uovo ordine tedesco" e, liberato, gli fu prescritto un domicilio coatto nei pressi di Arnhem.
Bibl.: R. Roehner, Zur Begrifbildung der Kulturgeschichte. 1. Kulturform und Kulturbewegung (7. H. und Jacob Berchhardt), in Historische Zeitschrift, 149 (1934), pp. 10-34; C. Antoni. Problemi e metodi della moderna storiografia: 7. H., in Studi germanici, 1 (1935), pp. 5-21, ristampato in Dalla storiciana alla sociologia, Firenze 1940, p. 191 sgg.; M. Petrocchi, Ric. chezza di 7. H., in Il libro italiano, 6 (1942), p. 144 sgg.; ristampato in L'uomo e la storia, Bologna 1944, p. 139 sgg.; W. Kaegi, Historische Meditationen, II, Zurigo 1946, pp. 9-42, 245-66; K. Köster, 7. H., Oberursel 1947 (con l'elenco completo delle opere di H. e bibl.); F. Chabod, 7. H., in Rivista storica italiana, 60 (1948), pp. 342-44. Silvio Furiani-Massimo Petrocchi
HÜLEH, LAGO di : v. MEROM.
HÜLSEN, Christian. - Archeologo ed epigrafista protestante, n. a Charlottenburg il 29 nov. 1858, m. a Firenze il 19 genn. 1935. Discepolo di Th. Mommsen, fu uno dei suoi collaboratori per l'edizione del Corpus inscriptionum Latinarum.
Dal 1887 fu primo segretario dell'Istituto archeologico germanico in Roma. La sua attività scientifica testimonia la sua predilezione per Roma, per i suoi monumenti, per le sue chiese e per le opere del Rinascimento. Visse quasi sempre in Italia, per oltre venti anni a Roma, dopo il 1909 a Firenze, tranne un breve periodo a Heidelberg.
L'elenco dei suoi scritti fu dato da A. M. Colini (v. bibl.). Vanno tra questi ricordati in primo luogo il volume di aggiornamento a H. Jordan, Tepografie der Stadt Rom im Altertum (I, it1, Berlino 1907); il suo volume Das Forum Romanum (ivi 1904), che ebbe più edizioni e traduzioni in italiano, francese e inglese; lo studio su Die römischen Shizzenbücher von Marten von Heemskerk im königlichen Kupferstichhabinett zu Berlin (ivi 1916), e su Das Shizzenbuch des Giannantonio Dosio im staatlichen Kupferstichhabinett zu Berlin (ivi 1933); i suoi studi su architetti, quali Il libro di Giuliano da Sangallo, cod. Vat. Barb. lat. 442 (Lipsia 1910); inoltre il Saggio di bibliografia ragionata delle piante iconografiche e prospettiche di Roma dal 1551 al 1748 (Firenze 1933). Lasciando da parte l'opera del topografo e dell'epigrafista, C. H. va qui ricordato in special modo per le sue pubblicazioni relative ai monumenti cristiani di Roma. In collaborazione con Th. Kiepert egli pubblicò il Codex urbis Romae topographicus, con annesso Nomenclator topographicus ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Ber. lino 1912), nel quale sono elencate tutte le chiese antiche di Roma. Tra gli altri suoi scritti si ricordano : La pianta di Roma dell'anonimo Einsiedlense, in Dissertazioni della Pont. Accademia romana di archeologia, $2^{\mathrm{a}}$ serie, 9 (1907), pp. 379-424; Il fondatore della basilica di S. Andrea sull'Esquilino, in Nuovo bullettino di arch. crist., 5 (1899), pp. 171-76; Die Basilica des Iunius Bassus und die Kirche S. Andrea cata Barbara auf dem Esquilin, in Festschrift
## für J. Schlosser (Berlino 1926), pp. 53-67; Ostervazioni sulla biografia di Leone III nel Liber pontificalis, in Rendiconti della Pont. Accademia romana di archeologia, $2^{\text {a }}$ serie, 1 (1923); Die Kirchen des heiligen Caesarius in Rom, in Miscellanea F. Ehrle (Studi e Testi, 38), Roma 1924, pp. $377-403$.
Ma la sua opera fondamentale è Le Chiese di Roma (Firenze 1927), edita per munificenza del papa Pio XI, al quale è dedicata con gratitudine dall'autore, dopo trenta anni di ricerche.
Da profondo co-
noscitore della topografia dell'Urbe attraverso i secoli, il lavoro di C. H. e d'indole storica e topografica; egli ricerca la forma genuina dei nomi e l'esattezza dell'ubicazione dei santuari, la loro cronologia dagli antichi titoli al sec. xiv. Fondamentale importanza assumono i capitoli consacrati agli antichi cataloghi delle chiese di Roma dal sec. viI al xvi; alle indicazioni tratte dai Libri anniversariorum, si codici di varie biblioteche d'Europa con indicazioni relative a chiese urbane.
Bibl.: A. M. Colini, C. H., in Boll. dello Cammissione archeologica comunale di Roma, 63 (1935), pp. 209-19. Enrico Ioni
HULST, Maurice d'. - Apologista e oratore, n. a Parigi il 10 ott. 1841, m. ivi il 6 nov. 1896. Di nobile famiglia, in relazione con le corti di Parigi e di Bruxelles, ebbe una fine educazione, completata al Collegio Stanislas, ove sotto la guida di mons. de Ségur maturò la vocazione al sacerdozio. Nei Seminari d'Issy (1859) e di S. Sulpizio (1861) si distinse tanto, che fu mandato a Roma a perfezionare gli studi teologici alla scuola del Franzelin all'Università Gregoriana e quelli giuridici all'Apollinare, ove segui il De Angelis. Ordinato sacerdote a Chartres (1865), ritornò a Roma. Dal 1866 al 1872 esercitò il ministero a Parigi. All'indomani della Comune venne chiamato dall'arcivescovo a lavorare nella Curia. Fu questo il momento in cui lo spirito del d'H., provato esternamente (morte del fratello, incendio del castello paterno) e soprattutto interiormente, si affinò : Dio lo preparava ad una grande opera. Nel 1875 l'Assemblea nazionale votò la legge che accordava la libertà d'insegnamento : i vescovi francesi decisero la fondazione di un'università cattolica a Parigi : come esecutore fu scelto il d'H., che in tre mesi adunò un cospicuo corpo insegnante (L. Duchesne, J. De Broglie, A. De Lapparent ecc.) e tutto dispose per il pronto funzionamento delle tre facoltà di lettere, scienze e diritto. Fu nominato subito rettore dell'Istituto e tenne questa carica fino alla morte. Da quel momento, presente a tutti i dibattiti sociali, politici, intellettuali della feconda età leoniana, che chiude il sec. xix, il d'H. s'inserisce nella storia religiosa della Francia.
Facendo leva sulla classica distinzione di una tesi cattolica nell'ipotesi di un mondo anticattolico, pur sempre ortodosso nei principi, nella pratica indulse alle tendenze liberali, rendendo aperto omaggio a Montalembert (v.). Un correttivo a questa tendenza fu la sua costante preoccupazione di mostrare, pur nelle accidentali divergenze, la
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sostanziale unità dottrinale del Sillabo (v.) con le encicliche leoniane. In questo riusci gradito al Papa, con il quale però non potè mai accordarsi (in linea puramente teorica e in materia discussa) per la questione del rolllement. Monarchico convinto e confidente del conte di Parigi (l'erede del trono), non aderì mai alla politica leoniana, che consigliava ai cattolici l'accettazione della Repubblica. Comunque, la sua sincera devozione alla S. Sede gli fece superare la dura prova e mostrò la sua obbedienza accettando di diventare deputato nell'aborrito regime : entrò nella Camera per trattarvi gli "affari di Dio». Dimostrò il suo attaccamento alla Chiesa in altra occasione: in un articolo del Correspondaut ( 25 genn. 1893), divenuto celebre, volle riassumere le varie tendenze intorno alla questione biblica; con retta intenzione (mirava alla concordia degli spiriti) ma con poca accortezza fece delle concessioni alla critica, che scorgeva nella Bibbia degli errori veri e propri, pur limitandoli all'àmbito storico. Un'accesa polemica divampò immediatamente: Leone XIII intervenne con l'encicl. Providentissimus Deus, ove la posizione del d'H. era chiaramente rigettata. Egli, nonostante le sollecitazioni del d'H. Loyson in contrario, fece solenne e sincero atto di adesione alle direttive pontifice.
Più fortunato e più efficace il suo inftusso nel campo filosofico e apologetico. Particolarmente versato nella filosofia, alle due dominanti correnti dell'idealismo metafisico di tinta hegeliana e del monismo positivistico di tendenza darviniana, oppose i principî dello spiritualismo cristiano. Fedele alla consegna dell'encicl. Aeterni Patris (1879), nell'insegnamento come nelle conferenze culturali, si prefisse di educare gli spiriti alla tradizione armonizzata con il progresso e di offrir loro con la dottrina di s. Tommaso la chiave della vera metafisica, atta ad aprire i tesori della scienza moderna asservita ad una concezione anticanistica. Idee finemente svolte nei Mélanges oratoires ( 2 voll., Parigi 1891) e soprattutto nei Mélanges philosophiques (ivi 1892) e in molti articoli degli Annales

(da A. Baudrillard, Vie de mgr d'H., I, Parigi 1812) Hulst, Maurice d' "Ritratto.
de philosophie chrétienne. Succeduto a J. Monsabré (v.) sulla cattedra di Notre-Dame, volle completare l'opera dogmatica del celebre domenicano, trattando della morale cattolica. Così Monsabré e il d'H. formano come un dittico dottrinale completo. Il d'H. svolse successivamente : i fondamenti della moralità (1891), i doveri verso Dio (1892-93), la morale domestica (1894), la morale del cittadino (1895), la morale sociale (1896). Alle conferenze delle singole Quaresime aggiunse le prediche del ritiro pasquale (eccetto l'anno 1893). L'oratore contava ancora su 4 Quaresime, ma la prematura morte gli impedì il compimento del vasto disegno. Pur incompleta è l'opera più fortemente pensata di tutte quelle che vengono da NotreDame nell'Ottocento; forse non è la più popolare, perché, stesa in un francese di classica perfezione, non può essere gustata che da spiriti molto colti, tanto più che al d'H. fa difetto l'oratoria e il calore esterno; chi legge e medita vi trova però una latente inestinguibile fiamma interiore, alimentata da una fede sincera e da una singolare forza di raziocinio. Nobiltà di stirpe e di spirito, finezza di stile e di pensiero, sentita e vissuta pietà sacerdotale unita ad una misericordiosa larghezza verso i poveri e i peccatori, fanno del d'H., come lo definì L. Baunard, il primo prete della Francia, alla fine del sec. xix.
Biss.: A. Baudrillart, L'apostolat intellectuel de mgr d'H., Parigi 1910: id., Vie de mgr d' H., 2 voll., ivi 1912 (opera densa, in cui si riflette tutta la storia religiosa della Francia nella seconda metà del sec. xix): P. Pechenard, L'Institut Catholique de Paris, ivi 1902, passim: G. Longhaye, Le XIX siècle, IV, ivi 1907, pp. 447-55; Norberto da S. Marcello, Un'unima grande di sacerdote e di scienziato, in M. D'Hulst, Conferenze, trad. it., III, Torino 1912, pp. vi-1,11; J. Bricout, D'H. apologiste, ivi 1919; L. G. da Fonseca, L'Encicl. "Providentissimus Deus" e la verità delle S. Scritture, in La Commemorazione del XXV anniversario dell'Encicl. "Preu. Deus", Roma 1919, pp. 11-12; P. Thureau-Dangin, Pages religieuses, Parigi 1921, pp. 181-201 (bel medaglione); R. Aigrain, Les universités catholiques, ivi 1935, pp. 19-62; P. Fernessole, Les conférenciers de Notre-Dame, II, ivi 1936, pp. 237-347; F. Cayré, Patrologie et histoire de la théologie, III, ivi 1944, pp. 467-68.
"HUMANI GENERIS". "Enciclica di Pio XII, del 12 ag. 1950, riguardante false opinioni, che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica (AAS, 42 [1950], pp. 561-78).
Questo insigne documento spontaneamente richiama il modernismo (v.), che affonda le sue radici nel divorzio tra ragione e fede, nato al tempo dell'umanesimo e maturato attraverso l'illuminismo, l'enciclopedismo e il criticismo kantiano, da cui scaturì il liberalismo, il marxismo e il razionalismo. Verso la fine dell'Ottocento si acuì il contrasto e si prospettò il problema di una conciliazione. Il Concilio Vaticano tracciò la via di una giusta soluzione : dal divino all'umano attraverso la Chiesa. Il modernismo invece volle andare dall'umano al divino senza la Chiesa. E fu la rovina. La storica encicl. Pascendi (v.) stroncò la crisi, liberando il pensiero cristiano dal grave pericolo. Ma in questi ultimi anni si son visti affiorare qua e là, nel vasto campo della cultura sacra, motivi, atteggiamenti e tendenze, che hanno una evidente affinità con la crisi modernistica e costituiscono un nuovo disagio e un nuovo pericolo.
Pio XII, ha avuto la sensazione pronta e precisa del pericolo, e nella encicl. "H. g." ha diagnosticato il morbo in via di sviluppo ed ha apprestato gli efficaci rimedi, individuando anzitutto le direttive di marcia della cultura moderna nell'evoluzionismo universale, nell'esistenzialismo e nello storicismo, che portano alla negazione o svalutazione dell'assoluto nell'essere e nel pensiero, a beneficio di un contingentismo, di un positivismo e di un relativismo, che rendono impossibile una metafisica e quindi una teologia.
Di fronte a queste correnti minacciose il Papa non decreta l'isolazionismo della cultura cattolica, anzi esorta gli studiosi a rendersi conto delle nuove dottrine, che pongono problemi nuovi da approfondire e spesso racchiudono germi di verità; ma deplora l'imprudenza di certi cattolici che, smaniosi di aggiornarsi, si abbandonano ad un falso irenismo compromettendo l'integrità della fede e di tutta la dottrina tradizionale della Chiesa.
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Segue un'acuta analisi delle morbose tendenze in teologia, in filosofia e nella zona di confine con le scienze positive. Con il pretesto di ritornare alle fonti, si disprezza la teologia sistematica con le sue nozioni e la sua terminologia tecnica e si preferisce il linguaggio più semplice e più elastico dei Padri; si trascura il saldo complesso dottrinale definito dalla Chiesa nel corso dei secoli e si fa appello alla S. Scrittura, interpretandola per via di arbitrario simbolismo, come se Gesù Cristo non avesse costituito la Chiesa unica depositaria e interprete della parola di Dio. In tal modo si evalutano le formole dogmatiche, riducendone il contenuto a un minimo che può adattarsi a qualunque sistema filosofico o religioso. Relativismo dogmatico, che ha cominciato già a dare i primi frutti velenosi.
Più audace ancora è l'attacco alla filosofia scolastica, che, secondo i novatori, non risponde più alle esigenze del pensiero moderno impaziente di metafisica rigida e di schemi fissi, nemico della verità immutabile e tutto proceso sul flusso della vita in divenire. Svalutazione della ragione e dei principi supremi, della teodicea e dell'etica, opzione fideistica della verità per via di volontà e di sentimento, connubio dei sistemi più opposti nello sforzo di esprimere una verità inafferrabile. Tale la filosofia vitale che si vorrebbe sostituire alla filosofia scolastica.
Finalmente l'enciclica deplora l'incauta tendenza ad accogliere ipotesi scientifiche e opinioni di critica storica come conclusioni dimostrate, anche se sono in antitesi con il dogma e con i dati della Rivelazione, come, p. es., il poligenismo (v. mongegismo) suggerito dalla teoria evoluzionistica, e inconciliabile con il dogma del peccato originale, e l'interpretazione allegorica e mitologica dei primi capitoli del Genesi.
Contro questi e altri errori, più o meno larvati, della filosofia e teologia nuova, il Papa pronunzia la sua parola di riprovazione, che non è però una brusca stroncatura né uno sbarramento a ogni progresso della cultura cristiana, né un rifiuto in blocco del pensiero moderno. Anzi egli esorta al progresso degli studi in teologia, in filosofia e nelle scienze, purché il progresso non faccia del valore della verità una questione cronologica e non consideri la funzione normativa del magistero della Chiesa come un impedimento.
Aggiornamento nel metodo e nella forma, sviluppo endogeno del pensiero cristiano, integrazione anche per via di controllata assimilazione di elementi e di atteggiamenti nuovi sul terreno filosofico e scientifico, ma tutto in armonia e in continuità con la filosofia e la teologia classica, di cui la Chiesa addita la migliore sintesi nell'opera di s. Tommaso d'Aquino, pur auspicandone un crescente approfondimento e una presentazione sempre più adatta allo spirito dei tempi.
Il valore storico e dottrinale di questa enciclica sta nell'arginare il dinamismo evoluzionistico che minaccia di travolgere ragione e fede insieme, e nel riaffermare la certezza e la fiducia nel valore dell'essere, del pensiero e della vita, termini dell'azione creatrice e motrice di Dio.
BibL.: I. Levie, L'encyclique H. G., in Nouvelle revue théologique, 82 (1920), pp. 782-93; M. Labourdette, Les enseignements de l'encyclique H. G., in Revue thomiste, 20 (1930), pp. 32 22; M. Flick, L'encicl. H. G. Vero e falso progresso del pensiero cattolico, in Cio. Catt., 1920, III, pp. 277-90; C. Boyer, Les leçons de l'enciel. H. G., in Gregorianum, 21 (1920), pp. 228-40; F. Asensio, La enciclica H. G. y la Escritura, ibid., pp. 240-61; P. Parente, Il significato storico e dottrinale dell'encicl. H. G., Roma 1921. Si veda anche il commento della Theologisch-dyaditische Quartalschrift, 99 (1921), pp. 75-77, e delle principali altre riviste cattoliche.
Pietro Parente
HUMANITAS. - Rivista mensile cattolica, nata nel genn. 1946, con intenti di maggiore aderenza ai problemi vivi, di maggior apertura alle esigenze dei lontani, pur mantenendosi esplicitamente fedele all'insegnamento cattolico (Brescia, editrice Morcelliana).
Ogni fascicolo è diviso in 4 sezioni : religione, filosofia e scienze, storia-politica-economia, critica letteraria e artistica. Evidente la nota innovatrice nella sezione religiosa, che postula una revisione della cura d'anime e dell'apologetica più nell'ispirazione che negli espedienti,
significativa la tendenza ad accentuare la linea Agostino-Pascal-Blondel in quella filosofica; piuttosto compiacente verso la critica d'avanguardia la sezione letteraria; meno definita la direttiva della sezione storico-politica-economica. Larga la collaborazione di autori stranieri; notevoli i tentativi di referendum su "Occidente e Oriente russo" (nn. 8-9 del 1947) e su "Che cav'è l'Europa" (nn. 8-9 del 1930); ed i numeri speciali "La cultura oggi ed i suoi problemi" (nn. 8-9 del 1949) e "Marxismo e cattolicesimo" (n. 5 del 1930).
Mario Bendiscioli
HUMBLOT, François. - Teologo e predicatore dell'Ordine dei Minimi, n. a Verdun nel 1569, m. a Tours il 29 ott. 1612. Religioso a Lione a 24 anni, già dottore in legge, filosofia, matematica, medicina e teologia. Ordinato sacerdote, fu destinato alla predicazione. Clemente VIII lo chiamò a far parte di una compagnia di 8 missionari, per combattere direttamente il calvinismo.
Oratore facondo e brillante, percorse le principali città della Francia. Sostenne dispute con i più accesi calvinisti, che sempre riusci a confutare, talora a convertire. Nell'Ordine ebbe l'ufficio di provinciale (di Tours, di Lione, e della Provenza), di visitatore e procuratore generale (1602-1603). Venerato come santo ebbe l'osore di essere seppellito nella stessa tomba di s. Francesco di Paola.
Importante l'opera: Phantasma coenae ministralis (Padova 1612), che è una confutazione degli errori calvinisti sull'Eucaristia.
BibL.: A. Chovincau. L'leureuse et piuuse mort du r. p. F. H., Parigi 1613; L. D. d'Auchy, Histoire générale de l'Ordre des Minimes, Parigi 1623, pp. 434-86; F. Lanovio, Chronicos generale O. Min., Parigi 1633, pp. 368-69, 381-83, 421-31, 434462; G. Roberti, Disegno storico dell'O. M., II, Roma 1909, pp. 323-28, 629, 641, 642, 678, 700; Acta capitalorum generalium O. M., I, Roma 1916, pp. 292-94; II, 493, 516, 527; P. Bonnard, Histoire du couvent de la Trinité du Mout Pincio à Rome, Romo-Parigi 1933, pp. 69, 93.
Gennaro Moneto
HUMBOLDT, Friedrich Heinrich Alexander von. - Naturalista e geografo, n. a Berlino il 14 sett. 1769, m. ivi il 6 maggio 1859. Le conoscenze acquisite attraverso i lunghi viaggi nell'America centrale e nell'Asia centrale gli permisero di dare un notevole impulso al progresso delle diverse branche delle scienze naturali, della biogeografia, della geografia fisica e dell'economia. Autore di un Cosmos, descrizione fisica dell'universo, con note storiche, bibliografiche, ecc. Con K. Ritter, l'H. è considerato il fondatore della geografia moderna. Benché ritenuto irreligioso da alcuni biografi, sembra abbia avuta netta la credenza in Dio, specialmente negli ultimi anni di sua vita.
BibL.: C. L. Kneller, It cristianesimo e i naturalisti moderni, Brescia 1906, p. 302; G. Caraci, s. v. in Encicl. Ital., XVIII, pp. 593-94; A. A. Michieli, A. H. e i suoi viaggi, Torino 1930, p. 295.
Carmelo Masia
HUMBOLDT, Wilhelm von. - Uomo politico e pensatore, n. a Potsdam il 22 giugno 1767, m. a Tegel l'8 apr. 1835. Dedicatosi agli studi, li completò con lunghi viaggi in Austria, Francia, Spagna (17971801). Consigliere d'ambasciata presso la S. Sede (1802), nel 1809 assume la direzione degli affari del culto e dell'istruzione in Prussia. Ambasciatore a Vienna e Londra, ministro delle corporazioni (1819), mirò alla costituzione della confederazione germanica.
Nei suoi principali scritti politici (cf. soprattutto Ideen über Staatsverfassung, durch die neue französische Konstitution veranlasst, e Ideen zu einem Versuch, die Grenzen der Wirksamkeit des Staates zu bestimmen, entrambe del 1792) oppose al concetto astratto di Stato quello storico di nazione. Lo studio dell'antropologia comparata (cf. il Plan einer vergleichenden Anthropologie del 1795), intesa come ricerca del carattere delle nazioni, rappresentò per H. la premessa alla comprensione dello
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spirito dell'umanità. Si dedicò pure a studi linguistici, sostenendo che la lingua è creazione spontanea e continua dello spirito. Lo H. fu avverso all'intromissione dello Stato nelle coscienze religiose dei cittadini.
Bim.: Il. Gebhardt, II'. v. II. als Staatsmann, $2^{2}$ ed., Stoccarda 1809; S. H. Küchler, II'. v. II. und der Stoat, MonacoBerlino 1926; E. Spranger, W. v. II. und die Humanitaittidee, (vi 1928; R. Leroux, Guillaume de II. La formation de sa pensée jusqu'en 1752, Stessburgo 1932; G. Solari, Studi storici di filosofia del diritto, Torino 1949. pp. 313-42. Sergio Cotiz
HUME, DAVID. - Filosoto, n. il 26 apr. 17 II a Ninovehio (Scuola meridionale), m. a Edimburgo il 25 ag. 1776. Studiò all'Università di Edimburgo, l'antica capitale della Scozia, dapprima, per aderire al desiderio della famiglia, giurisprudenza; poi si volse decisamente allo studio della filosofia e degli autori classici, di Cicerone e di Seneca soprattutto. Erano gli anni in cui l'opera filosofica di Locke e di Berkeley concentrava la generale attenzione, e il giovane scozzese fu preso da una potente ambizione di entrare nella discussione e di porre il suo nome in canto o quello dell'inglese e dell'irlandese. Mentre maturava il suo disegno, per allargare l'orizzonte delle sue vedute, si diede, alcuni anni, a viaggiare. Naturalmente Parigi, ch'era allora il grande centro delle idee più rivoluzionarie, lo attrasse più di ogni altra città; e li, dai 1734 al 1738 , stese il suo Treatise of human nature (Londra 1739-40) che è l'opera sua maggiore, e dalla quale derivò in seguito, con rifacimenti e riclaborazioni, le altre riguardanti lo stesso argomento. Il trattato portava per sottotitolo: Trattatico d'introdurre il metodo sperimentale di ragionare nelle discipline morali (era il metodo, allora acclamatissimo, di Newton), ed era diviso in tre parti : Dell'intelligenza; Delle passioni; Delle questioni morali. Egli, intanto, era ritornato in patria, dove credeva di essersi assicurata con l'opera pubblicata la dovuta rinomanza. Il successo, invece, fu mediocre. D'altronde, l'atteggiamento radicalmente scettico ch'egli in essa aveva assunto, non poteva certo conciliargli il favore della scienza ufficiale, onde non è meraviglia che l'Università di Edimburgo, alla quale chiese una cattedra, glicla negasse. Nel frattempo aveva pubblicato in 2 voll. Essay moral political and literary (1741-42), che, anche per la forma più accessibile alle persone di cultura generale, aveva avuto presso il pubblico migliore fortuna. Seguirono alcuni anni in cui egli cercò, ma invano, una sistemazione, in patria o fuori. Nel 1748 pubblicò An enquiry concerning human understanding, che ripresentava, in forma anche letterariamente più attraente, la tesi capitale del primo libro del Trattato. Segui nel 1751 la Enquiry concerning the principles of morals, che rielaborava il terzo libro del Trattato stesso. Nel 1752 uscirono i suoi Political discourses.
Egli si era, intanto, acconciato a un posto di bibliotecario, dove ebbe opportunità di dedicarsi a una vasta opera, la History of England from the invasion of Julius Caesar to the revolution of 1688 , uscita, in varie riprese, fra il 1754 ed il 1771. Continuava nel frattempo gli studi filosofici, pubblicando nel 1737 Four dissertations, delle quali la prima e più importante era The natural history of religion. Più tardi scrisse i Dialogues concerning natural religion, che egli tuttavia non stimò prudente pubblicare (uscirono postumi nel 1779). Anche i due saggi Of suicide e Of the immortality of the soul, che originariamente facevano parte delle Four dissertations, comparvero, anonimi, soltanto nel 1777. La sua fama era ormai assicurata. Onde, quando nel 1763 si recò a Parigi come segretario di legazione, vi fu accolto
entusiasticamente. Li ebbe l'amicizia dei grandi scrittori e pensatori del tempo, del Voltaire e del Rousseau. Con quest'ultimo, poi, per il suo ben noto carattere stravagante, ebbe un clamoroso incidente (che lo H. volle esposto al pubblico, per dimostrare la propria correttezza, in un opuscolo a stampa). Nel 1767 prese parte agli affari di Stato come sottosegretario al Ministero degli esteri. Ma nel 1768 si dimise e si ritirò nella sua Edimburgo. Visse gli ultimi anni fra pochi amici e molti libri. Dopo lunga malattia si spense il 25 ag. 1776.
L'opera indubbiamente più importante dello H. è il Trattato, e di questo è fondamentale il l. I, il quale contiene la critica del principio gnoscologico posto dal Locke e svolto dal Berkeley. E questo il capolavoro dello scetticismo moderno : scetticismo critico, ossia condotto con metodo rigoroso, in cui lo H. ha rivelato il suo genio distruttivo. Bisogna notare, tuttavia, che il valore di questa critica è limitato all'assunto iniziale da cui muove, ch'è quello di un empirismo inteso come un soggettivismo fondato sull'atto immediato della sensazione. Sicché il risultato di questo scetticismo, almeno per questo aspetto, è stato oltremodo benefico, in quanto ha costretto la filosofia ad abbandonare tale posizione. Come è ben noto, il primo a risentire questo benefico effetto fu E. Kant, il quale, tuttavia, proveniva da altra scuola, da quella wolffiana, in cui s'era tentata una conciliazione fra empirismo e razionalismo.
Il punto decisivo della critica humiana è quello della distinzione fra atto del sentire-percepire, che qui vive definito come impressione (per coglierlo nella sua realtà più immediata), e l'idea. Questa è una riflessione posteriore all'atto, quando la sensazione è passata già nella memoria, ed è, perciò, assai meno viva ed evidente dell'impressione còlta nella sua attualità. Cade, cosi, tutto l'edificio delle idee, con le quali, credendo di poterle legittimamente derivare dall'atto dei percepire, tanto Locke quanto Berkeley avevano cercato di spiegare il mondo dell'esperienza. Un'altra distinzione, fondamentale dall'empirismo lockiano-berkelerano, era quella di esperienza esterna ed esperienza interna: lo H. sostenne che l'impressione, nella sua attualità, non sopportava la distinzione di un esterno da un interno, di un oggettivo da un soggettivo.
Posti questi principi, l'assunto dell'autore diventa ora di dimostrare la vanità di ogni idea, o nozione (come egli abitualmente fa chiama), non derivata da un'impressione; e, nello stesso tempo, di sostituirla con un'idea più conforme e adeguata all'impressione in cui va risolta. Il libro diviene, cosi, una trattazione critica di tutto il mondo delle idee, con le quali i filosofi si argomentavano di spiegare il mondo dell'esperienza. Capitale è, in questa trattazione, l'opera della fantasia, che è la facoltà, ora, delle idee, quella che le elabora e unisce in rapporti per costruire un vero e proprio sapere comprendente, oltre l'esperienza passata, anche quella futura. Si noti che, per spiegare questi rapporti, lo H. suppone che l'impressione originaria sia equivalente a un fascio d'impressioni, da cui deriverebbero le idee prime, concrete, le quali per una legge naturale (si pensi all'attrazione universale di Newton) si associano sì che lo spirito è spinto, come da una forza inavvertita, a passare dall'una all'altra. Le leggi di questa associazione sono tre: per somiglianza, per contiguïté, per causalitá. Fa qui la sua apparizione il principio dell'abitudine (custom), e della tendenza a passare da ciò che percepiamo attualmente a ciò che, avendolo percepito nel passato insieme con l'altro, aspettiamo di percepire di nuovo. Di qui quel sentimento di aspettazione e di fiducia che lo H. chiama credenza (belief).
Questa la prima parte del libro. La seconda contiene la celebre critica delle idee di spazio e di tempo. Spazio e tempo si rivelano non come impressioni (non essendoci nessun organo specifico di essi), ma come rapporti o modi di presentarsi delle impressioni (nell'impressione originaria). Spazio, infatti, è coesistenza, tempo
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è successione d'impression: rapporti, dunque, non \& cose n, non una realtà oggettivamente esistente. La realtà, ad es., del punto matematico è nell'idea corrispondente all'impressione di un minimo di percettibilità (un granello disabbia, ad es.). Di quila svalutazione delle matematiche, in quanto l'esattezza e il rigore di cui si vantano, qualora le loro idee vengano riportate alla concretezza dell'esperienza, si rivelano come semplici approssimazioni.
Nella terza parte primeggia la famosa critica dell'idea di causalità (questa è anche la parte ripresa, poi, e svolta nell'opera posteriore, nella Ricerca, la quale, come s'è detto, ebbe per gran tempo prima e dopo Kant maggiore notorietà). La massima accolta in metafisica, per cui "tutto ciò che comincia ad esistere deve avere una causa della sua esistenza $n$, ricondotta sul terreno dell'esperienza da cui ha avuto origine, mostra evidente la sua inerimatura : essa pretende a una necessità che, in concreto, non è mai dimostrabile : si tratta, al massimo, di una costanza finora sperimentata nella successione di due fatti : non mai di una necessità vera e propria, per cui, come in logica, sia escluso il contrario. E per questa costanza noi confidiamo che, ciò che abbiamo constatato fin qui, seguitera ad esistere nello stesso modo in avvenire. Cosi, nella rovina del principio di causalità, veniva travolto il fondamento delle scienze sperimentali in quanto tali.
Nella parte quarta, ultima, si raccolgono, in certo modo, le conclusioni più generali della critica precedente, applicandole sia alla filosofia antica che a quella moderna. Si combatte, infatti, tanto l'oggettivismo dell'una, quanto il soggettivismo dell'altra. Se le idee di sostanza, d'ideosità, ecc. si rivelano, alla fine, mere finzioni della fantasia, senza un fondamento reale, che cosa resta di ciò che chiamiamo "oggetto", e di ciò che chiamiamo "soggetto"? Nulla di concreto. L'esistenza, anch'essa, è un'idea astratta, in quanto presuppone quelle ora accennate. Alla fine, l'atto resta solo con se stesso: un fascio di sensazioni, un'impressione d'impressioni, una serie e un fluire di atti, che non permettono di affermare nulla della realtà, neanche di se stessi. Scetticismo assoluto, mitigato soltanto da quel sentimento che, nel filosofo non meno che nell'uomo comune, segue il corso spontaneo del pensiero, e gli dà una fede nella realtà, sufficente ai bisogni della sua vita.
Anche nel problema morale lo H. si riattacca all'opera dei suoi predecessori, alla scuola dei moralisti inglesi, che nell'innato e spontaneo "senso morale" avevano cercato di salvare dal criticismo distruttore del razionalismo il principio della moralità. La "ragione ragionante" non ha forza, per sé, a muover l'uomo all'azione: ci vuole la passione, il sentimento. D'altra parte, per la moralità non basta il sentimento, se questo si limita al proprio benessere, alla propria utilità (selfish system) : ci vuole un sentimento superiore. Per questa via, aperta dallo Shaftesbury, si erano messi Hutcheson e Butler : H. prosegue l'opera loro con una critica più acuta e precisa, e determina il principio della coscienza morale come sentimento di simpatia, per il quale noi sentiamo "naturalmente" piacere o dolore insieme con il piacere o dolore degli altri (similmente, egli dice, al movimento di una corda che si comunica alle altre ugualmente tese). Principio di vita sociale, questo, che poi si consolida nell'ulteriore sentimento della giustizia, per il quale noi arriviamo a giudicare del valore di un'azione indipendentemente da ogni attuale piacere o interesse personale : ossia, ad amare l'umanità dell'uomo in ogni uomo. Questo principio della simpatia fu poi svolto da A. Smith : esso, tuttavia, era ancora suscettibile di un'interpretazione utilitaristica, come si vide con il Bentham (v.).
Dove, invece, la mentalità scettica dello H. ricompare con tutta la sua forza distruttiva, è nella filosofia della religione. Qui, non solo il cristianesi-
mo, ma anche quel minimo di religione che si voleva salvare con l'idea, fatta propria dal deismo (v.), di una "religione naturale", vengono minati alla base. Nel Dialoghi si combattono le prove a posteriori dell'esistenza di Dio, quella cosmologica e quella teleologica, con argomentazioni che già preludono quelle kantiane. Si aggiunge la critica dell'argomento morale, facendo forza sul fatto del male ch'è nel mondo, onde il suo principio non può essere la bontà. Nella Storia naturale della religione si cerca positivamente il principio del sentimento religioso, e lo si ripone, lucrezionalmente, nel terrore della morte, nella paura dell'infelicità, nel desiderio e nell'ansia del benessere. Il politeismo è, per lo H., la forma prima e più genuina del sentimento religioso dell'umanità in generale, e da esso, non dalla ragione astratta o filosofica, vien fuori poi l'idea monoteistica, la quale, se pure sembra superiore per l'opera della riflessione, si mostra poi, con la sua intolleranza, inferiore al politeismo. In ogni modo, nel contrasto delle fedi, lo H. vede soltanto una lotta di superstizioni : e si ritira di nuovo, illuministicamente, "nelle calme, quantunque oscure, regioni della filosofia", (v. anche causa; scetticismo).
Tutte le opere dell'H. sono all'Indice con la espressione opera omnia, decr. 19 genn. 1761, 10 sett. 1827.
Non.: L'edizione migliore delle opere complete dello H. è quella a cura di T. H. Green e T. H. Grose in 4 voll. ( $2^{\circ}$ ed., Londra 1890). Si aggiunge un Estratto del trattato, ritrovato da poco (testo e trad. it., Padova 1912; trad. con commento, Bari 1948). Trad it. della Ricerca su l'intelletto umano e sui principi della morale, a cura di G. Prezzolini; del I. I del Trattato, a cura di A. Carlini; e della Storia naturale della religione e Saggio sul suicidio, a cura di U. Forti (Bari 1910, 1928, 1928). Per la biografia e bibliografia, J. H. Burton, Life and Correspondance of D. H., Edimburgo 1930; J. Y. Greig, D. H., Jonatan Cape 1931, e The letters of D. H., Oxford 1932; Th. E. Jessop, A bibliography of D. H. and scatish philosophy, Londra 1938. - Tra le più recenti monografie: G. W. Hendel, Studies in the philosophy of D. H., Princeton 1923; R. Metz, D. H. Leben und Philosophie, Stoccarda 1929: B. M. Laing, D. H., Londra 1932; J. Laird, $H /$ 's philosophy of human nature, ivi 1932; G. Della Volpe, La filosofia dell'esperienza di D. H., 2 voll., Firenze 1933-35: M. Dal Pra, H., Milano 1949.
Armandu Carlini
HUMMELAUER, Franz. - Esegeta gesuita, n. a Vienna (Austria) il 14 ag. 1842 , m. a s'Heerenberg (Olanda) il 12 apr. 1914. Il 2 ag. 1860 entrò nella Compagnia di Gesù; risiedette per lungo tempo (1895-1908) a Valkenburg; nel 1903 fu nominato tra i primi consultori della Commissione Biblica; dal 1908 al 1911 si occupò di ministeri d'apostolato a Berlino; trascorse gli ultimi anni, ammalato, nella casa di noviziato di s'Heerenberg.
Incominciò la sua opera esegetica con 18 articoli sui primordi del genere umano, che pubblicò nel periodico Stimmen aus Maria Lunch (1873-82). Quindi commento, in volumi pubblicati nella collezione Cursus Scripturae Sacrae (Parigi), il Pentateuco e i seguenti libri storici : Libri Samuelis seu I-II Regum (1883), Indices et Ruth (1888), Genesis (1893), Exodus et Leviticus (1897), Numeri (1899), Deuteronomium (1901), Issue (1903), Liber I Paralipomenon (1905); ma non portò a termine II Paralipomeni né III e IV (I-II) Re. Scrisse anche quattro monografie, due volte trattando Der Biblische Schöpfungsbericht (Friburgo 1877-98), quindi Exegetisches zur Inspirationsfrage ([Bibl. Studien, 9, iv], Friburgo in Br. 1904). Quest'opera soprattutto suscitò delle contraddizioni e non si può negare che alcune conclusioni siano meno solide e alcune affermazioni affrettate; tutto però fu detto con profonda scienza, nell'intenzione pura di aprire una via alla soluzione delle odierne difficoltà. Lasciò un ottimo libro di meditazioni: S. Ignatii de libro Exercitiorum meditationum et contemplationum puncta (Friburgo in Br. 1896; 7 ed. ivi 1925).
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Bint.: L. Koch, Jesuiten-Lexikon, col. 834; A. Bea, s. v. in Dils, III, coll. 144-46. Urbano Holzmeister
HUNG-HOA, vicariato apostolico di. - Situato nelle regioni interne del Tonkino settentrionale, venne eretto il is dic. 1895 con il nome di Tonkino superiore, distaccandolo dal vicariato apostolico del Tonkino occidentale. Assunse l'odierna denominazione il 3 dic. 1924.
Il suo territorio di 60.000 kmq . comprende le province civili di Son-Tay, Phu-Tho, Yen-Bai, TuyenQuang, Hoa-Binh, Son-La, Lao-Kay. Nella provincia di Phu-Tho si trova la città di H.-H. che è la residenza dell'Ordinario. E affidato ai padri della Società delle Missioni Estere di Parigi. Nella parte piana del territorio gli abitanti sono tutti di stirpe annamita, mentre nella zona montana gli abitanti, ancora agresti e nomadi, si dividono in tre tribù: Tho, Mian, Men. Molti credono nella metempsicosi e per tale ragione vien fatto di trovare frequentemente cibarie presso le tombe. Su una popolazione di 1.202 .000 ab., i cattolici sono 68.000 con 4383 catecumeni; i pagani assommano a 1.134 .000 . Vi sono 56 sacerdoti annamiti e 22 stranieri; 65 suore annamine e 4 straniere; 93 catechisti e 14 maestri. Un seminario minore con 120 alunni e 9 seminariati maggiori che studiano fuori della missione; 37 quasi-parrocchie; 6 stazioni primarie e 478 secondarie; 62 chiese e 437 cappelle; 62 scuole elementari con 1845 alunni e 369 alunne; 4 ospedali con 70 letti, 4 dispensari con 12.450 consultazioni annue; 4 orfanotrofi con 85 orfani e 70 orfanelle; 4 ricoveri per vecchi con 90 ospiti; un lebbrosario con 190 ricoverati.
Bint.: Archivio di Propaganda Fide, Relatio quinquennalis, pos. prot. n. 381/26; AAS, 17 (1925), pp. 25-26; MC, 1950, p. 279 .
Edsardo Pecorzio
HUNGTUNG, diocesi di. - Nella provincia civile ed ecclesiastica dello Shansi, nella Cina settentrionale. Fu eretta in prefettura apostolica il 17 giugno 1932 con territorio staccato dalla missione di Luan e fu affidata al clero secolare cinese; il 18 apr. 1950 fu elevata a diocesi, suffraganea di Taiyuan.
Ha una estensione di ca. 16.000 kmq . Al 30 giugno 1946, su un totale di 1.300 .000 ab., i cattolici erano 12.398 e i catecumeni 699 . Il personale missionario era formato da 28 sacerdoti cinesi e 2 stranieri, con cui collaboravano 11 catechisti, 28 maestri e 92 battezzatori. Gli alunni nel seminario preparatorio erano 13, nel minore 18 e 12 nel regionale di Suanhwa (v.), che da qualche anno è stato trasferito a H. Il territorio canonicamente diviso aveva 8 quasi-parrocchie, nella parte restante v'erano 6 stazioni primarie e 3 secondarie. Le chiese erano 5 e 5 le cappelle. Tra le opere si contavano 1 ambulatorio, 1 orfanotrofio con 35 bambine. Nelle tre scuole elementari si educavano 314 bambini e nell'unica scuola media 120 alunni. Gli ascoltatori delle 8 scuole di preghiera e primi elementi erano 292.
I primi cristiani del territorio di H. datano dal 1760; nel 1881 fu acquistata la prima casa per servire come cappella e residenza. Ma il cattolicesimo non vi fece visibili progressi se non dopo la persecuzione del 1900: l'anno seguente si contavano 2186 cristiani. La missione ha molto sofferto per la guerra nippo-cinese e poi per quella civile comunista.
Bint.: AAS, 24 (1932), p. 371; GM, p. 197; Archivio S. Congregazione de Propaganda Fide, Relazione H. al 30 giugno 1946; MC, 1950, pp. 32425.
Adamo Pucci
HUNTINGDON, Selina Hastings, contessa di. - Fondatrice di una setta protestante, n. a Stanton Harold nel Leicestershire (Inghilterra) il 24 ag. 1707, m. a Londra il 17 giugno 1791. Andata sposa nel 1728 a Teofilo Hastings, conte di H., nel 1738 si interessò dell'incipiente movimento metodista. Rimasta vedova nel 1746 e morti tutti i suoi figli, si consacrò totalmente al detto movimento.
La sua casa e la sua cappella di Parket Street a Londra
furono centro di propaganda metodista anche tra i nobili inglesi, quali Lord Bolingbroke, Lord Chesterfield, Orazio Walpole ecc. Disponendo di larghi mezzi finanziari, eresse in vari luoghi molte cappelle, e fondò il Seminario di Trevecca, trasferito, dopo la sua morte, a Cheshunt, per la formazione di ministri metodisti. Fu suo cappellano G. Whitefield, il compagno di G. Wesley; e quando avvenne la scissione tra questi due capi del metodismo, inclinando il Whitefield alle dottrine calviniste, contro ciò che voleva e insegnava il Wesley, la contessa aderì al partito del suo cappellano. Alla morte di questi, nel 1777, essa divenne praticamente capo o sovrintendente della nuova setta, chiamata "The countess of H.'s Connexion". Procurò di mantenersi sempre unita alla Chiesa anglicana, della quale conservò la liturgia, ma interpretò i 36 articoli in senso calvinista. Solo a malincuore si separò dalla Chiesa ufficiale nel 1779, per le difficoltà sorte da parte della gerarchia anglicana sulla nomina dei cappellani della "Connexion". Quando morì esistevano 64 gruppi e cappelle della nuova setta. Dopo la sua morte a poco a poco fu adottato il regime congregazionalista, cosicché questa setta è forse l'unica che abbia il regime congregazionalista, la dottrina calvinista e la liturgia anglicana.
Bint.: anon., The life and times of Selina countess of H., 2 voll., Londra 1844; L. Tyerman, The Life of the rev. George Whitefield, 2 voll., ivi 1876; anon., s. v. in Ene. Ital., XXIII, p. 605 ; K. M. Davies, Lady H. is Threfeeca, in Journal of the historical Society of the presbyterian Church of Wales, 27 (1942), pp. 66-75.
Camille Crivelli
HUNYADI, Janos. - Stratega geniale ed eroe ungherese nelle lotte contro i Turchi, n. nel castello Hunyad in Transilvania ca. il 1387, m. a Zemun l'1 ag. 1456.
Di origine romena, dapprima servì il re Sigismondo nelle guerre hussite, poi negli aa. 1433-35 milito al soldo di Filippo Maria Visconti signore di Milano, dove apprese a fondo l'arte militare e s'iniziò alla cultura umanistica.
Ritornato in Ungheria condusse per conto del re Ladislao I numerose campagne vittoriose contro i Turchi, respingendoli oltre i Balcani (1443). Ma la situazione vantaggiosa fu rovesciata dalla diastorica battaglia di Varna (1444), intrapresa contro le disposizioni di H. dal Re, il quale vi peri insieme con il card. legato G. Cesarini (v.), principale promotore di questa nuova spedizione. Nel periodo 1446-53 H., capitano del Regno e reggente, difese vittoriosamente i diritti di successione di Ladislao Postumo, sotto il cui regno continuò nelle lotte contro i Turchi e nel 1456, con le sue truppe - infiammate da s. Giovanni da Capestrano (v.) - liberò Belgrado sasediata. Ma colpito dall'epidemia morì a Zemun. Il suo secondogenito Mattia H. detto Corvino divenne nel 1458 re d'Ungheria.
Bint.: L. Kupelwieser, Die Kämpfe Ungarns mit den Osmanen bis zur Schlacht bei Mubice (1518), Vienna 1895; Pastor. I, p. 290 sag. Altra bibl. in I Calmette. L'élaboration du monde moderne, $3^{e}$ ed., Parigi 1949, pp. 263 e 297. Giuseppe Olär
HUONDER, Anton. - Gesuita, missionologo, n. a Chur (Grigioni) il 25 dic. 1858, m. a Bonn il 23 ag. 1926. Ricercato predicatore degli esercizi spirituali, specialmente ai sacerdoti, e forbito scrittore, fu dal 1889 collaboratore e, a due riprese, direttore (1902-12; 1916-18) del periodico Die katholischen Missionen, dove con numerosi articoli e studi dedicati alla storia e ai più importanti problemi missionari, poté esercitare un influsso molto efficace e, sotto alcuni aspetti, di pioniere, ad es., nella questione del clero indigeno e nello sviluppo delle unioni missionarie in patria.
Opera principali: Deutsche fesuitenmissionäre des 17. und 18. Jahrhunderts (Friburgo in Br. 1899); Der einheimische Klerus in den Heidenländern (ivi 1909); Bonnerträger des Kreuzer (2 voll., ivi 1913-15); Zur Geschichte des Missionstheaters (Aquisgrana 1918); Der hl. Ignatius von Loyola und der Missionsberuf (ivi 1922); Die Verdienste der katholischen Heidenmission um die Buchdruckerkunst... vom 16.-18. Jahrhundert (ivi 1923). Per la
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propaganda missionaria : Die Mission auf der Kanteel und im Verein (3 voll., Friburgo in Br. 1912-14). Come scrittore di ascetica si acquistò assai merito con la serie di meditazioni: Zu Flissen des Meisters (4 voll., ivi 1913-30; trad. it. dei voll. I-II, Torino 1933-35) e Ignatius von Loyola, Beiträge zur seinem Charakterbild (postumo, a cura del p. B. Wilhelm, ivi 1932; trad. it., Torino 1935).
BraL. A. Stockmann, s. v. in Zouiten-Lexikon, coll. 834-35.
Celestino Testore
HURRITI (HURRI). - Popolo del Medio Oriente antico con propria lingua (e letteratura), propria religione e probabilmente anche propria arte. Il termine H. esprime quindi un concetto linguistico ed etnografico. Invece Subartu è un nome geografico che indica una regione, il cui centro è l'Assiria posteriore; come concetto geografico comprende nei millenni iti e it a. C. diversi popoli (fra i quali anche i H., abitanti di quella zona).
I più antichi documenti per i H. sono: i) la tavoletta di Tisari, re di Urkiš (probabilmente nella regione del fiume Habur), composta in lingua hurritica, nella quale occorrono anche i nomi del dio (hurrita) Simiga e della «dea della terra Nagar». Questo documento è del sec. xxvi/xxiri a. C. a) Un po' più tardi, ma ancora prima della $3^{\text {h }}$ dinastia di Ur (2070-1960 a. C.) un'altra tavoletta in lingua accadica dà notizia del re Arišen che dedica un tempio nella terra (accadissata) di Havelum al «dio onorato Nergal», dio sumero-accadico. In questo testo occorrono i nomi geografici di Urkeš e di Nawar. 3) Verso il 2000 a. C. il nome della «terra» e della «montagna» Hur-ru-am ricorre in un poema sumerico mitologico. Questo territorio è probabilmente da collocarsi nella zona dei monti dello Zagros (ad oriente del Tigri). 4) Ma già i nomi propri della $3^{\text {h }}$ dinastia di Ur sono composti con elementi hurritici (che dopo occorrono in Nuzu) come ar, hat, itb, nan, fen ecc. Al contrario nomi di questo tipo non si trovano all'inizio del II millennio a. C. né in Susa (Elam), né in Mari (dove furono trovate tavolette in lingua hurritica), né in Siria. La Siria in questo periodo è abitata in gran parte dagli Amorriti (v.), ma nel settentrione in Alalah (Tell Atchana) si trovano già nobili hurriti. Tutta questa documentazione va più o meno fino all'a. 1700 a. C.
Dal 1700 al 1550 a. C. manca la documentazione immediata, ma dopo il 1550 risultano i seguenti fatti: 1) l'Assiria sta sotto i H., cioè sotto il regno di Mitanni; 2) ad oriente del Tigri si trova un centro hurritico in Nuzu; 3) nella ospitale stessa degli Hittiti, in Hattušaš (Boghaskōy) sono venerati molti dèi hurriti; 4) i H. si sono spinti dalla Siria settentrionale fino alla Palestina e Edom (p. es., gli Horiti, Volg. Horraei: Gen. 36, 20-22; Deut. 2, 12, 22).
Si ha conseguentemente una prima diffusione dei H. nella Mesopotamia nei secc. xxir-xx a. C., nella quale il dio (hurritico) Kumarbi è stato inserito nel pantheon babilonese come «re degli dèi» in un periodo di debolezza politica della Babilonia. In seguito vi fu un'altra grande migrazione e infiltrazione hurritica fra il 1700 e il 1550 , nella quale tribù hurritiche creano il regno Mitanni. In questo regno i H. costituiscono la parte preponderante e principale, ma non sono i reggenti. Questi sono gli Indo-arci, specialmente i marianui, una casta nobile di cavalieri.
Le tracce dei H. si trovano ancora nel I millennio a. C. negli Urartei (fra il 900 e il 600) tra il lago Urmia e il lago Van.
La lingua dei H. è in scrittura cuneiforme, ed ha la peculiarità di una strana costruzione passiva, così che gli scrivani di Nuzu nei loro testi accadici di tanto in tanto cambiano il soggetto con l'oggetto. L'importanza dei H. nella letteratura risulta dal "poema Kuniarbi» (conservato in lingua hittita), in realtà un ciclo di miti differenti.
Quanto alla religione, gli dèi dei H. (per mezzo dei quali si possono distinguere, almeno in parte, i nomi propri hurritici dagli altri) sono Teššub (il dio delle tempeste) con sua moglie Hepa (la dea del sole), Simike (il dio sole), ecc.
Nell'arte, molti motivi sia nella glittica sia nella ceramica sono oggi considerati piuttosto come motivi hurritici che come hittiti.
BraL.: La tavoletta di Tisari: A. Parrot-J. Nougayrol, Un document de foudation burrire, in Revue d'ostyriologie, 42 (1948), pp. 1-20; la tavoletta di Arišen: Fr. Thoreau-Dangin, Tablette de Samarra, ibid., 9 (1912), pp. 1-4; Hur-ru-am-hur-ra, Hur-ru-am bur-rag-ed (terra Hurrum, montagna Hurrum) : cf. S. N. Kramer, Samerian mythology, Filadelfia 1944, p. 114, nota 44; Journal of cuneiform studies, 1 (1947), p. 23. Rv. V: 3. : 2; per i nomi propri e i loro elementi di composizione: I. J. Gelb, Hurrians and Subarinas, Chicago 1944; E. R. Lachmann, Nazi personal names, in Journal of near eastern studies, 8 (1949), pp. 48-52; per la storia: R. T. O' Callaghan, Arom Nubarmin, Roma 1948 (con rissa bibl.); G. Contenau, Hourrites, in Uth. IV, coll. 129 138; per la distinzione fra H. e Subarci: Zeitschrift für A