volume-06

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 1891; E. Caillet, La tradition littérarie des idéologues, Filadelfia 1943. Ugo Viglino

IDIOMELO ( ${ }^{18}$ équsion). - E un tropario o strofe poetica composta con una quantità di sillabe e con un ritmo e melodia propria, che non serve ad altri di modello o di prototipo. Con ciò si distingue dai tropari detti npooóposx, perché questi seguono la modulazione di altro tropario. I più belli i. dell'innografia bizantina si trovano nel vespro delle domeniche di Quaresima.

Bibl.: J. B. Pitra, Hymnographie de l'Eglise grecque, Roma 1867, p. 22 e passim; W. Christ - M. Paranikas, Anthologia graeca carminum christianorum, Lipsia 1871; E. Bouvy, Poètes et mélodes, Nîmes 1886; G. I. Papadopulo, Znadwina elg vly leteqias vly, 299! quiv ènal.quastuvly, uoumoíy, Atene 1890.

Placido de Meester
IDIOMI, COMUNICAZIONE degli. - Il termine "i." che, secondo l'etimologia, significa proprietà e nell'uso volgare lingua nativa, filosoficamente indica un attributo proprio di una natura. L'espressione poi, "c. degli i.", è usata dai teologi nella cristologia per designare la reciproca predicazione degli attributi umani e divini in Gesù Cristo. La c. degli i. deriva per logica conseguenza dal fatto che in Cristo si trovano unite la natura divina e quella umana; anzi, non è che la traduzione sul piano logico di quella comunicazione o unione ontologica esistente in Cristo fra la natura umana e divina e quindi fra gli attributi dell'una e dell'altra natura.

Si comprende, pertanto facilmente, e la storia del dogma ne dà una conferma, che, se da un lato la c. degli i., intesa in senso vago ed indeterminato, è necessariamente ammessa da tutti coloro i quali riconoscono in Cristo il carattere di Uomo-Dio, una più precisa ed esatta interpretazione di essa è solidale con il modo di concepire l'unità di Cristo e i rapporti in lui fra la natura divina e quella umana.

Il nestorianesimo (v.), che divideva Cristo in due persone unite accidentalmente, ammetteva la c. degli i. solo nel senso che i predicati di una persona si possono attribuire all'altra per una attribuzione morale, allo stesso modo che, in generale, la dignità, l'autorità, l'onore di un padre si possono moralmente riferire ai figli.

In direzione del tutto opposta si muoveva il monofisismo (v. monofisiti), che, fondendo in una le due nature, spingeva la c. degli i. fino al punto di attribuire a una natura le proprietà dell'altra.

Tenendo una via di mezzo fra queste due in-
terpretazioni, di cui la prima pecca per difetto e la seconda per eccesso, la dottrina cattolica precisa il significato della c. degli i. nel modo seguente:
I) Gli attributi umani si possono predicare del soggetto Cristo, denominato secondo la natura divina, come nelle proposizioni: il Verbo di Dio, il figlio di Dio, nacque nel tempo, ebbe una madre, patì, morì, e viceversa, gli attributi divini si possono predicare di Cristo denominato secondo la natura umana, p. es. : Cristo uomo, il figlio di Maria Vergine, il figlio dell'uomo, è creatore dell'universo, è generato nell'eternità dal Padre, è principio con il Padre dello Spirito Santo. Difatti, l'unione ipostatica importa che Cristo è un solo "io", una sola persona avente due nature; quindi, sono vere le proposizioni, come quelle soprariferite, nelle quali si stabilisce l'identità fra la persona avente le proprietà di una natura e la persona avente le proprietà dell'altra natura.
2) D'altra parte, però, il dogma dell'unione ipostatica (v.) importa che le due nature restino in Cristo distinte e inconfuse; onde risulta che esse non possono vicendevolmente predicarsi e non si possono neppure predicare di una le proprietà dell'altra. Sarebbe grave errore affermare che la natura umana di Cristo è onnipotente, eterna, onnisciente; oppure, che la natura divina di Cristo è passibile, mortale. Si ricadrebbe poi nello stesso errore, affermando che Cristo, in quanto uomo, è eterno, o che Cristo, in quanto Dio, morì; poiché queste restrizioni "in quanto uomo", o "in quanto Dio" posseggono il valore di indicare nella natura di uomo o di Dio la ragione del predicato, e perciò tali proposizioni si risolvono nell'affermare che una natura possiede le proprietà dell'altra, cadendo cosi nel monofisismo.

In conclusione, secondo il giusto senso fissato dalla dottrina cattolica, la mutua attribuzione delle proprietà umane e divine in Gesù Cristo non avviene direttamente fra natura umana e natura divina, bensì fra la persona denominata secondo una natura e le proprietà dell'altra natura.

Il fatto della c. degli i. si riscontra già apertamente nella S. Scrittura, come, p. es., nei passi seguenti : "E il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi" (Jo. 1, 14); "Il Figliolo di Dio è fatto dal seme di Davide secondo la carne" (Rom. 1, 3); "Dai quali (Ebrei) è nato il Cristo secondo la carne, che è sopra tutte le cose Dio benedetto nei secoli" (Rom. 9, 5); "Il quale (Gesù Cristo), essendo nella forma di Dio... annichilò se stesso, presa la forma di servo... umilio se stesso fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce" (Phil. 2, 6-7).

La dottrina della c. degli i. è stata solennemente definita dalla Chiesa nei Concili Efesino e Lateranense (Denz-U, 116, 124, 255). I Padri, come Origene, Cirillo di Gerusalemme, Cirillo di Alessandria, s. Giovanni Damasceno, la svilupparono nella polemica contro le eresie cristologiche; e gli scolastici la espressero in formule filosofiche, fissando in modo preciso le leggi che devono presiedere al nostro modo di parlare intorno a Cristo, e delle quali possiamo ricordare la più importante, quella che riguarda i nomi concreti ed astratti.

In senso filosofico, per nomi concreti si intendono quelli che designano un soggetto avente una natura o una sua proprietà, ad es. : uomo mortale, corporeo; "uomo" significa appunto "un soggetto avente la natura umana ". I nomi astratti, invece, indicano una sola parte

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ma prescindendo dal soggetto concreto in cui son destinate a realizzarsi, ad es. : umanità, razionalità, mortalità, corpo, anima. Orbene, la regola scolastica afferma che la natura umana e le sue proprictà possono attribuirsi a Cristo-Verbo quando sono espresse con nomi concreti, non invece quando sono espresse con nomi astratti. E esatto dire che il Verbo di Dio è corporeo, è mortale; falso, invece, affermare che il Verbo è corporeità, è la mortalità, è un corpo. Questa regola trova la sua giustificazione alla luce del dogma dell'unione ipostatica, secondo cui la natura umana con i suoi attributi e le sue parti è posseduta dal Verbo, ma non è il Verbo; quindi, il Verbo è una persona che possiede la natura umana, ma non è la natura umana e tanto meno le sue parti e proprictà.

Trattandosi, però, di attributi divini, è legittimo predicarli della persona Cristo-Uomo, anche se sono espressi in modo astratto; ad es. : Il figlio di Maria Vergine è la Divinità, è Via, Verità e Vita. Il motivo della eccezione sta nel fatto che tutte le perfezioni divine sono sussistenti, sono esse il soggetto sostanziale, e perciò i nomi che esprimono le perfezioni divine possono prendersi come nomi concreti.

Bibs.: Sion Thoid., 3, q. 16: J. B. Franzelin, De Verbo Incarnato, Roma 1874, pp. 336-448; C. Pesch, Praelectiones Dogmaticac, IV, Friburgo in Br. 1922, pp. 106-12; A. D'Alès, De Verbo Incarnato, Parizi 1930, pp. 135-40; A. van Have, De quibusdam communicationis idiomatic applicationibus, in Dicus Thomes (Piacenza), 40 (1937), pp. 510-16; E. Campana, La c. degli i. in Gesù Cristo, in Palestra del clero (1938, ii), pp. 241-44; 343-46; P. Parente, De verbo Incarnato, $2^{a}$ ed., Roma 1946, pp. 83-88.

Antonio Gaboardi

## IDIORITMIA : MONACHISMO ORIENTALE.

IDIOTA: v. RAlmONDO GIORDANO.
IDIOZIA, IDIOTI. - Del gruppo dei frenastenici (v.) più gravi o maggiori, insieme con gli imbecilli (v.), fanno parte gli idioti o "frenastenici cerebropatici " (S. de Sanctis) il cui stato è legato a mancato sviluppo dell'encefalo, per cause tossiche (alcoolismo) o circolatorie o meccaniche o infettive (sifilide o altri virus a tendenza neurotropa), che agirono sul cervello nel corso del suo sviluppo, nel periodo intrauterino o nel momento del parto o nei primi tempi della vita extrauterina; da ciò assai gravi disturbi delle funzioni, psichiche uniti a sintomi neurologici particolarmente motori (strabismo, paresi, paralisi, ecc.).

Le forme gravi di i. portano alla completa assenza di ogni manifestazione di vita psichica superiore, sia conoscitiva che affettiva, per cui l'individuo, incapace di comunicare con il prossimo per mezzo della parola, comprendendola o esprimendo con essa il proprio pensiero, e provvedere da sé alla propria esistenza, viene a trovarsi a un livello inferiore a quello della bestia.

In alcune varietà più lievi di i. può svilupparsi una forma rudimentale di comprensione e di linguaggio, capace di esprimere i bisogni più elementari e l'abbozzo di qualche stato di coscienza crepuscolare, rimanendo sempre l'intelligenza inferiore a quella di un bambino di sei anni; in tali casi può esser giustificata l'applicazione di alcuni Sacramenti. L'indole degli idioti, secondo il grado della povertà mentale, oscilla dalla completa insensibilità alla più inconsulta, aggressiva collericità, così da giungere a volte al suicidio e a brutali aggressioni; la pubertà è tardiva, le manifestazioni sessuali, di solito assai deboli, in alcuni casi assumono invece le forme più sfacciate e pervertite per la completa mancanza di inibizione morale.

Caratteristiche fisiche, legate all'anormale sviluppo cranico e alle lesioni neurologiche, accompagnano il quadro mentale (macrocefalia per idrocefalo, microcefalia, fronte sfuggente, strabismo, prognatismo, paralisi, ecc.), denunciando, anche al semplice aspetto esterno, la idiozia del soggetto.

La i. può manifestarsi sotto differenti sindromi, in rapporto alla varia sintomatologia neurologica; da questo lato, quindi, nel comune esponente dei disturbi psichici frenastenici, prendono aspetti clinici differenti i quadri delle
"paralisi cerebrali infantili ", della "selerosi tuberosa ipertrofica ", della "idiozia amaurotica famigliare ", del "creunismo mixedematoso sporadico ", ecc.

In rapporto alla grave causa anatomica, postumo delle pregresse lesioni encefaliche, gli idioti non sono suscettibili di cura e miglioramento; se pure, potrà esser possibile, nei casi meno gravi, attraverso il ricovero e l'opera di adatti istituti (v. minorati Psichici), un'assai limitata valorizzazione di quel burlume di attività mentale eventualmente presente.

Bibs.: A. Zivari, Manuale di psichiatria, Torino 1920. v. indice; E. Tanzi-E. Lugaro, Trattato delle malattie mentali. II. Milano 1923, p. 270 sgg.; O. Bumke, Trattato di psichiatria, Torino 1927, v. indice; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946, v. indice; A. Vallejo Nàgera, Tratado de psiquiatría, Barcellona 1949, v. indice.

Giuseppe de Ninno
IDITHUN (ebr. Jēdhāthān e Jēdhīthān «lodante»). - Uno dei tre maestri di musica preposti ai cori da David.

E detto che costoro "profetavano", il che può riferirsi sia ad un autentico carisma profetico, sia, con minore probabilità, ad un'eccitazione mistica accompagnata da suoni e canti (I Par. 25, 1; II Par. 35, 15; cf. I Sam. 10, 5). I., discendente di Merari, con i suoi figli suonava la cetra. Durante il servizio liturgico, vestiti di bisso, essi formavano il coro ad oriente dell'altare degli olocausti (II Par. 5, 12). Dei discendenti di I. si parla al tempo del re Ezechia (II Par. 29, 14) e di Neemia (Neh. 11, 17). Anche il titolo di tre salmi (38, 61, 76) allude all'ufficio di I. e dei suoi discendenti.

Secondo alcuni, Ethan ezrahita, famoso per la sua sapienza (cf. I Reg. 4, 31) ed al quale è attribuito il salmo 88, sarebbe da identificarsi con I. L'identificazione si poggia su I Par. 15, 17, 19, ove Etham figura insieme a Heman ed Asaph (cf. I Par. 25, 1).

Bibs.: F. Vigouroux, s. v. in DB, III, col. 807 sg.; J. Kölberle, Die Tempelsänger im Alten Testament, Erlangen 1899, pp. 122-64.

Angelo Penna
IDOLA: v. BACONE FRANCESCO; DEMOCRITO.
IDOLATRIA (sí $\delta \hat{\omega} \lambda \omega \nu \lambda \alpha \tau \rho \varepsilon i \alpha$ ). - I. Nozione. - Nel suo significato letterale indica il culto degli idoli. Il termine idolo ( $\varepsilon i \delta \omega \lambda \omega$ ) nella S. Scrittura è adoperato con vari significati : sta ad indicare enti sia reali che immaginari, cui viene prestato un culto; e l'agiografo non ignora che spesso sotto un'immagine ed un simulacro gli uomini prestano la loro adorazione ai demoni; ma comunemente sotto il nome di idolo è indicata l'immagine di una falsa divinità (Deut. 32, 17; Ps. 106, 37; I Cor. 10, 20 ecc.; cf. ancora F. Prat, Idole, in DB, III, coll. 816-25).

Da s. Agostino vengono chiamati idolatri coloro che dànno ai simulacri quel culto che è dovuto a Dio.

Occorre tener presente che in vari modi l'umanità ha prestato e presta il suo culto agli idoli. Nell'antico mondo pagano greco-romano, mentre il popolino non separava la divinità dalla sua immagine, i teologi, per così dire, del paganesimo non partecipavano a questo errore, sebbene anch'essi stimassero che lo spirito del dio abitasse nelle immagini e le rendesse venerande e benefiche.

Perciò, l'i. in senso stretto si può definire l'attribuzione del culto supremo dovuto a Dio, ad una falsa divinità, alla sua immagine, al suo simbolo. In senso più ampio si può intendere per i. ogni culto vizioso prestato alla creatura, in quanto questo culto non può in nessuna maniera essere riferito a Dio.

Circa l'origine dell'i., dalla stessa Rivelazione è noto che essa fu posteriore al monoteismo (v.). Ma quanto a conoscere quali furono le cause dell'i., non è facile (v. POLITERIANO). Oggi alle forme rozze di i. si sono sostituite, nel mondo paganeggiante che vive ai margini del cristianesimo, altre forme più sottili, ma non meno pericolose di i., e si è divinizzata la materia, la collettività, il sangue, lo

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(Int. Attenti
Idolatria-Adarazione del vitello d'oro. Particolare dell'affresco di Cosimo Rosselli (1483) - Vaticano, Cappella Sistina.

Stato. Per dimostrare il diverso grado di colpevolezza dei vecchi e nuovi idolatri, occorre quindi distinguere le varie forme e le varie prestazioni di i.
II. Divinione. - Si può distinguere innanzi tutto: 1) un'i. per ignoranza: tale è il caso degli infedeli e dei. pagani, i quali credono in buona fede che gli idoli siano la vera divinità; 2) un'i. reale che è il peccato di coloro che conoscendo il vero Dio, adorano gli idoli: questo caso è frequente nella storia degli Ebrei; 3) un'i. simulata, che è il peccato di coloro che per timore della persecuzione compiono l'atto esterno di adorazione davanti agli idoli, senza dare loro il culto interno; a questa categoria appartennero nell'antichità i cosiddetti «lapsi» (v.). L'i. "per ignoranza" o "simulata" viene anche detta i. materiale, mentre l'i. "reale" viene chiamata formale. Quest'ultima si può inoltre suddistinguere in perfetta ed imperfetta. Perfetta quando si attribuiscono ad una creatura gli onori divini, con la convizione che essa abbia realmente poteri divini. In questo caso l'i. è unita all'infedeltà (v. infedeli). Imperfetta, quando si conosce la falsità degli idoli e tuttavia, mossi da un sentimento di odio verso Dio o dalla speranza di ottenere dal demonio qualche vantaggio, si rende un culto divino all'idolo che si conosce come falso.
III. Malizia. - Ogni i., che non derivi da ignoranza invincibile, è peccato grave. Nel Vecchio Testamento fu proibita dal primo precetto del Decalogo e punita con pene severissime (Deut. 5, 7-9; 7, 2526 ecc.). Sotto la legge evangelica, nei primi secoli della Chiesa, l'i. fu considerata come uno dei peccati più gravi e sottoposta ad una penitenza pubblica e molto lunga.

La malizia di questo peccato consiste nel fatto che esso comporta una vera e propria ribellione contro Dio, derubandolo di quel culto che a lui solo è dovuto e che indirizza alle creature. Nessuna meraviglia quindi che la S. Scrittura usi termini molto forti contro questo peccato: essa lo dice "fornicazione", "prostituzione" (cf. Ex. 34, 15; Lev. 17, 7; Deut. 31, 16 ecc.).

E i. anche offrire il sacrificio od altri atti apparte-
nenti al culto di latria agli angeli, ai santi e in genere agli esseri superiori all'uomo e inferiori a Dio, perché, sebbene questi esseri siano vicini a Dio ed a lui cari, tuttavia non a tutti i superiori si deve uguale reverenza ed onore. A Dio in particolare si deve un culto superiore a tutti gli altri esseri, il culto appunto di latria. Però l'i. considerata sotto il punto di vista del peccatore, è più o meno grave secondo che uno la pratichi scientemente o per ignoranza (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{me}}$, q. 94 a. 3). E chiaro che l'i. simulata causata dal timore è meno grave che l'i. reale la quale deriva da perversità di cuore; però è sempre considerata peccato mortale.

Infatti viene in ogni caso offesa la virtù di religione, accordando esteriormente ad una creatura l'onore riservato esclusivamente a Dio: è una perfetta menzogna in materia religiosa e spesso vi è congiunto un grave scandalo. Infine costituisce una mancanza grave contro il precetto di professare la propria fede anche esteriormente. Perciò non è mai permesso di simulare l'adorazione degli idoli, neanche per salvare la vita.

Cominette i., secondo tutti i moralisti e lo stesso s. Tommaso, il sacerdote che distribuisca ai fedeli ostie non consacrate o che esponga all'adorazione dei fedeli un'ostia non consacrata (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 80, a. 6).

Per il peccato di i. nei primi secoli della Chiesa: v. Lapsi.

Bini.: Sum. Theol., $1^{2}-2^{\mathrm{me}}$, q. 102, a. $3: 2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{me}}$, qn. 92 e 94: 3a, q. 8o, a. 6; A. D'Alès, L'ívit de Colliste, Parigi 1914, passim; A. Michel, Idolatric, in 17ThC, VII, coll. 602-69; E. Genioni-J. Salmans, Iustitutiones theologicoe moralis, Bruxelles 1946, n. 263; P. Palazzini, Il monoteismo nei Padri apostolici e negli apologisti del II sec., Roma 1946, passim. Giuseppe Setze

IDOLOTITO. - Carne sacrificata agli idoli (sostantivo biblico zìðıóó́bıtev, sinonimo del ìspóbutov
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(fot. R. Sansoni)
Idolatria - Clodoveo indica a Cristo gli idoli pagani ch'egli ha fatto distruggere e s. Remigio battezza i suoi compagni. Opera di Jacopino del Conte (1210-98) - Roma, chiesa di
S. Luigi del Francesc.

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dei Greci), la quale era consumata dal fedele offerente nel recinto sacro, o era portata al mercato per la vendita.

Già Ex. 34, 15 proibiva di mangiare le carni immolate agli idoli, per non incorrere nell"impudicizia" (zänäh) dell'idolatria (cf. Apoc. 2, 14. 20); si stabiliva un supposto rapporto tra l'idolo e chi mangiava i. (cf. Ex. 23, 32). Per JV Mach. 4, 26 e 5, 2, l'uso di i. è praticamente un'abicrore la religione. I rabbini ne proibiranno la vendita (sia pure a pagani) e qualunque utilizzazione e profitto. Al Concilio di Gerusalemme (Act. 15, 21. 23. 29; 21. 25) gli etnico-cristiani di Antiochia, Siria e Cilicia vennero impegnati ad astenersi dagli i., per riguardo ai giudeo-cristiani.

In I Cor. 8, i-11, i s. Paolo pone e risolve il caso morale: i fedeli sono spesso invitati a menza dai pagani; come devono comportarsi, dinanzi agli idolotiti, serviti a tavola? A Corinto ferveva la controversia: «i forti», per una bravura che abusava del principio della libertà cristiana ( $10,2 ;$ cf. 6, 2) e della scienza dell'i., intesero giustamente quale cosa in sé indifferente il mangiarne (capp. 1-3): e, a costo di scandalizzare «i deboli», intervenivano perfino ai banchetti sacri ( 8,10 ). "I deboli», al contrario, accordarono una certa realtà maledetta all'idolo ( $10,19$ ) ed arrivarono ad escludere anche quell'uso dell'i., che esulava da ogni atto cultuale. Mancava ad essi (per fortuna, non molti: 8,7 ) una fede forte ed illuminata, che li preservasse dallo scandalo e dal peccato. S. Paolo richiama «i forti" alla carità che evita lo scandalo dei "deboli", (8, i-13); ma condanna l'uso degli i. quando fa parte di una cerimonia idolatrica, mettendo in rapporto chi mangia i. con i demoni, per il senso che allora si dava all'atto di mangiare l'i. ( $10,14-22$ ). A questo l'Apostolo aggiunge una casistica pratica ( $10,25 \mathrm{sg} .27 .28$ ), non senza aver fatto prima susseguire al richiamo fatto ai "forti» una conferma tratta dal proprio esempio e dalla storia dell'antico Israele ( 9,1 -10, 13).

BibL.: E. Mangenot, Idolothyres, in DThC, VII, coll. 670-85; A. Faux, Idolothyte, in DTh, fasc. 18 (1941), coll. 187-95; H. Runger, L'unique des idolothytes d'après st Paul (I Cor. 8 et 10 , 14-32), in Revue ecclésiastique de Liége, 31 (1941), pp. 373-77. Emmanuele da San Marco
IDROPARASTATI. - Dal greco $\dot{\theta} \theta \omega \rho=$ acqua, с тараота́tє́ (cf. тара́түи) = sto a fianco, e quindi: difendo, è il nome che ricorre in Teodoreto (Haer. fab., 1, 20) e nel Codex Theodosianus (XVI, 5) per indicare gli acquariani (v.).

IDUHSIEN, prefettura apostolica di. - Nella parte centrale della provincia civile dello Shantung, nella Cina settentrionale; fu cretta il 16 giugno 1931, per divisione del vicariato apostolico di Chefoo (v.), e rimase affidata all'Ordine dei Frati Minori, che vi manda i religiosi della provincia regolare di S. Dionigi in Francia. Come prefettura apostolica dipende direttamente dalla S. Sede.

Ha una estensione di ca. 18.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 2.500 .000 ab., i cattolici erano 12.620 . Oltre al prefetto apostolico, alla stessa data, vi erano 15 francescani esteri e 9 sacerdoti secolari cinesi; 20 suore, di cui 17 cinesi; 3 alunni di teologia studiavano, per I., nel Seminario regionale di Tainan. Tra le opere figurava i orfanotrofio con 17 bambine, mentre altre opere e le scuole, a causa degli ultimi avvenimenti, erano state sospese.

Il cristianesimo in queste terre è anteriore al 1641 , anno in cui si ricorda il nome del missionario gesuita Nicola Longobardi venuto da Pechino a visitare i fedeli, e che in quell'anno conferì il Battesimo a un discendente della dinastia dei Ming, chiamato Paolo. Dal 1650, con
il francescano spagnolo Antonio Cabarello, i figli di s. Francesco prendono la cura di questo territorio (insieme con il resto della provincia civile dello Shantung) e la conservano ancora.

BibL.: AAS, 23 (1931), pp. 309-10; GM, p. 198; MC, 1950, p. 319: Annuaire de l'Eglise catholique en Chine. Sciangai 1948, passim; Archivio della S. Congr. de Prop. Fide. Relazione quinquennale 1935.

Adamo Pucci
IDUMEA e IDUMEI : v. EDOM; EDOMITI.
IEBUSEL. - Nome gentilizio di un antico clan (ebr. [ha] - Jèbhûsî, sempre con l'articolo, ad eccezione di II Sam. 5, 8; I Par. 11, 6; Zach. 9, 7, ed al singolare; Settanta: \& 'Iєßънояієє), stanziato in Canaan (Gen. 10, 16; I Par. 1, 14), sempre incluso, come gruppo secondario, nella lista settenaria dei popoli che Israele doveva conquistare (Deut. 7, 1; 20, 17; cf. Gen. 15, 21; Ex. 3, 8. 17, ecc.). Insieme agli Amorriti e agli Hittiti abitavano nella zona montagnosa (Num. 13, 30), ma il loro centro era il pendio del colle (kheteph ha-Jébhûsî) della città di Gerusalemme, da essi designata, secondo un uso antico, Jébhûs (Judc. 19, 10; I Par. 11, 4). Il loro Re fu ucciso da Giosuè (Ios. 10, 23-26), ma gli I. resistettero a tutti gli attacchi della tribù di Beniamin, a cui era stata assegnata la città (Ios. 18, 28), come pure alla confinante tribù di Giuda (Ios. 15, 63; Judc. 1, 21; 19, 11), e rimasero nella città anche dopo la conquista di David (II Sam. 5, 6-7).

Ateuna, da cui David comprò l'area per la costruzione del Tempio, era iebusca (II Sam. 24, 16. 18; II Par. 3, 1). Costretti ai lavori di costruzione da Salomone (I Reg. 9,20 ), gli I. finirono con il disperdersi e con l'essere assimilati dagli Israeliti.

Donato Baldi
IECHONIAS: v. IOACHIN.
IECTAN (ebr. Joqjān, Settanta: 'Iextàv). Figlio di Eber della linea di Sem (Gen. 10, 25), i cui figli (Gen. 10, 26-30) portano nomi riconoscibili in tribù o località dell'Arabia iemenitica, p. es., Saba, Asarmoth (Hadramût), ecc.

Il nome parallelo Qahṭān di alcune tradizioni arabe pare da ritenersi indipendente dalla relazione mosaica, da collegarsi quindi, come anche le notizie di Gen. 10 ("tavola dei popoli"), con le memorie più arcaiche del ceppo semitico.

Giovanni Rinaldi
IEDDOA (ebr. 'faddûa' "conoscitore" o "rinomato»). - Sommo sacerdote ebraico, figlio di Ionathan (Neh. 12, 11.22).

La Bibbia ci tramanda solo il nome senza riferire alcunché sulla sua attività. Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., XI, 326-39) narra come, avvicinandosi l'invasione di Alessandro Magno, I. attendesse con trepidazione il futuro. Confortato da un sogno rivelatore, andò incontro al conquistatore a nord di Gerusalemme per accoglierlo con una processione solenne. Alessandro si prostrò ad adorare il nome divino ed a salutare il sacerdote, che richiamava la sua attenzione sulla profezia di Daniele circa la supremazia futura del regno greco. Dopo tale incontro, Alessandro concesse ampi diritti e privilegi ai Giudei, alcuni dei quali si arruolarono nell'esercito macedone con l'assicurazione che avrebbero goduto grande libertà e garanzia per i loro usi particolari. Oggi comunemente si giudica leggendario l'episodio, ma si accetta il sincronismo fra Alessandro ed il sommo sacerdote I. Angelo Penna

IEHIEL (ebr. Jébh'êl oppure Jé'íel). - Nome biblico abbastanza frequente, proprio di leviti, dei quali non si conosce altro (I Par. 5, 7; 9, 35; 15, 18.21; 16, 5; II Par. 35, 9; Esd. 8, 13; 10, 21.26); v. IAHIEL.

Corrispondente alla forma $\mathcal{F}^{\prime} \hat{\imath}^{\prime} \hat{\imath} \hat{\imath} e^{\prime} \hat{\imath} e^{\prime} \hat{\imath}$, è il nome di uno dei "valorosi" nell'esercito di David (I Par. 11,44), uno scrivano ed arruolatore dell'esercito al tempo del re Ozis (II Par. 26,11). Angelo Penna

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IEHU. - Profeta, figlio di Hanani, che esplicò la sua attività profetica nel regno d'Israele al tempo del re Baasa ( $910-887$ a. C.), al quale rimproverò i suoi misfatti e la defezione dal legittimo culto di Jahweh sull'esempio del suo predecessore Ieroboam I (v.), e predisse la rovina del casato.

Secondo la Volgata (I Reg. 16, 7), questo profeta sarebbe stato ucciso dallo stesso re Baasa; è un errore: nel testo ebraico, non è Baasa che uccide I., ma I. che rimprovera a Baasa lo sterminio crudele della famiglia di Ieroboam. Di fatto lo ritroviamo una trentina d'anni più tardi, quando rimprovera al re di Giuda Iosaphat (v.) di avere stretto amicizia e parentela con l'empio re Achab (II Par. 19, 2 sg.). Sopravvisse allo stesso re Iosaphat e scrisse le memorie del suo Regno (II Par. 20, 34).

Gaetano Stano
IEHU. - Decimo re d'Israele dopo lo scisma (842-815 a. C.). Capitano dell'esercito d'Israele sotto il re Ioram (v.), già prima al seguito del re Achab (II Reg. 9, 25), ricevette segretamente l'unzione a re per mano d'un profeta discepolo di Eliseo mentre era attendato presso Ramoth di Galaad (odierna es-Salt). Fu strumento nelle mani di Jahweh per punire il casato di Achab (v.), che trascinò Israele all'idolatria e perseguitò i profeti (II Reg. 9, 7 sgg.). Schieratisi dalla parte di I. i capitani dell'esercito, la rivolta divampò fulminea con carattere di reazione politico-religiosa contro la dinastia di Amri. Il re Ioram, sorpreso nella piana di Iezrael ov'era a curarsi delle ferite riportate a Ramoth di Galaad, venne ucciso sul posto. Anche Ochozia re di Giuda, imparentato con la famiglia di Achab, che era venuto a visitare Ioram, inseguito dai soldati di I. lasciò la vita a Mageddo. Fu poi la volta di Iezabel (v.), l'empia regina persecutrice dei profeti: I. la fece precipitare dalla finestra del suo palazzo, e calpestare il cadavere dai cavalli (II Reg. 9, 14-37). Quindi fece strage della casa di Ioram, come pure della congiunta famiglia di Ochozia, ed inaugurò in Israele una nuova dinastia (quinta) che si resse per circa un secolo, fino alla morte di Zaccaria ( 744 a. C.), più a lungo di tutte le altre.

Fin dall'inizio del suo regno I. si eresse a campione del jahwismo e si adoperò energicamente per sradicare il culto di Baal, che la politica sincretistica dei suoi predecessori aveva largamente favorito: radunati i sacerdoti di Baal con uno stratagemma nel loro tempio, li uccise tutti e demolì il santuario (II Reg. 10, 18-27). Non sembra però che in tutte queste repressioni I. fosse unicamente animato da zelo religioso; l'ambizione e la sete di vendetta vi ebbero una larga parte. Del resto anch'egli seguitò le pratiche superstizioss dei suoi predecessori, adorando il vitello d'oro nei santuari scismatici di Bethel e Dan (II Reg. 10, 29). In ogni modo le sue crudeltà, di cui si conservò triste ricordo in Israele per quasi un secolo (Os. 1, 4), non possono essere affatto imputate ad Eliseo, che per comando del Signore lo unse re. Durante il regno di I. le relazioni con Giuda e con la Siria si fecero più tese. Appunto per difendersi dal potente vicino di Damasco, I. si affrettò, al principio del suo regno, a fare atto di sudditanza verso il re assiro Salmanasar III, al quale inviò il suo tributo. Nel famoso "obelisco nero" (ora nel British Museum), che celebra le vittorie di Salmanasar, è rappresentato anche I. (impropriamente detto "del casato di Amri": Yaua Mt Humri) in atto di adorazione davanti al Re assiro. Ma il re di Siria Hazael fece pagar cara ad Israele quest'alleanza con gli Assiri : non solo molestò il regno di Samaria con continue scorrerie, ma anche gli strappò tutto il paese oltre il Giordano, e lasciò per lungo tempo terribile ricordo delle sue atrocità guerresche (cf. II Reg. 8, 12; Am. 1, 3). I. morì dopo 28 anni di regno, lasciando il paese stremato di forze e occupato per una terza parte dai Siri.

BibL.: H. Lesôtre, s. v., in DB. III, coll. 1245-47; D. Flattau, s. v. in Enc. Iud., VIII, coll. 924-26; A. Pohl, Historia papuli Istall inde a divisione regni..., Roma 1933, pp. 78-84; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 410-14. - Per il tributo di I. a Salmanasar III, cf. Dib, I, col. 784; IV, coll. 386 391.

Gaetano Stano
IEPHTE (ebr. Jiphtäb). - Prode galaadita, giudice d'Israele (I Sam. 12, 11), la cui gesta è narrata in Iudc. 10, 6-12, 7.

Figlio illegittimo di Galaad, scacciato dai fratelli legittimi, si rifugiò nella regione di Tob, alle sorgenti del Giordano; ivi, nella dura vita del razziatore, solo contro tutti (Gen. 16, 12), riusci ad imporre il suo coraggio e la sua valentia (come David nel deserto di Giuda e di Ziph), e divenne capo di una grossa banda di gente, come lui, fuggita o scacciata dal proprio clan. Quando i suoi confermenci, oppressi dagli Ammoniti che, accampati in Galaad, irrompevano financo in Giuda, si rivolsero a Jahweh per esser liberati e, rimossa l'idolatria, si sollevarono in armi, non trovando tra loro chi assumesse il comando, mandarono a pregare I. che accettasse il grave compito. I. accettò, dopo aver fatto giurare nel nome di Jahweh agli anziani e alla sua tribù che dopo la vittoria gli avrebbero dato il potere. Era un tentativo, dopo quello di Gedeone, di stabilire un principato monarchico; tentativo che finì con I.

La partita era difficile, e I., mentre cercava di raccogliere armati, iniziò delle trattative. Fallite queste, I., fiducioso in Jahweh, cui fece voto di sacrificare la prima persona che al suo ritorno gli fosse venuta incontro uscendo dalla sua casa, attaccò gli Ammoniti di sorpresa, rapido e deciso. Li sgominò in tanti scontri vittoriosi; riconquistò 20 città israelite, liberò Galaad fino al Giordano. Al vincitore venne incontro, prima fra le altre vergini, l'unica sua figlia, per la rituale fantasia. A tal vista I. elevò un pietoso lamento. La figlia fece coraggio al padre; volle solo due mesi per piangere con le compagne sui monti la sua "verginità", cioè il fiore della sua giovinezza recisa; passati i due mesi, I. la sacrificò.

Gli Ephraimiti, come già con Gedeone, si eressero contro I. perché aveva vinto senza di loro. I., che li aveva invitati invano al momento del pericolo, rintuzzò sanguinosamente la loro insolenza. Ai guadi del Giordano gli Ephraimiti, riconosciuti dalla pronuncia del termine dibbleth "spiga", che invece dicevano sibbbleth "corrente", vennero uccisi (episodio analogo nei Vespri Siciliani : i Francesi si svelavano pronunziando male "ceci ").
I. è un jahwista fervente; per lui Jahweh sa proteggere il suo popolo contro gli altri popoli e i loro dèi (Iudc. 21, 11.24.27; cf. Hebr. 11, 32 sg.). Fede rudimentale però, con la macchia del sacrificio umano, fatto da I. nella sua ignoranza della legge del Sinai, e ad imitazione dei Cananei (così fece anche il re moabita Mesa: II Reg. 3, 27). Incomincia la flessione dal puro jahwismo, caratteristica di quel periodo di frazionamento, sotto l'influsso deleterio della cultura cananea.

BibL.: L. Desmayes, Histoire du peuple hdbreu, I Parigi 1922, pp. 178-85, 308, 340, 383, 397 sgg.; id., Yuges, in DThC. VIII, coll. 1846 sg., 1854, 1859; V. Zaplocal, Das Buch der Richter, Münster in V. 1923, pp. 185-96; E. A. Zpeiser, The shibboleth incident (Iudc. 11, 6), in Bulletin of the americaw schmels of oriental research, 85 (1942), pp. 10-13; H. Garner, Shibboleth, in The expository times, 53 (1941-42), p. 242.

Francesco Spadafora
IERACA. - Asceta in Egitto (preso Leontopoli), vissuto nel sec. III. Fonte principale della attuale conoscenza è Epifanio (Haeres., 67; cf. anche 55, 6; 69, 7; Ancor., 82; Agostino, De haer., 47). Conoscitore della lingua e letteratura greca ed egiziana; che sia stato discepolo di Origene è una insinuazione di Epifanio. Sapeva a memoria gli scritti del Vecchio e Nuovo Testamento. Scrisse commentari biblici (p. es., sull'Esamerone) in lingua greca e copta

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e compose nuovi salmi. La novità della dottrina di Gesù di fronte al Vecchio Testamento era, secondo J., l'encratismo. Negava la Risurrezione dei corpi e la beatitudine dei bambini, anche dei battezzati, perché non ancora in possesso dell'ascesi.

Secondo Epifanio (le fonti copte non ne parlano) avrebbe insegnato strane speculazioni sullo Spirito Santo, in base all'Ascensione di Isaia (cap. 9). Melchisedech sarebbe la rappresentazione dello Spirito Santo. Probabilmente J. era un erede della tradizione degli encratiti, in Egitto (Vangelo degli Egiziani, Giulio Cassiano). In Egitto fu combattuto da Atanasio (?), De virginitate (scritto copto); cf. Th. Lefort, in Le Muséon, 42 (1929), pp. 250, 252 e nella recensione maggiore della Historia Lausiaca (Revue de l'Orient chrét., $3^{\text {a }}$ serie, 5 [1925-26], p. 263). Epifanio lascia aperta la questione, se I. era un mago.

Bib.: A. Harnack, s. v. in Realencyclop. f. protestantische Theol. und Kirche, VIII, p. 38 sgg.; C. Schmidt, Die Urscluift der Patis-Sophie, in Zeitschrift für die nentestum. Wissenschaft, 24 (1923), p. 221 sgg.; Th. Heussi, Der Ursprung des Mönchtums, Tubinga 1136, p. 58 sg . Un salmo in lingua copta è stato attribuito a I. da E. Peterson, in Le Muséou, 60 (1947), p. 257 sgg. Erik Peterson

IERAMEEL (ebr. Jérahmēēl). - 1. Primo figlio di Hesron, nipote di Giuda (I Par. 2, 9. 25 sgg., 33.42).

I discendenti di I. (dei quali fantastica T. K. Cheyne) con i Cinsi e i Calabiti abitavano nel Neghebh; fanno parte della tribù di Giuda, sebbene d'origine edomita.

Il Neghebh di I. stava a sud-est di Bersabea, verso il Wâdi Rûbmalı, tra 'Aslûğ e Kurnûb. Nella lista di SeSonq l. a Karnak si riscontra Iurabana e Iurhem, che rappresentano l'ebraico I. David dava a credere ad Achis di Geth che razziava gli ierameeliti (I Sam. 27, 8 sgg.), mentre invece mandava loro parte del bottino razziato ai nemici di Giuda (I Sam. 30, 29).
2. Levita della stirpe di Merari (I Par. 24, 29).
3. Principe di stirpe regia cui Ioakim commise l'arresto di Baruch e Geremia (Jer. 36, 26; Volg. Iereniel).

Bib.: P. Dhorny, Les livres de Samuel, Parigi 1910, p. 239; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, ivi 1922, pp. 72 sg., 297; II, ivi 1930, pp. 121, 125, 146; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I. ivi 1933, p. 273 sg.; A. Condamin, Le litre de Jérémie, $3^{2}$ ed., ivi 1936, p. 262 sg.; L. Marchal, Les Parali-
pamines (La Sre Héb. ed. L. Pires, 4), ivi 1949, p. 29 sg.

Francesco Spadafora
IEROBOAM I. - Re d'Israele (ca. 932-911 a. C.), figlio della vedova Sarva, della tribù di Ephraim. Fondò la prima dinastia nel Regno d'Israele dopo lo scisma.

Già durante il Regno di Salomone si era distinto come intelligente lavoratore ed era stato soprintendente degli operai del casato di Giuseppe (I Reg. 11, 26 sgg.). Ma negli ultimi anni di questo re, mentre si costruiva il millo (opera di fortificazione già iniziata da David), I. si ribellò al suo sovrano: il motivo d'un tale gesto dovette essere il crescente malcontento nel popolo per i continui aggravi fiscali imposti dai nuovi lavori. In quel periodo il profeta Ahia gli significo con un'azione simbolica (stracciando il pallio in 12 parti) che sarebbe divenuto capo di io tribù (I Reg. 11, 29-39). Perseguitato quindi da Salomone, cercò rifugio in Egitto presso il faraone Sesac. Richiamato in patria dopo la morte di Salomone (a. 932 a. C.), fu incaricato di esporre al nuovo re Roboam (v.), nel convegno di Sichem, le richieste del popolo per un regime meno gravoso. Ma essendosi Roboam deciso per l'intransigenza, le tribù settentrionali si ribellarono alla dinastia davidica ed elessero un proprio re nella persona dello stesso I. (I Reg. 12, 1-26).

Così la nazione restò divisa in due regni: quello meridionale (Regno di Giuda), che continuò sotto la dinastia davidica, con l'obbedienza della tribù di Giuda e praticamente della tribù di Simeon e di vari elementi di Beniamin, e quello settentrionale ("Regno di Ephraim"

0 "d'Israele", detto più tardi anche "di Samaria"), che aveva dalla sua parte le rimanenti tribù con un più vasto territorio, comprendente la parte settentrionale della Cisgiordania e tutta la Transgiordania occupata.

Avvenuta la scissione, I. pensò subito a consolidare il nuovo Regno con provvedimenti di carattere politico. militare. Fortificò i principali centri, tra cui la nuova capitale Sichem, e Phanuel nel Galasd, ove per qualche tempo pose la sua residenza. Inoltre, per tagliare ogni legame con il Regno di Giuda ed impedire che il popolo fosse attratto a Gerusalemme per le pratiche religiose, diede vita nel suo Regno a due santuari scismatici : uno in Bethel (estremità sud), celebre per le memorie dei patriarchi, l'altro in Don (estremità nord), ove fin dal tempo dei Giudici (Iudc. 18, 27-31) era stato un santuario illegittimo. Quivi istituì un servizio di sacerdoti ed un ciclo di riti e di feste religiose analoghe a quelle che si celebravano nel Tempio di Gerusalemme : è ricordata in particolare la festa dei Tabernacoli, la più popolare di tutte, la cui celebrazione venne però spostata di un mese. E, quel ch'è più grave, collocò in questi due santuari un vitello d'oro ed invitò il popolo ad adorare Jahweh sotto quella figura (I Reg. 12, 26-33), a un dipresso come Aronne aveva fatto nel deserto. Era la flagrante violazione d'una delle più delicate leggi mosaiche, e sebbene non fosse per se stesso un atto idolatrico - così gli odierni esegeti ritengono- tuttavia era per il popolo un serio pericolo d'idolatria, come si vide più tardi. Perciò il gesto di I. è severamente condannato nella S. Scrittura come "un incentivo di peccato" per tutto Israele (I Reg. 12, 30). Ed anche in appresso I. viene additato come colui che trascino Israele al peccato (cf. I Reg. 15, 26; 16, 19.26; II Reg. 10, 31; ecc.).

Questo fallo fu anche la cagione della rovina e distruzione del suo casato, predettagli dallo stesso profeta Ahia che gli aveva preannunziato il trono (I Reg. 14, 1-16). Ma già all'inaugurazione dell'illegittimo culto in Bethel si alzò un profeta ( $I$ Reg. 13, 1-10) che protestò contro quella violazione della legge divina e predisse la distruzione del santuario sotto il re Iosia (v.). Nonostante il severo monito, I. fece prevalere nel suo animo ambizioso considerazioni d'ordine politico. Negli ultimi anni scese a battaglia contro il re di Giuda, Abia figlio di Roboam, ma ebbe una dura sconfitta (II Par. 13: le cifre che si leggono, 400.000 e 800.000 soldati da una parte e dall'altra, sono enormi; deve esserci errore del copista o scambio di lettere: si tratta al più di 40.000 e 80.000 uomini). I. morì dopo 22 anni di regno, e gli successe il figlio Nadab (911-909), che dopo appena due anni fu assassinato da Baass; con lui ebbe fine la dinastia di I.

Bibs.: H. Lesère, s. v. in DB, III, coll. 1300-1303; A. Pohl, Historia populi Israèl inde a divisione regni..., Roma 1933, pp. 3542; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 570-72; J. Schuster - G. B. Holzammer, Manuale di storia biblica, trad. it., I, ivi 1942, pp. 762-66.

Gaetano Stano
IEROBOAM II. - Re d'Israele (784-744 a. C.), figlio di Ioas, della dinastia di Iehu (v.), è forse il più illustre dei re d'Israele dopo lo scisma. Nei suoi 40 anni di regno riportò il paese alla sua massima potenza ed estensione territoriale, si da ricordare in qualche modo i felici tempi di David e Salomone. La sua attività politica e militare è descritta sobriamente in II Reg. 14, 23-29, ma i pochi dati sono importanti.

Sostenne vittoriose battaglie contro Damasco, riconquistò Emath (al confine settentrionale della Palestina) e "restituì i confini d'Israele dal passo di Emath fino al mare della solitudine (Mar Morto)" (II Reg. 14, 25), come già il profeta Giona figlio di Amathi aveva predetto.

I. trovò Israele in condizioni di estrema decadenza e miseria, e il Signore si servì appunto di lui per risollevare il suo popolo (II Reg. 14, 26-27). L'interna prosperità di Israele sotto I. è attestata da Am. 4-6, ove pure si parla ( 1,1 ) di un terremoto avvenuto ai tempi di

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questo re. Favorevoli condizioni esterne agevolarono l'opera ricostruttrice di I. A mezzogiorno il Regno di Giuda, dopo la sconfitta del re Amasia da parte di Ioss padre di I., era in condizione di assoluta inferiorità e dipendenza; a settentrione la Siria, indebolita dalle continue guerre con gli Assiri, non incuteva più timore, ed anche l'Assiria attraversava un periodo di crisi, impegnata com'era con Babilonia. Ma la potenza e prosperità raggiunte da Israele sotto questo re declinarono rapidamente. Sotto l'apparente splendore si celava una crescente corruzione dei costumi: lo stesso I. è biasimato nella S. Scrittura per la sua condotta; ed il castigo più volte minacciato dai profeti, massime dal profeta dell'epoca Amos (cf. 3, II sg.; 5,6.27; 6, 8 sgg.) non si fece lungamente attendere: dopo 22 anni dalla morte di I. il Regno d'Israele cessò di esistere. A I. successe il figlio Zuczaria, che fu ucciso da Sellum dopo 6 mesi di regno : così la dinastia di Iehu fu estinta nel sangue, come Amos aveva predetto $(7,9)$.

BibL.: A. Pohl, Historia populi Israël inde a divisione regni..., Roma 1933, pp. 86-87; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 516-17.

Gactano Stano
IEROGLE : v. GEROGLE di SOSSIANO.
IEROFANTE : v. Eleusini, MISTERI.
IEROGRAFIA, IEROLOGIA, IEROSOFIA :
v. GODLET D'ALVIELLA, EUGĖNE.

IESBAAM. - I. Primo dei tre prodi di David; in un sol fatto d'arme uccise 300 (Paralipomeni) o 800 (Sammole) nemici. Era originario di Bêth-Kémôn (Hirbert Kammûneh, tra Napluss e Gerusalemme; cf. II Sam. 23, 8; I Par. 11, 11); fu capo della prima divisione dell'esercito di David (I Par. 27, 2).

L'ebr. 'fäfobh'äm è da correggere con la migliore lezione greca in 'filba'al "uomo di Baal" vocalizzato anche 'filbōbeth "uomo di ignominia" (I $\varepsilon \sigma \alpha \beta \alpha \alpha \lambda$, I $\sigma \beta \alpha \alpha \lambda I$ Par. 11, 11; I $\varepsilon \sigma \beta \alpha \alpha \lambda$, I $\varepsilon \beta \circ \sigma \theta \varepsilon$ II Sam. 23, 8; I $\sigma \beta \alpha \lambda$ I Par. 27, 2).
2. Beniaminita (ebr. 'fäfobh'äm; Settanta I $\varepsilon \sigma \beta \circ \alpha \mu$ ) della famiglia levitica di Core, tra i guerrieri che si unirono a David, a Siceleg (I Par. 12, 7).

BibL.: L. Desnoyers, Histoire du peuple bébreu, II, Parigi 1930, pp. 121, 239 sg., 243 sg., 250; A. Vaccari, La S. Bibbia, II. Firenze 1947, p. 305; III, ivi 1948, pp. 45, 492; L. Marchal, Les Paraliponènes (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 4), Parigi 1549, pp. 63 sg., 67 sg., 115 .

Francesco Spadalora
IESCHA. - Sotto questo nome, che non ricorre altrove nella Bibbia, è menzionata in Gen. II, 29 una figlia di Aran fratello di Abramo, sorella di Lot e di Melcha.

Poiché di I. non si fa più menzione, mentre nel versetto citato ed in quello seguente si parla di Sara (v.) moglie di Abramo, la cui genealogia evidentemente interessa al sacro Autore, è opinione di molti, già attestata nell'antichità (Targum Ier., Flavio Giuseppe, Efrem, Girolamo, ecc.) che qui si tratti di un'unica e identica persona: I. = Sara (cf. Gen. 20, 12, ove Abramo asserisce che Sara è sua sorella, figlia, cioè nipote, di suo padre). E probabile che la diversità dei nomi sia avvenuta per uno scambio di lettere somiglianti nell'antica scrittura, o che la stessa persona, come in altri casi, avesse un duplice nome. Ma l'identità è negata da altri esegeti (H. Gunkel, Holzinger, G. Dillmann, M. Hetzenauer, ecc.).

BibL.: Fr. de Hummelauer, Comment. in Genesim, Parigi 1908, p. 362; M. Hetzenauer, Comment. in librum Genesis, GrazVienna 1910, p. 220; M. Hagen, Lexicon Biblicum, II, col. 715.

Gactano Stano

IESSE : v. ISAI.
IESUA. - Nome di alcuni personaggi biblici.
Oltre un figlio (ebr. Jifwah, Volg. Iesua) del patriarca Aser (Gen. 46, 17; Num. 26, 44; I Par. 7, 30), portarono il nome 'fétlúa' (Volg. Iesua) un sacerdote, cui era affidato il nono turno di servizio nel Tempio (I Par.

24, 11), un levita al tempo del re Ezechia (II Par. 31, 15: Iesue) e un levita tornato da Babilonia insieme a Zorobabel (Neh. 12, 8).

Angelo Penna
"IESU CORONA CELSIOR». - E l'inno delle Lodi nel Comune dei Confessori non pontefici, composto da ignoto autore del sec. x .

Esalta, nel Santo di cui si celebra la festa, le comuni virtù del disprezzo del mondo, la fuga delle tentazioni, il dominio sulla carne e lo sforzo per conseguire la vita eterna. L'inizio e la fine sono una invocazione a Cristo perché, per intercessione del Santo, perdoni i peccati e dia la vita eterna.

BibL.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradutti, Roma 1856, pp. 380-81; V. Terreno, Gli inni dell' Ufficio divino, Mondovì 1932, p. 322; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 257.

Silverio Mattei
"IESU CORONA VIRGINUM». - Inno dei Vespri e delle Lodi nel Comune delle Vergini, attributo comunemente a s. Ambrogio.

La verginità ha sempre riscosso nella Chiesa alta considerazione e, quando è stata nobilitata dal martirio, la venerazione è stata spontanea e sentita. Qui la verginità è cantata in bella forma; Gesù non poteva essere circondato da una corona più splendida di quella formata da creature che hanno saputo conservare fresco e profumato il loro candore e vincere le attrattive del senso. Chiude una preghiera, perché si sia mondi da ogni contaminazione dei sensi.

BibL.: G. G. Belli, pp. 388-80; V. Terreno, pp. 326-27; A. Mirra, pp. 259-260.

Silverio Mattei
"IESU DECUS ANGELICUM». - Inno delle Lodi nella festa del Nome di Gesù, tratto da una composizione di 49 strofe, attribuite a torto a s. Bernardo, intitolata: Iubilus rytmicus de nomine Iesu, ma di autore ignoto della prima metà del sec. xim, o della fine del sec. xir (cf. A. Wilmart, Le "Jubilus" sur le nom de Jésus, dit de st Bernard, in Eph. liturg., 57 [1943], pp. 222-27; ne dà anche il testo critico).

Queste strofe dicono le lodi del nome di Gesù, che riempie di dolcezza il cuore e irradia di luce l'intelligenza. L'inno fu introdotto nel Breviario da Innocenzo XII, che nel 1721 estese alla Chiesa universale la festa del Nome di Gesù, promossa nel sec. xv da s. Bernardino da Siena e s. Giovanni da Capestrano.

Silverio Mattei
"IESU DULGIS MEMORIA". - Inno dei Vespri nella festa del Nome di Gesù che, come il precedente, è tratto dal Iubilus rytmicus de nomine Iesu.

I concetti espressi in queste strofe sono di profonda tenerezza e di grande fiducia in Gesù in ricambio del suo immenso amore.

BibL.: G. G. Belli, pp. 212-13; V. Terreno, p. 116; A. Mirra, p. 93.

Silverio Mattei
"IESU REDEMPTOR OMNIUM". - Inno delle Lodi nell'Ufficio del Comune dei confessori pontefici, nel quale si esaltano in modo generico i meriti del Santo di cui si celebra la festa. E di autore ignoto e risale a ca. il sec. x .

Motivo fondamentale il disprezzo dei beni terreni per la conquista della vita eterna. Notevole una scarsezza di colorito e di movimento.

BibL.: G. G. Belli, p. 376; V. Terreno, p. 320; A. Mirra, p. 256.

Silverio Mattei
"IESU REDEMPTOR OMNIUM - QUEM LUCIS». - E l'inno del Vespro e del Mattutino nella festa del Natale, d'autore ignoto, del principio ca. del sec. x .

La nascita di Gesù ab aeterno, motivo su cui si insiste di preferenza, fa capire che l'inno è stato composto all'epoca della lotta ariana. Generato dal Padre fin dall'eternità, venuto al mondo da una vergine, rinasce in ogni

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uomo spiritualmente. Queste tre nascite saluta con nuovo cantico l'universo intero.

BibL.: G. G. Belli, p. II4; V. Terreno, p. 102; A. Mirra, p. 85 .
"IESU REX ADMIRABILIS". - Inno del Mattutino nella festa del Nome di Gesù, tratto come gli altri due sopra riportati dal Iubilus rythmicus de nomine Iesu.

Gesù è l'unico oggetto dell'amore, il solo degno di esso. Quando egli è nell'uomo, tutta la luce lo avvolge e l'universo svanisce. A questi concetti di alta spiritualità l'autore si compiace ritornare spesso per svolgerli e approfondirli sempre più e meglio.

BibL.: G. G. Belli, pp. 208-209; V. Terreno, pp. 114-15; A. Mirra, p. 93.

Silverio Mattei
IETHER. - 1. Città sacerdotale (ebr. Jattlr) della tribù di Giuda (Ios. 15, 48; 21, 14; I Sam. 30, 27; I Par. 6, 42), corrispondente all'odierna 'Att