volume-06

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Subarinas, Chicago 1944; E. R. Lachmann, Nazi personal names, in Journal of near eastern studies, 8 (1949), pp. 48-52; per la storia: R. T. O' Callaghan, Arom Nubarmin, Roma 1948 (con rissa bibl.); G. Contenau, Hourrites, in Uth. IV, coll. 129 138; per la distinzione fra H. e Subarci: Zeitschrift für Assyriologie, 49 (1949), pp. 236-39; per la lingua: E. A. Speiser, Introduction to burrian, Nueva Haven 1941; per la letteratura: H. Otten, Mythische und magische Texte in hethitischer Sprache, Berlino 1943; id., Die Überlieferung des Telipion-Mythos, Lipsia 1942; cf. H. G. Güterbock, in Orientalia, 12 (1942), pp. 338-57; id., Kumarbi, Mythen vom churritischen Kreuon aus den hethitischen Fragmentse zusammengestellt, übersetzt und erklärt, Zutigo-Nueva York 1946; J. Friedrich, Der churritische Mythos vom Schlangendikmon Heidamme in hethitischer Sprache, in Archiv Orientalio, 17 (1949), pp. 210-24; H. Otten, Mythen vom Oette Kumarbi, Neue Fragmente, Berlino 1920; per la religione e arte: A. Maertzot, Die bildende Kunst des alten Orients und die Bergadiker, Berlien 1932; G. Contenau, La civilisation des Hittites et des Hurrites de Mitanni, Parigi 1948; K. Blind, Nur hethitische oder auch burritische Kunst, in Zeitschrift für Assyriologie, 49 (1949), pp. 256-90; G. Furlani, La religione drafi H. (Subarci, Mitannici), in Storia delle religioni diretta da P. Tacchi-Venturi, I, $3^{2}$ ed., Torino 1949, pp. 241-51.

HURTADO, Pedro de Mendoza. - Teologo e filosofo della Compagnia di Gesù, n. nel 1578 a Valmaseda, m. il io nov. 1615 a Madrid. Insegnò filosofia e teologia a Salamanca.

Scrisse Disputationes a sumunlis ad metaphysicam (Valladolid 1615, Lione 1617 con il titolo Disputationes de universa philosophia; altre edizioni successive); Disputationes de Deo homine vivo de incarnatione filii Dei (Amberes 1634). Altre opere sono inedite. Segue in teologia e filosofia l'indirizzo suarcziano.

BraL.: Sommervogel, IV, coll. 234-35; A. Astrain, Ilist. de la C. de J. en la Assistencia de España, V, Madrid 1916, pp. 83-86.

Uzo Viglino
HURTADO de MENDOZA, Diego. - Letterato ed uomo politico, n. a Granata nel 1503, m. a Madrid il 14 ag. 1575. Studiò in Spagna e in Italia. Dal 1539 al 1547 fu ambasciatore di Spagna a Venezia, dove raccolse libri e manoscritti, specialmente greci, che lasciò poi alla Biblioteca dell'Escorial. Nel 1545 rappresentò Carlo V al Concilio di Trento. Nel 1547 fu ambasciatore a Roma e governatore di Siena. Servì nella guerra di Granata (1568).

Dotto umanista, compose poesie, imitando ora i modi italiani ora l'antico stile spagnolo, e opere in prosa. Molte gli furono falsamente attribuite. Certamente sua è la Guerra de Granada, che narra la rivolta dei mariscos e nella quale lo stile umanistico è avvivato da particolari pittoreschi e da accenti personali di risoluta imparzialità.

BraL.: J. D. Veammair, D. D. H. de M., ein spanischer Humanist des 16. Jahrhunderts, Monaco 1882-84; F. Selian y Alonso, D. D. H. de M.: apuntes biográfico-criticos, Granata 1886; R. Fouiché-Delbosc, Les oeuvres attribuées à Mendoza, in Rev. Hispanique, 32 (1914), pp. 1-86; A. González PalenciaE. Mele, Vida y obras de Don D. H. de M., 3 voll., Madrid 1941 1943; A. Valbuena Prat, Historia de la literatura española, I, Barcellona 1946, p. 737 seg.

Roberto Palmarocchi
HURTER, Friedrich von. - Storico, n. il 19 marzo 1787 a Sciaffusa (Stizzera), m. il 27 ag. 1865 a Graz (Austria). Studiò a Gottinga dal 1804 al 1806. Pastore protestante a Sciaffusa, si dimostrò assai con-

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ciliante verso i cattolici; non godette pertanto a lungo le simpatie dei circoli protestanti : nel 1841 rinunciò alla sua carica ed il 16 giugno 1844 si converti al cattolicesimo.

Storico di corte a Vienna, pubblicò in undici volumi un'opera, ancora oggi preziosa, sull'imperatore Ferdinando II (Geschichte Kaiser Ferdinands II. und seiner Eltern bis zu dessen Krönung in Frankfurt, Sciaffusa 18501860) e si occupò della vita del Wallenstein (Beiträge zur Geschichte Wallensteins, 1855; Wallensteins vier letzte Lebensjahre, 1882). Larga rinomanza acquisitò la sua opera in quattro volumi: Geschichte Papa! Innocenz's III. und seiner Zeitgenossen, Amburgo 1834-42, che ebbe traduzioni anche in italiano.

Bim.: H. Hurser, P. von H. und seine Zeit, 2 voll., Graz 1876-77; F. X. Wegele, s. v. in Allgemeine Deutsche Binaraphie, XIII, pp. $430-44$.

Silvio Furlani
HURTER, Hugo Adalbert. - Gesuita, teologo e storico della teologia, n. a Sciaffusa l'11 genn. 1832, m. a Innsbruck il 10 dic. 1914. Protestante, seguì il padre Federico nella conversione (Roma 1845); sacerdote nel 1855, gesuita nel 1857 , fu dal 1858 al 1912 professore di teologia dogmatica a Innsbruck. Nel periodo 1887-90 fu anche rettore del «Canisianum ".

Le opere principali, che lo fanno annoverare tra i più importanti teologi dei suoi tempi, sono: Theologiae dogmaticae compendium ( 3 voll., Innsbruck 1876-78; $12^{\circ}$ ed. ivi 1909), solido, chiaro, ordinato, fra i più divulgati; ridotto, poi, in compendio : Medulla theologiae dogmaticae (ivi 1879); e soprattutto il Nomenclator litterarius theologiae catholicae, dapprima in 3 voll. (ivi 1871 1886), che partivano dal periodo postridentino; poi in $2^{\circ}$ ed. di 4 voll. (ivi 1891-92), che risalivano fino al 1109 ; indi in $3^{\circ}$ ed. di 5 voll. (ivi 1903-13), che risalgono fino alla prima età patristica. L'opera è finora insostituita e analizza una stragrande serie di autori, dividendoli per epoche storiche, per nazione e per materia, con note e citazioni bibliografiche copiose. Curò pure l'edizione: SS. Patrem opuscula selecta ( 54 voll., ivi 1868-92), arricchendola di utili note e dissertazioni.

Bim.: J. Hillenkamp, P. H. H., Innsbruck 1917; F. Lauchert, P. H. H., in Katholik, 20 (1917, II), pp. 116-21.

Celestino Testore
HUS (ebr. ' $\bar{U} s$ ). - Regione ("terra di H. »), patria di Giobbe (Job 1, 1). Poiché Gen. 36, 28 pone H. tra i discendenti di Seir, c Lam. 4, 21 congiunge H. con Edom, la «terra di H.» è da porsi nel territorio di Edom, ai confini tra questa e l'Arabia.
A. Musil ne trova la traccia in el-'18, tra et-Tafileh e Wâdî el-Hesâ. Altri preferiscono porlo a sud di Ma'ân, esposto alle incursioni sabee dal Hiğde e a quelle caldee provenienti dall'est. L'antica tradizione ebraica lo cercava nel Hawrân.

Bim.: F. Diorme, Le livre de Job. Parigi 1926, pp. xixxxir; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, ivi 1933, p. 284; F. Zorell, Lexicon hebraicum. Roma 1940 sgg., p. 581; A. Vaccari, La S. Bibbia, IV, Firenze 1949, p. 17. Francesco Spadafora

HUS, JAN. - Agitatore religioso, instauratore dell'hussitismo e della Chiesa nazionale ceca, n. ca. il 1370 a Husinec nella Boemia meridionale da umili parenti e giustiziato a Costanza in Svizzera il 6 luglio 1415.

Dopo i primi studi, iscrittosi a Praga alla facoltà delle arti, H. conseguì nel 1393 il baccellierato in artibus, nel 1394 quello di teologia, e nel 1398 il grado di maestro in arti. Nel 1401-1402 fu decano della facoltà di filosofia, nel semestre 1402-1403 rettore dell'Università di Praga. Nel 1400 , anno in cui era stato ordinato sacerdote, aveva iniziato la predicazione nella chiesa di S. Michele, con successo crescente, sicché nel 1402 ottenne, con beneplacito del re Venceslao, il pergamo della grande cappella, destinato ai sermoni in lingua ceca, detta di Betlemme. Dotato di eccellenti qualità, dialettico irruente, con parola viva ed efficace H . cominciò ad essere uno dei rappresentanti più influenti della nazione ceca.

I temi da lui trattati erano soprattutto la riforma del clero e l'elevazione morale e religiosa del popolo, avendo in ciò un forte appoggio dal re Venceslao IV, e dal giovane e zelante arcivescovo di Praga Zbynok di Hasenburg, il quale gli affidò nel periodo 1403-1407, insieme con Stanislao da Znaim, l'ufficio delle conferenze agli ecclesiastici nei periodici convegni del clero. Dal 1404 cominciò a tenere anche corsi di teologia all'Università.

In quegli anni avevano cominciato a serpeggiare in Boemia le dottrine ereticali di Wyclif, portate dall'Inghilterra da Girolamo di Praga. Le rivalità tra Tedeschi e Cèchi ebbero in tale occasione una manifestazione nel fatto che, mentre i cèchi Stanislao da Znaim e Palec se ne mostrarono sostenitori, i maestri tedeschi fecero condannare 45 articoli desunti dalle opere di lui. L'H. in un primo tempo tenne un atteggiamento neutrale e conciliante; ma pian piano si orientò verso l'errore wyclifita. Già dal 1405 , nei suoi discorsi e scritti, si poterono notare affermazioni più o meno contrarie alla dottrina ortodossa. Nel 1408 l'arcivescovo cominciò ad accorgersene, ed essendo stato esortato vivamente da Innocenzo VII (vero Papa) ad estirpare l'eresia, gli proibì di tenere prediche contro il clero, proibizione che H. non osservò, sostenendo anzi nel trattato De arguendo clero (1408) che i sacerdoti indegni dovessero essere pubblicamente redarguiti. Alle questioni religiose si mescolarono quelle nazionalistiche. Il dissidio tra Tedeschi e Cèchi acuiva la situazione; l'H., facendosi paladino delle rivendicazioni cèche, con lo studio della lingua nazionale, di cui fin dal 1405 fece uso accanto al latino nelle sue opere, acquisir siò un prestigio ed un'influenza di prim'ordine. Stese inoltre inni religiosi e curò la riforma della ortografia ceca (per ogni suono sconosciuto al latino egli propose una lettera con l'aggiunta di un segno diacritico e tale riforma passò ai posteri: cf. De ortographia bohemica, ed. Sembera, Vienna 1857).

Nel 1408, in seguito al perdurare dello scisma d'occidente, avendo Venceslao IV optato per la neutralità tra Gregorio XII e Benedetto XIII (antipapa), e con lui i maestri cèchi, mentre l'arcivescovo con l'alto clero ed i Tedeschi avevano aderito a Gregorio XII (vero Papa), l'Università fu investita della questione, e la decise con 3 voti (delle nazioni bavarese, sassone e polacca) contro i (dei Cèchi) in favore di Gregorio e quindi schierandosi con l'arcivescovo. Il Re allora emanò un decreto (Kuttemberg, 18 genn. 1409) con il quale invertiva le proporzioni dei voti all'Università, riservandone tre alla nazione ceca ed uno alle altre, ottenendosi di nuovo la maggioranza per i Cèchi; ma i Tedeschi per protesta abbandonarono Praga e, ritiratisi a Lipsia, vi fondarono la nuova Università. H., che in predica aveva sostenuto il punto di vista dei Cèchi, fu da questi eletto nuovamente nell'art. di quell'anno (1409) rettore dell'Università. Da allora le sue relazioni con l'arcivescovo si fecero tese, ed avendo questi lanciato l'interdetto su Praga, egli sostenne il Re contro l'arcivescovo; sicché questi ricorse ad Alessandro V (antipapa), eletto a Pisa, il quale dispose che si proibisse a H. di predicare in chiese che non fossero pubbliche, e che si procedesse contro gli errori di Wyclif. Infatti le opere di costui vennero condannate. Ma H. si appellò a nome dell'Università a Giovanni XXIII (antipapa), sostenendo che i libri ereticali potevano opportunamente essere letti (De libris horreciorum legendis). Il 18 luglio 1410 però l'arcivescovo fece bruciare nel cortile del suo palazzo ca. 200 manoscritti wyclifti e condannò H. al bando; ma questi continuò a predicare, e, non essendosi presentato all'inquisitore romano card. Oddone Colonna (poi Martino V), venne scomunicato dal Papa, con sentenza del febbr. 1411, letra il 15 marzo in quasi tutte le chiese di Praga. Benché la condanna fosse fatta contro H. in qualità di ribelle e non di eretico, tuttavia egli aderì allora maggiormente alle dottrine di Wyclif e, perdendo ogni ritegno, insieme con l'Università combatté con veemenza le indulgenze promulgate da Giovanni XXIII quasi fossero una simonia, provocando nella città e nella campagna; turbamenti in cui lasciarono la vita alcune persone.

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![img-11.jpeg](img-11.jpeg)

Ida M. Gorce - B. Martier, Histoire giviviale des religions, Parigi $B U$, p. 109; Hus, Jes - Ritratto. Litografia da un disegno contemporaneo - Parigi. Biblioteca nazionale.
e queste divisioni degli animi indussero l'imperatore Sigismondo ad intervenire, proponendo a H. di presentarsi al Concilio di Costanza allora convocato, per chiarire e sistemare la sua posizione. Recontovisi, H. scrisse un'opera Utrum expediat laicis fidelibus sumere sanguinem Christi sub specie vini, in cui sosteneva la sunzione delle due specie eucaristiche (utraquismo); per ciò egli venne accusato, ed invitato a dare spiegazioni sulle sue dottrine, particolarmente sulle 45 proposizioni di Wyclif. Non avendo risposto in maniera soddisfacente, cavillando e contraddicendosi in varie riprese, fu tenuto prima prigioniero a Costanza, indi a Gottlieben. Dal giugno 1415 comparve finalmente dinanzi al Concilio, per la discussione della causa. Le sue sentenze sovvertitrici, raccolte dai teologi in 39 articoli, gli furono lette. Egli ne nego alcune, pur ammettendo le altre; ed essendo riusciti vani i tentativi di persuaderlo ad una ritrattazione, anche generica, fu secondo la legge vigente condannato al rogo, mentre i suoi libri furono pubblicamente bruciati. Dopo l'esecuzione, sopportata da H. con forza, le sue ceneri vennero gettate nel Reno.

Gli errori principali di H., condannati nel Concilio di Costanza, sono prevalentemente nell'ambito dell'ecclesiologia. Secondo H., la Chiesa è la società dei predestinati, e conseguentemente non le appartengono i presciti; s. Pietro non fu capo della Chiesa, mentre la dignità papale è cosa terrena emanata da quella di Cesare. Secondo H. l'obbedienza ecclesiastica è un'invenzione dei preti contro l'espressa autorità della Scrittura; le censure ecclesiastiche sono un mezzo usato dal clero per sottoporre il laicato e preparano la via all'anticristo; l'ufficio di predicatore si riceve come un mandato nella stessa ordinazione sacerdotale, sicché si può e si deve adempierlo nonostante l'espresso divieto del papa o d'altro prelato, né la scomunica può impedirlo. Molti sono gli errori di H. circa l'autorità ed i diritti del pontefice e degli altri prelati. Egli fa dipendere l'autorità dallo stato morale personale. Così, se il papa diventa avaro, è vicario di Giuda Iscariota Cristo, senza tanti mostruosi capi, governerebbe molto meglio la sua Chiesa per mezzo dei veraci discepoli sparsi per l'orbe. Nessuno ha autorità né può essere signore di città, prelato o vescovo, quando è in peccato mortale (cf. Denz-U, 627-56).

BibL.: Le opere di H. furono edite a cura di V. Flajšhans (Opera omnia, 3 voll., Praga 1903-1908), in una duplice ed. con nota in tedesco ed in ceco, e prima da K. J. Erben, Spize Husovy
(= Opere di H.), 3 voll., ivi 1863-68. Per la storia di H. e la conoscenza del suo pensiero: Yohannis H. et Hieronymi Pragensis. martyrum Christi, historia et monumenta (a cura di Flacio Bicico), Norimberga 1558; F. Palacký, Documenta Mag. Yoh. Hestii vitam, dortrinam, causam illustrantia, Praga 1869; K. Krofta, Necčili Baddni a H. a banti hasitibém, ivi 1913; V. Novotný, M. Y̌un H., Zivat a dilo (vita e opere), 2 voll., ivi 19191921; V. Kybal, Učeni Mistra Y. Hana (1 La dottrina di J. H. d. 3 voll., ivi 1923-27; J. Loscrth, H. and Wyclif, zur Genesis der basitischen Lehre, ivi 1884, $2^{\circ}$ ed. Monaco 1925; F. Strunk, Y. H. Sein Leben und sein Werk, ivi 1927; K. Kašpar, H. und die Früchte seiner Wirksamkeit, Warnsdorf 1929; B. Spščil, Učeni M. Yana Hati, Brunn 1931; Pastor, I, pp. 166-68; J. Sodlák, Tractatus causam Mari Yonmik H. e parte catholica illustrantes, Brunn 1931; B. Rǎček, Ceskoslovenské dĕjiny, Praga 1948, pp. $170-240$.

Arnoldo M. Lana
HUSSERL, Edmund. - Filosofo e psicologo, n. a Prossnitz (Moravia), l'8 apr. 1859, m. a Friburgo in Br. il 26 apr. 1938. Insegnò come libero docente ad Halle (1887), poi come professore ordinario a Gottinga (1926) e Friburgo (dal 1906).
H. è il fondatore della "scuola fenomenologica" germanica (Yahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung, Halle 1913 sgg.). Ripristinò, sulla base del neo-kantismo, la terminologia e le ricerche speculative proprie della scolastica germanica del sec. xiv. Il metodo fenomenologico di H. consiste nello studio degli oggetti di conoscenza come oggetti di coscienza, o fenomeni "intenzionali ". Seniso e intelleto, materia e forma secondo Kant (e Duns Scoto) sono soltanto parametri assiali del metodo. Esso contempla l'espressione (Ausdruck) e il suo significato (Anssage) come elementi integrativi dell'intuizione sensibile, la quale si completa via via nella coscienza fino a raggiungere l'idea aduequata dell'oggetto fenomenico. Questo permette due specie di ricerca intellettuale, o scientifica: l'cidetica o formulazione della specie (leggi, generi dei fenomeni), e l'antica, o descrizione di regioni dell'essere, intuite dalla coscienza sotto il velame dei fenomeni, interni ed esterni, ma non unificabili, poiché l'essere in sò è trascendente.

Opere principali : Philosophie der Arithmetik, I (Halle 1891); Logische Untersuchungen ( 2 voll. in 5 parti, ivi 1900; $2^{\circ}$ ed. ivi 1913-21; $3^{\circ}$ ed. ivi 1922); Ideen zu einer Phänomenologie n. phänomenologischen Philosophie, I (ivi 1913); Formale und transzendentale Logik (ivi 1929); Méditations cartésiennes (Parigi 1931).

BibL.: Festschrift für E. H., Halle 1929; A. Bonf, La fenomenologia pura di H., in Réc. filosofica, 13 (1923) pp. 208-24; E. Levinas, L'intuition dans la méthode phénom. de H., Parigi 1930; S. Vanní-Rovighi, La filosofia di E. H., Milano 1939; W. Ziegenfurt, s. v. in Philosophen-Levithon, I, Berlino 1940, pp. 569 576 (ampia bibl.).

Santino Caramella
HUTCHESON, Francis. - Filosofo inglese, n. a Drumally (Irlanda) l'8 ag. 1694, m. a Glasgow nel 1747. Dal 1729 fu professore di filosofia morale nell'Università di Glasgow.

Scrisse: Au enquiry concerning the original of our ideas of beauty and virtue (Londra 1725); Essay on the nature and conduct of the passions and affections (ivi 1728); A system of moral philosophy, l'opera sua principale, pubblicata postuma (Glasgow 1755) con biografia dell'H. da W. Leechman.
H. è una delle figure secondarie dell'illuminismo inglese e può annoverarsi tra i moralisti del Settecento o tra i filosofi cosiddetti del "senso morale". Ottimista (tutto nel mondo testimonio della bontà di Dio) al pari di Shaftesbury, di cui sente l'influenza, egli ammette nell'uomo delle facoltà specifiche date da Dio con la creazione, e precisamente il senso della bellezza, quella della simpatia ed altri, tra cui il senso morale, facoltà indipendente che non può essere risolta né nella simpatia, né nel piacere, né nell'utilità ecc. Come gli occhi percepiscono la luce e l'oscurità, così il senso morale percepisce la virtù e il vizio. Esso è del tutto disinteressato, sia per chi agisce che per chi approva, anche se H. in fondo lo identifica con la tendenza utilitaristica di agire in modo da procurare "la massima felicità del maggior numero». Proprio nel considerare il bene altrui, promoviamo il nostro maggior bene particolare.

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Bib.: Edizioni: Works, 5 voll., Glasgow 1872. Studi : Th. Fowler, Shaltesbury and H., Londra 1882; J. Martincsu, Types of ethical thenev, Oxford 1882; W. R. Scott, F. H., Londra 1900; L. Bandini, Shaltesbury: etica e relazione, Bari 1930. p. xiv e passim: T. E. Jessop, A biography of D. Hume and of scotish philosophy from F. H. to Lord Balfour, Londra 1938. Michele Federico Scisera

HUTERITI. - È una delle 17 sétte dei mennoniti. Il suo fondatore fu Jacob Huter, anabattista del sec. xv1, arso a Innsbruck nel 1536.

I suoi seguaci, benche perseguitati per la loro origine anabattista e per la loro dottrina comunista, pure, protetti dai proprictari che li stimavano per il loro lavoro nei campi e per la loro onestà, poterono propagarsi, cosicché, al cominciare della guerra dei Trent'anni, se ne contavano in Boemia e Moravia 24 gruppi ed erano conosciuti con il nome di «fratelli huteriti». Vissero con alcune restrizioni fino alla fine del sec. xviri, quando l'imperatore Giuseppe II concesse libertà ai mennoniti; scacciati più tardi dall'Impero austriaco, si ritirarono in Russia. Quando poi la loro libertà fu coartata dagli whase del 1875 e 1875 , emigrarono negli Stati Uniti, dove attualmente formano una comunità di ca. un migliaio di persone ed hanno cominciato una fiorente missione nel Paraguay.

Bibs.: United States Department of commerce, Bureau of the centus. Religious bodies 1036, Bull. 17: Mennonites bodies, Huterion brethren, mennonites, Washington 1939. Camillo Crivelli

HUTTEN, Ulrich von. - Riformatore, n. nel castello di Stackelberg il 21 apr. 1488 da una famiglia di antichi cavalieri franconi, m. a Hufnau il 31 ag. 1523. Destinato da suo padre alla carriera ecclesiastica, abbandonò nel 1505 il Convento di Fulda; si ignora se avesse già pronunciato i voti: certo il suo odio per il clero era già ben sviluppato in quel momento; continuò i suoi studi all'Università di Colonia e a Erfurt; viaggiò in Italia (1512-13; 1513-17). Nel 1518 lanciava, alla Dieta di Augusta, il suo grido contro Roma e contro i principi della Germania, soffocatori della libertà di quella classe cavalieresca, a cui egli apparteneva.

Nel 1519 legava il destino della sua pungente penna di polemista all'attacco luterano contro le indulgenze, e poi, con i suoi vari libelli e dialoghi, alla lotta che il protestantesimo conduceva contro la Curia e il clero. La sua adesione alla rivoluzione protestante non è teologico-dogmatica, quanto piuttosto politico-sociale: se la sua avversione alla Curia romana si riallaccia alle polemiche dell'Umanesimo italiano, essa affonda però le sue radici nella coscienza di superbo «cavaliere» che vuol reagire all'influenza economica e politica della Curia nel mondo germanico e alla connivenza che taluni principi hanno avuto con quella. Contro il romanesimo H. ipostatizza la figura di Arminio come quella dell'eroe della sarto germanica: mito di Arminio che è alle origini del concetto di libertà nazionale germanica, e che si trasmetterà a tutta la pubblicistica germanica fino al romanticismo e al neo-paganesimo razzista. La sua opera di libellista fu notevolissima nella Germania del Cinquecento, anche se il suo tentativo di essere l'intermediario autorizzato tra i cavalieri e la riforma protestante non ottenne quei successi pratici che sperava. D'altronde, a parte l'aspetto politico-nazionale antinomano, il suo interesse per una riforma religiosa vera e propria è stato scarso : ad es., non gli interessava direttamente il problema interiore dell'anima o una revisione teologica del cattolicesimo, quanto motivi più spiccioli, quale, ad es., il matrimonio del clero. Il grosso della sua attività è compiuta sotto la protezione di Franz von Sickingen, il condottiero suo amico, il compagno di idee nella lotta contro i principi territoriali.

Bib.: P. Kalkoff, U. von H. und dir Reformation, Lipsia 1920; W. Kacgi, H. und Erasmus, ihre Freundschaft und ihr Streit, in Historische Vierteljahresheift, 12 (1924-25), pp. 200278 e 461-514; P. Kalkoff, Hutteus Vagautenzeit und Untergang, Weimar 1925; D. F. Strauss, U. von H., ed. a cura di O.

Clemens, Lipsia 1927; P. Held, U. von H., ivi 1928; F. Walser, Die politische Entwicklung Ulricbs von H. während der Entscheidungsjohre der Reformation, Monaco 1928; O. Flake, U. von H., die tragische Historie des ersten politiachen Deutschen, Berlino 1929; H. Holborn, U. von H., Lipsia 1929; D. Cantimori, U. von H. e i rapporti tra Rinascimento e riforma, Pisa 1930; H. Grimm, Huttens Lehrjahre, Francoforte-Berlino 1938; M. Gravier, Luther et l'opinion publique, Parigi 1942, passim; H. Drewinc, Vier Gestalten aus dem Zeitalter des Humanismus, S. Gallo 1946, pp. 213-84. Massimo Petrocchi

HUXLEY, Thomas Henry. - Naturalista e filosofo, n. il 4 maggio 1825 a Ealing, m. il 29 giugno 1895 a Eastbourne. Non ebbe un'istruzione regolare ma lesse molto per tempo la logica di Hamilton e le opere di Carlyle; studiò medicina. Come naturalista segui dapprima Owen e Oken; in seguito, dopo che Darwin ebbe pubblicato On the origin of species (1859), aderi, con riserve, al suo sistema e non accettò la dottrina dell'evoluzione di Spencer, che conobbe personalmente. Ritenne fondamenti dell'evoluzione organica l'embriologia e la paleontologia, ma sostenne la necessità di attenersi strettamente all'esperienza.
H. aderisce al positivismo e all'agnosticismo : anzi, pare che il vocabolo agnosticismo sia stato introdotto da lui. La conoscenza è limitata ai fatti della nostra esperienza; la coscienza è solo un epifenomeno (v.) dei fatti fisiologici, - automate conscienti. Ma se tutto è da interpretarsi con la materia e con la forza, queste sono date solo come contenuti obbiettivi di coscienza. H. non risolve la contraddizione di una coscienza soltanto offerto e di una materia soltanto simbolo. Nello stesso modo, mentre vorrebbe una fede viva nell'ordine della natura, proclama l'an'agonismo tra l'ordine cosmico e l'ordine morale.

Opere principali: Man's place in nature (1864); Hume (1879); Science and culture (1882); Evolution and etilies (1893).

Bibs.: Opere: Collected Essays, 9 voll., Londra 1893-94. Studi : Life and letters of Th. H. by his son, Leonard H., 2 voll., ivi 1900: W. H. Thompson, H. and religion, ivi 1903. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexihon, I, Berlino 1949. pp. $276-77$.

Andrez Ferro
HUYGENS, Gommaire. - Teologo, n. a Lierre il 26 febbr. 1631, m. a Lovanio il 27 ott. 1702. Laureatosi in teologia all'Università di Lovanio, nel 1668 fu inviato a Roma insieme con Ulderico Randaxhe per difendere, presso Clemente IX, alcuni antichi privilegi di quell'Università. Al due delegati riusci di condurre felicemente a termine, dopo tre anni di trattative, la loro missione. Nominato professore di teologia nel Collegio Adriano VI, nel 1687 divenne anche membro del consiglio dell'Università. Tale nomina non fu riconosciuta né dalla S. Sede, né dal governo belga, a causa degli errori giansenisti che H. aveva difeso nei suoi scritti (cf. il suo Mémoire sur l'affaire di Monsieur H., Lovanio 1688). Insofferente dei decreti della S. Sede, nel 1697 fu privato della facoltà di confessare e predicare dal vescovo di Malines.

Lavoratore instancabile e scrittore di polso, H. ha lasciato numerosi scritti teologici e di controversia religiosa; notevoli: Methodus remittendi et retinendi peccata (Lovanio 1874) condannata dall'Inquisizione spagnola il 28 ag. 1681 - perché contenente proposizioni di Gianserio già condannate o temerarie ${ }^{\text {; }}$; Compendium theologique (ivi 1679), messo all'Indice il 17 genn. 1691; Instructio theologica valde utilis ac salutaris pastambus et confessariis (ivi 1687).

Bibs.: E. H. Reusens, r. v. in Biographie nationale de Belgique, IX, coll. 720-46; Hurter, IV, coll. 606-97; J. Forget, s. v. in DThC, VII, coll. 320-35.

Niccolò Del Re
HUYSMANS, Joris Karl. - Scrittore, n. a Parigi il 5 febbrr 1848, m. ivi il 12 maggio 1907. Discendente da famiglia fiamminga, in cui l'arte della

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pittura era tradizionalmente amata e coltivata, con sicuro intuito e raffinata sensibilità difese l'allora esordiente impressionismo in pagine stilisticamente e criticamente ardite. Esse sono raccolte, con altri saggi, nei due volumi Certains (Parigi 1889) e L'art moderne (ivi 1902).

Partito dal naturalismo, H. lo supera in una visione di estrema raffinatezza estetica e arriva al soprannaturale attraverso pratiche sataniche, prima di giungere alle meditazioni della Trappa e alla morte cristiana nell'accettazione espiatoria del dolore. Formatosi presso Zola, quando il naturalismo era alle sue prime battaglie, e avendo già esordito nel 1874 con Le drageoir aux épices, in cui è sensibile l'influenza di Baudelaire, testimonio la sua aderenza al movimento con Marthe, histoire d'une fille (Bruxelles 1876) e Les soeurs Vatard (Parigi 1879). Il naturalismo servì a H. per esercitare le sue eccezionali qualità di osservatore.

Anatomizzata la realtà, ne indica un'evasione attraverso una formola estetica e decadente nel romanzo $A$ rebours (ivi 1884). Nell'ultima pagina il personaggio autobiografico dichiara il disagio spirituale che non è riuscito a soffocare, invocando l'aiuto di Dio nei suoi dubbi. Ma più ancora che in questo libro l'H. rese manifesto il suo mutamento spirituale in En route (ivi 1895), facendo, attraverso il protagonista, il racconto della sua conversione religiosa, avvenuta alla Trappa di Nostra Signora di Igny nel 1892.

Nostalgico del medioevo, di cui parzialmente non riconobbe che il fervore religioso tradotto in misiche visioni e in squisite opere d'arte, dette in La cathédrale (ivi 1898) un'interpretazione della simbologia cattolica e dimostrò quanto fosse suscettibile al fascino estetico del culto. Durante il ritiro nell'abbazia di Ligugé scrisse la vita di Ste Lydtcine de Schiedam (ivi 1901) e L'oblat (ivi 1903). Nel 1905 in Les foules de Lourdes univa all'osservazione spietata della realtà la fede nel soprannaturale. Variamente giudicato e avversato, avendo portato nella conversione religiosa tutto intero il suo temperamento eccessivo di uomo e di artista, occupa un posto certamente personale di fronte alla Chiesa, ma non si può diminuire la sincerità del suo cuore di fronte al Dio ritrovato.

BibL.: Edizioni: Oeuvres complètes, 18 voll., Parigi 1928-34. Studi: K. Bosch, 7. K. H. religiöter Entwicklungsgang, Costanza 1920; A. Thérive, 7. K. H., son oeuvre, Parigi 1924; L. Daffoux, 7. K. H., sous divers aspects, ivi 1927 (con bibl.); V. Giraud, L'aventure morale de 7. K. H., in Portrait d'ámes, ivi 1929, pp. 171-90; E. Sallière, 7. K. H., ivi 1931; D. Brennan, La conversion de 7. K. H. et son oeuvre religieuse, Montpellier 1933; P. A. Picard, H., ivi 1945; L. Daudet, A propos de 7. K. H., ivi 1947. Per altra bibl. cf.: H. Talvart-J. Place, Bibliographie des auteurs modernes de langue française, IX, ivi 1949, pp. 308-55. Maria Luisa Rondini

## HVAR : v. lesina.

## HY : v. iona.

HYDERABAD, diocesi di. - L'attuale diocesi di H. non è che una riduzione dell'antico vicariato apostolico omonimo, costituito il 16 marzo 1845 e definitivamente eretto il 30 maggio 1851 con territorio tolto dall'allora vicariato apostolico di Madras (India). E tutta situata entro quello che fino a qualche anno fa era lo Stato indigeno di H., eccetto la parte che è al nord del fiume Godaveri e quella a sud del fiume Kistna. E costituita da un grande altipiano, che dai Gati occidentali va digradando man mano verso oriente.

La superficie è di kmq. 43.689. Confina con le diocesi di Bellary, Nellore, Bezwada, Nagpur e Vizagapatam. La popolazione ascende a più di 7 milioni di anime e comprende 47 mila cattolici, 16.500 protestanti, 942 mila musulmani e ca. 6 milioni di pagani. L'evangelizzazione fu affidata ai missionari del Pontificio istituto delle missioni estere di Milano fin dal 1854 . Oltre i maomettani si
trovano nel territorio della missione genti indiane di diversi gruppi : tamil nei centri, telugu dappertutto, ma specialmente nella parte orientale, maratha al nord-est. Il suolo, più fertile nella regione nord e nord-est di natura vulcanica e meno nel sud e ell'est, dove abbonda le roccia calcarea e granitica, produce cotone, miglio e riso. Nel 1933 furono distaccati i distretti dell'eui per formare la missione cui luris di Bezwada, eretta più tardi (1937) a diocesi, e nel 1932 quelli del sud per formare l'attuale diocesi di Bellary. Vi lavorano 27 padri del Pontificio istituto delle missioni estere e 20 sacerdoti indiani, 10 fratelli di S. Gabriele e ca. 226 suore (di cui più della metà indigene). Vi sono inoltre 191 catechisti, di cui 5 donne, 123 maestri e 190 maestre. Una ventina di chiese e 168 cappelle si trovano sparse nelle diverse seazioni missionarie. Nella scuola preparatoria al Seminario studiano 45 aspiranti; io seminaristi in sacris studiano nei Seminari maggiori di Bangalore, Nellore e Kandy. La diocesi mantiene 35 scuole primarie con più di 7000 ragazzi e ragazze, io scuole medie con un migliore di studenn, 7 scuole superiori con 375 allievi ed allieve, io scuole di lavoro, 18 dispensari, 6 orfanotrofi con 79 orfani e 453 orfanelle, i ricovero di mendicità con 161 vecchi, i lebbrosario con 18 degenti, i tipografic, dove si pubblica il mensile Catholic message. Numerose le confraternite e le associazioni pie.

BibL.: G. B. Tragella, Le missioni del Pontificio istituto delle missioni estere, Milano 1939, p. 16 sgg.: Catholic Directory of India, Burma and Ceylon, Mndrar 1049, p. 477 sgg.

Pompeo Borsas
HYKSOS. - Con questo vocabolo (Tienis) Manetone designa i condottieri di tribù asiatiche che invasero l'Egitto alla fine del Medio Regno insediandosi nel Delta ove, instaurando le dinastic XV e XVI, regnarono dal 1730 al 1580 ca. a. C.

Ancora secondo Manetone (presso Flavio Giuseppe, C. Apionem, I, 14) H. sarebbe da interpretarsi etimologicamente "re pastori». Ma la denominazione ufficiale nei documenti egiziani contemporanci è quella di $b g^{\prime} . \mathrm{co}-$ $\left(b^{\prime}\right.$. $c u t$ cioè "capi dei paesi stranieri": perifrasi che non implica una comunità etnica specifica. Il vocabolo passo poi per estensione ad indicare tutti i componenti dell'invasione. La scarsità dei monumenti del periodo degli H. e le vaghe menzioni posteriori nei loro riguardi rendono molto incerta la ricostruzione storica. Elementi sicuri sono: a) gli H. formavano un complesso di tribù in maggioranza semitiche le quali vennero in Egitto dall'Asia; b) fondarono una capitale nel Delta orientale denominata Avari, che secondo alcuni egittologi (Monter, Gardiner) è da identificarsi con Tanis (v.); c) adattarono per i sovrani il protocollo reale funsonico; d) manifestarono una predilezione per il dio egiziano Seth in cui vedevano forse una ipostasi del semitico Ba'al. L'inroduzione del cavallo e del carro in Egitto attribuita tradizionalmente agli H. non è dimostrabile, né si può escludere a priori. La cronologia (ricostruita in parte sulla cosiddetta "stele dell'a. 400 ", in parte sui frammenti del "papiro dei re» di Torino) rimane molto incerta, come pure il numero e la successione dei singoli sovrani H., specie di quelli della XVI dinastia.

Alcuni autori antichi come Apione e Flavio Giuseppe identificarono gli H. con gli Ebrei, ma tale ipotesi non è sostenibile : la pacifica venuta in Egitto della famiglia di Giacobbe non può identificarsi con la invasione degli H. Se si accetta l'a. 1730 come data dell'invasione, la discesa di Giacobbe, posta nel sec. xvir dalla cronologia recente di A. Ungnad e W. F. Albright, coinciderebbe con il periodo degli H.

BibL.: A. Mallon, Les Hébreux en Egypte (Orientalia, 3), Roma 1921, pp. 35-39; R. Dussaud, Quelques précisions touchant les $H$., in Rev. de l'hist. des religions, 109 (1934), pp. 113-28; P. C. Labib, Die Herrschaft der H. in Ägypten und ihr Sturz, Glückstadt 1938; R. M. Engberg, The H. reconsidered, Chicago 1939; B. van de Walle, s. v. in DBs, IV, coll. 146-68.

Sergio Bosticco

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ABEL (ebr. fäbhāl; greco 'l $\omega \beta \hat{\eta} \lambda$ ). - Cainita, figlio di Lamech e di Ada. Fu il primo ad iniziare la vita del nomade-allevatore di bestiame (Gen. 4, 20). E la cultura primaria patriarcale degli Altaici, degli Indo-Europei e dei Camito-Semiti.

Bun.: W. Schmidt, Mamale di storia comparata delle religioni, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Brescia 1938, pp. 274 sg., con sg.; M. Sdus, La S. Bibbin, I, Torino 1939, p. 90 .

Francesco Spadafora
IABES. - Nome di due città e di due personaggi del Vecchio Testamento.
I. Città israelita transgiordanica, detta comunemente I.-Galaad (Indc. 21, 8. 10. 12.41; I Sam. 11, 1. 9; 31, 11; II Sam. 2, 4. 5; 21, 12; I Par. 10, 11), talora solo I. (I Sam. 11, 3.5.18 ccc.).

Un corpo di spedizione di 12.000 israeliti ne ster minò gli abitanti in punizione della mancata partecipazione alla guerra contro la tribù di Beniamin, provocata dalla nefanda lussuria di Gabaa (Indc. 21, 8-14). Le 400 vergini risparmiate furono date in mogli agli scampati benaminiii. Assediata da Naas, re degli Ammoniti, fu liberata da Saul (I Sam. 11, 1-11). Più tardi, gli abitanti di I. si fecero un dovere di ritirare sollecitamente il cadavere di quest'ultimo, decapitato e sospeso dai Filistei sulle mura di Bethsan, e poi di cremarlo e di seppellirlo insieme a quelli dei suoi figli, sotto un albero ben noto a I. (I Sam. 31, 13; I Par. 10, 12).

Era ad una nottata da Bethsan. S. Girolamo (Onom., 110, 11 sg., 268) la colloca a ca. 6 miglia da Pella, sulla montagna verso Gerasa. Multi l'identificano con ed-Dejr, imponenti rovine nei pressi di Halšwah, sul Wâdi Jabîs; a 12 km . da Fahil; N. Glueck propone Tell el-Meqberch, alla foce del Wâdi Jabîs.
2. Città meridionale di Giuda, sede delle famiglie degli scrivani (süphérîm) discendenti da Hammat (la Volgata traduce "de Calore"), capostipite dei Recabiti (v.), della stirpe dei Cinei (I Par. 2, 55). Non è stata ancora identificata.
3. Padre di Sellum, re d'Israele (II Reg. 15, 10. 13. 14).
4. Discendente di Giuda (I Par. 4, 9-10).

Bun.: F.-M. Abel, Exploration de la vallée du fourduin, in Revue bibl., 8 (1919), pp. 408-36; id., Géographie de la Palestine, H. Parizi 1038, p. 352 ; A. Legendre, s. v. in DB, II, coll. 1023-55; C. Stauernagel, Der 'Adschlün nach den Aufzeichnungen von G. Schumacher, Lipsia 1925-26, p. 156; N. Glueck, The river Tardun, being an illustrated account of earth's most storied vices, Londra 1946, passim.

Bonaventura Mariani
IABIN (ebr.: fäbhîn «egli considera»). - Re di Asor (Häsōr), nella tribù di Nephthali, animatore e capo della federazione cananea del nord, sconfitto ed ucciso da Giosuè che occupò tutta la regione fino alle pendici dello Hermon ed incendiò Asor (Ios. 11, 1-17).

Un altro I. è il successore del precedente, nella stessa Asor, riedificata. Teneva soggetti gli Israeliti del nord che, sotto la guida di Dèbora e Barac, si sollevarono. I. mandò contro di loro il suo generale Sisara con 900 carri di guerra; ma furono sbaragliati e Sisara ucciso (Indc. 4, 1-24; Ps. 83 [Volg. 82], 10).

Bin..: L. Desnoyers, Histoire du peuple hebreu, I. Parigi 1922, pp. 137, 139, 142; A. Fernandez, Commentarius in librum Issue, ivi 1938, pp. 163-67; A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, pp. 47 sgg., 96 sgg.

Francesco Spadafora
IABNE: v. IANNIA.
IABOC (ebr. fabbōq). - Affluente orientale del Giordano. E celebre nella Bibbia per la lotta notturna sostenuta sulle sue sponde (v. phanuel) dal patriarca Giacobbe (v.), reduce dalla Mesopotamia, con un personaggio misterioso (Jahweh o l'angelo di Jahweh ?), che gli cambiò il nome in quello di "Israele" (Gen. 32, 23-30; 33, 17-20). Era vicino a Mahanaim (v.) e divideva in due parti eguali il Galaad (Ios. 12, 2; Judc. 11, 13-22). Segnava il confine tra il Regno di Og (Basan) e quello di Sehon (Hese-
bon) nonché la frontiera settentrionale degli Ammoniti (Num. 21, 24; Deut. 2, 37; 3, 16. Cf. Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., IV, 5, 2, 3). Ricorre anche in Iudt. 2, 24 (secondo la Pēsittā).

Molti itinerari lo collocarono a ca. 3 km . a sud del lago di Hûleh, a motivo del cosiddetto "ponte di Giacobbe"; altri a 2 o 3 miglia a sud del lago di Tiberiade; altri lo confusero con lo Jarmûk. Oggi è comunemente identificato con il Nahr ez-Zerqâ' ("fiume azzurro"), il più importante degli affluenti del Giordano dopo lo Jarmûk. Ha inizio dal ruscello "Ammân (m. 788 s. m.), ad ovest della città omonima, ma la sua vera sorgente (Râs ezZerqâ') è vicina al Qal'at ez-Zerqâ', dove riceve le acque del 'Ajn ez-Zerqâ', e poi, descrivendo un grande arco di 70 km ., sfocia nel Giordano vicino al ponte di ed-Damjeh, di fronte a Qarn Sartabah. In media è largo m. 7 e profondo cm. 60. L'acqua è limpida e ricca di pesci; il letto profondamente incassato; le sponde scoscese, ma quanto mai pittoresche per le ginestre, gli oleandri ecc. Suoi affluenti sono i fiumi Wâdi ed-Dlejl, el-Qnejjeh, er-Rijâsî, il Sejl Geral, ecc.

Bin.: F.-M. Abel, Exploration de la vallée du fourdain, in Revue bibl., 10 (1913), pp. 222-24; id., Géographie de la Palestine, I. Parigi 1933, p. 174 sgg.; C. Stauernagel, Der 'Adschlün nach den Aufzeichnungen von G. Schumacher, Lipsia 1925-26, p. 29; A. Legendre, Le pays biblique, Parigi 1928, pp. 9, 101, 103, 139, 142, 148; L. Heider, s. v. in DB, III, coll. 1036-39.

Bonaventura Mariani

- IACHIN (ebr. jâhîn «[Egli] ristabilisce»). - Una delle due colonne erette davanti all'ingresso del Tempio salomonico (I Reg. 7, 21; II Par. 3, 17); l'altra si chiamava Booz, con evidente simbolismo per i due nomi che formano insieme la frase "[Dio] dà stabilità con forza».

Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.

1. Figlio del patriarca Simeone (Gen. 46,10; Ex. 6,15), capostipite dei Iachiniti (Num. 26,12). In I Par. 4,24 è chiamato Iarib, forse per un errore di trasmissione del testo.
2. Sacerdote (I Par. 9,16), al quale era affidato il ventunesimo turno di servizio da David (I Par. 24,17).
3. Sacerdote, discendente con molta probabilità dal precedente, al tempo di Neemia (Neh. 11,10).

Angelo Penna
IACOBELLO del Fiore. - Pittore. Se ne hanno notizie a partire dal 1400 ; m. nel 1439. Nei dipinti giovanili (paliotto di S. Ubaldo a Pesaro, un polittico a Teramo, Incoronazione della Vergine del 1407 a Nuova York) è ancora legato allo stile bizantineggiante di Paolo Veneziano, ma si mostrerà sempre più attratto dalla corrente gotica internazionale (della quale egli è, con il Giambono, il più tipico esponente nella pittura veneziana) specie per opera di Gentile da Fabriano, attivo a Venezia dal 1408.

Di un periodo intermedio, attorno al 1410, sono le Storie di s. Lucia a Fermo e un polittico a Stoccolma. Nelle opere tarde, specie nella Giustizia tra due arcangeli, del 1421, nell'Accademia di Venezia, il suo stile è involuto e pesante. Del 1436 è la macchinosà Incoronazione della Vergine, già a Ceneda (Venezia, Galleria). Altre opere certe : il Leone di Palazzo Ducale, del 1415, una Madonna del Museo Correr, un trittico datato 1436 a Chioggia.

Bin.: L. Tinti, Storia della pittura veneziana, I. Bergamo 1909, p. 393; R. von Marle, The development of the italian schools of painting, VII, L'Aia 1926, p. 336-54; L. Ploniecig, I. dal F., in Bahrb. der humthistor. Samuel, in Wern, nuova serie, I (1926), pp. 29, 30; R. Longhi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, pp. 8, 45, 50. Nolfo di Carpegna

IACOBUS de Zocchis de Ferraria. - Non oscuro canonista del sec. xv, n. a Ferrara (da qui l'appellativo aggiunto) in epoca incerta. A Ferrara forse insegnò pure, prima di passare a Padova (1429), dove nel 1433 il suo compenso era di 250 piastre d'oro. M. nel 1457, legando la sua biblioteca ad un

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piccolo convento, da lui costruito e dove fu pure sepolto.

Scrisse due Commentarii in I et IV ll. Decretalium e vari trattati: De arbore consanguinitatis et affinitatis; De poenitentia et remissionibus (commento al cap. 12, X, V, 38); De ieunio; De differentiis casnum fori contentiosi et conscientiae (commento a 8, X, III, 49); De pactis.

Bibl.: J. F. Schultz, Die Geschichte der Quellen u. Literat. des canonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, p. 324; A. van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1945, p. 499.

Francesco Ercolani

## IACOBUS FABER STAPULENSIS: v. LEFEVRE d'ETAPLES.

IACOPINO del Conte. - Pittore n. a Firenze nel 1510 m . a Roma il 9 genn. 1598. Scolaro di Andrea del Sarto, subì anche l'influsso di Michelangelo e quello dei maggiori manieristi toscani, specie del Salviati. Trasferitosi a Roma, nel 1538 entrava a far parte della Congregazione dei virtuosi al Pantheon e quindi dell'Accademia di S. Luca.

Per l'Oratorio di S. Giovanni Decollato, antica Confraternita fiorentina della Misericordia, I. del C. dipinse le sue prime e principali opere romane in tre affreschi nei quali sono rispettivamente rappresentati : L'annuncio della nascita del Battista a Zaccaria (1535) la Predica del Battista (1538) e il Battesimo di Cristo (1541). Contemporaneamente e dopo dipingeva quadri d'altare per le chiese di Roma ove rimane in S. Luigi de' Francesi quello della cappella di S. Remigio e ritratti, alcuni dei quali bellissimi, quale quello di Michelangelo nella raccolta Chaise d'Estampes, quello di S. Ignazio di Loyola presso la Compagnia di Gesù a Roma, quello di un giovane Scarlatti nella Galleria Pitti a Firenze. Allo stesso I. è stata assegnata dal Venturi la Madonna col Bambino s. Giovanni Battista e angioii nella Galleria nazionale di Londra prima riconosciuta opera di Michelangelo. Pittore di notevolissima forza cromatica e disegnativa, I. creò il suo capolavoro negli affreschi dell'Oratorio romano di S. Giovanni Decollato ove le composizioni sapientemente architettate acquistano il valore di grandiosi altorilievi dipinti. Suo scolaro fu Scipione Pulzone da Gaeta.

Bibl.: F. Noack, Conte, in Thieme-Becker, VII, p. 330; Venturi, IX. pp. 219-36; id., Pittura attribuita a Michelangelo, opera di I. del C., in L'arte, 35 (1932), pp. 332-37. Emilio Lavagnino

IACOPINO di Francesco dei Bavosi o dei Papazzoni, detto Iacopo da Bologna. - Pittore bolognese, ricordato nei documenti dal 1360 al 1383 e certamente già operante prima del 1350 . Fu il maggiore nell'arte fra i vari Iacopi pittori attivi a Bologna nel corso del Trecento.

Formò il suo stile sugli esempi dei maestri riminesi ed in particolare di Francesco da Rimini, che operava verso il 1330 , conservando una indipendenza dall'influsso del caposcuola della pittura bolognese del ' 300 : Vitale da Bologna. Con questi e con Simone de' Crocefissi collaborò nel ciclo di affreschi dell'ex-oratorio di S. Apollonia di Mezzacarta (Bologna). Le sue figure, benché improntate di severità giotesca, rivelano un carattere e volte popolaresco, a volte esasperato, come nei due polittici n. 161 e 159 della Pinacoteca di Bologna e nei frammenti di un terzo, smembrato, nella stessa Galleria. Sono opere sue, oltreché il grandioso affresco recentemente scoperto nella chiesa di S. Giacomo Maggiore in Bologna raffigurante Il Santo alla battaglia di Clavijo ed il drammatico Crocifisso di S. Giovanni in Monte a Bologna, le quattro tavolette Kress, già Gozzadini, di Nuova York, la tragica Crocifissione del Museo di Moulins e quella della Collezione Johnson a Philadelphia.

Bibl.: L. Frati, 7. de' Bavosi, pittore bolognese del sec. XIV, in L'arte, 17 (1914), pp. 393-94; F. Filippini, 7. de' Papazzoni, pittore bolognese del Trecento, in Bollettino d'arte del Min. della p. i., 9 (1915), p. 179 sg.; W. Arslan, 7. de' Bavosi e Jacopo Avanzi, in Il Comune di Bologna, I (1931), pp. 13-24; F. Arcangeli,

Un Vitale e un Jacopo da Bologna, in Proporzioni, 2 (1948), pp. 67-72; R. Longhi, Catalogo-guida della Mostra della pittura bolognese del '300, Bologna 1950, v. prefazione, pp. 17-18.

Mario Massaccesi
IACOPINO da Tradate. - Scultore lombardo, partecipa ai lavori per la fabbrica del duomo di Milano dal 1401 al 1425 , e nel 1407 è a capo dei lapicidi. Nel 1440 lo si sa a Mantova, dove probabilmente morì.

L'unica sua opera certa è la statua del papa Martino V in Duomo, che va considerata una delle più importanti opere della plastica lombarda dei primi decenni del 1400 , in cui le tendenze del gotico internazionale si allargano in un ampio pittoricismo, non scevro da influssi toscani. Recentemente sono stati compiuti progressi notevoli nel definirne la personalità attribuendogli due gigantesche figure dei piloni del duomo di Milano, ed altre squisite opere, quali l'arca Torelli in S. Eustorgio e una Madonna col Bambino del Museo di Novara.

Bibl.: C. Baroni, Scultura gotica lombarda, Milano 1944, pp. 123-64.

Eugenio Battisti
IACOPO de' Barbari: v. de' barbari, iacopo.
IACOPO da Camerino. - Frate musaicista, aiuto del Torriti nel musaico absidale di S. Giovanni in Laterano, compiuto ca. il 1292.

Nella fascia musiva inferiore, a destra, è una minuscola figura di frate inginocchiato con la scritta "FR IACOB DE CAMERUNO SOCI MA'GRI OPIS RE'COMNDAT SE MIE I SI ET MERITIS BEATI IGRIS ". Dato il completo rifacimento ottocentesco di quel musaico non è possibile arguire quale parte vi abbia avuto questo I. da C., che del resto doveva essere in sottordine, poiché è rappresentato con in mano il martello, quasi operaio, mentre il Torriti ha la squadra e il compasso. Sono ipotetiche le identificazioni con l'omonimo ch'è in una lista di operai che lavoravano nel 1325 per il duomo di Orvieto, e con l'altro che nel 1341 era fra gli esecutori dei musaici, ora perduti, per il Palazzo dei Consoli di Gubbio.

Bibl.: E. Gerspach, La mosaïque absidale de St-Jeans de Latren, in Gazette des beaux arts, I (1880), pp. 131-48; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, p. 979.

Emma Zocca
IACOPO della Lana. - Detto il Lanèo, n. a Bologna ca. il 1290, m. ivi ca. il 1365 . E autore di un commento in volgare su La Comedia di Dante degli Allighieri ( $1^{2}$ ed., Venezia 1477; nuova ed. in 3 voll. a cura di L. Scarabelli, Bologna 1867), composto verso il 1328 , forse, a Venezia.

La sua esegesi, venuta dopo quella di Iacopo di Dante e di Greziofo, si estende alle tre cantiche e pone in risalto il senso allegorico e più ancora quello letterale. Frequenti i tratti aneddotici e le citazioni scolastiche, specialmente da Aristotele e da s. Tommaso. Dalla sua opera divulgatissima (già nel sec. XIV ne esistevano 32 codici e due versioni latine di Alberico da Mosciate e Guglielmo de Bernardis) molto derivò l'altro famoso commento detto l' "ottimo ".

Bibl.: L. Rocca, Di alcuni commenti della Commedia, Firenze 1891, pp. 149-54; A. Fiammazzo, Le versioni latine del Lanèo, in Bull. d. Società dantesca, nuova serie, 9 (1902), p. 132; E. Cavallari, La fortuna di Dante nel Trecento, Firenze 1921, pp. 189-190; F. Schmidt Knatz, Sul commento Lanèo, in L'Abdiginnasio, 26 (1931), pp. 177-91. Giovanni Pallani

IACOPO di Porta Ravegnana. - Giureconsulto bolognese, n. in anno incerto, già sulla cattedra avanti il 1140, m. in Bologna l'1 1 ott. 1178.

Fu uno dei quattro dottori, discepoli immediati d'Irnerio, che, chiamati dal Barbarossa, parteciparono a Roncaglia nel 115