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servendo cosi a stabilire la natura e la dose del farmaco adoperato (ricerca e dosaggle biologico del farmaci). Concetto fondamentale in f. è quello di dose: «è la dose che fa il veleno»; perché una sostanza qualsiasi può, a seconda della quantita, essere alimenta, farmaco, veleno. Come esempio può servire il cloruro sodico che normalmente prende parte al ricambio, la cui mancanza negli alimenti è risentita, con il bisogno di introdurlo, e del quale è pur nota una quantita che è letale. Ma il concetto deve esserelo in ultima quello di un rapporto fra il peso vivo sul quale il farmaco agisce, e il peso del farmaco, non deve trarre in inganno il fatto che pesi estremamente piccoli di farmaco agiscano su pesi vivi proporzionatamente piccoli. E facile allora parlare di dosi minime ed è possibile che la medicina
omeopatica cerchi in questi risultati sperimentali qualche appoggio a pretesto. Ma se si tien presente il rapporto fra la quantita ponderale del farmaco attivo e il peso della materia viva sulla quale ha agito, le cosiddette dosi minime si dimostran tali solo in rapporto alla piccola quantita di materia viva (ad es., la massa di un globulo rosso), e nulla hanno in comune con le dosi (concentrazione) della omeopatia.

Si distingue la f. generale, la f. speciale, la f. terapeutica. La generale tratta di ciò che è comune ai farmaci, indipendentemente dalla loro azione elettiva a specifica: assorbimento, modificazioni che subiscono nell'organismo, distribuzione, eliminazione, condizioni e fattori che ne modificano l'azione. La speciale tratta dell'azione dei farmaci a seconda della loro classificazione chimica. La terapeutica e ha un compito preparatorio, critico, interpretativo dalle applicazioni terapeutiche dei farmaci (Meneghetti).

Fra i progressi recenti della f. van ricordati quelli realizzati dalla chemioterapia a partire dallo Ehrlich fino alla scoperta e all'applicazione delle sostanze antibiotiche, come la penicillina e la streptomicina.

Bim. : Per la storia: S. Dale, Pharmacologia, seu manudactio ad maleritos medicam, Londra 1823, a Berma 1896. Per il concetto di f. come reattivo s. Cl. Bernard. Lezans sur les effets des substances toxiques et médicamenteuses. Parigi 1827; noace ed. (v) 1883. Per validi concetti di f. generale, E. Meneghetti, Elementi di f. e farmacoterapia. Padova 1034 e edizioni seguenti. Via le opere classiche di f. descrittira: G. Giglio, Trattato di f. e terapia. Milano 1926. Sugli orizzonti della chemoterapia, A. Fleming, Chimiosherapie, trad. freno, Parigi 1947. L'opera più vasta è l'Hanchoch der experimentellen Pharmazieleutie cominciato sotto la direzione dell'Heflier e continuato da Heubner a Schuller, Berlino 1920 sgg. con gli Espliciungon (apgiornamenti fino al 1939). Per la storia dei rapporti fra farmacia, medicina, botanica e f., A. Benedicenti, Meduti, medici e farmacisti, Milano 1924. Per la farmacoterapia degli animali domestici, E. Frohner, Lehrbuch der Arzneimittellehre für Tierärzte, Simezarda 1921. Per le dosi tossiche e letali dei farmaci sui comuni animali da esperimento, raccolto in tabelle, F. Flury e F. Zernik, Zusammenstellung der toxischen und letalen Daten für die gebrauchsleisten Gifta und Versuchsüere, in Handbuch der biologischen Arbeitssachladen, 2 sec., parte 70.

Luigi Serenin
FARNESE, FAMIGLIA. - Le sue origini non sono ben conosciute. Sembra che abbia tratto il nome, tra il sec. 22 e il xir, dal suo feudo di Castrum Fornati. Fino al Quattrocento i F. furono piccoli feudatari a servizio di diverse città, e particolarmente di Viterbo a di Orvieto.

Il più antico documento che li concerne attesta che nel 1734 Pecoriniro F. ricevette, quale rappresentante di Orvieto, il papa Adriano IV. Pietro difese quella citta contro Enrico VI, un altro Pietro ando in aiuto di Firenze, quando fu minacciata da Artigo VII. Queto fu vescovo di Orvieto nel 1300 , e nel 1309 ne consacrò il Duomo. Durante lo scisma i F. rimasero fedeli ai papi legittimi; ma sebbene favoriti da questi, conservarono la loro condizione di nobili del contado, che avevano i loro possessi nella zona del Lago di Bolsena. Con Ranuccto il Vecchio (m. intorno al 1460), i F. si trasferirono a Roma. Ranuccio fu fatto senatore nel 1417, a da Martino V e da Eugenio IV ebbe benefici e vicariati (Montalto, Latera, Canino). Con i figli di Ranuccio i F. entrarono nell'aristocresia romana: Gabriele sposò Isabella Orsini, Pier Luigi Giovannella Gestani di Sermoneta. Un figlio di Gabriele, Ranuccto, mori nella battaglia di Fornovo; da Pier Luigi nacquero Bartolomeo, che dette leggine al trono del F. di Latera (che si estinse nel 1668); Gtulla, sposata a Orsino Orsini, famosa per la sua bellezza a per la diceria dei suoi amori con Alessandro VI (sua figlia Laura sposò Piccolo della Rovere, nipote di Giulio II); Alessandro, che fu papa Paolo III (v.), Questi, prima di prendere gli Ordini, aveva avuto alcuni figli naturali, dei quali ottenne la legittimazione da Giulio II e da Leone X; Paolo e Ranuccto, che porirono in giovane eta, Costanza e Pier Luigi. Pier Luigi (m. nel 1547), dopo aver militato nell'esercito imperiale, con il quale partecipò al Sacco di Roma, fu da Paolo III,

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Farnese, famiolla - Menumento equestre ad Alessandro F. Bronzo di Francesco Mochi ( 1626 ) - Piacenza.
nel 1537, nominato gonfaloniere della Chiesa; ebbe da lui Castro e Ronciglione, e nel 1545 la signoria di Parma e Piacenza eretta in ducato. Poiché tale concessione fu fatta senza il consenso di Carlo V, allora in disaccordo con il Papa per le questioni del concilio, una congiura ordita dai nobili di Piacenza contro il nuovo duca trovò connivente il viceré di Milano. Pier Luigi fu ucciso, Piacenza occupata in nome dell'Imperatore, e Parma consegnata ad un rappresentante del Papa.

Da Pier Luigi nacquero: Vittoria, che andò sposa a Guidobaldo della Rovere duca d'Urbino; Alessandro (m. nel 1589), arcivescovo di Parma e cardinale, che a Roma costruil il Gesù, la Farnesina e la villa sul Palatino; Ranuccio (m. nel 1565), arcivescovo di Napoli e cardinale, celebrato per la vasta cultura e gl'incorrotri costumi; Orazio (m. nel 1553), duca di Castro e prefetto di Roma, che sposò Diana, figlia naturale di Enrico II, combatté per la Francia contro Carlo V e mori alla difesa di Hesdin; Ottavio (m. nel 1584), che successe al padre nel titolo ducale. Giulio III, essendosi riconciliato con Carlo V, nel 1550 fece restituire Parma a Ottavio; ma l'anno seguente, essendosi il Papa dimostrato propenso a consentire l'occupazione spagnola di Parma e Piacenza, Ottavio si alleò con la Francia. La Spagna e il Papa mossero guerra al duca, ma nel 1552 fu conclusa una tregua, e dopo la pace venne riconosciuto al duca il possesso di Parma. Più tardi (nel 1557) Ottavio risble anche Piacenza da Filippo II. Il figlio di Ottavio, Alessandro (n. nel 1545, m. nel 1592) fu al servizio del re di Spagna. Combatté a San Quintino e a Lepanto. Nominato governatore delle Fiandre, riusci con la sua abilità a spezzare l'«unione di Gand»: poiché le province del sud, cattoliche, si erano sollevate solo in difesa delle loro autonomie che Filippo II aveva voluto abolire, Alessandro ripristinò i privilegi di cui godevano sotto

Carlo V; cosi la Spagna, se perdette le province del nord, si assicurò definitivamente il dominio di quelle meridionali. Alessandro coronò la sua opera con la riconquista di Anversa (su Alessandro F. è fondamentale: L. Van Der Essen, Alexandre Ferrière prince de Parme gouvemane général des Pays-Bas, 4 voll., Bruxelles 1933-35).

Da Maria di Bargogna, nipote del re di Portogello, egli ebbe: Edoardo (m. nel 1626), vescovo di Tuscela e cardinale; Marduzerita, che andò sposa a Vincenzo i Gonzaga e, ripudiata, si fece monaca; Ranuccio I (m. nel 1622), che gli successe nel ducato. Da Ranuccio e da Margherita Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, nacquero: Maria, che fu moglie di Francesco I di Modena; Vittoria, che alla morte della sorella sposò il cognato; Francesco (m. nel 1647), cardinale; ed Edoardo (m. nel 1646), che successe al padre sul trono. Nel sec. xili i F. non ebbero più che un'importanza secondaria nella politica italiana. Ciononostante Edoardo nutri ambiziosi disegni di espansione. Nella guerra per lo successore di Montova si schierò con la Spagna; combatté contro i Barberini e contro Urbano VIII la guerra detta di Castro, nella quale perdette questo castello che però gli fu poi restituito. Da Margherita, figlio di Cosimo II de' Medici, Edoardo ebbe: Alessandro (m. nel 1687), che servì Venezia sotto Francesco Morosini, e Ranuccio II (m. nel 1692), suo successore nel ducato. Ranuccio rinnovò la lotta contro i Barberini, protetti da Innocenzo X: nel 1648 Castro fu presa dalle milizie papali e distrutta. Ranuccio sposò Margherita di Savoia, poi Isabella d'Este e infine Maria, sorella di Isabella. Da Margherita ebbe: Edoardo (m. nel 1693); Francesco (m. nel 1727), che sposò Dorotea di Neuburg, vedova di Edoardo; Antonio (m. nel 1731). La figlia di Edoardo, Elisabetta (v.), fu data in moglie a Filippo V re di Spagna. Poiché né Francesco né Antonio ebbero figli, il card. Alberoni, che aveva combinato quel matrimonio, se non riusci nel suo tentativo di restaurare in Italia il dominio spagnuolo, ottenne tuttavia che la quadruplice alleanza, col trattato dell'Aio, assegnasse il ducato di Parma e Piacenza a don Carlos, figlio di Filippo V e di
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Farnese, famiglia - Palazzo F. Scala regia di Isaiopo Baroni detto a Vignola (1557) - Caprarola.

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Elisabetta F. Dopo la guerra di successione polacca il áucato fu dato all'Austria, ma col trattato di Aquisgrana passò all'altro figlio di Elisabetta, Filippo. - Vedi tav. LXXI.

Bial.: F. M. Annibali, Notizie storiche della casa F., 2 voll., Montefossane 1817-18; Odorici, in Litta, Fumiglie celobri (tal.; F. de Navane, Rome, le Palati Firoste et les F., Petizi 1914; A. Valente, I F. ed il portico di Parma dalla morte di Pierluigi all'elazione di papa Givilio III, in Archivio storico per le pretiose napoletane, 28 (1942), pp. 157-75; id., Papa Givilio III, i F. e la guerra di Parma, in Nuova rivista storica, 28 (1942), pp. 304-12; T. Brandel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe II, Arco a 1949, passim. Roberto Palmazzelli

FARO, Diocesi di. - Città e diocesi del Portogallo meridionale, capoluogo della provincia di Algarve. Ha una superfice di ca. 3072 kmq . con 317.628 ab. dei quali 303.747 cattolici. Centa 67 parrocchie, con 66 sacerdoti diocesani e alcuni regolari ( 1948 ).

Occupata dal Mori, fu, nel 1260 , riconquistata da don Alfonso III. Nei pressi dalla città si trovano le rovine dell'antico centro di Orobona, la primitiva sede episcopale, traslata ca. il 1189 a Silvès e Algarve, donde passò c. F. il 30 marzo 1577. Tra i suoi monumenti principali si ricordano la Cattedrale, bello costruzione gotica del sec. xili, in gran parte rifatta dall'architetto italiano Francesco Saverio Fabbri, per incarico del vescovo Avelar; notevole in essa l'interno, rivestito di "azulejos", e la cappella delle reliquae, edificata dal vescovo Pereira de Silva, che vi ha anche la sua sepoltura. Presso la Cattedrale si trovano le rovine dell'antico convento delle Cappuccine, del sec. xiv, in stile romanico. Da notare anche la chiesa annessa al convento di S. Francesco, costruita nel sec. xvI, e l's Arco de Vila ", entrata monumentale della città, opera anch'essa dell'architetto Fabbri.

Bial.: J. B. de Silva Lopes, Memorias para a historia ecclesiastica do Bispoado de Algarve, Lisbona 1848; F. X. de Altsaide Oliveira, Memorias para a historia ecclesiastica do Bispoado de Algarve, Oporto 1908.

FARVACQUES, François. - Teologo agostiniano, n. nel Belgio nel primo decennio dei Seicento e m. verso il 670 . Professore di scienze sacre nell'antica abbazia di S. Geltrude in Lovauio, si acquistò nome di ottimo interprete della dottrina della Chiesa per i suoi scritti sul pensiero dei Padri, sulla scolastica e sui concili.

Opere principali: De aturitione seu quae fuerit mens Concilii Tridentini de sufficientia aturitionis in sacramento Poenitentiae necessitate asseritur et confirmatur (Lovauio 1666); Varitas et caritas, disquisitio theologica (ivi 1669). Quasi tutti i suoi scritti furono compresi nell'edizione delle opere, che si stampò a Liegi nel 1680 , con il titolo: Opuscula theologica.

Bial.: Hurrer, IV, coll. 88-89; G. Rambaldi, La proposizione 17 d. Abus. VIII e il potere della Chiesa sul Sacrament, in Orogoriano, 31 (1950), pp. 114-25. Davide Falzioni

FASCE BENEDETTE. - Sono cosi dette le fasce da bambino che i papi solevano mandare ai neonati figli a figlie del re, dopo averle benedette.

Erano normalmente formate di drappi preziosi, ricamati in oro a miniaturati con ornamentazione di merletti a di gomme.

L'uso fu introdotto sotto Clemente VIII, ma non già nel 1599 , come vuole il Moroni (G. Moroni, op. cit. in bibl., p. 224), ma qualche anno più tardi.

E infatti nelle istruzioni inviate al nunzio di Francia in occasione della nascita del primogenito di Enrico IV (1601) che si fa cenno per la prima volta delle f. b., inviate in dona dal Papa al re, per mezzo del nunzio straordinario Maffeo Barberini (poi Urbano VIII). Cosi almeno concludeva il vice-prefetto dell'Archivio segreto Vaticano, Giovanni Bissiga, in due sue lettere del 1678 e 1698, dopo accurate indagini svolte nello stesso Archivio (cod. Vet. lat. 12431, ff. 62-64). L'uso fu continuato sotto Urbano VIII, Alessandro VII, Innocenzo XI, Alessandro VIII, Clemente XI, Benedetto XIII, Clemente XII, Benedetto XIV, Clemente XIV a Pio VI.

Le f. venivano benedette con solenne cerimoniale
personalmente dal pontefice nelle cappelle dei Palazzi Apostolici o nella sala concistoriale od anche in qualche chiesa di Roma, e venivano inviate da speciali ablegati apostolici, o anche presentate dal nunzio, appositamente incaricato. Erano accompagnate da un breve pontificio ed all'atto della presentazione da un indirizzo del nunzio od ablegato.

Il ramfarsi delle case regnanti od il loro indirizzo politico, poco ligio alla Chiesa, ha finito con far scomparire questo grazioso uso.

Bial.: Altri documenti importanti sono conservati nel codice già citato. Vatic. Vet. lat. 12431, ff. 61-89 e 12432, ff. 143-48. G. Moroni, Divina, di erodiz. storico-ecclesiat., XXIII, Venezia 1843, pp. 224-32. Pietro Palazzini
F.A.S.C.I. : v. federazioni associazioni sPortive Cattoliche italiane.

FASCISMO. - Movimento politico fondato da Benito Mussolini (v.). Le origini del f. risalgono al periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale : nei contrasti interni del socialismo italiano e nel delinearsi in seno ad esso di nuove tendenze, nella crisi della opinione pubblica del paese davanti alla guerra fra gli Imperi centrali (nei confronti dei quali l'Italia, pur avendo concluso il trattato della Triplice Alleanza, richiedeva il soddisfacimento di vaste aspirazioni territoriali per il compimento della unità nazionale) e la Francia e la Gran Bretagna (verso le quali portavano da un lato la affinità di cultura e di lingua e dall'altro lato le tradizioni politiche dei liberali), nello scontro fra due mentalità e due costumi di cui l'uso sembra nella pacifica evoluzione delle situazioni politiche l'unica fonte di ogni civile progresso, l'altro vedeva nella guerra e nella violenza e nella scuola di coraggio fisico altri migliori valori. In quel clima di contrasti si era andata delineando la vocazione politica del fondatore del movimento dei fasci, la scelta del quale propendeva verso soluzioni profondamente innovatrici, verso il socialismo sindacalista, il rovesciamento delle alleanze, l'intervento nella guerra per conquistare con il sacrificio quelle aspirazioni che pareva potessero essere soddisfatte con transazioni diplomatiche.

Con la fine della guerra 1914-18 l'entusiasmo suscitato dalla vittoria e le delusioni subite nelle negoziazioni diplomatiche per la pace, il ritorno alle occupazioni civili dei combattenti e la smobilitazione della grande industria bellica, avevano suscitato altri contrasti e altri disagi nell'opinione pubblica italiana : in tali contrasti e in tali disagi venne ad inserisi il movimento fascista che, fondato a Milano nel marzo 1919, rivendicava sia la necessità di un'azione di governo intesa a difendere il contributo italiano alla guerra, sia la necessità di un decoroso e ordinato ritorno al lavoro dei reduci.

Intorno a questi due motivi potevano facilmente raccogliersi, ed in realtà si raccolsero, uomini di diversa origine e preparazione, per molti dei quali l'adesione al nuovo movimento politico non sembrava confortata da costanti elementi razionali, ma dettata dalla vivacità dell'azione che il capo del movimento dettava, dalla spregiudicatezza con la quale veniva attaccato tutto un mondo politico, al quale la gioventù italiana cresciuta nella guerra sembrava irrimediabilmente estranea, dalla possibilità di perpetuare nella vita civile quel tono e quella consuetudine militarezza acquistati negli anni fermativi della giovinezza. Quel programma indistinto e prevalentemente critico consentiva d'altra parte al f. di raccogliere l'appoggio ai forze che poterono apportargli il contributo della maggiore esperienza politica e delle risorse finanziarie.

La qualità degli uomini che componevano il movimento fascista, le aspirazioni loro e la immediatezza del-

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l'azione posero ben presto il f. come il più forte elemento di reazione contro il dilagare del socialismo. Per erginare le violenze, gli scioperi, i disordini che, forti delle vittorie in Russia, i socialisti avevano scatenato nel paese, si costituirono le squadre di azione; e, in funzione prevalentemente antisocialista, il f., nelle elezioni politiche del maggio 1921, bloccò con altri partiti di destra ed ebbe la prima rappresentanza in Parlamento. Con questa prima affermazione elettorale si assiste alle espansione del movimento dalle grandi città industriali dell'Italia settentrionale all'Italia centrale e meridionale e si assiste alla sua trasformazione da movimento di élites (come esso stesso amava qualificarsi) a movimento ed organizzazione di masse sempre più vaste : sorgono i primi sindacati di lavoratori, si diffonde la propaganda nelle campagne, si inquadra il movimento in partito: il Partito Nazionale Fascista.

Forte della nuova organizzazione e dei successi ottenuti nelle città e nelle campagne contro il socialismo, il partito fascista richiese di partecipare attivamente al governo del paese; sul rifiuto opposto dalla maggioranza governativa, il partito decise di esercitare una pressione risoluta per raggiungere il suo scopo: le dimostrazioni dell'art. 1922 (r culminate con la «materia su Roma») consigliarono al re di affidare a Mussolini l'incarico di formare il gabinetto. Comincia di qui la storia del f. al potere : dapprima con altre rappresentanze politiche e, in seguito, solo.

A questo punto la storia del f. come movimento politico sembra essere assorbita nella storia dello Stato fascista, dello Stato, di cui il f. si era posto al governo e che esso guidava per mezzo dei suoi uomini; i dissimulati dissidi politici interni (dal delitto Matteotti alla condotta della guerra in Abissinia; dall'alleanza con la Germania alla guerra a fianco di essa) sono, più che dissensi nel partito, dissensi e contrasti nella classe politica italiana al governo.

Giunto al potere, il f. si rivolse attivamente alla riforma dello Stato e della vita pubblica italiana e alla politica estera e coloniale, traducendo gli impulsi che ne avevano individuato l'azione fino dal suo primo sorgere : l'affermazione di uno Stato forte all'interno e all'esterno, il riconoscimento della funzione del lavoro nella disciplina e nell'ordine.

In queste direttive il f. iniziò la trasformazione costituzionale dello Stato con la proclamazione della a carta del lavoro a come legge fondamentale del lavoro, con la creazione del Gran Consiglio del f. (organo che comprendeva la più alte gerarchie del f. e del governo e che assicurava così, istituzionalmente, il collegamento fra il partito e il governo), con la nomina del segretario dei Fasci e ministro del Regno, infine con la soppressione della Camera dei deputati e con la creazione di una Camera dei Fasci e delle Corporazioni composta dai rappresentanti delle organizzazioni politiche fasciste e delle organizzazioni della produzione. Queste trasformazioni furono accompagnate da una vasta attività legislativa, che, fra l'altro, realizzò la riforma del Codice di diritto civile, di procedure civile, di diritto penale e di procedura penale.

Accanto a queste riforme, che miravano ad una profonda trasformazione di quello Stato liberale e laico che il f. aveva trovato nell'assumere il governo, va ricordata la conclusione del Trattato del Laterano, e del Concordato con la S. Sede: col primo la questione romana veniva risolta con il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano; col secondo s'intese regolare le condizioni della religione e della Chiesa Cattolica in Italia, rinunciando alla laicizzazione dello Stato e rendendo attivo il 1^{°} art. dello Statuto Albertino, aprendo la via, anche nella legislazione italiana, a ciò che è diritto e missione della Chiesa. Ciò doveva portare a tutto un orientamento inteso a riconoscere le prerogative e la missione della Chiesa cattolica, specie nel campo delle cosiddette materie miste, dopo che i rispettivi limiti erano stati concor-
damente definiti in formole giuridiche. Ma il contraccolpo che i patti lateranensi ebbero nelle correnti fasciste più anticattoliche, con la conseguente giustificazione che in Parlamento diede di essi il capo del governo a prezzo di affermazioni eretiche, irriverenze e spregiudicatezze, confutate e stigmatizzate da Pio XI nel messaggio al card. Gasparri del 30 maggio 1929, e soprattutto la concezione "totalitaria" della vita dello Stato, di cui il f. dimostrò ben presto di non sapersi spogliato neppure nei confronti della Chiesa e su punti vicendevolmente concordati, impoveri la portata degli accordi ed anzi apri la via all'improvviso accendersi di polemiche e all'irrompere di violenze episodiche. Il conflitto più aspro si aprì nell'inverno del 1930 a proposito dell'Azione Cattolica, che pure aveva avuto il suo riconoscimento ufficiale da parte dello Stato nell'art. 43 del Concordato. Si giunse, il 2 giugno, all'ordine di scioglimento immediato di tutte le esecuzioni giovanili; ma il f. doveva piegare di fronte all'autorità pontificia, confortata dalla coscienza del mondo cattolico, e lo fece con gli accordi del sect. 1930.

Profonde innovazioni il f. inroducse nel campo del lavoro con l'organizzazione dei sindacati come enti di diritto pubblico, con la risoluzione giudiziaria delle controversie collettive, con una vasta rete di assicurazioni per i lavoratori, con la disciplina corporativa della produzione. Nel terreno della produzione il f. si sforzò di orientare verso le regioni meridionali l'espansione dell'industria italiana e si sforzò di intensificare la produzione agricola portando a termine ingenti opere di bonifica nell'Italia centrale e meridionale. Mirò poi a coordinare interesse pubblico e privato per avviare il paese all'autosufficenza economica.

Queste riforme operate dal f. nella vita sociale, economica e culturale del paese guardavano più allo Stato che all'individuo, più al popolo e alla nazione che non al singolo. La politica del f. appare dominata dall'idea di uno Stato autoritario e gerarchico in nome della quale la libertà del singolo poteva essere fino ad un certo passo sacrificata. Cosi i dissensi non trovavano luogo per essere manifestati o potevano essere rapidamente soffocati attraverso sanzioni amministrative (il confine di polizia), cosi le critica in tanto era tollerata in quanto compiuta nell'ambito del partito (la critica "costruttiva"), cosi il lavoro nelle professioni, nella burocrazia, nelle fabbriche, era monopolizzato da sindacati di carattere politico.

Questa politica di autorità all'interno era accompagnata, nel campo delle relazioni internazionali, da una politica di intransigenza e di prestigio: prestigio e protezione degli Italiani all'estero (scuole e case di Italia nelle maggiori città straniere, potenziamento dell'opera della «Dante Alighieri», resistenza contro la politica di assimilazione degli emigranti italiani), rivendicazioni dei diritti della vittoria italiana nella guerra 1914-18 soprattutto per compensi coloniali, rivendicazione all'Italia del ruolo di grande potenza, politica di penetrazione in Albania (terminata con la proclamazione dell'unione personale italo-albanese), espansione coloniale e campagna contro l'Etiopia, politica di presenza dell'Italia nei più importanti affari internazionali. Questa politica di attiva partecipazione italiana alla vita internazionale portò da ultimo il f. a partecipare, a fianco della Germania, alla seconda guerra mondiale.

Nel campo interno e nel campo esterno l'attività politica del f., la realizzazione del suo programma di governo, erano confortati dalla dichiarazione di una «dottrina e ufficiale del partito : una dottrina dello Stato autoritario e corporativo in contrapposto allo Stato democratico e liberale. Ma più che spinto da una propria e originale dottrina politica, il f. sembra essere stato guidato da esigenze più immediate e contingenti che esso portava con sé fino dal suo primo sorgere: da un lato la critica alle istruzioni politiche liberali e democratiche, che, già all'indomani della guerra 1914-18, si erano rivelate im-

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potenti a guidare la macchina sempre più pesante dello Stato interno con l'enorme complesso di servizi e di funzione che esso ai è assunto, dall'altro lato la coscienza dei valori della nozione italiana nel mondo.

Questi due motivi del f. (la critica alla societa liberale e alle istituzioni democratiche e la valorizzazione della tradizione nazionale) erano tali che potevano facilmente affermarsi anche fuori d'Italia: intorno al f. italiano ai assisté cosi, nel periodo fra le due guerre, si. l'affermarsi di movimenti fascisti e di derivazione fascista in Europa (Germania, Spagna, Portugalio, Ungheria, Romania, Grecia) e fuori (Turchia, Argentina, Brasile) : questo esnandersi del f. oltre i confini d'Italia rivela che, a parte il valore intrinseco della formula, esso si presentava come un tentativo per superare una crisi che era in atto fra il 1920 ed il 1940.

BibL: Cf. 8 periodico: Bibliografia fascista, Roma; G. Gentile, Origine e dattica di f., Roma 1920; P. Erculo, La rivoluzione fascista, Palermo 1936; B. Mussolini, F. Dattion, in Enc. Ital., XIV (1932), pp. 847-51; G. Volpe, F. Storia, ibid., pp. 831-84 (con abbondante bibl.); G. Ronelletti, F. Il Parito Nazionale Fascista, ibid., Appendice, 1, pp. 271-76; G. Bazzolotto, Il F. nel mondo, ibid., pp. 576-80; G. Volpe, Storia dei movimenti fascisti, Milano 1939. Queste sono stati compulsi in clima fascista e ricercare del tono panegirico, in clima di opposizione si ha il complemento della nuova Euc. Ital., L. Salvatorchi, F., ibid., Appendice, II, pp. 994 006; M. D'Ancibo, F., Le sanzioni contro il f., ibid., pp. 906-907. Per una trattazione sotto l'aspetto giuridico cf.: A. Jannalio, Farsi di combattimento, in Nuove diqeste italiane, V, pp. 396-97; G. Grarizzi, ibid., pp. 923-61. Bibi, su memorie e documentazioni in selezioni al f. in più trincee in Giunta centrale per gli studi storici, Bibliografia storica nazionale, anni XVIII, 1943-46, Roma 1949, nn. 7617-4016, pp. 162-79. Sul delitto Macteotti, nn. 3729-39, p. 168; sui principali annoiatori del F., nn. 3744 3748, p. 168; sulla guerra d'Etiopia, nn. 3765-64, p. 168; sulla guerra di Spagna, nn. 3765-67, p. 169; sulla seconda guerra mondiale e gli ultimi avvertenuti del f., nn. 3768-4016, pp. 169170: alcune opere toccano solo indirettamente il f. Per alcune valutazioni in materia di politica ecclesiastica, cf. Nautelle seque thòri, Tables sénirains 1413-15, 1, 46-62, Tournai-Lovanio 1940, p. 139, con rimosi ai singoli volumi; G. Dalla Torre, Azione Cattolica e f., Roma 1043; G. Castelli, Il Vesciano nei tentacoli del f., ivi 1946. Per una visione d'insieme: A. C. Jemolo, Chiesa e Storie in Italia, Torino 1948, pp. 587-688; Z. Aletti, Le origini del f. e le classe dirigente italiano, in Bellagor, 2 (1930), p. 129 290. (con bibl).

Gian Maria Ubertazzi
FASOLI, Michele Pio. - Missionario e martire, n. a Zerbo (Pavia) il 3 maggio 1676 , martirizzato a Gondar (Etiopia) il 3 marzo 1718. Entrato nell'Ordine francescano, e ordinato sacerdote, nel 1704 era già in Egitto e ai primi dell'anno seguente partiva per la Nubia.

Come compagno del p. Liberato Weiss, nominato prelato apostolico, nel 1712 parti per l'Etiopia e nel 1712 arrivava a Gondar sotto l'imperatore Justos, favorevole a Roma e protettore di questi missionari ma avversato dal clero copto. Alla deposizione di costui (1716), il successore David III, per suggestione dei monaci copti, il fece subire ricercare e dopo un sommario giudizio furono condannati a morte e lapidati a ca. due miglia dalla città di Gondar, sul monte Abo, nelle cui vicinanze anche oggi si mostrano le sepolture.

BibL: C. Othmar, Der Postugesische Bericht über das Mar. terium des P. Liberatus Weiss ( con una lettera di p. M. P. F.), in Arch. Franc. hist., 21 (1928), pp. 531-45; C. Bergna, Alle tombe dei martiri francescani di Gondar, in Frato Francesco, 12 (1928), pp. 141-48.

Alberto Ghinato
FASOLO, Giovanni Battista. - Francescano, n. ad Asti (o a Bergamo?) vissuto nel sec. xvir, compositore ed organista; fu maestro di cappella dell'arcivescovato di Monreale (Palermo).

Oltre a varia musica vocale e chitarristica, pubblicata a Roma nel 1627, '28 e '29, scrisse un Annuale, che contiene tutta quella che deve fare un organismo per rispondere al Chaco tutto l'uomo... (Hinni, Messa, Magni!, Antif. ecc., Venezia 1645) e Arte spirituali morali, e indifferenti ecc. concertate per ogni voce, a 2 e a 3, e nel fine alcuni dialoghi a 3 voci, e due arte a canto, o ten. con 2 violini, ecc.,
I. I, op. e (Palermo 1659); due salmi sono nella raccolta Sacra Animaurum di B. Cappello (Napoli 1650).

Anna Maria Gentili
FASSINI, Vincenzo Maria. - Teologo e storico domenicano, n. a Racconigi il 19 ag. 1738, m. il 15 luglio 1787 a Pisa, nella cui Università teneva la cattedra di S. Scrittura.

Antiprobabilista e antimolinista, per avere scritto un volume sul Cancina, De vita et studiis P. D. Cancinae O. P. (Venezia 1762), che le mise in sospetto di giansenismo, merito da parte di Leopoldo la cattedra pisana. Scrisse anche con erudizione opere di carattere teologico-storico, quali : De singularibus Eucharistiae solbus apud veteres Graecae (Brescia, 1769); De precorum Christianorum sinavious extra aedes sacras (Venezia 1770); oltre ad opere sulla S. Scrittura quali : De apostolica origine evangeliorum Ecclesiae catholicae (Livorno 1775); Divini libri Apocalyptens auctoritatis vindiciae (Lucca 1778). Compose anche delle dissertazioni in aggiunta alla Storia ecclesiastica di Natale Alessandro: Ad Nat. Alexandri hist. eccles. supplementum, duas in partes distrib. (Bassano 1778), nelle quali distingueva le due potestà, sacra e civile, senza però soddisfare i redattori degli Annali ecclesiastici di Firenze, che di questo libro parlarono tessendone il necrologio ( 27 luglio). Sebbene fosse in relazione epistolare con il Baldovinetti e con il De Ricci ed altri giansenisti, non si può asserire che egli fosse tale decisamente. Si sa anzi che egli aveva ostacolato il piano di riforma ecclesiastica dei Baldovinetti a Livorno.

BibL: A. Lombardi, Storia delle letterature italiane nel sec. XVIII. I, Modena 1827, pp. 227-29; K. Michels, Storia della Univ. di Pisa dal 1737 al 1839. Pisa 1877, pp. 26-27; Hutter, V. coll. 460-61.

Benvenuto Matteucci
FASSONI, Liberato di San Giovanni Battista. - Teologo delle Scuole Pie, n. in Liguria nel 1720, m. a Roma il 4 maggio 1775. Professore a Senigallia e a Roma, fece parte delle Accademie di Cagliari e di Torino.

Delle sue opere in bel latino si ricordano: De leibuitziano rationis sufficientis principio (in-fol., Senigallia 1754, Buda 1767); De miraculis adversus B. Spinozam (Roma 1754); De Graece sacrorum litterarum editione a LXX interpreibus (Urbino 1754; Roma 1758); De voce homousion (Roma 1755), dove vuol dimostrare che tale voce non fu ripudiata dai Padri antiocheni; De plorum in sima Abraluse beatitudine ante Christi mortem (ivi 1760), contro il Cadonici (v.) il quale sosteneva che i Padri del Vecchio Testamento nel Limbo godessero la visione beatifica.

Bibl.: A. Guillon, s. v. in Biographie Universelle, XIV, p. 183; F. Hoefer, s. v. in Nouvelle biographie générale, XVII, col. 136; Hutter, V. coll. 71-72.

Vito Zollini
FASTIDIO. - Pelagiano, vissuto sugli inizi del sec. v. "Britannorum episcopus", il quale "scripait ad Fatalem quendam de vita Christiana librum et alium de viduitate servanda, sana et Deo digna doctrina" (Gennadio, De viris illustri, 56 : PL 58, 1091). Quale fosse la sede del vescovo dei Britanni non si sa.

Il De vita Christiana non va confuso, secondo J. Morin, con il trattato omonimo inserito tra le opere di s. Agostino (PL 40, 1051-46); e il De tiduitate servanda sarebbe andato perduto; pare tuttavia che ne rimanga almeno una buona evo, in un opuscolo di Cesario di Arles (PL 67, 1094-98). Anche oltre opere, secondo lo stesso Morin, gli si dovrebbero attribuire. Nella nuova edizione, infatti, di C. P. Caspari del Corpus Pelagianum, si trovano sei scritti (due lettere senza l'intestazione, Tractatus de divitiis, De molis doctoribus et operibus Fidei et de ludicio futuro, De possibilitate non personali, De casticate), tutti di tinta pelagiana e da attribuirsi allo stesso autore. Ora, il Morin riconobbe nella prima lettera il De doctrina Christiana di F.; pertanto anche gli altri scritti, essendo dello stesso autore, si devono attribuire al medesimo F. La quale conclusione è accettata anche da K. Künstle e da J. Baer.

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Bial.: C. P. Caspari, Briefe Abhandlungen und Predigten aus den zosei intzen Tahris, des bierhf. Altertions von dem Aufang des Mittelalters, Cristianis 1890, pp. 352-72; J. Morin, Le De cito christiana, de l'óobque breten Fastioline et le liure de Polage, Ad viduam, in Revue béndict., 15 (1898), pp. 418-93 (cf. la mecenione di K. Kïnstle, in Theolog. Oneriade-brill, 82 (1900), pp. 193204); J. Baer, De operibus Fastioli, Britanoorum episcopi, Norimberga 1902; J. Morin, Palacius ou Fastioles?, in Rerme d'hist. recl., 4 (1902), pp. 238-64; Schanz, IV, H, pp. 305-306; Bardenhewer, IV, pp. 318-20.
Celestino Tessere

FATALISMO. - Dottrina filosofica - teologica che ritiene ogni evento, naturale o umano, l'effetto ineluttabile di una superiore e necessaria connessione di cause. Si distinguono forme varie di f., a seconda della natura che si attribuisce alla prima Causa da cui prende inizio il movimento della macchina dell'universo. F. fisico e cosmologico quello dei presocratici ed in sostanza anche quello degli stoici; f. teologico quello dei neoplatonici; f. astrale, il più noto e venuto dall'Oriente (Caldel), se attribuisce ai corpi celesti l'esito dei fatti umani.

In teologia si avvicinano al f. quelle dottrine che non lasciano, nei misteri della Predestinazione (v.) e della Grazia (v.), una sufficente parte alla umana libertà (luteranesimo, calvinismo, quietismo, ecc.). V. FATO.

Bial.: D. Amand, Fatalisme et liberté dans l'antiquité grecque. Lorenzo-Purigi 1943. Sulla divisione delle varie forme di f., v. la Préface di Leibniz alla Théodicée, ed. P. Janet (Ornstres philosophiques, 2), Purigi 1900, p. 1 sgg . Cornelio Fabro
F.A.T.E.: v. FIDERAZIONE ASSOCIAZIONI TRATRO EDUCATIVO.

FATEBENEFRATELLI: v. OSPEDALIERI di SAN GIOVANNI di DIO.

FATIHAH. - In arabo «la aprente», «la iniziale». E il primo capitolo (sürah) del Corano, e l'unico che faccia eccezione al criterio generale secondo il quale sono ordinate le süre del libro sacro, cioè quello della lunghezza (le più lunghe in principio, le più brevi in fondo).

Infatti la f. si compone di soli 7 versetti : essa ha la forma di una breve preghiera. E piuttosto antica (secondo periodo meccano), se non, come si crede da alcuni, la più antica sürah del Corano. Si potrebbe chiamare il Pater noster musulmano, perché è recitata apossissimo, sia come preghiera singola, sia come parte della preghiera canonica. Eccone una traduzione integrale : «Lode a Dio, Signore dei mondi, misericordioso e clemente, padrone del giorno del Giudizio. Te noi adoriamo, te invochiamo in aiuto; guidaci sulla retta via, la via di coloro che tu hai favorito, con i quali non sei adirato e che non han perso la strada».

Alessandro Bausani
FÀTIMA, SANTUARIO di. - Nella diocesi di Leira, nella catena della Serra d'Aire, su un altipiano carsico, in terreno di epoca terziaria, sorge il villaggio di F., sconosciuto in tutto il mondo fino al 1917. Il nome è di evidente origine araba, dovuto all'invasione musulmana che devastò soprattutto il sud del Portogallo fino al 1140. C'è solo una leggenda sull'origine del nome.

Nella Conca de Iria (Conca di S. Irene), il 13 maggio 1917 Lucia dos Santos (ro anni), Francesco Marto (9 anni) e Giacinta Marto ( 7 anni) pascolavano il gregge come altri giorni in una proprietà del babbo di Lucia. A mezzogiorno un forte lampo : una Signora bellissima comparve sopra un cerro. Raccomandò il segreto, ed ingiunse preghiere per affrettare il termine della guerra. Il 13 successivo, e così fino all'ott., tornarono i pastorelli per rivedere e parlare con l'apparizione. In ag. i pastorelli furono
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Patima, santuario di - Santuario di N. S. di F. e processione con la statua della Madonna.
posti in prigione e l'apparizione si verificò nella lecclità dei Valinhos, vicino a casa. In ott. la visione si manifest per quello che era: la Madonna del Rosario, che raccomandava nuovamente preghiera a penitenza per la cessazione della guerra, profetizzando pure un altro flagello se il mondo non si convertisse. Con la Madonna comparevo pure il Bambino Gesù e s. Giuseppe. Toli apparizioni furono confermate da fenomeni numerosissimi, attestati da grande parte dei 60.000 pellegrini presenti. Non si ebbero più apparizioni nella Conca de Iria; ma dopo che mons. Giuseppe Alves Correia de Silva, vescovo di Lairia, nel cui territorio si incontra F. con la frazione della Conca, ebbe autorizzato, nel 1930, il culto a N. Signora di F., le folle di pellegrini aumentarono ogni anno più, non solo dalla penisola iberica, ma da tutte le parti dell'Europa, soprattutto Belgio e Olanda, e dagli Stati Uniti d'America. Una piccola cappella fu costruita sul luogo stesso delle apparizioni; la cappella fu dotata di una statua, che rese il modello tradizionale della Madonna di F., incoronata solennemente il 13 maggio 1946 dal legato del papa, card. Aleisi Masella, alla presenza di più di 600.000 persone. Un grandioso santuario sta sorgendo, che con le numerose case religiose (fra le quali il moderno seminario dei Missionari della Consolata di Torino) darà alla Conca de Iria l'aspetto di civitas sancta come a Lourdes.

Anche qui infatti si moltiplicano i miracoli di ordine fisico e di ordine soprannaturale; la caratteristica del messaggio di F. è infatti il richiamo alla penitenza, e non si vedono altro che le folle o devoti singoli animati da questa singolare spirito. Dal santuario, la Madonna cominciò a pellegrinare per il mondo intero "Missionaria di Dio", e tutti i popoli di Oriente e di Occidente si fanno onore di riceverla e di averla protettrice.

Recentemente fu introdotto nella diocesi di Leira il processo di beatificazione dei due fratelli Francesco e Giacinta, mentre la veggente Lucia si incontra nel Carmelo di Coimbra, e di là oriente ancora molte anime alla devozione alla Madonna del Rosario. - Vedi tav. LXXII.

Bial.: Gonzaga da Fonseca, Le meraviglie di F., Roma 1941; G. Demarchi, Era una Signora più brillante del sole, Pinerolo 1948.

Federico José Peirone
FATO. - E la sorte, il destino che incombe su qualcosa a su qualcuno secondo un processo di cause il cui svolgersi è necessario ed il risultato finale inevitabile. Il termine greco sípaspéve significa congiungimento e connessione che hanno le serie delle cause nel loro svolgersi nel tempo (Paello, De omnifaria doctrina, cap. 78 : PG 122, 736 B). Il latino ( ε...famm a fondo dictum intelligentes ε. a. Agostino, De Cimitate Dei, V, 9, 3), rimanda ai decreti originari pronunciati dalla divinità.

Nella classicita greco la sípaspéve ebbe in prevalenza significato cosmologico. Nei presocratici, a special-

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(fot: Audersse)
In alto: PALAZZO FARNESE. Opera di B. Perozzi \& J. Barozzi detto "Il Vignola" (1530-50) - Caprarola. In basso: INTERNO DEL PALAZZO FARNESE. Decorazioni a stucco e pitture di T. Zuccari a collaboratori (ca. 1570) - Caprarola.

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(Int. Agenzia Upi - Lisbona)
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(Inl. Agenzia (lpi - Lisbona)
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(fot. Agenzia (lpi - Lisbona)

In alto a sinistra: LE FIGLIE DI MARIA con i loro stendardi fanno la guardia d'onore alla Vergine. In alto a destra: MESSA DEI MALATI. In basso a sinistra: NELLA LUNGA FILA DI MALATI UNA CULLA CON UN BAMBINO che dalla nascita ha incominciato a conoscere i dolori della vita. In basso a destra: BENEDIZIONE IMPARTITA AI MALATI da d. Manuele M. Ferreira da Silva, arcivescovo di Cizico.

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mente in Eraclito, è la necessità cosmica ( δ ν \dot{α} γ κ η ), la legge universale che penetra l'essenza del turto, la anergia del "corpo etereo" (il fuoco) deralurgo delle cose (Eraclito, Frammenti, ed. R. Walzer, fr. A 8, p. 23). In Platone la scosione fra mondo intelligibile e apparente sensibile motteva il primo sotto il governo razionale della provvidenza (epíwote) e abbandonava il secondo nella sua totalità al f., l'irrazionale e l'essenza della legge. Il significato cosmologico riprende il piena sopravvento con gli stoici. Stobeo ci fa sapere che Crisippo, d'accordo con Platone, avrebbe distinto la provvidenza dal f. (Ecl., I, 3, 17; H. Diels, Dov. 31., 2^{2} ed., 322 a). Anzi nella scuola stoica si atrribuliva alle cose un quadruplice modo di divenire: secondo necessita, secondo il f., secondo elezione (libertà) e secondo fortuna (Stobeo, loc. cit.; Diels, op. cit., 326 ab). Molteplicità di cause la quale, però, era più apparente che reale perché, in questa filosofia, che riprendeva con maggiore consapevolezza il "Ssicismo " universale dei presocratici, l'unica realtà era il corpo e la forza dappertutto operante. l'energia del calore cosmico ( δ \dot{α} ν α μ ς α ν ε ι μ α τ τ ε \dot{η}). Perfetta equivalenza quindi sul piano metafisico fra natura-necessità-provvidenza-Giova-f., affermata esplicitamente nella compilazione stoica De mundo ( 7,401 b 9 sgg.) dello Fs. Aristotele e de Seneca molte volte (De benef., IV, 8, 3; De prov., V, 7).

Lo sforzo degli aristotelici, dello stesso Epicuro e dei neoplatonici nirio a svincolare il problema dell'esistenza umana dalla secca in cui l'aveva lasciato la filosofia precedente: di qui la ricca fioritura che si ha nei secc. it e ut di trattati sul f. Il più notevole è quello di Alessandro di Afrodisia (v.i che, prendendo direttamente di petto la teoria stoica, sottuse angitutto al f. le azioni libere e quelle del mondo fisico che avvengono per arte o per casa; di più ammette che gli stessi fenomeni fisici creduti necessari (natura) possono nel loro svolgersi essere impaditi da cause sopraggiunte, cosicché i fenomeni naturali sono tutti nel loro fondo di natura contingente ( ε ν δ ε χ δ α α ν α ). Plotino critica con la stoica anche la soluzione aristotelica di Alessandro (Enn., III, 1, 8-9) e fonda la libertà umana sull'indipendenza delle anime individuali. Nel tardo neoplatonismo di Proclo si vuol accentuare la ripresa del platonismo primitivo filenio con le dottrine orfiche. Tre sono le cause dell'ordine: la nemesi ('A δ ρ \dot{α} σ τ ε ι α ), la necessita ('Av \dot{α} γ κ η ) ed il f. (Slaropd α η ): l'una intelligibile, la seconda soprassomica e la terza intrazosmica. Il demiurgo si nutre della prima, sussiste nella seconda e genera la terza: a come la nemesi è il piesso delle leggi nel mondo delle cose divino, cosi il f. forma il piesso delle leggi del mondo materiale che il demiurgo scrive nelle anime e prima di tutto nella "Anima mundi" (Proclo, In Timmens, 41 E. ed. E. Diehl, III, p. 274).

Comunque, dopo l'apparente serenità della teoria stoica, la soluzione neoplatonica era quella che esprimeva meglio l'anima grece il quale benché sapesse che per l'individuo non v'era salvezza, pure ne teneva alle le aspirazioni magnifcando l'ideale, la pienezza e la felicità delle cause universali. Ma per l'individuo il f. è inesorabile. Ettore, prima dell'attacco con Achille in cui troverà la morte, cerca di consolare Andromaca pregandola di non rattristarsi giacché nessuno può sfuggire al f. (Rinde, VI, 187). Soprattutto la morte è per tutti fatale e a nulla vale amplissare gli dèi, come Euripide fa cantare il coro ad Admeto che lagrimava la diletta Aleesti ( 989 -87). Gli stessi dèi non sfuggono al f. né possono agire contro di esso: "Sunt fata deum, sunt fata loce rum" (Stazio, Syllote, III, 1, 11); "Fata irrevocabiliter ius suum preugunt nec ulla commorentur prece" (Seneca, Quaete nat., II, 33). I poeti, i panegiristi dell'Impero vellero che gli dèi, i principi e gli uomini più eccellenti e gli stessi filosofi sfuggissero alle ferree tenaglie del f. (Bidez-P. Cumans, Mages hellenists, II, Parigi 1938, p. 244); ma sono voci pleonastiche che non hanno potuto diradare il cupo orizzonte che avvolge tutto il paganesimo greco-romano. Dai filosofi il popolo aveva preso la rappresentazione delle Parche (Makpai), figlie della Necessità preposte alla distribuzione del tempo della
vita umana: Atropo al passato, Cloto al presente e Lachasi al futuro (Ps. Aristotele, De mundo, 7, 401 b 18 sgg.). Allo sfondo di fatalismo, da cui la civilta pagana non si è mai definitivamente staccata, si deve la pratica degli oracoli e l'eroeme sviluppo delle religioni misteriche in cui si butto con disperata frenesia la decadente civilta greco-romana, all'apparire del cristianesimo.

Per i cristiani, il f. dei pagani è un "nome vuoto" inventato dal demonio per illudere gli uomini e coprire gli errori marchiani dei falsi oracoli e fu combattuto perfino da un filosofo pagano (Alessandro di Afrodisia) come dimostra con compiacenza Eusebio di Cesarea (Praep. ev., VI, 9: PG 21) che fa largo uso di fonti pagane e cristiane. In particolare la dottrina del f. va direttamente contro i capisaldi della vita cristiana quali sono la divina Provvidenza, la umana libertà a l'efficacia della preghiera a Dio e della correzione per la formazione della coscienza individuale (cf. s. Agostino, Epist. 236 e Lampadio e Nemesis, De natura hominis, cap. 35 sgg.: PG 20, 74 t sgg.). Perciò, rigettata la dottrina, alcuni Padri vogliono che se ne rigetti anche il termine (s. Gregorio Magno). Quelli che lo ritengono, come s. Agostino a s. Tommaso, intendono con esso significare la seria della causa finire secondo che essa è procedinata da Dio per il conseguimento di un dato offerto, e in cui è inclusa la possibilità che Dio possa agire quando voglia in ogni settore dell'essere ed al momento che nella sua sapienza giudica opportuno (Sum. Theol., 15, q. 116, a. 1-4).

Nell'indole della filosofia hegeliana è d'identifcare il f. con la storicità dell'Idea e d'interpretarlo quindi come la "unità di necessità o razionalità e di causalità o irrazionalità in divenire" una volta che "la logicità diventa natura e la natura spirito" (Hegel, Enciclopedia, III, § 575). L'"amor fati" e la teoria dell'« eterno ritorno" che Nietzsche prese come formula del suo ereditelismo e il prodotto dell'astetismo radicale a cui si abbandonò il suo logegno torbido e antieristiano (Also sprach Zarathustra, parte 3^{\text {a }} : Della visione e dell'enigma, ed. A. Bacuncler [Die Umschuld des Werdens], [I, Lipsia 1931, p. 447).

Bull, M. Diels, Doxographi grecei, 2^{\text {a }} ed., Berlino 1929; Eusebio, Frammenti, raccolti e traducti da R. Walzer, Firenze 1930: H. v. Arnim, Veterum stoicum fragmento, Lipsia 1902 sg.: Alessandro di Afrodisia, De anima ruse müstison, ed. I. Bruno (Suppl. Arist., II, 1), Berlino 1887 (v. ves. vol f.: pp. 25-186); id., De f., ed. I. Bruns (Suppl. Arist., II, 2), ivi 1892; Plotino, Ennendo, ed. Brehter, Parigi 1924 sgg.; Proclo, In Timmens (Pat. tout), ed. E. Diehl, Lipsia 1903 sgg.; id., De Providentia et f. ei eo quod rei in nobis (conservato soltanto nella trad. letina di G. de Marchale), ed. V. Casale, 2^{°} ed., Parigi 1864. Sulla teoria del f. in Plutarco, Calcidio e Nemesis, v.: Uberweg, III, p. 222 sgg. Sulla nozione alla tesi stoica (difesa anche da Cicerone nel De f.) da parte di aristotelici a scritti, testi importanti di Enomasi, Diogeniano, Berdezane a Origene oltre che di Alessandro di Afrodisia, presso Eusebio (Praep. Ennag., VI, cap. 7 sgg.). Per lo sviluppo della dottrina stoica del f.: D. Amand, Fatalisme et liberté dans l'antiquité grecque, Locanio-Parigi 1945. Importante per il significato classico e quello cristiano primitivo, è il cap. sulla "Simarmène" di A. J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Evangile, Parigi 1932, cap. 37. Per un'interpretazione di Hegel cf. M. B. Finszer, Die Gesch. als Zitizhual des Geistes in der hegelschen Philosophie, Tubinga 1422.

Cornelio Fabro
FATTI DOGMATICI. - In teologia per f. d. s'intendono quei fatti che, pur non essendo oggetto di una rivelazione esplicita, sono tuttavia necessariamente connessi con un dogma rivelato, in quanto richiesti dalla sua formulazione, difesa a concreta applicazione. Ci sono fatti legati col dogm