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a contro il sovrano dei grandi di G. La rincrudiva, si da provocare la sua deposizione alla Dieta di Tribur e alla contro-elceione del duca di Svevia, Rodolfo di Rheinfelden. I duchi riprendevano il sopravvento, nel tentativo di risolvere per sempre, come sarebbe stato loro possibile più tardi, il problema dell'elezione imperiale, mutando in elettivo il principio ereditario. Il potere centrale, la monarchia accentrata, rappresentava peraltro un orientamento più moderno, e cioè ispirato al vantaggio delle collettività, rispetto al potere, e all'anarchia feudale. Lo si vide in quello che salvò Enrico IV e, per il momento, il principio ereditario: l'insorgere delle città, delle masse rurali, della nuova aristocrazia dei ministeriali, d'una gran parte dei vescovi, a favore del Re scomunicato e deposto. E alcuni dei grandi si fanno anch'essi ad affiancarlo : tra cui il capostipite degli Hohenstaufen, Federico. A Hohenmölsen (1080) muore, in battaglia, il rivale, Rodolfo, e invano gli si dà un successore in Ermanno di Lussemburgo. I dissensi tra i nemici, la mediazione dei vescovi, la lunghezza stessa delle lotte che avevano diffuso una generale stanchezza, spengono le fiamme della rivolta, consentono la lunga dimora di Enrico IV in Italia, ove dal 1081 al 1082 argina la nascente potenza dei Comuni lombardi, la tiene a bada con concessioni e privilegi, mentre, entrato in Roma, ritiene conclusa la lotta anche personale, che l'aveva a lungo angustiato, con Gregorio VII, con la morte di questi, nell'esilio di Salerno.

Al suo ritorno dall'Italia, dove si era trattenuto dal 1081 al 1084, dovette affrontare la duplice ribellione dei suoi due figli, Corrado (1093), il primogenito, ed Enrico, che, vincitore, avrebbe assunto l'Impero col nome di Enrico V (1103-23). Si aveva, con lui, un riaffermarsi del potere dei grandi : né giovava, all'uscire dalla quasi tutela, l'atto di violenza e di frode con cui Enrico impone allo sventurato Pasquale II (v.), dopo la rinunzia ai beni ecclesiastici di pertinenza imperiale - per la libertà della Chiesa -, il privilegium di reintegro nei diritti di investitura, che suonò oltraggio alla secolare lotta per la riforma. Gli oppositori si stringono intorno a Lotario, conte di Supplimburgo, divenuto duca di Sassonia, e intorno all'arcivescovo di Magonza, Adalberto. Con Enrico finisce la casa di Fronconia dopo aver concluso con l'accordo di Worms (23 sett. 1122) il dissidio tra l'Impero e la Chiesa grazie a un compromesso che salvava il prestigio del Pontefice ma anche quello dell'Imperatore. Venne eletto imperatore, in suo luogo, Lotario di Supplimburgo (1123-37), appartenente al partito filoecclesiastico, grazie al quale poté vincere la coalizione tra i guelfi di Baviera e gli Hohenstaufen ghibellini e compiere la fortunata spedizione contro i Normanni in Puglia. Alla sua morte (1137) sale al trono, in odio al principio dinastico, l'antico rivale dell'Imperatore, Corrado di Hohenstaufen, sotto il quale la lotta tra i due partiti avversi prosegue e rimane in grave eredità al nipote Federico Barbarossa (v.).

Sin dal principio del suo regno, la necessità di stabilire uguali basi al suo potere anche in Italia, contro la potenza ormai del tutto autonoma e crescente del papato e il rigoglioso fiorire delle autonomie comunali, traggono l'Imperatore ad un accentuato interessamento per le vicende della penisola. Non che la pace generale indetta potesse assicurare la stabilità della situazione interna della G.: ma ad essa l'Imperatore provvede nell'alternanza tra l'una e l'altra calata in Italia, fidando, specie durante la sua assenza, nell'aiuto dei duchi, cointeressati al suo governo. Enrico il Leone di Baviera, la maggior espressione di questo strapotente feudalesimo germanico, su questa via, realizzò tali vantaggi territoriali e politici, da venir, pur dopo una lunga difesa, abbandonato dall'Imperatore alla gelosia degli altri grandi. La sua condanna recò, con la divisione dei beni, alla scomparsa della maggiore unità ereditaria feudale e lo spezzettamento signorile riprendeva, non più a favore dell'autorità centrale, ma di un inesauribile processo di anarchia, che renderà inane lo sforzo degli imperatori tedeschi nella loro patria e li trarrà ad una conseguente supervalutazione della politica italiana, che, dagli ultimi anni del Barbarossa al regno del figlio, Enrico VI, a quello di Federico II, segnerà l'abbandono della patria tedesca e il passare in secondo ordine dei suoi problemi in-
terni, di fronte a quelli universali, suscitati dall'Italia e da Roma. Quando, nel 1190, annegato nel Selef, sulla via di Terra Santa, ove intendeva condurre una nuova crociata, Federico I muore, egli aveva appena superato il tentativo d'una vasta coalizione feudale suscitatagli contro dall'arcivescovo di Colonia; e quando ormai, per la politica italiana, più che alla distruzione di Milano e alla sottomissione di altre città lombarde, toscane ed emiliane, il suo ricordo doveva andare alla rotta di Legnano, alle paci di Venezia e di Costanza che avevano segnato l'affermazione vittoriosa dei Comuni, alleati del papato. E, pure, tra le difficoltà della situazione interna germanica e di quella italiana, proprio sul finire della sua vita, il grande Imperatore aveva, con lungimirante valutazione politica, unito in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno normanno dell'Italia meridionale, Costanza d'Altavilla.

Enrico VI si trova, sul principio, a dover combattere su due fronti : per la ricompensa sulla scena di Enrico il Leone, in G., e per l'opporsi d'un partito nazionale alla sua assunzione della corona di Sicilia. Ad entrambi i fronti prendono parte, e interesse, le potenze maggiori della cristianità : la Chiesa, l'Inghilterra, la Danimarca. La neutralità francese, nata dall'odio tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, e la straordinaria fortuna della cattura del primo, reduce dalla Crociata, salva Enrico VI. Alla morte dell'ostinato rivale Enrico il Leone, l'Imperatore può forzar la mano ai principi elettori, alla Dieta di Würzburg, per ottenere il consenso all'ereditarietà della corona: ma le successive opposizioni lo determinano a provocare invece l'elezione, alla Dieta di Francoforte, del figlio, Federico, totogli nel 1194. Poi, mentre volge l'animo, sanguinosamente seduta la ribellione siciliana e pugliese, a vasti piani d'espansione in Oriente, Enrico muore in Sicilia nel 1197.

Ancora una volta è un consiglio di tutela (per brevi mesi, la madre; poi, per il testamento materno, il pontefice Innocenzo III, ma in pratica i turbolenti feudatari di corte ed il subdolo vescovo di Troia, Gualtiero di Palear), che assume il controllo della difficile situazione. Ma questo, in Italia. Per la G. si ha l'elezione a re, patrocinato dagli stessi fautori degli Hohenstaufen, di Filippo di Svevia e il riaprirsi della lotta con i guelfi ed il loro candidato, Ottone di Brunswick, figlio di Enrico il Leone, alleato dell'Inghilterra. E il momento in cui nella Lorena s'intrecciano i contrastanti interessi della Francia e dell'Inghilterra, ambedue tendenti a inserirsi, per tal via, nella vicenda interna della G. Innocenzo III, animato dalla volontà di dividere, per un equilibrio che non fosse d'ostacolo alla potenza della Chiesa, il Regno di Sicilia dall'Impero, interviene a favore del contendente guelfo: ma ciò reca al coalizzerai, sulla base di un solidarienne ch'è nuovo alla storia tedesca, dei grandi di G., e dello stesso episcopato. Ottone IV era già posto in una difficile condizione dalla gravità della sconfitta subito a Wassenberg nel 1206, quando, a breve distanza, l'assassinio di Filippo di Svevia recò, nella universale stanchezza, al riconoscimento del primo, che nel 1209 assumeva in Roma anche la dignità imperiale. Ma questo faceva sì che il Pontefice, a pericolo vicino preferendo pericolo lontano, assumesse la difesa degli interessi del piccolo Federico, facendo risollevare le forze degli Hohenstaufen anche in G. E, sul finire del 1212, Federico II era eletto re di G. A Bouvines, due anni dopo, scontratosi con Filippo Augusto, alleato di Federico II (v.), Ottone IV era vinto e scompariva dalla scena. Più che il giovane sovrano assente, e presto affatto assorbito dalle lotte italiane, la situazione determinatasi in G. veniva a favorire l'ininterrotto processo di disgregamento dell'autorità centrale, ad agevolare sempre meglio la formazione delle grandi signorie territoriali.

Attratto dal suo bel Regno di Sicilia, e dai miraggi orientali, ripresi dal padre e dagli avi materni, i Normanni, Federico II persegue il suo sogno immane di un impero universale, partente dall'Italia e da Roma, rinnovatore della legislazione, della cultura, dell'ordinamento stesso dello Stato, che con lui vive la sua prima ora di modernità. In G., dopo essersi sorretto sul potere dei principi laici ed ecclesiastici, nel 1229, Federico affidava il governo al figlio Enrico. Ma, alla sua volta, l'Imperatore doveva

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trovarsi di fronte al ribelle atteggiamento del figlio. Sette anni furono necessari perché Federico troncasse il movimento sedizioso e rimediasse, anche con le nozze con Isabella, sorella del Re d'Inghilterra, alla situazione creatagli dall'imprudente giovinetto. La serie delle folgori papali, che coglie l'Imperatore, non ebbe gli effetti che aveva avuto al tempo di Enrico IV : l'alto clero rimase favorevole, i minori Regni contermini ritornarono sotto l'autorità imperiale. La minaccia mongolica si aggravava improvvisamente sulla G.; anche quando svanì, per il suo mancato intervento, Federico II usciva sminuito nella stima dei sudditi. La violenza della lotta con il papato riceve d'altra parte temibili fratture nella fedeltà dei grandi feudatari.

Sul finire della sua non lunga vita, anche la situazione in G. si aggrava per Federico: la sempre maggiore asprezza dell'urto con il papato si ripercuote sulla fedeltà dell'alto clero. Serpeggia tra esso un moto di rivolta, che si estende ben presto ai grandi feudatari laici: dichiarato deposto Federico II al Concilio di Lione, il langravio di Turingia, Enrico Raspe, uno dei favuriti dell'Imperatore, è eletto antiré. Ancora una volta, le città maggiori tengono testa tuttavia ai principi in favore della monarchia. La lotta quindi pendeva incerta allorchè la morte ghermiva l'Imperatore a Castelfiorentino, al margine della sua Puglia piana, il 13 dic. 1250.

L'improvvisa fine del grande Imperatore si ripercuoteva nella lunga anarchia del cosiddetto grande interregno. Allora è peraltro che le città assumono direttamente la tutela dei comuni interessi. Prima si forma una lega tra città renane, poi un'altra tra città vestfaliche: l'appoggio viene loro dallo stetholder d'Olanda, Guglielmo. La morte di questo pone per allora fine allo sviluppo federale.

Nel 1273 Rodolfo, conte d'Asburgo, veniva scelto dai principi elettori a re di G.: cnergico nella politica interna ma finanziariamente debole per la sempre maggiore autonomia dei principi, neppure a lui riusciva di ottenere il passaggio ereditario del trono al figlio, Alberto. La corona passò, invece, ad Adolfo conte di Nassau, morto il quale in battaglia ed ucciso Alberto, gli veniva sostituito Enrico VII, conte di Lussemburgo, il quale, assicurata, con il matrimonio del figlio Giovanni, stabilità alla Germania e una influenza certa sulla Boemia, rivolgeva le sue cure all'Italia. Il Velıro, che Dante attendeva, chiudeva tuttavia infruttuosamente, per scarsezza di forze e contrarietà di eventi, la sua discesa nella penisola, morendo a Buonconvento nel 1313. Ludovico il Bavaro, che gli successe in contrasto con Federico d'Austria, con il suo fallito tentativo di asservire l'autorità della Chiesa, allora governata da Giovanni XXII, faceva sì, con la sua discesa in Italia e le sue lotte romane, da indurre al fine i principi tedeschi a prendere nelle loro mani il diritto esclusivo di disporre del potere regio e imperiale ( 1338 ). Diciotto anni dopo, nel 1356 , un altro sovrano, Carlo IV (v.), con la emanazione della "bolla d'oro" recava all'ultima conseguenza quella volontà: ma per giungere a Carlo IV e al suo gesto risolutivo sarebbe occorso lo sviluppo di un movimento nazionale nella G., forse il primo, in cui si scontavano le conseguenze dell'impacciato e fragile tentativo italiano di Ludovico il Bavaro e la sua funesta ripercussione d'oltralpi, nel malcontento dei principi. Da quel malcontento, ed a seguito della morte di Ludovico, otteneva la corona il figlio di Giovanni di Lussemburgo e nipote di Enrico IV, l'esponente cioè del ramo boemo della famiglia, Carlo IV. Il S. Romano Impero potenzialmente finiva, e gli si sostituiva un Impero esclusivamente germanico.

La potenza dei principi elettori non ha ormai alcun limite: il re, e l'imperatore designato, non è più che una emanazione, il loro rappresentante. Nasceva, dietro il livellarsi del superbo concetto imperiale alla realtà della vita, la nazione, lo Stato: era, del resto, un riconoscere, anche in G., ed abbandonando le suggestioni ormai prive di significato del nome imperiale, la situazione divenuta comune delle monarchie nazionali, affermatasi in Inghilterra, in Francia, in Spagna e nelle stesse terre orientali civilizzate dalla G.

Ora sì che Carlo IV poteva riuscire là dove i suoi predecessori avevano lungamente mirato: nella trasmis-
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(per cortesia del Prof. V. Marioni)
Germania - Federico II, imperatore, Miniatura del cod. Vat. Chig. L. VIII, z96, f. 36^{°} (sec. XIV) contenente le Cronache del Villani - Biblioteca Vaticana.
sione del trono al primogenito, Venceslao. Ma il regno di questo non trascorse meno per ciò tra le aspre contese di feudatari e di città, strette a volte in leghe, con il continuo intervento dei Cantoni svizzeri e dei principi maggiori. L'autorità imperiale si era svuotata trasformandosi.

Quella che urge, in tutto il corpo dell'Impero, è una crisi ormai non soltanto costituzionale, ma generale, politica, religiosa, economica: crisi di civiltà ormai giunta a completa maturazione più ad opera dei centri cittadini che di una capacità intrinseca rappresentata dall'istituto imperiale. Si riverberano in G. antefatti e conseguenze dello scisma d'Occidente, in cui, come nel lungo processo di tentativi di riforma interna della Chiesa lungo il xv sec., è da vedersi il maggior antefatto della riforma protestante. Sarà essa, recando alla storia masse fino allora inascoltate e inesaudite, spezzando il vincolo religioso con Roma, che era stato quello su cui si era imperniata la prima diffusione della civiltà in G., e, poi, il secolare urto tra Impero e papato, dando alfine quell'avvio di nazione e di Stato nazionale, fino allora mancato, a segnare la svolta decisiva della storia tedesca. I motivi politici prevarranno sugli iniziali, religiosi; sarà come un'ultima conseguenza della scerba lotta per le investiture a determinare, nei principi, la volontà del distacco da Roma, accogliendo l'occasione della crisi morale del papato, e del suo dibattersi, nel pagano rifiorire della vita del Rinascimento, tra simonia e corruzione, problemi contingenti e morali, principi di democrazia conciliarista e tradizionale accentramento romano.

Nel 1438 Alberto II d'Absburgo, genero di Sigismondo, poteva riunire sotto di sé G., Boemia, Ungheria: i possessi ereditari degli Absburgo e dei Lussemburgo. Ma era appena salito sul trono che cadeva, sulla Raab, tentando di ostacolare l'invasione turca dell'Ungheria. Federico III gli succede, e la sua scelta contribuisce ad affermare il principio ereditario a favore degli Absburgo, mentre l'asse dell'Impero si sposta verso le regioni dell'Europa danubiana. Ma la dappocaggine del nuovo sovrano, il suo rimanere estraneo ai problemi e agli interessi della G., non favorisce certo l'acquisto di una salda base

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(per cortesia del dott. B. Degenhart)
Germania - Monumento di Federico Guglielmo (1620-88), elettore di Brandeburgo, di A. Schlüter (1698) - Berlino.
popolare alla monarchia absburgica. Quando, alla da allora sempre contesa frontiera renana, il pericolo urge, tra il 1442 e il 1443 , per il deciso urto francese, l'indifferenza dell'Imperatore e dei principi, che lasciano ricadere tutto il peso della difesa sulle città, mostra ancora più chiaro l'acutizzarsi del problema costituzionale, irrisolto. Nella permanente anarchia, contrassegnata dalla violenza delle guerre private e dall'urto tra Wittelsbach e Hohenzollern, mentre si fa sempre più evidente la difficoltà di giungere a una risoluzione concreta, in favore di un rafforzamento del potere monarchico, per gli ostacoli frapposti dalla tendenza dei principi elettori a detenere in proprio il governo, l'Ungheria prima, la Boemia dopo, si sottraggono all'autorità imperiale, come la Polonia che aveva fatto regno unico con la Lituania. Massimiliano I, valente successore (1493) di suo padre Federico III, tende a riacquistare i Regni di Boemia e di Ungheria e ad arginare la crescente pressione francese sul Reno, e appare assillato dall'ansia di dare diversa consistenza al potere monarchico, su questa via, egli promuove, nel 1487-88, la Lega sveva, con fini anche di polizia e di alta tutela morale ed economica. Indubbio nella direttiva di Massimiliano il tentativo di orientare intenzionalmente la politica tedesca, di fare della G. la maggiore potenza d'Europa. Nella politica interna, Massimiliano, per il primo, ha la forza di promuovere istituzioni veramente centrali: dalla pace generale al bando della guerra privata, da un tribunale dell'Impero a una tesoreria centrale e a tassazioni ben determinate, con poteri esecutivi affidati alla Dieta. Ma, tanto nel campo internazionale quanto in quello interno, alla azione indubbiamente perspicua di Massimiliano non arrise successo. Doveva toccare alla coscienza nazionale, ormai sveglia, della G., di solidarizzare con il programma centralista.
III. La G. e la Riforma. - Quello che determina il volto nuovo della G. è quindi, anche da un punto di vista costituzionale e dei rapporti tra principi e sudditi, la Riforma (v.): il movimento che, proprio
mentre l'autorità dell'Impero raggiunge il suo livello più basso, trova in un antico agostiniano, Martin Lutero (v.), il suo massimo protagonista. Attorno a lui si forma quella lega di principi e di città, che l'Impero non aveva saputo porre su salde basi. Il diritto di decidere dei suoi destini politici e religiosi dato alla nazione nel suo complesso fermentava vantaggiosamente stringendo in fascio le energic della G. fin li rappresentata dal discorde insorgere di sempre nuovi Stati principeschi. D'altra parte, le tendenze sociali, per il loro impulso anarchico, trovarono nello stesso Lutero, alleato dei principi, l'elemento raffrenatore, che le avrebbe brutalmente spezzate. Ne perse la genuinità e l'efficacia della nuova fede, ma ne acquistò la coscienza nazionale e lo Stato in formazione. Si va, dapprima, verso lo schieramento di principi e città in due leghe : protestante e cattolica. L'unità, irraggiunta ad Augusta (1530), esce consacrata a Smalcalda, l'anno successivo, dalla lega difensiva protestante. E il Concilio che finalmente si aprirà nel 1545 a Trento (v.), nonostante ogni sforzo ad opera di Carlo V e del papato, sarà parziale: i protestanti ne saranno assenti. Già prima, Carlo V aveva realisticamente ammesso l'esistenza del nuovo ordine: le lotte religiose, in cui emergono le figure del langravio d'Assia, Filippo, di Maurizio di Sassonia, dell'altro sassone, l'elettore Giovanni Federico, terminano, nella loro prima fase, con l'affermazione imperiale e cattolica: ma mentre il lungo Concilio Tridentino si svolge i principi protestanti stringono le loro file ed hanno alla lunga ragione d'ogni resistenza. Con la pace di Augusta (1555), i principi protestanti tedeschi realizzano le loro aspirazioni di autonomia politica e religiosa. E la fine del secolo ne vede l'ulteriore rafforzamento: anche se, d'altra parte, la Controriforma reca un consolidamento nel campo cattolico. Il seguire gli Absburgo la parte cattolica li trae ad un sempre maggiore svuotamento della loro importanza per la G. Tra le continue oscillanze, le dissensioni, i cambiamenti di fronte, si giunge al secondo, decisivo momento per la Riforma: la Guerra dei Trent'anni e la pace di Vestfalia (1648) che doveva rappresentare la conclusione, insieme, della rivoluzione religiosa e il sistemarsi del moto di evoluzione politica entro l'alveo stesso degli Stati territoriali. La spinta parte ora dai principi protestanti contermini, come Gustavo Adolfo di Svezia. Il Baltico diviene mare protestante. Preceduta da una serie di paci separate, la pace generale di Münster e di Osnabrück del 24 ott. 1648 poneva fine alla lunga guerra, confermando l'autonomia degli Stati, la loro sovranità, nella relativa sfera territoriale, assoluta; segnava un compromesso e, alfine, la coesistenza delle due fedi, in base ad un principio di tolleranza, peraltro non ovunque e sempre rispettato. Tra i principi protestanti, uno usciva dalla guerra e dalla pace consolidato nei già ampi domini, animato a maggiori aspirazioni e conquiste: il "grande elettore", Federico Guglielmo di Brandeburgo. Da allora, la Prussia avrebbe teso ad assumere, in contrapposto alla Baviera restata cattolica, un ruolo di primaria importanza nella politica tedesca. Il S. Romano Impero, anche ormai da tempo soltanto germanico, rimarrà ancora, per un secolo e mezzo, nome vano senza soggetto: ereditario dei sovrani di casa d'Austria, esso non rappresenterà più se non un ricordo del passato per i principi ed i popoli nuovi della G.
IV. Il predominio reussiano. - Già nei primi decenni del Settecento, è evidente l'aprirsi la via

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verso il predominio, in G., degli Hohenzollern, della Prussia. Quello che non era riuscito agli Absburgo, e già prima alla casa di Baviera, riesce invece a quest'altro casato, ugualmente eccentrico, rispetto ai paesi che erano stati la prima culla dell'Impero germanico medievale. Quello che consacra l'assumer nuovo ruolo della Prussia è la Guerra dei Sette anni e, già prima, il suo immediato antofatto: la guerra per la successione austriaca. Con Federico Guglielmo I, nell'organizzazione di un esercito permanente e con il costituirsi di autorità provinciali, dipendenti dal sovrano, erano state gettate le basi della potenza prussiana. Il figlio, Federico II, guerricro e sagace politico, darà spicco e volo alla politica dell'ancor piccola Prussia, la porterà, dopo averla tratta ad una parità con l'Austria, che sarebbe stata fino a poco prima inaperabile, ad un ruolo di potenza europea. La guerra di successione polacca consacrerà queste ruole.

La Rivoluzione Francese ha dapprima un'influenza assai relativa sui paesi tedeschi : essi si trovano a far parte delle coalizioni europee contro la Francia, ma la parte che prendono non è certo vigorosa. Intanto, per il prevalere dell'orientamento liberale-romantico, le idee nuove sono più forti delle armi : ma il fermento rivoluzionario opera in G. in un secondo momento soprattutto in funzione patriottica e nazionale, diversamente che in Italia, conducendo alla lotta contro il predominio napoleonico. Di fronte alla aggrovigliata massa di problemi che la G. si trova a dover sostenere e risolvere tra la Rivoluzione Francese e l'Impero napoleonico, la mancanza di un assetto nazionale unitario si fa più sentita e più grave che mai. Gli stessi pensatori ed araldi della libertà, dal Fichte allo Hegel, riflettono nella loro opera l'aspirazione unitaria: a questo movimento di spiriti sarà dovuta l'ultima evoluzione del problema interno tedesco: dalla G., espressione storica e geografica, alla G., Stato nazionale ed Impero, attraverso il predominio della Prussia e il suo partecipare alla Confederazione germanica.

Napoleone, con il suo deciso intervento nella struttura della G., facilito il consolidarsi di questa in grandi complessi territoriali. La campagna napoleonica, che culmina nelle giornate di Jena, Eylau, Friedland, del 1806-1807, sarà per intanto tutto un seguito di sconfitte : ma servirà a rassodare nella casta militare prussiana il senso fiero della rappresentanza assunta di tutta la G., che manterrà poi nei decenni successivi, e costituirà già allora il massimo impulso a contribuire di forza alla caduta di Napoleone. Può dirsi difatti che la nuova G. esca dalla «battaglia delle nazioni» (Lipsia, 8 ott. 1813) e da Waterloo, dallo sforzo militare del Blücher, con cui la tradizione militare di Federico il Grande continuava, per collegarsi poi al Moltke e al Bismarck, i creatori del nuovo Impero germanico. La Prussia esce dalla guerra di coalizione e si presenta al Congresso di Vienna come la vincitrice morale, non solo di Napoleone, ma degli stessi paesi della Confederazione renana, che erano stati lungamente, contro di lei, i beneficiati dell'Imperatore. Gli Stati tedeschi, che ragioni di equilibrio europeo lasciano in vita anche dopo il Congresso, sono, oltre la Prussia, la Baviera, accresciuta del Palatinato, l'Hannover, la Sassonia, l'Assia, granducati di Oldenburg, Weimar, Meclemburgo, Lussemburgo, Würtenberg, Baden. Dell'antica lega anseatica, i centri maggiori (Amburgo, Brema, Lubbeca) sono rimasti città libere, e cosi Francoforte sul Meno. Immediata conseguenza della situazione determinata dal tracollo napoleonico e dai risultati di Vienna, si giunge, l'8 giugno 1815 , al costituirsi d'un Bund, o Confederazione, in cui sono rappresentati tutti gli Stati tedeschi, e gli Stati altresì da cui dipendono territori tedeschi : v'entrano a far parte con la Prussia, e con gli altri minori Stati tedeschi, l'Austria, l'Inghilterra (per l'unirsi delle due corone di Gran Bretagna e Irlanda e d'Hannover), la Danimarca per i ducati d'Hobitzin e Lauenburg, l'Olanda per il Lussemburgo. Per allora, una certa priorità è assunta dall'Austria, che pure ha rinunciato al titolo del Sacro
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(fot. Eor. Cutt.)
Germania - Ritratto di Federico Guglielmo III di Prussia (1770-1840) - Roma, Museo del Risorgimento.
Romano Impero. Il loro esempio non è seguito dalla Sassonia, ancora feudale, e dalla Prussia, per l'assolutismo del suo re, Federico Guglielmo III. Peraltro l'esercito prussiano, la politica economica e l'unità doganale prussiana costituiscono le basi più concrete per l'attuazione, non democratica, ma di forza, dell'unità germanica grazie allo Zollverein del 1834, alla rivoluzione del 1848, alla costituzione dell'Impero. Le due tendenze: assolutista, rappresentata da Federico Guglielmo IV, e riformista, si scontrano e dall'urto nasce l'Assemblea costituente di Francoforte, con il compito di creare costituzionalmente l'unità germanica. Ma non per questo cessano i contrasti tra Prussia e Austria, tra principati nordici e meridionali, tra Berlino e Francoforte, sicché a un certo momento la Prussia oppone alla Costituente germanica una Costituente prussiana autonoma, concepita abilmente come un primo passo verso una costituzione imperiale, ma che incontra l'opposizione decisa dell'Austria.

L'avvio unitario della G. ha ancora bisogno di una esperienza negativa; mentre la posizione conservatricerexizionaria, assunta dal principe reggente, Guglielmo, lascia la Prussia scontenta ed amareggiata. L'amarezza e lo scontento, diffusi a tutta la G., determinano il rinnovato tentativo unitario del Deutsches Nazionalverein. Si vuole un governo centrale della G. : l'orientamento verso la Prussia diventa generale; l'attesa che il maggior Stato compia il miracolo dell'unificazione diventa assillante, come in Italia dal 1848. Il principe Guglielmo ritorna sui suoi passi, un'èra liberale sembra aprirei, con un gabinetto costituzionale e una Camera rappresentativa. Tra la Prussia e l'Austria sono ora gli Stati minori a interferire, per la volontà di rappresentare un potere a sé, una terza forza. Ma tra governo e Parlamento si apre un aspro dissidio, a proposito della formazione di un esercito nazionale. Nel 1861 Guglielmo I succede alline a Federico Guglielmo, dopo la sua lunga malattia, e i partiti politici prendono rapida consistenza. La vicenda parlamentare, ed il riflesso della politica generale europea, recano di rafforzamento del partito e delle correnti progressiste. Gli anni immediatamente successivi vedono l'attenuarsi dei principali ostacoli frapposti all'ulteriore moto di evoluzione : il legittimismo e il conservatorismo del Re, rispettoso delle altrui prerogative sovrane, è superato, per merito del cancelliere, Ottone di Bismarck, da una vi-

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sione nazionale ed unitaria; la resistenza tenace degli altri principi ha il suo limite nel loro progressivo indebolimento; la lunga opposizione dell'Austria, rivelatasi nella sua vera luce di freddo e calcolato egoismo, coalizza contro di sé il sentimento nazionale germanico. La politica del Bismarck convince, scardina le posizioni altrui, è conservatrice, ma si avvale delle forze rivoluzionarie in atto, per quello che è lo scopo della sua vita. Piega per questo tutte le forze interne che si oppongono al suo vasto disegno; nella politica estera, egli mira a fare il vuoto intorno all'Austria; sfrutta ai due fini, interno ed esterno, l'occasione che gli è porta dal riaprirsi della questione dello Schleswig-Holstein (1863-64). Contro l'incorporazione dei due ducati nella Danimarca, alla morte del re Federico VII, il Bismarck, assunta la difesa delle ragioni germaniche, ha la sua prima vittoria, obbligando le potenze al non-intervento e costringendo il nuovo re danese, Cristiano IX, in una rapidissima campagna, a riconoscere l'autonomia e la pertinenza tedesca dei ducati; e consegue ciò, vittoria diplomatica non meno notevole, con il pieno appoggio dell'Austria. La rivalità scoppia, come era da prevedersi, al termine della guerra e l'agitazione si estende ai ducati, vogliosi di trovare una sistemazione nel quadro di una G. quanto alieni dall'ingresso, sic et simplistier, nello Stato prussiano. E in questo momento che, nell'inevitabilità ormai d'un diretto scontro con l'Austria, il Bismarck pensa, ed attua, quell'alleanza con l'Italia, che gliene consente l'attuazione a non lunga scadenza. Se anche la volontà di Napoleone III di volgere ai suoi fini l'attrito decide il Bismarck, soprattutto assertore di un principio di solidarietà pangermanica, come l'atteggiamento successivo alla sconfitta austriaca avrebbe ancor meglio chiarito, all'accordo di Gastein (14 ag. 1863), la guerra è soltanto rinviata, a meglio prepararla. Già al principio del nuovo anno, i rapporti si rifanno tesi: l'alleanza con l'Italia è stretta, la macchina militare posta a punto. Ed è ad essa che spetta il merito della travolgente campagna che, risoltesi negativamente le intese per un congresso europeo avviate da Napoleone III, nella estate del 1866 conduce alla grande battaglia di Sadowa, sotto la guida del von Moltke. Alle rinnovate ingerenze francesi il Bismarck affretta la conclusione, con i preliminari di Nikolsburg, di una pace intesa ad assicurare il predominio prussiano in G., ma a lasciare in piedi la potenza abshurgica, per l'equilibrio dell'Europa centroorientale. Le pretese francesi sulla G. meridionale e sulla Renania costituiscono, intanto, nelle abili mani del Bismarck, la carta decisiva per l'adesione degli Stati tedeschi alla sua politica di unità, e per tendere, appunto, in armonia con quegli Stati, all'ulteriore passo decisivo verso il rinnovarsi, ai danni della Francia, di un Impero tedesco. Per questo, è anche necessario il colpo di scena, fornito dalle elezioni del 1867, dello spostarsi della maggioranza parlamentare dei progressisti ai conservatori, fautori di una politica di potenza. Nell'anno stesso, lo stabilirsi di un nuovo Zollverein raggruppa alfine tutti gli Stati tedeschi.
V. L'Impero germanico. - Chiara nella mente del Bismarck e del suo Re all'atto stesso dell'armistizio, e forse della guerra, con l'Austria, la necessità di una nuova guerra, intesa come saldatrice dell'unità nazionale, contro la Francia di Napoleone III (impossibile la coesistenza di quattro Imperi nell'Europa continentale, anche dopo l'umiliazione austriaca e tra il sempre maggiore isolamento europeo e interesse asiatico della Russia). L'occasione non si fa aspettare: è la candidatura del principe di Hohenzollern, Leopoldo, al trono spagnolo, cui Napoleone III, speranzoso di più favorevole soluzione, ovviamente ripugna. Condotte con estrema risolutezza (si è detto: cinismo) dal Bismarck, le soluzioni diplomatiche si urtano contro una volontà determinata e palese, cui corrisponde, da parte opposta, un'altrettanto palese inabilità (rinuncia prussiana, irrigidimento francese richiedente l'impegno "anche per il futuro", dispaccio d'Ems). La divulgazione del
rifiuto di re Guglielmo di ricevere ulteriormente l'ambasciatore francese, Benedetti, accortamente disposta dal Bismarck, suonando offesa per la Francia, rende impossibile ormai ogni ripresa di trattative. E la guerra. Ed essa si rivela, dal principio, disastrosa per la Francia (battaglia di Sédan, prigionia di Napoleone III, rcss di Metz). Tentata invano una eroica resistenza sotto le mura di Parigi, la Repubblica, succeduta al secondo Impero, è costretta alla pace (armistizio del 28 genn. 1871; pace di Francoforte, del to maggio). Alsazia e Lorena passano alla G., che, composta finalmente a unità dalla vittoria e consacrata questa, nel Salone degli Specchi di Versailles, dall'assunzione, da parte del kaiser Guglielmo I, della corona imperiale, può dalla formula transitoria dell'annessione degli Stati meridionali nella Confederazione del nord, passare ora ad una salda costituzione imperiale. Era peraltro, ancor più palese che non per il Piemonte e l'Italia, come un ampliamento dello Stato prussiano: per la G. avrebbe lasciato una ricca eredità di problemi costituzionali, economici, religiosi, mentre l'annessione di terre anche etnicamente diverse (e di gruppi nazionali polacchi, bocmi, danesi) sarebbe riuscita fomite di situazioni difficili per il futuro.

Dalla metà del secolo, inzanto, la G. si era portata assai avanti nello sviluppo economico : la trasformazione industriale vi aveva operato su un terreno particolarmente agevole, come in Inghilterra. L'unità raggiunta agirà come un ulteriore elemento propulsore, anche nel campo coloniale, in cui pure con tanto ritardo, rispetto alle nazioni occidentali, la G. si affaccerà. Ma la posizione del Bismarck si fa più difficile nel consolidamento proprio dell'unità : anche ridotti gli Stati preesistenti a un'intelaiatura per il predominio prussiano, i partiti si agitano e il pugno di ferro del Cancelliere, che continua a basarsi sull'elemento conservatore, con un'abile utilizzazione delle forze liberali, si scontra nella resistenza soprattutto del clero. Dietro ad esso si forma, dal 1870 , il partito del Contro, che assume rapida coesistenza.

A rendere autonomi i cattolici tedeschi da Roma e a creare una Chiesa cattolica nazionale, Bismarck scatena la campagna, spesso violenta, del Kulturkampf, risoltași negativamente e, in ultima analisi, a vantaggio del Centro. Solo apparentemente raggiunge maggior effetto l'azione repressiva contro le nuove tendenze socializzanti, manifestatesi vivissime nella patria di Marx e di Engels : in realtà, il Bismarck vi riesce solo concedendo quelle leggi di difesa sociale, che l'opinione pubblica richiedeva e che pongono la Germania in primo piano in tale settore. Nella politica estera, allo scopo di garantire gli ingrandimenti territoriali raggiunti, e di parare ogni possibile rinnovata minaccia sul Reno, il Cancelliere determina l'accostamento alla Russia e il ritorno alla collaborazione con l'Impero austro-ungarico, si fa perno al continuo profilarsi d'uno scontro armato tra queste due potenze motivato dal panskwismo nelle regioni slave della monarchia danubiana (questione della Bosnia-Erzegovina, ecc.). E il blocco degli Stati conservatori che il Bismarck si sforza di mantenere contro l'Occidente voglioso di novità e perturbante. In questo quadro, e nel tentativo di creare un diversivo agli attriti austro-russi, è da vedersi l'attività spesa dal Bismarck per la costituzione della Triplice Alleanza, con Austria ed Italia. Son le basi di un trentennio di politica internazionale, utili, ben più che ad aspirazioni ideali, al

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progresso economico e tecnico. Era fin troppo evidente che la Triplice aveva il suo limite nell'assumer rilievo delle aspirazioni irredentistiche degli italiani ancor avulsi dalla madre patria e nel porre fine agli attriti coloniali italo-francesi, che il Bismarck aveva, dal Congresso di Berlino, sapientemente acuiti; nel prender consistenza del panslavismo e delle altre forze erosive dell'Impero abshurgico; nella ripresa del nazionalismo francese, esacerbato dalla perdita dell'Alsazia e Lorena. E ancora v'ć, al di fuori, un elemento che non si rassegna a un'esclusione dalla politica continentale: l'Inghilterra, con la sua grande potenza transmarina. T'utto ciò passa dinanzi agli occhi dei negoziatori, ad ogni rinnovazione della Triplice. E la mancata gàranzia di un patto bilaterale russo-germanico, nel 1896 , suona come un ulteriore companello d'allarme per la politica del Cancelliere. Che è, poco dopo l'assunzione del trono da parte di Guglielmo II, già dunque dal 1889 , posto dinanzi a un generale mutarsi degli orientamenti politici. L'urto personale con Guglielmo, incapace di adattamento e di prudenza, insofferente di controlli, ma tendente a una sua politica d'intemperanza e di colpi di testa, costringe il vecchio ministro al ritiro (1893).

Contro la politica delle alleanze e delle contro-assicurazioni conincia ora una politica d'isolamento, che sarà nefasta per l'Impero. lismarck è appena fuori della vita pubblica che l'ostilità russa verso l'Austria si riflette sulla sua alleata, la G.: essa si viene a trovare tra due fronti, per la sempre maggiore inimicizia francese. La questione del Levante (la ferrovia di Bagdad) acerbisce, d'altra parte, un già potenziale dissidio anglo-germanico, tra due potenze entrambe tendenti alla talassocrazia, ma in cui l'una, assai più intinta di spiriti liberali, è tratta su posizioni nettamente difensive della sua tanto più antica espansione coloniale e mercantile. Già gli ultimi anni del secolo vedono la corsa tedesca agli armamenti (von, Tirpitz, grandi costruzioni navali): agl'insistenti moniti britannici il cancelliere Bülow oppone una politica di cecità, che la crisi marocchina, conclusa dalla Conferenza di Algesiras, il suo riaprirsi e l'ormai accentuata diffidenza, non solo francese, ma italiana, chiaramente rivela. Si forma, tra non poche simpatie nella penisola, la Triplice Intesa (Russia, Francia, Inghilterra), che assume, non ostante il tentativo d'una distensione, da parte del nuovo cancelliere Bethmann-Hollweg, atteggiamento minaccioso verso le potenze centrali. Non vale, a fermare le fatale via della guerra, la maggioranza conquistata nel Reichstag da liberali e social-democratici. E l'ultimo atto del dramma dell'isolamento tedesco matura, con il definitivo sganciamento italiano dalla Triplice. All'attentato di Serajevo ed all'ufrimatum alla Serbia segue, rapida, la conflagrazione mondiale.
VI. La Repubblica di Weimar e il Terzo Reich. - Cinque anni di guerra prostrano, più che l'esercito, le resistenze interne della G. Il crollo dell'autorità personale dell'Imperatore, la sua abdicazione, l'assunzione di potere da parte del socialdemocratico Ebert, segnano le tappe estreme della disfatta. Per la firma dell'armistizio (i i nov. 1918) si forma un governo provvisorio. Per la prima volta nella storia tedesca una rivoluzione democratica, mentre si sottoscrive la pace di Versaglia, assume il potere. Dalle elezioni del 16 genn. 1919 e dall'Assemblea costituente di Weimar nasce la Repubblica che ne avrà il nome. È uno Stato debole, che ha dietro di sè il terribile retaggio della sconfitta ed è insidiato dai gruppi rivoluzionari: ma, nella sua mirabile compattezza, le G. non si disgrega e anzi il nuovo regime assume, con gli anni, maggior forza. Proprio dalle durissime condizioni del trattato di pace (riparazioni, occupazione della Ruhr, disarmo totale) e dalla
intransigenza degli alleati doveva prendere consistenza il sogno, allora, la realtà, poi, della ripresa tedesca. Per un decennio, nella gravissima crisi del dopoguerra, la socialdemocrazia (animata da uomini di primo piano, come il Weber) può reggere le sorti del paese. Ma, dopo che il trattato di Losanna ( 7 luglio 1932) ha posto fine alla lunga questione delle riparazioni, contro la politica di stretta osservanza democratica, ma di non grande lungimiranza, legata al patto di Locarno e al nome di Gustavo Stresemann, le correnti nazionalistiche e di destra puntano decisamente alla riscossa, sotto la guida del vincitore dei laghi Masuriani, Hindenburg. Sfruttandone il sentimento juncher, l'ortodossia prussiana e il naturale militarismo, un austriaco solo all'ultimo istante naturalizzatosi tedesco, Adolfo Hitler, riesce a gettare le basi - sullo sgratiolamento del regime di Weimar e sulla debole difesa degli istituti democratici ad opera dei gabinetti Brüning e von Papen - di uno Stato, fondato sull'assumere egli stesso le due cariche, di Presidente e Cancelliere (appena opernasi la successione all'estinto Hindenburg), sulla forza di quelle milizie ausiliarie ch'erano state il surrogato dell'esercito disciolto e su quella, latente in tutto il paese, d'una rinnovata potenza militare e politica. Le elezioni del 1932 (in particolare le seconde, del 6 nov.) dànno la maggioranza al partito degli ex-combattenti e della borghesia di destra: il nazionalsocialismo. E il regime personale di Hitler comincia, con il suo culto della forza bruta, il suo neo-paganesimo, il suo retaggio ultimo-romantico e spengleriano, e, presto, con i colpi di mano contro le superstiti misure alleate di garanzia della vittoria (rimilitarizzazione della Ruhr, riannessione della Sarre) e le persecuzioni contro gli ebrei ed i cattolici, lo scioglimento e le deportazioni di comunisti (accusati dell'incendio del Reichstag) e socialdemocratici. Da allora, spente nel sangue tendenze e ambizioni nell'ambito dello stesso partito (putsch di fine giugno 1934), dato il massimo rilievo alle formazioni SchutzStaffeln (S. S. = Staffette di protezione), nei confronti delle S. A. (Schutz-Abteilungen), creato il Fronte del lavoro (Arbeitsfront), unificata l'economia sotto il controllo di un abile finanziere, H. Schacht, data la massima autorità alla polizia segreta, Hitler percorre, in stretta intesa con i suoi collaboratori maggiori (Goering, Goebbels, Himmler, ecc.), tutte le tappe del più sfrenato accentramento del potere che la storia ricordi. Appena rafforzatosi all'interno, d'altra parte, il regime nazionalsocialista, puntando sulla scarsa energia e consistenza militare delle nazioni democratiche e sui problemi interni della Russia, iniziava la serie di aggressioni internazionali che, tra il proseguirsi della preparazione militare, dovevano porre l'Europa di fronte al fatto compiuto, ma anche di fronte al punto interrogativo della sussistenza stessa della democrazia. Concepite come necessaria integrazione del territorio della patria comune, prima l'annessione dell'Austria (marzo 1938), poi quella della Cecoslovacchia (marzo 1939), sulla linea dei precedenti attentati al regime di sicurezza collettiva della Società delle Nazioni (da cui la G. si era ritirata) e della sovranità di paesi liberi, furono compiute con premeditato cinismo e con sanguinosa ferocia. Venivano meno, fin dal tentativo di accordo di Monaco ( 29 - 30 sett. 1938), a mezzo la crisi cecoslovacca, tutte le possibilità diplomatiche, poste in opera dalle potenze occidentali, di evitare, attraverso nuove aggressioni, il rinnovarsi di una con-

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flagrazione. Base ideologica, l'alleanza tra i tre regimi totalitari di destra : nazionalsocialismo, fascismo, militarismo giapponesc. Non per nulla la via della guerra, aperta dai problemi stessi lasciati dalla pace di Versaglia, si era cominciata a intravedere dalla denunce tedesche delle clausole militari del trattato, dal fallimento della Conferenza di Stresa (apr. 1935) e dall'atteggiamento di stretta unità tra la G., ambiziosa di revisioni territoriali, e l'Italia, impegnata nelle imprese d'Etiopia e di Spagna. Quando, dal 4 febbr. 1938, Hitler accentrava nelle sue mani l'alto comando delle forze armate tedesche, anche la preparazione interna della Germania era, d'altra parte, definita e nessun dubbio poteva ulteriormente sussistere che, agli atti di forza sull'Austria e sulla Cccoslovacchia, non ne sarebbero seguiti altri. Pochi mesi erano sufficienti a far maturare, con la crisi determinata dalla questione di Danzica e del Corridoio polacco, e con il conflitto, aperto il 1^{°} sett. 1939, la seconda guerra mondiale.

Caratterizzata questa da un iniziale periodo di stasi, quindi da un susseguirsi di colpi d'ariete tedeschi contro l'Olanda, il Belgio, la Francia, i Paesi Baltici (tranne la Svezia), e dall'ansiosa attesa d'uno sbocco in Inghilterra, la sua terza fase recava al capovolgimento della situazione generale, con l'intervento dell'America e della Russia, e con il profilarsi delle sconfitte nel settore mediterraneo. Quando ormai la situazione bellica precipitava, specie sul fronte russo, e l'invasione anglo-americana del continente era in atto, il crollo, prima, del regime fascista in Italia, poi il tentativo di putsch militare interno del luglio 1944, mostravano il profilarsi dell'agonia per la G. hitleriana. La capitolazione giungeva, a breve distanza di giorni dalla conquista di Berlino e dalla fine di Hitler, il 7 maggio 1945. La G. usciva dalla guerra distrutta, impoverita, e, quel ch'è peggio, divisa in quattro zone di occupazione alleata, come Berlino stessa e privata di vaste zone industrializzate (Slesia, Pomerania), a favore della Polonia. Si tornava allo spezzettamento territoriale di prima dell'unità, aggravato dall'imposizione e dall'occupazione straniera. L'influenza contrastante occidentale e russa determinava il raggrupparsi dei vari territori in due zone, occidentale e russa, corrispondenti alla Repubblica federale tedesca e ad una Repubblica popolare.

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