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alla sua missione si moltiplicano, quando prova la nostalgia di una vita famigliare tranquilia, alla quale ha dovuto rinunziare per comando di Dio, G. protesta in maniera veemente, non priva di lirismo ( 15,10 ; 20,14-18 ), parla di "seduzione" e di "videnza" da parte di Jahweh (20, 7), ma non viene meno per questo alla sua vocazione. La chiamata profetica di G. avvenne l'anno 13^{°} di Iosia, re di Giuda, ossia nel 626 a. C. Mentre si conoscono molto bene gli ultimi anni dell'attività geremiana, non si sa quasi nulla dei suoi inizi. Si aspetterebbe, p. es., che G. fosse stato interpellato in occasione della riforma iniziatasi nell'anno 18^{°} di Iosia ( 621 a. C.).

Questo silenzio pone un problema da lungo tempo agitato. Quale fu l'atteggiamento di G. riguardo a simile riforma antidolatrice ed accentratrice? Alcuni fanno di G. un fervente caldeggiatore della riforma; altri un ostinato oppositore, perché sondannava ogni legalismo esagerato a danno della religione "dello spirito"; altri, infine, pongono un'evoluzione nell'animo del profeta. Da sostenitore sarebbe divenuto, se non oppositore, indifferente all'opera della riforma a causa del suo effetto meschino e delle sue deviazioni (così J. Skinner; W. O. E. Oesterly-T. H. Robinson, in Introduction to the books of the Old Test., Londra 1934, pp. 305-307; R. Pfeiffer, Introduction to the Old Test., Nuova York 1941, p. 495). E da rigettarsi senz'altro la seconda ipotesi, che si basa su una sopravvalutazione di alcuni testi ( 7,21 . 22; 8 , 8; cf. W. Rudolph [v. bibl.], p. 53) e sull'arbitraria eliminazione di altri (11, 1-14; 17, 19-27), attribuiti ad una tendenziosa scuola revisionistica, denominata "deuteronomistica" dal libro che, ritrovato o composto allora, avrebbe determinato la riforma di Iosia. D'altra parte non sembra lecito dedurre dai pochi testi affini al Deuteronomia il profilo di un G. entusiasta fautore del nuovo movimento. L'ultima ipotesi appare alquanto complicata e poggiante piuttosto su illazioni, più o meno probative, che su argomenti oggettivamente convincenti. Da tutte l'insieme pare si possa concludere che G., il quale per ragioni ignote non fu interessato direttamente al deciframento del libro ritrovato, dovette accogliere con simpatia ogni sforzo mirante ad eliminare i culti idolatrici, a suscitare un risveglio religioso per il vero jahwismo e

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a propugnare maggiore giustizia sociale. Ma nella sua missione profetica egli non si legò ad alcuna iniziativa legalista od autoritaria. Più che appellarsi al prezioso sesto "rinvenuto", G. fonda la sua attività sull'ispirazione diretta di Dio. Quando, con la morte di Iosia ( 600 a. C.), l'azione riformatrice a carattere ufficiale si arenó, G. continuò a comunicare quel "fuoco" che non poteva contenere nel suo petto e ad invocare un sincero ritorno della nazione a Dio.

Solo un'allusione si ha nel libro di G. (22, 11) a Ioachaz (o Sellum), eletto re dopo losia ma presto deposto dal faraone Nechao, che lo mandò prigioniero in Egitto sostituendolo con il fratello maggiore Eliacim, cui impose il nome di Ioakim. Il Regno di costui, dal carattere scettico, volubile e brutale, fu contrassegnato da un profondo indifferencismo religioso e da un continuo ondeggiamento politico, determinato dal prevalere più o meno del partito egizianeggiante o di quello favorevole ad un'intesa con i Babilonesi. Dopo la sconfitta degli Egiziani lungo l'Eufrate ( 600 a. C.; secondo altri in Caechemis nel 605), quando la Palestina passò, almeno teoricamente, sotto l'alta sovranità babilonese, il partito egizianeggiante perdetta terreno a causa della paura di rappresaglie; ma si riebbe subito, trascinando anche il Re in una progressiva opposizione antibabilonese. L'attività di G. in questo tempo fu intensa, come risulta dalla documentazione frammentaria del suo libro. G. insiste contro il culto idolatrico di nuovo dilagante (11, 13; 12, 16; 13, 10; 16, 18; 25, 6) e contro i vizi (21, 12; 22, 13. 14; 23, 14), senza risparmiare il delicato campo politico. Seguendo la sua tesi, ormai tradizionale nel profetismo, G. propone la logica conseguenza della teocrazia ebraica. Il piccolo Regno di Giuda, forte della sua idea religiosa, deve confidare solo in Jahweh, non in precarie alleanze politiche (2,36). In modo particolare G. tenta di arginare il movimento egizianeggiante, che avrebbe portato fatalmente ad un urto con Babilonia, ormai potentissima fino al Mediterraneo. La sua visione, anche politica, era molto più realistica di quella degli esaltati nazionalisti e filo-egiziani, che con la loro testardaggine determinarono il crollo del Regno. L'ammonimento di G. rimase una voce perdutasi nel deserto. Il profeta venne ostacolato in ogni maniera. Si ricorse perfino ad una congiura contro di lui (11, 18-23). Tuttavia era tanto l'ascendente di G. che nessuno osò adottare misure estreme contro di lui. Ioakim nel suo scetticismo sfogherà il suo disprezzo dando alle fiamme un libro di G. (36,23), ma non ardirà far tacere per sempre l'importuno araldo di Jahweh. Avveratasi la profezia di
G. riguardo a questo operatorname{Re}(22,19 ; cf. 36,30 ) in seguito alla sua aperta ribellione a Babilonia, si ebbe l'effimero Regno di Ioachim, condotto subito prigioniero da Nabuchodonosor, che tre mesi dopo la morte di Ioakim aveva espugnato la città. Nessun oracolo scritto da G. è da riportarsi con sicurezza al Regno di questo figlio di Ioakim.

L'attività di G. appare invece molto intensa durante il Regno dell'abulico Matthania, ultimo figlio di Iosia. Costui, salito al potere con il nome di Sedecia per volere di Nabuchodonosor, si manifestò presto lo simbolo dei suoi cortigiani e degli intriganti uomini politici. Nonostante il progressivo ascendente della corrente antibabilonese, la pace durò in Gerusalemme per un decennio (598-588). A tale stato di cose contribuì la politica di neutralità seguita da Nechao e da Psammetico II in Egitto. Divenuto faraone il giovane Ephree (ebr. Hophra'), la politica del non-intervento venne abbandonata, cosicché si riaccesero le speranze dei molti nazionalisti palestinesi, che vedevano nell'Egitto il fattore decisivo contro il predominio babilonese. Attorno al Faraone si formò una lega di diversi staterelli del litorale mediterraneo e della Transgiordania. Alle ostilità iniziatesi nel 588 Nabuchodonosor rispose con decisione e rapidità. Fissato il suo quartiere in Ribla sull'Oronte, attaccò senz'altro il Regno di Giuda. Presto rimasero solo alcune fortezze (Gerusalemme, Lachis, ove furono trovate le celebri lettere, ed Azecha). Durante l'assedio di Gerusalemme, protrattosi con una breve sosta per 18 mesi, G. visse le sue ore più drammatiche. Ripetendo fino alla monotonia i suoi vaticini contro l'insana politica del partito filo-egiziano, non cessò di consigliare trattative tempestive con i Babilonesi. Per questo fu più volte imprigionato dai suoi avversari e trattato in maniera incoerente dall'abulico Re. Nei colloqui che Sedecia ebbe con G., fatto chiamare appositamente dalla prigione all'insaputa dei cortigiani ( 37,17-20 ; 38,14-26 ), il profeta insiste nella macabra profezia circa la sorte dell'imbelle Re e dell'infelice città; Sedecia tentenna, solleva obbiezioni, promette un trattamento migliore al prigioniero; però presto ricade sotto l'influenza dei nazionalisti estremisti. Ma anche nei giorni più neri G. nella sua missione profetica mostra con un'azione simbolica una luce di speranza al popolo : mentre i Babilonesi conquistavano ad una ad una le posizioni giudaiche, compie un contratto di contrarre per una proprietà terriera nel villaggio di Anathoth, perché "ancora si compreranno case e campi e vigne in questa regione" ( 32,5 sgg.).

Caduta la città nell' 11^{°} anno di Sedecia (587), G. fu trattato con riguardo dai Babilonesi. Ma poi fu incatenato anch'egli e condotto a Ribla nel quartiere generale. Ivi il Re, che certamente era stato informato dai disertori ebrei circa l'attività di G., gli diede facoltà di scegliere il suo futuro : andare in Babilonia con i deportati oppure rimanere in Giudea dove avesse desiderato. G. preferì unirsi a Godolia (v.), che in Maspha cercava di iniziare la faticosa ricostruzione morale e materiale della Giudea ( 40,4 mathrm{sgg}.). Ivi sperava di poter svolgere la sua opera per plasmare il nuovo Israele, che avrebbe ereditato il nuovo Patto (cf. capp. 30-31). Ma, allontanatisi i Babilonesi, in Palestina ripresero il sopravvento nazionalisti fanatici, già sbandatisi o rifugiatisi nei regni vicini. Dieci di essi, con a capo un certo Ismaele, assassinarono dopo soli due mesi Godolia. Quindi, in uno stato di orgasmo per il timore di rappresaglie babilonesi, essi insistettero presso G. perché manifestasse loro il volere divino circa il futuro. La

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(fel. Alinari)
Geremia - Il profeta G. Musaico in S. Maria in Trastevere (1140) - Roma.
risposta venne solo dopo io giorni; ma, non corrispondendo ai loro desideri, non fu accettata. Anzi il profeta fu accusato di mistificare il messaggio divino dietro suggerimento del segretario Baruch (43, 2.3). Allora il gruppo di assassini, con la speranza di trovarsi un rifugio sicuro lontano dalle armi babilonesi, obbligò G. a seguirli insieme a Baruch in Egitto. Nella loro perversità tali uomini non vollero staccarsi dall'ataldo di Dio, anche se in pratica tenevano poco conto dei suoi oracoli. In Egitto G. continuò la sua missione ( 43,8 sgg.), esortando ed ammonendo il gruppo di Ebrei sbandati e predicendo con un'azione simbolica la sorte futura riservata al paese dei Faraoni. La fine del profeta è ignota. Secondo tradizioni tardive (cf. Pseudo-Epifanio, De vitis prophetarum: PG 43, 400; Martirologio romano, 1 maggio), G. fu ucciso dal suo popolo in Tafni. Forse a tale tradizione allude anche Hebr. 11, 37.

Se durante la vita G. fu un continuo "segno di contraddizione", osteggiato e perseguitato sempre, una Cassandra che nessuno o ben pochi seguivano, dopo la morte crebbe sempre più in venerazione presso quel popolo che lapidava i profeti ma che si affrettava pure ad innalzare loro mausolei (cf. Mt. 23, 37). Già in Eccli. 49, 8-9 si ricorda con onore "colui che fu consacrato profeta dal seno di sua madre». Ancora più venerata è la sua memoria nel periodo maccabaico (II Mach. 2, 1 sgg .; 15, 14-16). Ai tempi di Gesù Cristo si pensava alla possibilità che il Messia non sarebbe stato altri che un G. redivivo (Mt. 16, 14). Ed invero non mancano le rassomiglianze fra la vita tormentata del profeta della rovina di Gerusalemme e quella dell'«uomo dei dolori" (cf. Is. 53, 3). Presso i Padri della Chiesa costituisce quasi un luogo comune il raffronto fra la vita di G. e la Passione di Gesù Cristo, applicando la regola esegetica del tipo e dell'antitipo (cf. Cornelio a Lapide, Commentarius in 4 prophetas maiores, ed. Parigi 1866, pp. 8-10).
II. Libro di G. - La tradizione giudaico-cristiana riconosce G. quale autore del libro che porta il suo nome. L'opera di G. "non è un libro nel senso ordinario della parola... Si chiama oggid " libro" per convenzione pratica, ma esattamente
bisognerebbe chiamarlo " raccolta di scritti" " (G. Ricciotti [v. bibl.], p. 39).

Per tale motivo è difficile dare un breve sommario del libro di G. Generalmente, oltre un prologo (cap. 1), si distinguono cinque parti : 1) 2, 1-20, 18 : oracoli contro Giuda pronunziati fra l'anno 13² di Iosia (626) e l'anno 4² di Isukim (605); al 21, 1-29, 32 : oracoli sulla fine disastrosa di Gerusalemme e di Giuda; 3) 30, 133, 26 : la restaurazione futura di Israele; l'epoca messianica; 4) 34, 1-45, 5 : narrazione storico-biografica dell'assedio di Gerusalemme, della sua caduta, dell'azione svolta da G. in Palestina e quindi in Egitto fra il gruppo dei fuggiaschi dopo l'assassinio di Godolia; 5) 46,1-51, 64 : oracoli contro le nozioni (Egitto, Filistea, Moab, Ammon, Edom, Damasco, Cedar ed altri regni arabi, Elam, Babilonia); infine un epilogo storico (cap. 52) sulla presa di Gerusalemme e le varie deportazioni eseguite dai Babilonesi. Molti commentatori del profeta di Anathoth hanno tentato di segnalare il progressivo agglomerarsi dei diversi brani, di individuarne le suture, di stabilire la paternità delle singole parti. In un campo tanto delicato possono subentrare elementi soggettivi, principi o pregiudizi capaci di condurre a conclusioni diversissime, se non opposte. Per diversi anni ha menato scalpore il caso di B. Duhm, che adoperando rigidamente il suo sistema metrico e fiutando dappertutto con il suo Stilgefühl ("senso stilistico") interpolazioni ed aggiunte, si credette autorizzato a ridurre la paternità geremiana ad appena un quinto del libro tradizionale. Il Duhm non ebbe il successo che sperava. Anche nel campo dei critici indipendenti si è manifestato un sintomatico ritorno verso la tradizione. Tuttavia anche fra studiosi cattolici si è più accondiscendenti nel riconoscere la presenza di strati diversi, dei quali non tutti si possono riferire con la medesima certezza al profeta di Anathoth.

Fra i più recenti indagatori sulla composizione del libro, Th. Robinson (in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 42 [1924], pp. 209-21; cf. W.O.E. OesterleyT. H. Robinson, op. cit., pp. 299-307) distingue tre grandi sezioni : 1) poesia oracolare; 2) prosa biografica o storica; 3) prosa autobiografica e poesia letteraria. Le tre sezioni, riconoscibili per la presenza dei vari generi letterari, sarebbero state unite non per giustapposizione, ma per intima compenetrazione, per cui in un medesimo capitolo si possono rinvenire le tracce dei tre generi primitivi. La prima e la seconda sezione sarebbero di "date diverse " ed opera di " varie mani ", che miravano a trattare della vita e della fortuna dei profeti. Solo la terza sezione, per quanto giunta a noi dopo di avere subito l'intervento di redattori, si potrebbe considerare come libro originario (Baruch's roll) ed accettare nella sostanza come "opera dello stesso G." (loc. cit., p. 221). Il Rudolph, nel suo recente commento, seguendo in parte il complicato quadro genealogico proposto da O. Eissfeldt nella sua Einleitung (Tubinga 1934, pp. 390-411), propone anche lui tre sezioni principali, che denomina: 1) oracoli (Spräche) di G.; 2) racconti biografici (opera di Baruch); 3) discorsi (Reden) di G., rimanipolati dalla scuola deuteronomistica. Inoltre indica parecchi brani spurii (unechte) e non poche glosse tardive. Quindi anche per il Rudolph la parte strettamente geremiana viene limitata alla prima sezione (alquanto più ampia della terza di Robinson). Mentre per il Duhm parecchi brani sarebbero stati dell'epoca greca e maccabaica, per il Rudolph "la redazione si effettua durante l'esilio". Solo alcuni versetti (23, 34-40; 33, 14-26) costituerebbero piccole aggiunte successive ( [mathrm{v}. bibl.], p. 212 ).

Fra i cattolici il Podeschard (Revue biblique, 37 [1928], pp. 181-97), seguito molto da Nötscher e da Gelin, studiò in modo particolare la composizione del libro di G. Anch'egli distingue tre parti principali, che, a differenza di quanto avviene in Robinson ed in Rudolph, coincidono quasi con tre sezioni successive per capitoli ( 1= capp. 1-25; 2 = capp. 26-35; 3 = capp. 36-45). La prima parte comprenderebbe prevalentemente oracoli in prima persona; la seconda oracoli simili, frammisti a notizie biografiche in terza persona; nell'ultima parte si avrebbe

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una specie di biografia con un certo ordine cronologico. Il cambiamento di metodo inviterebbe a scorgervi una successione cronologica delle tre sezioni. Il Podechard suppone che la prima parte contenga sostanzialmente quanto fu scritto nel "rotolo" del 605 (Jer. 36, i sgg.). Vi mancherebbero gli oracoli contro le nazioni, mentre gli ultimi capitoli sarebbero effetto di due aggiunte posteriori (sapp. 18-20 e 21-24). L'intrusione di questi 7 capitoli avrebbe determinato la trasposizione in fondo al volume degli oracoli contro le nazioni. Anche per questa prima parte, però, si deve ammettere qualche mutamento « in data diverse ed in misura variabile» (p. 190) in seguito all'introduzione di profezie più recenti. La terza parte sarebbe "il vero libro di Baruch su Geremia" con qualche profezia del maestro. Anch'essa non andò immune da "aggiunte diverse" (p. 192). La seconda parte, più simile alla prima che alla terza, più che una composizione organica sarebbe "una raccolta" di scritti (p. 192). "Tutti i racconti di questa seconda parte furono redatti mentre viveva ancora G., anzi essi furono dettati direttamente da lui... Ma la redazione definitiva non è anteriore alla rovina di Gerusalemme" (p. 193). Quindi ale tre parti furono riunite in una data che non possiamo determinare, ma che è certamente anteriore alla traduzione dei Settanta" (p. 194; cf. J. Götrsberger, Einleitung in das Alte Testament, Friburgo in Br. 1928, p. 300 ).

A tali indagini, quando non siano effetto di una fantasia amante di novità, io studioso è invitato sia dal disordine cronologico delle varie parti del libro sia dai non pochi doppioni (ca. una trentina, generalmente di 203 vv .). Inoltre lo stesso libro sembra indicare o almeno supporre una molteplicità di sezioni riunite insieme in un secondo tempo. Nei primi versetti ( mathrm{r}, mathrm{r}-3 ), infatti, si ha un'indicazione cronologica, che abbraccia quasi tutta l'attività di G. (fino alla caduta di Gerusalemme ed alla deportazione dei notabili ebrei); in 40 , i abbiamo una nuova indicazione suppletiva (introducente i fatti dopo la deportazione); in 44, i la segnalazione cronologica introduce l'attività di G. in Egitto. Infine un segno palese di spostamento o dell'esistenza di piccole raccolte separate si ha in 45,1-5, ove un breve oracolo è datato nell'anno quarto di Ioakim, ossia è riconnesso cronologicamente con il cap. 36 , mentre in pratica è riferito in fine, dopo l'attività di G. in Egitto.

Un altro motivo serio per tali indagini di critica testuale e letteraria è offerto dal raffronto del testo ebraico masoretico con l'antichissima versione greca dei Settanta (v.). Nessun altro libro biblico presenta tanti punti interrogativi dopo un simile esame. Innanzi tutto si ha il fatto della notevole differenza quantitativa. Secondo calcoli accurati la versione greca è di un'ottavo più breve del testo masoretico. Si tratta di omissioni del traduttore oppure di ampliamenti di redattori posteriori nel testo ebraico? Va notato, però, che la differenza è più materiale che concettuale. Molte delle parole od espressioni omesse sono costituite da termini comunissimi, come "profeta", "degli eserciti", "oracolo del Signore", ecc., che non alterano per nulla il contenuto del libro. Tuttavia il problema rimane e va risolto con molta cautela nei singoli casi. Per questo sono da dichiararsi criticamente poco sostenibili le posizioni di coloro che per sistema dànno sempre la loro preferenza al testo ebraico o alla versione greca. Una differenza ancora più grave fra i due testi si trova nella disposizione della materia. Tralasciando alcune diversità minori di infima importanza, è lampante quella degli oracoli contro le nazioni, i quali nel testo ebraico occupano i capp. 46-51, mentre in quello greco figurano dopo il v. 25, 13. Non basta; anche l'ordine degli oracoli è differente. Su 9 casi vi è accordo solo in 2 (oracoli contro Edom e contro Cedar). Questa diversità di disposizione interna si spiega con qualche verosimiglianza osservando che la versione greca sembra seguire un certo ordine gerarchico o di
importanza fra le varie nazioni, mentre l'ebraico si affida piuttosto ad una disposizione geografica, dal sud al nord.

Si sono escogitati vari modi per dare ragione dello spostamento di questa sezione del libro. In genere oggi si tende ad ammettere sempre l'ipotesi, antica già di oltre un secolo (Movers), di due recensioni circolanti indipendentemente, ossia una con gli oracoli nel cap. 25 , dove appaiono in un giusto contesto, ed un'altra che aveva relegato in fondo i capitoli in questione. Dalla prima recensione sarebbe derivata la versione greca, dalla seconda il nostro testo masoretico. Tale è l'opinione più comune con sfumature diverse, più o meno sensibili, fra i cattolici (R. Cornely, A. Condamin, I. Höpfl, G. Ricciotti, E. Podechard, F. Nötscher, A. Gelin, ecc.). I critici indipendenti, che ammettono l'autenticità generica degli oracoli (come O. Eissfeldt, Rudolph), non vedono la necessità di questa ipotesi (cf. Rudolph, loc. cit., p. xix). Dall'esame filologico della versione greca di Thackeray (v. op. cit. in bibl.) concludeva che almeno due individui diversi tradussero G. in greco. Precisamente uno avrebbe tradotto i capp. i-28 (= i-25, 13 - 46. 30. 51 del testo masoretico), l'altro i capp. 29-31 (= 25, 15-45. 47-49 del testo masoretico). Tale fatto, insieme alla glossa di 51,64, "Fin qui le parole di G.", corrobora forse l'ipotesi delle due recensioni; ma è innegabile che ancora una certa foschia avvolge il problema delicatissimo della critica testuale del libro di G.

Finora non si è mai parlato del cap. 52, che chiude il libro, per il semplice motivo che esso costituisce un epilogo, aggiunto per mostrare come si fossero avverate le profezie di G. Esso è tolto quasi di peso da 11 Reg. 24-25.

Tutto questo lavorio di redazione dovette essere effettuato in parte già durante la vita di G., come si può dedurre dal caso sintomatico descritto nel cap. 36. Molto dovette essere fatto negli anni immediatamente seguenti la sua morte, utilizzando in modo speciale l'opera di Baruch e raccogliendo le varie membra desiecta degli oracoli. Nel periodo greco regnava ancora qualche incertezza, come si può vedere dall'esistenza di due redazioni differenti per la disposizione della materia ed un po' anche per la quantità. Ma le alterazioni in tale epoca dovettero essere minime.

Il libro di G. presenta molti generi letterari, fra i quali primeggiano il discorso oracolare con tutte le sue sfumature, determinate dalla materia trattata, la poesia, suddivisa anch'essa secondo i diversi temi, ed il racconto autobiografico o biografico; non manca neppure il genere epistolare (cf. 29, 4 sgg.). Qualcuno, come P. Volz, ha esagerato le qualità di G. come scrittore, proclamandolo il più grande poeta biblico. E certo che tale onore rimane ad Isaia; ma tutti riconoscono nelle poesie geremiane un elemento psicologico ed un pathos eccezionali, che le rendono molto piacevoli ed eleganti. Meno felice è G. nella sua prosa, che tende alla lungaggine con le sue molteplici ripetizioni; ciò è proprio dello stile orientale in genere. La lingua generalmente è pura ed è considerata ancora del periodo classico ebraico. Tuttavia si notano già parecchi aramaismi.

L'insegnamento teologico di G. è perfettamente comune e quello degli altri scrittori biblici : esistenza ed unicità di Dio, creatore di ogni cosa; Provvidenza divina verso gli uomini; nullità delle mitologie pagane. Jahweh è il vero artefice della storia. Egli annunzia i suoi oracoli contro le varie nazioni, che, nolenti o volenti, eseguiscono i suoi disegni. In modo particolare egli si cura di Israele, con il quale intercorrono relazioni intime, simboleggiate dall'unione del matrimonio umano ( 1,16 ; 7,17-18 ; 31,2 ; 44,7 sgg.), come in Cant. e Os. 6,7; 8,1.

Costante è in G. l'insistenza sul valore di un sin-

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(Int, Murei Hrali delle Ilelle Arti, Bruxelles)
Geremia - Il profeta G. Dipinto del Maestro dell'Annunciazione di Aix (1^ metà xv sec.) - Bruxelles, Musei Reali.
cero pentimento e sul carattere morale della religione, basata più sull'amore che su azioni rituali (cf. 2, 6 sgg.; 3, 19-4. 4; 7, 21 sgg.; 12, 17; 13, 17). La più ampia profezia di G. (capp. 31-33) ha per tema precisamente l'intima relazione che si inizierà fra Dio e gli aderenti al nuovo Patto. Altra profezia messianica è quella contenuta in 23, 3-8 (cf. 33, 14-16) sul "rampollo giusto", ossia sul regno di giustizia, di salvezza e di pace, che sarà inaugurato dal Messia. Ora generalmente non si riconosce più una profezia del parto verginale di Maria nel non versetto "femina circumdabit virum" (31, 22), pur ritenendosi a causa del contesto il carattere messianico della misteriosa espressione.

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verhill 1947. Commenti: tra i Padri: s. Girolamo, Comm. in Ier. proph. II. V/ (PL 24:705-936; CSEL 59); Teodoreto, In div. Ier. proph. interpr. (PG 61, 499-560). Cattolici : Cristoforo da Castro, In Ieremine prophetias. Lamentationes et Baruch il V/., Parigi 1608; J. Maldonado, Commentarii in Ieremiam, ivi 1610; C. s Lapide, Commentaria in 4 prophetas maiores (Comm. in Scrip. S., 12), ivi 1866; J. Knabenbauer, Commentarius in Ieremium prophetam, Parigi 1889; A. Condamin, Le livre de Yérémie, ivi 1920; G. Ricciotti, Il libro di G., Torino 1923; F. Nörscher, Das Buch Yerenias, Bonn 1934; id., Yerenias, Würzburg 1947; W. Lauck, Das Buch Yerenias, Friburgo in Br. 1938; L. Dennefeld, in La Ste Bible di L. Pirot, VII, Parigi 1948, pp. 235-406; A. Penna, G., Torino 1951. Acattolici : B. Duhm, Das Buch Yerenias, Lipsia 1901; C. H. Cornill, Das Buch Yerenias, ivi 1902; S. R. Driver, The book of the prophet Yereniiah, Londra 1906; F. Girschrecht, Das Buch Yerenias, 2^{°} ed., Gottinga 1907; P. Volz, Der Prophet Yerenia, Lipsia 1922; W. Rudolph, Yerenia, Tubinga 1947.

Studi critici: F. C. Movers, De utrinque recensionis solici. niorum Ieremiae..., indole et origine commentatio critici, Amburgo 1837; A. Schulz, Der nasorethische Text und die LXX Übersetzung des Buches Yerenias, Ratisbona 1875; H. St. J. Thackeray, The Greek translators of Yereniiah, in Journal of Theological Studies, 4 (1903), pp. 245-66; S. Mowinckel, Zur Komposition des Buches Yereniah, Oslo 1913; P. Volz, Studien zum Text des Yerenia, Lipsia 1920; Th. H. Robinson, Baruch's Roll, in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 42 (1924), pp. 209-21; E. Podechard, Le livre de Yérémie. Structure et formation, in Revue biblique, 37 (1928), pp. 181-97; W. Rudolph, Zum Text des Yerenia, in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 48 (1930), pp. 272-86; H. Birkeland, Zur Kompositionsfrage des Buches Yerenia, in Le monde oriental, 31 (1937), pp. 49-62; G. R. Driver, Linguistic and textual problems: Yereniah, in The Jewish Quarterly Review, 28 (1937-38), pp. 97-150. Angelo Penna
III. Iconografia. - Nel ciclo biblico musivo della basilica di S. Ambrogio in Milano, il profeta G. era rappresentato mentre vede l'apparizione dell'angelo sotto forma di agnello, come si apprende dal distico illustrativo (v. V. Forcella, ed. E. Seletti, Iscrizioni di Milano antcriari al sec. IX, Codogno 1897, n. 227).

Anche in mussico è l'immagine nimbata del profeta nella basilica di S. Vitale in Ravenna (sec. vi). Il profeta è pure effigiato in una miniatura del sec. viI o ix nel codice di Cosma Indicopleuste (C. Stornaisilo, Le miniature della topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, cod. Vat. greco 699, Milano 1908, tav. 38), e nel manoscritto siriaco 341 della Biblioteca nazionale di Parigi (sec. viI-viII); ivi a destra di G. si leva in alto la mano divina, mentre al disotto è rappresentata la "verga che vigila" (Jer. 1, 11).

Il profeta è pure rappresentato nel mussico del fronte dell'abside della basilica di S. Clemente in Roma (sec. xir; Wilpert, Mosaiken, p. 522) e in quello, pure romano, di S. Maria in Trastevere (G. B. De Rossi, Mutaici cristiani delle chiese di Roma anteriori al sec. XV, Roma 1899, tav. 30).

Bibl.: H. Leclercq, Yérémie, in DACL. VII, coll. 2230-31. Enrico Josi
Dopo esser stato introdotto, insieme alle effigie degli altri profeti, nel programma iconografico dei monumentali portali gotici, dal principio del sec. xili la sua immagine si trova individualizzata mediante l'aggiunta del nome e di qualche brano delle proprie profezie. Fra le raffigurazioni singole vanno ricordate, nel campo della scultura, le statue di Claus Sluter (Digiuno, Piazza di Misiè), di Donatello (Firenze, campanile del Duomo) e di Andrea Sansovino (Loreto, S. Casa); in quello della pittura, oltre alle tele del Perugino e del Moretto, anzitutto l'indimenticabile figura di Michelangelo nelle Cappella Sistina, il quadro di Rembrandt (Mosca, già collezione Stroganoff) e nell'età moderna un dipinto di Lesser Ury (Berlino 1897) ove G. è accasciato a terra sotto il cielo stellato. Per ciò che concerne le illustrazioni cicliche della Bibbia, la sola Bibbia catalana di S. Pere de Roda (ca. il 1000) adornò di miniature l'intiero testo del libro di G. dalla sua invocazione fino alla lapidazione. - Vedi tav. VII.

Bibl.: W. Neuss, Die hatalanische Bibelillustration um die Wende des ersten Jahrtausends und die spanische Buchmalerei, Berlino-Lipria 1922, pp. 86-87; H. Ehrenstein, Das Alte Testament im Bilde, Vienna 1926, cap. 23 passim; K. Künste, Jhonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, p. 324 e 307.

Kurt Retho

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IV. Lettera di G. - Esortazione contro l'idolatria in 72 vv., assente dal canone ebraico, che nella Bibbia greca si trova dopo le Lamentazioni, con il titolo 'Etnotokk' 'Iepquion. Nella Volgata figura come ultimo capitolo ( 6^{°} ) di Baruch (v.). In maniera realistica, talvolta spiritosa, descrive la nullità degli idoli. Il pressante monito sarebbe, come spiega il sottotitolo greco, diretto da G. "a coloro che saranno condotti prigionieri in Babilonia».

La sua autenticità è negata non solo dagli Ebrei, ma anche da tutti i razionalisti moderni. Generalmente costoro la considerano un apocrifo scritto originariamente in greco (abbastanza elegante) nel periodo tolemaico (W. Naumann, E. H. Gifford, E. S. Artom).

Per i cattolici è facile provare la canonicità della Lettera di G., dall'allusione di II Mach. 2, 1-3, dalla presenza dello scritto nella versione dei Settanta e dall'uso dei Padri. Ragioni interne in favore di un'alta antichità e della probabile paternità geremiana sono: i) il testo greco presuppone un originale ebraico, come riconoscono anche critici indipendenti (Naumann, Artom, O. Eissfeldt); 2) l'esattezza nel descrivere l'idolatria babilonese difficilmente si accorda con un'origine posteriore alla scomparsa dell'Impero di Babilonia: 3) una certa somiglianza stilistica fra la lettera ed il libro di G. Tuttavia, mentre la canonicità è definita in maniera dogmatica, la questione dell'autenticità letteraria è libera. Essa fu negata già da s. Girolamo (In Ieremiam prol.: CSEL, 39, p. 3) e recentemente da A. Robert.

BibL.: W. Naumann, Untertuchungen uber den apohryphen Yere. mobricf, in Beihefte zur Zeitschrift für die alttest. Wissenschaft, 25 (1913), pp. 1-23; E. S. Artom, L'origine, la data e gli scopi della Lettera di G., in Annuario di studi ebraici, 1 (1934-35), 49-74; A. Robert, Lettre de Yérémie, in DBs, IV, coll. 849-57. Angelo Penna
V. Paralipomeni di G. (Paralipomeni delle parole di Baruc). - Libro apocrifo, composto probabilmente verso la metà del sec. it da un ebreo, ma che nella forma in cui è giunto a noi reca vestigia di interpolazioni cristiane, specie alla fine. Oltre il testo greco, forse originale, si hanno le traduzioni etiopica, armena, slava.

Il soggetto del libro è molto semplice. All'approssimarsi della catastrofe di Gerusalemme, G. riceve l'ordine di nascondere i vasi sacri, quindi recarsi in Babilonia con i deportati. Durante i preparativi Abinelech (il nome è desunto dall'Abdemelech etiope di Ier. 38, 7), si addormenta e resta in letargo per 66 anni. Infine Baruch, per comando divino, annunzia a G. la restaurazione di Gerusalemme con il ritorno dei deportati. Nel libretto traspare l'abituale spirito antisamaritano : si afferma che Samaria fu fondata da Giudei refrattari alla legge divina, specialmente riguardo al divieto di sposare donne straniere.

Bibl.: J. B. Frey, in DBs, I, col. 454; P. Riessler, Altjüdisches Schriftum nusschulb der Bibel, Augusta 1928, pp. 903-19; A. Mingana, A new Yereniah apocrrphon, in Bulletin of the Yuhn Rylands Library, 11 (1927), pp. 352-95; A. Vitti, Apocrrphon Yerenias nuper detertum, in Verbum Domini, 8 (1928), pp. 316 -20. Angelo Penna

GEREMIA II Tranos, patriarca di Costantinopoli. - Fu patriarca nei seguenti anni: 1572-79, 1580-84,1589-95. In occasione del suo viaggio in Russia, diede il consenso all'erezione del patriarcato di Mosca. I teologi luterani di Tubinga cercarono un'unione fra Wittemberga e Bisanzio, ma G. respinse decisamente, come risulta dalla sua corrispondenza con quei teologi, fra il 1576 e il 1581 , i fondamenti della confessione luterana. Col papa Gregorio XIII stette parecchie volte in corrispondenza in occasione della riforma del calendario e di una duplice ambasciata pontificia mandata a lui; non ese-
gui però le sue promesse intorno a questa questione. Presiose sono la sua lode per l'erezione del Pontificio collegio greco di Roma, e la sua riprovazione del protestantesimo data pure in una lettera al Papa.

Bibl.: L. Petit, Yérémie II Tranos, in DThC, VIII, coll. 886-94; G. Hofmann, Griechische Patriarchen und römische Päpste: Patriarch Yerenias II, in Orientalia Christiana, 23. (1932), pp. 225-48. Giorgio Hofmann

GEREONE, santo, martire. - Incerte e confuse sono le notizie che lo riguardano. S. Gregorio di Tours ricorda una splendida basilica di Colonia costruita in onore di 50 martiri sconosciuti e chiamata comunemente, per i bei musaici che l'ornavano, "Ad sanctos aureos». Nel Martirologio geronimiano sono commemorati il 10 ott. a Colonia 318 martiri detti "Mauri». Il giorno precedente invece è commemorato G. con 392 compagni soldati, fatti uccidere da Massimiliano nella stessa Colonia, in occasione della guerra contro i Bagaudi.

Sembra certo che le tre notizie riguardano lo stesso gruppo di martiri. Esiste poi una Passio del sec. x in cui si narra che G., insieme con 318 commilitoni della legione tebana, fu decapitato a Colonia e gettato in un pozzo per essersi rifiutato di sacrificare. In loro onore s. Elena fece costruire una grande e bella basilica detta appunto "Ad sanctos aureos». Nel 1121, sotto il vescovo Norberto, fu aperto un saccofago nella cattedrale di Colonia e si cre-
dette riconoscervi il corpo di G.

Bibl.: Gregorio di Tours, In gloria martyrum, 62; Acta NS. Octobris, V, Parigi 1868, pp. 14-ba; Martyr. Hieronymianum, pp. 247 sg., 250 ; Pio Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, VII (Studi e Testi, 49), Roma 1928, p. 245 sg.; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 360 ; Martyr. Homannm, p. 442.

Agostino Amore
GERGESEI (ebr. Girgälī; Settanta, I'sg'̧̧eas̆́s, latinizzato in Gergesaei). - Clan o tribù, che condivideva con altri gruppi etnici il dominio della Palestina preisraelitica. Nella tavola delle nazioni (Gen. 10, 16) i G. sono presentati come discendenti da Cham; ma ciò non pregiudica la classificazione etnologica di questo popolo, giacché in tale documento si seguono principi particolari, che non sempre collimano con i caratteri somatico-linguistici dell'etnologia moderna.

Forse erano Semiti al pari dei Cananei; ma non è esclusa un'affinità etnica con gli Hittiti. Nella Bibbia i G. sono nominati pochissime volte (Gen. 10, 19: 15, 21; Deut. 7, 1; Ios. 3, 10; 24, 11; Neh. 9, 8) e sempre con una fraseologia stereotipata, che elenca i vari clan o tribù della Palestina preisraelitica. Finora mancano conferme extrabibliche per l'esistenza di un tale popolo; tuttavia si sono trovati nomi propri feriti o simili, o per lo meno, derivanti etimologicamente dalla medesima radice (cf. M. Lidzbarski, Handbuch der nordsemitischen Epigraphik, I, Weimar 1898, p. 252).

Bibl.: F. Böhl, Kanander und Hebräer, Lipsia 1911, p. 66; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 322-25. Angelo Penna

GERHARD, Johann. - Teologo protestante tedesco, n. a Quedlinburg il 17 ott. 1582, m. a Jena il 17 ag. 1637. Intrapresi per voto nel 1599 gli studi teologici nell'Università di Wittenberg, li interruppe per studiar medicina, tornando nondimeno nel 1603 con molto profitto alla teologia in Jena. Nominato dal duca Giovanni Casimiro di Coburgo soprintendente a Heldburg (1606), divenne più tardi soprintendente generale di tutte le Chiese luterane del ducato, per le quali compilò anche un regolamento rimasto lungamente in uso.

Nel 1616 fu chiamato ad insegnare teologia nell'Università di Jena, ove rimase poi sempre. Il G. fu considerato il maggior teologo dei suoi tempi e ciò spiega il grande prestigio goduto presso i principi protestanti te-

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(da K. Golling, Bibiisches Realizsikon, Tubinga 1937, p. 881)
Gericto - Pienta della città di G., ricostruita attraverso gli scavi di E. Sellin-C. Watzinger (1907-1909) e J. Gatzlany (1929-36). Nella didascalia tedesca sono indicati i vari tratteggi; il primo indica il perimetro della città nel 1^{°} periodo del Bronzo medio (ca. 3000-1700 a. C. città B); il secondo il perimetro del 2^{°} periodo del Bronzo medio (ca. 1700-1550^{°} città C); il terzo il perimetro del Bronzo tardo (ca. 1500 1200= città D). A destra in basso cartina topografica della regione.
deschi, nonché i ripetuti inviti da parte di tutte le università germaniche. Tra le sue opere, molte delle quali giacciono tuttora manoscritte nella Biblioteca di Gotha, sono da ricordare: Methodus studii theologici (1600), Loci communes theologici ( 9 voll., Jena 1610-22), la più importante, e Meditationes sacrae (Leida 1637).

BibL.: R. Huyfeld, Die Ethik 7. G.s. Berlino 1908; L. Zecharnack, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegenwart, II. coll. 1041-42 (con bibl.).

Niccolò Del Re
GERHARDINGER, Kabolina. - Fondatrice delle Povere Suore delle Scuole di Nostra Signora, n. a Stadtamhof il 20 giugno 1797, m. a Monaco il 9 maggio 1879 .

Desiderosa della vita religiosa unita all'insegnamento, assecondò i desideri del vescovo di Ratisbona, G. M. Wittmann, fondando una Congregazione, adattata ai tempi, per l'istruzione e l'educazione delle fanciulle, per le quali aprì la prima casa, con il concorso del cappellano di corte F. S. Job, nel 1833 a Neuburg vorm Wald. Nel 1834 fece i voti religiosi, prendendo il nome di Maria Teresa di Gesù. La mirabile perfezione della sua vita e del suo esempio e specialmente il profondo spirito di apostolato e di penitenza riparatrice, ne fecero introdurre il processo di beatificazione nel 1928.

BibL.: P. Fries, Leben der ebrev. Mutter Maria Theresia v. Jesus, Monaco 1907; M. K. Gietl, M. Maria Theresia v. Jesus, Friburgo in Br. 1921; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen, I, 3² ed., Paderborn 1933, pp. 469-67.

Celestino Testore
GERHARDT, Paul. - Poeta religioso tedesco, n. a Gräfenhainichen (Sassonia) il 12 marzo 1607, m. arcidiacono a Lübben sulla Sprea il 27 marzo
1676. Studiò teologia e percorse la carriera ecclesiastica; dalla sua pratica di pastore trasse occasione per molte delle sue liriche, che non rimasero mai però poesie d'occasione.

È stato detto il maggior poeta religioso protestante dopo Lutero. Nel Seicento è difficile trovare chi gli possa star accanto; il tono della sua lirica però non è drammatico, come nel fondatore della pseudo riforma, né dolcemente incantato come nel cattolico Friedrich von Spee, ma raccolto in una sincera, potente intimità che lo renderà ben accetto ai seguaci del pietismo verso la fine del secolo. Si valse di tutti i modelli dell'innologia cristiana da s. Bernardo sino a J. Arnd e i suoi Lieder vennero intonati subito dai musicisti, tra cui il più famoso fu Giovanni Sebastiano Bach (tra gli altri ricordiamo il celebre O Haupt voll Blut und, Wunden della Passione secondo s. Matteo).

BibL.: Opere : P. G., Sämtliche Gedichte, a cura di P. Kaiser, Lipsia 1906, Studi: R. Eckardt, P. G. Bibliographie, Pritzwald 1909; H. Petrich, P. G., Gütersloh 1914; A. Farinelli, P. G., in L'opera di un maestro, Torino 1920, pp. 167-87; L. Vincenti, in La letteratura tedesca nell'vri barocca, ivi 1935, pp. 71 73; K. Hesselbacher, P. G., Berlino 1936. Rodolfo Paoli

GERHOH di Reichersberg. - Teologo tedesco, n. a Polling (Baviera) nel 1093, m. a Reichersberg il 27 giugno 1169. Studiò a Frisinga, Moosburg e Hildesheim. Nel 1119 era ad Augusta maestro della scuola della cattedrale. Nel 1121, abbandonato il vescovo simoniaco, si fece canonico regolare a Rottenbuch (diocesi di Ratisbona). Riconciliatosi il vescovo di Augusta con il papa Callisto II, G. tornò nel 1123 ad Augusta e l'anno stesso accompagnò il vescovo al Concilio Laterano. Prete nel 1126, fu per qualche tempo parroco a Cham (Baviera).

Nel 1132 dal vescovo Corrado I di Salisburgo venne fatto prevosto della collegiata regolare di Reichersberg. Nel 1143 con Arnaldo da Brescia accompagnò il legato pontificio in Boemia e Moravia; l'anno dopo disputò a Roma sulla Donatio Constantini. Sostenitore di papa Alessandro III, dal Barbarossa fu messo al bando. Notevole anzitutto la sua azione politico-religiosa in difesa dei diritti della S. Sede contro imperatori e antipapi. Lavorò indefessamente a fianco di s. Bernardo per la riforma del clero simoniaco e nicolaita. A questo mirano, in gran parte, le sue numerose opere. In quelle morali tende a riportare lo spirito del Vangelo nella vita pubblica e privata, appellandosi alla tradizione, che conosce profondamente, con una forte preoccupazione conservatrice. Notevole pure la tendenza ad allegorizzare, a scopo morale, la parte storica della Bibbia. Nelle sue opere dogmatiche, attenendosi alla più schietta ortodossia, condanna le arditezze di Abelardo, di Gilberto Porretano e di Everardo di Bamberga; anzi non gli sembra ortodosso neppure Pietro Lombardo, che considera come l'eredé del nichilismo cristologico di Abelardo, e s'attiene alla teoria dell'assumptus homo.
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(per cortesia di d. A. Penna C.R.L.)
Gertico - Fontana di Eliseo (II. Reg. 2, 21-22).

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(Int. Alimari)
Gerico - Gedeone alla presa di G. Mussico parietale in S. Maria Maggiore in Roma (sec. v).

Opere : Liber de aedificio Dei (PL 194, 1187-1336); Adversus duas haereses (ibid. 1164-84); Liber de simoniacis (ibid. 1335-72); Liber epistolaris ad Innocentium II Pont. Max. (ibid. 1375-1420); De novitatibus huius sueculi ad Hadrianum IV Papam (MGH, Lib. De Lite, III, pp. 288304); De investigatione Antichristi II. 3 (in parte in PL 194, 1443-80; MGH, Lib. De Lite, III, pp. 309-95); De quarta vigilia noctis (ibid., pp. 503-25); Commentarius in Psalmas (PL 193, 619-1814, 194; 9-1066; il suo capolavoro, prezioso per la conoscenza dell'epoca). Il commento a parte del Ps. 64 ha formato il Liber de corrupto Ecclesiae statu, dedicato a Eugenio III (PL 194, 9-120); Epistola ad Eberhardum episc. Bambergensem, de aequalitate Patris et Filii (ibid. 1065-72); Opusculum de gloria et honore Filii Iluminis (ibid. 1073-1160); Opusculum contra discipulos Petri Abaelardi ad Episc. Frisingensem Othonem (cf. C. Ottaviano, Novità abelardiana, in Sophia, I [1933], pp. 99-101). Opera Omnia: PL 193, 194; MGH, Lib. De Lite, III, pp. 131-525; F. Scheibelberger, G. Opera adhuc inedita, Linz 1875 .

Bibl.: Magnus, Vita, in MGH, Scriptores, XVII, p. 490 sgg.; H. F. A. Nobbe, G. v. R., Lipsia 1881; G. Ribbeck, G. v. R. u. seive Ideen über das Verhältnis zwischen Staat u. Kirche in Forschungen zur deutsch. Geschichte, 24 (1884), pp. 1-80; 25 (1885), pp. 526-61; M. Lefflad, s. v. in Kirchenlex., V. coll. 578-91; R. Rocholl, s. v. in Realencycl. für protestant. Theol. u. Kirche, VI, pp. 565-68; H. Jacobn. Studien über G. v. R., in Zeitschr. f. Kirchengesch., 50 (1931), pp. 312-77; M. C., in Bulletin de théol. ancienne et médiévale, 2 (1934), pp. 321-22, n. 292; V. O. Ludwig, s. v. in LThK. IV, coll. 421-22; H. von Fichtenau, Studien zu G. v. R., in Mitteil. Österreich. Inst. Geschichtsforsch., 22 (1938), pp. 1-56; H. Weizweiller, Drei unveröffentliche Briefe aus dem christologischen Streit G. s. v. R., in Scholastik, 13 (1938), pp. 22-48; id., Das wiedergefundene Gutachten des Magister Petrus über die Verherrlichung des Gottesohnes gegen G. v. R., ibid., pp. 225-46; id., Radiger von Klosterneuburg an der Seite seiner Brüder G. u. Aron v. R., im christologischen Streit um die Verherrlichung des Gottesohnes, ibid., 14 (1939), pp. 22-49; J. Günster, Die Christologie des G. v. R., Colonia 1940; M. Cappuyns, in Bulletin de théol. ancienne et médiévale, 4 (1942), pp. 173-74, nn. 886-90; I. De Ghellinck, Le mouvement théologique du XIIe siècle, 2^{text {e }} ed., Bruges 1948, pp. 231-58.

Vito Zollini
GERICO (ebr. Férîbô, ar. Erîbah). - Città palestinese, la prima che gli Israeliti incontrarono nel paese di Canaan dopo il passaggio del Giordano e, con intervento divino, conquistarono e distrussero (Ios. 6). Era situata, come hanno dimostrato i re-
centi scavi, 2 km . a nord dell'attuale villaggio, su Tell es-Sultān.

Assegnata da Giosuè alla tribù di Beniamin (Ios. 16, 17), l'oasi fu ripopolata con il nome di a città delle palme s (Ios. 18, 21; Iude. 3, 19; II Par. 28, 25). Eglon re di Moab ne fece la sua residenza per 18 anni (Iudc. 3, 13); gli emissari di David vi si fermarono finché non scomparve lo sfregio fatto loro dagli Ammoniti (II Sam. 10, 5). Ca. l'800 a. C. un certo Hiel di Bethel riedificò le mura dell'antica città, attirando sopra i suoi due figli la maledizione predetta da Giosuè (I Reg. 16, 34). Nella città israelitica fiorì una scuola di profeti spesso visitata da Elia ed Eliseo (II Reg. 2, 1-22). Deportata la popolazione e saccheggiata la città al tempo dell'invasione assira (II Reg. 23, 5; Ier. 39, 5; 52, 8), tornò a prosperare dopo l'esilio e i suoi abitanti contribuirono alla ricostruzione di Gerusalemme (Esd. 2, 34; Neh. 7, 35).

Per gli splendidi giardini, i cui alberi da balsamo costituirono una considerevole rendita. Marco Antonio ne fece dono alla regina Cleopatra, che la vendé ad Erode, il quale ne accrebbe lo splendore portando il centro della città a 2 km . a sud della Cananea nel Wādi el-Qelt, con la costruzione di ville, ippodromo, anfiteatro, piscine (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., XIII, 6-8).

Durante le feste pasquali, G. era il ritrovo dei Giudei che dalla Galilea e dalla Perea si recavano per le feste a Gerusalemme. Anche Gesù vi passò più volte; nell'ultimo viaggio vi operò la guarigione dei due ciechi e accolse l'invito di Zaccheo (Mt. 20, 29; Lc. 19, 115).

Nel 70 d. C. la città fu saccheggiata e distrutta. Sede vescovile nel 325 , fu nell'epoca bizantina popolata di Isure, i cui monaci vivevano sotto la direzione di s. Eutimio e di s. Saba, e si estese a sud-est della fontana di Eliseo. La carta di Madaba la rappresenta recinta in mezzo a palmizi. Dopo il terremoto del 271 Giustiniano fece riparare le chiese della Theotokos, di S. Eliseo e il grande ospizio per pellegrini (Procopio, De aedif., V, 9).

Con l'avvento dei musulmani andò sempre declinando e nel sec. XII era un ammasso di rovine. I Crociati ricostruirono la città ad est delle due prime sul sito dell'attuale villaggio, tornato a svilupparsi e rifiorire negli ultimi venti anni.

Gli scavi di Tell es-Sultān, diretti da una società tedesca nel 1907-1909 e ripresi da archeologi inglesi nel 1930-36 con sondaggi sino alla terra vergine, hanno permesso di seguire l'evoluzione della città fin dalle

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Gericó - Monastero greco a mezzacosta del monte della Tentazioni presso G.
origini preistoriche (periodo mesolitico e eneolitico). La cronologia delle mura è stata cosi classificata. La città fondata nel 3000 era ristretta con un muro massiccio (A) nella parte settentrionale del Tell; dal 2100 al 1900 occupò la cresta della collina per ca. 2 ettari recinta da un muro (B) di mattoni con fondamenta di pietra; dal 1900 al 1600 si estese da 2 a 5 ettari con un potente muro (C) rafforzato da scarpata, ai piedi della collina e includente anche la fonte. E il periodo più prospero della città, caratterizzato da un palazzo hyksos, scarabei'egiziani ed hyksos, armi e utensili di bronzo. Per circostanze ignote, smantellate le mura, la città si ritrasse di nuovo sulla cresta, protetta da un muro (D) costruito verso il 1500 e parallelo a quello B ma con diversa tecnica. Fu distrutta da un cstaclisma verso il 1400 , secondo il Garstang, direttore degli scavi, o verso il 1250 , secondo il p. Vincent. Appare poi ripopolata nel IX-x sec. (I Reg. 16, 34) ed anche nell'epoca ellenistica.

A ca. 250 m . dal Tell sono stati raccolti nella metropoli ca. 2800 esemplari di ceramiche di tutti i periodi corrispondenti alla storia della città.

BibL.: H-M. Vincent, La chronologie des ruines de Jiricho. in Revue Biblique, 41 (1932), pp. 266-76: I. B. G. Garstang. The story of Jericho, Londra 1940. Donato Baldi

Archeologia. - Nell'arte cristiana antica la città di G. è rappresentata in S. Maria Maggiore nel cielo biblico, nella scena della sua conquista da parte di Giosuè; vi s