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1871, il principe H.-S. fu favorevole alla politica del Kulturkampf. Ambasciatore a Parigi dal 1874 al 1885 , in seguito luogotenente imperiale in Alsazia-Lorena fino al 1894 , successe in quell'anno al generale Caprivi quale cancelliere dell'Impero. In questa alta carica tentò inutilmente di opporsi alla politica personale di Guglielmo II e, visto vano ogni tentativo di convincere l'Imperatore a seguire i suoi consigli, si dimise il 17 ott. 1900.

Bim.: Denkwürdigheiten des Fürsten Chlodwig zu II.-Sch., a cura di F. Curtius, 2 voll., Stoccarda 1906; id., Denkwürdigheiten der Reichsknaderzeit, a cura di K. A. von Müller, ivi 1931: J. Griser, s. v. in LThK, V, coll. 101-102 (con bibl.); E. Eyrk, Das persönliche Regineut Wilhelms II., Erlenbach-Zurigo 1948, passim.

Gustav Adolf, cardinale, n. il 26 febbr. 1823 a Rotenburg, sulla Fulda, m. il 30 ott. 1896 a Roma. Dopo aver studiato legge a Bonn e teologia a Breslavia e Monaco, si recò a Roma nel 1846 ed entrò nell'Accademia ecclesiastica. Ordinato sacerdote nel genn. 1849 a Gaeta, dove aveva seguito Pio IX, fu molto apprezzato dal Pontefice, che lo nominò cameriere segreto e suo elemosiniere.

Preconizzato vescovo titolare di Edessa nel 1857, H. era destinato all'amministrazione di qualche importante diocesi della Germania, ma i tentativi di affidargli gli arcivescovati di Breslavia, di Colonia o di Friburgo non ebbero successo. Creato cardinale nel Concistoro del 22 giugno 1866, fu al Concilio Vaticano contrario al dogma dell'infallibilità pontificia. Designato da Bismarck nel 1872 quale ambasciatore tedesco presso la S. Sede, non lo divenne per l'opposizione di Pio IX. Con il suo atteggiamento favorevole alla Germania ed all'Italia nocque non poco in varie circostanze alla S. Sede e si attirò l'avversione del Pontefice e della Curia, perdendo ogni influenza e prestigio nelle alte sfere ecclesiastiche.

Bim.: H. Rust, Reichsknader Fürst H. und seine Brüder. II. Düsseldorf 1897, pp. 837-909; L. Pastor, August Reichensperger. II. Friburgr in Br. 1899, p. 67 sgg.; J. Grisar, s. v. in LThK, V, col. 102.

Sifvio Furlani

HOHENSTAUFEN, DINASTIA degli. - Prese nome dall'Hohenstaufen, altura del Giura svevo, presso Göppingen, su cui Federico, conte di Büren verso il 1070-80 fece costruire un castello, prima sede poi centro dei domini. Il figlio Federico si chiamò conte di H. e nella guerra tra Rodolfo duca di Svevia, suo diretto signore feudale, e l'imperatore Enrico IV parteggiò per questo contro quello, e dopo la caduta del duca svevo ebbe in compenso l'investitura del ducato di Svevia e la mano di Agnese, figlia di Enrico IV. Da allora (1079) gli H. furono i più devoti sostenitori della casa di Franconia. Alla morte, Enrico V (1125) designò esplicitamente il nipote Fe derico II duca di Svevia quale successore, ma il timore che gli Staufen continuassero verso la Chiesa la politica della casa di Franconia fece prevalere la candidatura di Lotario di Suplimburgo. Questi, contro l'ostilità degli Staufen si appoggiò ai Guelfi duchi di Baviera e quindi si delineò il conflitto tra gli Staufen ed i Guelfi (v. guelfi e gihfellini). Contro Lotario III si levò in armi il fratello minore di Federico II di Svevia, Corrado, che cercò di usurpare il trono facendosi riconoscere anche in Italia, ma gli Staufen dovettero ammettere la sconfitta e sottomettersi. Nel 1138 però Corrado con l'appoggio della Chiesa di Roma succedette a Lotario III e da allora gli Staufen tennero l'Impero per più di un secolo. Nel 1152 a Corrado III succedette Federico I Barbarossa (v.), che ebbe la corona imperiale, fu il massimo rappresentante della Casa e cercò di attuare quell'assolutismo imperiale che trovò in Germania vana resistenza in Enrico il Leone duca di Sassonia.

Suo figlio Enrico VI dopo il suo avvento al trono (1190) insistette nell'atteggiamento politico reso più pericoloso con la conquista del Regno di Sicilia. L'Imperatore mirava ormai nettamente alla monarchia universale riducendo il papato ad una subordinazione ministeriale. La scomparsa improvvisa di Enrico VI (1197) diede al nuovo papa, Innocenzo III, la possibilità di svolgere una politica audace: rimettere il Regno di Sicilia alla dipendenza feudale pontificia approfittando della minore età del rappresentante della dinastia sveva Federico II; imporre la sua autorità in Germania portando al trono un avversario degli Svevi.

Il programma però di abbattere gli Svevi falli. Innocenzo III, se a Filippo fratello di Enrico VI oppose il guelfo Ottone di Brunswick e gli poté dare anche la corona imperiale quando Filippo di Svevia scomparve assassinato ( 1208 ), non tardò però ad accorgersi dell'errore compiuto quando Ottone IV riprese la politica sveva contro il papato e contro il Regno di Sicilia. Aiuto allora il giovane svevo Federico II re di Sicilia a recuperare l'Impero con l'impegno della separazione tra Regno di Sicilia e Regno di Germania. Federico II però conservò l'Impero ed il Regno di Sicilia. Era inevitabile quindi il contrasto tra l'Imperatore ed il papato: la lotta fu ancora una volta resa complicata dalla ripresa da parte di Federico II della vecchia politica del padre e dell'ovo di ridurre a sottomissione i Comuni, diventati ora Stati organizzati ed indipendenti. Anche in Germania il programma assolutista dell'Imperatore creò malcontenti ed agitazioni di città e di principi, aggravate dalla ribellione dello stesso figlio Enrico rappresentante colà di Federico II.

La morte di Federico II nel 1250 segnò anche la caduta del programma imperiale antichiesastico e lo svanire di quell'universalismo medievale che aveva trovato una interpretazione laica nella politica della casa di H. Dopo Federico II, tenne l'Impero ed il Regno di Sicilia il figlio Corrado IV, ma per pochi anni ( $1250-54$ ) e con risultati minimi; poi il figlio naturale Manfredi tenne il Regno di Sicilia in contrasto con i papi che erano decisi ormai ad abbattere quella che essi chiamavano razza di vipere. La casa di H. terminò con la morte di Manfredi e Benevento (1265) e con quella dell'ultimo della casa, Corradino, figlio di Corrado IV, decapitato a Napoli sulla piazza del mercato dopo l'infelice tentativo di ricuperare il Regno di Sicilia (1269).

Bim.: W. V. Giesebrecht, Geschichte der deutschen Kaiserzeit, 5 voll., Lipsia 1825-93; M. Krammer, Der Reichszedanke des staufischen Kaiserhauses, Breslavia 1908; K. Hampe, Deutsche Kaisergeschichte in der Zeit der Salier und Staufer, Lipsia 1919; F. v. Bclow, Die italienische Kaiserpolitik des deutschen Mittelalters, Monaco 1927; M. Bloch, L'Empire et l'idée d'Empire sous les H., in Revue des annes et conférences, 30 (1928-29); H. v. Kap-

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a ciascuno dei rami; gli H.-Hechingen si spensero solo nel 1869 e nel 1891 si spensero gli H.-Sigmaringen, di cui sopravvisse un ramo, rappresentato dalla dinastia regnante dal 1866 in Romania.

La dinastia burgraviale di Norimberga spostò il centro della sua attività, al principio del sec. xv, quando l'imperatore Sigismondo, per ricompensare Federico VI di H. dell'appoggio datogli gli concesse il margraviato di Brandeburgo (1415). Federico VI acquistò allora tale prestigio che alla morte di Sigismondo gli elettori rimasero incerti tra Alberto d'Asburgo e l'elettore brandeburghese. Gli H. dovevano arrivare alla corona imperiale quattro secoli dopo. Nel 1486 il margravio Alberto Achille stabilì uno statuto famigliare (Dispositio Achillea) per evitare il pericoloso smembramento dei domini. Tuttavia appunto da Alberto Achille la casa di Brandeburgo si divise in due rami: l'uno tenne l'elettorato brandeburgense, l'altro il burgraviato di Norimberga ed i possessi di Franconia. La cosa elettorale presenta nel sec. xvi varie ramificazioni come i margravi di Bayreuth che si spensero nel 1769 ed i margravi di Ansbach che si spensero nel 1807. Al ramo di Ansbach
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(da C. Barbagallo, Storia universale, III, 2, Torino 1535, p. 1111). Hohenzollern, dinastia degli - Il primo H., Federico di Norimberga, riceve l'investitura del marchesata di Brandeburgo (1415). Miniatura della Cronaca del Concilio di Costanza di U. von Richental.

apparteneva al principio del sec. xvi Alberto di H. che nel 1511 fu eletto gran maestro dell'Ordine teutonico; nel 1525 aderì alla riforma luterana, sciolse l'Ordine e si proclamò duca di Prussia facendo omaggio feudale al re di Polonia. Gli H., duchi di Prussia, si spensero già nel 1618 con Alberto Federico, la cui successione fu raccolta dall'elettore di Brandeburgo Giovanni Sigismondo che acconsentì a fare omaggio al re di Polonia, impegnandosi a garantire ai cattolici il libero esercizio della loro religione. Gli elettori di Brandeburgo erano infatti passati alla riforma luterana nel 1539 con GiOACCHINo II (1535-71). In conseguenza dell'acquisto della Prussia, gli H. di Brandeburgo ebbero due nuclei principali di domini: quelli del Brandeburgo per cui dipendevano dall'imperatore di Vienna, quelli di Prussia per cui erano vassalli del re di Polonia. Nel 1657 Federico Guglielmo I, riuscì a sciogliersi dai legami di vassallaggio verso la Polonia e da questo momento in Prussia fu principe del tutto indipendente.

L'accordo di famiglia di Gera del 1603 stabilì che i domini della dinastia dovessero essere indivisibili e che dovessero trasmettersi soltanto in linea di primogenitura. In conseguenza i margraviati di Franconia, allo spegnersi delle famiglie che li godevano, passarono alla branca principale di Brandeburgo. Durante i secc. xvxvir l'ampliamento era stato cercato con un'abile politica di matrimoni e di eredità. Nel sec. xvir le grandi guerre europee aprirono agli elettori di Brandeburgo la possibilità di raggiungere l'unificazione dei vari loro domini attraverso conquiste su vari fronti. La guerra dei Trent'anni mise a repentaglio l'esistenza del Brandeburgo preso tra Svedesi ed imperiali, ma rivelò agli elettori la necessità di un'abile politica di ondeggiamento tra le parti contendenti. Giorgio Guglielmo non assunse ancora una posizione netta; maggiore energia mostrò il figlio Federico Guglielmo, detto il Grande Elettore (1640-88). Alla pace di Vestfalia ottenne la Pomerania orientale. Fu la prima rivelazione per gli H. della possibi-
lità di un'espansione : allora si iniziò un programma politico diretto a farsi valere tra le potenze di secondo ordine che erano nell'Impero. Il Grande Elettore organizzò un esercito permanente, creando con gli elementi feudali un corpo di ufficiali istruiti; riordinò la finanza in un sistema regolare di tributi; diede al governo un'amministrazione organica con funzionari stabili, stipendiati e disciplinati, ripopolò i paesi devastati dalle guerre ospitando gli agonotti francesi cacciati dalla Francia da Luigi XIV con la revoca dell'Editto di Nantes; diede alla casa ed al paese un esempio di politica religiosa pietista e fanatica con l'assoluta dedizione alle tradizioni luterane ed una legislazione ostile al cattolicesimo. Così, applicando quelli che si potevano chiamare i caratteri fondamentali della razza, la tenacia, la disciplina, la parsimonia, il Grande Elettore gettò le basi dello Stato prussiano: un esercito disciplinato e fedele basato sulla devozione della nobiltà feudale, lieta di provvedere gli ufficiali, e della classe agricola obbediente ciecamente; un'amministrazione statale organizzata militarmente con funzionari convinti di svolgere una missione mistica al servizio di Dio e del loro principe; popolazioni devote e disposte a lasciarsi manipolare dal principe che tutto fa e tutto dispone. La battaglia di Fehrbellin del 1675 fu per l'Europa la rivelazione di una realtà politica insospettata; un paese nuovo organizzato da una dinastia; un esercito ed una burocrazia condotti dalla volontà di un principe; un programma unico di dinastia e di popolo: fedeltà, onore, disciplina.

Federico III con altra intelligenza, ma con pari tenacia, continuò l'opera paterna (1688-1713). Egli seppe approfittare delle guerre della fine del sec. xvir e del principio del xviri per imporre alla casa imperiale di Asburgo, bisognosa del suo contributo militare, il riconoscimento del suo desiderio di diventare re. L'Imperatore lo riconobbe re di Prussia, l'ex-feudo polacco dove gli H. erano padroni assoluti. Il 18 genn. 1701 Federico si incoronò da sé nel duomo di Eisenigsberg e sred in ricordo dell'avvenimento l'Ordine cavalleresco dell'Aquila Nera.

Ora lo Stato degli H. acquistava in Germania una importanza nuova; di fronte all'Impero il Regno di Prussia, di cui il Brandeburgo elettorale e gli altri domini di carattere feudale erano solo delle appendici, appariva come una potenza indipendente e pericolosa. Gli H. dovevano essere come il centro di raccolta di tutte le forze tedesche luterane contro l'Impero asburgico cattolico. Federico III (ora I re) trovò non poche opposizioni al suo riconoscimento da parte dei principi europei, ma egli mise le sue truppe al servizio dell'Imperatore e gli si conservò fedele. Alla pace di Utrecht ottenne un cospicuo ampliamento territoriale : gli H. ora avevano tre gruppi principali di domini, quelli di Prussia, di Brandeburgo, del Reno, senza contare gli aviti feudi di Svevia e di Franconia. Le relazioni tra i vari gruppi erano difficili. Federico Guglielmo I (1713-40) con grande pazienza attese a rimaldare l'organizzazione dello Stato : egli sentiva che non sarebbe tardato troppo il giorno della prova. Avaro, dominato dalla passione dell'oro, fu preoccupato durante tutto il regno dalla esigenza di creare un esercito forte e numeroso. I suoi provvedimenti fecero sì che la car-

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riera delle armi diventasse l'occupazione assoluta della nobiltà, che la classe colta considerasse la burocrazia come la carriera più pregevole dopo quella militare. Fu Federico Guglielmo I quegli che creò la tradizione prussiana della precisione nei servisi statali. Ultimo dei grandi H. fu Federico II il Grande (1740-86). Come il padre osservò fedelmente il principio che il re doveva essere il primo servitore dello Stato e che doveva dare l'esempio del lavoro continuo, metodico nel governo. Egli però volle che il suo Stato non fosse soltanto militaresco e burocratico, ma anche civile e colto e si sforzò di creare in Prussia una tradizione di cultura, non iniziandola, ma imponendola. L'idea che la Prussia sarebbe stata la rivale definitiva dell'Austria lo portò ad affrontare senz'altro la guerra per strappare alla nemica la Slesia, come le spartizioni della Polonia gli diedero modo di unire saldamente il Brandenburgc e la Prussia. La guerra dei Sette anni portò gli H. sull'arlo della rovina: ne uscirono inoperatamente signori di una delle principali potenze d'Europa. La Rivoluzione Francese determinò l'urto delle nuove concezioni politiche democratiche con il vecchio mondo dominato dalle tradizioni monarchiche. Gli H., sconfitti da Napoleone, perdettero buona parte dei loro domini, ma si conservarono fedeli alle tradizioni dinastiche. Così, dopo la caduta dell'Impero napoleonico Federico GUglielmo III (1790-1840) cercò di conservare il suo potere autocratico confidando sulla burocrazia e sull'esercito in cui dominava l'aristocrazia, gelosa nella conservazione dei suoi privilegi. Attorno a lui però si agitavano i partiti : gli assolutisti ed i liberali. Egli sentiva parlare di unità nazionale, ma diffidava dell'unitarismo e degli unitari; voleva conservare la Prussia intatta come gli avi gliela avevano affidata. Così nella crisi liberale del 1848 Fe- federico Guglielmo IV (1840-61) fu pieno di diffidenza per i liberali che sognavano l'unità della Germania e volevano offrire al re di Prussia la corona imperiale. Tradizionafista, era convinto seguace del diritto divino dei re ed odiava le costituzioni. Ma la ripresa del conflitto con l'Austria a proposito dei ducati danesi e la guerra del 1866 portarono la Prussia di fronte al problema definitivo dell'assetto da darsi alla Germania. Il ministro di Guglielmo I (186I-88), il conte di Bismarck, mentre velo al momento opportuno il dissidio con l'Austria, perché non giungesse alle estreme conseguenze - la distruzione dell'Impero di Viento - seppe legare strettamente le sorti della dinastia degli H. alla urgenza del conflitto con la Francia per l'indipendenza della Germania. Cosi, a Versailles, il 18 genn. 1871, Guglielmo I assunse la corona di imperatore del Deutsches Reich in cui vi doveva essere la conciliazione tra le tradizioni assolute, militariste degli H. e l'unitarismo liberale tedesco. La esperienza falli sotto Guglielmo II (1888-1918); in questo principe comparvero alcune delle qualità tradizionali della sua stirpe, ma non le migliori. La dinastia degli H. cadde per l'abdicazione di Guglielmo II dopo l'armistizio di Rétondes, l'i i nov. 1918: essa aveva però dato alla Germania l'unità politica che doveva sopravviverle.

BinL.: Fondamentale l'opera di O. Hintze, Die H. und ihr Werk, Berlino 1915; Inoltre, J. G. Droysen, Geschichte der preussischen Politik, Lipsia 1874-86; G. Schuster, Geschichte des preussischen Hofes, Berlino 1912; L. Tümpel, Die Entstehung des branden-burgisch-preussischen Einheitsstaates im Zeitalter des Absolutismus, Breslavia 1913; J. Pflugb-Harttung, Die Ersverhung der Mark Brandenburg durch das Haus H., estratto da Forschungen zur brandenburgischen und preussischen Geschichte, 29-31 (1916-19); G. Küntzel, Die drei Grosse H., Stoccarda 1922; A. Berney, Friedrich der Grosse, Tubinga 1934; H. Brunschwig, La crise de l'Etat prussien à la fin du XVIIIe siàcle et la gendre de la mentalité romantique, Parigi 1947; F. L. Carsten, The Great Elector and the foundation of the H. despotism, in The English historical rev., 65 (1950), pp. 173-202.

Francesco Cognasso
HOIO, Gerardo de: v. gerardo de hoio.
HOJEDA, Diego de. - Domenicano e poeta spagnolo, n. a Siviglia nel 1570, m. a Huánuco (Perù) il 24 ott. 1615. Trasferitosi in America, attese agli studi e al ministero sacerdotale in Lima.

Nel 1611 pubblicò in Siviglia il suo famoso poema La Cristlada, in ottave, che ha per argomento i vari momenti della Passione, dall'Ultima Cena alla Deposizione.

L'autore, pur rimanendo fedele al racconto evangelico, personifica con poderosa fantasia alcuni simboli, quali i peccati degli uomini, le preghiere, gli spiriti infernali, ecc. "Non era un temperamento epico come Ercilla, né un brillante stilista come Balbuena; seppe tuttavia costruire un poema sobrio e sentito" (A. Valbuena Prat).

BinL.: Ed. de La Cristiada, con pref. di F. Miguel y Badia, Barcellona 1896, e nel vol. XXXV della Biblioteca de autores españoles, Studi: Fr. J. Cuervo, D. de H. y "La Cristiada", Madrid 1898; J. Rada y Gamin, La Cristiada, ivi 1917; A. Valbuena Prat, Historia de la literatura española, I, Barcellona 1946, pp. 1093-96.

Guglielmo Diaz-Plaja
HOLBACH, Paul Heinrich Dietrich, barone di. - Filosofo, n. a Heidelsheim (Palatinato) nel 1723, m. a Parigi, dove si era stabilito sin da giovane, il 21 febbr. 1789.

Autore di varie opere fiacche e stucchevoli per il grossolano materialismo a cui s'ispirano, l'H. affidò il suo nome soprattutto al Système de la nature (Londra [in realtà Amsterdam o Leida] 1770), scritto in collaborazione con altri. Il suo ingegno, talvolta brillante, più spesso è pedante, sempre superficiale. Il pensiero di H., che risente largamente l'influsso delle discusse dottrine del Lamettrie, del Diderot e di altri minori esponenti del materialismo illuministico francese, rappresenta di questo materialismo la più cruda e dogmatica espressione. Convinto che ogni forma di spiritualismo sia «frutto di una meditata e interessata politica di teologi», l'H. non sa vedere nel mondo null'altro che una corpulenza natura, soggetta a leggi necessarie e fisicamente determinabili. Materia e movimento sono i soli elementi costitutivi dell'universo, del quale non è possibile pertanto alcuna interpretazione teleologica. Le stesse cosiddette attività spirituali non rappresentano che alcune delle infinite modificazioni del movimento materiale, mentre ogni concetto della Divinità dimostra da sé, secondo l'H., la propria evidente assurdità (i veri «fabricateurs de la divinite» sono i teologi...). Per una valutazione generale, v. materialismo.

BinL.: M. P. Cushing, Baron d'H., Nuova York 1914; G. Plochonow, Beiträge zur Gesch. d. Materialismus, H., Helvétius, Miers, $3^{e}$ ed., Stoccarda 1921; R. Hubert, D.H. et ses nuis, Parigi 1928; W. H. Wickwaar, Baron d'H., a prelude to the French Revolution, Londra 1935; P. Naville, D'H. et la philosophie scientifique au XVIIè siècle, Parigi 1943. Vittorio Sainati

HOLBEIN, Hans, il Giovane. - Pittore e incisore tedesco, n. ad Augsburg nell'inverno del 14971498 e m. tra il 7 ott. e il 29 nov. 1543 a Londra. Allievo del padre, fu quindi a Basilea nel 1514 ove lavorò dapprima come aiuto di Hans Herbster e poi per proprio conto. Di questi primi anni di attività sono i ritratti di J. Meyer, borgomastro di Basilea, e della di lui moglie ( 1516 ) e gli affreschi del 1517 a Lucerna, nell'interno e sulla facciata della casa del sindaco di Hermestein.

Nell'estate del 1518 si recò probabilmente in Italia e l'influenza dell'arte italiana, di quella lombarda e del Mantegna in particolare, è visibile nella sua opera immediatamente successiva. Di nuovo a Basilea nel sett. del 1519 vi riceveva, un anno dopo, i diritti civici. Qui (ove godette dell'amicizia di uomini famosi, come Erasmo da Rotterdam, di cui fece molti ritratti che iniziarono la sua fama di ritrattista) fu accolto nella corporazione degli artisti, lavorò per gli editori della città fornendo illustrazioni per libri ed affrescò la facciata di una casa da ballo (Haus zum Tanz) nonché la Sala del Consiglio nel Palazzo comunale (1521). Tra le altre opere di questo periodo si ricordano il ritratto di Bonifacio Amerbach (1519), il quale doveva poi diventare uno dei maggiori collezionisti dei suoi disegni (la sua collezione è nella Kunstsammlung di Basilea); il polittico di Friburgo; la Madonna di Solothurn (1522).

Nel 1524 si recò in Francia, ove prese contatto con l'arte dei Clouet, dai quali derivò la tecnica dei disegni a matite colorate (i suoi disegni anteriori, infatti, sono tutti a punta d'argento) e fu dopo questo viaggio che diede per gli editori di Lione, M. e G. Trechsel, le sue incisioni in legno più celebri, le Imagines mortis e le

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(per seritata della dalt. Emilia Baroni) Holbein Hans, il Giovane - Ritratto di R. Cheseman (1523). L'Aja, Galleria Mauritshius.

Icones Veteris Testamenti. Di questo medesimo periodo sono i ritratti di Erasmo e del Paracelso, gli sportelli d'organo della Cattedrale e la Madonna del borgomastro Meyer (ora al Museo di Darmstadt). Nell'autunno del 1528 si trasferì in Inghilterra, con lettere di raccomandazione di Erasmo, e passò per i Paesi Bassi visitando ad Anversa Quentin Matsys. In Inghilterra fu specialmente attivo come ritrattista, e si ricordano alcuni ritratti di amici di Erasmo da Rotterdam, il ritratto della famiglia di Tommaso Moro, quello dell'arcivescovo di Canterbury, quello di Henry Guildford, ecc. Tornò a Basilea nel 1528 e vi terminò gli affreschi del Palazzo comunale; qui dipinse anche il famoso ritratto della moglie con i due figli (Museo di Basilea). Ma in Inghilterra si recò nuovamente nel 1532, diventando poco dopo (1536) servant of the King Enrico VIII; il suo soggiorno inglese fu interrotto da una breve apparizione a Basilea nel 1538. Di questo ultimo periodo della sua vita sono, oltre i molti ritratti, le tele (oggi perdute, come perduti sono andati tutti i suoi affreschi) che decoravano all'uso veneziano la sala consiliare dello Stahlhof, agenzia commerciale della Lega anseatica a Londra.
H. H. il Giovane è certamente l'artista più vicino allo spirito del Rinascimento italiano che abbia avuto l'arte tedesca. Il contatto con le opere del Mantogna, di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello, dei pittori italiani più famosi insomma, gli ha permesso tra l'altro, nei confronti dei pittori suoi conterranei che lo avevano preceduto, ancora tradizionalmente gotici, di definire in senso più dichiaratamente plastico le sue rappresentazioni. Ed egli deve certamente molta della sua fama, che gli viene dalla sua più nota attività di ritrattista, agli influssi dell'arte di Leonardo e dei Clouet. I suoi ritratti (meraviglioso quello dei Due ambasciatori della Galleria nazionale di Londra) sono definiti con una potenza analitica ed una tale chiarezza di visione da imporsi tra le espressioni più grandi dell'arte di tutti i tempi e di tutti i paesi. Vedi tav. XCII.

Bibl.: H. A. Schmid, s. v. in Thieme-Becker, XVII, pp. 335 336; P. Ganz, s. v. in Enc. Ital., XVIII, pp. 337-39; A. Sermann, H., Bergamo 1933; W. Waetzoldt, H. H. der Jüngere; Werk und Welt, Berlino 1938; P. Ganz, Les dessins de H. H. le Jeune, Ginerra 1939; H. M. Hoke, The future for H. studies in England, in The Berl. Mag. 1943, pp. 264-65; K. Scheffler, Disegni di H. H. il giovane, Novara 1943; C. F. Bell, On some $+H .+$ questions, in The Berl. Mag., 1945, pp. 189-92; H. A. Schmid, H. H. der Jüngere, Basilea 1945; K. T. Parker, The drawings of H. H. in the collection of His Majesty the King at Windsor Castle, Oxford-Londra 1945; W. Hugelshofer, Die Anfänge H. H. des Jüngeren als Bildnismaler, in Phoebus, 1949, pp. 60-70; P. Ganz, H. H. - Die Gemälde, Basilea 1950. Gilberto Ronci

HOLBEIN, Hans, il Vecchio. - Pittore ed incisore tedesco, n. verosimilmente tra il 1460 e il 1470 ad Augsburg, m. nel 1524 ad Isenheim.

Scarse sono le notizie sulla sua vita e nulla si sa della sua formazione artistica; le prime sue opere, però, rivelano una chiara influenza fiamminga, come nella pala d'altare per i Domenicani di Francoforte sul Meno (1501). Verso la fine egli, sostanzialmente arcaico nelle composizioni a colori scuri, mutò maniera accettando le esperienze della nuova arte influenzata dall'arte italiana. Si ricordano Il martirio di s. Sebastiano, uno dei suoi capolavori (ca. 1515), e La fonte della vita (1519). Fu pure ritrattista rinomato. Anche i figli Ambrosius e il più celebre Hans (il Giovane) furono pittori.

Bibl.: Glaser, s. v. in Thieme-Becker, XVII, pp. 333-35; O. Benesch, Beiträge zur oberschwäbischen Bildnismalerei, in Jahrbuch der Preussischen Kunstsammlungen, 1933, pp. 238-54; A. A. Schmidt, Holbeinstudien, in Zeitschrift für Kunstgeschichte, 1941-42, pp. 1-39. Gilberto Ronci

HOLDA (ebr. Huldāh). - Profetessa ebrea. Era moglie di Sellum, guardarobiere del re, ed abitava nel nuovo quartiere a nord-ovest di Gerusalemme (II Reg. 22, 14; II Par. 34, 22).
H. dovette occupare una posizione molto influente al tempo del re Iosia ( $638-609$ a.C.), come risulta dal fatto che, al ritrovamento della "Legge del Signore" (v. deuttronomoi) vel Tempio, una commissione di sacerdoti si recò da lei per sentire il responso di Dio. La profetessa confermó l'autenticità del testo ritrovato, proferì gravi minacce qualora non venisse osservato e predisse un'adeguata ricompensa per lo zelo riformatore del re Iosia (II Reg. 22, 8-20; II Par. 34, 8-28). L'episodio, che ebbe grande importanza nella religione ebraica, avvenne l'a. $18^{\circ}$ di Iosia, cioè nel 621 a. C. Angelo Penna

HÖLDERLIN, Friedrich. - Poeta tedesco, protestante, n. a Lauffen sul Neckar il 20 marzo 1770, m. a Tubinga il 7 giugno 1843. La sua vita fu un pellegrinaggio sempre più irrequieto (anche materialmente) verso la parte più intima di sé e dell'essere, due aspetti che venivano sempre più a coincidere, quanto più confluivano in un dio inteso in modo risolutamente panteistico.

Studente, collaborò intimamente con Schelling ed Hegel e si appassionò di Kant, Platone e Spinoza: filosofi legati fra loro dall'idealismo* di struttura "matematica"; né può destare meraviglia il legame con Schiller, che aiutò H. con vivo interessamento e del quale è indiscutibile l'influenza sugli Inni che, primi, dettero a H. la fama. Nel periodo 1796-98, a Francoforte, nasce e muore, per le avverse circostanze, il fervido amore per Susette Gontard, madre dei bimbi dei quali H. era divenuto precettore. Ne è testimonianza il romanzo epistolare Hyperion, di carattere lirico e assorto. Sempre più si veniva accennando il conflitto fra la mistica esaltazione per il dio che abita ogni cosa, dandole quel valore che essa possiede, e il dissentimento di ogni cosa dal dio.

Tale conflitto, ancora superato nelle Odi con l'attesa e la speranza, porterà H., psicologicamente, alla pazzia nella quale rimarrà quaranta anni, fino alla morte; ma, poeticamente, si esprimerà in un linguaggio che rompe ogni sintassi "ortodossa", in un'atmosfera pindarica, cui avevano preluso le traduzioni del lirico greco; le effusioni liriche degl'Inni e delle Elegie scoppiano successivamente richiamandosi per il connaturato, necessario legame segreto dell'immagine e del colore e fluiscono immerse e collegate nell'onda melodica. Con questo linguaggio, al di fuori di ogni nesso «logico», H. realizza perfettamente il suo dio di cui ogni cosa è realtà.

Bibl.: N. Hellingrath, H., Berlino 1916; C. Vietor, Die Lyrih H.s, Francoforte 1921; F. Senbass, H. Bibliographie, Monaco 1922; V. Erdmann, H.s ästhetische Theorie, Jena 1923; W. Bohm, F. H., 2 voll., Berlino 1928-30; G. Guberti, s. v. in Enc. Ital., XVIII (1935), pp. 541-42; R. Guardini, H. Werdel\& u. Frömmigkeit, Lipsia 1939; V. Errante, La lirica di H., 2 voll., Firenze 1943 (nel vol. I è contenuta una riduzione in versi italiani); altra trad. it. ha dato G. Contini, Firenze 1947. Gastone Pettenati

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HOLKOT, Roberto. - Filosofo e teologo domenicano, n. probabilmente a Northampton in data sconosciuta, m. nel 1349.

Insegnò come doctor theologiae a Cambridge, e si acquistò grande gloria fra i suoi contemporanei specialmente per i suoi commentári sulla S. Scrittura. Nella sua posizione dottrinale è fortemente influenzato dall'occamismo, quantunque intenda attenersi al tomismo.

L'influsso nominalistico è particolarmente evidente nella separazione assai spinta che egli stabilisce tra fede e scienza e nell'accentuazione della irrazionalità o perfino antirazionalità delle verità della fede. Per H. esiste accanto alla logica naturalis, che ha trovato la sua espressione nella logica di Aristotele, una logica fidei, nella quale il principio di contraddizione non vige. D'altra parte però H. richiede una motivazione intellettuale della credibilitas externa. Nel campo della psicologia e della morale, H. è assertore di un estremo determinismo, affine a quello di Bradwardine (v.). La sua bibliografia presenta ancora molti punti oscuri : l'una o l'altra delle opere attribuitegli è forse soltanto una compilazione di qualche scolaro; altre opere, certamente sue, furono per lungo tempo attribuite ad altri scrittori.

E forse l'autore del famoso Philobiblon sive de amore librorum, noto come opera di Richard Bury. Delle opere certamente appartenenti a H., oltre i commentari alla S. Scrittura, di cui alcuni furono in seguito stampati in molte edizioni (p. es., Praelectiones in librum Sapientiae: circa 20 edizioni, Explanationes Proverbiarum Salomonis, In Cuntica Canticarum) vanno menzionate specialmente: Super quatuor libros Sententiarum quaestiones (Lione 1497. 1505, 1518) e tre Quodlibeta, di cui furono pubblicati estratti sotto il titolo Determinationes quaestionum insieme col commentario sulle sentenze (la prima Determinatio però non è di H.).

Bib.: A. Lang, Die Wege der Glaubensbegründung bei den Scholastikern des 14. Jahrh. (Beitr. z. Gesch. d. Phil. u. Theol. d. Mittelalters, 36). Münster 1931, pp. 159-65; id., s. v. in LThK, V, col. 115; P. Glorieux, La littérature quodlibétique, II, Parigi 1935, pp. 238-61; M. De Wulf, Histoire de la philosophie médiév., III, $6^{2}$ ed., Lovanio e Parigi 1947, pp. 55-57.

Anneliese Maier
HOLLANDIA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Sita nella Nuova Guinea olandese o Irian. Fu eretta il 12 maggio 1949, con territorio dismembrato dal vicariato apostolico di Nuova Guinea olandese (oggi Amboina) comprendente la zona settentrionale, centrale e occidentale, secondo una linea di demarcazione estendentesi dai confini della Papuasia australiana fino al Golfo di Etna e di qui, attraverso il mare, fino ad abbracciare le Isole Ternate, Tidore, Halmahera, Badjan e Morota, facenti parte dell'arcipelago delle Molucche. Il 24 giugno 1950 le sunnomiminate isole furono distaccate per essere riannesse al vicariato apostolico di Amboina.

La missione di H. è affidata ai Minori francescani della provincia serafica di Olanda, che quivi iniziarono il lavoro missionario nel 1935. Essa ha una estensione di 200.000 kmq . e una popolazione di ca. 290.000 ab . Vi sono 3260 cattolici; 516 catecumeni; 20 sacerdoti esteri; 3 fratelli esteri; 13 suore estere; 48 catechiati; 57 maestri; 49 scuole elementari; i scuola professionale; 11 stazioni primarie e 34 secondarie; 3 chiese; 47 cappelle; un orfanotrofio. H. è la città di residenza dell'Ordinario ed anche la sede del governatore civile della Nuova Guinea.

Bib.: Archivio della S. Congregazione de Propaganda Fide, Posizione d'archivio, prot. n. 1419/49: 2218/50: id., Prospectus status missionis, n. 3310/50; AAS, 41 (1940), pp. 335-36; MC, 1950, pp. 438-39.

Edoardo Pecoraio
HOLLWECK, Joseph. - Canonista, n. a Pfaffenhofen (Alto Palatinato) il 16 genn. 1854, m. ad Eichstätt il 10 marzo 1926. Ordinato sacerdote nel 1879, fu dal 1892 professore nel Liceo di Eichstätt,
dapprima di diritto canonico, in seguito anche di storia ecclesiastica e di diritto amministrativo.

Oltre a numerosi lavori, sparsi in varie riviste, scrisse un Lehrbuch des hatholischen Kirchenrechts ( $2^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1905); ma l'opera sua fondamentale è Die kirchlichen Strafgesetze (Magonza 1899), nella quale sono raccolte e commentate le leggi penali della Chiesa e che fu largamente utilizzata nella compilazione della parte relativa del CIC.

Bib.: L. Bruggaier, 7. H., in Archiv für hathol. Kirchenrecht, 107 (1927), p. 565 sgg.; B. Kurtscheid-F. A. Wilches, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 329 sgg. Rodolfo Danieli

HOLLY, JAN. - Sacerdote, poeta slovacco, n. il 24 marzo 1785 in Borský Sv. Mikuláš, m. il 14 apr. 1849 in Dobrá Voda.
H. è il primo poeta nazionale slovacco, nel pieno senso della parola. Appartiene alla scuola di Bernolák. La sua poesia, piena di spirito romantico, dipende ancora formalmente della letteratura classica latina. Usa la prosodia metrica classica e si ispira specialmente all'Eneide per i suoi poemi epico-eroici.

La sua opera si può dividere in tre gruppi : le traduzioni dei classici latini e greci Eneida Wirgiliova, (Trnava 1828). I poemi eroici ispirati alla storia nazionale: Swietopluh, poema eroico in 12 canti (Trnava 1833); Slám, poema eroico in 12 canti (ivi 1833); Cirillo-Metodiada, poema eroico in 6 canti (Budin 1835). Nella sua poesia lirica, specialmente religiosa, la sua opera più importante è Kotalichi Spénnèh (ivi 1842).

Le sue canzoni spirituali furono musicate ed ebbero larga diffusione.

Bibs.: L. Riznér, Bibliografia, II, Turč. Sv. Martin, pp. 116119; I. Korvan, Bernolákovci, Trnava 1949; A. Mráz, Dejiny slov. literatúry (St. della lett. slovacca), Bratislava 1948, pp. 120123, passim. Michele Lacko

HOLSTE (Holstenio), Lukas. - Geografo ed erudito, n. ad Amburgo il 27 sett. 1596, m. a Roma il 2 febbr. 1661. Studiò a Leida con Giovanni Meursio; fu in Danimarca e in Inghilterra; a Parigi si convertì al cattolicesimo il 15 dic. 1624. Nel 1627 si trasferì a Roma chiamatovi dal card. Francesco Barberini, del quale dal 1636 divenne bibliotecario. Nel 1641 fu nominato custode della Biblioteca Vaticana. Lasciò la sua privata raccolta di stampati alla Biblioteca Angelica di Roma; i manoscritti ad altre.

I vari incarichi e la sconfinata erudizione non permisero all'H. di attuare nessuna delle grandiose imprese progettate, principale una silloge di Geographi graeci minores. Furono pubblicate postume le sue Annonationes all'Italia antiqua di Filippo Cluverio (Roma 1666), e varie edizioni patristiche. Iniziò lo studio per il rifacimento delle 40 pitture geografiche della Galleria Vaticana. Delle sue molte ricognizioni nell'Italia centrale e meridionale restano taccuini di appunti.

Bib.: Opere: L. H. Epistulae ad diversos, a cura di I. F. Boissonade, Parigi 1817. Studi: J. Moller, Cimèria literata, III, Copensgen 1744, pp. 321-42; L. G. Pélissier, Les amis d'Holstenius, in Mélanges d'archéologie et d'histoire de l'Ecole française de Rome, 6 (1886), pp. 324-87; 7 (1887), pp. 62-128; 8 (1888), pp. 323-402 e 521-608; R. Almagià, L'opera geografica di L. Holstenio, Città del Vaticano 1942. Francesco Barberi

## HOLSTEIN : v. SCHLESWIG-HOLSTEIN.

HOLWECK, Friedrich Georg. - Prelato, agiografo e liturgista, n. a Weisloch nel Baden, il 29 dic. 1856, m. a St. Louis il 19 febbr. 1927. Passò negli Stati Uniti nel 1876; sacerdote nel 1880, si dedicò al ministero pastorale, fu vicario generale della diocesi dal 1926 e professore nell'Università dei Gesuiti. Nell'immediato dopoguerra del 1918 organizzò l'invio di soccorsi alle popolazioni colpite dalla guerra in Germania.

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Fu per venti anni direttore del Pastoral-Blatt; uno dei fondatori e zelante collaboratore della St. Louis Historical Review; collaborò pure alla Cath. Enc.. Però è soprattutto noto per due opere molto apprezzate di liturgia e agiografia: Fasti Mariani sise Calendarium Festarum S. Mariae Virginis Deiparae (Friburgo in Br. 1892), saggio liturgico sulle feste di Maria S.ma rifatto "ex novo" nel Calendarium Liturgicum Festarum Dei et Dei Matris Mariae (Philadelphia 1925). Si tratta di una lista assai ricca, benché non completa, di feste liturgiche in onore di Dio, della Vergine, di s. Giuseppe e dei loro parenti, celebrate nella Chiesa cattolica e nelle Chiese separate, disposte mese per mese alle rispettive date, accompagnate da brevi notizie storiche con particolare riferimento al luogo dove si celebrano e al rito della festa (cf. recensione di J. Simon, in Analecta Bollandiana, 45 [1927], pp. 363-64); A biographical dictionary of the saints with a general introduction on kagielogy (St. Louis 1924). Ad onta dei difetti che si possono riscontrare facilmente in opere del genere, composte di getto da una sola persona, è il migliore e più completo dizionario dei santi, tuttora esistente. L'autore vi ha lavorato per lunghi anni sobbarcandosi a diversi viaggi in Europa (1900, 1909, 1912, 1921, anche per il suo Calendarium) per ricerche; ha compulsato per lunghi mesi l'archivio della S. Congregazione dei Riti, raccogliendovi, con l'aiuto dell'archivista mons. B. Virili, una messe copiosa ed inedita di dati per la diffusione delle feste dei santi locali con il relativo rito liturgico della festa. Vi figurano i santi della Chiesa cattolica e delle Chiese separate (questi ultimi preceduti da un asterisco), gli omonimi sono disposti secondo la data delle loro feste; i boni seguono i santi. Ogni santo ha una breve notizia storica, redatta generalmente con cura e precisione ispirandosi ad opere di sana critica, indicate all'inizio del volume. Talvolta però l'H. si è lasciato prendere la mano da compilazioni di scarso valore ed è incorso in spiacevoli errori (cf. recensione di J. Simon, in Analecta Bollandiana, 44 [1926], pp. $380-85$ ).
Bibl.: A. Battandier, Anuuaire pontifical catholique 1927 (Parigi), p. 692; id., ibid., 1920, p. 893; The Cath. Enc. and its makers, Nusva York 1917, p. 79 sgg .; J. Rothensteiner, History of the Archidiocese of St. Louis. St. Louis 1928, pp. 387. 470. 472, 508, 727. 729. A. Piero Frunzi

HOLZHAUSER, Bartholomäus. - Fondatore dei Bartolomiti (v.), n. a Laugna (diocesi di Augusta) il 24 ag. 1613, m. a Bingen am Rhein il 20 maggio 1658. Avviato alla carriera ecclesiastica, già durante i suoi studi alla Università di Ingolstadt aveva ideato, per sollevare il prestigio del clero e avvalorarne l'attività spirituale, di fondare un istituto di sacerdoti secolari viventi vita in comune.

Il disegno cominciò ad attuarsi appena fu nominato canonico a Tittmoning ( $1640-42$ ) e proseguì mentre fu decano e parroco a S. Johann in Tirol (1642-55) e parroco a Bingen (1655-58). Alla sua morte l'Istituto era entrato nella diocesi di Salisburgo, Frisinga, Eichstätt, Würzburg e Magonza. Alla pietà e allo zelo ardenti seppe congiungere una grande attività di scrittore, con cui si rivela profondo asceta ed esperto direttore e pastore.

Delle sue opere, tutte uscite postume, oltre a quelle concernenti la formazione dei suoi colleghi : Constitutiones clericorum saecularium in communi viventium (Colonia 1662); Instructiones de via perfectionis et principis practicis pro statu clericali et pastorali (Roma 1682); Constitutiones . pro spirituali temporalique directione Instituti (ivi 1684), vanno citate il Tractatus de humanitate (Magonza 1663) e le due, assai discusse: Visiones (Bamberga 1784) ed Explicatio in Apocalypsim (ivi 1784).

Bibl.: J. P. L. Goduel, La perfection sacerdotale ou la vie et l'esprit du servit. de Dieu B. H., Orléans-Parigi 1861 (vers. it., Monza 1862); $3^{\circ}$ ed. Parigi 1901; id., Ven. Servi Dei B. H. apuscula ecclesiastica, ivi 1861 ; anon., Vita del sen. B. H., 2 voll., Monza 1897. Cf. inoltre F. Kampers, Uber die Auslegung der Apokalypse durch B. H., in Hist.-polit. Blätter, 118 (1806). pp. 142-45, e le osservazioni di F. M., ibid., pp. 326-56; F. Brüder, Zum dreihundertjährigen Geburtsjubiläum des ebro. B. H., in Der Katholik, 66 (1913), pp. 116-26; M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregationen, II, $3^{\circ}$ ed., Paderborn 1934, pp. 595-78.

Celestino Testore
«HOMINIS SUPERNE CONDITOR». - Inno dei Vespri del venerdi, appartenente al gruppo irlandese-anglosassone.

Il poeta si ispira alla narrazione del sesto giorno della Creazione (Gen. 1, 24-28) che culmina con la comparsa dell'uomo, venuto per dominare tutto il creato. In umile preghiera si chiede a Dio ch'egli possa vincere gli istinti della cupidigia e coltivare sentimenti di pace, dono di Dio e anticipato gaudio di paradiso.

Bibl.: G. Belli, Gli iani del Breviario romano tradotti, Roma 1837, pp. 88-89; F. Vanderstuyf, Les hymnes de l'Ordinaire du Brévinire romain, Parigi 1912, p. 76; V. Terreno, Gli iani del Divino Ufficio tradotti, Mondavi 1932, pp. 92-93; A. Mitra, Gli iani del Breviario romano, Napoli 1947, p. 76. Silverio Mattei

HONDURAS. - I. Geografia. - Regione dell'America istmica, tra Messico, Guatemala, Salvador e Nicaragua, comprendente uno Stato indipendente, più ampio, ed una piccola colonia britannica.

Il territorio della Repubblica di H. ( 115.570 kmq.) è costituito da una regione prevalentemente montuosa, che presenta sull'Atlantico la sua maggiore facciata ( 640 km .), mentre sul Pacifico la costa si riduce alla parte interna del profondo Golfo di Fonseca ( 96 km .). Il clima, tipicamente equatoriale lungo le piatte cimose litorance, si tempera con l'altitudine, pur rimanendo sempre assai umido e piovoso.

La popolazione ( 1,3 milioni di ab.; 11 a kmq.) è costituita in prevalenza da meticci ( $69 \%$ ); seguono, per numero, gli Amerindi ( $20 \%$ ), i negri e gli Zambos ( $5 \%$ ). I bianchi sono poco più di 350 mila.

La maggiore risorsa del paese è rappresentata dall'agricoltura ed in questa dalle banane, dalle noci di cocco e dal caffè; si producono anche mais, patate, tabacco e frutta. L'allevamento è abbastanza diffuso (bovini e ovini soprattutto); cospicuo il patrimonio boschivo, che dà legnami pregiati. Risorse minerarie non mancano (ferro, rame, piombo, zinco, antimonio e stagno), ma solo oro e argento dànno luogo ad una certa attività estrattiva. Il commercio è in mano degli U.S.A., che assorbono ca. 3/4 degli scambi, resi difficili dalla deficenza di vie di comunicazione.

La capitale Tegucigalpa, nell'interno, è il solo centro abitato che oltrepassi i 50 mila ab.

L'H. è una repubblica unitaria ( 17 dipartimenti e I territorio) a governo elettivo con rappresentanza unicamente; il presidente dura in carico 6 anni.

Il territorio coloniale (inglese dal 1638) consta del lembo costiero dello Yucatán sud-orientale compreso tra la Baia di Chetumal ed il Golfo di H. ( 21.268 kmq.). E una regione ancora mal nota, ricoperta di spesse foreste, da cui si ricavano legni di pregio (mogano, cedro, pitchpine) e solo in piccola parte coltivata (banane, noci di cocco, chiele).

La popolazione ( 61.500 mila ab., appena 3 a kmq.) risulta quasi tutta di Amerindi e negri; i bianchi sono ca. un migliaio. La capitale è Belize ( 18 mila ab.), unico centro abitato notevole.

BibL.: P. Rivas, Geographical, historical and etymological dictionary of H., Tegucigalpa 1919; A. B. Dillon, Geography of British H., Londra 1923; G. B. Buyna, H., Tegucigalpa regn; K. Sapper, Mittelamerika, Heidelberg 1937. Giuseppe Caraci
II. Evangelizzazione. - Nella Repubblica attuale di H., poco dopo la conquista ad opera di Cortes nel 1526 i Francescani furono i primi missionari. Le tribù indiane aborigene furono in grandissima parte pacificamente sottomesse; oggi ancora formano la maggioranza della popolazione.

Nel 1531 fu eretta la diocesi di Trujillo de H., trasferita nel 1568 a Comayagua come suffraganea di Guatemala. Nelle foreste impraticabili rimasero delle tribù indiane non incivilite, di cui si occuparono nei secc. xvir e xviri i Francescani. Fino ad oggi migliaia di indiani non sono ancora convertiti. Sotto la Repubblica (dal 1812)

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i beni ecclesiastici furono confiscati e proclamata la separazione tra Chiesa e Stato. Nel 1916 si organizzò la gerarchia ecclesiastica. La diocesi di Comayagua fu sostituita dall'arcidiocesi di Tegucigalpa con le suffragance S. Rosa de Copán e il vicariato apostolico di S. Pedro Sula. Alla conversione degli indiani tuttora pagani del vicariato apostolico di S. Pedro Sula lavorano i Lazzaristi; i Redentoristi si occupano di quelli dell'arcidiocesi di Tegucigalpa.

Nell'H. britannico (v. delize) tra i negri, mulatti e alcune tribù indiane dal 1853 lavorano i Gesuiti. Nel 1888 fu eretta la prefettura apostolica di H., elevata a vicariato apostolico nel 1893 ed ebbe l'attuale denominazione di Belize nel 1925.

Bibl.: v. Guremalia. Inoltre: $A n$ mario pontificio, 1949, pp. 331, 361, 643, 6ro; G. J. Garraufiau, The Jesuits of the Middle United States, III, Nuova York 1938, pp. $517-23$.

Giovanni Rommerskirchen
III. Condizione giuridica della Chiesa. - Nella Repubblica dell'H. vige il sistema della separazione della Chiesa dallo Stato, come è proclamato esplicitamente nell'art. 57 della Costituzione, ed è garantito il libero esercizio di tutte le religioni. Tale regime, in effetti, non è che l'espressione giuridica della mentalità laica ed anticlericale che caratterizzò i moti rivoluzionari, i quali, nel secolo scorso, portarono all'indipendenza le Repubbliche del Centro-America.

Per quanto riguarda il matrimonio, la legge della Repubblica non riconosce che quello civile; il matrimonio religioso può essere celebrato solo dietro presentazione del certificato dell'avvenuta celebrazione del rito civile, pena il carcere o una multa variabile fino a 250 dollari, se l'infrazione è commessa da un sacerdote nazionale, l'espulsione dal Paese, se trattasi di uno straniero. Il divorzio è legalmente ammesso e praticato per ragioni molto fatili.

Dal secolo scorso l'istruzione religiosa è stata bandita
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(da R. Giovardi, L'America centrale, in Geografia universale, VI, Torino 1925, p. 2/2) Honduras - Pucsaggio della regione costiera atlantica dell'H.
dalle scuole dello Stato. Anni fa fu presentato al Parlamento un progetto di legge, tendente a colmare tale lacuna; si raccolsero firme e se ne occupò anche la stampa; il progetto fu, però, respinto. Una legge del 14 marzo 1947 fa obbligo agli istituti di educazione di scegliere l' $80 \%$ del personale insegnante tra elementi nazionali. Ciò ha reso più grave il problema dell'educazione cristiana della gioventù, già difficile per il numero limitato delle scuole private cattoliche tenute da enti o istituti religiosi, per il fatto che questi non contano tra i loro membri numerosi elementi indigeni.

Altra disposizione della Carta costituzionale, che provoca non lievi difficoltà alla Chiesa, è quella contenuta nell'art. 18, secondo il quale gli stranieri non possono avere incarichi o uffici pubblici, compresi quelli dei culti ammessi nel paese, pena l' espulsione. Questa norma, data la scarsezza del clero honduregno, fa sì che la nomina dei vescovi presenti nell'H. particolari difficoltà, sebbene la legislazione non conservi pretese di patronato.

La Costituzione proibisce, inoltre, lo stabilirsi nel territorio della Repubblica di ogni classe di associazioni monastiche; la legge regola l'entrata nel paese di persone appartenenti alle associazioni suddette (art. 61). Tuttavia tali disposizioni non sono applicate in tutto il loro rigore.

Così pure uomini responsabili del governo hanno mostrato, negli ultimi anni, deferente benevolenza verso la Chiesa.
L'H. mantiene relazioni diplomatiche con la S. Sede. Fino al 1938 la nunziatura apostolica dell'H. era unita a quelle del Guatemala e del Salvador. In quell'anno ne fu separata e affidata ad un titolare di nuova nomina. Nel 1948 è stata unita alla nunziatura apostolica del Nicaragua, ed entrambe sono state affidate a un solo titolare.

Ippolito Rotoli

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IV. Ordinamento scolastico. - L'art. 24 della Costituzione della Repubblica di H. dice: "Lo Stato ha il dovere principale di promuovere e di proteggere l'istruzione pubblica nei suoi rami diversi. La istruzione primaria è obbligatoria, laica e gratuita, altrettanto laica è l'istruzione media e superiore. Nessun ministro d'una società religiosa può dirigere le scuole sostenute dallo Stato".

L'istruzione primaria viene impartita nelle 987 scuole primarie dipendenti dai Comuni ed è sovvenzionata dallo Stato. L' istruzione secondaria s'impartisce in 23 collegi. I maestri vengono formati nelle 4 scuole normali, nella Scuola normale modello di Comayagüela e nel "Central Institute" di Teguciga