le sono le traduzioni del Cunone medico di Avicenna, degli Elementi di Euclide, dell'Almagesto di Tolomeo (già tradotto dal greco, in Sicilia, verso il 1160, mentre la versione di G. fu terminata nel 1175). Tradusse inoltre scritti di Alessandro d'Afrodisia, Archimede, Ippocrate, Galeno, al-Kindī, al-Fārābī, Isaac Israeli, ecc.
BibL.: B. Boncompagni, Della vita e delle opere di G. Cremonese... (Atti Pont. Accad. Nuovi Lincei, 4), Roma 1851; K. Sudhoff, Die kurze Vita und das Verzeichnis der Arbeiten G. von C. von seinen Schülern und Studiengenossen kurz nach 1187 verfasst (Archiv f. Gesch. d. Mediz., 8), 1014; E. Franceschini, Il contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in Occidente..., Roma 1938; H. Bédoret, Les premières versions inlédanes de philosophie, in Rev. néocolastique de philos., 41 (1938), pp. 80-97, 374-400; id., L'auteur et le traducteur du Liber de causis, ibid., pp. 319-33. Edoarda Preto
GERARDO di Csañ̀o, santo. - Teologo benedettino, vescovo e protomartire dell'Ungheria, n. a Venezia dalla famiglia Sagredo alla fine del sec. x, m. a Bagno Rudas il 24 sett. 1046. Religioso a S. Giorgio in Isola (più tardi S. Giorgio Maggiore), ne divenne presto (1012) priore; mandato a Bologna, già nota come centro di studi, vi apprese le arti liberali e la filosofia; ritornato a Venezia, fu eletto abate del suo monastero (1021). Dopo pochi anni di saggio governo, lasciò l'ufficio per intraprendere un pellegrinaggio in Terra Santa, dove era morto suo padre, combattendo contro gl'infedeli. Passando per l'Ungheria fu trattenuto dal re s. Stefano (997-1036), che gli affidò l'educazione dell'unico figlio s. Emerico. Ritiratosi poi nell'eremo di Bél (foresta di Bakony), vi rimase fino al 1029, anno in cui il re gli affidò il nuovo vescovato di Csanád (Cianadino), dove lavorò con straordinario zelo per la conversione dei pagani. Partecipò attivamente agli affari del nascente regno; andò in Francia come legato di Stefano, che poi accompagnò a Ravenna e a Roma. L'Ungheria considera giustamente s. G. come il padrino del "regno apostolico» e l'apostolo del culto mariano, così radicato nel popolo, che da allora salutò la Vergine quale «Patrona Hungariae». I disordini, che si verificarono tra i successori di s. Stefano, conducevo a una rivolta dei superstiti pagani, che inflissero a G. una morte crudele.
G. all'azione uni un'intensa vita di studio. Delle sue opere ci rimane la Deliberatio Gerardi Moresanae Ecclesiae episcopi supra hymnum trium puerorum ad Isingrimum liberalem, conservata nel cod. 6211 della Biblioteca nazionale di Monaco e pubblicata da I. Batthyani, Sancti Gerhardi ep. Chanadienis scripta et acta hactenus inedita (Karlsburg 1790), dove G., tra l'altro, si dimostra abbastanza favorevole allo studio della filosofia, purché sia riconosciuta la sua inferiorità di fronte alla Rivelazione. In quest'opera dice d'averne scritte altre tre (perdute) : un commento al primo capitolo dell'Epistola agli Ebrei e alla prima di s. Giovanni, un opuscolo De divino patrimonio. Secondo il Sansovino avrebbe scritto anche al-
cune opere oratorie e un De laudibus B. M. V. : Giacomo da Varazze nella sua Legenda aurea (ed. Th. Graesse, Lipsia 1850, p. 511) cita effettivamente una raccolta di onafte mariane di G.
BibL.: E. A. Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, V. Venezia 1842, pp. 177-88; C. Dedek, Vita di s. G. martire, primo vescovo di Cunond, trad. it., Budapest 1900; G. Morin, Un théologien ignoré du XIc siècle, in Revue bénédictine, 77 (1910), p. 516 sgg .; I. A. Enders, Studien zur Geschichte der Frühscholastik : Gerard von Czonád, in Philosophisches Teilebuch, 26 (1913), pp. 340-90; K. János, Szent Gellért csamódí puspoli élete es movei, 2⁴ ed., Budapest 1925; C. Lukász, Gerard der Heilige, Bischof von Maneschburg, in Studien und Mittheilungen zur Geschichte der Benediktiner Ordens, nuova serie, 17 (1930), pp. 9-35; A. M. Zimmermann, Kalandarium Benedictinum, III, Metten 1937, pp. 9698, 99-101; M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, I, Firenze 1944, p. 157; F. Banfi, Vita di s. G. da Venezia: vescovo di Ctanod nel leggendario di Pietro Calò, in Ianus Pannonius, 1 (1947), pp. 223-41; id., Vita di s. G. da Venrzia nel Codice 1622 della Biblioteca universitaria di Padova, in Benedictina, 2 (1948), pp. 262-330; S. Vanni Rovighi, S. Anselmo e la filosofia del sec. XI, Milano 1949, pp. 14-15. Antonio Piolanti
GERARDO di Frachet. - Cronista domenicano, n. a Châlus presso Limoges nel 1195, m. a Limoges il 4 ott. 1271, Domenicano dal 1225 a Parigi, priore a Limoges e a Marsiglia (1233-45), provinciale di Provenza (1251-59), priore di Montpellier (1260-63), G. scrisse la Chronica Ord. Praed. (Prior, fino al 1258), poi generalmente unita alle Vitae Fratrum, ed. B. M. Reichert in Mon. Ord. Praed. Hist., I, Roma 1896, pp. 321-23; le Vitae Fratrum, ed. Reichert in Mon. Ord. Praed. Hist., I, pp. 1-304; il Chronicon ab arbe condita (fino ca. al 1268), ed. in parte da M. Bouquet in Recueil des Hist. des Gantes, XXI (Parigi 1855), p. 3 e sgg., XXIII (1904), p. 179 sgg.
Le Vitae Fratrum di G. sono una fonte importantissima per la storia dei primi decenni dell'Ordine domenicano. Benché avvolte in uno stile e spirito leggendario, le notizie sono preziose e per certi contemporanei assai esatte. L'opera è divisa in 5 ll., cioè sugli inizi dell'Ordine, su s. Domenico, sul b. Giordano di Sassonia, sul progresso dei frati nelle virtù e nella disciplina, sulla morte dei frati. Mentre Mandonnet fa presentare le Vitae Fratrum dal maestro Umberto di Romans al Capitolo generale del 1259, B. Altaner e H. C. Scheeben ritengono la pubblicazione fatta nel 1260 o dopo. Una versione italiana è del sec. xv, una tedesca è di R. Stadtmüller (Dülmen 1921).
BibL.: Quéüf-Echard, I, p. 259; Th. Wehofer, Die Schrift des G. v. Frachet Vitae Fratrum, in Jahrb. f. Philos. n. spekul. Theol., 11 (1897), pp. 17-41; B. Altaner, Der hl. Dominikus, Untersuchungen u. Texte, Breslavia 1922, pp. 127-37; P. Mandonnet, S. Thoma d'A. lecteur à la Curie Romaine, in Xenia thomistica, III, Roma 1625, pp. 12-16; Il libro d'oro domenicano, volgarizzamento anonimo del sec. XV delle «Vitae Fratrum», ed. I. Taurisano, Roma 1923; H. C. Scheeben, Petrus Ferrandi, in Archiv. Fratrum Praed., 2 (1932), pp. 329-331, 345-47; 3 (1933), p. 263 ; id., Gerhard u. F., in LThK, IV, col. 418. Angelo Walz
## GERARDO GROOTE: v. GROOTE, GERARDO.
GERARDO da Huy (de Hojo). - Erudito francescano del sec. xim, n. a Huy (Hojum), pare, nella diocesi di Liegi (Belgio). Era discepolo di Ruggero Bacone, i cui principi segue fedelmente nel suo Carre. storium Biblicum. Compose il Triglossos, cioè tre trattati metrici delle lingue ebraica, greca e latina.
Suo capolavoro è il Carrectorium Biblicum (contenuto nel cod. Vat. lat. 4240 ed in altri codici), che è il migliore di tutti. In esso segue, nella ricostruzione del testo, i giusti principi già usati da s. Girolamo. Come questo anche G. cercò di trovare il testo genuino; perciò attribuì il massimo valore ai manoscritti latini della versione di s. Girolamo (Volgata). Soltanto se i codici erano tra loro discordi, consultava il testo greco o ebraico. In ciò G. seguiva e asseriva anche espressamente, nel sec. xim, il principio ancor oggi adottato per la revisione della Volgata. G. conosceva bene la storia delle versioni bibliche e l'origine degli sbagli nel testo sacro. Corresse il
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testo parigino e giustificò le sue correzioni nelle note marginali, le quali mostrano che conosceva meglio il greco che l'ebraico. I codici latini dei quali G. si servì appartengono alla recensione di Alcuino, e non sono più antichi del sec. IX o x.
Bibs.: H. Demile. Dic Handschriften der Bibel-Corretarica des 15. Jahrhunderts, in Archiv für Literatur und Kirchengeschichte des Mittelalters, 4 (1888), pp. 289-311, 387-601; E. Mangenot, s. v. in DB, II, col. 1013; A. Kleinhans, De studia S. Scripturae in Ordine Fratrum Minouam suec. XIII, in Antnnianum, 7 (1932), pp. 334-35. Arduino Kleinhans
GERARDO del Monte (de Monte). - Filosofio e scrittore, n. a Heerenberg nel 1400 ca., m. a Colonia il 31 ott. 1480. Iscritto alla Università di Colonia nel 1421, vi insegnò prima filosofia (1424-38) e poi teologia. Fu decano della facolta filosofica dal 1427 al 1433; due volte rettore dell'Università (1436, 1453) e poi per 49 anni ( 1431 -80) rettore del Ginnasio detto Borsa, dal suo nome chiamato del Monte.
Discepolo di Enrico di Gorcum, nelle polemiche fra ulteriori e tomisti, fu tenace sostenitore delle tesi tomiste e ascetore dell'accordo reale di s. Tommaso e Alberto Magno su tutti i punti discussi. Perciò contro Heymericus de Campo, capo dell'opposizione e autore del Problemata inter s. Thomam et Albertum Magnoae, scrisse un Tractatus ad favorabilem dirigens concordiam quaedam problemata inter s. Thomam et venerabilem Albertum; scrisse inoltre Tractatus concordantiae (ed. Colonia [1496] e recentemente da G. Meersseman, Roma 1934), in cui mette in evidenza il reale accordo che esiste fra tesi di s. Tommaso apparentemente contradalitorio. All'Iseascliva di Heymericus rispose con l'Apologia (ed. in G. Meersseman, Geschichte des Albertismus, II, Roma 1935, pp. 122-28), in cui narra la storia della controversia dal 1423 e confuta le calunnie dell'avversario.
Bibs.: G. Meersseman, Decisionum s. Thomae quae ad iuvicem oppositae a quibendum dicuntur concordantiae a. 1456 aditae per Gerardam de Monte, Roma 1934; id., Geschichte des Albertismus, II, Roma 1935; id., Ergänzungen zur Kenntnis des literarischen Nachlestes des Kölner Professors Gerbard Terstegen de Monte (1414-30), in Jahrbuch des Kölnischen Geschichtswereins, 17 (1935), pp. 264-68; id., Eine weitere Schrift Gerhards de Monte, ibid., 10 (1937), pp. 128-32. Alfonso D'Amato
GERARDO di Monza, santo. - Chiamato anche, dal nome della famiglia, Tintore o dei Tintori, n. a Monza ca. il 1134, m. ivi il 6 giugno 1202.
Rimasto orfano, consacrò tutti i suoi beni e la sua vita al sollievo e alla cura degli indigenti e malati, accolti prima amorosamente nella sua casa, poi in un apposito ospedale, da lui eretto a sue spese, fornito di buoni statuti e posto sotto il patronato dell'autorità cittadina e l'obbedienza dell'incipato pro tempore del luogo. Inatancabile nel suo zelo, cercava egli stesso gli infermi, massime gli appestati, li trasportava sulle sue spalle, li lavava con cura premurosa, soprattutto se piagati o lebbrosi. E Dio concorse a sua volta con miracoli di guarigioni e anche con amabili tratti provvidenziali, moltiplicando una volta il frumento e il vino per l'ospedale, che aveva consumate tutte le sue provviate.
Venerato come santo, subito dopo la morte, s. Carlo Borromeo ne istituì il processo per la conferma del culto, che ottenne nel 1582 da Gregorio XIII.
Bibs.: A. Lesmi, La vita del ven. G. di M., Monza 1841; Acta SS. Iunii, I. Parigi 1867, pp. 766-76; F. Meda, S. G. di M., Monza 1896; O. Pantelini, s. v. in Lessico serlesiast. illustrato, II, Milano s. a., pp. 507-508; L. Telemoni, Feste gerardiam, Monza 1912.
C. Cefestino Testore
GERARDO da Prato. - Francescano del sec. xim. Di distinta famiglia, fratello di fra' Arlotto da Prato, che fu poi ministro generale dei Frati Minori, nel 1246 studiò a Pisa con il celebre fra' Salimbene da Parma (v.), e terminò gli studi a Tolosa dopo il 1248 .
Fu lettore nell'Ordine francescano. Nel 1264 veniva inviato da Urbano IV a Costantinopoli con un'ambasciata per l'imperatore Michele Paleologo. Nel 1278 da Niccolò
IV era incaricato di una doppia legazione, ad Abagham, re dei Tartari orientali ( 1^{°} apr.), e al Gran Khan dei Tartari (4 apr.). Nel 1282-83, in un atto contro Pietro di Giovanni Olivi lo si trova socio del ministro generale fra' Bonagrazia da Bologna. Compose un notevole Breviloquium super libros sententiarum, pubblicato dal p. Marcellino da Civezza nel 1882.
Bibs.: H. M. Sbaralea, Bull. Franc., III, Roma 1775, p. 289 sgg.; G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa, II, Quetecchi 1913, p. 426 sgg.; A. Van de Vlyndert, Sinica Franeiscana, I, ivi 1929, p. LxviII. Alberto Ghinato
GERARDO (o Geraldo) di Sauve-Majeure (Silvia Maior), santo, abate. - N. a Corbie ca. il 1025 , m. il 5 apr. 1095. Fu monaco benedettino nel monastero patrio di Corbie, dove scrisse una Vita di s. Adalardo, pubblicata in Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 111-37.
Perogrinò, pur essendo infermo, una prima volta a Roma, al Gargano e a Cassino, una seconda volta fino a Gerusalemme. Al suo ritorno fu chiesto come abate dai monaci del monastero di Leon, che tuttavia abbandonò ben presto per la loro indisciplina, fondando nel 1077 il monastero di Sauve Majeure o de la Grande Selve, presso Bordeaux, che divenne il centro di una Congregazione monastica che giunse ad avere sotto di sé 55 priorati e 111 parrocchie, e nel 1667 venne incorporata alla Congregazione di S. Mauro.
Fu canonizzato da Celestino III, il 27 apr. 1197. Festa il 5 apr.
Bibs.: Due Vite in Acta SS. Aprilis, I. Parigi 1865, pp. 407-31; P. Moniquat, Un fondateur de ville au XIc siècle, st Gérard, ivi 1895 ; Cottincau, I, col. 1324 sgg. Alberto Ghinato
GERARDO di Sterngassen. - Mistico domenicano, del sec. xiv. Fratello di Giovanni di Sterngassen (v.), G. era lettore di teologia e uomo di fiducia di molte persone come prova la sua qualità di esecutore testamentario. Benché confratello d'Eccardo a Colonia, non subì l'influsso della dottrina di questo, ma si attenne alla scuola e ai testi di s. Tommaso.
Ha lasciato un sermone predicato agli Antoniti di Colonia, conservato nella Vita dei santi di Hermann di Fritzlar, pubblicato da F. Pfeiffer in Deutsche Mystiker, I, Lipsia 1845, pp. 60-63, e come opera principale la Medela animae languentis di cui M. Grabmann ha descritto il testo, alquanto ridotto, nel cod. di Monaco Clm. 13587, confrontandolo con le due parti conservate in codici di Treviri, cioè la parte 1² (Pratum animae) nel cod. 589 della Biblioteca municipale di Treviri e la parte 2² (Medela) nel codice 126 del Seminario maggiore di Treviri.
Nella parte 1² mathrm{G}. tratta dei vizi, portando esempi dalle vite dei Padri del deserto e descrizioni del conflitto di vizi e di virtù; non tace sulle condizioni del suoi contemporanei; dopo la menzione dei viziosi dipinge gli stati escatologici. La parte 2² è dedicata alla dottrina delle virtù cristiane, cui precede l'esposizione della questione sulla Grazia e sul merito, tutto in stretta dipendenza da s. Tommaso. Con cura G. spiega la carità come amicizia con Dio ed i doni dello Spirito Santo. La dottrina della contemplazione si trova nel capitolo sulle beatitudini. La spiegazione della vita contemplativa è più ampia che in s. Tommaso, ravvivata da esempi, e più teologica che psicologica.
Bibs.: Quétif-Echard, I, p. 725 ; M. Grabmann, Neue aufgefundene lateinische Werke deutscher Mystiker, in Sitz. Ber. d. Bayer. Abad. d. Wissenschaften, Philos.-phil. u. bist. Klasse, Jahrg. 1911, Monaco 1922, pp. 7-24; E. Krebs, s. v. in Verfasserlexikon, II, coll. 28-29; G. Löhr, Die Kölner Dominikanerschule vom 14. bis zum 16. Jahrh., Friburgo 1946, pp. 39-40. Angelo Walz
GERARDO MAIELLA, santo. - Redentorista, n. il 23 apr. 1726 in Muro Lucano (Potenza) da famiglia artigiana, m. a Matordomini il 16 ott. 1755. Fu prima sarto nel paese, indi cameriere del vescovo Albini a Lacedonia, alla cui morte (1744) tornò a casa : cercò di entrare tra i Cappuccini e, respinto, tentò per qualche tempo la vita eremitica.
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(per curtrila del p. Gregorio Oreste)
Gerardo Matella, santo - Finale della lettera autografa di s. G. M., Napoli, 4 ott. 1754, conservata nella sala delle reliquie in Materdomini (Avellino).
Dopo insistenti premure, nel 1749 riusci ad essere ammesso nella Congregazione fondata da s. Alfonso, divenendone una delle figure più belle nella imitazione di Gesù Redentore. Terminato il noviziato a Deliceto, professò in qualità di converso il 16 luglio 1752 , facendo rapidi progressi sotto la guida del ven. P. Cafaro. Emulo nelle macerazioni di s. Pietro d'Alcantara, emise come s. Teresa d'Avila, di cui fu devotissimo, il voto di eleggere ciò che gli sembrasse più perfetto. I doni carismatici, che avevano resa già ammirabile la sua vita tra il popolo l'accompagnarono con maggior copia in religione meravigliando quell'epoca razionalista.
Eccetto brevi soste a Pagani, Ciorani e Napoli visse a Materdomini (Avellino), riempiendo di prodigi la vallata del Sele e le borgate dell'alta Irpinia, della Lucania e del Tavoliere pugliese, acclamato ovunque come energico paciere, padre dei poveri e conquistatore di anime peccatrici. Stimato dalla ven. suor M. Celeste Crostarosa si occupò della monacazione di pie fanciulle, procurando loro la dote : calunniato da una di queste, uscita di convento, non si scusò nella severa punizione inflittagli. Caduta la falsa imputazione per confessione della calunniatrice morente, venne riconosciuta l'angelica innocenza di G., che poté riprendere il suo apostolato. E benché avesse studiato appena grammatica, scrisse parecchie lettere di direzione, specie alle Carmelitane di Ripacandida, e un Regolamento di vita, da cui traspira una notevole spiritualità.
Questo mistico e taumaturgo del mezzogiorno d'Italia, beatificato da Leone XIII nel 1893 e canonizzato da Pio X nel 1904, è invocato in quasi tutto il mondo quale patrono delle partorienti. La basilica di Materdomini, ove mori, è meta anche oggi di pellegrinaggi, che talvolta assumono aspetto folcloristico. Festa il 16 ott.
Bibl.: G. Landi, Istoria della Congreg. del S.mo Redentore, ms. del 1782 dell'Archivio gen. redentorista: A. Tannoia, Vita del verso di Dio fra' G. M., Napoli 1804; Murana seu Confuana beatific. et cononiz., ms. dell'Archivio della Postul. gener. redent.: C. Berruti, Vita del ven. servo di Dio G. M., Napoli 1847; [F. Kuntz], Vita del b. G. M., Roma 1893; C. Benedetti,
Vita di s. G. M., ivi 1904; C. Petrone, Letture gerardiur. Mater. domin 1932; O. Gregorio. Un pellegrinaggio a Materdomini, in S. Gerardo, 23-25 (1933-35); M. De Meulemeester, Bibliographic générale des écrivains rédemploristes, II, Lovanio 1935, pp. 265-66; III, ivi 1939, p. 343; Pinuzzo da Bones, Fioretti gerardini, Materdomini 1941; O. Gregorio. Su le scene di s. G., ivi 1748; id., Lettere e scritti di s. G., ivi 1949. Oreste Gregorio
GERASA. - Città greco-romana nella Transgiordania, oggi Geraš, sulle rive del fiume Chysorrhoas (Wâdi Geraš), donde il nome di Antiochia ad Chrysorrhoas attestato nell'epigrafe e numismatica, in onore del fondatore Antioce IV (198 a. C.).
Occupata da Alessandro Ianneo nel 78 , fu nel 63 liberata da Pompeo e fece parte della Decapoli (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., So, 86-87, 104). Dalla provincia della Siria passò nel 106 d . C. alla provincia d'Arabia e nel periodo degli Antonini ( 117-80 ) acquistò nuovo splendore nella estensione e nella creazione di monumenti. A ricordo della visita di Adriano fu eretto nel 129-30 l'arco trionfale, poi i templi di Artemide ( 150 ) e di Zeus (163), il ninfeo (191), gli stadi, i teatri e le terme, che lavori di scavo hanno negli ultimi tempi ridato all'ammirazione degli studiosi. Fu una delle più importanti fortezze della regione ed era presidiata dalla III Legio Cyrenaica.
Non si conosce l'estensione del suo territorio; la lezione "regione dei Geraseni» indicata da alcuni manoscritti evangelici all'oriente del lago di Genesareth (Mc. 5, 1; 1.c. 8, 25) ha in vista certamente altra località omonima (Gerseseni), ma non questa città che dista dal lago più di 50 km .
L'arrivo dei Persiani nel 611 e poi dei musulmani nel 634 segnò la fine di G. Nel sec. viIt vi era ancora una popolazione greco-orahe, ma poi G. rimase deserta. Baldovino II nel 1121 distrusse la fortezza di Togtckin, emiro di Damasco. Nel 1878 vi si insediò una colonia di Circossi che fondò l'attuale villaggio di Geraš.
Bibl.: C. H. Kraeline, Gerasa, city of the Decapolis. Nuova Haven, Connecticut 1938.
Donato Baldi
Archeologia. - La prima notizia sicura di una comunità cristiana in G. è data dalla presenza di un suo vescovo al Concilio di Seleucia nel 351. Ma la predicazione evangelica doveva esservi penetrata molto prima. Altri vescovi noti sono: Placco (ca. 454), Claudio (ca. 464), Enea (ca. 495), Mariano (sec. v o inizio vi sec.), Paolo (ca. 531), Anastasio (ca. metà vi sec.), Genesio (ca. 611). Fra le Chiese riconosciute: il maggiore e più antico complesso monumentale cristiano di G. domina la grande via colonnata, e ad essa si accedeva attraverso propilai romani, con una lunga gradinata, verso la quale la Basilica volgeva la parte absidale, sì che, per entrarvi, bisognava percorrere due corridoi laterali. Di fronte all'ingresso era l'atrio con la fontana sacra che annualmente avrebbe versato vino invece di acqua nel giorno della Epifania, ricorrenza del miracolo di Cana. Questa chiesa, lunga m. 42,20, è l'unica di cui non sia pervenuta la data di fondazione; è noto solo un suo restauro fra il 526 e il 533 . In origine l'area fu occupata da un tempio pagano, forse di Dioniso-Dusares, crollato nel vi sec., per terremoto : i cristiani vi cressero allora la loro Cattedrale, giovandosi anche del materiale dell'edificio rovinato.
La chiesa di S. Teodoro a tre navate, della fine del sec. v, fu costruita sul luogo dove prima era stato un mercato di bestiame descritto in una pittoresca iscrizione in musaico, mentre un'altra epigrafe saluta s. Teodoro quale meraviglia invincibile e indistruttibile sostegno della città e dei suoi abitanti. Nel quartiere nord-ovest un'altra chiesa datata tra il 530-31 fu costruita al di sopra di una sinagoga inversamente orientata, adorna con scene del Vecchio Testamento, tra cui meglio conservate quelle del diluvio, del candelabro eptalicno, oggetti di culto ecc. La chiesa della diaconia, inaugurata nel maggio 565 , al di sopra di un edificio pubblico del 150 d. C. (v. biA-
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COMA). La chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri è cruci. forme, ispirata a quella degli Apostoli cretta da Giustiniano a Costantinopoli; la chiesa di Procopio ( 526 ). Tre chiese una accanto all'altra con ingressi su un portico unico furono costruite tra il 523 -29 dal paranamarius Teodoro, sua moglie Gcorgia e altri, tre cui il tribuno Daghisteus, ricordato da Procopio. Da nord a sud erano dedicate ai ss. Cosma e Damiano, a s. Giovanni Battista e a s. Giorgio; quest'ultima in uso fino al sec. viII, se ha valore probativo un ripostiglio di monete degli Ommiadi ivi recuperato. La chiesa di S. Giovanni Battista ripete, in proporzioni ridotte, la cattedrale di Bassa, rotonda con nicchioni radiali. Più intatto in SS. Cosma e Damiano, e parzialmente distrutto nelle figure in S. Giorgio dagli iconoclasti, il pavimento musivo è invece quasi scomparso al centro di S. Giovanni Battista, eccetto la bella iscrizione innanzi al cancellum, mentre conserva esedre adorne di fantastici candelabri di tipo ellenistico, e, nei settori interposti, rappresentazioni di città contrassegnate dai loro nomi (a nord Alessandria e il Faro, a sinistra altre due località che il Crowfoot identifica con Canopus e con il santuario dei SS. Giovanni e Ciro a Menuthis; ad ovest Menfi); tutte località sedi di santuari celebri. Una decorazione simile, con il Faro, Alessandria a Menfi, si ritrova, sempre in G., nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che, secondo l'iscrizione, doveva sfoggiare anche presiosi ornamenti in argento, oltre ai musaici, di cui essa vanta la ricca decorazione. I motivi preferiti, altre quelli già notati (e non solo in G.: v. ARANIA) di luoghi sacri famosi, sono le figurazioni dei mesi e delle stagioni, ritratti di denatori in preghiera, e riproduzioni di animali, uccelli e pesci; i motivi geometrici si riportano tutti a tre schemi imperniati su diversi accostamenti di rombi e poligoni, i bordi sono spesso molto ricchi e variati e fanno pensare ad uno scambio di motivi con l'arte contemporanea del tappeto. Una grande quantità di lampade illuminava l'interno delle chiese; parecchie se ne rinvennero in S. Teodoro. Non mancavano gioie, stoffe e arredi sacri di pregio, di cui è ricordo un calice di vetro, che reca ad intaglio una grande croce dai bracci uguali lavorati a griglia, con due stelle sopra e, sotto, le lettere apocalittiche, fiancheggiate da due agnelli che volgono il dorso ad un albero.
Accanto alle chiese sono stati riesumati anche i resti di una casa per il clero, di uno stabilimento di bagni per i fedeli, attigui a S. Teodoro, e persino di una sala di riunione per i cantori. Secondo la data segnata nel suo musaico (per la prima volta vi appare il nome di un mese nella forma latina) risalirebbe ca. al 6 II l'ultima chiesa costruita in G., almeno allo stato attuale delle nostre cognizioni, mentre era vescovo Ginesio, così che da lui viene denominata; due o tre anni dopo si iniziava l'occupazione persiana della città, durata fino al 628 , e con essa la sua decadenza, catastroficamente conclusasi col grave terremoto del 18 genn. 746.
Gli scavi di G., oltre ad essere stati oggetto della normale attività del Dipartimento delle antichità della Transgiordania, di cui fece parte fino alla sua morte l'architetto italiano P. A. Ricci, furono dal 1928 al 1934 ampliati da una spedizione scientifica risultante da un accordo fra l'Università di Yale e la Scuola britannica di archeologia in Gerusalemme. Allo studio dei monumenti cristiani si dedicò in particolare il direttore di quest'ultima, prof. J. W. Crowfoot, che ne fu anche il primo editore. - Vedi tav. VI.
Bib.: J. W. Crowfoot, Churches at ferash. A preliminary report of the joint Vale British School expedition to ferash, 19121930, Londra 1930; C. H. Kraeling, Gerassi, city of the Decapolis, Nuova Haven, Connecticut 1938; J. W. Crowfoot, The christian Basilica in Palestine, in Atti del IV Congresso internus, di archecl. erist., I, Città del Vaticano 1940, pp. 326-33. Renato Bartoccini
GERASIMO, santo. - Monaco palestinese, m. nel 475. Fu il fondatore di una grande laura presso il Giordano. Secondo una tradizione antica l'unico alimento di s. G. durante la Quaresima era l'Eucaristia. La sua festa è il 5 marzo.
Bib.: G. Graf. Gerasimus, in LThK, IV, col. 409.
GERBERON, Gabriel. - Teologo benedettino, n. a St-Calais (diocesi di Mans), il 12 ag. 1628, m. a St-Denis il 29 marzo 1711. Insegnò retorica, filosofia e teologia in più monasteri, ma incontrò opposizioni e lagnanze per la sua dottrina poco ortodossa. Fu allora indirizzato agli studi filologici sui Padri della Chiesa, e mandato a St-Germain-des-Prés a Parigi; frutto del suo lavoro fu l'edizione delle opere di s. Anselmo d'Aosta.
Forse questo fu il periodo più tranquillo della sua vita. Seguace delle teorie gianseniste, mise tutta la sua acredine di polemista e la sua cultura patristica e teologica a servizio di quelle, attirandosi accuse che spinsero i superiori a relegarlo a Corbie, dove fu anche sottopriore. Ma un mandato di arresto per l'accusa di aver parteggiato contro la corte nella questione delle regalic nel 1682 lo costrinse alla fuga e all'abbandono della Francia. Rifugiatosi nei Paesi Bassi, amise anche l'abito religioso e sotto il falso nome di Augustin Kergrè si diede a una violenta difesa delle sue idee e del suo operato. A causa della guerra fra Olanda e Francia si ritirò a Rotterdam e poi a Bruxelles. Nuove accuse lo condussero nel 1689 all'arresto, ordinato dall'arcivescovo di Malines, e al processo a suo carico, nei quale fu condannato come giansenista e come ribelle alla S. Sede, ed espulso anche dalla diocesi e dal paese. Rimase in carcere ad Amiens e poi a Vincennes fino al 1710; e, solo dopo aver firmata una professione di fedu, fu inviato dai superiori all'abbazia di St-Denis. Qui G. scrisse ancora una lettera al Papa per spiegare il significato della sua firma apposta alla detta professione di fede.
G. scrisse oltre un centinaio di opere. Nella sua produzione di scrittore prevalgono le opere di carattere teologico e morale: Apologia pro Ruperto abbate Tustinasi (Parigi 1669); S. Anselmi... Opera (ivi 1675 : PL 158-59); Le miroir de la piété chrétienne (Bruxelles 1676); Mémorial historique de ce qui s'est passé depuis l'année 1647 jusqu'en 1653 touchant les cinq propositions tant à Paris qu'à Rome (Colonia 1676); Traité historique sur la grâce et la prédestination par l'abbé de St-Tulien (Parigi 1699); Historie générale du jansénisme (Amsterdam 1711), ecc.
Bibs.: Processus officialis seu officii Curiae ecclesiasticae Mecliniensis contra Gabrielem G., Bruxelles 1704; M. Ziegelbauer, Historia rei litt. Ord. S. Benedicti, IV, Augusta 1734, pp. 138, 153. 172; R. P. Tassin, Histoire litt. de la Congr. de St-Maur, Bruxelles 1770, pp. 353-51; C. Fillière, G., bouédictio janséniste du XVIIe siècle, in Revue historique, 146 (1924), pp. 1-54: B. Heurtebize, s. v. in DThC, VI, coll. 1290-94. Ambrogio Mancone
GERBERT, MARTIN von HORNAC. - Benedettino, n. ad Horn sul Neckar (Würtemberg) il 12 ag. 1720, m. nell'abbazia di St. Blasien (Selva Nera) il 13 marzo 1793. Entrato a 16 anni nella detta abbazia (1736) e ordinato sacerdote (1744), vi insegnò per dieci anni filosofia e teologia; e, addetto nello stesso tempo alla biblioteca, ebbe agio di approfondirsi nella storia sacra e profana e specialmente nella musica e liturgia medievali. Compì la sua cultura con viaggi in Germania, Italia e Francia, raccogliendo moltissimi documenti (1759-62).
Eletto nel 1764 principe abate, ebbe per i monaci le cure di un padre e li fornì di nuove costituzioni; avendo un incendio distrutto, nel 1768, il monastero, lo ricostruì e dotò di una bella chiesa, trasformandolo anche in una vera accademia di dotti e istituendovi quello che fu detto il primo istituto tedesco di ricerche storiche: vi diresse, infatti, la compilazione e la pubblicazione di Germania Sacra (v.). Devotissimo alla S. Sede, cercò di far da mediatore fra l'episcopalismo e il papato, e combatté efficacemente il giuseppinismo nei territori austriaci, posti sotto la sua giurisdizione.
Scrisse moltissimo: oltre all'Iter Alemanicum; Accedit Italiam et Gallicum (St. Blasien 1765) e la Historia Silvua Nigrae Ordinis S. Benedicti coloniae (3 voll., ivi 17831784), dove parla dei numerosi monasteri benedettini diffusi nella Selva Nera dal sec. viI al XVII e anche delle varie sedi episcopali e delle principali famiglie del territorio;
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160 G. Pfeilschifter, Korrespondenz des Fürstabtes Martin II. Gerbert von St. Blasien, I. Kurltrube 1. Baden 1631, tav. fusts texto) Gerbert Martin - Rittatto (sec. xviII).
pubblico sulla musica: De cantu et musica sacra a prima Ecclesiae aetate usque ad praesens tempus ( 2 voll., ivi 1774), cui segul: Scriptores ecclesiastici de musica sacra potissimum ex variis Italiae, Galliae et Germaniae codicibus manuscriptis collecti ( 3 voll., ivi 1784 ; riproduzione anastatica, Milano 1931); sulla liturgia: Vetus liturgia Alemanica (2 voll., ivi 1776); Monumenta veteris liturgiae Alemaniae ( 2 voll., ivi 1777-79); sulla teologia: i suoi Principia theologiae exegeticae, dogmaticae, symbolicae, mysticae, canonicae, moralis, sacramentariae, liturgicae (in altrettanti voll., ivi 1757-60) formano una vera e completa enciclopedia ecclesiastica. La sua copiosa corrispondenza, prevalentemente storico-scientifica, con bibl. completa e particolareggiate introduzioni, è stata curata da G. Pfeilschifter ( 3 voll., finora I, Karlsruhe 1931; II, ivi 1934).
BibL.: Hurter, V, coll. 560-67; V. Bader, Fürstabt M. G. von St. Blasien. Ein Lebensbild aus dem vorigen Jahrhundert, Friburgo in Br. 1872; C. Krieg, Fürstabt M. G. von St. Blasien, ivi 1896; G. Pfeilschifter, Fürstabt M. G. von St. Blasien, Colonia 1912; id., Korrespondenz des Fürstabtes Martin II. Gerbert von St. Blasien, 2 voll., Karlsruhe i. Baden 1931, 1934; B. Heurtebize, s. v. in DThC, VI (1924), coll. 1294-96.
Celestino Testore
GERBERTO di AURILLAC: v. silvestro II.
GERBET, Philippe. - Controversista, n. a Poligny il 5 febbr. 1798, m. a Perpignano l'8 ag. 1864. A Parigi si leggi in amicizia con il Lamennais, di cui divenne fervido ammiratore, diffondendone il pensiero dalla cattedra e con gli scritti: Des doctrines philosophiques sur la certitude dans leurs rapports avec les fondements de la théologie (Parigi 1826); Coup d'œil sur la controverse chrétienne depuis les premiers siècles jusqu'à nos jours (ivi 1828); Sommaire d'un système des connaissances humaines, pubblicato l'anno seguente.
Quando però, nel 1834, le dottrine del Lamennais furono condannate, G. abbandonò il maestro, anzi gli scrisse contro Précis de l'histoire de philosophie (ivi 1834). Dal 1839 al ' 49 fu a Roma. Frutto di tale soggiorno è l'opera in 2 voll. Esquisse de Rome chrétienne (ivi 1844-50). Ritornato in Francia, fu vicario generale ad Amiens, e nel 1854 divenne vescovo di Perpignano. Della sua attività episcopale è importantissima l'Instruction pastorale
sur les diverses erreurs du temps présent del 23 luglio 1860 che merito gli elogi di Pio IX e servì di base alla commissione incaricata della redazione del Sillabo. Fanno anche parte della sua attività di studioso: Livre de salute Théodosié (Amiens 1854); Conférence sur Rome (Perpignano 1863); La stratégie de M. Reman, pubblicata postuma a Parigi nel 1866. Più conosciuto di tutti però è il suo libretto di pietà sull'Eucaristia: Considérations sur le dogme générateur de la piété catholique (Parigi 1829).
BibL.: Hurter, V, coll. 1179-81: P. Guder, s. v. in DThC. VI, coll. 1296-99 con bibl.; L. Briqué, Syllabus, ibid., XIV, col. 2878.
GERBILLON, Jean-François. - Gesuita, missionario, confondatore e superiore della missione francese a Pechino, n. a Verdun il 4 giugno 1654, m. a Pechino il 27 marzo 1707. Giunto in Cina (1687) fu accolto alla corte dell'imperatore K'ang-hi, insieme con il p. J. Bouvet, nel numero dei matematici imperiali; nel 1688 fu invitato, quale ambasciatore plenipotenziario, presso i Russi per la determinazione dei reciproci confini; fece otto viaggi in Tartaria, talora al seguito dell'Imperatore, approfittandone per studiare il paese, gli abitanti, i loro usi e costumi. Sempre assai stimato da K'ang-hi, che apprese da lui la geometria, ne ottenne un'ordinanza di libertà per la religione cattolica (1692) e poco dopo, avendolo guarito da una malattia, un ampio terreno per l'crezione di una chiesa e di una casa per i padri, inaugurata il 9 dic. 1703. Sull'entrata della chiesa, furono poste tre iscrizioni dettate dallo stesso Imperatore.
Lasciò, oltre a molte lettere, in parte inedite: Eléments de géometrie (Pechino 1689) e Géometrie pratique et técarique (ivi 1690) in tartaro e in cinese; sono in cinese le due opere principali: Observations historiques sur la grande Tartarie e Relation de huits voyages dans la grande Tartarie de 1688 à 1699 (editi in J. B. du Hale, Description... de l'empire de la Chine et de la Tartarie chinoise, IV, Parigi 1735, rispettivamente pp. 39-70 e 87-422).
BibL.: Sommervogel, III, coll. 1346-48; L. Pfister, Notices biograph. et bibliograph. sur les Jémites de l'ancienne mission de Chine, 1531-1773, I, Scianqui 1932, pp. 443-51.
Celestino Testore
GERDIL, Hyacinthe-Sigismond. - Cardinale, filosofo, pedagogista e teologo, n. a Samoens (Savoia) il 23 giugno 1718, m. in Roma il 12 ag. 1802. Entrato a 16 anni nella Congregazione dei Barnabiti, compi gli studi superiori all'Università di Bologna. Insegnò filosofia nei Collegi di Macerata e Casalmonferrato; quindi etica naturale (1749) e teologia morale (1754) nell'Università di Torino.
Nel 1764 lasciò l'insegnamento, assunto a corte come precettore del principe Carlo Emanuele (il futuro re Carlo Emanuele IV). Nel 1776 fu chiamato a Roma dal papa Pio VI, e l'anno seguente eletto vescovo titolare di Dibona, quindi nel Concistoro del 23 giugno 1777 creato cardinale. Fu per un ventennio occupatissimo, sia negli uffici di Curia (tenne anche il governo della S. Congregazione de Propaganda Fide), sia nella compilazione di opere polemiche contro gli errori del tempo e gli attacchi alla Chiesa. Occupata Roma dai Francesi (febbr. del 1798), dovette ritirarsi in Piemonte (ivi trattato con qualche riguardo dai Francesi occupanti). Fu papabile nel Conclave di Venezia (1800; non riuscì per il veto posto dal card. Hertzan a nome dell'Imperatore d'Austria) dal quale uscì papa Pio VII; questi richiamò il G. a Roma, dove rimase fino alla morte. Fu socio di insigni accademie (Accademia delle scienze di Torino; Istituto di Bologna; Accademia della Crusca).
L'operosità scientifica del G. è prevalentemente filosofica. Come teologo, fuori delle polemiche contemporanee, non lasciò opere originali (bensì un ampio buon trattato di Teologia morale); a lui si deve inoltre la stesura della bella Anctorem fidei (condanna del Sinodo di Pistoia, 1786). Come filosofo, accompagnò, con vigile
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(fol. Alinari)
II PROFETA GEREMIA
Affresco di Michelangelo (1508-12). Vôlta della Cappella Sistina.
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DUOMO DI COLONIA, iniziato nel 1248 , terminato nel 1880. A destra campanile di S. Martino (secc. xir-xiII).
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senso critico, gli sviluppi del pensiero per l'intero secolo; per cui nella sua attività si possono distinguere tre periodi : 1) nelle prime opere ( L 'immatérialité de l'âme démontrée contre Mr. Locke, ecc., Torino 1747; Défense du sentiment dup. Malebranche, ecc., ivi 1748) è schiettamente cartesiano, critica con acume il Locke (che pure apprezza), ed accoglie con entusiasmo l'ontologismo e l'occasionalismo del Malebranche; 2) maturo d'anni e di studi, professa un platonismo più indipendente, con tendenza eclettica (Introduzione allo studio della religione, Torino 1755, opera di storia della filosofia, con, in appendice, due notevolissime dissertazioni: Dell'esistenza di Dio e dell'immaterialità delle nature intelligenti e Dell'origine del senso morale; Recueil de dissertations.... Parigi 1760; ecc.); 3) infine trattò, su basi spiritualistiche e cristiane, i problemi morali e sociali in pieno sviluppo negli ultimi decenni del secolo, nei quali parevano signoreggiare il Rousseau ed in genere i maestri dell'empirismo irreligioso (De l'ordre, Torino 1770-73; Discours philosophiques sur l'homme, ivi 1769; De l'homme sous l'empire de la loi, ivi 1774; Prèris d'un cours d'instructions sur l'origine, les droits, et les devoirs de l'autorite sonveraine, ivi 1799).
L'attività culturale più strettamente religiosa del G. comprende trattazioni ascetico-religiose (Vita del b. Sauli, Roma 1805; Breve esposizione dei caratteri della vera religisue, Torino 1767, operetta per qualche tempo diffonissima, tradotta anche in polacco, ecc.), di teologia positiva (Saggio d'instruzione teologica, Roma 1776), morale (v. sopra) o polemica (in confutazione di Raynal, Eybel, G. Fehronio, Pfaff e altri).
Da un punto di vista complessivo, il pensiero filosofico del G., che può definirsi come uno spiritualismo critico e progressivo, obbedisce ad un duplice postulato sottinteso: fiducia nei poteri conoscitivi dello spirito umano e insieme nell'intrinseca necessaria armonia della ragione con la fede; e si espande lungo le seguenti direttive: 1) difesa dello spiritualismo cartesio-malebranchiano, contro

(da Cardinalium S.R.E. Imagiers, III, 1. 1!8) Gerdil, Hyacintria-Sigismono - Ritarpo. Incisione di A. Capellan (1777) - Biblioteca Vaticana.
4. - Enciclopedia Cattolica. - VI.
l'empirismo sensistico lockiano e posteriore; 2) difesa, più generale, del razionalismo contro l'empirismo, e, soprattutto, dello spiritualismo cristiano contro il naturalismo materialistico e le tendenze panteistiche; 3) studio di problemi di filosofia matematica e naturale; 4) studio critico di problemi morali e politici, tanto fondamentali quanto di attualità.
Nelle dottrine politiche il G. accoglie il concetto di uguaglianza, ma ne elimina le deviazioni: gli uomini sono uguali per natura, ma sussistono necessariamente fra di essi delle disuguaglianze relative, e quindi lo stato di natura non contrasta di per sé con lo stato di società. Ciò non significa peraltro approvazione incondizionata della società, così come essa si trova costituita : anzi il G. è contrario alla concezione dello Stato patrimoniale e ad ogni forma paternalistica di governo, qualora ad essa faccia difetto il positivo e cosciente contributo dei sudditi.
Brec.: Edizioni : Opere edite ed inedite, a cura di L. Scati e A. M. Grandi, 20 voll., in 4a, Roma 1806-21; Op. ed. ed ined.... nuova collezione... sopra tutto compiitinima..., 7 voll., Napoli 1833-36 (nitida stampa su due colonne: ed. più completa della precedente, ma non migliore; dà tradotte in it. le opere recitte dal G. in francese). Studi: G. Pantoni, Vita del card. G. S. G., ecc., Roma 1831; O. Premoli, Storia dei Barnabiti dal 1700 al 1825, ivi 1925; G. Boffitto, Scrittori barnabiti, II, Firenze 1932, pp. 169-214, e IV, pp. 403-404 e 514; Hurter, V, 608-15; A. Vesco, Revisione dell'ontologismo di S. G., in Salesianum, 7 (1945). pp. 144-201; E. Carin, Storia della filosofia italiana, II, Milano 1947, pp. 423-28; A. Lantrua, G. S. G. Firenze 1950. Antonio Lantrua
II. Pedagogia. - Il G. va anche considerato come insigne pedagogista per le varie opere, nelle quali svolge un compiuto programma di istruzione e di educazione.
Lasciando da parte le due operette, composte come precettore del principe di Piemonte, poi re Carlo Emanuele IV: Plan des études pour S.A.R. le Prince de Piémont, avec quelques opuscules relatifs à la même institution (Opere, I, p. 185 sgg .) e Pensées sur les devoirs des differents états de la vie (ibid., p. 285 sgg .), le opere che meglio rispecchiano le teorie e i metodi del G. sono: Considerazioni sopra gli studi della gioventù (ibid., p. 149 sgg.), in cui viene biasimata la riforma introdotta nella scuola, perché essa proclamava l'adozione di metodi facili, sbrigativi e compendiosi, l'aumento del numero delle materie e badava più alla quantità delle cognizioni da apprendere all'alunno, che non alla profondità e alla serietà. L'alunno, invece, deve persuadersi che lo studio importa sforzo e fatica; i metodi facili e sbrigativi non fanno presa sullo spirito, e neppure ne irrobustiscono le facoltà, né favoriscono l'arte di apprendere da sé. Allo stesso modo che le forze fisiche tanto più si accrescono, quanto più si esercitano e si addestrano a superare le difficoltà, così le forze intellettuali. Naturalmente questa fatica non deve gravare tutta sulle spalle dell'alunno, perché si disanimerebbe; ma deve essere resa dilettevole con mille accorgimenti da parte dell'insegnante. Nel Plan des études pour un jeune seigneur appelé aux emplois les plus distingués pour le service du prince et de la patrie (ibid., p. 169 sgg.) il G. insiste sul fatto che oggetto delle scuola non è, o non è soltanto, quello di ornare le mente di cognizioni, ma soprattutto di formarla; e che la grande arte dell'istruire consiste nell'esercitare la mente e nell'addestrarla a fare da sé, in modo da scoprire, quasi senz'avvedersene, le verità che il maestro si propone di insegnare. Soltanto così si rafforzano le abitudini preziose del riflettere, da cui dipendono poi le qualità più stimate dello spirito : giustezza, penetrazione, estensione, equilibrio. Il « giovin signore», che voglia rendersi utile al principe e alla patria, dovrebbe apprendere le regole della grammatica e la cultura dello stile, massime epistolare, la lingua nazionale e la latina, più con letture appropriate e con gli esercizi, che non con i precetti, la mitologia, la cronologia, la geografia, gli elementi della matematica, la filosofia, e di questa soprattutto la logica. Né deve trascurare o sottovalutare l'apporto dell'insegnamento religioso, che è il solo e saldo fondamento della morale.
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Opera più importante ancora sono le Réflexions sur la théorie et la pratique de l'éducation contre les principes de 7.-7. Rousseau (Torino 1763; ripubblicate poi col titolo di Anti-Emile, in Opere, I, p. 3 sgg.), che formano una serena, pacata e compiuta disamina e confutazione dell'Emile. Il filosofo ginecrino, infatti, tutto intento a difendere l'educazione che viene dalla natura e a subordinarle quella che deriva degli uomini, aveva fondato le sue osservazioni sopra tre principi: 1) Il fanciullo nasce buono, perciò i primi moti della natura sono sempre retti e quindi non si devono reprimere; 2) la società corrompe il fanciullo, che perciò non deve avere nessun punto di contatto con essa; 3) all'età di 10012 anni la ragione del fanciullo non è ancora sviluppata e quindi l'insegnamento della religione e delle materie che servono a coltivare la ragione deve essere differito a più tardi.
Contro queste osservazioni il G. afferma: 1) L'esperienza quotidiana insegna che le inclinazioni, derivanti dalle sensazioni gradevoli o sgradevoli, si sviluppano in tutta la loro forza senza che possano essere o trattenute o moderate dalla ragione, troppo debole ancora nel bambino. Qualora esse non venissero represse e dominate fin dagli inizi, si formerebbero cattive abitudini, che più tardi la ragione dovrà condannare, ma non potrà vincere se non con grande difficoltà. 2) La natura stessa ha fatto l'uomo socievole, quindi ogni individuo deve essere educato in ordine alla società, di cui non potrà mai fare a meno. Tutto nell'universo è collegato; e come nel mondo fisico le nature corporee, perdendo le relazioni, che le legano le une alle altre, perdono della loro attività, cosi le nature intelligenti, fatte per occupare un posto nel mondo morale, cioè nella società, non possono rompere i legami che le uniscono senza snaturarsi e privarsi dell'esercizio delle loro più nobili funzioni; non si potrà mai fare un uomo perfetto, se non se ne fa un perfetto cittadino. 3) Il fanciullo, poi, è capace di ragionare parecchio prima dei 10012 anni; sa, infatti, benissimo discernere quando è punito a torto o a ragione; sa distinguere un'azione buona da una cattiva; è quindi dannoso lasciare incolta questa capacità, che va invece coltivata e affinata. In particolare, poi, l'idea di Dio non è tanto sublime, che non la si possa acquistare, senza pericolo di false speculazioni, anche prima dei 10012 anni, come pretende il Rousseau, perché il fanciullo sa pure che una casa, una statua, un quadro non si sono fatti da sé; egli domanda, infatti, subito: chi ha fatto questo? Per conseguenza è dannoso ritardare l'istruzione religiosa oltre il tempo, in cui le passioni troverebbero nella religione una norma direttrice e una forza dominatrice. E il G. conchiude; - Il disprezzo d'ogni religione rivelata e del cristianesimo in particolare, oserei dire, la dimenticanza della divinità, l'odio contro ogni governo stabilito, la rivolta contro ogni legittima autorità, uno spirito sfrenato di indipendenza e di libertà, l'obbedienza cancellata dal dizionario dei fanciulli, una falsa indulgenza a non reprimere le sfrenatezze della loro libertà naturale, un falso ritegno a non ragionare con loro, a non coltivare la loro mente con alcuno degli studi convenienti alla loro età: ecco i frutti del nuovo disegno di educazione». La finezza delle osservazioni del G. venne riconosciuta dallo stesso Rousseau, il quale asserì che l'opera del G. era l'unica che egli avesse avuto la pazienza di leggere fino alla fine, solo rammaricandosi che l'autore non avesse compreso la sua.
Bibl.: Le opere pedagogiche del G. sono contenute nel vol. I delle Opere edite e inedite, a cura di L. Scoti e A. M. Grandi, Roma 1806; G. Allievo, G. S. G. educatore e pedagogista, Torino 1896; G. B. Gerini, Gli arrittari pedagogici italiani del sec. XVIII, Torino 1901, pp. 323-30; L. Mapelli, s. v. in Dizion. illustrato di pedagogia, II, Milano s. a., pp. 47-51; M. Melillo, Due critici italiani della pedagogia di G. G. Rousseau, Foggia 1912; G. L. Arrighi, Le critiche all' Emilio - del G. e del Cappoel, Firenze 1924; E. Codignola, La pedagogia rivoluzionaria, Firenze 1924.
Celestino Testore
GEREMIA (ebr. firmêjāh[ ū]= = Jahweh innalza o stabilisce · ). - Il secondo dei 4 grandi profeti ebraici.
Sommario: I. Vita di G. - II. Libro di G. - III. Iconografia - IV. Lettera di G. - V. Paralipomeni di G.
I. Vita di G. - La vita è nota attraverso il suo libro, che spesso assume forma autobiografica, sincera, di grande valore psicologico. Stato da famiglia sacerdotale, G. trascorse i primi anni nella sua Anathoth (v.), villaggio a 304 miglia a nord-est di Gerusalemme. Dovette nascere verso il 650 a. C., poiché nel 626 - quando iniziò la sua missione profetica - si definisce «giovanetto» (ebr. no'av, che però potrebbe indicare anche un giovane maturo).
Non si sa nulla dell'attività giovanile di G., ma dalle sue confessioni si può concludere che visse nella tranquillità di Anathoth, lontano dalla vita politica di Gerusalemme. Patetiche allusioni alla bellezza della vita familiare (cf. Ier. 6, 11; 9,20; 16, 9; 25, 10; 31, 4-5.20; 48, 33) e la lotta psicologica provocata in lui dalla vocazione profetica ci fanno intravedere il suo animo mite, alieno da facili entusiasmi. E stato detto che G. fu il più «borghese» di tutti i personaggi di qualche importanza del Vecchio Testamento. La vocazione divina ( 1,5 ), per cui veniva proclamato quale "profeta per le nazioni», fu accolta con ritrosia, ma la forza soprannaturale trionfò sul carattere pacifista del borghese di Anathoth, ed allora costui si accinse ad assolvere il grave compito di araldo di Jahweh. Egli sente un "fuoco" divorare le sue ossa, al quale non può e non intende resistere (20, 9). Quando le difficoltà alla sua missione si moltiplicano, quando prova la nostalgia di una vita famigliare tranquilia, alla quale ha dovuto rinunziare per comando di Dio, G. protesta in maniera veemente, non priva di lirismo ( 15,10 ; 20,14-18 ), parla di "seduzione" e di "videnza" da parte di Jahweh (20, 7), ma non viene meno per questo alla sua vocazione. La chiamata profetica di G. avvenne l'anno