volume-06

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una religione universale sulla base della negazione di ogni religione positiva; negazione che non è cos totale come in Holbach (v.) e nei materialisti, ma trova accenti forse più persuasivi per la violenza che la ispira (cf. Traité de la tolérance, in Oeuvres, Parigi 1878; Traité de méthaphysique, ibid., Homélie sur l'athéisme, ibid.). Nella corrente materialista e sensista, che annovera nomi come La Mettrie, Holbach, Helvétius, Condillac, Bonnet, Destutt de Tracy, Diderot, Cabanis, Robinet, ecc., si fa strada una concezione che, tentando di sbarazzarsi di tutto ciò che non sia la realtà corporea di Hebbes, elimina gli ultimi residui di spiritualismo che permanevano nella corrente scettica.

Alle tendenze irreligiose, scettiche e materialiste si ispira anche l'etica dell'i. contrassegnata da quella nota di edonismo che si ritrova nelle opere di Voltaire, di Helvétius, di Holbach, ecc. Abolite la religione e la morale trascendente, si vuole condannare anche ogni trascendentalità del concetto politico; la visione empirista e razionalista della vita non permette di confessare una morale nemica della natura e neppure un diritto nemico degli istinti naturali. Uno dei problemi che l'i. francese ha posto più tenacemente è quello dei rapporti tra il diritto e il potere; uno dei sogni che ha cullato con più insistenza è quello di una società migliore riformata nella sua gerarchia politica e nelle sue basi economiche, tesa alla felicità dell'individuo e al benessere della collettività (cf. H. Sée, L'évolution de la pensée politique en France au XVIIIe siècle, Parigi 1925). L'indirizzo del dispotismo illuminato, ossia dell'assolutismo razionale per il bene dei popoli e dell'umanità, che mette la forza al servizio della ragione e che trova consenzienti molti pensatori del periodo, si alterna con quello derivante dal liberalismo costituzionale inglese che esprime invece fiducia nel popolo e nella classe borghese desiderosa e capace di libertà. Il maggior esponente francese di questo indirizzo è Montesquieu (v.). L'opera letteraria fondamentale dell'i. non soltanto francese ma europeo in genere, è l'Encyclopédie, diretta dal D'Alembert, cui hanno collaborato i più eminenti filosofi e scrittori francesi dell'epoca (per il pensiero dei quali v. ENCYCLOPÉdIE).

Sempre nella cultura francese, ma già ai margini del movimento, è Rousseau (v.) figlio dell'i. per l'atteg. gismexto che egli assume di fronte al problema storico e sociale, per la guerra che muove alla tradizione, per l'ev. demonismo che ispira la sua morale e il naturalismo che alimenta la sua concezione religiosa; ma anti-illuminista nella sua esaltazione del sentimento, della spontaneità naturale contro l'astrattismo della ragione illuminista (v. Confessions, parte $1^{2}$, l. III) e pre-romantico per l'inquietudine e la passione che contrassegnano la sua attività.
III. I. YEDESCI. - L'esigenza razionalistica di questo periodo appare in Germania nell'indirizzo della filosofia leibniziana e in colui che può essere considerato il fondatore dell'i. tedesco, C. Wolff (1679-1754) divulgatore del sistema di Leibniz. Esso si inquadra nell'età di Federico II, mecenate di filosofi, il cui lungo regno (1740-86) diffonde
e accelera il movimento. Precursori in certo qual modo ne sono Walter Tschirnhaus (1631-1708), il quale ribadisce la tendenza a quel matematismo filosofico che domina incontrastato da Cartesio a Leibniz a Wolff (cf. Medicina mentis seu artis incevicudi praecepta generalia, Amsterdam 1687) fino a che non si incontra con la decisa opposizione di Kant; Samuele Pufendorf (v.) e Christian Thomas (v.) che vogliono reintegrare l'uomo nei suoi diritti originari ed estendono il fine individualistico fino a giustificare la rivoluzione (Pufendorf) o a liberare il diritto di natura da ogni dipendenza teologica (Thomas). Wolff non ha dato nessuna nuova visione del mondo ma la sua volgarizzazione della dottrina del maestro ha permesso un largo e fecondo incrociarsi di idee nell'i. tedesco. Vi appartengono infatti le dispute che si sono accese tra wofitani e antivolfiani sopra i singoli punti del sistema di Leibniz, le critiche all'astratto razionalismo che hanno resa vivo l'esigenza di innestare in esso la nuova linfa dell'empirismo inglese, i contrasti che sorgono nel campo della cosmologia fisica per l'accettazione o il ripudio della dottrina di Newton (tra i suoi sostenitori è M. Knutzen, maestro di Kant; tra i suoi oppositori il grande fisico L. Euler); e il nuovo modo di affrontare il problema della conoscenza per cui J. H. Lambert (17281777) mutua agli empiristi inglesi un senso della realtà oggettiva che sia più concreto che nel Wolff, e J. N. Tetens ( $1736-1805$ ) stabilisce quella triplice divisione di sentimento, intelletto e volontà che prelude alla concezione critica di Kant (cf. Philosophische Versuche über die menschliche Natur und ihre Entwicklung, 2 voll., Lipsia 1777).

L'incontro tra la filosofia di Leibniz e l'empirismo inglese di Locke e di Hume suscitò nell'i. tedesco un vivo interesse per il problema estetico e, per opera di A. A. Baumgarten (v.), l'estetica venne trattata per la prima volta nella storia del pensiero come una parte speciale della filosofia. L'incontro del pietismo (v.) con la corrente dei liberi pensatori inglesi, diede vita anche in Germania al deismo, in due diversi indirizzi : quello secondo cui la religione positiva in genere e il cristianesimo in specie coincidono con la ragione; e quello secondo cui si vuole demolire criticamente ogni credo religioso. Esponente del primo indirizzo è la cosiddetta «filosofia popolare» con a capo Mosè Mendelssohn (v.) che attribul alla metafisica la stessa evidenza della matematica e rivendicò per la filosofia la necessità di occuparsi soltanto di quanto occorre alla felicità umana (cf. Abhandlungen über die Evidenz in der metaphysischen Wissenschaft, Berlino 1764); esponente del secondo E. S. Reimarus (v.) che sostiene l'esistenza di Dio e la finalità del mondo, ma combatté etrenuamente la possibilità di accettare qualsiasi forma di rivoluzione (cf. Abhandlungen von den vernehmten Wabrheiten der natürlichen Religion, Amburge 1754). Alla corrente dell'i. mondano, di cui fece parte Mendelssohn, appartiene anche F. Nicolai (v.), scrittore, editore e per molti anni redattore della Allgemeine Deutsche Bibliothek che, se non ebbe una diffusione pari a quella della Encyclopédie francese, fu tuttavia per la Germania di grande importanza. Emerge nell'i. tedesco la figura di Lessing (v.), critico, poeta, filosofo, e per taluni suoi atteggiamenti già annunziatore del moto romantico. L'i. tedesco, che a differenza di quello inglese e francese non si presento con forme rivoluzionarie e almeno nella sua struttura formale è fedele alla tradizione, tradisce continuamente aperture verso una concezione spiritualista del mondo che non appartiene già più al razionalismo del '700; e questo spiega la ricca produzione poetica della Germania in quegli anni. Esso sembra chiudersi con Kant, il quale dà pieno riconoscimento alla funzione chiarificatrice della ragione, ma vuole insieme che lo spirito critico assoggetti al suo esame la nozione stessa da cui procede.
IV. I. ITALIANO. - Con caratteristiche sue ben definite si presenta l'i. anche in Italia; essa ha attinto allo sperimentalismo di Newton, all'empirismo di Locke, al sensismo di Condillac, allo spirito dell'Encyclopédie, ma riallacciandosi anche alle grandi tradizioni della Rinascenza. Di qui la reazione che, in pieno periodo illuminista, si nota in alcuni filosofi italiani contro il razionalismo cartesiano,

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l'antistoricismo, l'astrattismo e l'antispiritualismo, a favore di una concezione religiosa, platoneggiante, teistica o cristiana, che pur essendo germogliata su motivi offerti dall'i. ne rappresenta già l'antitesi e il superamento.

In Italia l'i. si interessa soprattutto di questioni sociali, economiche, giuridiche e politiche. La sua nota fondamentale è data dal risveglio della coscienza civile che conduce gli scrittori dell'epoca a studiare il modo di promuovere ed elevare i rapporti della convivenza umana, e a porsi il problema della scienza non tanto in funzione del «benessere» (come volevano gli illuministi francesi) quanto in funzione della "civiltà». Di qui il rinato senso storico che appare nell'i. italiano, il culto o non l'ostracismo dato a molti valori del passato, lo sforzo per contemperare i nuovi indirizzi della speculazione con la spiritualità che appartiene alla tradizione filosofica italiana, il suo interesse, come in Germania, per questioni letterarie ed estetiche, e infine un senso di umanesimo che lo percorre tutto e lascia un'impronta nei suoi storici, nei suoi giuristi, nei suoi pensatori. L'empirismo ispira a Napoli il Genovesi (v.), a Parma il Seave (di cui furono più tardi discepoli il Romagnosi e il Gioia).

Gli studi di economia politica sono coltivati dal Genovesi e dall'abate Ferdinando Galiani (v.); quelli giuridici da Nicolo Spedalieri (v.), il quale tenta una sintesi tra i. e cristianesimo dimostrando che i diritti dell'uomo proclamati dalla Rivoluzione Francese erano quelli stessi già annunciati al mondo dal cristianesimo; da Mario Pagano (1748-99) che compilò la costituzione della repubblica portenopea e nei suoi saggi politici si sforza di conciliare Vico e Rousseau; da Gaetano Filangieri (v.) che polemizzando con Montesquieu, cui tuttavia si ispira, vuole ricondurre tutta la legislazione ad esigenze strettamente razionali non riposte in un immaginoso stato ori ginario di natura ma nel termine più perfetto della società civile. Nel campo politico e giuridico va ricordato il Giannone, (v.) che sostiene le rivendicazioni dello Stato sulla Chiesa (egli ha lavorato con crudo razionalismo anche nel campo teologico-dogmatico con il Triregno); Cesare Beccaria (v.) che con il suo celebre Dei delitti e delle pene tanto influì sull'evoluzione del moderno diritto penale; e nel campo letterario-politico tutti coloro che frequentarono il cenacolo dei fratelli Venti dove, alimentandosi dei nuovi ideali razionalistici umanitari e liberali dello spirito europeo, si preparava la rinascita della coscienza nazionale. Nel campo più puramente letterario e storico vanno ricordati il Gravina, il Muratori, lo Spalletti, il Cesarotti, ecc.
L'i. italiano è dominato dalla figura di G. B. Vico (v.); con le sue istanze di religiosità e di ritorno ai valori della tradizione che egli contrappone costantemente all'indirizzo delle nuove filosofie, con le sue tesi dei ricorsi storici e della Provvidenza che guida i destini del genere umano, con la sua scoperta del momento fantastico, con la sua interpretazione del linguaggio, della poesia, del mito, egli non soltanto supera l'àmbito del pensiero del secolo e anticipa alcune vedute dell'idealismo romantico, ma conferisce all'i. italiano tonalità che già esulano dalla genuina concezione illuministica.

Bial., Ph. Damiron, Mémoires pour servir à l'histoire de la philosophie au XVIIIe siècle, a voll., Parigi 1838-64; L. Brunel, Les philosophes de l'Académie française au XVIIIe siècle, ivi 1884; W. E. Lochi, History of the rise and influence of rationalism in Europe, a voll., Londra 1890; J. P. Belin, Le mouvement philosophique de 1748 à 1839, Parigi 1913; W. Dilthey, Gesammelte Schriften, II: Friedrich d. Gr. und die Aufhliärung, Tubinga 1921; E. Cassirer, Gesch. des Erkenntnissproblems in d. Philos. u. Wissenschaft, 3 voll., Berlino 1922; id., Die Philosophie der Aufklärung, Tubinga 1932, trad. it. di E. Pocar, Firenze 1944; O. Ewald, Die französische Aufhldrungsphilosophie, Monaco 1924; E. Codignola, La pedagogia rivoluzionaria, Firenze 1922; R. Unger, Homann u. die Aufhldrung, Lipsia 1923; C. Brockdorff, Die deutsche Aufhldrungsphilosophie, Monaco 1928; C. Dantica d'Accadia, Il pre-i., in Giornale critico della filosofia italiana, 8 (1927), pp. I sgg., 81 sgg., 170 sgg., 236 sgg., 432 sgg.; A. Gerbi, La politica del Settecento, Bari 1928; D. Morner, La pensie française au XVIIIe siècle, Parigi 1929; id., Les origines intellectuelles de la Révolution française, ivi 1933; H. Vooder, Das Zeitalter der Aufhldrung in Frankreichs Kultur u. Sprache, Berlino 1929; G. De Ruggiero, Storia della filosofia:
l'ctà dell'i., a v-ll., Bari 1939; C. Capone Braga, La filosofia italiana e francese del Settecento, a voll., Padova 1942; M. Petrocchi, Razioniismo architettonico e razionalismo storiografico, Roma 1947. - Sull'influenza della cultura inglese: G. Ascoli, La GrandeBretagne decant l'opinion française au XVIIIe siècle, a voll.. Parigi 1930; Marsden Price, The reception of english literature in Germany, University of California Press 1932. - Sull'atteggiamento religioso: P. Laeibry, L'Eglise et les philosophes au XVIIIe siècle, Parigi 1879; E. Sayous, Les désites anglais et la christianisme, principalement depuis l'bland jusqu' d Chabl, ivi 1882; J. Kremer, Das Problem der Theoliche in der Philosophie und Literatur des 18. Jahrhunderts, Berlino 1909; J. M. Robertson, A short history of freethought ancient and modern, Londra 1913; Fr. Pauux, Les précurseurs français de la tolérance au XVIIIe siècle, Parigi 1913; M. Freund, Idee der Toleranz im England des grossen Revolution, Halle 1927; E. Préchin, Les innobristes au XVIIIe siècle, et la constitution civile du clergé, Parigi 1929. Sul pensiero politico e sociale: C. Aubertin, L'esprit public au XVIIIe siècle, ivi 1889 ; A. Lachenberger, Le socialismo au XVIIIe siècle, ivi 1893 ; A. Espinas, La philosophie sociale au XVIIIe siècle, ivi 1898 ; H. Sce, Les idées politiques en France au XVIIIe siècle, ivi 1923; G. Bonne, La constitution britannique devant l'opinion française du XVIIIe siècle, Univ. of California Press 1929; A. Gerbi, op. cit.; L. Becker, The heavenly city of the XVIII century philosophers, Nuova Haven 1932; A. Le Flamanc, Les utopies prérécolutionnaires et la philosophie du XVIIIe siècle, Parigi 1934. - Sul pensiero etico: M. Pellisson, La sécolarisation de la morale au XVIIIe siècle, Parigi 1903; J. Devalle, Essai sur l'histoire de l'idée de progrès à la fin du XVIIIe siècle, ivi 1910; F. Lachèvre, Les derniers libertins, ivi 1924; K. Löwith, Meaning in history, Chicago 1940. - Per una bibliografia più completa sull'i. cf. B. Magnino, Alle origini della crisi contemporanea: i. e rivoluzione, Roma 1946, pp. 273-91; P. Hazard, La pensée européenne au XVIIIe siècle, 3 voll., Parigi 1946 (tutto il III vol. di note); e F. Venturi, Le origini della Enciclopedia, Firenze 1946.

## ILLUSTRAZIONE VATICANA. - Il 25 dic.

1930 usciva il primo numero di questo periodico quindicinale, diretto da G. Dalla Torre e da un comitato redazionale di cui fecero parte A. Mercati, B. Nogara e G. Peruzzi.

L'impresa editoriale, impersonata nel Peruzzi, ebbe appoggio dalla Città del Vaticano pur non essendone emanazione diretta. Il periodico, ricco di illustrazioni, fu bene accetto al pubblico anche per i riflessi dei recenti Patti Lateranensi. I fasti del pontificato di Pio XI vi furono ampiamente illustrati con articoli di valenti scrittori, e insieme vi furono trattati con competenza argomenti di cultura ed arte che ne impresiosiscono la collezione.

Il periodico cessò, per motivi vari, con l'art. 1938. Un tentativo di surrogarlo con la Illustrazione romana ebbe scarso successo.

Guido Anichini
ILOZOISMO. - Da $\dot{\omega} \pi \eta$, materia e $\zeta \omega \dot{\eta}$, vita, è la teoria che riconosce alla materia in quanto tale una forma di vita.

Negli antichi l'i. coincide con panpsichismo ( $\pi \dot{\varepsilon} v$, tutto, $\dot{\psi} v \chi \dot{\eta}$, anima), in quanto si riteneva che la vita deriva dall'anima. Secondo Anassimene e Diogene di Apollonia l'aria è l'anima, perché principio sottilissimo di tutto (Aristotele, De an., I, 2, 405 a 21 sgg.); per Eraclito invece l'anima è il vapore, che è il principio mobilissimo (ibid., 405 a 23-28; cf. Eraclito, Roccotio dei frammenti, a cura di R. Walzer, Firenze 1939, frg. 36). Tutto il mondo ha un'anima, affermano gli stoici, ed in tutte le cose sono i $\lambda \dot{\varepsilon} \gamma o s$ oтeдuaтcsoi (Diogene Loerzio, VII, 149, 156-57). Pionico sostiene che la terra e gli elementi sono animati e viventi (Enneadi, VI, 7, 11). L'i. si ritrova in forme nuove nel pensiero moderno. T. Campanella, dal fatto che la natura "aborrisce il vacuo * deduce che * il mondo sia un animale tutto senziente, e che godano tutte le parti della comune vita * (Del senso delle cose e della magia, I, I, cap. 9, ed. A. Bruers, Bari 1923, p. 26). Giordano Bruno, nel suo monismo neoplatonico pensa che tutto l'universo e tutte le cose sono animate e viventi (De la causa, dialogo 2; ed. G. Gentile, Ivi 1907, p. 179). W. Leibniz nega che ci sia un'anima del mondo (Opera omnia, II, ed. L. Dutens, Ginevra 1768, parte 2*, p. 49), ma afferma che i corpi sono composti di monadi, sostanze «ayant quelque chose de répondant aux âmes» (ibid., parte $1^{2}$, p. 46). E. Haeckel, in accordo con il suo monismo ma-

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terialistico, afferma che la materia tutta ha "Empfindung und Willen, natürlich niedersten Grades" (Die Welträthsel, Bonn 1900, p. 254). Anche il materialismo dialettico di V. I. Lenin ammette che «nel fondamento dell'edificio stesso della materia si può solo presupporre l'esistenza d'una facoltà simile alla sensazione" (Materialismo ed empiriocriticismo, Brescia 1946, p. 57). Ammette l'i. ogni monismo sia materialistico sia idealistico, in quanto la vita del tutto, concepita in modo materiale o spirituale, è anche nei corpi, che sono parte del tutto.

BibL.: H. Spitzer, Ursprung und Bedeutung des Hylazoismus, Graz 1881; N. Boury, De hylazoismo apud recentiores, Parigi 1881. V. inoltre ai singoli autori.

Roberto Masi
IMÄM. - Vocabolo arabo, dalla radice ' $m m$ (a dirigersi verso un luogo ", " marciare in testa"), che significa "guida", antistes. Nell'islamismo, esso designa: 1) colui che sta innanzi ai fedeli nella preghiera e serve di modello nei movimenti; 2) il capo della comunità (che in origine assolveva anche la precedente funzione). Questo capo è per i sunniti il califfo, sui cui requisiti e prerogative v. califfo e caliprato. Particolare sviluppo ha avuto la concezione dell' $i$. presso gli šíiti : egli deve appartenere alla famiglia di Maometto; la divinità lo assiste (šíiti moderati), o è immanente in lui in una particella di luce (šíiti medi), o si identifica addirittura con lui (šíiti estremi). Su ciò v. IsLäm, le sètte. Il termine $i$. può essere inoltre applicato a qualsiasi capo, ed è stato usato in specie per i fondatori dei quattro riti giuridici ortodossi.

BibL.: C. Huart, s. v. in Encyclopédie de l'Islam, II, p. 503 (con bibl.). Cf. inoltre la bibl. delle voci sopra citate.

Salatino Moscati
IMBALSAMAZIONE. - Gli antichi cristiani usarono in genere due tipi di i.; il primo, economico, consisteva nel deporre uno strato di calce idrovora o direttamente sul fondo del sepolcro, o intorno al cadavere, specie tra l'addome e la sindone o lenzuolo, nel quale i cadaveri erano avvolti e di cui si scorge spesso ancora la trama.

Così furono osservati più volte da A. Boldetti specie nei cimiteri cristiani dell'Appia e della Nomentana (Osservazioni sopra i cimiteri dei ss. Martiri, Roma 1720, pp. 290-91), più tardi da G. Marchi in sepolcri del cimitero maggiore della Nomentana (Monumenti della arti cristiane primitive, ivi 1844, p. 19), da M. Armellini nel cimitero di S. Agnese (Il cimitero di S. Agnese, ivi 1880, p. 22); recentemente nel cimitero di Panfilo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Rie. di arch. crist., 3 [1926]), p. 93). Lo strato di calce era, normalmente, più spesso nel letto dei sarcofagi, come nei due sarcofagi rinvenuti nel 1624 in S. Bibiana (P. Franchi de' Cavalieri, Recenti studi intorno a s. Cecilia, in Note agiografiche, IV [Studi e testi, 24], Roma 1912, p. 18 n. 1), cosi pure a Cartagine (L. Audollent, Carthage romaine, Parigi 1901, pp. 430-31) e più volte in Algeria (S. Gsell, Monuments antiques de l'Algérie, II, ivi 1901, pp. 40, 42, 258, 291, 343, 403).

Il secondo tipo di i. più accurato e usuale nell'antichità è quello dell'impiego di aromi che, secondo il noto passo di Tertulliano, i cristiani impiegavano per i loro sepolcri in quantità assai maggiore di quanta se ne bruciasse per gli dèi (Apolog., 42: PL I, 258).

Prudenzio conferma che a suo tempo si usava avvolgere i corpi dei defunti in candidi lini impregnati di mirra che ha la proprietà di conservare il cadavere (Cathamerinon, X, 49-52: ibid., 69, 888). S. Giovanni Crisostomo parla anche di aloe e mirra mescolati insieme. Questo sistema di i. si è riscontrato assai spesso nell'apertura di sarcofagi, nei quali per lo più i cadaveri sono disposti con le braccia lungo i fianchi (Tertulliano, De anima, 51 : ibid., 2, 782); quindi si trovano avvolti in più strati di lini sovrapposti. P. Styger riscontrò fino a sette strati, quelli più vicini al cadavere di trama più larga e filo più grosso (Il monu-
mento apostolico della Via Appia, in Dissertazioni della Pont. accad. rom. di arch., $2^{\mathrm{a}}$ serie, 13 [1918], p. 21). Il cadavere avviluppato con preparazioni aromatiche fra strato e strato, fino ad 8 cm . di spessore, veniva poi fasciato con bende incrociate, come è rappresentata la mummia di Lazzaro sia nelle pitture cimiteriali che nei sarcofagi (Wilpert, Pitture, tavv. 137, 2; 181, 2; 192; 222, 2; 228, 4; 248). M. Boldetti riscontrò nei sepolcri l'esistenza di materie resinose (Osservazioni, pp. 290-91) e avverti l'odore di aromi nell'aprire sepolcri intami nei cimiteri (Osservazioni, p. 307); cosi si è constatato negli aromi rinvenuti durante gli scavi « in Catacumbas» nel 1915; inoltre in Pretestato (aroma direttamente nel cadavere), in Domitilla, in Panfilo, nel cimitero sotto il Viale Regina Margherita. Gregorio di Tours constatò l'esistenza di strati di foglie d'alloro nel sepolcro del vescovo Valerio (De gloria confessorum: PL 71, 892); M. Boldetti constatò l'esistenza di foglie di alloro (Osservazioni, p. 34). P. Styger trovò uno strato di foglie e ramoscelli di ca. 10 cm . di spessore che forse servirono da cuscino (Il monumento apostolico, p. 25). In qualche caso si rinvennero cadaveri con materie resinose; cosi M. Boldetti a Roma (Osservazioni, pp. 290-91) e L. Delattre a Cartagine (Comptes rendus de l'Acad. des inscr. et belles lettres, 1902, p. 397).

Durante gli scavi "in Catacumbas" si sono rinvenuti in un sarcofago, sul petto e ai piedi, cumuletti di sostanze aromatiche di color verde chiaro che vi erano stati immessi mediante tubi di rame, attraverso i fori constatati del coperchio (A. Profumo, La memoria Apostolorum in Catacumbas, in Studi romani, 2 [1914], p. 459). S. Paolino da Nida attesta che i fedeli spargevano aromi preziosi sui sepolcri dei martiri (Natal. s. Felicis: PL 61, 491).

La mummia era spesso poi ricoperta con stoffe di porpora o d'oro, come più volte si è verificato. Cosi attesta G. Marchi per le reliquie del martire s. Giacinto (Monumenti, ecc., pp. 266 e 268). G. B. De Rossi ne rinvenne nel cimitero di Pretestato (Roma sotterr., I, Roma 1864, p. 169); più volte se ne sono ritrovati negli scavi sotto la basilica "in Catacumbas" (P. Styger, Il monumento apost., p. 25) e nel cimitero sotto il Viale della Regina. Maria, figlia di Onorio, era ricoperta di drappi d'oro nel mausoleo vaticano (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., I [1863], p. 53). S. Girolamo biasimó questo uso (in Vita Pauli: PL 23, 30).

Barioo Josi
IMBART DE LA TOUR, Pierre-Gilbert-Jean-Marie. - Storico francese, n. il 22 ag. 1860 a Valenton (Seine-et-Oise), m. il 18 dic. 1925 a Parigi. Allievo de l'Ecole normale supérieure e di l'ustel de Cinalanges, si specializad nella studio della storia medievale ed in particolare di quella religiosa della Francia di quell'epoca.

Professore a Bordeaux dal 1885 al 1910, membro dell'Accademia delle Scienze morali e politiche dal 1909, si ricordano di lui soprattutto due monografie di storia medievale, l'una sulle immunità ecclesiastiche nell'età carolingia (Les immunités accordées aux Eglises à l'époque carolingienne, Parigi 1899), l'altra sulle elezioni episcopali (Les élections épiscopales dans l'Eglise de France du IXe au XIIe siècle, ivi 1891). L'opera sua più importante è quella sulle origini della "riforma " protestante, in vari volumi, rimasta purtroppo incompiuta (Les orizines de la réforme, ivi 1905-35: 4 voll., di cui l'ultimo pubblicato postumo).

BibL.: R. G. Lévy, Allocution prononcée à l'occasion du décès de M. I. de la T., in Séances et travaux de l'Académie des sciences morales et politiques. Compte-rendu 1916, in semestre, pp. 199-203). J. Chevalier, P. I. de la T. et son histoire de la réforme, in Revue des deux mondes, $8^{\text {a }}$ serie, 23 (1934), pp. 140-43.

Silvio Furlani
IMBECILLITÀ, IMBECILLI. - Gli imbecilli o "frenastenici (v.) biopatici» sono individui in cui l'insufficenza mentale, più o meno grave, ma sempre minore di quella degli idioti (v.), è dovuta particolarmente a tare neuropatiche ereditarie, pur non essendo esclusi, in misura però meno grave, quei fattori tossici o infettivi di tanta importanza nella genesi dell'idiozia.

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Dal lato organico gli imbecilli non presentano quelle gravi anomalie e malformazioni proprie degli idioti, né quella sintomatologia neurologica della sfera motrice così manifesta nell'idiozia; è spesso, però, presente in essi un difettoso e insufficente sviluppo corporeo, piccolezza del cranio (submicrocefalia), dismorfie del capo, volto, denti, orecchie, ecc., atipie morfologiche rivelatrici della tendenza degenerativa familiare. Da alcuni (S. De Sanctis) vengono descritte forme intermedie non facilmente classificabili nell'uno o nell'altro gruppo (vimbecilli-idioti» o "frenastenici bio-cerebropatici ").

Il grado di sviluppo intellettuale degli imbecilli è maggiore di quello degli idioti, ma non sorpassa all'incirca quello di un fanciullo prossimo alla pubertà. La deficenza appare dalla terpidità della percezione, tale quale è l'attività degli organi dei sensi, e dalla labilità dell'attenzione; particolarmente poveri sono i poteri più elevati della mente, che si manifestano con l'incapacità ai concetti astratti, a porre tra essi nuovi legami, a vagliarne il valore nel ragionamento. In alcuni imbecilli risulta lo sviluppo unilaterale, a tipo meccanico, anche in grado assai elevato, di alcune facoltà (orecchio musicale, verbosità ridondante, memoria di date e numeri, estrema facilità al calcolo mentale, ecc.); elementi, però, non utilizzati organicamente in ragionevoli costruzioni mentali.

Nei riguardi dell'indole, gli imbecilli appaiono sotto il tipo torpido o il tipo eccitato. I primi conservano verso l'ambiente un contegno disinteressato e apatico, con tendenza all'automaticità riflessa, l'aspetto del volto è inespressivo, i gesti lenti e pesanti, il soggetto rimane docile senza prendere alcuna iniziativa. Gli imbecilli eccitati appaiono irrequieti, aggressivi, incostanti e capricciosi nella loro volontà, manifestando un'attività esterna spesso continua e senza sosta, che tradisce però, nella discontinuità e nell'incoordinazione del suo oggetto, l'illogicità e l'incoerenza dei motivi che l'animano; per cui vengono anche denominati instabili, particolarmente quando, passando in second'ordine il carattere dell'aggressività, prevale quello della dispersione nell'attività psichica e della dissipazione nella condotta pratica. Gli imbecilli eccitati, per l'inclinazione delle loro idee al tumulto e all'incoerenza logica, tendono alla fantasticheria, alle costruzioni mentali e a un parlare in cui l'attività mnemonica è falsata dalla fantasia, l'impronta dell'oggettività completamente assente, il giudizio deficante; da ciò la tendenza al travisamento dei fatti e all'essere assai spesso bugiardi, non nel senso di menzogna deliberatamente voluta al fine di trarre in inganno o cavarne vantaggio, ma per il disordine della fantasia, per la mancanza di fedeltà e tenacia della memoria. Cosi, a somiglianza di quanto avviene in altri anormali psichici e psico-nevrotici, si può giungere a testimonianze e a racconti concatenati e verosimiglianti, completamente privi, però, di rispondenza alla realtà ("pseudologia fantastica ", "mitomania ").

La coscienza morale degli imbecilli segna lo stesso livello di quella intellettuale, assai spesso anormale e pervertita per la completa assenza dei sentimenti più elevati, per cui la maggioranza di tali soggetti va considerata amorale e antisociale. Sessualmente, la grave e completa deficenza di pudore si manifesta spesso con sfacciate forme di abuso e di perversione. In una determinata categoria di tali infermi, la mancanza di sentimenti morali passa tanto in primo piano da dare all'individuo l'intonazione del cosiddetto "imbecille morale" o "pazzo morale ", mentre da alcuni si parla addirittura di "immoralità costituzionale", caratterizzata da assoluta insensibilità ai motivi superiori nel regolamento delle azioni, insofferenza di freno e di legami sociali, ineducabilità, ottusità affettiva, insensibilità alle sofferenze altrui, tendenza ad associarsi o a lasciarsi dominare (succube) da altri in attività delinquenziali, a scivolare in aberrazione e delitti sessuali. La cosiddetta " scuola criminale positiva ", auspici C. Lombroso e E. Ferri, volle creare il tipo del "delinquente nato", caratterizzato anche da particolari anomalie somatiche che, secondo i sostenitori
di tale tipo antropologico, avrebbero avuto il valore di caratteri degenerativi ancestrali, segnacolo di arresti o ritorni nella normale evoluzione filogenetica del genere umano. Tale individuo, per le note caratteristiche della ineducabilità e della irresponsabilità costituzionale, avrebbe beneficiato della più assoluta non imputabilità.

Attualmente il classico concetto lombrosiano ha perduto il suo valore caro all'impostazione materialistica della persona umana, proprio dell'epoca in cui ebbe vita; da un lato, non viene più ammessa una costituzione delinquenziale nello stretto senso antropologico della parola, dandosi grande importanza, accanto alle caratteristiche neuropsicologiche del soggetto, all'educazione e all'ambiente quali fattori determinanti al delitto; dall'altro, l'indagine statistica mostra che la grande maggioranza dei reclusi in stabilimenti di pena è costituita da individui comuni, non somaticamente predestinati alla delinquenza (v. avrborologia criminale; delinquente). E chiaro che con ciò non si vuole escludere l'aventualità del pazzo delinquente.

La educabilità degli imbecilli non può esser tracciata in maniera assoluta, dato che essa è subordinata al grado di sviluppo mentale del soggetto; in seno alla famiglia, essa si riduce il più spesso a un'opera d'isolamento sociale che potrà esser utile dal lato profibatico, specialmente in quei casi in cui la particolarità clinica della malattia rende l'individuo pericoloso per la società. A parte l'isolamento prudenziale negli istituti manicomiali, una qualche opera di sviluppo di quel tanto di facoltà presenti ed educabili nei singoli imbecilli potrà compiersi solo con i moderni metodi scientifici, attuati da personale recnicamente addestrato in adatti istituti, particolarmente in quei soggetti meno colpiti, gruppo di passaggio ai frenastenici meno gravi o minori (v. altsofatti psichici).

La imbecillità, in rapporto alle profonde cause degenerative e alle eventuali alterazioni anatomiche più o meno manifeste dell'encefalo, particolarmente della zona corticale, non è suscettibile di cura medica; allorché la sillide congenita entra in causa, sarà giustificata una cura specifica assai precoce, da cui potrà sperarsi, in alcuni casi, un arresto del male e un minor danneggiamento dell'individuo. A parte ciò, la cura rimarrà sintomatica, particolarmente sedativa (bromuri, luminale, ecc.) nelle forme con eccitazione.

Nella genesi dell'imbecillità, come s'è detto, giuoca fortemente il fattore ereditario; ciò non inteso nel senso erroneo che la ripetizione della malattia avvenga similarmente e fatalmente nella totalità dei discendenti, ma nel modo di ricomparsa con quelle caratteristiche di ritorno e di percentualità proprie dell'eredità alternata mendeliana, a tipo a volte dominante (forme lievi), a volte recessivo (forme gravi). Non può invece considerarsi ereditaria in senso stretto la cosiddetta blastoftoria in rapporto all'azione di particolari agenti dannosi (alcool, siffide, ecc.) estrinseci all'individuo, che abbiano agito sul plasma delle cellule germinali alterandone l'integrità; attraverso tal via, può aversi la nascita d'individui frenastenici da genitori di normale sviluppo intellettuale.

Nei riguardi dell'applicazione dei Sacramenti, va tenuto presente il livello di sviluppo mentale del soggetto e corrispondentemente il grado di comprensione e di deliberatezza attribuibili alla sua coscienza e alle sue azioni; quindi, mentre il Battesimo dovrà sempre esser amministrato, gli altri Sacramenti verranno negati, oppure dati sotto condizione o senz'altro in quei casi in cui potrà farsi assegnamento su un minimo di disposizione (v. alle rispettive voci dei vari Sacramenti).

Bibli v. 1010214 ; inoltre, V. M. Palmieri, Medicina legale canonistica. Città di Castello 1948; id., Medicina forense, ivi 1947: F. Dominici, La medicina legale. Milano 1930.

Giuseppe de Ninno
IMBONATI, Carlo Giuseppe. - Ebraista cistercense del sec. XVII, di cui si hanno scarse notizie biografiche, n. a Milano, vissuto a lungo in Roma, m. nel 1697. Dal suo confratello G. Bartolocci (v.) apprese il greco e l'ebraico, e lo aiutò nella raccolta dell'ampia Bibliotheca magna rabbinica, continuandone la pubbli-

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(per cortesia del conte C. P. d'Entreves)
Istrerciatura - Carta Augustana con relativa i.: Pietro di Conne (da Cuneo) dona a Gottofredo di Châtillon (do Castellone) *totam illum feudatarium et tutum illud ius* del feudo che teneva dallo stesso Gottofredo (Aosta, 7 marzo 1252) - Châtillon (Aosta), Archivio Challant, mazzo 61, 5 .
cazione dopo la morte del suo maestro. Nel 1693 ne licò così il vol. IV, desunto quasi tutto dagli dell'estinto.

Come lavoro personale I. pubblicò una Bibliotheca latino-hebraica sive de scriptoribus latinis qui ex diversis rationibus contra Iudaeas vel de re hebraica utconque scripsere... (Roma 1694), con una lunga appendice apologetica (Adventus Messiae) sul Messia e con uno studio sulla cronologia della Bibbia.

BibL.: C. G. Morotius, Cistercii reflorescentis chronologica historia, 3* parte, Torino 1690, p. 130; M. Armellini, Bibliotheca Benedictino-Castinensis, IV, Paligno 1736, p. 15; F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Medialanentium, II, Milano 1745, coll. 737 e 1997; J. François, Bibliothèque générale des écrivains de l'Ordre de st Benoît, II, Bouillon 1777, p. 4; B. Heurtehize, s.v. in D'TSC, VII, coll. 844-45; Hurter, IV, coll. 474-78. Angelo Penna

IMBREVIATURA. - E, nella terminologia medievale, l'atto minutato dal notaio rogatario in un foglio a parte e talora anche sul verso della pergamena stessa destinata a contenere il documento, o, più tardi, nel registro di protocollo, detto a volte anch'esso, per estensione, i. Veniva scritta di solito in transunto, con l'omissione delle parti fisse del formulario, che il notaio integrava nella stesura definitiva. Le i. nei tempi più antichi venivano normalmente distrutte dopo la redazione del documento; ma dall'età dei Comuni furono conservate dallo stesso rogatario e costituirono il materiale degli archivi notarili (v. notariato).

Un caso a parte è quello della carta augustana (secc. XI-XV), e cioè dei documenti emessi dalla cancelleria della città di Aosta, dove la nota dorsale, che costituisce documento di prova, tiene dietro all'i. notarile e precede la scritta sul recto, che rappresenta il documento dispositivo.

Bibl.: A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 1112; H. Breszlau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, II, 1, 2* ed., Lipsia 1915, pp. 115-31 (con ampia hihl. nelle note, cui si rimanda per la complessa questione del valore giuridico delle i.): A. de Boüard, Manuel de diplomatique française et pontificale, II, L'acte privé, Parigi 1948,
pp. 177, 207. Per le carte augustane cf. L. Schiaparelli, Charta augustana, in Archicio stor. ital., $5^{2}$ serie, 39 (1907), pp. 253351; F. G. Frutaz, La Charte d'Joste, in Augusta Praetoria, I (1919), pp. 76-83.

Alessandro Pratesi
IMBRIANI, Vittorio. - Scrittore, n. a Napoli il 27 ott. 1840 , m. a Pomigliano d'Arco il 1 genn. 1886. Fu critico d'arte e di letteratura, raccoglitore di canti e fiabe popolari, verseggiatore, novelliere.

Incapace di una equilibrata visione di interessi morali, concepì la religione quale un prodotto della e potenza immaginativa allucinata" (lett. al De Meis in Critica, 5 [1936], pp. 380-85), Il suo Libro di preghiere muliebri è una frigida esercitazione stilistica. Assertore di uno Stato italiano di forme assolutistiche (cf. La croce sabanda ed altri scritti inediti, Bari 1938), ne postulò, quale uno dei coefficienti essenziali di consolidamento, la conciliazione con la Chiesa.

Bibl.: Opere: Critica d'arte e prose narrative, a cura di G. Doris (con bibl.), Bari 1937; recensione di E. Come in Letteratura, 1 (1937), pp. 155-58, v di E. Carli, in La critica d'arte, 3 (1938), pp. 58-59; F. Flora, V. I. in Taverna del Parnass, Roma 1943, pp. 11-51.

Lanfranco Fiore
IMENEO (Tijévaro). - Propagatore di false dottrine, ricordato da s. Paolo in I Tim. 1, 19 sg. e in II Tim. 2, 17 sg. Nel primo di questi passi l'errore è denunciato in maniera piuttosto generica e si insiste con forza sulla condanna della persona; nel secondo, invece, oggetto della riprovazione dell'Apostolo è la dottrina insegnata. Nel primo caso I. è ricordato con Alessandro, nel secondo con Fileto: si tratta del medesimo individuo.

La sua dottrina concerneva particolarmente la risurrezione, che concepiva come già avvenuta (II Tim. 2, 18). Non è improbabile che si trattasse di tendenze pregnostiche, che, considerando il corpo come opera del principio del male, davano tutta l'importanza all'anima, al punto d'interpretare anche la risurrezione in senso puramente spirituale, come il passaggio dal peccato alla grazia o dall'errore alla verità (cf. Ireneo, Adv. horr., II, 51, 2; Tertulliano, De Resurr. carnis, 19). L'insegnamento erroneo di I. e di Fileto viene paragonato a cancrena che serpeggia nel corpo e lo corrode. Da questa alcuni fedeli sono stati effettivamente intaccati. All'avere deviato dalla verità di $I I$ Tim. 2, 18 corrisponde in I Tim. 1, 19 l'avere naufragato intorno alla fede. L'immagine della navigazione e del naufragio era molto usata da filosofi e da moralisti. Quanto alla pena infiltta, ossia al venire abbandonato nelle mani di Satana, non è una semplice analogia con il caso di Giobbe; vi è l'equivalente di una scomunica: l'eretico viene escluso dalla comunione dei fedeli con uno scopo medicinale, sottolineato fortemente dalle parole "affinché imparino a non bestemmiare" (I Tim. 1, 20).

Bibl.: G. Milligan, Hymenaeus, in Dict. of the Bible, II, p. 440; C. Spicq, Les Epitres pasturales, Parigi 1947, pp. 49 sgg., 353 sgg.

IMITAZIONE DI CRISTO (De imitatione Christi). - Opera ascetica medievale, una delle più sublimi e più diffuse nel mondo. Si compone di quattro libri o trattati : il I, Admonitiones ad spiritualem ottam utiles, in 25 capp.; il II, Admonitiones ad interna trahentes, in 12; il III, De interna consolatione, in 59, in forma dialogica tra il Signore e l'anima fedele; il IV, De Sacramento Altaris, ne comprende 18, anch'essi in forma di colloquio, mediante la formula "Parla il Diletto" (Vox Dilecti), "Parla il discepolo" (Vox discipuli).

Ogni libro può essere considerato indipendente dall'altro; ma come si presentano ora, formano una unità organica e completa, quasi un directorio spirituale. Nel I, I si hanno, di solito, consigli generali; nel II, consigli più specifici per una vita interiore più intensa, mentre nel III, il più fine di tutti, la vita di grazia vi appare nella sua pienezza: nel IV

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(per cortesia dei p. R. Pitigliani C. 83, R.)
Isitazione di Cristo - Codex Paulicianus o Wiblingensis, descritto da C. Wolfsgruber nel 1880, trascritto da N. V. con la data 1384. F. Ustrichus fu conoscere che l'amanuense è Nicolaus Vœet, aggiungendovi la data MCCCCEIII) - Archivio dell'abbazia di St. Paul (Austria).
se ne illustra il divino alimento. Così il cammino di perfezione vi è adombrato secondo le tre "vie": purgativa, illuminativa e unitiva. Lo studio approfondito dell' $I$. di $C$. ne ha rilevato non solo lo spirito benedettino ma anche la singolare affinità con la Regola di s. Benedetto. I due maggiori capolavori ascetici medievali s'integrano a vicenda: la Regola avvia le anime alla perfezione e l'I. di C. indica loro ed illumina le altezze spirituali da raggiungere.

Evidentemente l'I. di C. è una tipica opera monastica, scritta da un monaco per monaci (cf. I, 17-20 e 25, 1; III, 10, 2); ma ciò non pregiudica punto la sua universalità : per la profonda conoscenza del cuore umano e la superiore saggezza del suo insegnamento, si adatta mirabilmente a tutti gli stati della vita e a tutte le circostanze particolari nelle quali un'anima può trovarsi.

Irreprensibile nella sua dottrina, il pio autore, benché si mostri al corrente dell'insegnamento teologico e filosofico del suo tempo, non sposa mai teorie particolari improntate alla teologia positiva o scolastica: si tiene al di fuori e al di sopra di ogni scuola, e il suo insegnamento è eminentemente pratico. Non ignora le altezze e le mistiche gioie della contemplazione, né ignora le prove penose che precedono questi divini favori, ma non ne parla se non per alludervi da un punto di vista immediatamente pratico. Così la descrizione dei «mirabili effetti dell'amore divino" (III, 5), vero cantico spirituale, conviene appieno alla carità prodotta nell'anima dalla contemplazione straordinaria, mentre l'« exilium cordis» del 1. II (cap. 9) sembra preludere alla «notte oscura» di s. Giovanni della Croce.

Mortificazione, pratica delle virtù cristiane, unione costante con Gesù Cristo, sono i tre punti fondamentali dell'I. di C., che comprendono tutta l'ascetica cristiana, adatta a tutte le anime. In questo suo insegnamento l'I. di C. riflette una tendenza che può chiamarsi "affettiva": la pratica dell'amore di Dio come nota dominante di tutta l'opera ("Magna res est amor, magnum omnino bonum ", III, 5, 3). E qui una delle cause della sua universalità e del suo inconfondibile fascino.

Non avendo forma e finalità scientifica, l'I. di C. supera ogni limite di categoria e di tempo. E universale e perenne: esercita nella vita delle anime e della Chiesa la più profonda e durevole influenza.

Quanto all'importanza teologica speciale di alcuni tratti, va ricordato il suo contributo al problema del discernimento degli spiriti ("motus naturae et gratiae ") con i capp. 54 e 55 del 1. III (cf. A. Chollet, Discernement des esprits, in DThC, IV, coll. 1385-88), e il chiarimento sulla Grazia in I, ro (per il quale cf. P. Debongnie, Debetur gratia, in Recherches de théologie anc. et méd., 12 [1940], pp. 145-54).

L'autore. - Si disputa da secoli circa l'autore, ed è interessante la stessa storia della controversia. Con sufficiente certezza si può affermare che lo scritto uscì anonimo. Portato fuori del luogo di origine, fu attribuito a scrittori diversi (se ne contano, a dire di Fr. Brehm, "non meno di duecento"), tra i quali primeggiano Gersen di Vercelli, Gersone di Parigi e Tommaso da Kempis.

La vera polemica in proposito sorse al principio del sec. xvir, dopo che il Bellarmino segnalò, nel suo De Scriptoribus Eccl. (Roma 1613, p. 233), che un brano dell'I. di C. (I, 25) era riportato nelle Collationes ad Fratres Tolosanos, ritenute opera di s. Bonaventura. Sorsero allora due partiti, gersenisti e kempisti, che trassero nella lite anche Congregazioni romane e il Parlamento francese. Si radunarono pure congressi con l'intervento dei maggiori rappresentanti della scienza francese, tra cui
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(da The Imitation of Christ, being the Autograph manuscript of Thomas a Kempis... reproduced in facsimile from the original..., by Ch. Rustens, Londra 1878)
Isitazione di Cristo - Codice dell'I. di C. trascritto da Tommaso da Kempis (1441), f. 10, contenente il cap. 12 del 1. 1. Bruxelles, Biblioteca reale, cod. 5852 -61.

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(fol. Pisseri)
Imitazione di Cristo Prima edizione a stampa dell'I. di C. (Augusta, G. Zainer, s. a. [147s?]). I. I, cap. 1 Parma, esemplare della Biblioteca Palatina, Inc. Pal. 328, c. 15 .
C. Du Cange, E. Renaudot, Et. Baluze, J. Hardouin e J. Mabillon, i quali si pronunciarono per il Gersen di Vercelli, dichiarando alcuni codici (Aromosis, Bobbiensis, Pteronosis) anteriori al Kempis. Così pure G. de Gregory, dopo la scoperta da lui fatta, nel 1830, del Codex de Advocatis (degli Avogadro di Vercelli). Altri però, come G. Loth, S. Denifle, H. Hay, hanno pensato ad un ignoto tedesco, anteriore al Kempis; mentre non è mancato chi ha formulato persino l'ipotesi che l'I. di C. non abbia un autore propriamente detto, ma sia "oeuvre impersonnelle", un centone (rapiorium) di sentenze della scuola ascetica flemminga, detta "devotio moderna" (v.) : ipotesi questa che in parte arrise anche a C. Gusati.

La pubblicazione, però, del Codex Kempisianus della Biblioteca reale di Bruxelles, che reca in calce la dichiarazione «Finitus et completus anno Domini MCCCCXLI per manus fratris Thomae [a] Kempis in Monte S. Agnetis prope Zwollis" (scritto cioè, e terminato nel 1441, da Tommaso da Kempis), e gli studi relativi del Pohl, che ha curato l'edizione critica dell'intera Corpus Kempesianum ( 7 voll., Friburgo in Br. 1904-22), hanno corroborato potentemente la tesi dei "kempisti», tanto da farla ritenere da molti studiosi come definitiva.

Ma la lotta perdura accesa come prima. La suddetta nota autentica del Kempis, si dice, non è da prendersi come firma d'autore, bensì di amanuense (per manus). Inoltre il Codice è cosi pieno di inesattezze, di raschiature e di errori, da far dire al Denifle che «le grand ennemi de Thomas à Kempis c'est son autographe». J. Van Ginneken poi toglie al Kempis non solo l'I. di C. ma anche altri opuscoli, per attribuire tutto al suo "Gerardo Groote" (Amsterdam 1942), seguito, in questo, da J. Huby.

Pertanto ancor oggi c'è chi penza con il Mansi che si tratti di questione insolubile: «rem iacere sub lite, nunquam dirimenda». Tuttavia la tesi "gerseniana" acquista sempre più credito e valore, e si asserisce che, nonostante la resistenza, un giorno i sostenitori del Kempis dovranno pur «capitolare». I codici più antichi soprari-
cordati, ed altri (Vercellensis, Brcrensis, Vicentinus, Paulicianus, Georgianus o Patavinus, ecc.), e le prime traduzioni in volgare, reclamano un'origine italiana dell'I. di C., e precisamente "gerseniana". Si aggiunge che gli argomenti interni non sono favorevoli al Kempis; si è ricondotti a ricercare la patria dell'I. di C. in una vecchia abbazia italiana del sec. xiri, in un ambiente eminentemente universitario, com'era la Vercelli di Gersen.

Effettivamente gli argomenti addotti dai sostenitori di Giovanni Gersen (v.) da Candisco (Cavaglià, presso Biella), abate di S. Stefano di Vercelli tra il 1220 e il 1240, creano non poca difficoltà ad asserire che l'autore sia Tommaso da Kempis.

In favore di Tommaso si adduce la somiglianza di stile e di pensiero che si riscontra tra l'I. di C. e i suoi opuscoli. Ma mentre i fautori della tesi parlano di rassomiglianza perfetta, gli avversari lo dicono «superficiale», e parlano invece di "contrasto stridente, insanabile, incomponibile» (R. Pitigliani). In verità i testi del ven. Tommaso sono belli, ma ci si avverte un non so che di ricercato e di artificioso, in confronto dell'autore dell'I. di C. La parola dell'I. di C. scaturisce spontanea, semplice, immediata, cosi penetrante, che afferra subito lo spirito. Il periodo è lapidario e conciso. Ogni pensiero, si può dire, è punteggiato. E anche quando le idee procedono per antitesi, quasi per parallelismo, generalmente non vengono legate tra loro con punti e virgola, al da formare un lungo periodo, ma con il punto, che conferisce ad esse una maggiore autonomia. Né l'autore indulge a delle enumerazioni più o meno prolisse, ripetendo, ad es., un avverbio tante volte quante si ripete un diverso sostantivo, come avviene in Tommaso (cf., ad es., il cap. i del De disciplina claustralium, che nel codice kempisiano segue immediatamente ai libri dell'I. di C., e in De imitatione Christi, I, 20, 6). Nel Kempis spunta talora l'oratoria e un certo tono cattedratico. L'autore invece dell'I. di C. si ascolta, ma non si vede mai sulla cattedra. C'è in lui un tono di umiltà così ineffabile, che conquista con la forza suggestiva della verità, e costringe a meditarla quasi giunta all'orecchio per tramite non umano (cf. ibid., III, 1). Cosciente della sua dottrina, il pio autore si nasconde sempre (cf. ibid., I, 2, 3; 5, 1; III, 15, 4). Anche per questa caratteristica si può dire con G. Zanella che l'I. di C. è «un'opera non umana, ma angelica, anzi divina».

V'è inoltre nell'I. di C. un cursus, un ritmo che si potrebbe dire benedettino, con sfumature di cadenze e di pensiero, che un orecchio sensibilissimo non ritrova nelle altre opere genuine di Tommaso da Kempis : anzi, com'è stato ben rilevato, un "fluire di versi liberi, simili a quelli delle sequenze di S. Gallo, con ritmi, assonanze e rime» (G. Prampolini). Ad es.: "Melius est peccata cavere I quam mortem fugere" (I, 23, 1). "Amans volat, currit et laetatur I liber est et non tenetur. I Dat omnia pro omnibus I et habet omnia in omnibus" (III, 5, 4). E vero che lo stile era comune ai figli del chiostro in quei tempi, specie in materia ascetica. Di qui la difficoltà di potere, da criteri int