e influente come fondatore e direttore della rivista Evangelische Kirchenzeitung (1827-69). Ca. dal 1840 diede l'avvio a un rigido luteranesimo positiv-gläubig. Combatté tutte le forme di razionalismo (tra l'altro, la teologia di Schleiermacher e la scuola hegeliana) e di miscredenza del suo tempo, affrontando molte violente polemiche.
Il suo indirizzo "positivo" nell'esegesi del Vecchio Testamento fu condiviso dal suo discepolo K. F. Keil (v.) e da altri. La sua scuola "ortodossa-conservatrice" è oggi rappresentata da Wilhelm e Hans Möller, e concorda con la teologia cattolica, fuorché nelle questioni controverse della "riforma .
Le sue principali pubblicazioni, edite a Berlino, sono: Christologie des Alten Test. Istudio sui veicini messianici, 3 voll., Berlino 1829-35; 2 ed. 1854-57); Beiträge zur Einleitung ins Alte Test. (3 voll., ivi 1831-39, in cui combatte per primo la teoria documentaria del Pentateuco, lanciata da W. M. L. de Werth); Die Bücher Moses und Aegypten (ivi 1841); Die Geschichte Bileam's und seine Weissagungen (ivi 1842); Commentar über die Psalmen (4 voll., ivi 1842-47; $2^{\circ}$ ed., ivi 1849-52), che è il suo miglior commento; Die Offenbarung des hl. Johannes erläuteri (2 voll., ivi 18491851; $2^{\circ}$ ed. ivi 1861 sg .), con applicazioni arbitrarie alla storia universale (il nullennio comincia con la conversione dei Germani, Gog e Magog sono i rivoluzionari del 1848!); Das Hohelied Salomonis ausgelegt (ivi 1853); Das Evangelium des hl. Johannes erläuteri (3 voll., ivi 1861-63; $2^{\circ}$ ed. ivi 1867-71); Die Weissagungen des Propheten Ezekiel (2 voll., ivi 1867 sg .). Postumi, i suoi corsi : Geschichte des Reiches Gottes unter dem alten Bunde (2 voll., ivi 1869-71); Das Buch Hiob erläuteri (2 voll., ivi 1870-75); Vorlesungen über die Leidensgeschichte (ivi 1875).
BibL.: J. Bachmann-Th. Schmalenbach, E. W. H., sein Leben und Wirken, 3 voll., Gütersloh 1876-92; id., s. v. in Rediscyhl. f. prot. Theol. u. Kirche, VII (1809), pp. 670-74; M.-J. Lagrange, Le seus du christianisme d'après l'exécise allemande, Parigi 1918, p. 197 sg.; W. e H. Möller, Biblische Theologie des Alten Test. in heilgeschichtlicher Entwicklung, Zwickau 1938, pp. 25, 517 e passim; W. Möller-Rackit, Ein Wort zum Gedächtnis an E. W. H. Was verdanke ich ihm?, in Gesetz und Zeugnis, 7-8 (1938), pp. 1-16.
Antonino Romeo
HENNEGUIER, JÉbÔME. - Teologo domenicano, n. a St-Omer nel 1663 , m. ivi il 13 marzo 1712.
Maestro in teologia nel 1678 , fondò una scuola teologica a Cambrai (1675); fu priore a Tournai (1672) e a St-Omer (1686-89). Acuto teologo e polemista, scrisse: Vanitas triumphorum (Douai 1670), sul problema della promozione fisica; Cultus Mariae vindicatus adversus monitorem anonymmm (St-Omer 1674), Dissertatio theologica de absolutione sacramentali percipienda et impertinada (ivi 1682), contro il rigorismo giansenista di Gilbert de Choiseul, vescovo di Tournai.
Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 781-82; F. Desmons, Gilbert de Choiseul éedque de Tournai, Tournai 1907, passim; Scripsores G. P., $2^{\circ}$ ed. a cura di R. Coulon, Parigi 1911, pp. 139-62; R. Coulon, s. v. in DThC, VI, II, coll. 2150-52. Alfonso D'Amato
HENOCH (ebr. Hänöhh). - 1. Patriarca antediluviano, figlio di Iared. Di lui, che secondo Gen. 5, 23 raggiunse l'età di 365 anni (numero dei giorni dell'anno solare), si dice che "camminò con Dio" (i Settanta traducono: "piacque a Dio"; cf. Hebr. 11, 5). A 65 anni ebbe il figlio Mathusalem (v.). In ultimo "non fu più visto, perché lo toise Iddio" (Gen. 5, 24); il termine "togliere" (lāqah) è quello
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usato per il rapimento di Elia al cielo (II Reg. 2, 10). Si può interpretare : «da una delle suc comunicazioni con Dio H. non tornò più».
Le notizie bibliche su H. sono molto sobrie. Soltanto nella letteratura posteriore, poco prima dell'èra cristiana, H. diverrà l'eroe di tutto un ciclo di leggende che fanno di lui l'inventore della scrittura, l'autore del primo libro, il creatore dell'astronomia e dell'astrologia. Questo H . rielaborato viene avvicinato a un re di un'antica leggenda babilonese (v. HENOCH, libro di).
2. Figlio di Caino (Gen. 4, 17). Questi costrui una città che denominò H., con il nome del figlio. - Vedi tav. 3C.
Biel.: A. Jirku, Altarient. Kommentar zum Alt. Test., Lipsia 1923, p. 30 sg.; P. Dhorme, in Rev. bibl., 33 (1924), pp. 542-56; B. Jacob, Genesis, Berlino 1934, p. 147 sgg.; H. Junker, Genesis, Würzburg 1949, pp. 23-25; Ch. Virollesud, Legendes de Babylone et de Canaan, Parigi 1949, pp. 32 n. 6, 210; A Vaccari, in La S. Bibbia, a cura del Pontificio istituto biblico, I, Firenze 1942, p. 74.
Eugenio Zolli
HENOCH, Libro di. - Nome di tre diversi apocrifi (v.), aventi per protagonista il patriarca H., distinti secondo le lingue che li hanno tramandati nella forma più completa (etiopico, slavo, ebraico).
J. «H. - ETOPOCO. - E detto così perché è stato conservato nella letteratura etiopica, in lingua ge'ez, intero nonostante le peripezie della doppia traduzione (in greco, e dal greco in etiopico) e della trasmissione manoscritta.
Doll'Abissinia in portò in Europa J. Bruce nel 1773 in tre esemplari; gli altri esemplari (poco più di 20) vanno dal sec. XVII in poi, salvo due o tre di poco anteriori. R. Laurence (Oxford 1838) ne pubblicò il testo su tre manoscritti; A. Dillmann (Lipsia 1851) su cinque; R. H. Charles (Oxford 1906) su ventitré. Condotta su una versione greca, la versione etiopica forse sarà penetrata in Etiopia al sec. v o vi, attraverso il patriarcato di Alessandria, con la Bibbia etiopica tradotta dai Settanta.
Il testo originale fu scritto in ebraico per alcune parti e in arameico per le parti più estese (Charles). Della versione greca (sec. Iv o v) restano solo i frammenti: $6-9,4 ; 8,4-10,14 ; 15,8-16,1$, conservatici da G. Sincello (cf. W. Dindorf, Corpus Script. hist. Ryc., I, Bonn 1829, p. 19 sg.); 1-32, frammento del sec. vir (cf. U. Bouriant, Fragments du texte grec du Livre d'Hénoch [Mémoires miss. arch. franc., 9], Parigi 1892), in contrasto con Sincello, ma conforme all'etiopico; 97-107, frammento dal sec. v (papiro Chester Beatty). Della versione latina, si ha solo qualche linea.
Importante prodotto dell'apocalittica apocrifa, l'H. non è un libro organico, ma è una raccolta di vari scritti, diversi per indole e per dottrine, con concetti sul Messia, sul giudizio, la gehenna, il Regno dei cieli, e sulle speranze messianiche della vigilia. Come tutta la letteratura apocalittica (v.), è in forma di visioni e di rivelazioni; ebbe larga influenza sull'apocalittica posteriore. La persona di H. (il rivelatore) dà una certà unità alla compilazione.
Quanto alla provenienza, appare dal testo l'esistenza di due cicli apocalittici anteriori: uno di H. (una diecina di scritti) e uno di Noè (frammentario) : un insieme di scritti che avrebbero avuto un'esistenza distinta prima di essere compilati (Lagrange). Nel fatto un gruppo di documenti versa intorno all' «Eletto» (39, 6; ecc.), ed un altro intorno al «Figlio dell'uomo» ( $46,1-5 ; 48,2-7$, ecc.). Charles scorge un principio di distinzione anche nelle espressioni «l'angelo che era con me» (40, 2; 46, 2, ecc.: nei testi sul «Figliuol dell'uomo») e «l'angelo della pace» (40, 8-10, ecc.: nei testi sull'« Eletto »).
E da escludersi una provenienza cristiana, perché le predizioni messianiche non escono dal quadro delle idee messianiche vigenti presso i giudei, a parte qualche interpolazione. L'origine giudaica è, invece, comprovata dalla dipendenza dell'appellativo «Figlio dell'uomo» (v.)
da Daniele ( $7,9-27$ ), e rispecchierebbe la situazione spirituale del giudaismo palestinese nell'epoca di transizione al cristianesimo ed al rabbinismo.
Il tempo dei singoli scritti è posto da A. Dillmann tra il 170 ed il 65 a. C.: giudei ortodossi, tra i mali innumerevoli, si consolavano volgendo lo sguardo al futuro ed alla immancabile giustizia vendicatrice.
Il libro contiene: 1. Introduzione (1-5). - Un personaggio antico predice cose future, a punizione degli empi ed a trionfo e premio dei giusti; elementi meteorologici nonché esseri umani e sovrumani, secondo le idee dell'epoca, formano lo scenario; le visioni e i simboli non sono che accenni velati a fatti già avvenuti. Iddio discende sul Sinai, una seconda volta, circondato dagli angeli per punire i cattivi e benedire i giusti : è il tema ideale e ampio del libro. E in vista un mondo migliore, un Eden rinnovellato e l'innocenza primitiva, per quanto il desiderio di essere uniti a Dio ( 1,8 ) vale quanto l'esser sotto la sua Provvidenza (cf. 38, 45; 48).
2. Caduta degli angeli (6-36). - Sull'origine del male. Qui sono incolpati gli angeli del peccato contro natura e d'aver insegnato all'uomo gli strumenti del disordine : gli idoli, le arti, la guerra, gli ornamenti, il lusso, ecc. Il male si espande, ma infine non prevale; l'ordine della natura inanimata sarà in seguito ristabilito. Molto rilievo è dato alla catastrofe universale, al giudizio, all'albero della vita, ed a Gerusalemme, fatta centro di tutto. F. Martin e M.-J. Lagrange (Le Messianisme chez les Juifs, Parigi 1909, v. indice) assegnano il brano all'a. 170 2. C.; Charles le fa anteriore al 125.
3. Libro delle parabole (37-71). - Sulla marcia delle potenze del male e sulle speranze d'Israele, da realizzarsi sui rottami del mondo, l'autore in tre visioni tratta il tema centrale impennato su un Individuo misterioso, chiamato "Eletto», "Figlio dell'uomo", "Messia».
E tempo di lotta tra il potere della carne ed il «Signore degli spiriti». L'«Eletto», distinto dagli «eletti» (contro Messel), non è un angelo, perché è scelto ad introdurre l'umanità nel Regno ( $39,6 \mathrm{sgg}$.); non preesiste, né è di esistenza terrestre; è posto al di sopra degli angeli, ma non in una sfera divina ( $6 \mathbf{1}, \mathbf{1 0}$ ), ed entusiasmo Israele con la prospettiva del Regno di Dio; suo compito è di giudicare ( $60,1, \mathrm{ecc}$.) mediante la parola del «Signore degli spiriti» ( $61,8 \mathrm{sgg}$.). Il « Figlio dell'uomo» si combina con l'Eletto per la funzione di giudice ( 48,7 ) e per la scelta ( $62,7 \mathrm{sg}$.); ma si diversifica perché preesiste ( 48,3 ) e per la carriera terrestre ( 48,2 -5). Il «Messia», aggiunta cristiana secondo Lagrange, porta l' «Eletto» sullo stesso piano del «Signore degli spiriti» ( 48,10 ) e lo dice forte e potente sulla terra ( 70,4 ). Affianca la causa divina, non un ministro e servitore (secondo le idee del dispotismo orientale), non un viceré (perché Iddio regna ancora), ma un Individuo che è proposto all'esercizio della giustizia divina e che, con riferimento ad Ex. 34, 15 (cf. Is. 63, 8; Mal. 3, 1), rappresenta Dio molto da vicino.
4. Libro astronomico (72-82). - Sui segreti e sulle leggi degli astri. Martin è molto indulgente nel vedervi saggi di costruzione scientifica. Manca invece ogni osservazione attenta dei fatti, in questi residui di tradizioni di leggende popolari.
5. Libro dei sogni (83-90). - Rappresenta in maniera simbolica personaggi ed epoche della storia ebraica, da Adamo a Giuda Maccabeo. Tuei sono i patriarchi; pecore, gli Israeliti (da Giacobbe in poi); lupi, gli Egiziani; cinghiali, gli Edomiti; leoni e tigri, gli Assiri ed i Caldei; corvi, i Siri; uomini, gli angeli. Da Giuda Maccabeo il terreno della storia viene abbandonato : il mondo ha un centro nuovo, dove accorrono tutte le nazioni sotto il vincastro del novello Adamo.
6. Libro dell'esortazione e della maledizione (91-108); Apocalisse delle settimane. - Nel mondo impera l'idolatria ( 99,7 -14, ecc.) e vi sono apostati ( 99,2 ) ; in tono amaro è minacciata tutta la società ( 99,13 ) nell'attesa di un giudizio formidabile con la distruzione di ogni esistenza e l'inaugurazione dell'al di là ( $103,3 \mathrm{sgg}$.).
Non sono giudicate le nazioni a beneficio d'Israele; ma si tratta del gran giudizio contro i peccatori e del
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risveglio dei giusti fino alla suprema consumazione (roo, 5), ad incoraggiamento dei giusti e per conversione dei peccatori ( 98,4 ). In tutto il blocco, e più ancora nella piccola Apocalisse delle settimane (93; 91, 12-12), l'epoca delle guerre religiose è supposta incominciata con felici risultati. E plausibile la supposizione del 152 a. C. come tempo di composizione.
BibL.: Edizioni e traduzioni: F. Martin, Le livre d'Hénach, Parigi 1906, pp. ccll-liii; J.-B. Frey, in Intitutiones Biblicae, I. $2^{\text {a }}$ ed., Roma 1937, pp. 176-79. Studi: N. Messel, De Menschensohn des Hénach, in Revue biblique, 31 (1922), p. 624; F. Nau, Apochryphes, in DFC, I, col. 166; I. B. Frey, Apocalyptique, in DBs, I, coll. 326-34; id., Apocryphes de l'Ane. Text., ibid., I, coll. 380 sg.; N. Gressmann, Der Menschensohn in H., Tubinga 1929; A. Vitti, Ultime critiche to Enoch etiopico, in Biblica, 12 (1931), pp. 316-25; M.-J. Lagrange, Le Sodalsme avant Jésus-Christ, Parigi 1931; H. Kaupel, Die Strafengel im Buche H., in Theologie und Glaube, 27 (1935), pp. 186-93; id., Der Herr der Geister, in Biblische Zeitschrift, 24 (1939), pp. 249-51; F. Zimmerman, The bilingual character of I Enoch, in Journal of biblical literature, 60 (1941), pp. 139172; C. C. Turrey, Notes on the Greek texts of Enoch, in Journal of the american oriental society, 6 (1942), pp. 52-60; S. Zuntz, Notes on the Greek Enoch, in Journal of biblical literature, 61 (1942), pp. 193-204; id., The Greek text of Enoch 102, 1-3, ibid., 63 (1944), p. 53 sg .; J. Ruwet (sul $1^{\circ}$ e $3^{\circ}$ di H. presso i Padri), in Biblica, 24 (1943), pp. 48-50; id., Les apocryphes dans les oeuvres d'Origine, in Biblica, 25 (1944), pp. 143-66, 311-34; L. Gry, H., 10, 10 et les belles promesses de Papias, in Revue biblique, 33 (1946), pp. 197-206; J. Giblet, L'espérance de la justice messianique dans le Libre d'Hénach, in Collectanea Mechlinientia, 32 (1947), pp. 634-51.
II. «H.» Slavo. - Rielabora l'H. etiopico e dipende da un testo greco. E pure chiamato Libro dei segreti di $H$. Contiene il viaggio di H . per le sette sfere celesti.
Il testo originale semitico sembra elaborato in Palestina prima della distruzione del Tempio. Ebraico o aramaico che fosse quel testo, i traduttori greci ne hanno cavato probabilmente due versioni, la più lunga delle quali, di sapere dottrinario ellenistico, denunzia un autore giudeo-alessandrino.
L'unzione dà ad H. l'aria di Messia: viene, cosi, ad esercitare la missione del rivelatore sulla terra ( 22 , 8 sgg., testo B), rivelando i segreti del cielo. Torna al cielo per sempre (cap. 64) e toglie i peccati del mondo quasi eudernare (Charles e Morfill: «redeemer of the sins of man" [testo A] : cf. nondimeno come poco dianzi il medesimo libro nega espressamente tale dottrina [53, I : secondo A e B]).
BibL.: Delle recensioni, la più lunga (A) è pubblicata da A. Popov nel 1880 secondo un manoscritto in dialetto meridionale russo del 1879: la più breve (B), da S. Novakovic nel 1884, secondo un manoscritto serbo del sec. xVI. L'edizione è di M. J. Sokolof, Slavanshaia Kniga Enokha, Mosca 1910. Le due recensioni sono tradotte in tedesco da G. N. Bonwetsch (Das slawische Henschbuch, Berlino 1896), e, dal medesimo, fatte pure oggetto di più ampia e critica discussione (Die Bücher der Geheimnisse Eknoche (Texte und Unteruch., 44, II, Lipsia 1922); P. Riessler, Altjüdisches Schriftum ausserhalb der Bibel, Augusta 1928, pp. 423-73, tratta la recensione B. Una versione latina dà Sokolof, op. cit., I, pp. 1-64, secondo la recensione A. Quanto a quella inglese, W. R. Morfill traduce da Popov-Novakovic, e R. H. Charles (The Book of Enoch, Oxford 1896), la divulgo ripubblicandola poi in The Apocrypha und Pseudepigraphica (II, ivi 1913, pp. 925-69) insieme con N. Forbes.
III. «H.» ebraico. - Scritto in ebraico dopo la rivoluzione di Bar Xdäṅebhā̄, è detto «di rabbī Jišmā̄ē̄' ben 'EIIšā', gran sacerdote». Questi visse nel sec. II d. C.; ma il libro sembra abbia avuto l'ultima redazione sullo scorcio del sec. III.
Il rabbi narra di essere salito al cielo per vedere il trono (marḳebhā̄) di Dio, passando per le sei sfere intermedie, e si imbatte in H. detto Metajrān. L'idea delI'6 $\mu \varepsilon \tau \dot{\alpha}$ Өpóvov (Odeberg, pp. 125-42: «su colui il cui trono è vicino al trono per eccellenza »), non dipende dall'H. etiopico o slavo, ma è un'eco delle controversie sul Grande Assistente.
Il Metatron è inteso vicario di Dio: è nominato dopo del Signore; ha la veste di gloria e il diadema regale,
con impresse le lettere mistiche; è rivelatore della dottrina divina ed intermediario divino nel governo del mondo. Vicino a Dio, ma non Dio; e non è giudice (16, 2).
BibL.: H. Odeberg, Three Enoch or the hebrew book of Enoch, Cambridge 1928: cf. Revue biblique, 39 (1930), p. 432 sgg. Per il pensiero patristico, cf. J. Ruwet, in Biblica, 24 (1943), pp. $48-50$.
Emmanuele da San Marco
HENRIQUEZ, Enrique. - Gesuita, missionario, n. a Villaviciosa (Portogallo) nel 1520, m. a PannaiKaysl (costa della Pescheria nell'India sudorientale) il 6 febbr. 1600. Accettato nella Compagnia di Gesù dallo stesso fondatore nel 1546 , già l'anno seguente partiva per Goa a disposizione di s. F. Saverio, il quale lo inviò tosto nella Pescheria con il compito di studiare bene la lingua a giovanento dei missionari. Negli ultimi 25 anni della sua vita resse la missione come superiore.
Della lingua indigena tämil seppe diventare così padrone da comprone la prima grammatica e il primo dizionario e divulgare in essa catechismi, vite di Gesù, di Maria e dei santi, e raccolte di preghiere. Alle stampe fu data la Doctrina Christiná, a maneira de Dialogo, feliz em Portugal pelo p. M. Jorge... tronslududo em lingua Malavar Tamul pelo p. Anrique Aniiquez (Cochin, 14 nov. 1579). Lasciò anche un abbondante epistolario, del quale alcune lettere già pubblicate in Acta particolari delle Indie di Portogallo (Roma 1522), in Nuovi avisi delle Indie di Portogallo (ivi 1553) e in Selectae Indiarum epistolue nune primum editae (Firenze 1887) e ora in modo piú completo e più critico in Documenta indica, di cui sono usciti finora 2 voll. (op. cit., v. bibl.).
BibL.: Sommervogel, III, coll. 276-79; IX, col. 472; Pastor, VI, p. 216 sgg.; G. Schurhammer-E. A. Voretzsch, Crylon zur Zeit des König Bbuxancha Bähu, I, Lipsia 1927, p. 278; J. Wicks, Documenta indica, I (1540-49), Roma 1948; II (1550-15), ivi 1950 (Monsun, Hist., S. 7., 70, 72), v. indice. Celestino Testore
HENSCKENS (Henschenius), Godefroid. - Agiografo gesuita, bollandista, n. a Venray (Limburgo) il 21 genn. 1601, m. ad Anversa il 12 sett. 1681. Dato nel 1635 come primo assistente al p. J. Bolland per la composizione degli Acta Sanctorum, si rivelò presto come un critico rinnovatore.
Il suo primo lavoro, un commento sulla vita di s. Vedasto e di s. Amando, condotto su ricerche storiche e cronologiche di prima mano, contribuì a dare un carattere strettamente scientifico all'intera collezione degli Acta tanto da poter essere chiamato il secondo fondatore dell'opera. Il lavoro fu preso a modello dal Bolland. Con questi pubblicò nel 1643 i due primi volumi di genn., e nel 1658 i tre volumi di febbr. degli Acta. Con il p. D. Papebroch diede alla luce i tre volumi di marzo, i tre di apr. e i primi sei di maggio. Si diede pure ad altre ricerche storiche, tra le quali primeggiono Distribue de episcopato et episcopis Trajectensibus (1653), De tribus Dagobertis regibus (1655). Intraprese anche lunghi viaggi visitando le migliori biblioteche e riportandone ricco bottino di testi e di osservazioni (cf. Peeters, pp. 24-25).
BibL.: D. Papebroch, De vita, operibus et virtutibus vo6 Mewogiraw, in Acta SS. Maii, VII, Parigi 1866, pp. 1-21v; H. Delenaye, L'oeuvre des Bollandistes 1613-1913, Bruxelles 1920, p. 26-33; P. Peeters, L'oeuvre des Bollandistes, Bruxelles 1942, pp. 16-27. Sui viaggi in Italia dell'H., v. i vari articoli di M. M. Battistini citati dal Peeters, ibid., p. 23; A. Mercati, Bollandiana dall'Arch. segreto vaticano, Roma 1940, p. 12; S. Frete, Le origini dell'aglagrafia, in Consistam, 1948, pp. 381 sgg.
Tommaso Toschi
HENSEL, LUISE. - Poetessa tedesca, figlia di un pastore luterano, n. a Linum nel Brandeburgo il 30 marzo 1798, m. a Paderborn il 18 dic. 1876.
Convertita al cattolicesimo nel 1818 dopo un'adolescenza, per precoce intelligenza e mistici slanci, meravigliosa, lasciò Berlino (dove la madre, mortole il marito nel 1809, s'era trasferita con i figli, e dove invano Clemens Brentano s'era acceso d'amore per lei, dedicandolo pa-
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recchi fra i suoi più bei versi), e trascorse quindi gran parte della sua vita fra Münster e la Renania, come istitutrice e come infermiera in famiglie signorili. Non pochi suoi Lieder, quasi tutti di contenuto religioso, divennero, per la schietta fede onde sono permeati, popolari prima ancora che si conoscesse il nome dell'autrice (Sorcum corda I, Abendgebet, Beim Lesen der heiligen Schrift, ecc.). H. Cardauns ne ha curato l'edizione completa (Ratisbona 1923).
Biel.: F. Binder, L. H. Ein Lebensbild, $2^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1904; H. Rupprich, Breutana, L. H. u. L. v. Gerlach, Vienna e Lipsia 1927.
Giovanni Guerra
HEPBURN, James. - Minimo, teologo, filologo e poliglotta scozzese, n. ad Odhomatocks, nella contea di Haddington, il 14 luglio 1573, m. a Venezia nel 1621. Figlio di un ministro protestante, si convertì al cattolicesimo nell'Università di S. Andrea dove veniva perfezionando la sua formazione culturale, con particolare riguardo alle lingue orientali. Visitò l'Italia, la Francia, la Turchia, la Persia, la Siria ed altri paesi orientali. Rientrato in Europa professò la Regola dei Minimi ad Avignone prendendo il nome di Bonaventura; passò quindi a Roma al convento della Trinità al Pincio. Conoscendo egli oltre settanta lingue, Paolo V lo nominò bibliotecario della Vaticana per i manoscritti orientali, dove rimase in tale ufficio per sei anni. Nel 1620 si recò a Venezia per la traduzione di scritti cbraici, siriaci e caldaici.
Scrisse trenta opere, delle quali vennero pubblicate: Alphabetun: arabicum et exercitatio lectionis an arabic grammar (Roma 1591); Dizionario ebraico-caldaice (ivi 1591); V'irgo aurea septuaginta duobus encomiis coelatis (ivi 1616, dedicato a Paolo V); lo stesso con il titolo Eucamium B. M. V. ecc. (ivi 1617) con l'aggiunta di alfabeti di molte lingue poco conosciute; Lexicon S. Linguae succinctum, vocabolario ebraico (s. n. t., forse Roma 1600 [?]), un esemplare del quale si trova alla Biblioteca Vaticana. Tra le manoscritte, Commentarius in Cautica Canticorum, ed altre traduzioni ebraiche, caldee ed arabe. Della sua ricca biblioteca molti volumi passarono a quella della Trinità del Monte Pincio a Roma.
Biel.: F. Lanovius. Chronicon generale Ordinis Min., Parigi 1635, p. 593; F. Didot. Nouvelle biographie générale, XXIII, ivi 1830, coll. 236-37; W. Anderson. The Scottish Nation... biographical history of the People of Scotland, II. Londra 1861, pp. 468-69; Dictionary of national biography, IX, p. 608; G. Roberti, Disegno si. dell'O. dei M., II. Roma 1908, p. 626; F. Jacquier, in Acta capitulorum Gen. O. Min., II, ivi 1916, pp. 481, 507, 557.
## HERA : v. ERA.
## HERAKLES : v. Eracle.
HERBART, Johann Friedrich. - Filosofo e pedagogista protestante, n. a Oldenburg il 4 maggio 1776, m. a Gottinga il 14 ag. 1841. Discepolo, all'Università di Jena, del Fichte, senza peraltro condividerne le idee, fu poi precettore privato a Berna e Interlaken (1797-99), il che gli porse l'occasione di visitare l'opera del Pestalozzi a Burgdorf, tornandone pieno di ammirazione e di entusiasmo. Nel periodo $1802-1809$ fu libero docente, indi professore di filosofia e pedagogia a Gottinga; nel 1809 successe al Kant nella cattedra di Königsberg, e finalmente dal 1833 al 1841 insegnò di nuovo a Gottinga.
Il nome dell'H. è legato alle sue teorie pedagogiche, accolte più o meno integralmente in Europa e in America, e da lui poggiate su di un proprio sistema filosofico, che, invece, per i suoi lati negativi e una certa voluta oscurità, non ha lasciato sensibile traccia.
Le sue principali opere di filosofia sono: Lehrbuch zur Einleitung in die Philosophie (1813; vers. it. Bari 1908);
Lehrbuch zur Psychologie (1816); Psychologie als Wissenschaft, neu gegründet auf Erfahrung, Metaphysik und Mathematik (2 voll., 1824-25); Allgemeine Metaphysik nebst den Anfängen der philosophischen Naturlehre (2 voll., 1828-29). La pedagogia è svolta principalmente in: Allgemeine Pädagogik aus dem Zuech der Erziehung abgeleitet (1806; vers. it. Palermo 1915), Unniss pädagogische Vorlesungen (1833; vers. it. ivi 1913); Analitische Beleuchtung des Naturrechts und der Moral (1836).
Per l'H. la filosofia è la «elaborazione dei concetti» forniti dalla esperienza; e questa elaborazione può svolgersi secondo tre metodi: 1) rendere i concetti chiari e distinti (logica); 2) eliminarne le contraddizioni che ne emergono (metafisica, divisa, secondo l'oggetto di cui tratta, in psicologia [studio dell'uomo], filosofia della natura [studio del mondo], teologia naturale [studio di Dio e della religione]); 3) valutare i concetti, prescindendo dalla realtà, ma badando solo al loro valore, cioè al giudizio di approvazione o disapprovazione che se ne forma (estetica). L'estetica, a sua volta, applicata alle varie forme di attività, costituisce le scienze pratiche (musica, architettura, poesia, ecc.), che lasciano liberi di occuparsi del loro oggetti, e l'etica, che, invece, impone di occuparsene. L'etica, poi, applicata allo Stato, costituisce la politica; applicata all'individuo costituisce la pedagogia.
La pedagogia si fonda quindi sulla psicologia e sull'etica. Questa insegna il fine che si deve raggiungere nella educazione; quella espone e spiega i mezzi per raggiungerlo. In psicologia l'H. contro l'idealismo soggettivo, il quale nega ogni realtà fuori dello spirito che la crea, afferma l'esistenza di molteplici esseri reali immutabili in sé e che tendono alla loro conservazione di fronte agli altri; contro Kant, che ammete le forme e categorie innate, sostiene che l'anima, semplice e immutabile nella sua essenza, quando comincia ad esistere è priva di ogni facoltà, non ha idee, né attività alcuna. Venendo però a contatto con gli esseri reali, al di fuori di lei, i quali tendono a produrre perturbamenti negli altri, l'anima è spinta dall'istinto di conservazione a reagire e produrre atti di autoaffermazione, che sono le "rappresentazioni». In altri termini, si hanno le percezioni che vengono dal di fuori, le quali stimolano l'anima, costringendola a formare delle «rappresentazioni»; la folla di queste mantiene i medesimi rapporti che gli esseri reali, da cui derivano, avevano prima della percezione; ne sorge quindi nell'anima, trasformata in un campo di battaglia, come una lotta, condotta secondo un meccanismo rigido, che può essere espresso da formole matematiche; dalla lotta sorgono i vari processi psichici che dànno luogo alle diverse facoltà e attività. Le rappresentazioni, infatti, della stessa natura si «fondono»; quelle di natura disparata si stringono insieme e formano un "complesso»; quelle di natura contraria si scacciano a vicenda. Alcune, poi, restano nel campo della coscienza; altre scendono nel subcosciente e prendono forma di impulsi e tendenze, pronte, occorrendo, ad affiorare di nuovo. "Fusioni" e "complessi" spiegano tutti i fatti intellettuali: memoria, immaginazione, astrazione, giudizio, ragionamento, relazioni; la stessa sensibilità non è che un modo dell'intelligenza; il «desiderio», p. es., è un'idea o rappresentazione, che rivarca la soglia della coscienza; la «volizione» è un desiderio più forte e ardente, che si ritiene attuabile.
L'etica, secondo l'H., è del tutto indipendente dalla metafisica, quindi la legge della «estimazione o dei valori» è autonoma. Infatti l'etica non parte da giudizi teoretici, bensì da giudizi pratici, cioè dalla valutazione di fatti, che si esprime approvandoli o disapprovandoli; tra queste valutazioni ve ne sono cinque, oggettive, universali, necessarie, che s'impongono per la loro evidenza: l'idea della libertà interiore (coerenza fra ciò che si giudica retto e ciò che si fa); l'idea della perfezione (coordinazione di tutti gli sforzi verso un fine supremo); l'idea della benevolenza (disposizione a conformarsi agli altri); l'idea del diritto (dare a ciascuno il suo); l'idea dell'equità (premiare o punire secondo il merito o il demetire).
Su queste premesse l'H. vorrebbe costruire un sistema completo di pedagogia che nelle grandi linee sche-
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matiche può riassumersi cosí : 1) Scopo di ogni educazione è formare l'individuo considerato in se stesso, il quale ha come fine la moralità, la conquista, cioè, di un carattere che ami e segua il bene, rifugga dal male e operi coerentemente con se stesso. 2) Mezzo indispensabile sarà l'istruzione. Il carattere, infatti, è frutto di energia volitiva, e la volontà a sua volta è opera delle rappresentazioni e delle idee; quindi, accrescendo e organizzando le rappresentazioni, che è l'ufficio proprio della istruzione, si coopererà allo sviluppo della volontà e per conseguenza alla formazione del carattere. Come si vede, nel sistema herbariano il protagonista dell'opera educativa non è più il fanciullo, ma il maestro, il quale, seguendo le norme fornite dall'H., riuscirà senz'altro infallibilmente nel suo intento.
Ora, queste norme vengono raggruppate nei tre grandi uffici della pedagogia: 1) governo, che modera e dirige la multiforme attività del fanciullo con un insieme di occupazioni e proibizioni, accompagnato da vigilanza, autorità e amore. 2) Insegnamento, che ha per cardine fondamentale l'interesse, cioè destare nel fanciullo il desiderio di acquistare sempre nuove cognizioni. Da notare soltanto che l'interesse è di varie specie : empirico per la conoscenza delle cose e dei fatti sensibili; speculativo per la conoscenza delle cause e delle leggi che governano i fenomeni; estetico per il bello e il buono; simpatetico per le gioie e i dolori altrui; sociale per le varie società : famiglia, Stato, Chiesa; religioso per la Divinità. Ora il maestro non dovrà lasciare via libera ad un interesse solo, che degenererebbe nell'esclusivismo (come sarebbe, p. es., un naturalista che ladasse solo alle piante o a una specie di pianta; un individuo che ami soltanto i propri compatrioti o le persone della propria famiglia), ma dovrà rendere l'alunno sensibile a tutti gli interessi (plurilateralita delle cognizioni interessanti). Ad evitare tuttavia un cumulo farraginoso di notizie, dovrà badare a comporre la varietà in armonia; quindi scegliere e ordinare la materia; parteciparla all'alunno seguendo le leggi psichiche (le quali fanno consistere ogni dottrina e ogni scienza nell'aggiungere nuove idee alle antiche, in modo da formare un tutto organico), risvegliando da prima l'attenzione per la nuova idea; poi associandola a quelle che già si avevano, e infine deducendone una legge o un principio generale; 3) cultura morale, che si ottiene mediante l'uso costante dei seguenti mezzi: preservare il fanciullo, abituandolo a dominarsi; spingerlo ad agire, dimostrandogli lo scopo e la necessità di determinate azioni; impronergli in mente soprattutto l'idea del dovere; conservarne l'animo nella calma e nella serenità; servirsi della esortazione e della correzione, e, ad azione compiuta, dell'approvazione o del biasimo.
A corona ed efficacia di questi mezzi ci vuole l'insegnamento religioso, perché aggiunge nuova forza ai motivi umani e sviluppa il sentimento della propria dipendenza da Dio.
Valutazione. - L'H. e la sua scuola hanno meriti pedagogici validi e stimolatori : l'aver assegnato alla pedagogia un saldo fondamento nella filosofia; l'avere insistito sulle leggi psicologiche fornite dall'esperienza; l'invocare principi razionali contro ogni empirismo pedagogico; il collocare l'interesse come punto centrale per la scelta della materia e il modo di comunicarla; l'assegnare alla pedagogia un fine altissimo, cioè la formazione morale dell'alunno; lo stimolo ad una cultura ampia e plurilaterale; la certezza nel grande potere della educazione; l'entusiasmo per la vocazione di maestro, sono altrettanti titoli di encomio e di approvazione. Non mancano però punti assai contestabili: l'anima, se non ha idee innate, ha però, per acquistare le idee, le potenze necessarie, le quali perciò non sono create dagli oggetti e dalle cognizioni; la libertà dell'uomo scompare, perché questi viene ridotto semplicemente ad una macchina che si muove ed agisce secondo le rappresentazioni originate dal di fuori, senza avere in sé forza alcuna
per determinarsi spontaneamente; manca tutto quanto di forza e di stimolo può provenire dalla parte soprannaturale del cristianesimo, soprattutto dalla presenza alla Grazia e dalla cooperazione e dalla pratica dei Sacramenti.
Bus.: Opere: Sämmtliche Werke, a cura di G. Hartenstein. 12 voll., Lipsia 1850-52: $2^{2}$ ed., 13 voll., Amburgo 1883-93: Sämmtliche Werke in rierzoologischer Reihenfolge, a cura di K. Kehrbach e O. Plügel, 20 voll., Lipsio-Langenstöze 1887-1912. Studi : M. Mauvion, La métaphysique de H. et la critique de Kant. Parigi 1894: W. Kinkel, H., sein Leben u. seine Philosophie, Giessen 1903; L. Gockler, La pädagogic de H., Parigi 1905; G. Davidson, New interpretation of $H_{.}{ }^{2}$ Pyschology and educational Theory, Londra 1906; O. Plügel, $H_{.}{ }^{2}$ Lehren u. Leben, Langensalza 1907; E. Wagner, Vollständige Darstellung der Lebre $H_{.}{ }^{2}$, ivi 1907; A. M. Willian, P. H. A study on pedagogic, Londra 1911; V. Gorgano, L'etica di H. e la sua posizione rispetto a Kant. all'endemontano e all'etica inglese, Catania 1912; G. Marpiliero, G. F. H., Disegno di lezioni di pedagogia, vera, ii., con appendice sulla vita e la filosofia di H., Palermo 1913; L. Credaro, La pedagogia di G. F. H., 47 ed., Torino 1913; N. Fornelli, Scritti barbariani, Roma-Milano 1918; A. Poggi, La filosofia di H., Milano 1932: A. Saloni, H.: la vita, la svolgimento della dottrina pedagogica, Firenze 1937.
Celestino Tenore
HERBERT, EDWARD, lord of CHEERERT. - Statista, poeta e filosofo, n. a Eyton (Shropshire) il 5 marzo 1583 (W. Windelband dà la data del 1581), m. a Londra il 20 ag. 1648. Studiò all'Università di Oxford, quindi si trasferi a Londra nel 1600 . Dal 1608 al 1618 fu sul continente, in Germania, Francia, e Italia. Nel 1619 ambasciatore a Parigi: nel 1624 fu nominato pari irlandese e nel 1629 pari inglese.
Scrisse poesie in latino e in inglese (ed. recente di C. G. Moore Smith, Oxford 1923), un' Antidotecefia (ed. S. L. Lee, Londra 1886, con bibl.), una Vita di Enrico VIII (1748). Opera principale è il De veritate prout distinguitur a revelatione, a verisimili, a possibili et a falso (Parigi 1624). Alla $3^{e}$ ed. (Londra 1645), aggiunse un breve trattato De causis errorum, una dissertazione Religio laici e una Appendix ad sacerdotes. Egli pensava che se gli spiriti (rffessivi professessero pochi principi consacratl dalla cagione, sarebbe disarmato il fanatismo e tolta la possibilità di guerre religiose. Nel 1663 apparve il De religione gentilium, forse il primo tentativo sistematico di uno studio comparato delle religioni, considerate falsamente come semplici corruzioni del culto razionale puro e primitivo.
La verità, secondo H., è una certa armonia tra gli oggetti e le facoltà analoghe della mente, la quale è sempre più o meno attiva, essendo le cose soltanto un'occasione dell'esplicarsi di questa attività.
Lo spirito porta in sé una quantità di verità generali, uguali in tutti gli uomini e quindi da riconoscersi universalmente. Rispetto alla fede l'uomo ha un istinto naturale, da cui si sviluppa una serie di conoscenze innate che formano il contenuto della religione razionale, quali l'esistenza di Dio, il dovere del culto verso di lui mediante la virtù e la pietà, l'esistenza di una sanzione divina in questa o nell'altra vita.
Una critica dell'innatismo di queste proposizioni è offerta dal Locke nel I I. del suo Essay.
Bris.: C. De Rémusat, Lord H. de Ch., Parigi 1853; C. Guttler, Lord H. v. Ch., Monaco 1897; H. Scholz, Die Religionsphilosophie der H. v. Ch., Giessen 1914; M. M. Rossi, La vita, le opere, i tempi di E. H. di C., 3 voll., Firenze 1947; H. M. Carré, Lord H. ef C., in Giornale di metafisica, 3 (1948), pp. 363 377.
Andres Ferro
HERBORN, Nikolaus Ferber von. - Teologo francescano, n. a Herborn (Assia) ca. il 1480, m. a Tolosa il 15 apr. 1535. Appare in piena attività antiluterana nel 1525 .
Invitato a partecipare al Sinodo di Homberg indetto per l'ott. del 1526 dal protestante Filippo, principe d'Assia, per disputare con l'apostata avignonese Francesco Lambert, H. declinò l'invito, però da Marburgo rispose al Lambert con le Assertiones trecentae ac siginti sex adversus Fr. Lamberti, exiticii monachi, Paradoxa impia in Hombergiana Hessorum congregatione proposita (Colonia 1526). Alla replica del Lambert (Epistola ad
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Colonienses del 1527) l'H. rispose con l'Epistola ad Coloniensem felicissimam urbem, qua hortatur eandem, uti pergat maiorum suorum inhaerere vestigiis (ivi 1527); Locorum communium adversus huius temporis haereses enchiridico (ivi 1528 ; a cura di P. Schlager [Corpus catholivorum, 12], Münster in V. 1927.
Nel 1529 divenne ministro provinciale di Colonia. Inviato dal vescovo di Aarhus si recò nel 1530 a Copenaghen per partecipare ad una conferenza tra cattolici e protestanti; contro le argomentazioni di questi ultimi indirizzò poi la sua Confutatio lutheranismi Danici, anno 1530 conscripta a Nicolao Stagefyr seu Herborneo (pubblicata da L. Schmitt, Quaracchi 1902). Nel 1532 fu chiamato a Tolosa, al Capitolo generale del suo Ordine, donde uscí eletto commissario generale cismontano, rivestendo poi la carica di vicario generale.
Bibl.: Hurter, II, col. 1255-56; L. Schmitt, Der Kölner Theologe Nikolaus Stagefyr und der Franziskaner N. H., Friburgo in Br. 1896; P. Schlager, op. cit., pp. xili-xxviI; O. van der Vle, Collectanea franciscana neerlandica, II, Herzogenbusch 1931, pp. $395-425$.
Niccolò Del Re
HERCULANO de Carvalho e Araujo, AleXANDRE. - Scrittore, poeta, critico letterario ed il maggior storico portoghese, n. a Lisbona il 28 marzo 1810 e m. a Vale de Lobos (Santarem) il 13 sett. 1877. Costretto all'esilio dal momentaneo trionfo di D. Miguel, si avvicinò alle correnti di pensiero che s'andavano affermando negli altri paesi d'Europa.
Fu tra gli iniziatori del movimento romantico in Portogallo, cui fece conoscere il romanzo storico. I suoi scritti, la lotta che egli condusse contro la stipulazione del Concordato tra il Portogallo e la S. Sede (1857) e gli Ordini religiosi stranieri, la negazione del dogma della Immacolata Concezione e della infallibilità pontificia ebbero come conseguenza violentissime polemiche con il clero e la messa all'Indice dei suoi Estudos sobre o casamento civil (decr. 17 dic. 1866).
H. intraprese la pubblicazione dei Portugaliae Mon. Hist. e d'una monumentale Historia do Portugal rimasta incompiuta (1097-1279). Ancora ad H. si deve la fondazione della rivista Panorama, che occupa un posto importantissimo nella storia della stampa e della cultura portoghese. Da ricordare, inoltre, la sua Historia da origem e do estabelecimento da Inquisição em Portugal.
Bibl.: T. Braga, A. H., in Historia do Romantismo em Portugal, Lisbona 1880, pp. 219-406; A. de S. Pimentel, A. H. e o seu tempo, ivi 1881, trad. it. Roma 1883; F. de Almeida, A. H. historiador, Coimbra 1910; F. de Figueriedo, H., julgado pela bibliographia do seu centenario, in Estudos de Literatura, Lisbona 1917, pp. 123-67; C. Portugal Ribeiro, A. H. A sua vida e a sua obra (1810-77), 2 voll., ivi 1933, pp. 258, 324.
Elio Califano
HERDER, Johann Gottfried. - Critico, filosofo e teologo, n. il 25 ag. 1744 a Mohrungen (Prussia orientale), m. il 18 dic. 1803 a Weimar. Studiò teologia protestante a Königsberg, fu nel periodo 1764-69 insegnante e predicatore a Riga, tra il 1771-76 coprì la carica di parroco e di membro del Consciotoro di Bückeburg. Nel 1775, su proposta di Goethe, fu chiamato a Weimar in qualità di sovrintendente generale.
H. fu una figura di primaria importanza per la vita intellettuale e letteraria del suo tempo. Definendo la poesia vera come "la voce della natura" e l'espressione lirica del sentimento irrazionale e vissuto, egli stabili il programma ed il canone poetico dello «Sturm und Drang e della poesia romantica. Con la sua fine comprensione dell'individualità dei popoli e delle culture egli superò la visione storica dell'illuminismo e preparò lo storicismo del sec. xir. Anche come teologo H. combatté le idee illuministiche; non arrivò tuttavia ad una teologia basata sui dogmi cristiani e divenne, con la sua interpretazione del Vecchio Testamento come creazione poetica

(da Herdera Werke, Lipsia s. a., contro il frontespizio) Herder, Johann Gottfried - Ritratto con firma autografa.
del genio popolare d'Israele e con la sua concezione del cristianesimo come religione dell'umanità pura e perfetta, uno degli ispiratori della teologia liberale e adogmatica dell'80o.
Il ricco pensiero di H. trae la sua profonda ispirazione da un sentimento di unione con il Divino, presente nella vita del mondo e dell'umanità. Sebbene egli si sia richiamato al nome di Spinoza, le sue idee metafisiche sono in realtà nella linea di un neoplatonismo vitalistico (v. specialmente Gott. Einige Gespräche, 1787). Gli esseri finiti sono concepiti come manifestazioni della vita divina: Dio è immanente nell'universo come forza animatrice della sua teleologia. H. è quindi, per questo lato, vicino ai filosofi del Rinascimento italiano; la innovazione principale nel loro confronto consiste in un allargamento della sfera in cui il divino spirito animatore può essere sentito ed afferrato. H. considera l'umanità e la sua storia, insieme con la natura, come un unico cosmo di manifestazioni divine; egli cerca di comprendere il sorgere delle diverse culture e la ascesa a più alti concetti di umanità in connessione con la vita dell'universo (Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit, 1774; Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit, 1784-91). I soggetti propri del processo storico sono i popoli e le loro "anime profonde»; criterio supremo della valutazione è un ideale di umanità che è una sublimazione dell'immagine dell'uomo antico dell'età classica. La concezione storica di H. si dimostrò feconda specialmente per la comprensione delle culture etniche dell'antichità. Nel suo Die älteste Urkunde des Menschengeschlechts (1774-76) e in Geist der hebräischen Poesie (1782-83) diede una prova convincente della sua facoltà di interpretare documenti storici come espressioni di orientamenti e forze interiori. Con il suo nuovo apprezzamento dell'individualità storica, che non prende più in considerazione la natura umana comune, egli divenne un precursore dello storicismo, il cui relativismo però in lui è controbilanciato dal pensiero di una evoluzione
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universale secondo un piano divino o almeno secondo una naturale finalità immanente.
H. ha interpretato anche la religione ed il cristianesimo in base alla sua concezione dell'immanenza divina e del suo ideale di umanità (specialmente Briefe, das Studium der Theologie betreffend, 1780; Christliche Schriften, 1794-98). La religione è la più alta realizzazione dell'immagine divina in noi. Il suo concetto però non può venir trovato dal pensiero astratto. Le vette dell'umano sono rivelazioni di Dio, attuate in persone e fatti storici e trasmesse per mezzo delle tradizioni religiose. Soltanto ponendosi nella storia e nelle sue tradizioni viventi, l'uomo può riconoscere e sentire la voce della Rivelazione (cf. Briefe d. St. d. Theol. b., ed. B. Suphon, X, pp. 257 sgg., 290 sgg.). H. oltrepassa con queste idee in una certa misura la teologia dell'illuminismo, senza però raggiungere il vero concetto cristiano della Rivelazione e delle fede. Riconoscendo la Rivelazione soltanto in quanto essa conferma e mette in evidenza il numinoso percepito nella natura e nella storia, H. rigetta il concetto del soprannaturale. Il più Divino, secondo lui, si deve dimostrare il più naturale; Cristo è il più alto modello ed il più grande maestro di un'umanità pura. Ogni tentativo di esprimere il mistero delle sua persona con formole dogmatiche allontana dal vivo sentire della presenza divina in lui (Ideen z. Ph. d. G., ed. cit., XIV, pp. 290 sgg., 500 sgg.).
Il crescente avvicinamento alle idee illuministiche nelle opere posteriori di H . dimostra che le sue concezioni avevano piuttosto il significato di una modificazione della teologia illuministica che non di un superamento di essa.
Bibl.: Edizione critica: Sämtliche Werke, di B. Suphan, 33 voll., Berlino 1877-1913. Traduzioni italiane: Intorno alla Grecia: pensieri di G. G. H., trad. di E. di Tipaldo, Venezia 1846; Scritti pedagogici, trad. e riassunti da G. Harasin, Palermo 1910. Studi: C. Joret, H. et la renaissance littéraire en Allemagne au XVIIIe siècle, Parigi 1875; R. Haym, H. nach seinem Leben und seinen Werken, 2 voll., Berlino 1877-95; C. Siegel, H. als Philosopb, Stoccarda 1907; R. Stadelmann, Der historische Sinn bei H., Halle 1928; Th. Litt, Kant und His Geschichtsphilosophie, Lipsia 1930; Fr. Meinecke, Die Entstehung des Historismus, II, Monaco-Berlino 1936, pp. 383-479; C. Antoni, La lotta contro la ragione, Firenze 1942, pp. 151-79; K. Barth, Die protestantische Theologie im 19. Jahrhundert, Zurigo 1947, pp. 279-302; R. T. Clark, H., Cesarotti and Vico, in Studies in Philology, 44 (1947), pp. 645-71; H. A. Salmony, Die Philososophie des jungen H., Zurigo 1949.
Beda Thum
HEREM (Settanta ơv889(s) $\mu \alpha$ ). - Presso gli Ebrei designava: 1) una pena per la quale individui o popoli dichiarati oggetto di esecrazione si sterminavano ad onore di Dio (Lev. 27, 29); oppur indicava gli stessi puniti. Tali i Cananei (Deut. 7, 1-6 ecc.), le città che passavano all'idolatria (Ex. 22, 19 ecc.), i violatori del $h$., ecc. I loro beni a volte furono distrutti, altre in parte riservati. La trasgressione del h. costituiva un peccato gravissimo. 2) Un voto con il quale si consacravano a Dio uomini, campi, animali, ecc., rimarziando al diritto di riscatto (Lev. 27, 28). Poiché diventavano "cose santissime", i campi e le cose appartenevano ai sacerdoti (Num. 18, 14; Lev. 27, 21; ecc.). Non consta che si praticasse con gli uomini (v. aratima).
Bibl.: A. Fernández, El herem bíblico, in Bíblica, 5 (1924), pp. 3-25; J. Döller, Der Bann im Alten Test. und im spâtern Judentum, in Zeitschrift für katholische Theologie, 37 (1915), pp. 1-24; L. Delporte, L'Anathème de Jahweh, in Recherches de science religieuse, 5 (1914), pp. 297-338. Bonaventura Mariani
HERGENRÖTHER, JOSEPH. - Cardinale, teologo e storico della Chiesa, n. a Würzburg il 15 sett. 1824, m. nel monastero cistercense di Mehrerau (Bregenz, Austria), il 3 ott. 1890. Fatti gli studi in patria e a Roma, nel Collegio Germanico, si addottorò in teologia a Monaco nel 1850 con lo studio : Die Lehre der göttlichen Dreieinigheit nach dem hl. Gregor von Nazianz (Ratisbona 1850); l'anno se-
guente vi prese l'abilitazione con la tesi : De catholicae Ecclesiae primordiis recentiorum protestantium systemata (ivi 1851). Dal 1852 fu professore a Würzburg di storia ecclesiastica e diritto canonico. Pio IX lo invitò a Roma nel 1867 con l'ufficio di consultore nella preparazione del Concilio Vaticano e nella Commissione «de ecclesiastica disciplina». Leone XIII, in riconoscenza dei suoi meriti, lo creò cardinale nel 1879, nominandolo prefetto dell'Archivio Pontificio, che egli ottenne di aprire a tutti gli studiosi per un maggior incremento degli studi storici.
Le sue opere sono assai numerose e frutto di vaste ricerche e di profonde meditazioni. Il suo Photius, Patriarch von Konstantinopel (ivi 1867-89), con l'appendice Monumscuta graeca ad Photium eiusque historiam spectanta (ivi 1869), fu accolto con plauso per la dottrina profonda e la chiara obbiettività. Contro il suo maestro I. Döllinger difese acutamente il papato e la prerogativa della infallibilità con l'Auti-Janus (Friburgo in Br. 1870), Die "Irrthümer" von mehr als vierhundert Bischöfen und ihr theologischer Censor (ivi 1870); Katholische Kirche und christlicher Staat (2 voll., ivi 1872), dove espono, in 18 dissertazioni ben armonizzate, lo sviluppo del papato e le sue relazioni con le diverse strutture politiche lungo il corso dei secoli. Era quindi l'H. ben preparato per comporre il suo Handbuch der allgemeinen Kirchengeschichte (2 voll., ivi 1876-78; a cui un terzo ne aggiunse per la $2^{a}$ ed. [ivi 1880], di fonti e documenti, che nella $3^{a}$ ed. entrarono come note nel testo [ivi 1883-86]). L'opera, che si svolge secondo lo schema: storia esteriore, storia interiore, costituzione, culto e letteratura, segnò fin dal principio una tappa importante nella storiografia ecclesiastica e fu altamente apprezzata per la vasta informazione di prima mano e la lucida, ordinata esposizione, il giudizio esatto nelle controversie teologiche; essa è oggi ancora usata nella nuova edizione rimaneggiata da J. P. Kirsch (3 voll., ivi 1902-1909; vers. it. del p. E. Rosa [7 voll., Firenze 1904-11] che vi aggiunse poi un supplemento e un indice, conducendo i fatti fino alla elezione di Pio XI [ivi 1923]; $5^{\circ}$ ed., 4 voll., ivi 1911-17). Oltre a molti altri articoli e studi, sparsi in diverse riviste, vanno ricordati : Über Marieaverehrung in den ersten zehn Jahrhunderten (Münster 1870); Athanasius der Grosse (Colonia 1877), Piemonts Unterhandlungen mit dem Hl. Stuhl im 18. Jahrhundert (Würzburg 1877); Card. Maury, ein Lebensbild (ivi 1878).
Nel 1877 fu affidata all'H. la direzione e redazione della $2^{a}$ ed. del Werzer und Welte's Kirchenlexikon, che condusse fino al VI vol. (Friburgo in Br. 1882-89); continuata dal VII al XII da F. Kaulen. Restarono incomplete: l'edizione dei Regesten Lees X. (8 fasc., Friburgo in Br.