.

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pose, di fatto, fine alla vita monastica in F. Pio VII nel 1808 ne assegnó il patrimonio alla procura generale della Congregazione cassinese. Nel 1842 fu soppressa la commenda e la diocesi e il territorio di F. is incorporato, parte nella diocesi di Sabina, parte in quella di Poggio Mirteto. La soppressione italiana nel 1860 diede il tracollo anche al patrimonio della procura. Tra i custodi del venerando santuario mariano fu quel d. Placido Riccardi, monaco di S. Paolo, di cui recentemente furono proclamate le virtú eroiche.

Degli edifici del periodo longobardo quasi nulla più rimane. Di quelli del sec. xr restano cospicui avansi, tra cui notevoli affreschi. Le fabbriche attuali sono quasi tutte posteriori alla metó del sec. xv. La chiesa ha un certo numero di buone opere d'arte.

Lo studio archeologico di F. fu compiuto con grande diligenza ed scume da P. Markthaler, a cui la morte immutata non permise di pubblicare tutti gli importanti risultati. Resta però un suo ampio articolo Sulle recenti scoperte nell'rabbazia imperiale di F., in Rivista di arch. crit., 3 (1928), pp. 37-89.

Presso l'abbazia di F. fiori anche, ad opera dei monaci, un operoso centro scrittorio. I primi indizi, desunti dal Chronicon Farfense, risalgono al sec. viri; nel sec. xi il Sacramentarium Sublacense ne dà notizia diretta. I codici superstiti, oltre 20, divisi in massima parte fra la Biblioteca Vaticana, la Nazionale, la Casanatense e la Vallicelliana di Roma, e l'Eton College in Inghilterra, mostrano le caratteristiche della scuola, assai vicino al tipo di scrittura noto sotto il nome di - minuscula romanesca e. Rimangono tuttavia da studiare alcune forme particolari (soprattutto nei legamenti et, st, ri ecc.) e gli influssi che hanno agito sulla formazione del a tipo di F.

Di pari passo con la scuola scrittoria sorse e si accrebbe la biblioteca abbaziale, che raggiunse il suo massimo sviluppo nel sec. xI, ai tempi dell'abate Ugo e poi di Berardo I, quando operò a F. Gregorio di Catino. Le dolorose vicende cui fu soggetto il monastero ne determinarono in seguito la dispersione, quasi totale. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: Gregorio da Catino, monaco di F. (ro63-1133 ca.) ha il grande merito di averci tramandato il materiale archivistico di F. Il suo Regesto è stato colto in 5 voll. da I. Giorgi e U. Balzani, Roma 1914; le altre fonti in MGH. Scriptores, XI, Hannover 1894.: I. Schuster, Spigelatore farfensi, in Rivista storica benedettina, 2 (1907), pp. 402-15; 581-87; 4 (1909), pp. 587-96 ; 5 (1910), pp. 42-88; id., Reliquie d'arte nella badia imperiale di F., in Archivio della Società romana di storia patria, 14 (1911), pp. 269-320; G. Zuccherri, Liber largitarius vel notarius, monasterii Phosphensis, in Regesta Caritatum Iulian, I. II. Roma 1913; I. Schuster, L'imperiale abbazia di F., ivi 1921; Catinema, I, coll. 1107-1109; V. Toderici, L'origine del monastero di S. Vincenzo secondo il profuso di Astperio e il - libellon constructionis farfensis -, estr. da Studi di storia e diritto in onore di Carlo Catino, III, Milano 1940; B. Trifano, Come si è ricostituito la biblioteca di F., in Arch. Dep. voc. romana st. patria, 69 (1946), p. 91 sge.

Bonifacio Borghini
FARGES, Albert. - Filosofo neoscolastico sulpiziano, n. nel 1848 a Beaulieu, m. il 9 giugno 1926. Insegnò nei Seminari di Bruges e di Nantes, passò quindi alla direzione del Seminario di S. Sulpizio e dell'Istituto cattolico di Parigi ed infine del Seminario dell'Istituto cattolico di Angers.

Attese alla restaurazione del tomismo e alla confutazione delle teorie avversarie specialmente con la serie Etudes philosophiques pour vulgariser les théories d'Aristote et de st. Thamas et leur accord avec les sciences: I. Théorie fondamentale de l'acte et la puissance (Parigi 1890); II. Matière et forme (ivi 1890); III. La vie et l'évolution des espèces (ivi 1890); IV. Le cerveau, l'âme et ses facultés (ivi 1890); V. L'objectivité de la perception des sens externes (ivi 1885); VI. L'idée du continu (ivi 1892); VII. L'idée de Dieu (ivi 1894); VIII. La liberté et le devoir (ivi 1902); IX. La crise de la certitude (ivi 1907); opera
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FARFA, bABIA di - Madonna a Bambino. Scultura in legno del sec. xvi - Abbazia di F.
encomista dall'Académie française a da Leone XIII. Insieme con D. Barbedette, anch'egli sulpiziano, pubblicò in francese e in latino il compendio Philosophie scholastica, che ebbe numerosissime edizioni. Il F. forn inoltre molti articoli agli Annales de la philosophie chrétienne, Revue de philosophie, Revue thomatique, e si occupò della filosofia di Carrasio e del Bergson. Sui fatti mistici pubblicò: Les phénomènes mystiques, distingués de leurs contrefugons humaines et diaboliques, Parigi 1921.

Bibl.: Necrologio, in Rev. des sciences philos. et théol., 4 (1926), p. 622.

Amato Masmavo
FARGO, diOCEXI di. - Città dello Stato di North Dakota, negli Stati Uniti d'America e sede di diocesi suffraganea di S. Paolo di Minnesota, comprendente 30 contec nell'cat dello stesso Stato e cioè un tertittorio di 90.750 kmq . ca.

Nel 1948 su una popolazione di 408.873 ab. vi erano 74.539 cattolici, di cui 6534 indiani, ripartiti in 112 parrocchie a stazioni, sotto la direzione di 150 sacerdoti tra i quali 19 religiosi, con 18 High Schools frequentate da 2341 elunni e 23 scuole elementari con 3263 scolari. Nel 1946 si ebbero 316 conversioni. In diocesi vi sono pure quattro comunità di religiosi (di cui un'abbazia benedettina a Richardson) e 12 di religiose.

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L'attuale diocesi fu eretta il 12 nov. 1889 con sede a Jamestown, trasferita a F. il 24 maggio 1897. Allora comprendeva tutto il North Dakota. Il 31 dic. 1909 Pio X smembrava quel territorio per erigere la diocesi di Bismarck (v.).

BibL.: J. Shanley, s. v. in Cath. Euc., V. p. 786 sgg.; Leonis XIII., Acta, IX, p. 249 e XVII, p. 77; The official italiclle directory for 1947, Nuovo Tark 1047, parte 2^{°}, pp. 446-52. Cerrado Morin

FARHAT, Germano. - Arcivescovo, n. in Aleppo il 20 nov. 1670 , m. ivi il 10 luglio 1732 . Studio nella scuola maronita diretta da Pietro Tolstoi, alunno del Collegio maronita di Roma. Nel 1695 entrò nel nascente Ordine antoniano maronita ma ne uscì quando sorse la questione se si dovesse avere un indirizzo contemplativo a attivo. Composto il dissidio, nel 1705, F. rientrò nell'Ordine. Superiore generale dal 1716 al 1724 , fu consacrato arcivescovo d'Aleppo nel 1725 , dove riorganizzò la Scuola maronita, in cui uomini colti insegnavano e scrivevano libri in arabo sotto la sua guida.

Tra le numerose e sverlate sue opere notiuno un dizionario arabo (Bâbeb-i'vâb); una grammatica pure araba (Baht al-Mujalib) che, più volte stampata e annotata, è rimasta in uso nelle scuole fino ai tempi nostri; presenti di eloquenza (Fasl al-Ṣiṣib), libro che, per il suo pregio, fu prima stampato dai protestanti, benché con alterazioni, quindi fu poi ristampato dall'originale nel 1867 ; il Diode, ossia raccolta di poesie sue da lui scelte, di cui esistono varie edizioni.

Bibl.: G. Mansâ, in al-Mafria, 7 (1904), pp. 49-56, 103-11 a 210-19; G. Deba, Tâ'vîh Sâvifah, VIII, Beirut 1902, p. 942 sgg.; F. Taurel, Mans. G. F., directeur d'âme, in al-Mafria, 32 (1934), pp. 261-72; J. Kratschowsky, s. v. in Enciclopédie de l'Islam, Supplément, Leida-Patigi 1936, pp. 82-84. Pietro Sfair
F.A.R.I.: v. federazione associazioni ricreative italiane

FARINA, Filippo. - Generale pontificio e ministro delle Armi, n. a Ronciglione (Viterbo) nel 1795, m. a Roma il 9 luglio 1857 . Il 27 ott. 1816 entrò nel corpo dei carabinieri pontifici (gendarmerici), raggiungendo il grado di colonnello ispettore dell'arma, a molto distinguendosi specialmente dal punto di vista organizzativo ed amministrativo. Alla fine del 1848 , per non servire la Repubblica, si ritirò a vita privata, finché nel luglio 1849 rientrò in servizio, facendo parte della Commissione fraternomoroficia preposta alla riorganizzazione dell'esercito. Per i suoi meriti fu nominato sostituto del ministro delle Armi il 24 febbr. 1851, pro-ministro nell'ag. dello stesso anno, e generale di brigata il 5 luglio 1853 .

Al F. risale il merito della ricostituzione dell'Istituto dei Cadetti, buona scuola di reclutamento per sottotenenti delle varie armi, a quello d'aver contribuito al formarzi di ottimi quadri di ufficiali sia indigeni che esteri, quadri di cui si valsero tanto il De Merode e il De Lamoriciere, quanto il Kanzler. A giusta ragione, quindi, Pio IX gli affidò il 1^{°} dic. 1854 l'intera responsabilità del dicastero delle Armi, annoverandolo nel marzo 1855 fra i suoi camerieri segreti di cappa e spada.

Bibl.: A. Vigevano, La fine dell'esercito pontificio, Roma 1920, pp. 2-9; F. Della Torre, L'anno di Menzana, Torino 1938, pp. 48, 49; id., Materiali per una storia dell' erretio pontificio, in Rasi, stor. del Rîsorg., 28 (1941, 1), pp. 37, 38 dell'estratto. Paolo Dalla Torre

FARINA, Salvatore. - Romanziere sardo, n. a Sorso il 19 genn. 1846, m. a Milano il 15 dic. 1918. Mentre dirigeva la Gazzetta musicale della Casa Ricordi, un suo romanzo, Il tesoro di Domina (Milano 1873), gli procurò la collaborazione alla Nuova antologia.

Da allora novelle e romanzi si seguirono quasi ininterrottamente su quella rassegna a uscirono poi in volumi presso vari editori; e la sua fama, superiore ai meriti, varcò i confini della patria. Seppe il F. cegliere la realtà della vita borghese. Si è pensato al mondo e all'arte di Carlo Dickens; in realta il F. ha più affinità con altri scrittori nostri, come il De Amicis e il Barzil. Nei suoi scritti notevole è l'arte di saper toccare le corde del cuore (Mio figlio !, Milano 1879, che è il suo capolavoro, può veramente dirsi una «piccola, ma eterna scoppa della famiglia:), ma vi è neconta il senso cristiano della vita. Ha lasciato una specie di autobiografia, La mia giornata (Torino 1910).

Bibl.: V. Dondi, Un romanziere dimenticato: S. F., Pas 1921; S. Croce, Letteratura della nuova Italia, I, Bari 1922, pp. 192-99; A. Balestruzzi, Il romanzo di S. F., Pavia 1932; S. F., a cura di F. Addis, Sessari 1942.

Massueto Lombardi-Latti
FARINACCI, Prospero. - Penalista italiano, n. a Roma il 30 ott. 1554 , m. ivi il 30 ott. 1616 . Studiò diritto all'Università di Padova e ivi si addottorò rivelando fin da studente avuto senso del diritto e abilità particolare nella dialettica forense. Al suo nome e a quello di Tiberio Deciani è sopratutto legata la nuova scienza del diritto criminale che, dai primi tentativi dei postglossatori, assunse a disciplina indipendente sul fondamento del diritto romano e canonico e con l'apporto delle principali disposizioni statutarie.

Nel campo della dottrina criminale il F. emerse per la grande personalità delle sue vedute unitamente ad una spiccata praticità delle medesime. Nei suoi scritti egli si manifesta conoscitore delle teoriche svolte fino a lui, alle quali egli contrappone da ultimo regolarmente la propria opinione.

Alla sistematica della scienza del diritto a della procedura penale appartiene principalmente la sua Praxis et theorica criminalis (Lione 1616), che esercitò un'influenza notevole nella legislazione penale straniera fino a tutto il sec. xviII. A lui appartengono gli altri scritti minori De haeresi, De inammitate ccelesias e De rectibus, la poderosa raccolta delle Decisiones Roma romanae, i trattati De contractibus e De ultimis voluntatibus, e le raccolte di Consilia e Decisiones. Come avvocato ebbe particolare rinamanza per la difesa da lui assunta in celebri processi come quello di Beatrice Cenci.

Bibl.: A. Allard, Histoire de la justice criminelle, Parigi 1868, pag. 480 a sgg.; C. Calisse, Storia del diritto penale italiano, Firenze 1895, pag. 171-72. Antonio Rosa

FARINI, Luigi Carlo. - Medico e statista, n. a Russi il 22 ott. 1812, m. a Quarto il 1^{°} ag. 1866. Studente di medicina e Bologna, partecipò ai moti del ' 31 ; poi, per alcuni anni, si dedicò prevalentemente alla medicina. I suoi lavori sulla pellagra, sulle febbri malariche e sulle risaie riscossero risonanza europea.

Nel 1845 ebbe parte nei fatti di Rimini (è probabilmente suo il noto proclama, invocante dal governo pontificio la riforma dell'amministrazione statale), e l'anno successivo il nuovo papa, Pio IX, lo nominò segretario generale del Ministero dell'interno, incaricandola della preparazione delle leggi sanitarie. Nel ' 48 fu in Piemonte, al campo di Carlo Alberto, con missione ufficiale; poi deputato di Russi e Ravenna e quindi direttore generale della Banca pubblica sotto il ministero Rossi. Il F. non aderì alla Repubblica romana e andò a stabilirsi a Torino, dove scrisse una Storia dello Stato romano dal 1815 al 1830 in senso liberale-moderato, ma non senza inesattezze a spunti anticleitcali. Assunta la cittadinanza sarda, fu deputato alla Camera subalpina a seguace del Cavour, che affidò a lui, diventando ministro, la direzione del Risorgimento; per entrare a sua volta nel ministero d'Azeglio, con il portafoglio della Istruzione. Dal 1852 al '59 partecipò scarsamente alla cosa pubblica, tornando ai suoi studi storici; ma il Cavour, durante la seconda guerra

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di indipendenza, lo inviò commissario del re a Modena dopo la fuga del sovrano estense. Seguito l'armistizio di Villafranca, d'accordo con il Cavour non lascio Modena, ma vi si fece proclamare dittatore, estendendo quindi i suoi poteri su tutta l'Emilia. Preporò cosi i plebisciti e l'annessione al Regno di Sardegna. Minisire dell'Interno nel 1860 , incorpora un vasto piano legislativo basato sull'autonomia regionale, che interruppe per recarsi da Napoleone III a strappargli il consenso all'occupazione delle Marche e dell'Umbria e seguire poi Vittorio Emanuale II nelle breve campagne aurunnale. Casogotenente del re a Napoli, non conseguì i risultati della sua dittatura emiliana, e preferi ritirarsi. Dopo Aspromonte venne incaricato di comporre il nuovo governo, ma vi reste poco, per la salute ormai scossa : nel marzo del 1863 cedette il potere ai Minghetti, e dopo oltre 3 anni di sofferenze spirò appene cinquantaquattrenne. Il suo epistolario venne pubblicato a cura di L. Rava.

Bull.: V. Borsczio, L. C. F., Torino 1861; G. Badiali, L. C. F., Ravenna 1878; G. Silingerdi, L. C. F. a Modena, Modena 1881; L. Mamedoglio, L. C. F. medica, Verona 1912; id. e L. Rava, Le gicoltazze di un dittatore: L. C. F., Roma 1914. Per la bibl. più recente G. Prezzelini, Repertorio bibliografico... dal 17.73 al 19.77, I, NuovaYoría 1946, p. 231; II, lei 1948, p. 320. Ranco U. Montini

FARISEL. - In greco (bapiosio, dall'aramaico Pērtsetia, aggettivo plurale che significa "divisi", "separati". Sembra che con tale nome i f. fossero designati dai loro avversari, giacché essi si chiamavano "compagni "o "santi ".
I. Storia. - Flavio Giuseppe afferma che essi, insieme ai sadducei e agli esseni, hanno origini molto antiche, sebbene li nomini per la prima volta al tempo di Gionata Maccabeo ( 161 -143 a. C.). In realtà l'origine delle due opposte correnti dei f. e dei sadducei deve essere ricercata nel periodo in cui si diffuse l'ellenismo, e quindi si può risalire quasi ai tempi di Eadra. L'ellenismo diffuse nel giudaismo indipendenza di idee e rilassatezza di costumi, scardinandone lo spirito religioso e la fedeltà alla tradizione. I primi a cedere per opportunismo alle nuove idee furono la classi aristocratiche, fra cui principalmente le famiglie dell'alto clero (v. sadducet), mentre per reazione si formava una opposta corrente di coloro "che si separarono dai "popoli delle terre" per la legge di Dio... che venivano per promettere e giurare di camminare nella legge di Dio... per custodire e fare tutti i comandamenti di Jabweis" (Neb. 10, 28 sg.). Si può vedere in questa testimonianza l'inizio della corrente fariseica, senza per altro poter concludere che si trattasse per allora di una fazione vera e propria. Come tale invece appaiono ai primi tempi dei Maccabei gli asidei (aì áaı̌̌aĩoı), cioè "piì" (ebr. bāatdhim, i quali in realtà sono sostanzialmente uguali ai posteriori f. Essi costituirono la forza principale su cui i Maccabei poterono contare per la liberazione del popolo dal dominio straniero (cf. I Mach. 2, 42; 7, 12; II Mach. 14, 6). Ma ben presto gli Asmonei, discendenti dai Maccabei, si trovarono in opposizione con i f. continuatori degli asidei. La tensione con le due correnti cominciò sotto Gionata, quando questi nel 193 ottenne dal re di Siria Demetrio il sommo accorduzio. Giovanni Ircano, figlio di Simone e già discepolo dei f., la ruppe decisamente con essi a passo alla corrente sadducea. Suo figlio, il re Alessandro Ianneo, perseguitò aspramente i f., ma prossimo a morire raccomandò alla moglie, la regina Alessandra (che regnò per 9 anni dopo la morte del marito), di accordarsi con i f. per conciliarsi la benevolenza del popolo presso il quale essi avevano gran potere. Nella lotte tra Ircano II ed

Aristobulo II i f. parteggiarono per il primo. Nel periodo successivo, fino alla catastrofe del 70 d. C., le due correnti continuarono la loro attività, i sadducei dominando nel Templo e nella vita politica, i f. al contrario conquistando sempre più il favore del popolo, soprattutto per opera dei dottori della Legge o scribi, che appartenevano nella stragrande maggioranza alla loro setta. Il popolo infatti era portato a vedere nei f. i genuini difensori delle sue tradizioni, e per conseguenza della sua nazionalità ed indipendenza. I f. soli sopravvissero alla catastrofe del 70 e da allora in poi l'ebraismo fu improntato ai canoni del fariseismo.
II. Dottrina. - Sorti in opposizione al dilagare delle innovazioni ellenistiche, cosi contrarie allo spirito giudalco, i f. compresero che l'arma più efficace per questa lotta era la difesa della tradizione e dei costumi del popolo: occorreva canonizzare questa "tradizione", svilupparla, attribuire ad essa un valore uguale a forse anche superiore alla stessa Tërāh, che troppo si prestava ad essere interpretata in favore dei simpatizzanti per l'ellenismo ( 55 peggior cosa andar contro alle parole degli scribi che alle parole della Tērah»: Sanhedhrin, XI, 3). Questa "tradizione dei padri", na:śpav 8ıa8oyh, imposta come norma indesegabile, doveva salvare il genuino ebraismo da ogni degenerazione, mantenendo integralmente lo spirito nazionale giudalco. A questo compito si dedicò il fariseismo, spingendo agli estremi la sua legislazione normativa, che verteva su tre argomenti principali: la purità legale, il pagamento delle decine ed il riposo sabbatico. Sono note le meticolosità a cui si arrivò in questi argomenti, fino alla notissima vertenza se fosse lecito o ne mangiare un uovo fatto dalla gallina nel giorno di sabato. Gesù definl questa "tradizione" δ ι δ α π α α λ i α ς èvтáà μ α τ α àv δ ρ \dot{α} σ ι α α (Mt. 15, 9; Mc. 7, 7) e disse ai f.; "Trasgredite il precetto di Dio per la tradizione vostra" (Mt. 15, 3. 6; Mc. 7, 9). Siffatto atteggiamento conciliò ai f. la benevolenza del popolo, che anche nelle controversie religiose e liturgiche seguiva sempre il loro parere. Essi dominavano le plebi, e nel sinedrio (v.), sebbene fossero in minotanza, la loro volontà spesso prevaleva perché sostenuta dal favore del popolo. Sotto l'aspetto dottrinale i f., in opposizione ai sadducei, sostenevano la resurrezione della carne ed una certa conciliazione tra l'azione divina e quella umana, nel senso che la prima congera ed aiuta la seconda. Nei giudizi erano inclini alla clemenza, contrariamente alla severità dei sadducei. Anche in materia liturgica dimostrirano dai sadducei, p. es., nello stabilire il giorno dell'offerta del manipolo e conseguentemente il giorno della Pentecoste, come pure su alcune cerimonie nella festa del hippōr e dei Tabernacoli e persino sull'ora del sacrificio dell'agnello pasquale. Che i f. abbiamo costituito un ceto chiuso, una specie di corporazione, si può ricavare dai nomi con cui sono designati : euvavavrh (usato per indicare gli asidei, I Mach. 2, 42), euvvavya (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., I, 110); inoltre dal fatto che si chiamavano tra di loro "compagni", bā̄hērim, mentre "compagnia", bā̄hēridih, era il nome della loro setta. Flavio Giuseppe ne fissa il numero a ca. Siooo al tempo del re Alessandro Ianneo (Antiq. Iud., XIII, 383) e ad oltre 6000 al tempo di Erode il Grande (Antiq. Iud., XVII, 42). Chiunque non era f., fosse pur membro dell'alto clero o dell'infima plebe, apparteneva al profano e popolo della terra " ed era riguardato con disprezzo dai f., conviati di essere i soli difensori della Legge e della tradizione. Che non tutti i f. fossero in buona fede è supposto dal Talmud che enumera sette tipi di f. di cui solo l'ultimo merito lode (Sābāh, 22 b, bar.). Gesù inveì severamente contro i f. ed il cap. 23 di Nattos è una formale accusa contro di loro: tuttavia Gesù si riferiva più alla loro condotta pratica che alle loro dottrine, giacché ebbe a dire in proposito: "Sulla cattezza di Moos si sedettero gli scribi ed i f. Perciò tutte quante le cose che vi dicano, fate ed osservate, ma conforme alle opere loro non fate" (Mt. 23, 2. 3).

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BibL.: Fonte principalissima a Flavio Giuseppe che in pló luoghi parla del f. i i passi relativi furono raccolti da B. Niese: in particolare de notare: Autle. Jud., XIII, 171-72, 177, 288-98,372,373,376,380,383,401 ; XVII, 41-45; XVIII, 11-17; XX, 199; Sell. Jud., I, 110; II, 162-66. Oltre agli articoli nelle principali enciclopedie, cf. : D. Clerico, Le sotte del pindarino, Bagnacavallo 1913: A. T. Robertson, The pharices and Tems, Nuova York 1920; L. Finlalsmin, The pharices, their origin and their philosophy, in Harvard Theol. Review, 21 (1929), pp. 183-261; M.-J. Lagrange, Le Toddimo avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 268-306; W. Foerster, Der Ursprung des Pharisäismus, in Zeit. f. aeut. Wiss., 34 (1933), pp. 35 51; G. Raciotti, Scuola d'Israele, II, 3^{°} ed., Torino 1947, passim; id., Vita di Gesù Cristo, 12 ed., Roma 1949, 83 28-41. Giuseppe Rieciotti
FARMACISTA. - Il f., naturale collaboratore del medico (v.), ha in comune con lui, sebbene in sottordine, la nobiltà e l'importanza della missione. Anche la professione del f. è perciò gravida di molte responsabilità, specialmente oggi, dato che la principale attività del f. non è più, come in passato, quella di attendere, nel suo modesto laboratorio, alla preparazione dei medicinali, ma quella di farsi rivenditore d'una colluvie di specialità e di prodotti brevettati che l'industria farmaceutica mette in commercio.

Si pongono perciò al f. due quesiti morali: è lecito sostituire le specialità con altri prodotti pari di sua fabbricazione? e come deve regolarsi circa la pubblicità?

In merito al primo, la giustizia vieta l'imitazione fraudolenta del prodotto e la sua introduzione in commercio con il termine brevettato. Una tale controffazione è anche punibile a termini di legge (cf. Cod. pen., artt. 473474). La sostituzione invece delle specialità con prodotti pari, di uguale o forse maggiore efficacia corativa, non si può dire illecita, almeno quando il richiedente non presenta ricette medica ed è avvertito della sostituzione. Questa appare enzi giustificata a commendevole quando, p. es., l'alto costo della specialità indurrebbe il cliente a privarsi dell'acquisto, e quando il valore terapeutico del prodotto specializzato è dimostrato scarso o nullo. Non è infatti raro il caso di una pubblicità imprudente e facilona che, approfittando delle disposizioni psicologiche del pubblico, annunci come infallibili medicinali di poco e nessun valore corativo (cf. G. Lami, Questioni deontologiche in tema di specialitá medicinali, in Studium, 44 [1948], p. 25 sg.). Dovrebbe percio essere cura del f. esaminare la composizione dei medicinali brevettati e specializzati onde controffarne l'effettiva composizione.

Anche nel caso di richiesta con ricetta medica non si può dichiarare senz'altro illecita la sostituzione quando risulta che il medico non si è preoccupato tanto del nome quanto dell'efficacia del rimedio prescritto.

A riguardo della pubblicità (di quella immediatamente rivolta al pubblico), il f. deve sempre ispirarsi ad un alto senso morale. 1) Non deve quindi creare dei bisogni fittizi. 2) Non deve assolutamente permettersi la pubblicità di strumenti e di medicinali il cui uso sia moralmente illecito, come, ad es., di mezzi antifecondativi e abortivi (cf. T. U. legge di pubblica sicurezza, art. 112; R. Decreto 31 maggio 1946, n. 361, art. 2; Cod. pen., artt. 333, 335), di disinfettanti venere, di prodotti afrodisiaci, dei barbiturici, ecc. A maggior ragione gli è vietata la vendita di questi prodotti.

Applicando a questo proposito i principi morali della cooperazione, va ricordato che è sempre illecita la vendita di ciò che non può avere che un fine cattivo, mentre è discussa la liceità della vendita di strumenti che hanno una destinazione prevalentemente, ma non esclusivamente, cattiva.

E lecito invece vendere tutto cio che viene chiesto lecitamente (E. Genicot-J. Balamans, Instit. theol. mor., 14^{°} ed., I, Bruxelles 1939, n. 238). Se dubita con seria probabilità che la ricetta sia apocrifa, conformandosi anche alle disposizioni di legge (cf. T. U. leggi sanitarie, art. 155), esigerà dal cliente una carta di riconoscimento.

All'infuori della richiesta con ricetta, il f. non dovrà corrispondere al cliente prodotti nocivi o pericolosi perché, oltre all'esorbitare dalla sua competenza, si renderebbe anche connivente di eventuali abusi. Del resto, anche quando venisse richiesto di preparati per sé innocui, ma dubitasse seriamente che chi li richiede intende usarne a scopi illeciti, prima di cederli dovrà, se gli è possibile, accertarsi dell'uso e rifiutarls se questo gli risultasse disonesto. Comunque, quanto maggiore è la presunzione d'un uso cattivo, tanto più grave dev'essere anche la ragione per cooperarvi.

Deve inoltre rispettare le tariffe fissate (cf. T. U. leggi sanitarie, art. 125). Deve avvertire il cliente quando, per ignoranza o per errore, gli avesse somministrato qualcosa di nocivo e di inefficace. In qualità di collaboratore del medico deve rispettare, al pari di questo, il segreto professionale. Oggisto poi di segreto è tutto ciò che, a motivo della sua professione, il f. apprende dal medico, dalla ricetta, dall'interessato o da terzi. Queste dovere è grave anche di fronte alla legge (cf. Cod. pen., art. 622), la quale però ammette dei limiti, come, ad es., per i casi di malattia infettiva (cf. T. U. leggi sanitarie, art. 254), di tossimania (loc. cit., art. 156; T. U. leggi di pubblica sicurezza, art. 155), di procurato aborto e, in genere, di qualsiasi reato la cui conoscenza si è avuta nell'esercizio della professione sanitaria (cf. Cod. pen., art. 365), a meno che il referto esponga la persona assunta a procedura penale (Cod. pen., art. 384).

E pure obbligato alla riparazione dei danni che avesse arrecato per negligenza gravemente colpevole e che non avesse impedito, patendolo, dopo di aver posta inavvertitamente la causa.

Particolarmente delicata è la posizione del f. nel confronto del medico. La correttezza professionale e il dovere di non assumersi delle indebite responsabilità, gli impongono di non sostituirsi al medico nemmeno quando venisse espressamente richiesto dal cliente, a meno che si tratti di rimedi ordinari che non esigono particolare competenza. Dovrà procurare di accrescere la fiducia del paziente nell'opera del medico ed esortare i restii a farvi ricorso quando lo giudichi necessario ed opportuno. D'altro canto non deve stringere per affarismo con il medico contrasti illeciti.

Nei rapporti con i colleghi, dove pure si esige massima correttezza e cordialità, particolarmente deplorevoli sono due forme di alcala concorrenza: quella del ribassismo nel confronto delle tariffe stabilite, ribassismo che si attua ordinariamente con la truffa sul medicinale (peso e qualità); e quella dell'impiego di personale non qualificato sia al banco di vendita che in laboratorio.

Molte leggi (in Italia forse troppe) regolano la professione del f. Più però che la molteplicità delle norme gli gioverà un vivo senso del dovere unito a una soda formazione morale.

BibL.: J. Broughtonan, Dibustologie pharmacotique, 2^{°} ed., Bruxelles 1933; C. Masino, Deontologia farmaceutica, 2^{°} ed., Roma 1937 (con bibl.); id., Il medicinale brevettato e di sostituzione, in Studium, 33 (1931), pp. 465-69; id., La urid e in una causa, ibid., 34 (1938), pp. 352-56; id., Il f. e l'industria farmaceutica, ibid., 36 (1935), pp. 590-93; id., Autorità sindacale, ibid., 36 (1940), pp. 273-75; id., Abstivismo, ibid., 36 (1940), pp. 412 415; id., Ancora in un grave guestio, ibid., 38 (1942), pp. 270 273; Raccolta di leggi sanitarie, Roma 1942; Teste unico delle leggi di pubblica sicurezza, ivi 1948.

Luigi Morstabilini
FARMACOLOGIA. - La parola, introdotta nel vocabolario medico nel 1600 , nella sua etimologia significa studio dei farmaci (medicamenti e veleni) e in principio si confuse con la terapia medicamentosa. Con il progresso delle conoscenze, soprattutto con l'individuarsi della fisiologia, della chimica, o in ultima della chimica fisica, il compito della f. si è andato a sua volta definendo a oggi si intende per f. la scienza biologica che studia i farmaci, intesi

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come sostanze chimicamente definite, capaci di determinare una variazione funzionale attraverso una modificazione chimica o chimico-fisica del protoplasma cellulare (non quindi atroverso una modificazione fisica). Lo scopo e il compito della f. meglio si apprezzano confrontandoli con quelli della fisiologia. Sostanze chimicamente definite si adoperano in fisiologia con lo scopo di studiare le modificazioni funzionali, e in questo senso Cl . Bernard ha coniato (1856) la significativa espressione che medicamenti e veleni sono, nelle mani del fisiologo sperimentatore, e veri reattivi della vita \%. Ma per la f. le modificazioni funzionali non sono lo scopo dell'indagine, ma il mezzo: si studiano le variazioni funzionali come mezzo per giudicare delle variazioni chimiche a chimicofisiche che hanno prodotto quelle variazioni funzionali. In questo senso le variazioni funzionali sono state felicemente paragonate dal Sabbatani al variare del colore degli indicetori nella chimica.

Vero a che il farmaco quale io si conosce, nei suoi caratteri chimici e chimicofisici, non sempre resta immodificato quando va a contatto del sangue a del tessuti; quindi compito della f. è studiare anche come il farmaco si modifica nell'organismo. Scopo della f. come scienza biologica sarebbe di arrivare, attraverso lo studio dell'ativita di sostanze e costituzione chimica nota, sine a conoscere struttura e dinamismo del protoplasma, cioè a generare il meccanismo della vita. Trattanto, più modestamente, la f. serve a dare base scientifica (sottraendola all'empirismo) alla terapia con mezzi chimici (distinta dalla terapia fisica a da altre forme di terapia).

Da un punto di vista concettuale si può osservare che la definizione che si è data di f. ha valore solo se si ammette l'indipendenza della chimica di fronte alla fisica. Se la chimica si riducesse a fisica, la definizione dovrebbe modificarsi. Ma ricordando che è la scala di osservazione che crea (o delimita?) il fenomeno, e che la f., come la chimica, è una scienza del macroscopico, la ragion d'essere della f. è la stessa di quella della chimica.

E chiaro che la f. si vale dell'esperimento sugli esseri vivi e su parti sopravviventi. Esperienze farmacologiche si eseguiscono quindi su piante (sono piante i microrganismi sui quali si provano i disinfettanti e alcuni chemioterapici), su protozoi e su animali di ogni tipo, classe e specie. Ogni specie serve a mettere a contatto il farmaco con la cellula viva; ma mentre il vivente unicellulare si pone a contatto con il farmaco attraverso tutte la superficie del corpo, nel metazoo, per arrestarci agli animali, ci sono vie di introduzione dei farmaci, naturali o artificiali.

Cellule isolate dei metazoi come i globuli rossi e organi sopravviventi (cuore, occhio di rana) sono a lor volta ottimi reattivi per la ricerca biologica dei farmaci, i quali su substrati relativamente piccoli possono agire a dosi proporzionalmente piccolissime servendo cosi a stabilire la natura e la dose del farmaco adoperato (ricerca e dosaggle biologico del farmaci). Concetto fondamentale in f. è quello di dose: «è la dose che fa il veleno»; perché una sostanza qualsiasi può, a seconda della quantita, essere alimenta, farmaco, veleno. Come esempio può servire il cloruro sodico che normalmente prende parte al ricambio, la cui mancanz