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 H-M. Vincent, La chronologie des ruines de Jiricho. in Revue Biblique, 41 (1932), pp. 266-76: I. B. G. Garstang. The story of Jericho, Londra 1940. Donato Baldi

Archeologia. - Nell'arte cristiana antica la città di G. è rappresentata in S. Maria Maggiore nel cielo biblico, nella scena della sua conquista da parte di Giosuè; vi si nota la caduta d'una parte delle mura. Nel rotolo di Giosuè (Biblioteca Vaticana), G. è personificata da una giovane donna assisa e pensierosa. Per il miracolo operato dal Signore sui ciechi di Gerico, v. cteco: II. I ciechi nell'archeologia cristiana.

A G. nel 1910 si rinvenne un pavimento in musaico contenente l'iscrizione d'un prete ed egumeno di nome Ciriaco, fondatore dell'oratorio del martire s. Giorgio, benefattore della Chiesa Nuova della Madre di Dio in Gerusalemme, che era stata dedicata da Giustiniano nel 543. Egli mori l'i i dic. 566 (F.-M. Abel, Inscriptions de Jiricho et de Scitopolis, in Revue biblique, nuova serie, 8 [1911], p. 288).

BibL.: Wilpert, Mosaiken, tav. 23; P. Franchi de' Cavalieri, Il rotolo di Giosuè, Cod. Vat. palatino greco 431, riprodotto in fototipia e fotocromografia a cura della Biblioteca Vaticana, Milano 1926.

Enrico Josi
GERINI, Giovanni Battista. - Pedagogista, n. a Vessalico (Imperia), il 9 febbr. 1859, m. a Torino il 13 febbr. 1916. Dal 1884 svolse la sua attività, come professore di materie letterarie, nei Ginnasi di Cuneo, Roma e Torino; e, come studioso e scrittore, nel campo della pedagogia. Ammiratore e continuatore di G. Allievo, egli si ricollega alle migliori tradizioni della scuola pedagogica subalpina.

La sua opera principale è costituita da Gli scrittori pedagogici italiani, nei secc. XV, XVI, XVII, XVIII e XIX ( 5 voll., Torino 1896-1910), la quale, se non apporta notevoli contributi sotto l'aspetto teoretico, né coglie il processo evolutivo delle dottrine nel loro sviluppo lo-
gico, indaga tuttavia con accuratezza gli scritti di autori anche di secondaria importanza, raccogliendo un ricco materiale di notizie, di idee, di osservazioni utili e indispensabili allo storico della pedagogia italiana. Scrisse pure: Le dottrine pedagogiche di G. Loche (ivi 1893); Le dottrine pedagogiche di T. Campanella (ivi 1899); V. Gioberti e le sue idee pedagogiche, in Atti della R. Accademia di scienze di Torino, 1907, pp. 611-54; Le dottrine pedagogiche di M. T. Cicerone, L. A. Seneca, M. F. Quintiliano e Plinio il Giovane, C. Claudiano, Giuliano imperatore e Plutarco, precedute da uno studio sull'educazione presso i Romani (ivi 1914).

Bibl.: R. Rénier, Reccosioni, in Giornale storico della letter. ital., 30 (1897, 11), p. 271 sgg.: 31 (1898, 1), p. 133 sgg.: 36 (1900, 11), p. 422 sgg.: 40 (1902, 11), pp. 233 sgg.: G. Touro, s. v. in Dizionario delle scienze pedagogiche di G. Marchesini, I. Milano 1929, p. 307: E. Codignola, s. v. in Pedagogisti ed educatori (Encicl. biogr. e bibliogr. italiana, 38), Milano 1939, pp. 234-35.

Celestino Testore
GERLACH, santo. - Cavaliere, n. egli inizi del xir sec. nella regione di Fauquemont (Valkenburg, Olanda).

Appresa, durante un tornoo, la notizia della morte della moglie, andò in pellegrinaggio a Roma e a Gerusalemme, dove si dedicò per 7 anni alla cura dei malati. Tornato, si ritirò come cremita a Houthem lez Faunucmont; secondo la tradizione, visse là nel cavo di un albero, indossando l'abito dei Canonici di Pcémontré, senza appartcnere a quell'Ordine. M. il 5 genn. 1170. Sulla sua tomba fu eretta un'abbazia di Canonichesse di Pcémontré, fondata nel 1201 e abolita nel 1786.

Bibl.: Acta SS. Iannarii, I. Anversa 1643, pp. 304-21: Friene von Sales Doye, Heilige und Selige, I. Lipna 1920, p. 411: J. Habers, Houthem-Sint-Gerlach en het adellijk xromerentift aldaar, in Publications de la Société historique et archéologique dans le diché de L'udoung, 6 (1889), pp. 1-245.

Pietro Gromons
GERMANI, RELIGIONE dei. - Sulle credenze religiose degli antichi popoli germanici anteriormente al loro contatto col mondo romano, cioè fino alla conquista metodica di Augusto, non si possiede pressoché nessuna informazione attendibile di qualche importanza. Scarsissime sono pure le notizie di fonte diretta del periodo posteriore, di quello, cioè, che va fino alla loro conversione al cristianesimo, poiché solo con questa, come è noto, comincia presso quei popoli l'uso della scrittura a scopo letterario e si può dire che finisca perciò la loro preistoria.

Il fatto che la conversione stessa non si compi simultaneamente presso le varie famiglie del ceppo germanico, ma si protrasse per ca. otto secoli - dalla metà del iv, in cui si convertirono all'arianesimo i Visigoti della Mexia, fino ad oltre l'zi, allorché furono organizzate le province seclesiastiche della Scandinavia - nonché la circostanza che in talune regioni la conversione stessa si effettuò pacificamente e gradatamente in seguito ad una
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(da G. Van Der Leene, De Godsdioestea der Wereld, Amsterdam Mil. Fg. 161) Germani, religione dei - Carro del sole trainato da un cavallo, proveniente da Trundholm (Jütland).

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propaganda esercitata con la massima prudenza e tolleranza, lasciando anche sopravvivere qua e là usanze e riti pagani, come presso gli Anglosassoni e gli Scandinavi, e in altre, invece, dove essa era anche e soprattutto una faccenda politica, come presso i Frisi ed i Sassoni al tempo di Carlomagno, essa fu imposta col rigore delle leggi e talora con la distruzione violenta di tutto ciò che ricordava la fede primitiva, spiegano non solo come il quadro del paganesimo che si può oggi ricostruire, sia notevolmente diverso presso le varie famiglie, ma anche come le fonti, a cui è possibile attingere, fluiscano in modo cosi vario. Per i territori della Germania propriamente detta si puó dire che non si hanno se non notizie indirette - a prescindere da qualche reperto archeologico di dubbia interpretazione e da qualche frammento letterario anch'esso controverso - cioè le opere degli scrittori dell'antichità, specialmente di Tacito, che dànno però informazioni isolate e sovente superficiali, parecchi storici medievali delle famiglie germaniche, Jordance per i Goti, Gregorio di Tours per i Franchi, Paolo Diacono per i Longobardi, Widuchindo per i Sassoni, e le biografie dei missionari che evangelizzzsono i popoli germanici, s. Colombano, s. Gallo, s. Bonifacio, gli uni e le altre mancanti spesso di precisione o, specie le seconde, comprensibilmente non abbastanza obiettive. Per le regioni del Settentrione d'Europa, invece, dove, come si disse, il paganesimo sopravvisse fino ad oltre il Mille, si ha una ricchezza incomparabile di fonti dirette, cioè una cospicua letteratura nazionale (v. Edra) nella quale non solo si trova sviluppata organicamente una complessa saga divina, ma e pur fissata una compiuta doctrina cosmogonica ed escatologica. Una tale mitologia, cosiddetta nordica, non può per altro esser presa se non molto cautamente per base della ricostruzione del paganesimo comune, essendo talora non solo il risultato di sviluppi indipendenti, ma avendo subito il più delle volte notevoli influssi stranieri e specialmente cristiani, e non rappresentando perciò un complesso di credenze popolari, ma piuttosto un'epopea artistica e aristocratica, una poesia dotta.

All'epoca del loro ingresso nella storia le popolazioni germaniche veneravano alcune divinità antropomorfiche, già modellate con particolari caratteri etici e con forme di culto semplicissime ma non più rudimentali, in rozzi templi di legno, che in origine pare mancassero del tetto a ciò bastando l'ombra di sacre foreste, alberi consacrati e idoli di legno o di pietra a cui si offrivano sacrifici di frutta, di animali e spesso di vittime umane: sacerdoti non costituiti in costa speciale e la cui dignità era forse prerogativa degli anziani e delle famiglie più cospicue, anzi talora degli stessi principi. Il nome collettivo degli dèi era Asi. Il loro numero è variabile a seconda delle regioni e delle epoche : mentre i poeti norreni lo fissarono talora a 9 , tal'altra a 12 e persino a 14 , Tacito parla di tre divinità principali e con lui si accordano numerose altre testimonianze, fra cui la famosa «formola di abiura» sassone del sec. viII nella quale sono citati i nomi degli dèi a cui i neofiti dovevano rinunciare ricevendo il Battesimo, e cioè Donar, Wodan e Ziu, che i Romani identificarono con Giove, Mercurio e Marte, e che ebbero nel settentrione rispettivamente il nome di Thor, Odino e Tyr. La supremazia sugli altri e su tutto il consorzio celeste fu tenuto or dall'uno or dall'altro dei due primi. Si tratta, in ogni modo, di un deciso politeismo: le ipotesi di taluni studiosi che ravvisano indizi di monoteismo sia all'inizio della concezione religiosa germanica, sia come tendenza finale del suo sviluppo, sia come carattere latente, sono insostenibili. Specifico è, invece, il fatto ch'esse sono tutte e tre, più o meno, divinità di guerra e che a questa hanno attinenza i loro principali attributi : qualità forse non originaria, ma acquisita attraverso le tempestose vicende e i secolari conflitti delle trasmigrazioni, che esaltarono in supremo grado gli istinti guerrieri di quei popoli e impressero un carattere fosco e bellicoso alla loro saga divina cosi come offersero il motivo della tragica fatalità che riempie la loro epopea nazionale.

Di codeste tre divinità la più antica è certamente Ziu, che rappresenta l'originario dio celeste dell'antichità ariana, comune, per la concordanza etimologica, a tutti i po-
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(An Rivista di Archalogio cristiana, 2 [1932], p. 120)
Germani, sellogiox dei - Ara votiva pagana delle Matronar. Anfaniae trovata sotto il pavimento della cripta romanica della collegiata di S. Cassio - Bonn.
poli indoeuropei. Presso i G. dell'epoca storica egli ha già assunto però il carattere e gli attributi di un dio della guerra, per cui Tacito, che parla del suo culto presso alcune popolazioni e narra che i vincitori gli consacravano tutti gli uomini dell'esercito vinto, lo identificò con Marte. Analogamente, allorchè i G. della regione renana del III e del IV sec. avvertirono la necessità di tradurre in tedesco i giorni della settimana latini, sostituendo ai nomi delle divinità romane, da cui si chiamavano i cinque pianeti allora conosciuti, i nomi delle corrispondenti divinità germaniche, Ziu prese il posto di Marte per rendere il dies martis: Ziostac e, nel nord, Tysdagr. Se a Ziu, con il nome di Irmino, quale capostipite degli Erminoni, debba intendersi consacrata la enigmatica Irminsul o columna universalis, cioè un tronco d'albero gigantesco, venerato specialmente presso i Sassoni, ma anche altrove, e di cui uno fu distrutto da Carlomagno nel 772 presso Eresburg, oppure se il vocabolo Irmin conferisca ai composti un senso superlativo senza alcuna relazione a qualche particolare divinità, è tuttavia dubbio.

Culto generale godette Donar, che nel settentrione ebbe il nome di Thor. Dio del tuono, come dice il suo nome, egli fu da Tacito identificato dapprima erroneamente con Ercole e poi esattamente con Giove, benché soltanto più tardi e nella sola Scandinavia egli abbia tenuto il primo posto fra tutti gli dèi; nelle altre regioni sembra aver avuto sempre una posizione inferiore a Ziu, poi a Wodan. Era ritenuto il più forte e il più valente degli dèi ed invocato dai combattenti prima della battaglia. Gli venivano offerti sacrifici di animali e gli si consacravano degli alberi, come la quercia di Geismar, abbattuta da s. Bonifacio, che col suo legno fece costruire un oratorio a S. Pietro. Nel settentrione è il dio del popolo comune, protettore della casa, della proprietà e della nazione. Personificazione della forza naturale usata in difesa dei deboli, egli appare come l'invincibile debellatore dei giganti avversari, il vendicatore e il protettore del divino consorzio. Rappresentato come un bell'uomo alto e robusto dalla lunga barba rossa, armato di un for-

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(da G. Van Der Leew, De Godsdiensten der Wereld. Amsterdam III, Na. 123)
Germani, religione dei - Odino (Wotan) su di un cavallo a otto zampe guida nel Walballa gli eroi morti in battaglia raffigurati entro una barca, proveniente da Tjängvide (Götland).
midabile martello a manico corto, lo si può dire il più germanico di tutti gli dèi, quello che anche nella letteratura norrena ottenne la massima idealizzazione senza elementi stranieri. Il suo nome prese il posto di Giove nella formazione del vocabolo corrispondente a giovedi in tutte le lingue germaniche.

Nei territori occidentali e settentrionali della Germania propriamente detta il primo posto fra gli dèi sembra essere stato tenuto sempre da Wodan che i Roman identificarono con Mercurio. Originariamente di carattere demonisco, condottiero, nelle notti di tempesta, della caccia selvaggia, cioè della schiera delle anime ch'egli poi riconduce nel grembo delle montagne, egli perdette in seguito questo carattere e assunse gli attributi di un dio celeste, signore della guerra e della vittoria, ma anche della vita spirituale e della civiltà. Nel settentrione, ove fu al centro del culto e divenne il dio aristocratico delle corti e il prediletto degli Scaldi, si sviluppò intorno alla sua figura un ricco complesso di miti che lo rappresentano come padre universale e supremo ordinatore del mondo, sovrano dell'arte magica e inventore delle "rune" (i primi caratteri scritti tolti all'alfabeto latino e usati come segni misteriosi a scopo divinatorio). Come signore della guerra egli troneggia nel meraviglioso Walhall, o "tempio degli uccisi ", specie di paradiso aristocratico, ove vengono accolti i morti in battaglia, che vi continuano le occupazioni predilette della vita terrena, intrattenendosi in esercisi guerreschi e in sontuosi banchetti, allietati dalle Walchirie, specie di semidee, ancelle di Odino, che cavalcano in gruppi per il cielo coperte di elmo e armate di scudo e di corazza, col compito di scegliere, come dice l'etimologia del loro nome, i predestinati a soccombere, concedendo ad altri la vittoria. Nell' E d a ́ a gli si attribuisce anche una attività creatrice; insieme con i suoi fratelli Vili e Ve egli avrebbe creato il primo uomo e la prima donna, animando un olmo e un frassino sulla riva del mare. E superfluo avvertire che il mito germanico non sa nulla di una creazione nel senso della nostra Geneti: esso presuppone l'eternità della materia e gli dèi non stanno già al principio del mondo, ma all'inizio della storia. Il nome di Odino so-
stitui quello di Mercurio nella denominazione del giorno di mercoledì in tutte le lingue germaniche, meno nelle regioni del mezzogiorno, cioè nell'attuale tedesco letterario. Questo fatto può valere come una prova che al tempo dell'introduzione dei nomi latini, le popolazioni dei territori che furono poi alto-tedeschi, non praticavano il culto di Wodan.

Accanto a Odino si trova, fin dalle più antiche testimonianze, una divinità femminile, Frija; ma se si eccettua una leggenda longobarda tramandata da Paolo Diacono, ove essa appare col nome di Frea, e qualche formola magica, essa è molto scarsamente documentata al di fuori dei paesi scandinavi, ove prese il nome di Frigg, ed è la dea dell'amore, della felicità maritale e della casa : corrisponde perciò, come campagna del dio supremo, meglio a Venere che a Giunone, e della prima infatti essa prese il posto in tutte le denominazioni germaniche del venerdi.

Poco, onsi nulla più che il nome latinizzato si sa di altre divinità, probabilmente locali, di cui parla Tacito : di una Tanfana, venerata dai Marsi, di una Nehalennia, che si trova raffigurata in alcune pietre votive, di una Badhuanna, a cui era sacro un boschetto presso i Frisi, di un dio Requelivahano, menzionato in una lapide del is sec., e di altre ancora. Merita però menzione particolare la dea Nerthus, che Tacito identifica con la Madre Terra, venerata presso alcune popolazioni dello Jutland e il cui santuario, ch'era il tempio nazionale degli Ingavoni, si trovava in mezzo ad una foresta in un'isola solitaria del Baltico, e nel quale si custodiva il carro su cui il simulacro della dea veniva portato in giro con grande solennità per celebrare forse la fecondità della terra e il risveglio della vegetazione. Il suo culto mostra una grande concordanza con quello del dio Njord e del figlio Freyr delle fonti nordiche, il quale ultimo occupò talora nella Svezia un posto preminente accanto a Thor e a Odino. Essi non appartenevano però alla stirpe divina degli Asi, ma a quella dei Vani, stirpe altrettanto potente, benché più barbara e più rozza, che mossero guerra agli Asi e si riconciliarono poi col patto che due di essi fossero accolti nel concilio degli Asi, i quali davano in cambio due dei loro. Questa guerra di due stirpi divine è certo il riflesso di una lotta culturale fra i seguaci di una fede antica e quelli di una religione straniera, forse l'immigrazione del culto di Odino nella Svezia, ove era già antica l'adorazione di Freyr, e la conseguente fusione dei due culti. Sono altresi caratteristiche del settentrione e perciò creazioni posteriori e indipendenti, altre divinità, di cui qui basti citare Balder, dio della purezza e dell'innocenza a martire di un fatale tradimento, la cui morte sarà il triste preludio della fine del mondo; Loki, originariamente demone del fuoco, genio del male e padre di una figliolanza terribile, tra cui Hel, dea della morte, personificazione, cioè, dell'antico concetto germanico di un luogo sotterraneo che accoglie le anime di tutti i morti e poi, quando la fantasia nordica ebbe creato il Walhall per gli eroi morti in battaglia, solo di coloro che morivano di vecchiaia o di malattia. Infine anche le vaghe e rudimentali idee degli antichi G. sull'origini degli dèi e delle stirpi ebbero uno straordinario sviluppo nella letteratura nordica, dove per opera in parte del popolo, in parte dei poeti, esse furono sistemate in una vera e propria dottrina che abbraccia l'intera saga divina in un grande quadro che contiene i singoli miti come singole azioni dello spaventoso dramma universale. Esse sono state tramandate specialmente nel primo libro dell' E d a ́ a, la Völuspa, che è nello stesso tempo il libro delle origini e la profezia della fine (v. cosmogonia). Nato il primo essere capostipite dei primi Asi, Odino, e poi Vili e Ve, venne da essi costruito Asgard, o giardino degli Asi, ove trascorsero per lungo tempo una vita di gioia nell'età dell'oro. Ma il loro destino si offusca dal giorno in cui Loki ottiene con la sua astuzia la morte del giusto Balder, e precipita finalmente verso la catastrofe, verso il "crepuscolo degli dèi" nel quale in una spaventosa battaglia tra gli Asi e le potenze avversarie, tutti procombono, mentre il mondo si incendia ed ogni vita dispare. Ma dalle immense ceneri una nuova terra emerge più bella dell'antica, su cui germina il grano senza che la mano dell'uomo vi getti

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il seme; un nuovo sole risplende che camminerà per la medesima via. Degli antichi dèi solo Balder e pochi altri rivivono; ma essi hanno perduto per sempre l'antica sovranità, che spetta ormai a un nuovo dio, "l'onnipotente che viene dall'alto al supremo giudizio ". In tutto ciò è facile isolare ciò che pub essere veramente concezione antica germanica o più specialmente nordica, da quanto è elemento di importazione, tolto, cioè, al corredo dei motivi classici, o delle speculazioni orientali, o delle idee giudaico-cristiane sulla fine del mondo, pervenute nel nord al tempo delle scorrerie dei Vichinghi. Solo bisogna guardarsi dal pensare, sulla scorta di questi e di altri vaghi sebbene genuini motivi, ad inconsci presagi, a "voci profetiche", dell'antichità germanica, a rapporti di affinità tra due concezioni religiose e morali, che sono lontane l'una dall'altra come la verità dall'errore.

BinL.: E. II. Meyer, Mythologie der Germanen, Strasburgo 1903; S. Sugar, Studien over de nordiske Gude - og Hellesuges Oprindelse, Cristianis 1909; W. Gohber, Handbuch der germanischen Mythologie, Lipsia 1909; J. Grimm, Deutsche Mythologie, nozors ed., Berlino 1930; F. R. Schröder, Quellenbuch zur germanischen Relieiumgeschichte, Berlino-Lipsia 1933; J. De Vries, Aligermauische Religionsgeschichte, a voll., Strasburgo 1935-37; H. Schneider, Die Götter der Germanen, Tubinga 1938; G. Dunsizil, Mythes et dieux des Germaius, Parigi 1939: E. Tonnelat, La religion des Germains (Mana, 2), ivi 1948. Bruno Vignola

GERMANIA. - La G. (Deutschland) abbraccia la parte maggiore dell'Europa centrale.

Senazzato: I. Geografia. - II. Storia civile e religiosa. III. Condizione giuridica della Chiesa. - IV. Letteratura. V. Archeologia. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.

## I. Geografia.

E lo Stato europeo che negli ultimi ottan* t'anni, vale a dire dopo il raggiungimento della sua unità politica ( 1871 ), ha subito le più ampie variazioni territoriali. Ridotta di 1 / 7 dopo la prima guerra mondiale, riprese con il 1936 (plebiscito del Saarland) la sua espansione, che, allo scoppio della seconda guerra mondiale, ne aveva accresciuto il dominio di oltre 1 / 6 rispetto al 1913 e lo aveva triplicato nel 1942, quando con le vittorie militari il suo confine orientale correva dal Golfo di Finlandia alla Crimea e quello meridionale si internava nelle Alpi sino alla Croazia.

|  | Superfice <br> in kmq. | Popolazione <br> in (rooo ab.) | Densità <br> a kmq. |
| :-- | :--: | :--: | :--: |
| 1913 | 540.835 | 65.000 | 74 |
| 1929 | 468.768 | 59.177 | 126 |
| 1937 | 470.300 | 69.300 | 147 |
| 1939(mathrm{r}=mathrm{IX}) | 635.733 | 86.000 | 135 |
| 1942(mathrm{r}=mathrm{I}) | 1678.200 | 160.919 | 96 |
| 1950 | 353.300 | 66.500 | 188 |

In seguito alla sconfitta finale, e prima ancora che un trattato di pace regolasse la nuova delimitazione territoriale della G., quanto presumibilmente le verrà conservato è stato ripartito in quattro zone di occupazione, ognuna delle quali comprende un certo numero di unità amministrative (Länder), come dal prospetto a fianco.

Il 23 maggio 1949 la trizona occupata dalle potenze occidentali si è costituita in Repubblica federale tedesca (Bundesrepublik Deutschland) con costituzione democratica e rappresentanza bicamerale elettiva; mentre il 7 ott. dello stesso anno i Länder della zona sovietica si riunivano nella Repubblica democratica tedesca (Deutsche Demokratische Republik), di tipo sovietico, ciò che ha accentuato la separazione in atto fra le due parti della G. controllate dai due gruppi antagonisti di occupanti. La G. ad E. dell'attuale confine tedesco-polacco (Oder-Neiase : 110 mila kmq. con 9,5 milioni di ab. nell'anteguerra, di cui meno di I milione non germanofoni) è stata annessa alla nuova Polonia, come compenso dei territori già po-
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lacchi reclamati dall'U.R.S.S., cui è stato per giunta attribuito il settore settentrionale della Prussia orientale con Königsberg (ribattezzato in Kaliningrad), costituito in circondario autonomo della R.S.F.S.R.

La G. è così passata al 5^{°} posto fra gli Stati europei per superfice dopo U.R.S.S., Francia, Spagna e Svezia), superando di poco, sotto questo riguardo, la Finlandia e l'Italia. Nessun altro Stato europeo ha tuttavia contatto con un cosi grande numero di confinanti (Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Danimarca) e, per contro, frontiere in altrettanta parte convenzionali.

Il territorio tedesco, che coincide a N. con l'ampia planura, spesso sterile e paludosa che congiunge il bassopiano francese al sarmatico, presenta nel centro e nel S. un vario alternarsi di massicci, di più o meno estese zone depresse, d'altopiani e di montagne. Per la maggior parte della sua superfice la pianura è povera, poco adatta alle colture e scarsamente abitata; solo sul suo margine meridionale, al contatto con i rilievi della G. centrale, il terreno diviene fertile e ben provvisto di risorse minerarie (sale, potassa, lignite, antracite), mentre gli estuari dei grandi fiumi (Elba, Weser) gli assicurano un facile sbocco sul mare più frequentato del continente. La G. centrale è regione accidentata e boecosa, rimasta a lungo divisa in piccoli Stati: le alturette e le montagne vi hanno in genere forme dolci ed elevazione modesta ( 1603 m . nel Riesengebirge, 1493 nella Foresta Nera, 1142 nello Harz), e conservano il primitivo mantello di boschi, tanto che la stessa parola (Wald) indica il rilievo e la foresta. A S. del Danubio un largo ripiano, anch'esso coperto

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Germania - G. di N. E. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. Per la Prussia v. carta relativa.
di boschi, cosparso di laghi e poco popolato precede la zona alpina, ricca di pascoli, che culmina, nella massa calcarea delle Alpi bavaresi, con lo Zugspitze ( 2083 m .).

Il clima, relativamente mite, risente tanto meno dell'influenza mitigatrice dei venti oceanici, quanto più ci si avvicina al bassopiano sarmatico; si fa perciò via via più rigido e continentale (cioè con crescente escursione termica) piuttosto procedendo da O. ad E. che non da S. a N.; a S., d'altronde, il rilievo s'inasprisce, con abbondanza di nevi invernali, nelle alte aree alpine. Le piogge, in genere abbastanza copiose, ben distribuite in tutto l'anno, ma con massimi estivi, od autunnali (G. di NO.), diminuiscono nello stesso senso. Ne consegue che i fiumi, orientali - salvo il Danubio - tutti da S. a N., sono generalmente ricchi d'acqua e ben navigabili.

Il paesaggio della G. è stato profondamente modificato dall'uomo, che ha largamente bonificato i terreni paludosi e sabbiosi e sostituito le colture all'originario tegumento boschivo; questo copre tuttavia ancora ca. 1 / 4 del territorio tedesco.

La popolazione, etnicamente compattissima anche prima della recente contrazione territoriale, è andata aumentando con ritmo regolare, anche se l'attivo demografico s'era venuto riducendo nell'anteguerra: il totale (nei confini del 1913) era di 24,8 milioni di ab. all'inizio del sec. xix e, nonostante le due catastrofi belliche del nostro secolo (oltre 2 milioni di vite umane sacrificate nella prima e 6 milioni nella seconda guerra mondiale), è ormai quasi quadruplicata, potendosi calcolare di ca. 95 milioni i tedeschi sparsi in tutto il mondo (non meno di 10 milioni negli U.S.A.). Il movimento migratorio, che aveva superato le 220 mila unità annue nel 1881 , è
disceso a cifre assai modeste ( 20 mila) dopo il 1930. La percentuale della popolazione urbana oltrepassava nel 1939 i³ / 4 della totale: le tremende distruzioni operate dai bombardamenti aerei non hanno impedito che ancor oggi, ed in più ristretti confini, la G. noveri due città con oltre 1 milione di ab. (Berlino e Amburgo), tre con oltre 500 mila (Monaco, Lipsia, Essen; ma erano 8 nel 1939 entro l'attuale territorio), 4 i con più di 100 mila ( +4 nel 1939), e 55 con più di 50 mila ab. ( 40 nel 1939). Per dare un'idea dei danni sofferti, basterà ricordare che a Berlino fu distrutto il 34 \% e più o meno danneggiato il 54 \% degli edifici; dopo la guerra appr na il 12 \% della metropoli era rimasto illeso.

Agricoltura e allevamento occupano poco più di 1 / 4 della popolazione tedesca (oltre 1 / 3 al principio del secolo). Della superfice territoriale l'arativo assorbe intorno a 3 / 5.
ed è destinato soprattutto alle colture cerealicole, che dànno, in ordine decrescente di produzione, segale ( 35,2 milioni di q. nel 1947), avena ( 31 milioni di q.). frumento ( 20,3 milioni di q.), e orzo ( 11,3 milioni di q.) insufficienti però al consumo interno e tanto più dopo la perdita dei territori orientali, prevalentemente agricoli e poco popolati. La patata ( 248 milioni di q.) destinati in parte alla distillazione dello spirito), la barbabietola da zucchero, il luppolo (birra), il lino ed il tabacco sono le colture industriali più diffuse. Notevole importanza hanno inoltre la frutta ed il vino (G. meridionale). Anche l'allevamento, sebbene curato razionalmente ed in forme estensive ( 14 milioni di bovini; 8,4 di suini; 3,5 di ovini; 2,2 di cavalli nel 1947) non basta al fabbisogno interno di grassi, carne ed uova. Notevoli cespiti di guadagno sono poi assicurati dalla silvicoltura e dalla pesca (il cui quantitativo prebellico si aggirava sulle 600-750 mila tonn. metriche).

Di risorse minerarie la G. non può dirsi certo eccezionalmente dotata: ma l'abbondanza del carbone e la presenza di minerali metallici e soprattutto ferrosi dan ragione del moderno sviluppo delle sue industrie, affermatesi anche in grazia di una tecnica progredita e di una organizzazione sempre più efficente. Alla vigilia della seconda guerra mondiale più di 2 / 5 della popolazione tedesca era impegnato nelle industrie e la G. figurava, con gli U.S.A. e l'Inghilterra, fra i paesi sotto questo riguardo meglio attrezzati e più altamente produttivi del mondo. L'industria tedesca poggiava, in sostanza, sull'estrazione del carbon fossile, che forniva forza motrice, combustibile per la metallurgia, e materia prima per l'industria chimica: le sue aporie consistevano soprattutto nella ne-

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Germania-G. di N. O. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche: 3) Pertovie. Per la Baviera v. carta relativa. cessità di importare materie prime da trasformare e di trovare sempre nuovi mercati alla crescente produzione; onde la tendenza ad una sempre più concreta autarchia. La sconfitta subita nella seconda guerra mondiale ha aggravato assai le difficoltà dell'economia tedesca, sia per le perdite di distretti minerari (il bacino carbonifero slesiano, la Sarre, ecc.), sia per le demolizioni delle attrezzature industriali e le limitazioni poste alla produzione dagli alleati. Tuttavia nella bizona anglo-americana l'indice di questa produzione ha quasi raggiunto, ormai, il livello dell'anteguerra (1936), mentre nulla di preciso si conosce relativamente al settore sovietico.

Nella stessa bizona furono estratti nel 1948 oltre 88 milioni di tonn. di antracite e 65 milioni di tonn. di lignite. Molto minore è l'importanza dei minerali di ferro (Siegerland, Braunschweig), di rame (Harz), di argento, di bauxite, ecc., mentre per il piombo e lo zinco (Renania, Hara, Erzgebirge) e più ancora per i sali di potassio (G. centrale : 14,5 milioni di tonn. di minerale nell'anteguerra) la G. godeva quasi di un monopolio europeo.

Quasi tutte le industrie più efficienti innanzi la guerra (siderurgiche, meccaniche, chimiche, ecc.) sono state o
distrutte o grandemente limitate (anche le tessili, il calzaturificio, la cartaria); fra le libere, oltre l'estrattiva, prevalgono il mobilificio, l'industria del vetro, quella del legname, le edilizie, ecc., che rappresentano una modestissima aliquota del formidabile potenziale tedesco.

A questo potenziale corrispondeva, prima della guerra, un'adeguata organizzazione commerciale, che beneficiava della privilegiata posizione geografica del paese - intermediaria fra l'Europa occidentale e orientale da un lato, e fra il mondo mediterraneo e quello atlantico dall'altro e mentre disponeva all'interno di ottime reti stradali (nel 1937 v'erano in G. 213 mila km . di strade pubbliche) e ferroviaria ( 68 mila km .), largamente completate da fiumi e canali navigabili, metteva al servizio dei traffici internazionali una flotta mercantile ch'era la quarta del mondo ( 4,5 milioni di tonn. nel 1939) e porti tra i meglio attrezzati e frequentati d'Europa (Amburgo, Brema, Emden). Attualmente, il naviglio disponibile è ridotto a proporzioni insignificanti ( 294 mila tonn.).

Va ricordato che, innanzi la prima guerra mondiale, la G. possedeva un vasto impero coloniale (soprattutto in Africa, ed in parte in Asia ed in Oceania) : quasi 3 mi -

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lioni di kmq. con, allora, 13 milioni di ab. (oggi ca. 20), andato poi interamente perduto.

Bini.: K. Kretschmer, Historische Geographie von MittelEuropa, Berlino 1904: G. Braun, Deutschland, 2^{text {a }} ed., ivi 1926: P. Hesse, Die deutschen Wirtschaftsgebiete in threr Bedeutung für die landwirtschaftliche Erzeugung und Versorgung Deutschlands, ivi 1928; E. Banse, Deutsche Landeskunde, Monaco 1932: O. Maull, Deutschland, Lipsia 1933: K. Hassett, Das Wirtschaftsleben Deutschlands und seine geographischen Grundlagen, 2a ed., Dresda 1934: H. Schrepfer, Landeskunde von Deutschland, 1: Der Nordwestrn, Lipsia 1935: S. Pessarge, Die deutsche Landschaft, Berlino 1936: L. Rüger, Die Bodenschätze Deutschlands, Monaco 1937: R. E. Dickinson, The regions of Germany, Londra 1945: G. Barraclough, The origins of modern Germany, Oxford 1947: R. Minder, Allemagne et Allcmands, Parigi 1948: G. Stolper, German realities, Nuova York 1948.

Giuseppe Caraci

## II. Storia civile e religiosa.

Sommario: I. Nel mondo antico. - II. L'Impero medievale. III. La G. e la Riforma. - IV. Il predominio prussiano. - V. L'Impero germanico. - VI. La Repubblica di Weimar e il Terzo Reich.
I. Nel mondo antico. - Nell'ultima età repubblicana, la conquista romana della Gallia apre la via alla conoscenza delle terre oltre il Reno, il fiume alle cui sponde Cesare aveva fatto giungere i Romani. Nel 38 a. C. gli Ubii si trasferirono sulla riva sinistra del Reno e Agrippa fondava Colonia, la futura metropoli della Renania. Ma ad ogni spedizione romana seguiva l'insorgere delle tribù. Gli Usipeti, i Tenteri, i Sicambri valicano il fiume e portano la guerra nella Gallia romanizzata. Augusto dové porsi il problema della pacificazione delle terre tra il Reno e l'Elba ad assicurare il confine gallico ed il "limes" danubiano, che poteva essere influenzato dalla poca sicurezza del primo. La realizzazione dell'impresa fu affidata a Druso (13-9 a. C.) e, alla sua morte, fu continuata da Tiberio, che ebbe il merito di far accompagnare, ed anzi precedere, l'azione militare da un'opera di penetrazione civile, che raggiunse i risultati migliori. La mancata sottomissione dei Marcomanni, l'agitazione dell'Illirico e della Frenonia, e la rivolta del 9 d. C. tra i Germani, animata da Arminio, capo dei Cherusci, pose in pericolo tutta l'opera di Roma, da Cesare a Tiberio. Se la perdita delle legioni di Quintilio Varo, nella foresta di Teutoburgo, poté restare senza conseguenze più gravi per il pronto ritorno di Tiberio e, soprattutto, per le operazioni militari condotte da Germanico, e per le dissensioni tra gli insorti, la realizzazione di una G. romana dal Reno all'Elba venne a mancare per sempre.

Sul finire del sec. I la G. occidentale e meridionale entra nel territorio dell'Impero e la sua vicenda si fa comune, per gran parte, a quella della Gallia. L'insurrezione dei Batavi nel 69-70, la successiva tentata proclamazione di un impero gallico, la vittoria conseguita da Vespasiano sulla vasta insurrezione, sono tra gli episodi più drammatici. Per tre secoli la G. resta nell'orbita di Roma, e le genti che vengono a contatto con la sua opera legislativa e civile sono attratte alla civiltà. Dalla fine del III sec., progressivamente accentuandosi lungo il iv, la G. è percorsa dal brivido delle invasioni : Frisi, Franchi, Sassoni, Longobardi, Svevi, Alamanni, Bavari, Angli e Juti, Turingi e Burgundi, Rugi, Siciri, Turcilingi, Eruli, Gepidi, Vandali, e poi ancora Ostrogoti e Visigoti, premono, da sud, da est, dal mare. Quel che profondamente influisce sulla vicenda della G. è la formazione del Regno franco: la fine del Regno degli Alemanni, segnata a Tolbiacum dal fondatore della dinastia franca, Clodoveo, nel 496, portando all'intervento franco oltre il Reno, favoriva il formarsi di uno Stato a cavallo del fiume. Sparisce il Regno dei Turingi, i Sassoni occupano lo Harz, e il Regno goto d'Italia entra in crisi, per l'intervento bizantino: tutto ciò favorisce l'assumersi, da parte dei Franchi, di una posizione predominante sulle genti germaniche e fa dei Franchi un più valido argine
alle scorrerie degli Slavi. Anche contro gli Avari e i Longobardi, quello dei Franchi sarebbe stato un compito di arginamento per la difesa di una civiltà che essi ereditavano da Roma e che li trae ad entrare nell'orbita della Chiesa cattolica, e ad esserne i figli osservanti e fedeli.
II. L'Impero medievale. - Compiuta nel sec. vi la conquista franca della Gallia, e divisa questa - e le annesse terre germaniche - nella Neustria, il paese dei Franchi occidentali, e nell'Austrasia, a cavallo della Mosella, del Meno e del Reno, la decadenza della dinastia merovingia non si ripercuote, per allora, decisamente, sulla perdita dell'influenza franca nella G. A partire da Pipino d'Héristal, e dalle sue vittoriose campagne oltre il Reno, i Carolingi riprendono la politica d'espansione dei primi re franchi: Carlo Martello (v.) batte Frisi e Sassoni e li respinge dal territorio tra il Reno e la Mosa, fino al Weser; Pipino il Breve riprende la lotta contro i Sassoni e rende tributari Bavari e Alamanni. Con Carlomagno (v.), soggiogatore, in una lotta trentennale, degli indomiti Sassoni, l'opera dei predecessori si compie e culmina in un generale assestamento della G., da cui essa trarrà lo sviluppo della propria vicenda nazionale.

Quando, in nome di un ideale di conquista e di fede, Carlomagno ebbe infranto (con una crudeltà, solo giustificata dal continuo riaccendersi delle ribellioni), la resistenza dei Sassoni e dell'eroe Viduchindo, egli poté estendere ai territori d'oltre Reno il sistema amministrativo-militare delle contce, religioso dei vescovati, giudiziario e civile delle leggi franche. Contemporaneamente allo spezzamento dell'unità sassone avveniva, per fasi, anche quello della Baviera: ne porge occasione l'orientamento filo-longobardo dei duchi Agilolfingi, stretti di parentela al re Desiderio. Carlo sottomette anche gli Avari e li disgrega, liberando all'espansione e all'assestamento delle stirpi germaniche il fianco del medio Danubio. Di fronte agli Slavi si ferma l'iniziativa dell'Imperatore, che negli ultimi suoi anni trova peraltro ancora il modo di sistemare, contro i Danesi, il cónfine della Jutlandia.

Impero, per metà romano e per metà germanico, come mostrò la scelta stessa della capitale sul Reno, ad Aquisgrana; intimamente religioso e cattolico, come chiarì la fastosa scena del Natale dell'Ottocento, con Carlomagno la G. era definitivamente conquistata alla civiltà occidentale e, per merito di s. Bonifacio (v.) e degli altri missionari della fede, alla Chiesa cattolica. Vi fu, nella vita delle genti germaniche, una mitigazione del costume, un progressivo accostamento al mondo romanico, opera insieme dell'Impero carolingio e della Chiesa.

La morte di Carlomagno, nell'814, segna una prima incrinatura nell'unità delle due parti dell'Impero carolingio; quegli elementi di successiva autonomia, che erano stati fin dalla creazione dell'Austrasia, dovevano farsi più sensibili sotto i successori del grande Imperatore, e prevalere durante le lotte tra i figli di Ludovico il Pio. Questi dissidi erano destinati a favorire anche le tendenze autonomistiche della nobiltà fondiaria : l'una delle due forze (l'altra, quella dei grandi possessi ecclesiastici, sarebbe sorta più tardi, quasi a equilibrare la prima) su cui si sarebbe sviluppata la potenza dell' Impero tedesco. Già nell' 837 Ludovico, re dei Franchi orientali, e che sarà detto il Germanico, raccoglieva sotto il proprio scettro la maggior parte dei territori e dei popoli germanici : Franconia e Turingia, Sassonia, Alamannia e Baviera. Nell'841 Ludovico e Carlo il Calvo si trovano alleati contro Lotario I. Il Giuramento di Strasburgo del 14 febbr. 842 è insieme il primo documento di lingua tedesca e del differentiarsi delle due nazio-

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(per carlesio della datl.esa L. sua Wilkèrsi)
In alto a sinistra: NAVATA CENTRALE E CORO di St. Godehard (1133-78) - Hildesheim. In alto a destra: NAVATA CENTRALE E CORO del Duomo (sec. xiII) - Bamberga. In basso a sinistra: NAVATA CENTRALE E CORO della chiesa di S. Croce (sec. xiv) - Schwäbisch-Gmünd. In basso a destra: CHIESA DI DIESSEN (Alta Baviera), terminata nel 1739. Architetto Johann Michael Fischer, stucchi di Feichtmayr e Nebelhör. Pitture del soffitto di Bergmüller.

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(per cartesia della dutt.ssa L. rou Wickens)
In alto a sinistra: S. PIETRO E L'ANCELLA. Particolare della balaustra del coro occidentale del Duomo (ca. 1260) - Naumburg. In alto a destra: AUTORITRATTO IN LEGNO DI JÖRG SYRLIN (1468-74). Particolare del coro del Duomo - Ulma. In basso a sinistra: MARIA E L'ARCANGELO GABRIELE. Scultura dell'inizio del sec. xiv - Ratisbona, Duomo. In basso a destra: ANGELO di Johann Georg Greiff (ca. 1745). Scultura in legno - Monaco, chiesa del S. Spirito.

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nalità. Anche se restava a Lotario I la supremazia del titolo imperiale, il trattato di Verdun dell'ag. 843 sanciva l'indipendenza rispettiva dei Regni di Germania e di Francia.

Carla il Grosso rinnovava nell'884 intorno al suo nome l'unità dell'Impero già diviso, vivente Ludovico il Germanico, in tre entità autonome: la Baviera, la Sassonia e l'Alomannia; ma nell' 887 la sua deposizione alla Dota di Tribun segnava un ritorno allo autonomie già disegnatesi. La situazione dell'Impero, scossa dai dissidi interni e minacciata all'esterno dal dilagare degli Ungheresi, dai Normanni e dei Vendi, non composta dall'azione di Corrode I di Franconia, eletto e consacrato nel 911 a Forchheim, fu risanata dall'opera sagace, energica e attenta di Enrico I, fondatore della casa di Sassonia. Suo figlio Ottone I, designato alla successione nell'assemblea di Erfurt (936), fu il grande interprete della maturata translotio dell'Impero dalla Francia alla G. Egli ispira fin dall'inizio la sua azione ad una grandiosità non conosciuta nel passato: dalla consacrazione ad Aquisgrana al maggior distacco dai duchi chiamati al servizio personale del sovrano. Determina un nuovo sistema amministrativo, creando a lato dei duchi una categoria di funzionari, i duchi palatini, e favorendo la creazione di un'ampia feudalità ecclesiastica meno pericolosa della laica per non essere legata alla persona, e utile soprattutto a richiamare all'ubbidienza della corona le altre gerarchie ecclesiastiche tendenti a dare la precedenza all'autorità e al richiamo del Pontefice.

Alla morte di Ottone I il suo successore è poco più di un fanciullo: aspra la situazione interna della G., si da indurre Lotario II a tentarne la conquista dalla Francia. Ottone II riesce a fermare l'invasore, a far migliorare la situazione interna : avrebbe potuto rinnovare, con maggior frutto, l'espansione nelle terre orientali, da cui sempre il suo popolo speterà di ritrarre possibilità maggiori di vita e di potenza, e rafforzare ulteriormente le basi della monarchia. Aveva sposato (ricordo dell'ultima, infelice, campagna italiana di Ottone I e del tentato accordo, che era stato anche il sogno di Carlomagna, con l'Impero bizantino) la greca Teofano e, attratto dall'estremo disegno paterno, riprendeva, con la via dell'Italia, nel 982 , anche la fatale marcia verso il sud, contro Greci e Saraceni : sconfitto presso Cotrone, nel luglio del 982 , mentre cercava di gettare le basi per la ripresa della lotta e dal Regno tedesco gli giungeva notizia di una nuova invasione slava, moriva a Roma, non ancora trentenne, lasciando il trono al piccolo figlio Ottone affidato alla tutela della madre e dell'ava. Ottone III è attratto nel turbine delle fazioni romane e insieme nell'atmosfera pervasa di mistica attesa di una riforma religiosa per l'avvicinarsi del millennio. Viene a Roma, vi è, dal cugino, assunto alla tiara con il nome di Gregorio V, incoronato imperatore; vi ritorna nel 998 per porre fine alla potenza di Crescenzio, ch'è vinto ed ucciso. Tra le due spedizioni deve fronteggiare gli Slavi sull'Elba, arginare il crescente potere di Arduino, signore d'Ivrea, nella marca torinese, e tenere a bada i principi longobardi dell'Italia meridionale, divisi e riottosi : come, nella difesa dei confini del Regno tedesco, il duca di Polonia, cosl gli è d'aiuto in Italia il marchese di Tuscia, Ugo. Allievo del dotto vescovo di Reims, Gerberto, da lui creato arcivescovo di Ravenna, s'ispira alla grandezza antica di Roma e alle tradizioni della cultura classica. Frequentemente si parla di renovatio Imperii: l'Imperatore risiede sull'Aventino, riveste di forme fastose il suo mistico sogno di rinnovamento. Fa eleggere, con il nome di Silvestro II, nel 999, Gerberto; trova in lui l'altra voce di cui aveva bisogno, quella spirituale, e la colloca, nel fervore dei suoi divisamenti, allato della voce temporale, che egli interpreta. Aveva esteso, nelle terre orientali, in Polonia e in Ungheria, l'organizzazione ecclesiastica, amico già di Adalberto di Praga e di Bruno di Querfurt, periti martiri della propagazione della Fede; si era assunto un titolo significativo come quello di "servus Jesu Christi" e reso omaggio, ad Aquisgrana, a Carlomagno, curandone la ricognizione della salma, quando bastò una delle violente e perpetue sollevazioni dei Romani, scontenti della mancata distruzione di Tivoli, perché Silvestro ed Ottone venissero espulsi dalla città, base terrena del loro sogno. Anima
fervorosa ed irrequieta, in cui il sangue greco prevaleva sulla sodezza germanica, Ottone, pur nella solidarietà e nell'affetto con papa Silvestro, era tratto a negare validità alle donazioni imperiali alla Chiesa. E, contemporaneamente, pensa di ritrarsi dal mondo, cremita, o di sanciarsi, missionario, alla conquista di nuove genti alla Fede, colpito dalla possibilità di un conflitto che la sua coscienza religiosa gli faceva presentire. Ma poi il valore della funzione imperiale, l'arnualità dei compiti del potere affidatogli, lo trassero al superamento dell'intima crisi, ed egli volgeva l'animo con maggior fiducia ad una situazione ecclesiastica ristabilita e alla possibilità di perpetuare la dinastia e il trono con nuove nozze bizantine, quando, a vent'anni, cadeva anch'egli ( 23 genn. 1002), come il padre, vittima di una delle epidemie frequenti nella penisola.

Di un ramo collaterale della casa di Sassonia, il successore, Enrico II, riprende la tradizionale politica di Ottone I, di sviluppo della feudalità ecclesiastica in contrappeso alla laica. Vi era del resto portato da un sincero zelo religioso, che lo trasse a divenire tra i maggiori benefattori del clero e costruttori di chiese e di abbazie. Profondamente sensibile all'atmosfera di rinnovamento religioso che Oddone e Odilone avevano iniziato a irradiare da Cluny, se ne fa entusiasta assertore. Anche egli è attratto dalla politica italiana; tra le sue spedizioni al di qua delle Alpi, l'ultima lo pone di fronte al primo violento insorgere dell'autonomismo comunale italiano, con la distruzione del Palazzo regio e l'assalto di Pavia. Quando muore, nel 1024, lascia una G. pacificata e risorta dal disordine in cui l'avevano gettata i colpi di testa di Ottone III. L'agricoltura, contro l'atavismo dei barbari di un tempo, si è diffusa a tutto il paese : monasteri e città cooperano nel risveglio economico, di cui sono strumento i grandi fiumi. La lingua nazionale è ormai sorta : ne restano vivi i primi documenti.

Il potere regio passava, con Corrado II, alla casa ducale di Franconia, la più vicina per parentela agli Ottoni. Non accetto al clero riformatore, ai grandi della Lorena e della Sassonia, Corrado II si fece fautore delle classi meno privilegiate, mirò a trasferire le basi del potere centrale piuttosto alla folla dei feudatari minori e dei cavalieri, concedendo anche loro l'ereditarietà dei feudi. Il potere centrale avrebbe cosi cominciato a contare, in ogni ducato, indipendentemente dall'atteggiamento dei grandi feudatari, su propri fedeli. Agitazioni e lotte ai confini, tra Polacchi e Boemi, Danesi, Slavi e Ungheresi, consentivano la ripresa dell'espansione germanica. Di particolare rilievo l'acquisto della Bergogna, alla morte di Rodolfo III. Neppur Corrado peraltro dimentica, con le sue due discese in Italia, l'orientamento verso la penisola.

Su una G. pacificata e concorde, comincia a regnare, nel 1039, il successore, Enrico III: ma sotto di lui, mentre pure che la potenza dell'Impero si presenti come enormemente accresciuta, il riacutizzarsi delle istanze autonomistiche, imperniate sulla rinnovata forza dei duchi, le continue, e non sempre fortunate, guerre ai confini, e l'assurgere, che trae seco le più vaste gelosie, di confidenti e funzionari alle più alte dignità, tutto mostra l'aprirsi di una nuova crisi. La stessa politica religiosa di Enrico, di aperto favore alla Chiesa cluniacense e riformatrice, i suoi interventi romani, avrebbero recato ad un moto intenso di reazione contro il potere tedesco e imperiale, che si sarebbe imperniato sulla questione delle investiture laiche e avrebbe minato il lungo regno del figlio ed erede.

Quando assume personalmente il governo, nel 1085, Enrico IV (v.) ha dinanzi a sé lo spettacolo di uno Stato in aperta e consapevole anarchia, in cui le ribellioni e gli endemici disordini hanno assunto carattere di opposizione feudale. Ma mentre procedeva sulla via del ripristino dell'autorità centrale, la lotta contro le investiture laiche e per il rinnovamento interno della Chiesa, che giungeva con Gregorio VII (v.) alla svolta decisiva, lo fermava bruscamente e lo poneva di fronte all'altro lato del problema dell'Impero : quello romano e italiano, e di fronte altresi alle sempre più vaste ripercussioni che il moto religioso e contrario all'autocrazia tedesca, ispirato da Gregorio VII, accendeva ovunque nella cristianità. La scomunica papale incideva nella situazione di latente

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lotta contro il sovrano dei grandi di G. La rincrudiva, si da provocare la sua deposizione alla Dieta di Tribur e alla contro-elceione del duca di Svevia, Rodolfo di Rheinfelden. I duchi riprendevano il sopravvento, nel tentativo di risolvere per sempre, come sarebbe stato loro possi