o degno di esso. Quando egli è nell'uomo, tutta la luce lo avvolge e l'universo svanisce. A questi concetti di alta spiritualità l'autore si compiace ritornare spesso per svolgerli e approfondirli sempre più e meglio.
BibL.: G. G. Belli, pp. 208-209; V. Terreno, pp. 114-15; A. Mirra, p. 93.
Silverio Mattei
IETHER. - 1. Città sacerdotale (ebr. Jattlr) della tribù di Giuda (Ios. 15, 48; 21, 14; I Sam. 30, 27; I Par. 6, 42), corrispondente all'odierna 'Attir, 19 km . a sud di Hebron.
2. Nome di cinque personaggi biblici : il figlio primogenito di Gedcone (Iudc. 8, 20: ebr. Jether); due discendenti del patriarca Giuda (ebr. Jether), uno nella linea di Iersmeel (I Par. 2, 32) ed uno in quella di Caleb (I Par. 4, 17); un discendente del patriarca Aser (I Par. 7, 37. 38 : cbr. Jether e Jithrān); un Ismaelita (ebr. Jether e Jithra') che con Abigail, sorella di David, generò Amasa (v.; I Par. 2, 16. 17), il quale ebbe una parte rilevante nella storia di David finché fu ucciso da Ioab (II Sam. 17, 25; I Reg. 2, 5. 32).
Angelo Penna
IETHRO (ebr. Jithrō; Ex. 4, 18 Iether). - Sacerdote di Madian, suocero di Mosè (Ex. 2, 16; 3, 1; 4, 18; 18, 1. 5. 8. 12. 14. 27). Cultore del vero Dio (Ex. 18, 11 sg.; Iudc. 1, 16; 4, 11), è detto cenita (cineaus).
In Ex. 2, 18 e Num. 10, 29 è chiamato Raguel (Rē' $\bar{u}^{\prime} \bar{\varepsilon} l$ ). Sembra che I. sia soprannome o titolo d'onore (" eccellenza"), come watar (ebr. jether) delle iscrizioni sabec e il titolo di imdm tra i musulmani; mentre Rē'ū̄'el ("smico di 'El") è nome proprio. Per l'identità I. Raguel è già la versione greca dei Settanta che in Ex. 2, 16 pone due volte 'I 6969 . Data l'incertezza di significato dei nomi ebraici esprimenti parentela, può ben darsi che Raguel sia l'avo di Sephora e il padre di I., come Hobab (Num. 10, 29) sia solo cognato o parente di Mosè.
I. accolse Mosè, fuggitivo dall'Egitto, e gli diede in sposa la figlia Sephora. Presso I. rimase Sephora con i figli quando Mosè ritornò in Egitto per compier la missione datagli da Jahweh. I. glieli ricondusse quando, vittorioso, Mosè conduceva libero il popolo d'Israele verso Canaan; e gli consigliò di affidare a uno scelto numero di anziani il disbrigo degli affari meno importanti (Ex. 18).
BibL.: F. X. Kortleitner, De antiquis Arabiae incolis corumque cum religione Mosaica rationibus (Commentationes Biblica, 5), Intubruck 1930, p. 73 sg.; A. Clamer, Les Nombres (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, p. 279; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, pp. 186, 369; M. Torres, Tetre, sacerdote de Madian, in Rivista biblica, 6 (1944), pp. 254-62. Per le relazioni dei nomadi Ceniti con i Madianiti, cf. L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, p. 72.
Francesco Spadafora
IETTATURA: v. MALOCCHIO.
IEZABEL. - Figlia del re di Sidone Ethbaal e moglie di Achab (v.) re d'Israele (875-853), sul quale ebbe influenza nefasta, e dei cui misfatti fu in gran parte responsabile. Le conseguenze peggiori furono nel campo religioso, per la sistematica ostilità alla religione jahwistica ed il favore accordato alle divinità fenice Baal (il Baal di Tiro, detto Melkart) e Astarte.
L'idolatria dilagò sì da sommergere quasi tutta la nazione (cf. I Reg. 16, 30-33). Un tempio in onore di
Baal fu eretto nella capitale, mentre a spese della regina si mantenevano centinaia di sacerdoti di Baal e di Astarte penetrati dalla Fenicia (I Reg. 18, 19). Né il favore per i culti pagani si mantenne nei limiti d'una politica sincretistica, ma sfociò in violenta persecuzione del jahwismo, già parzialmente scosso in Israele per le pratiche superstiziose introdotte da Ieroboam I (v.). La persecuzione infieti soprattutto contro i più genuini esponenti della tradizione religiosa, "i profeti di Jahweh", molti dei quali furono vittime dell'odio della crudele fenicia, e solo un centinaio potersoio essere messi in salvo da un pio israelita, Abdia, che li tenne nascosti nelle grotte (I Reg. 18, 4).
L'eroe più insigne dell'epica lotta fu il profeta Elia (v.), tipica figura del profetismo arcaico. Quando l'idolatria sembrava aver sommerso il paese, Elia predisse la triennale siccità che desolò Israele; quindi riusci ad avere un confronto con i sacerdoti di Baal e dopo un clamoroso prodigio li sterminò. Soltanto allora venne la pioggia ristoratrice. Ma Elia incorse nell'ira furiosa della regina, e dovette cercare scampo verso il sud, spingendosi fino a Bersabea e al monte Horeb (I Reg. 17-19).
L'animo perverso di I. è attestato anche dall'episodio della vigna di Néboth (I Reg. 21) : per impadronirsi della vigna, indusse il marito ad uccidere con perfido espediente il legittimo proprietario. Ma la voce della giustizia tuonò inesorabile per bocca del perseguitato Elia, che rinfacciò aspramente al re e alla regina l'orribile delitto e predisse la prossima estinzione del casato ed una fine ignominiosa per l'istigatrice: «i cani divoreranno I. nel campo di Iezrael" (I Reg. 21, 23; v. IezraEL) : ciò si arrearò alla lettera agli inizi dell'insurrezione di Iehu (v.); cf. II Reg. 9, 30-37.
Dopo la morte di Achab, I. seguitava a spadroneggiare sotto il Regno dei due figli Ochozia e Ioram. La sua influenza malefica si estese sul Regno di Giuda per il matrimonio di Athalia sua figlia con Ioram (v.), figlio e successore di Iossphat.
Il nome dell'empia regina divenne simbolo di donna seduttrice e istigatrice all'idolatria e alle male arti (cf. Apoc. 2, 20, la "donna di Tiatira ").
BibL.: H. Lesêtre, s. v. in DB, III, col. 1235 sg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, p. 398 sgg.
Gaetano Stano
IEZDEGERD I, imperatore persiano. - Della dinastia sassanide, divenuto imperatore nel 399 e m. nel 420. Fu I. - una specie di Costantino nella Persia - a por fine, per intervento di s. Mārūtā (v.), al periodo di persecuzione contro i cristiani iniziato da Sapore II nella metà del sec. Iv. "Egli ordinò che in tutto il suo Impero si edificassero con magnificenza le chiese distrutte dagli antenati e si riparassero diligentemente gli altari sconvolti e coloro che per Dio erano stati provati dai ceppi e dai colpi acquistassero la libertà, e i presbiteri e i rettori con tutta la loro comunità fossero senza paura e senza rischio. E questo ebbe luogo nel tempo e nell'occasione dell'elezione del nostro reverendo... Mar Isacco, vescovo di Seleucia-Ctesifonte, katholikōs e capo dei vescovi di tutto l'Oriente [399]». Così gli atti del Sinodo di Seleucia-Ctesifonte del 410 (cf. J. B. Chabot, Synodicon orientale, Parigi 1902, p. 18) I. concesse quindi libertà pubblica alla Chiesa in Persia la quale poté organizzarsi. I. convocò il Sinodo di Seleucia del 419 e consigliò ai vescovi persiani di mantenersi uniti all'Occidente. Contemporaneamente I. mantenne buoni rapporti con la corte bizantina, sia mediante i buoni uffici di s. Mārūtā, sia più tardi, nel 419, per mezzo di un suo legato, probabilmente il vescovo di Seleucia, Jahballāhā (op. cit., p. 37).
BibL.: I. Ortiz de Urbina, Storia e cause dello scisma della Chiesa di Persia, in Orient. Christ. Periodica, 3 (1937), pp. 468-75. Ignazio Ortiz de Urbina
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IEZONIA (ebr. Ya'ázānjāh e Yēzanjāh[ $\bar{u}]$ « Jahweh ode n). - Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.
1. Uno dei comandanti militari che, sbendatisi dopo la conquista babilonese del $587-86$, si presentarono a Godolia (v.) per collaborare alla ripresa materiale e morale della regione. Era figlio di un maachatita, forse cosi chiamato dal nome del suo villaggio oppure da quello di un antenato famoso (cf. I Par. 2, 48; 4, 19). L. dovette recarsi in Egitto con il gruppo fuggiasco dopo l'assassinio di Godolia (II Reg. 25, 23-26; Ier. 40, 8); ma in Ier. 42, I, ove I. figura come il promotore capo di tale risoluzione, va letto piuttosto "Azaria".
2. Il capo del gruppo rechabita, che Geremia introdusse nel Tempio (Ier. 35, 3).
3. Un personaggio ben noto agli Ebrei esuli in Babilonia, ma a noi sconosciuto. Ezechiele ( 8,11 ) lo descrive come maggiore esponente del culto idolatrico. Non sembra che suo padre Saphon vada identificato con il segretario del re Iosia (II Reg. 22, 3. 4; Ier. 29, 3; ecc.).
4. Uno degli esponenti più in vista della politica antibabilonese (Ez. 11, 1). Angelo Penna
IEZRAEL ("Dio semina», allusione alla fertilità del suolo). - Città del territorio di Issachar (Ios. 19, 18), munita di mura, torri e porte (II Reg. 9, 17; 10, 8) ai piedi del monte Gelboe e non lungi da Bethsan (I Sam. 31, 1. 10).
Prima della battaglia di Gelboe il re Saul si accampò con il suo esercito "alla fontana vicina a I.", mentre i Filistei si disposero a Sunam nella zona di I. (I Sam. 29, 11; II Sam. 4, 4). Scelta a seconda capitale dalla famiglia di Amri (v.), il re Achab si costrui un palazzo a oriente della città, attiguo ad una vigna, il cui proprietario, Naboth, avendo rifiutato di cederla, fu ad istigazione della regina Iezabel condannato ed ucciso (I Reg. 21). Ma più tardi, come aveva annunziato il profeta Elia, il possesso ingiustamente acquistato divenne campo di morte di Iezabel e di tutta la famiglia reale (II Reg. 9, 25. 30). Dopo la grande strage eseguita da Iehu, la città non compare più nella storia israelitica. Nel sec. Iv d. C. era un grande villaggio (Osom., 108, 13) identificato con l'odierno Zer'in, nome arabitzato del crociato parvum Gerinum a 11 km . a sud di Genin, magnum Gerinum. Il villaggio posto sul colle risponde alle esigenze del racconto biblico; la vista si estende sulla pianura d'Esotelon (v.) e sulla valle del Giordano; è ai piedi della montagna di Gelboe (Gebel Fuqū'ah) sulla via di Bethsan ed è vicina all'abbondante fonte di 'Ajn Gālūd. Ad est della città dovevano stendersi i vigneti, come mostrano gli antichi frantoi tagliati nella roccia; nel villaggio vi sono vari frammenti d'epoca romana come pure della terza fase del bronzo.
Biel.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 364.
Donato Baldi
IGIENE. - L'i. (úy'kıa = sanità) può definirsi la scienza e la pratica della salute. Suo scopo fondamentale è il prolungamento della vita umana, attraverso il benessere fisico e psichico dell'individuo e della collettività, di cui questi fa parte; la realizzazione di tale fine essa cerca di conseguire mediante concezione, elaborazione e successiva applicazione di metodi propri, adeguati a rimuovere completamente, o per lo meno a neutralizzare, i fattori dannosi ambientali, oppure inerenti alle varie costituzioni individuali organiche o alla struttura del corpo sociale.
Da un largo punto di vista si può distinguere un'i. scientifica ed un'i. pratica. La prima indaga le motivazioni delle misure da applicarsi secondo principi teorici ben definiti; costituisce una grande branca del sapere medico, sviluppatasi particolarmente e notevolmente in seguito alle basilari scoperte microbiologiche ed osservazioni epidemiologiche del secolo scorso. La seconda trae, invece, dall'esperienza em-
pirica secolare e dai dati della sperimentazione ed osservazione moderna le norme di attuazione tecnica dei postulati enunciati dall'i. scientifica; diversamente da quest'ultima, essa affonda le sue origini normative nelle legislazioni più antiche, e sotto questo riguardo ha in se stessa uno scopo educativo, civile e morale.
Dall'i. concernente il singolo individuo (i. individuale) e che storicamente ha costituito l'inizio d'un complesso empirico d'osservazioni, che nei tempi remoti s'imposero alla mente umana come concetti utili alla conservazione della vita fisica dell'individuo medesimo, si è sviluppata un'i. riguardante la collettività demografica nel suo complesso (i. pubblico), e la sua evoluzione si verificò sempre in diretta proporzione con la civiltà del popolo rispettivo.
Per la natura stessa dei suoi compiti l'i. deve spaziare nel dominio di molteplici discipline, che le somministrano le cognizioni su cui essa elabora ed imposta i propri metodi di ricerca e di pratica applicazione. Essa attinge il suo materiale dalla meteorologia, climatologia, geologia, idrologia, dagli svariati campi della fisiologia e della patologia, come pure dalle discipline sociologiche. L'aria, l'acqua, il terreno, le vestimenta, l'alimentazione, l'edilizia, urbana e rurale, la lotta contro le malattie infettive e quelle cosiddette "sociali" (tubercolosi, malaria, diabete, reumatismo, ecc.), le organizzazioni assistenziali per le maternità, l'infanzia, la vecchiaia, i minorati fisici e psichici, i lavoratori, ecc., il miglioramento igienico individuale e della specie, la legislazione semitaria: ecco i principali oggetti dell'i. E addirittura un compito enciclopedico, che, per le necessità dei tempi moderni, si è suddiviso in branche specializzate (i. alimentare, industriale, ospedaliera, militare, navale, so-ciale-assistenziale, urbana, rurale, edilizia, ecc.), evolventesi ciascuna secondo rispettivi indirizzi teorici e pratici, ma tra loro in feconda collaborazione e tutte tendenti al benessere fisico e psichico dell'individuo e della collettività.
Lo sviluppo dell'i. è sempre decorso parallelo alla educazione intellettuale: all'educazione della collettività sociale, nel senso che questa abbia un'esatta valutazione dell'importanza da attribuirsi alla salute fisica e mentale dei suoi membri, ed alla educazione dell'individuo singolo come cittadino nello Stato; quest'ultimo, a sua volta, diviene fattore legislativo e quindi normativo ed imperativo, e codificante il concetto basilare che l'i., nella più vasta accozione del termine, debba considerarsi vera medicina preventiva sia dell'individuo medesimo che dell'aggruppamento demografico.
Il grado di sviluppo sociale d'una civilta si misura dal complesso dei provvedimenti igienici che essa impone legislativamente, realizza ed infine propaganda tra la popolazione a scopo eminentemente educativo e fattivo.
Nozioni empiriche ed esperienze della vita quotidiana costituirono, agli albori della storia, all'epoca delle grandi migrazioni, i primi rudimenti di un'i. individuale e quando le popolazioni, abbandonando il nomadismo, si raggrupparono in sedi stabili, sorse la necessità di provvedere a misure normative che, limitando la libertà dell'individuo di fronte ai bisogni della comunità, difendessero la pubblica salute dai pericoli che derivavano dall'agglomeramento. La codificazione di quelle norme presso le prime civiltà (cinese, giapponese, assiro-babilonese, egiziana, indiana, ebraica) venne compiuta con un senso profondo della natura, e dalla medicina empirica di quelle epoche, a sfondo essenzialmente religioso, sacerdotale, derivarono le pratiche dei bagni, dei massaggi, della ginnastica, della dieta, mentre si evolveva (particolarmente presso il popolo giudaico) il pensiero igienico cui doveva incombere la necessità di provvedere, oltre che all'individuo singolo, anche e ben maggiormente alla salute fisica e psichica dell'aggregato demografico: in una parola, l'i. divenne cardine fondamentale di un programma politico.
Durante il travaglio dei secoli storici, l'influenza degli eventi sociali si è sempre manifestata profonda sull'evo-
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luzione dell'idea igienica, e questa ha segnato nel corso dei tempi epoche di ascesa mirabile, alternate ad epoche di depressione, che in alcuni periodi calamitosi (carestie, guerre, pestilenze) giunsero anche all'annientamento di ogni consuetudine igienica più elementare.
Così si può tratteggiare come maestro incomparabile d'i, il mondo greco, il primo che abbia fatto dell'educazione fisica della gioventù un vero e proprio programma di Stato, tendendo a raggiungere, attraverso l'educazione individuale, nella collettività la più perfetta armonia euritmica, fisica e mentale. La dietetica assurse in Grecia alla dignità di scienza igienica, a molti dei concetti ippocratici che precorrono la dottrina contagionista moderna, informavano colà tutta una legislazione da cui emanava un netto programma di sanità pubblica : pulizia delle strade, provvidenze per l'acqua potabile, controllo dei viveri, disciolina dei mercati, polizia mortuaria, bagni, palestre, edilizia privata e pubblica, ecc.; questo risulta a chiaro documento che lo sviluppo dell'i. decorre parallelo all'educazione dell'intelletto.
Altrettanto può desumersi dal mondo romano con la sua tecnica, grandiosamente semplice, degli acquedotti, delle cloache, delle terme, delle bonifiche dei terreni acquitrinosi, con le sue opere edilizie in genere, con la sua organizzazione codificata per l'assistenza medica della popolazione.
E attraverso il fluire dei secoli, dal mondo greco-romano si discende all'alto medioevo, suo crede oscure, ma che porta in sé i germi della Rinascenza e, pur nella decadenza delle pratiche igieniche, vede le prime fondazioni nosocomiali dell'Oriente bizantino e lo sviluppo degli Ordini monasteri che si dedicano all'assistenza dei malati; mentre la scuola salernitana tramandava, in periodo difficilissimo per la tradizione scientifica, il pensiero medicoigienico nella sua forma più pura; mentre le epilemie, che infierivano in tutto l'orbe allora conosciuto e che avevano già dato alla Chiesa occasione di occuparsi della salute delle popolazioni (v. sotto), suscitavano, particolarmente nel ' 300 e nel '400, nelle Repubbliche mercantili, un rapido risveglio e progresso igienico, concretantisi nell'elaborazione d'una legislazione sanitaria profilattica, la quale servirà poi di chiaro paradigma a legislazioni simili posteriori. Compaiono allora i primi trattati d'i. individuale (Taddeo Alderotti fiorentino, Aldobrandino da Siena, Ugo Benci), in cui rinasce, insieme al concerto dell'individualità personale, anche la coscienza di una difesa di se stesso come membro del corpo sociale.
La prosperità successiva delle industrie e dei commerci nei Comuni italiani della Rinascenza, i quali videro aumentare rapidamente la loro popolazione stabile, determinò la creazione d'istituti d'assistenza sociale e la emanazione di norme imperative che si possono oggi considerare il germe della futura legislazione protettiva del lavoro. Nomi indimenticabili nella storia della i. sorgono con il Rinascimento e la loro pleiade si continua cronologicamente sino ai nostri giorni: Fracastoro Ingrassia nel ' 500 : il primo fa risorgere il principio del «contagium animatum sed vivum», il secondo, organizzatore instancabile contro le peste siciliana; nel ' 600 e '700, Vallianieri che propugna pur esso la teoria contagionista, Ramazzini, vero iniziatore della medicina sociale moderna e che stabilisce i principi dell'i. e della clinica delle malattie professionali; Lancisi, nelle cui geniali osservazioni s'incontrano i precetti fondamentali che due secoli dopo dovranno formare i caposaldi della lotta antimalarica; mons. Gastaldi, commissario speciale di sanità del governo pontificio, geniale e fecondo legislatore della campagna antipestilenziale del '60o in Roma; Antonio Cocchi e Domenico Cotugno, per l'iniziativa dei quali si emanano nella Toscana misure di protezione contro la tisi; Giovanni Pietro Frank che, sullo scorcio del sec. xviti, pone in un classico trattato, raccogliendole in coordinato sistema, le più importanti dottrine d'i. politica, ne disciplina i provvedimenti ed afferma la pubblica salute come loro base suprema.
Ma un ancor più rapido scorrere del progresso igienico s'inizia in Inghilterra a cagione dell'epidemia colerica del 1830 . Quella nazione vede rese malsicure dal contagio
le vie del mare e minacciato quindi il più importante fattore della vita economica inglese. Donde una serie di elaborate leggi di protezione a scopo profilattico sulle navi e nei porti di sbarco. E così pure l'inurbanamento della popolazione rurale nelle grandi città industriali e commerciali inglesi rende palese a quella nazione la necessità di regolare i problemi igienici che derivano dall'agglomeramento dei centri urbani: di qui una serie numerosa di «health acts» che costituiscono documento importante di un'evoluzione impareggiabile nel dominio dell'i. pubblica e privata.
Frattanto, anche in Germania si determinava un'organizzazione sistematica dell'amministrazione sanitaria, e là, come pure in Francia e in Italia, è un susseguirsi rapido di studi e ricerche, che, prendendo le mosse dai successi pratici dello Jenner nella vaccinazione antivaiolosa, dalle scoperte di Agostino Bassi (sul calcino del baco da seta), del Pasteur, del Lister e di tanti e tanti altri illustri, condurranno alla stato attuale della lotta contro i morti infettivi, mentre si svilupperanno, secondate dalla tecnica moderna, anche tutte le altre branche dell'i., che formeranno un "corpus» di cognizioni e di applicazioni rivolte al benessere sociale ed economico delle nazioni.
L'i., seguendo il progresso d'invivilimento dei popoli, come ogni altra manifestazione dell'attività umana, è andata sempre più inducendo nell'uomo la persuasione della grande utilità che da essa deriva. Oggi tale attività si svolge in correlazione degli esiti dell'investigazione scientifica e tende in guisa sempre più razionale a procurare e conservare all'uomo ed alle collettività le migliori condizioni di vita. Essa ha preso posto tra le scienze biologiche e sociali e la sua importanza viene confermata ogni giorno dai vantaggi che ne riportano i popoli civili : prolungamento della vita media umana, diminuzione delle incidenze di mortalità e morbilità, accresciuta capacità produttiva, ecc. Avendo il dovere di garantire ad ogni individuo della collettività una completa tutela sanitaria, onde sopperire alla insufficenza dei mezzi di autodifesa individuale, l'i. è divenuta una funzione di Stato.
BibL.: A. Celli, Manuale dell'igienista, Torino 1906-1907; L. Pagliari, Trattato d'i. e sanità pubblica, Milano 1912; autori vari: Trattato italiano d'i., 26 voll., Torino 1923-31; L. Bernard-E. De-
bré, Cours d'hygiène, Parigi 1927; W. H. Park, Public health and hygiene, Filadelfia 1928; B. Cimmino, Compendio d'i., Napoli 1931; D. Omianghi, Trattato d'i., Milano 1933-34; E. Bertarelli, Trattato d'i., ivi 1938; L. Tanon, Hygiène, Parigi 1947; J. L. Burn, Recent advances in public health, Londra 1947; V. Puntoni, Trattato d'i., Roma 1948; W. P. Shepard, Essentials of public health, Filadelfia 1948; C. F. Bolduan - N. W. Bolduan, Public health and hygiene, ivi 1940.
Guido Teponi
I COMPITI DELLA I. PUBBLICA O SOCIALE. - Il più rapido progresso della i., che prese le mosse dall'Inghilterra, fece sorgere istituzioni di vario genere in tutte le nazioni civili, alcune per iniziativa privata, altre a cura degli Stati.
In Italia sono particolarmente efficenti la Pontificia commissione di assistenza, la Croce rossa italiana, l'Opera maternità ed infanzia, e vari Istituti di assicurazione. Ultimamente è sorta anche l'Organizzazione mondiale della sanità (O.M.S.).
I campi di azione della i. sociale, sono numerosi :
1. Studio dello stato e del movimento della popolazione. Le indagini devono essere istituite con controlli statistici di larga base e le deduzioni devono essere confrontate con quelle di altre nazioni e con notizie desunte dalla esperienza dei tempi passati. Si è visto, p. es., che in molte nazioni esiste una rilevante eccedenza della popolazione femminile su quella maschile. Ciò può essere di pregiudizio alla salute e alla morale pubblica perché molti uomini restano celibi, trovando facilità di soddisfare il desiderio sessuale senza assumere gli obblighi e gli oneri della vita matrimoniale, aumenta inoltre la prostituzione, cresce il numero degli illegittimi, si ha infine un aumento della malattie sessuali, dannose a chi direttamente le contrae e alla prole. Si è visto inoltre che in molte nazioni si sta verificando un progressivo invecchiamento della stirpe per diminuzione delle nascite ed allungamento dell'età media della vita.
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Spetta all'i. sociale indicare i mezzi per ovviare, per quanto è possibile, alle conseguenze di questi due fenomeni.
2. Condizioni di lavoro. - L'eccesso di ore lavorative, l'attività svolta in ambienti malsani, senza le dovute provvidenze, la inadeguata retribuzione, l'impiego di mano d'opera femminile a discapito di quella maschile, possono essere causa, secondo i casi, di danno alla salute (aumento della tubercolosi), di disgregamento delle famiglie (la donna non accudisce al buon andamento della famiglia), di denatalità, di disoccupazione, di nervosismo, di eccitazione ed anche di pertubamenti sociali.
3. Alimentazione. - Viene studiata dall'i. sociale in rapporto al fabbisogno calorico, vitaminico, minerale delle popolazioni e del lavoratore.
La malsana ed insufficente alimentazione può trovare fondamento in fattori di indole economica, dagli usi locali o dal particolare genere di vita che rende difficile attenersi alle regole di sana alimentazione; ne sono conseguenza, secondo i casi, la tubercolosi, la osteomalacia, il rachitismo, il deficente sviluppo fetido, il deficente sviluppo somato-psichico del bambino, l'astenia, molte malattie del ricambio, ecc.
4. Abitazioni. - Grande importanza ha il problema dell'abitazione perché l'uomo, per potere conservare la propria salute e per lo stimolo al lavoro, ha bisogno di spazio, del verde delle piante, di sole, di quiete. La insuficenza delle abitazioni è causa, fra l'altro, di promiscuità, dannosa alla salute fisica e morale delle popolazioni.
5. Vestibrio. - L'i. sociale segnala i danni di alcune fogge di abbigliamento (busto, cinture strette, scarpe disadatte) e studia i tipi di vestito più confacenti alle diverse categorie dei lavoratori. Per i legami che ha con l'igiene morale, promuove inoltre la formazione di una coscienza etica che faccia rifuggire dall'uso di vestiti che eccitano in maniera sconveniente la sensualità : ognuno ha diritto di preferire il vestito che gli aggrada, ma esponendosi in pubblico deve sentire l'obbligo di rispettare la coscienza morale degli altri.
6. Attività ricreative. - Lo sport in tutte le sue manifestazioni (nuoto, canottaggio, giuoco del pallone, corse, escursioni, tennis ecc.) rientra nei compiti dell'i. sociale perché educa alla pulizia, all'ordine, alla disciplina e migliora la salute conferendo all'organismo freschezza ed energia.
Spetta inoltre all'i. sociale di procurare delle gioie sane, valorizzando la religione, pacificatrice degli animi, e fomentando la gioia del lavoro. La psicotecnica viene in aiuto all'i. sociale indicando le attività cui è maggiormente adatto chi aspira ad un posto di lavoro; è noto che l'adeguatezza delle attitudini al compito lavorativo è uno dei più importanti fattori della gioia del lavoro.
7. Eugenica. - Deve essere studiata al lume del progresso delle scienze biologiche e sociali, senza fanatismi e nel pieno rispetto della personalità umana.
Sono noti i dannosi influssi sulla prole di alcune malattie infettive e di alcune intossicazioni croniche; è noto inoltre che l'età avanzata della madre può essere causa di debolezza dei figli; che il concepimento in stato di ubriachezza può influire dannosamente sul prodotto del concepimento; che il matrimonio tra portatori di tace dello stesso genere rischia di far trasmettere ai figli difetti analoghi, che migliori sono i matrimoni tra persone che appartengono a regioni diverse (mentre invece il matrimonio contrario tra persone di razza diversa dà luogo a prodotti scadenti); che la figliolanza unica non è eugenicamente raccomandabile ecc.
Fondandosi su questi principi generali l'i. sociale si rivolge alla tutela della maternità, dei neonati, dei bambini e poi dell'adolescenza e della gioventù, promovendo le istituzioni idonee a salvaguardare la salute fisica e morale delle famiglie e di ciascuno dei componenti.
Svolge poi la sua azione a favore dei lavoratori, che difende dagli orari di lavoro troppo protratti, dalla insalubrità degli ambienti di lavoro, dall'azione delle sostanze tossiche nelle industrie insalubri, dai rumori eccessivi ecc.
Studia inoltre l'azione dell'ambiente sociale sulla insorgenza e sulla diffusione di alcune malattie partico-
larmente temibili, come la peste, il colera, la lebbra, il tifo, il vaiolo, la tubercolosi, le malattie sessuali e alcune intossicazioni particolarmente dannose come l'alcoolismo, il morfinismo, il cocainismo; esamina quindi il problema della prostituzione che aspetta tuttora la sua soluzione, essendosi dimostrati ugualmente inefficaci sia la regolamentazione che l'abolizionismo.
Altro compito dell'i. sociale è di provvedere alla profilassi delle malatlie mentali, nella genesi delle quali hanno importanza la disposizione congenita e molte cause di natura tossica ed ambientali.
L'i. sociale provvede infine perché sia attuata una efficente legislazione sanitaria per la protezione della salute del cittadino (assicurazione contro le malattie e in particolare contro la tubercolosi), per la protezione del lavoratore (assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, disposizione per la prevenzione degli infortuni, per la salubrità degli ambienti di lavoro e per l'osservanza delle norme concernenti gli orari di lavoro), per la difesa delle malattie professionali, per la protezione contro la invalidità e la vecchiaia ecc., e a tal unpo organizza centri di studio, consultòri, ospedali, convalescenziari, refettori materni, nidi, asili, scuole all'aperto, brefotrofi, case di redenzione per traviati ecc.
Nella sua complessa opera l'i. sociale deve tener presenti le norme immutabili delle leggi morali e deve essere animata da quello spirito di carità vere che riconosce i diritti altrui e ammaestra a rispettare quelli degli altri.
Biol.: T. Rosati, Assistenza sanitaria degli emigranti e dei marinai, Milano 1908; G. Fioresciui, Le assicurazioni sociali contro le malattie, ivi 1911; id., Anatomia e fisiologia dell'uomo che lavora, I. Firenze 1946; E. Moreslli, Le scuraci traumatiche, Torino 1913; L. Imbert, Guide pour l'évaluation des incapacités, Parigi 1913; G. Rubino, L'organizzazione igienico-sanitaria del lavoro professionale, Genova 1919; A. Bvento, Eicdità ed igiene, Torino 1927; L. Sestini, Profilassi della emigrazione, ivi 1928: anon., Contributo dell'Italia al V Congresso internazionale medico per gli infortuni del lavoro e per le malattie professionali, Roma 1929; Atti del $v$ Cancegno nazionale di medicina sociale (Milano, giugno 1929), Milano 1930; V. De Giava, Izione delle città, Torino 1930; R. Cimmino, Compendio d'igiene, Napoli 1931; Bureau intern. du travail, La réglementation du travail féminin, Ginevra 1931; id., L'osservace invalidité-siècllese-décès obligatoire, ivi 1933; id., Les services sociaux, ivi 1933; id., La réglementation du travail des enfants et jeunes gens, ivi 1932; id., L'alimentation des travailleurs et la politique sociale, ivi 1936; id., Les services sociaux en 1933.2 voll., ivi 1936; id., Le standard de vie des travailleurs,ivi 1938. Autori vari. Bericta liber den VIII. internationalen Kongress für Unfallmedizin und Zervik-Ernädseiten (Francolarte sul M. sett. 1938), a voll., Lipsia 1939: A. Ranelletti, Le malattie del lavoro, Roma 1940; L. Preti, Trattura di patologia medica del lavoro, Milano 1940; A. Gienulli, L'operaia nella industria moderna, ivi 1945; E.N.P.I., Repertorio delle leggi sulla sicurezza e l'igiene del lavoro, Roma 1947; I. Kischich, Lehrbuch der Arbeitslogieus, Stoccarda 1947; G. Loriga, Erame di alcune condizioni di disagio psichico nell'apertoia, in Securitas, 33 (1948), p. 67 sgg.; id., Insidie che il lavoro tende alla salute dell'aperato e modo di evitarle, ibid., p. 34 sgg.; F. M. Trosi, L'organizzazione sanitaria per la tutela del lavoro in Inghilterra, in La medicina del lavoro, 39 (1948), p. 20; sgg.; A. Herlitzia, Psicologia del lavoro umano, Milano 1948; V. Puntoni, Trattura d'igiene, Roma 1948; Cimmino, internat. permanente pour la medicine du travail, The proceedings of the ninth international Congress on industrial medicine (Loudra, sett. 1948), Wright Bristol 1949; H. Grenet, Diritti e limiti della medicina sociale in rapporto alla persona umana, in Minerva medica, 41 (1950), p. 23 sgg.; A. Vigliani, L'organizzazione scientifica del lavoro e il suo settore igienico-sanitario, in Rassegna di medicina industriale, 19 (1950), p. i sgg. Eleuterio Boganelli
IGINO, PAPA, santo. - E commemorato nel Martirologio Romano l'ir genn. come martire, ma nessuna fonte antica conosce o ricorda il suo martirio. Incerto è poi il tempo esatto del suo pontificato. Nelle liste episcopali più sicure è detto successore di papa Telesforo: sarebbe quindi stato eletto nel 138. Anche la durata del suo pontificato è diversamente e malamente attestata dalle fonti; sembra però più attendibile la metizia riferita da Eusebio che gli attribuisce 4 anni di governo : sarebbe perciò morto nel 142 .
Pochissime e non meno incerte sono le notizie della vita. Secondo il Liber Pontificalis era di origine ate-
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Igino, papa, santo - Effigie di I. nella serie dei Papi della basilica di S. Parlo (sec. ix) - Roma.
nicse e filosofo. Durante il suo governo avrebbe istituito gli Ordini Minori della gerarchia ecclesiastica e distribuito i diversi uffici del ebro. Gli sono attribuite anche alcune decretali, che sono certamente apocrife. Da s. Ireneo si sa che durante il suo pontificato vennero a Roma, per spargere i loro errori, gli gnostici Valentino e Cerdone. Quest'ultimo riusci anche, mediante una subdola confessione di fede, a farsi ricevere nella comunità, ma poi, smascherato, ne fu cacciato via.
Bim.: Eusebio, Hist. ecel., IV, 10 sg.; Acta SS. Ianuarii, I. Parigi 1863, p. 665 sg.; Lib. Pont., I, p. 131; E. Amann, s. v. in DThC. VII, col. 356 sg.; Martyr. Romanum, p. 15.
Agostino Amore
IGLESIAS, diocesi di. - Diocesi e città in provincia di Cagliari, nella Sardegna.
Ha una superfice di 1600 kmq . con una popolazione di 122.000 ab. dei quali 121.950 cattolici. Ha 30 parrocchie con 53 sacerdoti diocesani e 7 regolari, i seminario; 2 comunità religiose maschili e 20 femminili (1949).
L'antica sede della diocesi fu in Sulcis, oggi S. Antioco; poi passò a Trataliaa, dove all'esterno del Duomo un'epigrafe ricorda i due vescovi Alberto e Aimone (sec. xit). Il papa Giulio II trasferì la diocesi a I. il giorno 8 dic. 1503 , creando vescovo mons. G. Pilares; ma nel 1513 I. venne unita a Cagliari. Il papa Clemente XIII con bolla del 18 marzo 1763 separò di nuovo I. da Cagliari, dandole per vescovo mons. L. Satta. La Cattedrale, dedicata a s. Chiara di Assisi e iniziata allo scortio del sec. xiri, fu trasformata nell'interno con volte a crocera durante la dominazione aragonese; altre chiese notevoli sono quella gotica di S. Francesco e l'altra della Maddalena di Valverde, detto dei Cappuccini.
BibL.: Cappelletti, XIII, pp. 83, 91; M. Pinna, L'Archivio comunale di I., Cagliari 1898; F. Sanfilippo, La cattedrale di I., in Arte e storia, 21 (1902), pp. 122-23; S. Pinna, Sardinia sacra. I. Iglesias 1904, pp. 53-79; A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della monarchia di Savoia, VIII, Torino 1907, pp. 243-51; P. Sella, Rationes declinarum Italiae sui secc. XIII e XIV, Sardinia (Studi e Testi, 113), Città del Vaticano 1945. Enrico Josi
IGNAVIA. - "E una tendenza all'ozio o almeno alla negligenza e al torpore nell'operare" (A. Tanqueray, Compendio di teologia ascetica e mistica, $7^{\text {a }}$ ed., Roma 1927, n. 884). È talora una disposizione morbosa, proveniente da cattivo stato di salute e va curata dal medico; ordinariamente però è di carattere morale ed è causata da una volontà fiacca che
paventa e rifiuta lo sforzo. Così intesa l'i., più che essere opposta a una virtù particolare, lo è a tutte le virtù in quanto il loro esercizio importa difficoltà ed esige quindi sforzo.
Il peccato di i., in quanto opposto alla legge generale del lavoro, ordinariamente non è grave; lo diviene però quando è abituale e quando causa l'omissione o la trascuranza di obblighi gravi particolari. L'i. è uno degli ostacoli più seri alla perfezione, sia perché rende la vita più o meno sterile, come il campo dell'uomo pigro di cui parla la S. Scrittura (cf. Prov. 24, 30-34), sia, soprattutto, in quanto permette alle tentazioni di diventare più vigorose e insistenti. È noto infatti che quando le facoltà superiori sono inattive, le inferiori sono più libere di seguire i loro istinti e allora "l'ozio insegna molta malizia" (Eccli. 23, 29). Si comprende quindi come l'i. possa creare un pericolo grave alla stessa eterna salute. L'ignavo infatti merita la severa condanna del servo che non traffica i talenti (Mt. 25, 24-30), e dell'albero che non dà frutti (Mt. 3, 10).
Rimedi contro l'i. sono: le convinzioni profonde sulla necessità e sulla intima soddisfazione del lavoro amato; la coscienza delle gravi conseguenze che derivano dall'i., e il continuato e metodico sforzo che dà all'ignavo la soddisfazione di una vita utilmente impiegata.
Bim.: Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 32 ; Tommaso d'Aquino, De malo, q. 2; A. Natale, De peccatis, in G. P. Migne, Theol. curtus completus, XI, Parigi 1841, coll. 1148-70; G. Fabre, Il progresso dell'anima nella vita spirituale, Torino s. a., cap. 14; J. Laomonier, La thirapeutique des péchés capitaux, Parigi 1922, cap. 3; E. Vansteenberghe, Paresse, in DThC, XI, col. 2023 sgg.
Luigi Morstabilini
IGNAZIO, vescovo di Antiochia, martire. Festa: 20 dic. nella Chiesa greca, $1^{0}$ febbr. nella Chiesa romana. I., condannato ad bestias (Ireneo, Haeres., V, 28, 4), scrisse durante il suo trasporto da Antiochia a Roma sette lettere, ammonendo le comunità cristiane con l'autorità di un carismatico ( $\theta \varepsilon \circ \varphi$ ópss) di stare attenti dinanzi al pericolo di

(da D. Scano, Chiesa medievali in Sardegna, Cagliari 1879, tav. 78) Iglesias, diocesi di - Facciata della Cattedrale (sec. xiri).
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una gnosi giudaizzante e di mantenere l'unità ecclesiastica, rappresentata dai vescovi. Le prime quattro lettere furono dettate a Smirne ed erano indirizzate ad Efeso, Magnesia e Tralle. Una quarta lettera fu spedita a Roma, con lo scopo di impedire l'intervento della Chiesa romana in suo favore (Eusebio, Hist. eccl., III, 36, 5, 6). Da Troade scrisse a Filadelfia, Smirne e al vescovo di Smirne, Policarpo (id., loc. cit., io). Queste sette lettere sono autentiche, mentre sei altre, contenute nelle prime edizioni delle opere di I., sono falsificazioni di un semi-ariano.
Una recensione siriaca di solo tre lettere (recensione brevior di W.Cureton) non rappresenta l'edizione originale. Scrittore originalissimo, probabilmente più greco che semita, I. si serve di mezzi letterari (protrettico; inno) con grande libertà, ma anche con qualche fretta nervosa, dettata probabilmente dalle circostanze. Anch'egli conosce, come gli eretici, la gnosi, l'astrologia e la magia (Ad Trait., 5,2 ), ma sa che tutto questo è finito con l'apparizione di Cristo che è veramente nato, fu battezzato, crocifisso e che risorse dai morti (op. cit., 9; Magn., iI; Smirnei, 1). La sua polemica è indirizzata contro i doceti; l'aurore della eresia non è nominato, forse perché ancora vivo. Si potrebbe pensare eventualmente a Satornilo che insegnava ad Antiochia (Ireneo, Haer., 1, 18) e che parlava di un Cristo senza corpo, che avrebbe sofferto solo per apparenza. Satornilo respingeva i profeti del Vecchio Testamento, mentre per I. i profeti sono stati i discepoli di Cristo nel suo Descexstos ad inferos (Magnes., 9, 2; Filad., 5, 2, 9, 2). Anche il famoso tratto in Ad Ephes., 19 che parla dell'apparizione della nuova stella nel cielo è probabilmente polemica contro formulazioni gnostiche, non genuina espressione del pensiero teologico di I. stesso. I. è importante come testimone della tradizione della Chiesa cattolica (la parola s'incontra per la prima volta presso di lui in Smirn., 8, 2) e della sua gerarchia. Senza il vescovo non è valida l'Eucaristia (op. cit., 8) e il Battesimo, l'agape (ibid.), il Matrimonio devono essere contratti davanti a lui (Polic., 5, 2). L'Eucaristia è la carne del Cristo che ha sofferto (Smirn., 7, 1), cibo dell'immortalità (Eph. 20, 2) e Cristo uomo e Dio, nato e non nato (ibid. 7, 2). Verbo uscito dal silenzio del Padre (Magn., 8, 2). Famoso è il suo elogio della Chiesa romana nella praefatio alla sua Epistola ai Romani: la lettera allude all'attività istitutrice e caritativa di Roma $(3,1)$ e suppone l'esercizio dell'attività apostolica di Pietro e Paolo a Roma.
Bibl.: Ed. nelle edizioni dei Padri apostolici in : J. B. Lightfoot, The apostolic Fathers, 2a ed., Oxford 1890: F. X. Funk, Patres apostolici, Tubinga 1901. Ed. minore di H. Bihlmeyer, Tubinga 1924. Testo siriaco di un Pacudo-Ignazio in A. Mingana, Woodbrooke Studies, I, Cambridge 1927, p. 27 sq. Monografie : Th. Zahn, Ignatius von Antiochia, Lipsia 1873; M. Rackl, Die Christologie des hl. I., Friburgo 1914: H. Schlier, Religionsgeschichtliche Untersuchungen zu den Iyostinsbriefen, Giessen 1929; C. C. Richardson, The crittiantiy of I., Nuova York 1935: W. H. Bartsch, Onestisches Gut und Gewainderadition bei I., Gütersloh 1940; Chr. Maurer, I. von Antiochien und das Johannesevangelium, Zurigo 1949. Versioni it. di P. Baldoncini, Roma 1912; di M. Belli, 2a ed., Lanciano 1920; di U. Moricea, Roma 1923; di M. Monachesi, ivi 1929; di G. Bosio, I Padri apostolici, II, Torino 1942.
## IGNAZIO da Bergamo: v. lupi ignazio.
IGNAZIO, patriarca di Costantinopoli, santo. Niceta (I. è il nome posteriore), n. a Costantinopoli nel 797; fu patriarca nell'847-58 e nell'867-77; suo padre fu Michele imperatore (811-13).
Dopo l'espulsione del padre dal trono, visse con lui in un monastero dell'isola di Proti, nell'840 ne diventò igumeno (abate) e fu poi fondatore di tre altri monasteri. Durante la persecuzione iconoclasta si mostrò difensore intrepido del culto delle sacre immagini.
Dopo la morte del patriarca s. Metodio (843-47), diventò il suo successore sotto il nome di I. Il suo patriarcato fu molto tragico. Condannò tre vescovi e ne informò la S. Sede alla quale pure i condannati fecero appello. I. coraggiosamente proibì

(fol. Enc. Catt.)
Ignazio, vescovo di Antiochia, santo, martire - Inizia della Epistola agli Efesini - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. Grec. 30, f. $161^{V}$ (sec. xI).
la S. Comunione e l'ingresso alla chiesa di S. Sofia a Barda, uomo influentissimo alla corte imperiale, a cagione della sua vita immorale. Questi prese vendetta e lo fece condannare all'esilio nell'isola di Terebinto, sostituendogli la persona del dottissimo presidente della cancelleria imperiale, Fozio, e facendo approvare questo suo raggiro da un pseudosinodo, diretto dal vescovo, scomunicato, Gregorio di Siracusa.
Se I. abbia abdicato per il bene della Chiesa, è oggi discusso; quelli però che sostengono tale sentenza, parlano quasi tutti di un'abdicazione condizionata e mettono in rilievo che Fozio non ne osservò le condizioni. Né il papa Niccolò I ( $858-67$ ), né Adriano II ( $887-72$ ) riconobbero Fozio come legittimo patriarca; soltanto dopo la morte di I., Giovanni VIII ( $872-82$ ) lo confermò sotto certe condizioni.
Ma L'imperatore Basilio di Macedonia, fin dal principio del suo regno (867), depose risolutamente Fozio, richiamò I., dopo nove anni di tribolato esilio e di persecuzione, al patriarcato di Costantinopeli e chiese l'approvazione della S. Sede. Questa, sotto Adriano II, in un Sinodo romano (giugno 869) e nel Concilio VIII ecumenico ( $869-70$ ), per mezzo dei suoi legati e con la susseguente approvazione, restituì I. Nonostante però i vari benefici ricevuti dai papi, I. credette necessario di osservare un contegno contrario alle decisioni di Roma nella questione intorno alla giurisdizione della Bulgaria, cosicché Giovanni VIII gli minacciò la scomunica condizionata nell'apr. 878 se non avesse richiamato i sacerdoti e i vescovi greci della Bulgaria nel decorso di 30 giorni. Ma questa sentenza papale fu data quando I. era ormai morto ( 23 nov. 877). La
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chiesa bizantina ed anche quella romana onorano I. come santo.
Birl.: Una biografia di I. fu scritta dal suo coetaneo Niceta Paphlagonce: PG ros, coll. 488-573; V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 2, Constantinople 1935. pp. 64-71, 95-100; R. Janin, J. de Constantinople (soint), in DThC, VII, coll. 712-22; J. Pargoire, Les monastères de it J., in Bull. de l'Int. archéol. russe de Constantinople, 7 (1902), pp. $56-91$.
Giorgio Hofmann
IGNAZIO della Croce: v. danisi, ignazio.
IGNAZIO di Gesù (Carlo Leonelli). - Missionario carmelitano. Ebbe i natali a Sorbolongo (Pesaro, Italia), nel 1596. Laureato in utroque iure, si fece carmelitano scalzo nella provincia romana, e professò il 27 febbr. 1626 a Montecompatri. Dal 1629 fu missionario in Isfahan (Persia), poi dal 1634 in Shiraz. Trasferito, nel 1641, a Baara come superiore di quel convento, vi fatisò molto per la conversione dei mandei, ossia pseudo-sabei, comunemente chiamati «cristiani di s. Giovanni Battista», riguardo al culto dei quali egli inviò a Roma, per conoscenza della S. Congregazione di Propaganda, un interessante documento illustrato, il cosiddetto Divan Mandaeorum con le proprie annotazioni e spiegazioni in margine (Biblioteca Vaticana, cod. Borgiano, siriaco 175). Trasferito, nel 1656, alla missione di Siria, lavorò a Tripoli e sul Monte Libano fino al 1664 , anno in cui venne richiamato a Roma, ove morì il 21 febbr. 1667.
Rimangono di lui: Narratio originis, rituum, et errorum Christumorum S. Joannis, con una confutazione degli errori di questa gente (Roma 1652); Grammatica linguae Persicae (ivi 1661); Dictionarium latino-Persicum (ms., Biblioteca Vaticana, fondo Borgia); Scriniam duorum linguarum orientalium, i. e. Persicae et Arabicae (ms., Biblioteca Vittorio Emanuele, Roma); Doctrina Christiana Em.mi D. card. Bellarmini in Persicum translata (ms., Biblioteca Vittorio Emanuele, Roma).
Bial.: Chronicle of Carm. i. Persia, II, pp. 898-900; Ambrosius a S. Theresia, Biebiiblogr. Miro. C. D., Roma 1941, nn. 202, 224, 233, 291, 289/91; id., Nomenclator Miro. C. D., ivi 1944, pp. 182-83. Ambrogio di Santa Teresa
IGNAZIO da Láconi, beato. - Fratello laico cappuccino della provincia di Sardegna, n. a Láconi (Nuoro) il 17 (o il 10 ?) dic. 1701. Durante una grave malattia fece voto di farsi religioso e vestí l'abito di novizio il 10 nov. 1721 nel convento di S. Benedetto (Cagliari). M. a Cagliari l'1 i maggio 1781.
Addetto prima ai servizi nei conventi di Buoncammino, a Cagliari, e di Iglesias, dal 1741 fino alla morte esercitò l'ufficio di questuante del suddetto convento di Cagliari, perfezionandosi nelle tradizionali virtù dei santi cercatori cappuccini : preghiera, penitenza, carità verso tutti i bisognosi nel corpo e nello spirito. I doni soprannaturali di cui era favorito lo fecero amare e venerare da ogni classe di persone. Fu beatificato da Pio XII il 16 giugno 1940. Sono in corso i processi di canonizzazione.
Bibl.: Sacra Rinuum Congregatio, Positiones super causa beatificationis et canonizationis servi Dei I. a L., Roma 1854-69; Giorgio De Dominicis da Riano, Vita del ven. I. da L., Cagliari 1920; Arcangelo da Castiglion Fiorentino, Compendio della vita del beato I. da L., Roma 1940; Samuele Cultrera da Chioramonte, Il beato I. da L., ivi 1940.
Barino da Milano
IGNAZIO di Loyola, santo. - Ultimo figlio di Beltrán Yáñez de Oñaz y Loyola e di Marina Sáenz de Licona y Balda, n. nel 1491 prima del 23 ott. nel palazzo-fortezza di Loyola presso Azpeitia (Guipúzcoa, Spagna), m. a Roma il 31 luglio 1556. Si chiamava Iñigo López de Loyola (non Recalde), benché quasi mai adoperasse il López, e cambiasse l'Iñigo in I. tra il $1537-42$.
Educato fino ai 12-13 anni nella fede profondamente cattolica e nelle usanze basche della famiglia a Loyola,
fu poi (1506 ?-17) paggio di Juan Velázquez de Cuéllar, ministro delle Finanze del re Ferdinando il Cattolico, residendo con la corte a Arévalo e Valladolid. Appartengono a questi anni le sue letture dei libri di cavalleria e le sue avventure peccaminose (processo di Azpeitia, 1515), ma anche il suo amore per la musica e per le canzoni sacre (poema a s. Pietro e orazioni alla Madonna nei tornei). Dopo la caduta del Velázquez (1517), diventa non capitano, come è stato detto, dell'esercito regio, bensì gentiluomo del suo parente il duca di Nájera, viceré di Navarra. In questa veste partecipa con prudenza e altezza di spirito alla pacificazione di Nájera e Guipúzcoa e alla difesa della rocca di Pamplona, dove è gravemente ferito dai Francesi (20 maggio 1521).
Durante la convalescenza a Loyola, mentre aspira nei suoi sogni mondani alla mano di una Infanta (donna Caterina, sorella di Carlo V ?), la Grazia divina lo trasforma in quel perfetto cavaliere di Cristo descritto nel Flos sanctorum e nella Vita Christi di Ludolfo di Sassonia che egli stava leggendo. Per amore del nuovo re, inizia il pellegrinaggio a Gerusalemme al principio del 1522; ma lo interrompe per quasi un anno, menando prima, dopo una breve sosta a Manresa, vita solitaria nella montagna di Montserrat e in una grotta presso Manresa, e dimorando poi per molti mesi in questa città catalana. Là egli si trasforma in uno dei più autentici mistici della Chiesa, e nell'autore degli Esercizi spirituali (v.), perfezionati poi a Alcalá, Parigi, Venezia e Roma (1522-41). Dopo il pellegrinaggio in Terra Santa (1523), cominciò i suoi lunghi studi per prepararsi ad aiutare le anime e per radunare compagni di apostolato, prima a Barcelona (1524-26), poi ad Alcalá e Salamanca (1526-27), più tardi a Parigi (1528-35), Bologna e Venezia (1535-36). Ad Alcalá e Salamanca venne incarcerato, giudicato e assolto dai vicari diocesani Figueroa e Frias non, come spesso si dice, dall'Inquisizione. Nell'Università di Parigi, da lui altamente lodata, ottenne, dopo la visita delle Fiandre e di Londra, il grado di maestro nelle Arti (apr. 1534). Pure a Parigi riusci finalmente a radunare i primi grandi compagni (Faber, Saverio, Laínez, Salmerón, Bobadilla, Rodrigues) e ad infonder loro attraverso gli Esercizi lo spirito del vot