volume-06

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9-190; F. Schmidt Knatz, Sul commento Lanèo, in L'Abdiginnasio, 26 (1931), pp. 177-91. Giovanni Pallani

IACOPO di Porta Ravegnana. - Giureconsulto bolognese, n. in anno incerto, già sulla cattedra avanti il 1140, m. in Bologna l'1 1 ott. 1178.

Fu uno dei quattro dottori, discepoli immediati d'Irnerio, che, chiamati dal Barbarossa, parteciparono a Roncaglia nel 1158 alla definizione delle regalie imperiali : di tutti il meno noto, ché non si hanno di lui se non un certo numero di glosse (siglate I., Ie., Iac., Iaco.), e cui forse sono da aggiungere alcuni scritti di contrastata attribuzione, tra l'altro un Tractatus criminum; ma forse il più stimato dai contemporanei, se poté sorgere la leg-

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genda (interpolata nella cronaca d'Ottone Morena) secondo la quale Irnerio morente, scegliendo, tra i quattro, in lui il proprio successore, ne avrebbe fatta alta lode con il distico famoso :

Bulgarus os aureum, Martinus copia legum, mens legum est Ugo, Jacopus id quod ego.
Bib.: F. C. von Savigny, Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter, IV, 2* ed., Heidelberg 1830, pp. 141 sgg.; 494 sgg.: H. Kantorowicz, Il - Troctatus crimimum, in Il cinquantenario della Rivista penale", 1925, pp. 362, 369 sg.

Piero Fiorelli
IACOPO (Lapo) Tedesco. - Architetto leggendario del sec. xim, che il Vasari nella seconda edizione delle Vite (1568) dice venuto dalla Germania per costruire la basilica di S. Francesco di Assisi (di cui intende cosi spiegare i caratteri oltremontani), e autore di molte altre fabbriche. Viene detto anche padre di Arnolfo di Cambio.

I documenti contraddicono questa seconda asserzione, come pure l'assegnazione a lui di molte opere (il vescovato di Arezzo; i piloni del ponte alla Carraia e il Palazzo del Bargello a Firenze; la tomba di Federico II a Palermo, ecc.), diverse di tempo e di stile. Verosimilmente si tratta di una personalità immaginaria, dovuta a confusione del Vasari.

Bib.: G. Vasari, Vite, ed. G. Milanesi, I. Firenze 1906, p. 270 sgg.

Emma Zucca
IACOPO DACCIESOLA: v. GIACOMO di CESsolles.

IACOPONE da Todi. - Mistico e poeta francescano, n. a Todi ca. il 1230 , m. a Collazzone il 25 dic. 1306. Studiò legge a Bologna, esercitò in patria l'arte della procura, e sul finire di una giovinezza scapigliata sposò Vanna dei conti di Coldimezzo, che, dopo un anno di matrimonio, mori, si dice, durante una festa, per il crollo d'un pavimento. Colpito al cuore, I. abbandonò il mondo, e dal 1268 al ' 78 visse come bizaco in penitenza eccessiva, randagia, selvatica. A questo decennio appartengono, forse, le laude del massimo ascetismo, dell'odio di sé portato fino a invocare ogni dispregio e ogni male, compresa la pazzia. Nel 1278 entrò come laico nell'Ordine francescano, meditò la mistica di s. Bonaventura, cantò la povertà innamorata e i gradi ascendenti della santa nichilitade (1278-88). Ma, temperamento estremista, intollerante di mitigazioni alla regola, precipitò nel gruppo più acceso dei dissidenti, i seguaci di Angelo Clareno, protetti da Celestino V. Nel 1294 in Palestrina si uni ai Colonnesi contro Bonifacio VIII; nel 1297 firmò con i ribelli il rifiuto di presentarsi al Papa, e fu con essi scomunicato. In questo periodo (1288-97) scagliò contro i Francescani rilassati, i prelati mondani e Bonifacio VIII, satire violente, che risentono d'indisciplina ereticale, anche se non sono dottrinalmente eretiche. Imprigionato con gli altri dopo l'espugnazione di Palestrina, I. dal carcere, accettato gioiosamente come suprema povertà, indirizzò rime di pontimento a Bonifacio VIII perché gli togliesse la scomunica, ma ciò non ottenne che dal successore Benedetto XI, alla fine del 1303. Forse nell'ultimo triennio il tempestoso mistico, domato dal dolore, cantò più altamente l'ebbrezza dell'amore di Dio. A I. viene talvolta attribuito il titolo di «beato»; il suo culto, però, non è stato riconosciuto dalla Chiesa.

Compose ca. 1 ro laude (cod. di Chantilly) e in latino lo Stabat Mater. Due linee si distinguono nella sua mistica e nella sua poesia: la santa nichilitade e la pazzia per amore; l'una muove dalla conoscenza di sé, l'altra dallo studio di Cristo; dalla prima derivano le laude dottrinali, dalla seconda le mistiche, non senza interferenze,
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(1st. C'rinil)
Iacopone da Todi - Ritratto idealizzato di I. da T. (1296), dipinto sul suo sepolcro - Todi, chiesa di S. Fortunato. specie là dove il "nichil glorioso " raggiunge l'unione con Dio. I. eccelle nelle poesie alla Madonna. Lo Stabat interpreta liturgicamente il martirio della Vergine sul Calvario; la bellissima laude Donna del Paradiso la interpreta popolarmente e drammaticamente, rappresentando di scorcio tutta la Crocifissione. Con originalità superiore ai rimatori contemporanei, drammatizza in altre laude il contrasto fra anima e corpo, fra vivo e morto, fra piacere fugace e dannazione eterna; suscita l'orrore della sepoltura e il terrore del Giudizio. Ardentemente veristico nel suo pessimismo sugli uomini, sferza con il ridicolo la vanità femminile, le ipocrisie e le ambizioni dei bigotti, satireggia con feroce sarcasmo Bonifacio VIII. Ed è lo stesso poeta che canta ineffabilmente il presepio. Penitente eccezionale, tempra e cultura di grande lirico, I. scrisse solo a gloria di Dio e salute del prossimo, evitando, per umiltà, la ricerca dell'espressione, e si abbandonò alla sua vena, ora cristallina, ora torbida e torrentizia, adoperando la forma popolare della ballata con ritmi vari e sempre musicali. In quanto esprime (sia pure in modo paradossale) l'itinerario dell'anima a Dio, I. non è solo il rappresentante del medioevo, ma il poeta dell'ascesi e della mistica cristiana d'ogni tempo, il poeta che ha messo a fuoco la follia dell'amore divino e dell'ingratitudine umana.

Bibs.: Edd. principali : Laude di Fra 7. da T. imprese per ser F. Bonaccorsi, Firenze 1490 (comprende 102 laude): Le poesie spirituali del b. 7. da T., con le scolie e annotazioni di F. Tre vetti, Venezia 1617 (accoglie più di 200 laude): Laude di 7. da T. a cura di G. Ferri, in ed. diplomatica, Roma 1910, Bari 1915 (si ottiene all'ed. del Bonaccorsi), $2^{\circ}$ ed. riveduta e aggiornata da S. Caramella, Bari 1230; il medesimo testo con introd. bibliogr. e note a cura di F. Colutta, Milano 1940. - Studi sul testo: per la complessa storia dei codici e delle edizioni: G. Ferri, note all'ed. laterziana del 1913 e S. Caramella, note all'ed. del 1930; N. Sapegno, Problemi di critica jacoponica, in Civiltà moderna, 2 (1230), pp. 874-85; F. Argena, Per il testo delle laude di 7. da T., in La Rassegna (1943-48); M. Apollonio, 7. da T. e la poetica delle confraternite religiose nella cultura preumanistica, Milano 1946; A. Ugolini, Laude di 7. da T. tratte da due manuscriti umbri, Torino 1947. Per la vita di L. Leggenda, trecentesca, pubbl. da A. Tobler, in Zeitschrift für Romanische Philologie, 2 (1878), pp. 26-39; Angelo Clareno, Hist. septem tribulationum ed Epistola esculatoria, ed. da F. Ehrle, in Archiv für Liter.-u. Kirchengeschichte, 2 (1886), p. 308 sgg.; Mariano da Firenze, Com-

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pendium chronicarum Frat. Min., in Arch. Franc. Hist., 1 (1908), pp. 98-107; G. Oddi, La Franceschina, a cura di N. Cavanna, Firenze 1921. Le vite jacoponiche dal sec. XVI al XVIII ripetono le notizie tradizionali. Dalla metà dell'Ottocento a oggi, data la dubbia autenticita della prima leggenda, si hanno piuttosto studi che biografie. Per la mistica di I. : C. L. Tempesti, S. Bonaventura maestro esimio di spirito, t. II, Venezia 1748; G. Gentile, La filosofia, Milano 1904, pp. 94-104; F. Novati, L'amore mistico in s. Francesco d'Atisi e 7. da T., in Frecchi e miei del Dogento, Milano 1908, p. 198 sgg.; A. Gottardi, L'albero spirituale di 7. da T., in Rassegna critica della lett. ital., 20 (1913), pp. 1-28, 84-116; E. D'Ascoli, Il misticismo nei canti spirituali di frate 7., Reca nati 1923; L. Russo, 7. da T. mistica poeta, in Problemi di metodo
critico, Bari 1929, pp. 7-38 (interpretazione idealistica); M. Vinsi, 7. e s. Bonaventura, in Cultura neolatina, (1941), pp. 133-42. Per la spiritualità e l'arte di I. : F. Ozanam, Les poètes franciscains au XIIIe siècle, Parigi 1852 ; J. Schmitt, Metrica di 7. da T., in Studi medievali, 1 (1905), pp. 513-60; A. D'Ancona, 7. da T. militare di Dio, Todi 1914; E. Underhill, 7. da T. poet and mystic, Londra 1910; M. Casella, 7. da T., in Arch. Romanicum, 4 (1920), pp. 281-89, 429-85; N. Sapegno, Frate 7., Torino 1926; C. Cadorno, 7. da T., Firenze 1926; G.Trombadori, 7. da T., Venezia 1926; V. Sonecini, Bibliografia jacoponica, Reggio Emilia 1933; F. Liuzzi, La lauda e i primordi della poesia italiana, Roma 1935; G. Papini, 7. da T., in Storia della lett. ital., Firenze 1937, pp. 39-67. Per lo Stabat Mater: M. Suchet, La poesia liturgica francescana nel sec. XIII, Roma 1914; F. Erenini, La Stabat Mater e i Pienti della Vergine nella lirica del medio eco, Città di Castello 1916. Maria Sticco

Culto popolare. - I. fu un religioso di esimia santità di vita, informata ad un rigido ascetismo con forti espressioni di alto e infuocato misticismo, evidentissimo negli scritti. Santo o «beato», nel senso tecnico della parola, fu considerato dagli storici e dal popolo, che lo ha venerato con atti di culto, mentre il suo nome fu inserito nel Martirologio francescano. Sepolto nella chiesa delle Clarisse di Montecristo presso Todi, nel 1433 le sue ossa furono trasferite nella cripta di S. Fortunato, dove nel 1596 il vescovo Angelo Cesi le ricompose in più onorato sepolcro, decorandolo di bella iscrizione.

Però il culto di I. non è stato ancora confermato dalla Chiesa, nonostante i tentativi fatti in questo senso a Todi dal Consiglio municipale nel 1628 e dal Capitolo della cattedrale nel 1676. Nel 1868 e 1869 la Postulazione dei Frati Minori ha riaperto la causa e raccolto i documenti comprovanti questo culto reso ab immemo-
rabili, che si è manifestato anche nell'iconografia con qualche miniatura, con l'effige sulla tomba e un'altra presso ad essa insieme ad altri santi, e specialmente con il celebre affresco cinquecentesco della cattedrale di Prato. Alla conferma definitiva sembrano opporsi certi atteggiamenti di I. nei riguardi di Bonifacio VIII e le note intemperanze poetiche relative allo stesso Pontefice.

BibL.: Martyrologium franciscanum, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1653, p. 628 sg.; L. Oliger, Deve è morto il b. 7. da T.?, in La tace di s. Antonio, 11 (1907), pp. 347-48; cf. inoltre, data Ord. FF. (storia della
Martino Bertagna
IADDUA: v. IEDOGA.

IAHEL: v. GIA-
ELE.
IAHIEL (ebr. $\left.\mathcal{F} \delta h^{\prime} \delta^{\prime}\right)$. - Nome di alcuni personaggi biblici.

Oltre un figlio del re Issaphat (II Par. 21,2) e un prefetto della "casa di Dio" al tempo del re Iosia (ibid. 33,8 ), tre leviti portano tal nome: uno appartenente ai suonatori di cetre (I Par. 15, 18, 20; 16,5); un altro delle famiglie di Gerson (ibid. 23), incaricato di raccogliere i contributi per il Tempio (ibid. 28, 8), da distinguersi forse da I., figlio di un hachamonito, consigliere del Re (ibid. 27, 30); un terzo che partecipò alla purificazione del Tempio al principio del Regno di Ezechia (II Par. 29, 13) v. IZHIEL.

IAIR (ebr. $\left.\mathcal{H}^{\prime} \delta^{\prime}\right)$. - 1. Israelita, della tribù di Giuda per parte del padre, e della tribù di Manasse per parte dell'ava. Il clan di I. appartienc alla metà della tribù di Ma-
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nasse stabilitasi nella Transgiordania.

1. conquistò le trenta città amorrite, a sud del Jarmūq, in Galaad, che chiamò havardith I. cioè attendamenti abitati da seminomadi (Num. 32, 41; Iudc. 10, 4; I Reg. 4, 13; I Par. 2, 22). Meno esatta e secondaria la tradizione che pone nel Basan queste città (Deut. 3, 14; Jos. 13, 30). Le 60 città nel Basan, che I Par. 2, 23 sembra attribuire a I., furon conquistate da Nobe (Num. 32, 42).
2. Probabilmente distinto dal precedente e suo discendente è I. di Galaad, giudice d'Iaraele per 22 anni; padre di 30 figli e padrone di 30 città (solo la Volgata aggiunge "che chiamò con il suo nome»). Fu sepolto a Camon, vicino a el-Hoṣn (Iudc. 10, 3 sgg.).
3. Beniaminita, padre di Mardocheo (Esth. 2, 5).
4. Uno dei principali membri della sinagoga di Cafarnso (greco: 'I $\delta \varepsilon \iota \rho \circ \varsigma$ ), cui il Signore risuscitò

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la figlia dodicenne (Mt. 9, 18 sgg. 23-26; Mc. 5, 22 sgg. 35-46; Lc. 8, 40 sgg. 49-56).

Bib.: L. Desnoyers, Ilistoire du peuple hébren, I, Parisi 1922, pp. 79, 188; M.-J. Lagrange, Exuagille selon st Marc, $5^{\circ}$ ed., ivi 1929, pp. 138-46; F.-M. Abel, Géographie de la Paissine, II, ivi 1938, p. 71 sg.: A. Fernandez, Commenterius in librum Iotue, ivi 1938, p. 192 sgg.: A. Clamor, Les Nombres, Le Deutéronome (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), ivi 1940, pp. 433, 533; A. Vaccari, La S. Bibbie, II, Firenze 1947, p. 118; L. Marchol, Les Paroliponsines (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 4), ivi 1949, p. 30 sg.

Francesco Spadafora
IAJO (Le Jav), Claudio. - Teologo, controversista, n. verso il 1500 a Micussy (Savois), m. a Vienna, in Austria, il 6 ag. 1552. Ottenuto alla Sorbona (1534), il grado di licenziato in arti, e ordinato sacerdote, si associó il 15 ag. 1535 alla nascente Compagnia di Gesù a Montmartre. Recatosi in Italia (1537) vi trovò s. Ignazio di Loyola, partecipando alle prime attività apostoliche da lui dirette, specialmente a Roma e Ferrara, riconciliando a Ba gnorea e a Brescia gli abitanti divisi in fazioni, riformando i costumi a Faenza. Nel 1542 parti per la Germania, dove a Spira, e soprattutto a Ratisbona, si distinse come oratore e controversista, minacciato di morte dagli eretici, ma rispettato per la sua nobiltà di vita ed il suo coraggio. Nel 1543-44 lavorò ad Ingolstadt, a Dillingen e a Worms; partecipò con s. Pietro Canisio alla Dieta del 1545; lo stesso anno fu inviato dal card. Ottone von Truchsess quale suo rappresentante al Concilio di Trento, che segui nella sua traslazione a Bologna e Ferrara (15451549).

Nel frattempo il re Ferdinando d'Austria lo propose quale vescovo di Trieste, ma I. vi rinunciò, e il duca Guglielmo IV di Baviera lo chiese al papa Paolo III, per la restaurazione dell'Università di Ingolstadt. A Vienna fondò il Collegio dei Gesuiti.

L'immenso successo del suo lavoro tra i protestanti è attribuito dai biografi alla sua distinzione e modestia, accompagnate da franchezza, semplicità e affabilità, e anche ai suoi costumi irreprensibili e alle sue virtù sacerdotali.

Bibs.: Le sue lettere sono edite Mumm. Historica S. 7: Epistoloc P. Brótt, C. Jaji, Madrid 1903, pp. 254-84. Studi: J. Prat, Le p. C. Le 7, un des premiers compagnons de st Ignace de Loyola, Essai historique, Lioune 1874; P. Boere, Vita dei neves di Dio p. C. I., l'itense 1878; H. Tavernier, Le p. C. I. 7. Sa patrie et sa famille, Annecy 1884-94; B. Dube, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zange, I, Friburgo in Br. 1907, passim, v. indice; C. Schlesinger, Jesuitexpatriats, Ratisbona 1915, pp. 204209; P. Tacchi Venturi, Storia d. Comp. d. Gesí in Italia, II, 1, $2^{\circ}$ ed., Roma 1930, pp. 114-20, 236-61. Arnaldo M. Lanz
"IAM CHRISTUS ASTRA ASCENDE$\mathrm{RAT}^{2} \times$. - E l'inno del Mattutino nella festa di Pentecoste, d'origine ambrosiana.

La discesa dello Spirito Santo in lingue di fuoco sugli Apostoli adunati in orazione con Maria S.ma è ampiamente narrata da s. Luca nel cap. 2 degli Atti. A questa narrazione si ispira il poeta e mette in bella evidenza la discesa dello Spirito e l'azione di s. Pietro che, primo fra tutti, parla un linguaggio inaudito fra gli umili pescatori della Galilea, da ciascuno ascoltato nella sua propria lingua.

Bibs.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, pp. 178-79; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovì 1952, pp. 142-43; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 125-26. Silverio Mattei
"IAM LUCIS ORTO SIDERE $\times$. - Inno che si canta all'inizio dell'ora di Prima, composto da autore ignoto della scuola di s. Ambrogio, detto quindi ambrosiano. S. Benedetto infatti nella sua Regola dice : «inde sequitur ambrosianum * (cap. 12).

All'alba del nuovo giorno, fugate le tenebre della notte, la preghiera dei fedeli sale a Dio propiziatrice di aiuti
per il compimento dei doveri del giorno e per evitare quei difetti che tanto grave discapito portano alla vita dello spirito. La Grazia del Signore infatti sarà l'umana salvezza, con essa si compiranno le buone opere e per essa saranno diretti a Dio i pensieri e le opere.

Bib.: G. B. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, pp. 13-23; S. Brouwer, Histoire du Brétiaire romain, I, Parigi 1905, p. 367 sg.: F. Vanderstuyf, Les hymnes de l'Ordinaire du Brétiaire romain, ivi 1922, pp. 36-37; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 45-46. Silverio Mattei
"IAM MORTE VICTOR OBRUTA $\%$. - Inno delle Lodi nella festa del S. Rosario, composto dal domenicano Th. A. Ricchini (cf. A. Walz, Compedium historiae Ordinis Praedicatorum [Roma 1948], p. 585) e già inserito nel Breviario domenicano nel 1834 .

In bella ed elegante forma vi sono narrati i cinque misteri gloriosi: la Risurrezione, l'Ascensione, la Discesa dello Spirito Santo, l'Assunzione della Vergine S.ma e la sua incoronazione a regina del cielo e della terra.

Bibs.: G. Bosei, Gli inni del Breviario romano, Roma 1919, p. 203; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Nondovi 1936, pp. 268-69; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 181-82. Silverio Mattei
IAMNIA (ebr. Jabhneh; gr. $\Lambda \varepsilon \beta v \dot{\alpha}, \mathrm{I} \alpha \beta v \hat{\gamma} \lambda$ ) - Città ai confini nord della Giudea (Ios. 15, 5), da identificarsi con Iabnia, città filistea smantellata da Ozia (II Par. 26, 6) e conosciuta in tempi posteriori come I., quando fu la base dei generali siriani contro Giuda (I Mach. 5, 58; 10, 69; 15, 40); fu sottomessa da Alessandro Ianneo (Antig. Jud., XIII, 6, 6; XV, 4). Nel 63 a. c. Pompeo la rese indipendente, ma nel 30 fu donata da Augusto ad Erode il Grande.

Fu molto popolata e in gran parte dagli Ebrei, i quali vi ebbero una fiorente scuola rabbinica, che s'ingrandi con il trasferimento a I. del Sinedrio (70-132). Il cristianesimo ebbe dei martiri già sotto Diocleziano; il vescovo compare a Nicos nel 325. I. ebbe il suo porto dove Eudocia costrui una chiesa in onore di s. Stefano e di s. Tommaso con ospizio, benché il porto fosse abitato in gran parte da samaritani. Nel medioevo I. fu detta Yebella, storpiamento di Jabhneh, da cui prese nome la famiglia che la governava. Fino ai nostri giorni. I. è rappresentata da un villaggio musulmano Yebnah, che nel 1948 passò a far parte dello Stato ebraico.

Bibs.: A. Legendre, s. v. in DB. III, coll. 1115-19; G. Beyer, 7., in Zeitschrift des deutschen Palästina-Forens, 36 (1923), pp. 246-48; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parisi 1938, pp. 147. 172. 200: Jons, Palestine of the Crusades, Londra 1938, p. 41. Bellissimo Bigniti
"IAM SOL RECEDIT IGNEUS $\times$. - Inno nei Vespri del sabato, di autore ignoto, appartenente al gruppo "irlandese-anglosassone $\%$.

Con lo sparire della luce del giorno e con il sopraggiungere della tenebre il cristiano si rivolge a Dio uno e trino, luce perenne che illumina ogni uomo che viene nel mondo. Son due strofe semplici che cantano motivi già noti, ma ripresentati in bella ed agile forma.

Bibs.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, pp. 92-93; F. Vanderstuyf, Les hymnes de l'Ordinaire du Brétiaire romain, Parigi 1922, p. 112; V. Terreno, Gli inni delI'Uffizio divino, Mondovì 1932, p. 98; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 8o. Silverio Mattei
"IAM TOTO SUBITO VESPER EAT
POLS $\times$. - Inno dei Vespri nella festa della Vergine Addolorata, in strofe asclepiadea, composto nel sec. xvir quando Innocenzo XI istituì la festa, con un concetto ispiratore differente da quello del Veneydi di Passione.

L'atroce e sublime martirio della Madre di Gesù ai piedi della Croce è presentato in una visione di grandezza apocalittica, con versi belli per elevatezza di concetti ed eleganza di forma.

Bibs. G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, pp. 298-99; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovl

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1932. pp. 248-50; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947. pp. 173-75.

Silverio Mattei
IANNES e MAMBRES. - Nomi di due maghi egiziani che, secondo tradizioni giudaiche, si sarebbero opposti a Mosè alla corte del faraone. S. Paolo li ricorda in II Tim. 3, 8. Nel greco però il secondo nome è ' $\operatorname{Ia} \mu \beta \rho \tilde{\eta} \varsigma$.

Le varianti aramaiche sono raccolte da H. Odeberg in G. Kittel, Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., III, Stoccarda 1939, p. 193.

Siccome questi nomi non ricorrono né nel Vecchio Testamento né presso Flavio Giuseppe o Filone, sorge la questione donde Paolo li abbia attinti. Alcuni, con Teodoreto (In II Tim., 3, 8: PG 82, 847), pensano a una tradizione orale, altri, con l'Ambrosiastro (PL 17, 494) e Origene (In Matth. lat.: PG 13, 1769), pensano a un apocrifo I. et M. liber. Nel Contra Celsum (IV, 52 : PG 11, 1112) Origene informa che il neopitagorico Numenio (sec. ir d. C.) conosce una "storia di Mosè e I. e Iambres». Anche Plinio il Vecchio (m. nel 79 d. C.) conosce «alia magices factio a Mose, et Ianne et Lotape ac Iudeis pendens" (Hist. nat., 30, 2, 11). Secondo C. Spicq, l'opera a cui allude Plinio sarebbe anteriore al 65 e quindi potrebbe essere citata da Paolo. Non segue però che l'Apostolo citi come sacro questo od altri apocrifi che contengono tali nomi, come il Documento sadoqita (cf. M.-J. Lagrange, in Rev. bibl., 21 [1912], p. 222), il Vangelo di Nicodemo (cap. 5). Questi nomi sono ricordati pure da Apuleio (Apol., 80), dagli Atti di Paolo e Pietro, dalle Constitut. Apostol. (8, 1), dal Targum dello Pseudo-Ionathan In Ex. 1, 15; 7, 11; Num. 22, 22 (li dice figli di Balaam).

BibL.: F. Vignuroux, s. v. in DB, III, coll. 1119-21; G. Bardy, Eplires pastorales, in L. Pirat, La Ste Bible, XII, Parigi 1938, p. 212; C. Spicq, Eplires pastorales, ivi 1947, pp. 370-72.

Pierre De Ambroggi
IAPHETH (ebr. Zepheth, Zäpheth, Settanta: 'Iáqeø). - Figlio di Noè, minore di Sem (Gen. 10, 21, secondo l'ebr.) e maggiore di Cham (Gen. 9, 24), progenitore delle popolazioni a occidente e a nord della Palestina (Gen. 10, 2-5), tra cui i Cimmeri (Gomer), i Medi (Madal), i Greci, o Ioni (v. IAVAN). Ma si suol dare come discendente di I. la stirpe arioeuropea in genere.

Episodio saliente a cui è legato il suo nome è quello della benedizione paterna, conferita a lui e a Sem in occasione dell'incidente che diede modo ai due fratelli di manifestare il loro rispetto verso il padre Noè : «Iddio dilati (ebr. jophr) I. ed egli trovi dimora nei padiglioni di Sem, e Canaan sia loro (di Sem e I.) schiavo" (Gen. 9, 27); in ciò si riconosce predetta l'espansione demografica e civile degli Arioeuropei, ma nello stesso tempo la loro subordinazione religiosa ai Semiti, dai quali ebbero infatti il cristianesimo.

Alcuni comparatisti di etnologia e letteratura ammettono una relazione tra il biblico I. e il greco Giapeto, ('Iarzeviç), che attraverso Prometeo e Deucalione (cf. Esiodo, Opere e giorni, 5, 50) ha, come quello, rapporto con un diluvio universale.

Bibl.: E. Meyer, Die Zuraeliten und ihre Nachbarstämme, Halle 1906, pp. 220-21; F. Schmidtke, Die Zaphetiten der bibl. Völkertafel (Bresl. Stud. z. hist. Theol., 7), Breslavia 1926. Giovanni Rinaldi

IARED (ebr. Zeredh, in pausa Jâredh). - Nome di due personaggi biblici.
I. Patriarca antidiluviano, della discendenza di Seth, figlio di Malaleel e padre di Henoch (Gen. 5, 15-20; I Par. 1, 2; Lc. 3, 37).
2. Israelita, dei posteri di Giuda. Era figlio di Ezra e fondatore di Gedor ( $=$ oggi Gedür, cf. Ios. 15, 58); IPar. 4, 18). I rabbini, con un gioco etimologico, fecero di I. un appellativo di Mosè (dalla radice jâradh = discendere), perché Mosè fece "scendere» la manna dal cielo, senza badare che il legislatore è della tribù di Levi.

BibL.: A. Vaccari, La S. Bibbia, I. Firenze 1943, p. 74; III, ivi 1948, pp. 17-25; L. Marchal, Les Parolipomines (La Ste Bible, ed. L. Pirat, 4), Parigi 1949, p. 36. Francesco Spadafora

IASI : v. JASSI.
IASURA: v. SYRIA DEA.
IAVAN (ebr. Jâvân). - Trascrizione ebraica del nome degli «Ioni» ('Iávecs) d’Asia Minore (Gen. 10, 2. 4; I Par. 1, 5 sgg.; Is. 66, 19; Ez. 27, 13), come l'assiro Tâvann, Jâm(e)nu, il sanscrito Tavamí, il persiano Tainá (cf. Eschilo, Pers., 178, 363), il copto Wejenin. Più tardi I., come i corrispondenti orientali, fu usato nel senso generico di "Grecia" (Zach. 9, 13; Dan. 8,21 sgg.) e "figli degli Têvânim» sono i Greci (Iocl 4, 6).

Giovanni Rinaldi
IAVELLI, Chisostomo. - Teologo domenicano, n. a Casale Monferrato ca. il 1470, m. a Bologna dopo il 1538 . Religioso della provincia domenicana "utriusque Lombardiae" si consacrò tutto allo studio e all'insegnamento.

Contro di grande ingegno, scrisse molto; contro il "Commentatore", in difesa dell'interpretazione tomistica di Aristotele compose : Quaestiones acntissimae super VIII libros Physices ad mentem 1. Thamae, Aristotele et Commentatoris plurimum decime. Importanti e significative per l'epoca sono pure, oltre l'Ethica christiana (Venezia 1540), la Philosophiae politicos sive civilis christianae dispositio (ivi 1540) e la Occamonica vel familiaris christiana disciplina (ivi 1540). Tutte le opere del I. furono raccolte in Totius rationalis, naturalis, divinae ac moralis compendium ( 3 voll. Lima 1567-90; 2 voll. Venezia 1577).

Ebbe rapporti con Pietro Pomponazzi. Questi, quando per la sua opera De immortalitate animae (1516), fu condannato dall'Inquisitore, si rivolse a I. e gli chiese una confutazione dell'opera. Il domenicano rispose brevemente ai vari punti della tesi controversa. Il Pomponazzi ne fu soddisfatto. I. trattò di nuovo la questione dell'immortalità nel suo Tractatus de animae humanae indeficientia in quadruplici via, vol. peripatetica, academica, naturali et christiana (Venezia 1536).

BibL.: Quétif-Echard, II, pp. 104-105; Acta cap. gen. O.P., IV (Mamun. O. P. hist., 9), ed. B. Reichert, Roma 1901, pp. 49, 70. 119. 143. 150, 175; M. D. Chena, s. v. in DThC, VIII, i. coll. 235-38; Registrum litter. f. Thamae de Via Caietani O.P. (Mamun. O. P. hist., 17), ed. A. de Meyer, Roma 1935, p. 96. Sulla controversia col Pomponazzi v. F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Firenze 1868, pp. 43-6, 351-55; H. Busson, Les sources et le développement du rationalisme dans la littérature française de la Renaissance, Parigi 1922, pp. 32-40.

Alfonso d'Amato
IBAGUË, diocesi di. - Diocesi e città capitale del dipartimento di Tolina, Colombia, America meridionale.

Ha una superfice di 30.000 kmq., conta 500.000 ab. dei quali 499.500 cattolici, ha 56 parrocchie, servite da 86 sacerdoti diocesani e 13 regolari, un seminario, 5 comunità religiose maschili e 22 femminili (1949).

La diocesi fu creata dal papa Leone XIII il 20 giugno 1900. Il primo vescovo fu mons. Ismael Perdomo. La Cattedrale è dedicata alla Immacolata Concezione. E suffraganea di Bogotá.

La città di I., fondata nel 1550 , fu, nell'a. 1854 , capitale della Repubblica di Colombia.

BibL.: P. J. Mac Auley, s. v. in Cath. Enc., VII, p. 613; Enc. Eur. Am., XXVIII, pp. 709-800.

Enrico Josi
IBÁNEZ, Pedro. - Teologo domenicano spagnolo, n. a Calahorra forse all'inizio del Cinquecento, m. nel convento di S. Maria di Trianos, di cui era priore, il 2 febbr. 1565.

Alunno del convento di S. Stefano di Salamanca, ove fece professione il 5 apr. 1540 , insegnò teologia a S. Paolo di Valladolid e a S. Tommaso d'Avila. Qui conobbe s. Teresa di Gesù, a cui deve in modo particolare la sua fama, perché ne fu il confessore e direttore prediletto, che più influì sulla sua formazione spirituale, nel periodo in cui

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essa stava pensando ansiosamente alla riforma del Carmelo e incontrava da ogni parte le più forti e impensate opposizioni. L'I. non solo ne approvò l'ardito e contrastato disegno, ma anche assisté la Santa e la sorresse con i suoi consigli, appoggiandola sia in Spagna che a Roma, fino ad ottenere il Breve pontificio per la fondazione del primo convento delle Carmelitane Scalse a S. Giuseppe di Avila. Assistette la Santa anche nella redazione dei regolamenti interni di quella casa; e le ordino nel 1652 di scrivere una prima autobiografia, che poi andò perduta, e la storia delle fondazioni. I. lasciò il Tratado del discernimiento de los espiritus sulla vita straordinaria della sua penitente, nel quale dà prova di una esperienza grande e profonda nelle cose mistiche. S. Teresa lo ebbe in grande stima di dotto e di santo, e nella sua autobiografia scrive di averne vista l'anima salire immediatamente al cielo.

BibL.: S. Teresa di Gesù. Autobiografia, capp. 32, 33, 38; P. Alvarez, S. T. de 7. y el p. I., Palencia 1880; Aunée dominicaine, nuova ed., febbr., I, Lione 1884, pp. 31-39; J. Cuervo, Histo. riodores del convento de S. Esteban de Salamanca, I, Salamanca 1914, pp. 691-98.

Abele Redigonda
IBARRA, Diocesi di. - Diocesi e città nel nord dell'Equatore (America meridionale).

Ha una superfice di 10.130 kmq ., con una popolazione di 218.800 ab. dei quali 218.400 cattolici.

Conta 42 parrocchie con 80 sacerdoti diocesani e 27 regolati, un seminario, 9 comunità religiose maschili e 20 femmendi ( 1949 ).

La diocesi fu creata dal papa Pio IX il 29 dic. 1862 per smentiramento dell'arcidiocesi di Quito, di cui è suffraganca. La città di I. fu fondata il 28 sett. dell'a. 1606. Fu molto danneggiata dal terremoto del 1868. La Cattedrale è dedicata a s. Michele Arcangelo. Altre chiese notevoli sono quelle di S. Agostino, di S. Domenico, di Nostra Signora della Mercede, di S. Francesco, di S. Maria del Carmine.

BibL.: G. Rheinhold, s. v. in Cath. Enc., VII, p. 614; Ent. Eur. Am., XXVIII, p. 811 .

Enrico Josi
IBAS (Hiba). - Vescovo di Edessa, m. il 28 ott. 457. Fu capo della scuola di Edessa (v.) sotto il vescovo Rabbūlā insieme al quale assisté al Concilio di Efeso, ma dalla parte degli antiocheni. Quando Rabbūlā condannò le opere di Teodoro di Mopsuestia, I. ne rimase scontento. Una volta fatta la pace fra gli antiochieni e s. Cirillo d'Alessandria (433), I. fu espulso da Edessa dal suo vescovo e fu allora probabilmente che scrisse la sua lettera a Mārī, vescovo di Rēvandašīr in Persia.

Fece anche propagare le opere di Teodoro Mopsuesteno mediante versioni armene, il che obbligò Rabbūlā e poi Procle di Costantinopoli a mettere in guardia gli Armeni contro le dottrine nestoriane. Nel 435 I. fu eletto vescovo di Edessa. Già nel 445 fu accusato di nestorianesimo dinanzi al patriarca di Antiochia, ma egli non comparve. Accusato di nuovo nel 448 e dietro ordine di Teodosio II, I. si presentò dinanzi ai tribunali di 'Tiro e Berito, dove negó di essere nestoriano, ma gli accusatori presentarono la sua lettera. I. poté tornare a Edessa; senonché nel 449 Teodosio II lo fece comparire di nuovo nel "Latrocinio di Efeso", ispirato dai monofisiti, dove fu deposto. Ma nel Concilio di Calcedonia (451), a cui era presente, fu riabilitato dopo la lettura della sua lettera, però dietro condanna di Nestorio. Tuttavia nel Concilio di Costantinopoli del 553 uno dei Tre Capitoli condannati fu appunto la lettera di I.

Questa lettera, scritta senza dubbio in sirisco, è conservata soltanto in greco (E. Schwartz, Acta Conc., II, Berlino, 1, 3, p. xxiII sgg.). Essa ha un certo sapore nestorianizzante, accusa la dottrina di s. Cirillo di apollinarismo, distingue fra il Verbo e il suo tempio nato da Maria e sembra ignorare la comunicazione degli idiomi in Cristo.

BibL.: P. Peeters, La wie de Bakhoula, in Recherches de science relig., 18 (1928), pp. 178-203; A. d'Alès, La lettre d'L. a Marés le persan, ibid., 22 (1932), pp. 5-25. Ignazio Ortiz de Urbina

IBIZA: v. IVIZA.

IBN AL-'ASSĀL. - Giurista arabo, vissuto nel sec. xiri in Egitto. A lui si deve una compilazione di diritto canonico e civile, del tipo di quelle chiamate nomocanoni. La raccolta in parola può essere collocata attorno al 1240, il suo titolo originale è al-Mağmū' as-safawī (che significa "La raccolta di asSafī").

Il materiale che servi a questa compilazione fu in parte autentico, in parte adulterato. La parte civilistica della raccolta venne ricavata prevalentemente da due compilazioni di diritto romano bizantino: il Prochiron (v.) e il cosiddetto Libro siro-romano (v.). La parte canonistica risulta invece formata anche da testi di origine bizantina, che sono i presunti decreti dei Padri di Nicea e precetti del Vecchio Testamento trattati alla maniera cristiana. A questo insieme di fonti vennero frammischiate norme di diritto musulmano di rito mālikita.

Più nota forse del testo originale è la cattiva versione religiosa dell'opera apparsa nel sec. xvir con il titolo Fetha Nagast ("La legislazione dei re") e che è tenuta in molto pregio ancor oggi in Abissinia, nonostante la scarsa applicabilità pratica delle norme e dei precetti in essa contenuti.

BibL.: I. Guidi, Il Fetha Nagast o la Legislazione dei Re. Roma 1899; C. A. Nallino, Libri giuridici bizantini in versioni arabe cristiane del secc. XII-XIII, in Rend. Accademia dei Liberi, cl. scienze mor., $6^{2}$ serie, 1 (1929), pp. 103-11, 144-56.

Antonio Rota
IBN BĀĞAH: v. avempace.
IBN 'EZRĀ' ABRĀHĀM ben MĒ'ĪR. - Grammatico, commentatore biblico, poeta, filosofo e astrologo, n. a Toledo (Castiglia) o a Tudela (Navarra) ca. il 1092, m., secondo la tradizione, a Calahora nel 1167. Emigrò, per sfuggire alle persecuzioni degli Ebrei, prima del 1140. Visse successivamente a Qajravān, a Roma nel 1140, ove scrisse un commento all'Ecclesiaste, seguito da commenti agli altri quattro « rotoli » e da una grammatica ebraica (Möznajim, a Bilancia ").

Altre opere furono da lui redatte verso il 1144 a Lucca. Nel 1145 terminò il commento a Isaia; nello stesso anno si trasferì a Mantova, ove redasse un'altra opera di grammatica. Gli Ebrei italiani, dediti a studi talmudici, non apprezzarono l'attività scientifica di I. 'E. Nel 1155 egli si recò nella Provenza e qui, specialmente a Bixiers, fu accolto con molti onori. A Rodez (Francia meridionale) terminò i commenti a Daniele, ai Salmi ed ai dodici profeti minori. Nel 1157 compì il commento al Pentateuco, che fu discusso perché non in tutto conforme alla tradizione talmudica. Nel 1158 redasse a Londra l'opera Ŝobāb mōrā. Nel 1160 scrisse a Narbonne un'opera astrologica. Poi si recò a Roma. La vita di I. 'E. è raminga, fatta di lavoro intenso e di povertà, di cui egli stesso parla con una punta d'ironia.

Come poeta, è troppo grammatico per concedersi delle licenze linguistiche. Molte poesie sono di carattere liturgico. Tratta talvolta della lotta tra corpo e spirito e insegna ad accogliere con serenità le vicende della vita. Ricorda altre volte le glorie passate d'Israele e, figlio del suo tempo, cerca di dedurre dalle visioni profetiche l'inizio dell'èra messianica.

Le sue idee filosofiche sono sparse nei suoi commenti biblici. La sua opera esclusivamente filosofica è il menzionato Ŝēsōdō mōrā' ("La base del timore»). I. 'E. è seguace di Ibn Gōbhīrōl. Nella psicologia si riscontra l'influenza di al-Fārābī, dei neoplatonici, dei pitagorici, riflessa nella filosofia araba. Dio è creatore in quanto trasforma la materia prima per emanazione. Il mondo dei corpi celesti occupa un posto intermedio tra la base primitiva di tutte le cose ed il mondo sensibile in cui vanno distinte tre sfere : dei minerali, delle piante e degli esseri viventi. A capo dell'ultima sfera sta l'uomo, la cui anima è una emanazione. La Provvidenza divina si estende sulle leggi che governano l'universo, sicché l'uomo può esercitare la volontà propria. Il mondo sensibile dipende dalla costellazione dei corpi celesti e solo

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l'anima di chi ha superato la natura sensuale dipende direttamente da Dio.

BibL.: J. Bernfeld, 'E., in Enc. Jud., VIII, coll. 326-41; J. Guttmann, Die Philosophie des Judentums, Monaco 1933, pp. 130-37 e passim; G. Vaida, Introduction à la pensée juive du moyen âge, Parigi 1947, p. 104 sg. e passim.; cf. anche J. M. Millos Vallicrossa, El libro de los fundamentos de las tablas astronómicas de I'E., con introd. e note, Modrid 1947; id., Sobre la anterioridad de una obra astronónico da I. 'E., in Zefarad. 8 (1948), pp. 136-30. Eugenio Zolli

IBN GĖBHĪRŌL: v. avicebbon.
IBN RUŠD: v. averroè.
IBN SĪNĀ : v. avicenna.
IBN at-TAJJIB: v. ABŪ 'l-FARAĠ 'ABDALLAH IBN AT-TATYIB.

IBN TUFAJL: v. abubacer.
IBRIŠIMOVIĆ, LUCA. - Francescano, eroe nazionale croato, n. a Požega nel 1620, m. ivi nel 1698. Difensore del popolo cristiano di Slavonia contro la oppressione dei Turchi, fu più volte imprigionato e perseguitato a morte; lavorò instancabilmente per risanare la vita religiosa e civile del popolo sofferente. Durante la guerra di Vienna (1683-99) guidò l'insurrezione nazionale per la liberazione della Slavonia dalla tirannide turca, e nella battaglia di Sokolovac da valoroso condottiero sconfisse il nemico.

Bibl.: V. Batinić, Dielocanie franicvaca u Bosni i Hercegovini, II, Zagabria 1883, p. 173; J. Jelenić, Kultura i botaniki franjerci, I, Sarajevo 1912, p. 133; Ibritimović fra Loba, in Znameniti i zaslužni Hrcati, Zagabria 1925, p. 113. Pietro Capkun

IBSEN, Henrik. - Poeta, n. a Skien, nella Norvegia meridionale, il 20 marzo 1828, m. a Cristiania (Oslo) il 23 maggio 1906. La sua vita si svolse dalla chiusa cerchia di una piccola cittadina, pervasa e non liberata dall'ansioso pietismo luterano, attraverso tristi vicende familiari, nella grettezza di una condizione meschina, ad esperienze d'ambienti sempre più vasti. Tetri e squallidi gli anni di Grimstad, dove visse guadagnandosi il pane come garzone di farmacia; ma prepara l'ingresso all'università e compone la tragedia della libertà audacemente battagliera, Catilina. Duri, ma generosi gli anni del noviziato letterario e teatrale a Cristiania, come studente, e a Bergen, dal 1851 al 1857 , come direttore del Teatro nazionale, e a Cristiania ancora, dal 1857 al 1864, come direttore del Teatro norvegese, prima, poi come pubblicista e scrittore; e vi fa esperienza del teatro "teatrale" francese, dopo essersi, nella prima stagione del suo noviziato, imbevuto del teatro romantico dei Tedeschi e degli Scandinavi. Il terzo periodo è quello degli anni di vagabondaggio, i più fecondi d'opere: soggiorna specialmente in Italia, allontanandosi dalla sua terra nordica quasi per meglio comprenderla nelle ragioni elementari della sua natura, per darle, da lungi, un messaggio di vita. E infine, nel 1891, ritorna in patria, e vi medita le opere più ricche di immediato autobiografismo, pensate in una cerchia di riflessioni più severe, ma fiduciose nel messaggio testamentario che lascia ai suoi.

E in due rami, ascendente e discendente, di una parabola si compone la sua drammaturgia: perseguita con una coerenza, rara in tempi moderni, di ricerca interiore, tentando quella soluzione morale che conciliasse la problematica individuale e la problematica sociale, illuminando miticamente la realtà : ché l'arte è per lui "giudizio finale", come disse in un epigramma famoso; e la vita è lotta con i trofi della mente e del cuore. Catilina, I guerrieri di Helgeland, La commedia dell'amore, I pretendenti al trono, Brand e Peer Gynt sono le opere più significative dell'ascesa : conclusa appunto dalla verticale audacia di Brand, il sacerdote protestante che nella vita di-
sconosce la carità, e dall'orizzontale avventura di Peer Gynt, che dal nativo angolo di terra s'allontana per tentare il dominio e il piacere, e che alla sua terra stanco ritorna, dove l'ha atteso, invincibilmente fedele, l'amore. Il passaggio a un nuovo orientamento è segnato dal poema drammatico di Cesare e Galileo, sull'apostasia dell'imperatore Giuliano, e dalle Poesia : apologia e confessioni, più che liriche, dense di emblemi e di testimonianze del suo travaglio. E infine, quasi ridiscendendo a portare fra gli uomini, in un linguaggio più immediato, illuminando i termini correnti della vicenda umana, fra gente quotidiana, il suo messaggio di spiritualità pietosa e giudicante, Lega dei giovani, I pilastri della società, Una casa di bambola, Gli spettri, Un amico del popolo, L'anièra selvatica, Rosmersholm, La donna del mare, Hedda Gabler, Il capomastro Solness, Il piccolo Eyolf, John Gabriel Barkman e Quando noi morti ci destiamo. Anche cosi discendendo egli cale; e se da Il capomastro Solness in avanti prevale l'apologia del poeta, il riflettere su se stesso e sul proprio messaggio, l'epilogo, come chiamò l'ultimo dramma, di una ricerca totale consumata nella parola scenica, con i capolavori Una casa di bambola, Gli spettri, L'anièra selvatica, Rosmersholm, Hedda Gabler, cantà, come nessuno intorno a lui, la tragedia dei precipizi individualistici, il peccato e l'espiazione dell'umana superbia: raccogliendo la meditazione religiosa e penitenziale in una sfera tutta irraggiata, dominata dall'amblemo poetico ch'egli traszeglie, dalla tragica persona umana, eletta a dire la storia del peccato e della condanna.

Nella drammaturgia dell'Ottocento toccò a I., dopo avere sospinto alle possibilità estreme il linguaggio del poema drammatico, di ridiscendere a illuminare la vita quotidiana nella sua immediata sembianza, e di trasfigurare in un giudizio d'anima le vicende più trite della solitudine dei giorni umani, la sopravvivenza dei morti fra i vivi, la vita apparente degli uomini che attendono, per destarsi, il giorno del Giudizio. Inteso spesso solo nella risonanza accessoria del documento polemico o della teoria sociale, cosi che Gli spettri sembrano un documento clinico, e Hedda Gabler un proclama dell'individualismo dionisiaco, solo tardi è inteso come appello alla dignità della persona, con il suo destino di male e di bene, e con la soluzione individuale di ogni problema sociale. Nessun drammaturgo cantò più precipizi di lui : nessuno, di parola in parola, s'accommiata più consolatamente. Le verità delle immagini e delle ragioni eran caduche, le verità è ferma. Non conobbe le grazie, trageda irto e scontroso; ma si svegliò vicino al Dio risorto.

Bibl.: Per i testi, l'edizione contenaria, Samlede Skrifter, a cura di D. A. Seip e di F. Bull, Oslo 1928 sgg. Fra le traduzioni, completissima e commentatissima quella francese di P. G. La Chesnaia, Parigi 1914 sgg. Adeguata la traduzione italiana dei Drammi a cura di C. Giannini e N. Zoja, con presentazione di A. Farinelli, Milano 1946. Per la critica, oltre le edizioni citate, il saggio di G. Brandes, H. J., Caponaghen 1898; S. Slacaper, J., Torino 1916; M. Apollonio, J., Brescia 1944. Mario Apollonio

ICA, diOCESI di. - Città e diocesi del Perù, eretta a sede vescovile dal papa Pio XII il ro ag. 1946 con la cost. apost. Ad maiorem Christifidelium utilitatem, per smembramento dall'arcidincesi di Lima e dalla diocesi di Ayacucho. La diocesi è suffraginea di Lima. La Cattedrale detta La Merced è dedicata a s. Girolamo.

La diocesi si estende per $25.379 \mathrm{~kmq}$. con una popolazione di 144.747 ab., dei quali 144.547 cattolici. Ha 27 parrocchie, servite da 13 sacerdoti diocesani e 3 regolari, un seminario, una comunità religiosa maschile e una femminile (1949).

BibL.: AAS, pp (1947), pp. 167-69. Enrico Josi
I. C. A. S. : v. ISTITUTO CATTOLICO ATTIVITÀ SOCIALI.

ICHABOD (ebr. 'I hábhâdh «senza gloria»). - Figlio di Phinees e nipote del sommo sacerdote Eli (v.).

In uno scontro con i Filistei, quando fu catturata anche l'arca (v.) dell'alleanza (I Sam. 4,11), morirono i due fratelli Ophni e Phinees, e il vecchio padre Eli

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![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(Int. Enc. Catt.)
LA =IVERSKAJA BOGORODICA». Icona di stile bizantino donata dai cattolici Russi a Pio X (Pietroburgo 1908) - Roma, raccolta privata.

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![img-15.jpeg](img-15.jpeg)
(da A. Grober, L'art byzantin, Parigi (522, tux. 27) Icone - S. Eudossia. I. in pietre colorate incrostate nel marmo (sec. xili-xiv, secondo A. Grobar; sec. 2, secondo S. Bettini). Istanbul, Museo, proveniente da S. Maria Panaccantos.
decedette all'annunzio della catastrofe. In mezzo a tanta tragedia la moglie di Phinees partorì un bambino, cui impose il nome di I. "come per dire: E passata la gloria d'Israele, alludendo alla cattura dell'arca di Dio, ed al cognato ed al marito" (ibid. 4,21). Non si sa altro di questo bambino dal nome simbolico.

Angelo Penna
ICHANG, diOCEsI di. - Missione eretta l'iI sett. 1870 per divisione del vicariato apostolico del Hupeh, nella Cina centrale (v. HANKOW). Ebbe allora il nome di vicariato apostolico del Hupeh sud-occidentale, cambiato poi in quello di vicariato apostolico di I. il 3 dic. 1924. Una prima divisione del suo territorio, il 7 luglio 1936, dette origine alla prefettura apostolica di Shasi (v.) e con ulteriore divisione del 14 giugno 1938 fu eretto il vicariato apostolico di Shihnan (v.); con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, l'i i apr. 1946, la mis-
sione di I. fu elevata a diocesi, suffraganea di Hankow. E affidata, fin dall'origine, all'Ordine dei Frati Minori, che vi manda i Padri della provincia regolare belga di S. Giuseppe.

Negli attuali confini ha una superfice di ca. 30.000 kmq . Al 30 giugno 1948 , su un totale di ca. 2 milioni di ab., i cattolici erano 15.551 e i catecumeni 1046. Oltre al vescovo, vi erano 38 francescani belgi e 1 cinese e 10 sacerdoti secolari cinesi. Nel Seminario preparatorio studiavano 28 alunni, in quello minore 11 e nel regionale di Hankow si trovavano per I. 10 chierici, tra filosofi e teologi. Il personale ausiliario risultava di 85 suore, di cui 71 cinesi, di 113 catechisti, 145 maestri, 117 battezzatori, 7 medici, di cui 5 suore, e 15 infermieri. Il territorio, diviso in 8 distretti, contava 24 stazioni primarie e 186 secondarie, 7 chiese e 29 cappelle. Tra le opere figuravano 1 ospedale con 7 letti, 6 ambulatori medici, 3 orfanotrofi con 212 ricoverate, 2 ospizi per vecchi con 7 degenti. Le 27 scuole elementari avevano 2833 bambini, le 2 medie 381 scolari, e le 29 di primi elementi e di preghiera 965 ascoltatori.

La prima cristianità, fondata in Kingchow dal gesuita Giacomo Motel (1660-63), diede origine a parecchie altre, comprese quelle delle zone montagnose, dove i cristiani si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni del 1724 . Nel 1870, anno della sua erezione, la missione contava ca. 3000 cristiani ed ebbe in Kingchow la residenza dell'Ordinario, il piccolo Seminario (l'una e l'altro trasferiti nel 1883 a f.) e un orfanotrofio femminile. Notevole progresso si ebbe nel ventennio 1891-1911, nonostante le locali persecuzioni del 1898 e del 1904 e quella generale del 1900. Durante l'ultima guerra civile I. ebbe gravissimi danni e perdite di vite umane tra il personale missionario, sì che fu chiamata "la missione del sangue".

Bibl. : GM, p. 197 sg ; Archivio della S. Congregazione di Propaganda Fide, Relazione quinquennale del 22 nov. 1922 e relazione annuale 1948; MC, 1950, p. 160.

Adamo Pucci
ICHOW, diOCESI di. - Eretta in vicariato apostolico il $1^{\circ}$ luglio 1937 per divisione del vicariato apostolico di Tsingtao, nella provincia civile dello Shantung, nella Cina settentrionale, rimase affidata ai Padri della Società del Verbo Divino, che vi lavoravano dal 1925 in maniera di fatto autonoma da quelli della missione madre; l'i i apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi, suffraganea di Tsinan.

Ha una estensione di ca. 18.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione di ca. 4 milioni di ab., i cattolici erano 20.277 e i catecumeni 174 . Oltre al vescovo, vi erano 25 padri verbiti tedeschi e 2 sacerdoti secolari cinesi; 3 fratelli coadiutori tedeschi; 42 suore, di cui 38 cinesi. Nel Seminario intermissionale di Yenchow studiavano, per I., 3 alunni di filosofia e 3 di teologia. Presedenti statistiche riferivano un forte numero di catechisti, maestri, battezzatori e infermieri; 10 chiese e 185 cappelle, 2 ospedali, 6 ambulatori medici, 1 ospizio per vecchi, 2 orfanotrofi; 7 scuole elementari, 2 per catechisti e 33 di primi elementi e di preghiera. Ma la missione ha sofferto molto, nel personale e nelle opere, durante l'ultima guerra e in particolare in quella civile.

Gli inizi della predicazione evangelica risalgono al 1882 per opera di mons. de Anzer, allora vicario apostolico dello Shantung meridionale (v. YENCHOW), missione che comprendeva anche l'attuale territorio di I., e del p. Giuseppe Freinademetz, morto in fama di santità nel 1908. Dopo le difficoltà della prima guerra mondiale l'evangelizzazione riprese e fiorì, tanto che si venne alle erezioni di Tsingtao (v.), nel giugno 1928, e a quella di I. nel 1937.

Bibl.: AAS, 30 (1938), pp. 12-13; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, Shanghsi 1948, passim; MC, 1950, pp. 318-19. Adamo Pucci

## ICHTHYS : v. PESCE.

ICONE. - Voce greca che significa immagine, e che è passata nell'uso per indicare i dipinti portatili con immagini sacre dei primi secoli, e generalmente

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quelli di tipo orientale. Il fanatismo iconoclasta, che fra l'viIt e il Ix sec. perseguitò nel territorio bizantino la pittura religiosa, fece strage soprattutto di dipinti portatili; questo spiega l'estrema rarità delle i. dei primi secoli, e conseguentemente, per la scarsità dei confronti, l'incertezza nella loro datazione. Si aggiunga che le indagini sono anche ostacolate dal fatto che tali dipinti, per la venerazione stessa in cui furono tenuti, ebbero spesso a subire ridipinture o rifacimenti che li mantenessero efficenti al culto; e altre volte vennero quasi del tutto celati agli sguardi. Quest'ultimo è il caso della famosa i. del Salvatore del Sancta Sanctorum, detta l'Acheropita, di cui il Liber Pontificalis documenta già l'esistenza al tempo di Stefano II (752757) : completamente nascosta alla fine del sec. xir da un rivestimento di lamina d'argento dorato e da un vel