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ne cattolica e le attività missionaric otterrebbero il medesimo riconoscimento ufficiale e godrebbero del medesimo trattamento delle altre religioni, come, ad es., l'isläm. Le Missioni cattoliche riceverebbero, cosi, per scuole, ospedali e opere caritative, d'interesse generale, il medesimo appoggio finanziario che le altre religioni. E, ora, allo studio del Parlamento indonesiano un progetto per la nuova costituzione definitiva. Lo stato giuridico della Chiesa poggerà su principi che pongono a base fondamentale di detta costituzione l'idea del Dio Unico e riconoscono a ciascuna confessione religiosa piena libertà di organizzarsi e di vivere.

Si riportano qui i punti principali della progettata costituzione.

Art. 18 - Tutti hanno il diritto della libertà di religione, di coscienza e di pensiero.

Art. 30 - Si è liberi di impartire l'insegnamento, salva la sorveglianza dell'autorità pubblica.

Art. 31 - Si riconosce la libertà di costituire opere sociali e caritative, di fondare, a questo scopo e anche a favore dell'istruzione privata, delle organizzazioni, e di cercare e di avere, a questo scopo, dei possessi, salva la sorveglianza dell'autorità pubblica.

Art. 41, 3 - L'autorità pubblica provvede alla necessità dell'insegnamento pubblico, che è dato con l'intendimento di approfondire la coscienza nazionale, di consolidare l'unità indonesiana, di stimolare e approfondire il sentimento di umanità, di tolleranza e di rispetto verso la convinzione religiosa di ciascuno, dando la possibilità, nel quadro delle ore di scuola, dell'istruzione religiosa secondo i desideri dei genitori degli alunni.

3 - Gli alunni di una scuola privata, la quale risponda alle esigenze di solidità poste dalla legge all'in-

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(da E. Malzouni, L'Asia di sud.asi, in Geografia univaraola, V. Torino 1886, p. 785)
INDONESIA - Raccolta della gomma elastica - Glisca,
segnamento pubblico, avranno gli stessi diritti degli alunni della scuola pubblica.

Art. 43, I - Lo Stato è basato sulla credenza nel Dio unico.

2 - Lo Stato garantisce la libertà di ciascun abitante di abbracciare la fede che egli desideri e di professare il culto secondo la sua fede e la sua credenza.

3 - L'autorità pubblica protegge tutte le corporazioni ed organizzazioni, che siano state riconosciute. Il soccorso dato, sotto qualsiasi forma, ai ministri del culto e alle corporazioni ed organizzazioni religiose è regolato sulla base di uguaglianza di diritto.

BibL.: A. J. H. Van der Welden, De R. K. Missie in Ned. Ooost-Indie, 1808-1908, Nijmegen 1908; B. J. J. Visser, Onder Portugessch-Spaansche vlag. De Katholieke Missie van Indonesie 2322-1603, Amsterdam 1908; J. Moij, Geschiedenis der Protestantsehe Kerb in Ned.-Indie eerst boeh 1602-36, Weldevreden 1923; Arch. di Propag. Fide, posiz. prot. nn. 3003/47, 4071/50, 5240/50. Edoardo Perarzio
V. ARTE. - Le espressioni più importanti dell'arte che si è svolta nell'Isola della Sonda, nelle Molucche e nelle Filippine sono certamente quelle giavanesi. Di derivazione indiana, poiché l'isola fu soggetta agli Indù fino al sec. vi a. C., essa seppe conservare le sue caratteristiche fin verso il sec. xvi, allorché cadde sotto il dominio musulmano. Una originale rielaborazione dell'arte indiana meridionale è quella che si svolse dal sec. vi all'viit nell'altopiano del Dièng, al centro dell'isola, e che ha finito per influenzare in maggiore o minor misura l'arte di tutte le isole minori. Uno dei principali caratteri di quest'arte è un sensibile linearismo che si accentua sotto l'influsso islamico, come nelle creazioni per le rappresentazioni teatrali Wajang.

Arte cristiana. - Anche per l'I. il problema dell'arte cristiana è sorto in tempi piuttosto recenti. Nella scultura una meritata reputazione si sono acquistate le opere uscite dalla bottega dello scultore Iko, coadiuvato dal genero Adi e dal cinese Yong-Shol-Lin; un bell'altare con la statua del S. Cuore e due angeli adoranti è conservato nel Museo del Laterano a Roma. In architettura, per i piccoli templi votivi ci si è attenuti ai modelli dei piccoli templi antichi (caratteristico il tempio votivo al S. Cuore di Gesù a Batavia, in parte ispirato dal tempio di Siva a Prambanan); per le chiese invece non si è potuto naturalmente servirsi del tempio indigeno che non prevedeva che una cella sufficente alle statue delle divinità e a
qualche officiante. Tuttavia anche questa volta si è cercato di non allontanarsi dagli elementi basilari delle costruzioni sacre indù, dai caratteristici coronamenti a piramide su terrazze, e si ricordano, tra le altre, la chiesa di Padang, quella di Pamatang-Siantar (Sumatra), di Nanggoelan, di Sadan-Toradja (Celebes). Nelle arti industriali notevoli sono i prodotti dell'arte del batik e delle altre meravigliose tecniche dell'arte decorativa indigena.

BibL.: A. Galvano, L'arte dell'Asia orientale, Firenze 1938, pp. 38-39; C. Costantini, L'arte cristiana nelle missioni, Citià del Vaticano 1940, pp. 281-98; A. Springer-C. Ricci, Manuale di storia dell'arte, VI, Bergamo 1943, pp. 334 sgg., 650 sgg. Gilberto Ronci

INDORE, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Circoscrizione ecclesiastica dell'India centro-meridionale eretta l'11 marzo 1935 con territorio distaccato dalle diocesi di Ajmer, Allahabad e Nagpur. E affidata ai Missionari della Società del Verbo Divino ed è suffraganca di Agra. Confina ad est con la prefettura apostolica di Jubbulpore, a sud con le diocesi di Nagpur e Poona, ad ovest con l'arcidiocesi di Bombay e la diocesi di Ajmer, con quest'ultima anche a nord.

Misura kmg. 110.000 di superfice, ed ha una popolazione di ca. 6 milioni e mezzo di ab., cosi divisi : 4.500 .000 indù, 2.000 .000 maomettani, 9400 protestanti e ca. 17.000 cattolici.

Il personale missionario, secondo le ultime statistiche (1950), risulta composto da una trentina di padri ed una dierina di fratelli lnici della Società del Verbo Divino, tutti stranieri, e da 2 sacerdoti secolari indiani, da una settantina di suore, delle quali 30 appartenenti alla Congregazione delle suore francescane di S. Maria degli Angeli, 17 a quella delle Serve dello Spirito Santo (di Steyl), e 14 a due Congregazioni di suore indigene.

La prefettura è divisa in 4 distretti: I., Jhabua, Khandwa, Itarsi. Si contano 5 parrocchie, 15 stazioni primarie, 245 stazioni secondarie con cappella, 16 ambulatori.

L'istruzione e l'educazione viene impartita in 31 scuole elementari frequentate da 700 scolari, 3 scuole medie con 430 alunni e 3 scuole superiori con quasi 1700 studenti. La missione possiede 4 ospedali con 58 letti; in due ospedali pubblici i malati sono assistiti da suore cattoliche. Vi sono inoltre 3 urbanotrafi con un centinaio tra bambini e bambine. I maestri sono ca. 60 , le maestre 40. Preparano l'ambiente per l'azione del missionario 58 catechisti e 5 catechiste. Recentemente è stato eretto un seminario minore, che ha già 20 seminariati. Alcuni giovani chicrici attendono agli studi di filosofia e teologia nel Seminario maggiore di Bombay. La prefettura ha anche una tipografia ed alcune confraternite ed associazioni pie.

BibL.: AAS, 28 (1936), pp. 59-60; Catholic Directory of India, Surnos and Ceylon, Madras 1939, p. 194 sgg.; MC. 1950, p. 227; Arch. di Propag. Fide, Prospectus Status Missionis Praefecturae Apostolicae Indorensis, 1950. Pompeo Borgna

INDUSTAN: v. INDIA.
INDUISMO. - E le comune denominazione di quelle religioni dell'India medievale e moderna, che nacquero dalla fusione delle credenze e forme di culto popolari, arie ed anarie, con il brahmanesimo ortodosso. A questo sincretismo religioso concorsero diverse cause, fra le quali è da ricordare l'espansione militare verso oriente e verso mezzogiorno, che portò gli Arî in contatto con nuove e numerose stirpi aborigene, e le invasioni straniere dell'India settentrionale, le quali determinarono quella mescolanza di razze, costumi, dottrine religiose e filosofiche, da cui provenne una civiltà nuova, detta neobrahmanica. Non si sarà lontani dal vero assegnando a questa lenta trasformazione un periodo di tempo, che dai primi secoli dell'èra volgare, si estende fino al 1500.

SosMARIO: J. Brahmanesimo e i. - II. Viquismo. - III. Sivaismo. - IV. Saktismo. - V. Sette deistiche.
I. Brahmanesimo e i. - Il contributo del brahmanesimo alla formazione dell'i., è palese nella doxmatica delle religioni induiste, le quali, mentre dif-

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feriscono nelle forme e spesso nell'oggetto del culto, riconoscono tutte un principio cosmico assoluto ed eterno, che serba il carattere, se non il nome, dell'antico Brahman (v.); ammettono per lo più l'origine soprannaturale del Veda (v.) e hanno a comune la fede nella migrazione delle anime per effetto del harman (v.) fino al conseguimento della liberazione (v. MOKṢA).

Quanto al rispetto degli ordinamenti castali, esso era cosi radicato nella coscienza indiana, che anche quando i fondatori di nuove religioni proclamavano aperta a tutte le caste la via della salvezza, intendevano parlare di una eguaglianza religiosa, non sociale. In pratica le diseguaglianze sociali erano ammesse e giustificate con l'argomento ch'esse crano effetto del harman, del merito o demerito acquistato in una precedente esistenza.

Non tutte le divinità del Panteon vedico passarono nell'i. Vi si ritrovano Agni, Varuna, Indra, Sūrya, Vāyu, Soma, Yama, associati con il dio della ricchezza Kubera, già ricordato nell'Atharvaveda, VIII, 10, 28; e fatti custodi del mondo. Ma Indra non è più il dio delle battaglie; il compito di distruggere i demoni è ora affidato a Viṣnu, il suo fedele alleato nella lotta vittoriosa contro Vrtra (RV, I, 32; VIII, 100). Viṣnu e Siva, Pantico Rudra, che avevano nel Rgveda secondaria importanza, acquistano nell'i, il primato su tutti gli altri dèi, e sono ambedue identificati dai loro adoratori con il Supremo Principio cosmico. Da ciò il tentativo, ispirato da tendenze monoteiste, di associare le due divinità in una concezione unitario, personificata in Hari-Hara, sinonimo di Viṣnu-Siva, che compare per la prima volta nel Harivamia o "Genealogia di Hari ", appendice del Mahäbhärata. Successivamente, come pare, verso il v o vi sec. d. C., la diade diventa triade: Brahmā, Viṣnu, Siva, e rappresenta un altro tentativo di comporre in unità la triplice manifestazione della potenza divina, creatrice in forma di Brahmā, rispettivamente conservatrice e distruttrice in quella di Viṣnu e Siva (Mahäbluärata, III, 256, 35). Ma la tentata unificazione dei tre dèi (Harivamía, st. 10662) non venne, in pratica, rispettata perché il primato fu attribuito a Viṣnu o a Siva secondo le preferenze settarie dei devoti dell'una o dell'altra divinità. I sivaiti credono che la triade sia la manifestazione di Siva nelle sue tre forme di Brahmā, Viṣnu e Bhava (altra personificazione di Siva), e i viṣ̣uiti seguaci di Vallabha Ācārya (sec. xv) affermano la stessa cosa di Krṣṇa (incarnazione di Viṣnu), trimürti o triforme nella triade Brahmā, Viṣnu, Siva. Quanto a Brahmā, la sua importanza nella triade fu sempre secondaria. L'episodio del Harivamía (capp. 184-90) in cui egli fa da pastore nel conflitto tra Siva e Viṣnu, proclamando la loro unità, risponde bene alla parte a lui assegnata nella triade, che è di collegamento fra le due maggiori divinità.

La diversa importanza dei tre dèi nell'i., esclude ogni rapporto, anche soltanto analogico, della triade con la Trinità della teologia cattolica, formata di tre Persone che il dogma definisce eguali, sebbene distinte. Inoltre il tentativo di ridurre a tre, numero perfetto, gli dèi del Panteon vedico, precede il cristianesimo di parecchi secoli. L'idea della triplice manifestazione di un unico Dio risale al Rgueda (ca. 2000 a. C.) che parla di Agni (v.) uno e trino, celeste (sole), atmosferico (folgore) e terreno (fuoco). Nei primi libri del Satapatha-brāhmana (ca. 1000 a. C.) vengono proposte diverse triadi finché Sūrya, Vayu e Agni son definiti i cuori cioè l'intima espenza di tutti gli dèi (IX, i, i, 23). Ma questa triade non è che la triforme manifestazione di Agni (VI, 7, 4, 4), e Agni è Prajāpati (VI, 8, 1, 4), il "padre delle creature", dio della speculazione sacerdotale, che non essendo legato, come il fuoco, ad alcun sostrato naturale, meglio si prestava a rappresentare il principio cosmico. Questi precedenti escludono che la concezione trinitaria del divino, vigente nell'i., sia d'ispirazione cristiana.
II. viṣnuismo. - A differenza di Siva, venerato perché temuto, Viṣnu è amato dai suoi devoti per la bontà soccorrevole, che lo indusse più volte ad incarnarsi per salvare da qualche pericolo il genere
umano. Due delle sue incarnazioni o avatāra (letteralmente "discese", dal cielo in terra) sono particolarmente importanti per la storia del viṣnuismo: l'incarnazione in Rāma, durante la seconda età cosmica, per liberare Laṅka dalla tirannia del demonio Rāvaṇa, o l'avatāra in Krṣṇa (v.) nella terza età, per divulgare una dottrina di redenzione fondata sull'amore (bhakti) per un solo dio.

Il vangelo del krṣṇaismo è la Bhagavadgītā (v.), dove Krṣṇa è chiamato due volte Viṣnu (XI, 24; 30) e quattro Vāsudeva (VII, 19; X, 37; XI, 50; XVIII, 74). Questo nome non è, come fu creduto, un patronimico; Vāsudeva si chiamava una divinità popolare, con la quale Krṣṇa venne identificato quando gli fu attribuita essenza divina. Raggiunta l'identificazione con Viṣnu, deitá suprema, Krṣṇa fu, dai suoi devoti, identificato anche con altri dèi : Nārāyana, "alter ego" di Viṣnu, Brahmā, Soma, Sūrya, Agni, Yama (Mahäbhärata, III, 13, 19). Il culto di Vāsudeva era già diffuso nell'India nord-occidentale in età anteriore all'èra volgare, come attestano iscrizioni assegnate al II sec. a. C. I devoti di cotesto dio erano chiamati bhāgavata da Bhagavat, "il beato", epiteto di Vāsudeva. Non si può assegnare una data all'identificazione di Krṣṇa con "il beato", la quale dev'essere posteriore all'èra volgare perché l'opera più antica che tratta dell'incarnazione di Krṣṇa e dei prodigi del fanciullo divino, il Harivamía, appartiene ca. al III sec. d. C., e più tarde ancora son le leggende puraniche. Il culto del fanciullo miracoloso fu istituito da Vallabha Ācārya (14791530), fondatore di una religione che non chiede ai suoi seguaci mortificazioni dei sensi, ma soltanto amore (bhakti) e gioia. Questi epicurei del viṣnuismo, numerosi fra i ricchi mercanti di Bombay e del Gujarat, i quali mantengono i santuari della setta e i guru o maestri che ad essi presiedono, non fanno altro sacrificio che di denaro. La setta non possiede templi aperti al pubblico; il santuario è annesso all'abitazione del maestro che tratta il simulacro di Krṣna come un bambino vivo; ogni giorno lo lava, lo veste, gli offre varie specie di cibi, e lo pone sul trono, esposto alla venerazione dei fedeli insieme con Radhā, la favorita di Krṣṇa al tempo de' suoi amori'giovanili nel Vṛndavāna. Nell'India nord-orientale il culto di Radhā e Krṣṇa ebbe grande incremento per opera di Caitanya ( $1485-1535$ ), un contemporaneo di Vallabha. Ma mentre questi attribuiva capitale importanza al cerimoniale, Caitanya condannava le forme esteriori del culto, ripudiava le divisioni castali, e insegnava che il fervente amore per Krṣṇa e Radhā bastava a conferire la salvezza. Nelle riunioni della setta, Caitanya soleva accrescere il fervore de' suoi seguaci con canti appassionati in lode di Hari (Viṣnu), durante i quali accadeva che egli stesso o qualcuno de' suoi discepoli cadesse in deliquio. Ciò era considerato un segno di speciale favore da parte del dio. Dopo morto, Caitanya fu considerato un'incarnazione di Hari, e gli vennero dedicati templi che sono tuttora mèta di pellegrinaggi.

Rāma è l'eroe nazionale dell'India, già considerato un'incarnazione di Viṣnu nei primi secoli dell'èra volgare, prima di essere innalzato agli onori del culto, verso il sec. xi. Il Rāmāyana o "geste di Rāma ", di Vālmāki, e il Rämćaritmānas o "lago delle geste di Rāma ", di Tulsidās, sono i libri sacri del ramaismo. Il secondo, scritto in Modī, dialetto largamente inteso nell'India continentale, è diventato la Bibbia di novanta milioni di fedeli. I principi fondamentali del ramaismo, che ha per base la filosofia di Rāmānuja (sec. xi), sono comuni a tutti i ramaiṭi, ma i settentrionali dissertono dai meridionali riguardati alla questione della grazia divina, da cui provengono i beni temporali ed il mokṣa. I seguaci della "dottrina settentrionale" (vadakalai) credono che la grazia sia concessa da Rāma-Visṇu a coloro i quali se ne rendono meritevoli con l'esercizio delle pratiche religiose, mentre gli aderenti alla "dottrina meridionale" (tenkala) considerano la grazia un dono spontaneamente fatto a chi, diffidando delle proprie forze, cerca rifugio in Dio e nella sua infinita misericordia. Per rendere evidente la loro dottrina, le due sètte ricorrono a strane similitudini. I ramaiṭi set-

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tentrionali sostengono che si salva l'uomo il quale si attacca a Dio come lo scimmiotto alla madre per esser trasportato in luogo sicuro; i meridionali paragonano il prescelto al gattino che, afferrato con i denti dalla madre, viene portato in salvo senz'alcuna sua cooperazione.
III. sivaismo. - Siva è il successore del vedico Rudra, dio malefico della malattia e della morte, salutato, per eufemismo, con l'epiteto di "benigno" (siva) in uno dei tre inni ( $\mathrm{X}, 92,9$ ) che il Rgveda gli dedica. Quando Rudra-Siva incominciò ad essere identificato con altre divinità di carattere maligno, come Bhava e Sarva, personificazioni della potenza distruttrice del fuoco, la sua figura si accrebbe di nomi, attribuzioni, aspetti nuovi e spesso contradittori a causa dell'imperfetta fusione degli elementi costitutivi della sua complessa personalità. Dio della fecondità, come Priapo, e però rappresentato dal fallo, siede sopra un cadavere e porta una collana di teschi umani, quando personifica Mahākāla, il tempo che distrugge ogni cosa. Rappresenta l'elemento distruttore anche nella triade. E Samkara, "il benefico", che sollecitato dalla consorte Umâ, figlia dell'Imalaia, richiama in vita il figlio morto di un brahmano, ed è anche Bhaizova, "il terribile", martio dell'inaccessibile Kālī, la dea che si compiace dei sacrifici di sangue. Multiforme (bahurûpa) è chiamato nel Mahâbhârata, e il polimorfismo è una sua caratteristica.

Nell'India continentale i devoti di Siva non sono la maggioranza, sebbene prevalgano fra i Kaśmiri non musulmani ed i non buddhisti del Nepal; nel Dekkan, vispuiti e sivaiti si equilibrano. Tutte e due queste religioni accolgono un gran numero di asceti che per mezzo della devozione a Viṣnu o a Siva e di una loro disciplina spirituale e morale, aspirano all'unione mistica con la divinità preferita. Gli asceti mendicanti, compresi nella denominazione generica di yogin o "seguaci dello Yoga ", si suddividono in molte sette, fra le quali si segnala per importanza quella sivaita dei Lingayāt o "portatori del fallo ", di cui hanno appeso al collo l'emblema. Meglio conosciuti col nome di Jangama, "ambulanti", passano da un tempio all'altro per questuare in occasione di feste religiose, ed hanno anche conventi dove i cosiddetti Spassionati (virakta) si dedicano alla vita contemplativa e son tenuti in onore dai correligionari.

Lo spazio limitato non consente altro che un cenno dei due maggiori sistemi filosofico-religiosi dello śivaismo. Il più antico, fondato da Lakulin (ca. tt sec. a. C.), è quello dei Pâśupata o "devoti di Paśupati ", cioè Siva in qualità di "padrone degli animali». L'animale (paisu) che, tenuto prigioniero, anela a ricongiungersi con Siva, suo padrone (pati), simboleggia nel sistema l'anima individuale, che, legata alla materia, si macchia di peccato ed è soggetta all'espiazione. Perché questa possa aver luogo, Siva crea il mondo, dove avviene la retribuzione del harman. Il corpo di Siva è pura energia; esso non ha nulla di comune con quello caduco delle anime individuali, che, una volta liberate, acquistano conoscenza e poteri illimitati. Secondo il sistema śaiva, l'anima liberata diviene identica a Siva, ma senza la facoltà di creare. I principi di questo secondo sistema, differiscono poco da quelli dei Pâśupata, ma mentre i devoti di Paśupati si abbandonano a pratiche assurde, come imbrattarsi il corpo di cenere tre volte al giorno, simulare la follia con risa, canti e danze, imitare il muggito del toro (che è la cavalcatura di Siva), i śaiva rendono omaggio alla divinità nelle forme consuete: adorazione mattutina e vespertina, offerte sacrificali e recitazione di preghiere facendo uso della corona di 84 grami, ch'è il rosario del śivaismo. Pratiche di Yoga, che differiscono soltanto nel metodo, sono comuni ad ambedue i sistemi.
IV. saxtismo. - Siva è anche rappresentato in unione con la consorte Durgá (v.) sotto forma di Ardhanârísvara, "il signore per metà donna ", cioè
androgino. Durgā occupa la parte sinistra, conforme al precetto del Satapathabrâhmana, VIII, 4, 4, 11 : "la donna ha il suo posto a sinistra dell'uomo". In questa combinazione la dea personifica pure la potenza creatrice (iahti) del dio, la quale è oggetto di venerazione da parte dei sâhta o "devoti della sahti", importante setta sivaita. I sâhta si dividono in dahṣinâcárino o "della mano destra" e vämâcarin o "della mano sinistra". I primi rendono alla sahti un culto che consiste nelle consuete onoranze; i secondi invece praticano in segreto riti orgiastici, che fra i sivaiti del Bengal orientale e dell'Assam degenerano in dissolutezze.

I libri sacri del sakisismo sono i Tantra o "libri" per eccellenza, forse non più antichi del 700 d . C. sebbene si riferiscano a forme di culto più antiche, ca. del v. sec. Sotto forma di dialoghi fra Siva e la sua divina consorte, i Tantra espongono dottrine esoteriche in relazione con il culto di Durgá e delle varie sue forme, a ciascuna delle quali vengono rese particolari onoranze. Meditazioni di carattere mistico si alternano con descrizioni di riti magici e norme per attuarli. Misteriosi poteri sono anche attribuiti alle formole rituali (mantra) e alle sillabe mistiche, le quali accompagnano le invocazioni a Durgâ.
V. Sette Geistiche. - Il vispuismo, religione d'amore, nutriva sentimenti bencvoli verso tutte le cose, anche le più disprezzate, ma rispettava i privilegi castali, compreso quello che prometteva alle prime tre caste arie la liberazione dalla rinascita nel breve giro di una sola esistenza, mentre i śidra, in premio di una vita virtuosa, ottenevano soltanto di rinascere in una forma di esistenza più alta, da cui era possibile raggiungere il moks $a$. Rāmānanda, brahmano di Prayāga (Allahabad), che professava il culto di Rāma, proclamò l'uguaglianza religiosa e sociale delle caste, e introdusse nella sexta altre innovazioni come l'uso dei dialetti per divulgare la sua riforma, e la sostituzione del culto di Rāma e Sita, a quello sensuale di Kṛ̣̣̣a e Radhā. Mancano dati sicuri riguardo alla vita di Rāmānanda che avrebbe vissuto i I g anni? (m. nel 1411). I suoi seguaci provenivano da tutte le classi sociali; uno di essi, Kabîr, tessitore musulmano, diventò a sua volta il fondatore di una nuova setta, detta del habîrpanthi o "settatori di Kabîr".

L'incertezza dei dati cronologici non permette di asserire che Kabîr (m. nel 1518) sia stato discepolo personale di Rāmānanda. Forse la tradizione del suo alunnato va intesa nel senso ch'egli appartenne alla setta di Rāmānanda prima di attuare la sua riforma. Kabîr non si propose di conciliare i principi religiosi dell'islām con quelli del vispuismo. La sostanza della sua riforma fu l'abbat. timento di tutte le barriere rituali e dogmatiche, le quali dividevano i seguaci delle due religioni, tutti fratelli in Dio, anche se invocato con nomi diversi. Kabîr condannò l'idolatria e ogni specie di culto esterno, estendendo alle due religioni l'uguaglianza che Rāmānanda aveva istituito fra le caste. Diceva che tanto i Purâṇa quanto il Corano contengono "parole vuote", ed insegnava che raggiunge l'immortalità soltanto chi osserva i precetti morali, non si attacca ai beni del mondo ed ama come se stesso turti gli esseri viventi. I Kabîrpanthi non sono oggi più di nove o dieci mila fra Indiani e maometrani, eparsi nelI'India settentrionale e centrale; hanno a Benares la sede più importante. Sulle orme di Kabîr, Nānak (1469-1538) si adoprò a consolidare l'unione fra Indiani e musulmani, e la fede nell'unico Dio, Hari-Allah (v. sinu e sikhismo).

Altri tentativi di sincretismo religioso, questa volta fra i. e cristianesimo, furono compiuti in età moderna da Rām Mohan Ray e dai suoi successori (v. brâhma samâj). Prevalse l'indirizzo cristiano quando Keshab Chandra Sen riformò, nel 1881, la "Brâhma Samâj dell'India", ch'era stata abbandonata dalla maggior parte dei con-

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gregati, e istituì la "nuova regola" (naba bidhan), divulgata da 12 missionari, a somiglianza dei 12 Apostoli. Keshab riconobbe la superiorità del cristianesimo ed ammise la divinità di Cristo, ma in quanto alle cerimonie, prese dalle due religioni ciò che credette più adatto a eccitare l'immaginazione del popolo. Tuttavia il congregazianismo non fece presa sul popolo; restò limitato alle classi colte e poco diffuso nell'India stessa, fuori della sua patria d'origine, il Bengal. Non si sarà lungi dal vero calcolando che presentemente appartengano alle varie Samaj poco più di diacimila congregati fra membri effettivi e aderenti (v. anche ARVA SAMAJ).

Ibid.: E. W. Hopkins, The religion of India, Nuova York 1895; A. Barth. The religions of India. $4^{\circ}$ ed., Londra 1906; W. Crooke, Hinduism, in Enc. of Rel. and Eth., VI, pp. 686-713; R. G. Bhandarkar, Vaispantism, Saivism and minor religious systems, Strasburgo 1913; R. Garbe, Indies and the Christendom, Tubinga 1914; R. Tagore, One hundred poems of Kabir, Londra 1915; J. W. Hauce, Brahmanismus u. Hindulomas, in Das Licht des Ostens, Stoccarda-Berlino-Lipsia 1923; H. C. E. Zacharias, I movimenti riferenstori nell'i. moderno, in Pensiero missionaria, 3 (1931), pp. 136-69; A. Ballini, L. in P. Tacchi-Venturi, Storia delle religioai, I, $3^{\circ}$ ed., Torino 1949, pp. 371-574. Ferdinando Belloni Filippi

INDULGENZE. - Indulgentia, indulgere, in senso proprio indica condiscendenza, e condiscendere, nelle varie sfumature dell'idea. Gli storiografi imperialiromani usano la parola nel senso tecnico di remissio tributi o remissio poenae, concessioni che gli imperatori solevano fare in certe occasioni. Valeva anche per indicare la abolitio, una specie di amnistia, decretata in occasione di lieti eventi pubblici. Nell'epoca carolingia i. era adoperato ancora come termine tecnico per indicare condono di pene o di tributi (così nei Capitularia). Nel Codice Teodosiano (1. IX, tit. 38, De indulgentiis criminum) designa i condoni elargiti dagli imperatori cristiani specialmente a Pasqua; tanto è vero che la Domenica delle Palme, in molti testi dell'alto medioevo (calendari, sacramentari, vari Comes [cerimoniali], ecc.), viene detta dominica indulgentia. Quanto alla materia del condono delle pene, si riscontrano diversi termini che possono indicare anche l'i. nel senso stretto attuale, ma che possono indicare e indicano di fatto anche altre idee simili o affini, in quei tempi nei quali incomincio a svilupparsi la vera i. Da questa imprecisione di termini è nata tanta confusione fra gli studiosi meno cauti nelle loro ricerche. P. es., le parole : absolutio, relaxatio, remissio, venia, condonatio e indulgentia, possono indicare, nei secc. xI-xiII sia la i. propriamente detta, sia, e più spesso, le varie forme di remissione, sacramentale e penitenziale, e anche extrasacramentale. Quest'ultima è la vera i. come oggi si intende.

Secondo la dottrina cattolica i. è «la remissione dinanzi a Dio della pena temporale dovuta per i peccati, già perdonati riguardo alla colpa, che l'autorità ecclesiastica concede dal tesoro della Chiesa a modo di assoluzione per i vivi e a modo di suffragio per i defunti" (can. 911).

Sostitutio : I. Storia. - II. Natura. - III. Potestà di concedere i. - IV. Divisione. - V. Requisiti per la concessione e l'acquisto delle i.

1. Storia. - Bisogna cercare con oculatezza, in ogni caso storico e appartenente ai secoli sopra indicati, per chiunque parli di i., se si tratti di un atto propriamente e strettamente extrasacramentale, per poter decidere se ci si trovi di fronte ad una i. in senso stretto, o ad altra forma di remissione penitenziale.
2. Prodromi. - Così, p. es., la riammissione dell'uomo anatematizzato da s. Paolo (I Cor. 5, 3; II Cor. 2, 5) nella comunità cristiana, non è una i. in senso stretto, ma una riconciliazione. Tale riconciliazione fiorì nei
secc. II-IV nella Chiesa, e si svolse soprattutto attraverso l'intercessione dei martiri o confessori della fede, o anche in pericolo di morte; ma si tratta essenzialmente della riammissione dei penitenzi nella Chiesa ed ai suoi beni spirituali. Anche la relaxatio che si riscontra alle volte, come, p. es., nel Concilio di Epaon (a. 517, can. 29), è la sostituzione di una nuova e più benigna misura di penitenza, abolendo la precedente, più severa. Tali temperamenti della disciplina penitenziale furono necessari con i cambiamenti dei tempi e delle condizioni sociali dei cristiani. Dal sec. vir in poi viene in voga, prendendo origine dall'Irlanda e Inghilterra, la redemptio, una specie di commutazione della penitenza, molte volte troppo pesante e insopportabile, in opere meno pesanti, come preghiere, elemosine, digiuni, e, anche nel pagamento di somme di denaro fissate secondo le varie specie di delitti (penitenza a tariffa). Ma tutto ciò si applicò nel sacramento della Penitenza al penitente. Una commutazione diede origine anche alle posteriori vere i. (in senso stretto), quella operata al tempo delle Crociate (v. sotto), inquantoché il confessore poteva imporre al penitente di fare la Crociata, in sostituzione delle penitenze, altrimenti necessarie, per l'assoluzione sacramentale. Una vera diminuzione della penitenza, ma sempre in occasione del sacramento della Penitenza, appare già nel sec. x, in occasione di donazioni pie, di pellegrinaggi e di opere meritorie simili; sono sempre diminuzioni di penitenza personali e individuali. Soprattutto il pellegrinaggio a Roma fu considerato come opera molto meritoria, e quindi si era più benigni nell'imporre penitenze ad un pellegrino romano. Benedetto III (853-58), ad istanza del vescovo Salomone di Costanza, impose ad un pellegrino fratricida una penitenza minore del solito, intuitu peregrinationis. Tali esempi sono noti sotto Nicola I, Giovanni VI, Stefano V ed altri. Anche vescovi solevano imporre a pellegrini, a santuari o chiese in rispetto del pellegrinaggio stesso, una penitenza minore di quella che altrimenti sarebbe loro toccata. Sin dal sec. xi appaiono poi simili i., ma generali, applicabili a quanti pongono le condizioni prescritte. Il rigore della penitenza sacramentale pubblica e tariffaria era diventato insopportabile alle condizioni radicalmente cambiate della società cristiana, e bisognava trovare un mezzo di temperare tale rigore. Inoltre la possibilità di sovvenire alle molteplici opere pie, tanto care al medioevo, collegandole con la imposizione di un contributo, come condizione di una remissione delle pene, anche fuori del Sacramento, aprirono la via alla i., come mezzo della remissione di pene, fuori del Sacramento, indipendentemente dalla penitenza sacramentale.
2. Absolutio. - Inoltre nei secc. xi-xir fiori nell'Occidente l'uso della absolutio. Verso la fine dell'epoca carolingia e dopo si diffuse nel mondo medievale una specie di paura del peccato, e una vera mania di cercare dappertutto e in ogni occasione, e prima di ogni opera, una assoluzione, cioè di sottoporsi ad una formola, deprecativa e anche indicativa, di preghiera, affinché Dio rimetta i peccati. Le assoluzioni entrarono nella liturgia (il Confiteor!), nella Messa, nell'Ufficio, e si usarono in varie altre occasioni, non solo per i vivi, ma anche per i defunti, come preghiera per essi. Si conoscono innumerevoli concessioni, individuali e generali, di queste assoluzioni. Si usarono nei conventi, in certi giorni, in caso di morte (cf. Absolutio super tumbam, ancor oggi!); popi, vescovi, abati (e concedono, e, molte volte, si promette per opere buone, una remissione dei peccati : si tratta dell'applicazione della dottrina biblica che le opere buone meritano grazia. Le assoluzioni di questo tipo sono piuttosto benedizioni solenni, con una dichiarazione autoritativa del merito da conseguirsi. Si chiudevano i sinodi e concili con una solenne assoluzione e la predica (anch'oggi in molti luoghi vale l'uso di recitare dal popolo il Confiteor dopo la predica, con la seguente assoluzione); si dava l'assoluzione generale nei giorni delle Ceneri, del Giovedì Santo; la si concedeva per opere meritorie, per l'osservanza della "Tregua Dei", ecc. Tutto ciò contribuì a concretizzare sempre più l'istituto della i. nel senso proprio, stretto. Alle volte è difficile decidere se, nel caso

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specifico, si tratti già di una i. vera e propria, o ancora di un modo avanzato di remissione, legato alla Confessione.
3. Prime vere i. - Certo è che vere i., concesse per elemosine o per visite di devozione a chiese, altari ecc. incominciano, ma poche, nel sec. xi, si moltiplicano poi nel sec. xir e dopo. Il Paulus (op. cit., v. bibl., I, p. 138 sgg. dà un elenco cronologico di tali i. fino al Concilio Lateranense IV, a. 1215). L'origine di questa prassi si trova nella Spagna settentrionale e nella Francia; si rimette, p. es., un giorno di digiuno per settimana (per quelli che avrebbero dovuto farne tre, quattro); sono i vescovi che procedono in tali concessioni, spesso anche legate a pellegrinaggi e altre opere. Dalla seconda metà del sec. xi seguono anche i papi l'esempio; pare la prima concessione papale di questo genere sia quella di Nicolò II (s. 1060), per l'arfa, in occasione della consacrazione degli altari. Urbano II concedette la remissione di un quarto o di un settimo della penitenza ingiunta nel Sacramento, contro prestazioni di certe opere buone. Si tratta quindi di una vera remissione parziale, negli inizi indicata come parte ( $1 / 2,1 / 3$, $1 / 5,1 / 7$, ecc.); poi
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in misura del tempo che si sarebbe dovuto impiegare per fare la penitenza pubblica, come i giorno, 2, 3, 10, 20, 40 giorni; finalmente $1,2,3$, e più anni. L'i. caratteristica di i anno e una quarantena si riscontra durante il sec. xir. Trattasi della penitenza, o pubblica, o anche privata, imposta nel sacramento della Penitenza.

Una specie importante di i. sono quelle dette "delle Crociate ", perché aprono largamente la via alla i. plenaria. Il Paulus (op. cit., I, p. 195 sgg.) tesse l'elenco completo, assai istruttivo. Alessandro II (ro63), concedette una remissione delle pene per quelli che combattessero i mori, Urbano II, a Clermont (1095), per eccitare i cristiani alla prima Crociata, dichiarò che la partecipazione alla Crociata equivaleva ad una penitenza completa! Lo stesso ripete Eugenio III (1145), mentre Gregorio VIII, introdusse la novità che l'i. completa (plenaria) poteva essere acquistata anche da chi si fa sostituire da un altro o da chi sostiene le spese per un crociato. Queste i. poi si concessero anche per le "crociate", dirette per combattere i mori, i popoli pagani slavi, gli albigesi ecc.
L'i. plenaria, crociata, portò all'idea dell'i. plenaria giubilare (v. Gtublleo).
4. Lettere di i. - La pratica della concessione delle i. si riflette in una folla di documenti, con cui queste vengono concesse. Le lettere usate dalla Cancelleria Apostolica sono numerosissime, ma accanto ad esse, almeno a partire dal sec. xir si trovano lettere di concessioni episcopali e cardinalizie, date specialmente in occasione di dedicazione di chiese, e più tardi, come si dirà, per incoraggiare la partecipazione ad opere pie.

Le lettere di i. dei vescovi si dividono in due grandi categorie : le lettere semplici e le lettere collettive. Le prime sono concesse a nome di un solo vescovo, le altre a nome di più proisti che si uniscono per dare alla concessione una più grande estensione. Queste ultime sono dette lettere collettive. Il Delehaye, che ne ha formato oggetto di un suo studio, ha compilato un ricco regesto di lettere collettive (cf. H. Delehaye, Les lettres d'indulgences collectives, Bruxelles 1928, pp. 53-67, 7189, 91-98). Come i vescovi, i cardinali avevano il diritto d'accordare i. e ne usarono nei limiti del loro potere.

Anche qui ci si trova di fronte a due tipi di lettere: semplici e collettive. Tra le lettere semplici un posto speciale occupano le lettere dei nunzi e dei cardinali legati per l'interesse storico che hanno in rapporto alle missioni svolte dai medesimi.

Intanto, mentre la prassi delle i. era già molto avanzata, anche la teologia e la dottrina canonistica incominciarono ad interessarsene. Abelardo, p. es., è nottamente contrario all'istituto delle i. I primi scolastici sono discordanti e non formulano ancora una soddisfacente dottrina dell'i. Bisognava che venissero ulteriori sviluppi.
5. I. plenarie in pericolo di morte e per i defunti. - Per quello che riguarda le i. plenarie per i moribondi e per i defunti, già nel sec. xi si riscontrano atti di riconciliazione, concessi in punto di morte, che lasciano aperta ancora la questione del condono completo. Ma da quando ai crociati fu concesso l'i. plenaria anche nel caso che non avessero potuto compiere la Crociata, ma fossero morti in essa, fu aperta la via alla concessione di una vera i. plenaria in punto di morte per tutti. Nel sec. xiv si hanno tali concessioni, attraverso le lettere di penitenza individuali: si concede l'elezione di un sacerdote come confessore in pericolo di morte con facoltà di applicare l'i. plenaria.

Ma i fedeli avevano già incominciato ad applicare le i., loro concesse, anche alle anime dei defunti. Si può constatare che verso il 1350 l'uso di applicare le i. giubilari, delle Crociate, della «Porziuncola», ai defunti era molto diffuso. Le autorità ecclesiastiche invece non concedono ancora tali i.; vi è però l'uso di concedere una i. ai vivi nel caso che pregassero per i defunti. Soltanto nel 1457 Callato IV concesse al re Enrico IV di Castiglia una i. plenaria per i vivi, e per quelli che pagassero 200 maravedi per la Crociata contro i Mori, una i. per i defunti. Ma la bolla restò sconosciuta fuori della Spagna, ove, del resto, destò non poca meraviglia. Stato IV ( 1476) concesse per la cattedrale di Saintes (Francia) una bolla, valevole per 10 anni, con i. plenaria per i vivi, e, «in modum suffragi», anche per i defunti, bolla che provocò lunghe dispute circa la facoltà del papa di poter esercitare una giurisdizione oltre tomba; ma la dottrina comune prese la direzione verso la spiegazione attraverso un atto di suffragio, offerto a Dio, e non attraverso un atto di giurisdizione come per i vivi. Una difficoltà si trovò anche nella misura dell'applicazione delle i. ai defunti, se cioè l'applicazione seguisse con certezza, o soltanto secondo la benigna accettazione di Dio; quest'ultima tesi prevalse.

Quanto alla dottrina generale circa le i., la difficoltà principale fu nel trovare il motivo per cui si poteva concedere una i. Questo si cercò nella misericordia di Dio, nel valore delle preghiere della Chiesa, nei meriti dei santi. Alcuni credettero piuttosto di poter parlare di una specie di supplenza nelle opere della Chiesa militante, cioè una specie di compensazione; ma Ugone di Santo Caro G. P. (ca. 1230), propose invece l'idea di un tesoro di meriti a disposizione della Chiesa, costituito dagli immensi meriti di Cristo, e dall'incommensurabile cumulo dei meriti dei santi : tesi che poi prevalse e fu solidamente dimostrata dai grandi scolastici, Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, e che costituisce ancora il fulcro della spiegazione delle i.

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6. Stima delle i. - Un aspetto delle i. nel medioevo merita una speciale menzione. La pietà dei fedeli sapeva stimare il valore delle i., tanto più quanto più rare erano ancora. D'altra parte, la pietà medievale si esplicò in una quantità innumerevole di devozioni particolari, di confraternite ed associazioni di mestieri, e tutto ciò diede occasione a domandare sempre nuove i. per quasi imbalsamare tutta la vita religiosa con le i. Il cantore del Salve Regina, il recitare dell'Angelus (prima concessione per la sera: Giovanni XXII nel 1318, nel 1327 per Roma), il pregare per i defunti nei cimiteri, la visita a certe sacre immagini o reliquie, l'ascoltare la predica, l'accompagnamento del Santissimo ai malati, nella festa del Corpus Domini, e in tanta altre occasioni, l'assistenza alla Messa, alla celebrazione di patroni, di dedicazioni di chiese, di anniversari, la visita di certe chiese, altari, cappelle, santuari, i convegni delle confraternite: tante cose erano impressionate da i. e la pietà dei fedeli andava in cerca di sempre nuove e più ricche i. Da qui l'origine delle tante falsificazioni. Ma c'è di più. Le i. furono annesse a molte opere non semplicemente buone, ma di pubblica utilità, religiosa e civile. Non c'è quasi chiesa che non sia stata costruita in parte con le entrate di i., concesse per la costruzione o il restauro; la grandiosa attività architettonica e artistica del medioevo si spiega, in non poca parte, da qui. Ma anche ospedali, lebbrosari, ospizi, scuole furono costruite con l'aiuto delle entrate di i. speciali. Celebre e nota la costruzione di molti ponti, anche da parte di confraternite, di strade e comunicazioni. Alle volte persino per opere di bonifica si concedette l'i. Questo aspetto delle i., come veicolo efficace di cultura e civilizzazione, merita ogni elogio.
7. Abusi. - Ma la concessione dell'i. in connessione con una elemosina diede purtroppo anche origine a deplorevolissimi abusi. Avuta una volta una i. legata ad un contributo per una certa opera, si mandarono i quaestores, per raccogliere l'elemosina. Purtroppo la predicazione di molti questori eccedette di molto (per incuria, o per astuzia) la verità dogmatica; alcuni osarono promettere persino la liberazione delle anime dannate dall'inferno. Ma c'era un altro aspetto delle i., legate ad entrate di elemosine. Si incominciò a permettere ai re e principi cattolici, prima in occasione delle Crociate, di poter servirsi di uno più o meno notevole parte delle entrate, guadagnate con l'elemosina dovuta per fruire delle i. Simili permessi furono poi largamente concessi per molte altre imprese, e i prìncipi non furono sempre troppo scrupolosi. Nota l'i. per la costruzione del nuovo S. Pietro a Roma. Il principe di Sassonia-Witenberg, poi grande fautore di Lutera, raccoglieva reliquie quanto più poteva, per servirsi delle ricche elemosine, versate nella visita alle medesime per avere l'i. Nessuno nega l'esistenza di abusi e per di più gravi. Ma d'altra parte l'autorità ecclesiastica tentò, forse non sempre con la dovuta energia, di raffrenare il male. Purtroppo, soltanto dopo l'accanita lotta protestante contro le i., il Concilio di Trento soppresse per sempre la questua delle i.

Già il IV Concilio Lateranense (1251) represse alcuni abusi circa le i. e specificò la misura delle concessioni, stabilendo per la consacrazione di chiese e l'anniversario non più di un anno, per altre occorrenze non più di 40 giorni. Ma ben presto questi termini furono superati. E ancora nel medioevo comparirono, in modo straordinario, documenti falsificati con i. superiori ad ogni misura, non solo di centinaia, ma di migliaia di anni.
8. Legislazione tridentina e post-tridentina. - Il Concilio di Trento, dopo quelli di Lione e di Vienna, tornò ad occuparsi delle i., soprattutto in vista della spietata guerra spiegata dai riformatori contro di esse. Nella scea. 21, cap. 9, soppresse l'istituzione dei "questori" cioè dei raccoglitori di denaro per le i. che fece tanto male a causa degli abusi che vi si inserirono, e riservò la pubblicazione di i. ai soli Ordinari; essi possono anche, se occorre, raccogliere, senza compenso alcuno, eventuali elemosine. Finalmente, nella scea. $25^{\circ}$, si emanò il celebre decreto de indulgentiis, nel quale, dopo aver definito che la Chiesa ha il diritto di concedere i. da Cristo Signore, si approva di nuovo l'uso delle i. come christiano populo
maxime salutarem, abolendo nuovamente ogni specie di questua in vista di i., e ordina che i vescovi vigilino seriamente nelle proprie diocesi sopra ogni possibile abuso, denunciandolo nei sinodi provinciali, e al Sommo Pontefice.

Dopo il Concilio di Trento Clemente VIII eresse una commissione cardinalizia per occuparsi delle i. secondo la mente del Concilio, la quale continuò sotto Paolo V i suoi lavori, preparando varie bolle e decreti in materia. Ma soltanto Clemente IX creò una vera Congregazione per le i. (e le reliquie), con breve del 6 luglio 1669; nell'agro. 1668 uscirono i primi decreti della medesima. Pio X, con motu proprio del 28 genn. 1904, unì la Congregazione delle I. con quella dei Riti, ma nel 1908, con il nuovo ordinamento della Curia, tutta la materia delle i. passo al S. Uffizio. Benedetto XV però, con motu proprio del 25 marzo 1915, trasferì la sezione delle i. dal S. Uffizio alla Penitenziaria Apostolica, rimandando al S. Uffizio tutto ciò che riguarda la dottrina sulle i. Così fu confermato dal Codice, can. $258 \$ 2$.

Bisu.: 1. Letteratura storica: la storia delle i. è stata diligentemente studiata non solo dai cattolici, ma anche dai protestanti, anche perché le questioni riguardanti le i. furono l'occasione per lo scoppio della tremenda rivoluzione religiosa-sociale, che va sotto il nome di riforma. E stato intuito fin dal sec. xvili che le i., nel senso stretto della parola, risalirono soltanto al sec. 21 e non sono che il frutto di una lunga evoluzione che si basa sulla storia e sullo sviluppo della penitenza ecclesiastica. Si può dire che l'opera storico-critica più antica sulle i., fu quella di E. Amort, De orizine, progressu, valore ac fructu indulgentiarum accuratu notitia historica, dogmatica, polemica, critica (Augusta 1735). Ma soltanto durante il secolo passato e nel presente gli studi sull'i. sono arrivati a tale punto da rendere chiara e sicura la storia dell'evoluzione genetica delle i. Il merito va in prima linea a N. Paulus, il quale, sin dal 1890 , in una serie quasi innumerevole di articoli e studi particolari, ha raccolto un im-mense materiale, soprattutto documentario, che gli permise finalmente di scrivere l'opera fondamentale sulle i.: Geschichte des Ablases im Mittelalter, 2 voll. Paderborn 1922-23. Chiarita soprattutto la nozione precisa dell'i., nel senso teologico-canonistico attuale, egli poteva ben discernere, fra le discordanti opinioni dei dotti, i presupposti storici, e la effettiva origine dell'i.: poteva eliminare molti documenti falsi e incerti, e chiarire, inserendole nel loro tempo, le diciture ambigue o malamente interpretate.

Un altro studioso, B. Peschmann, fondandosi sopra il materiale storico del Paulus, continuò l'investigazione soprattutto dal punto di vista della penitenza cattolica e della sua prassi attraverso i secoli, per meglio chiarire ancora la natura dell'i. e la sua, per dir cosi, legittimità, dimostrando che non è nata da elementi estranei alla prassi e dottrina della Chiesa sulla penitenza, ma che è conforme ad essz. anche se in apparenza si discostava da certe forme usuali nel suo tempo. Si citano subito le sue principali opere: Die abendländische Kirchenbusse am Ausgang des christlichen Altertums, Bonn 1928; Die abendländische Kirchenbuste im frühen Mittelalter, Ivi 1930; Poenitentia secunda, ivi 1940; Der Ablass im Lichte der Bussgeschichte, ivi 1948. Nella trattazione dell'argomento si inserì nel 1952 J. A. Jungmann, con la sua poderosa opera: Die lateinischen Buseriten in ihrer geschichtlichen Entwicklung, Paderborn 1932. Altre opere interessanti di una certa importanza sono: A. Gottlob, Kiewcr. ablässe und Almosenablass. Eine Studie über die Frühzeit des Ablasswesens, Stoccarda 1906; E. Göller, Der Ausbruch der Reformation und die spätnittelalterliche Ablasspraxis, Friburgo 1917; H. Delehaye, op. cit. (s articoli estratti dagli Anal. Boll., 44 [1026], 45 [1927], 46 [1928]). L'opera fondamentale pratica sulle i. è: Die Ablässe, ihr Wesen und Gebrauch, pubblicata la prima volta dal p. F. Beringer, Paderborn 1860, continuata da J. Hilgers e finalmente da P. A. Steinen (13* ed., 2 voll., ivi 1921-22). Lo Hilgers aveva anche pubblicato un suo studio: Die katholische Lehre von den Ablässen und deren geschichtliche Entwicklung, ivi 1914, nel quale volle riportare l'origine delle i. quanto più in dietro possibile, ma fu fortemente contrastato da Paulus. Nelle grandi enciclopedie francesi: E. Magnin, Indulgence, in DThC. VII, coll. 1394-1636; F. Galtier, Indulgence, in DFC. II, coll. 718-52; H. Leclercq, Indulgence, in DACL. VII, coll. 333-40; gli stessi autori confessano candidamente di aver attinto il materiale per le loro esposizioni dalle opere e dagli articoli di N. Paulus.
4. Letteratura ufficiale circa le i: uno degli ufficiali della S. Congregazione delle I., il pio sacerdote Telesforo Galli, pubblicò nel 1807 una Raccolta di alcune orazioni e pio opere indulgensiste dai papi. Morro lui, un altro ufficiale, Luigi Prinzivalle, continuò la pubblicazione, molto stimata. Nel 1854 la $13^{\circ}$ ed. fu dichiarata autentica. Ma soltanto nel 1877 la Congregazione stessa pubblicò come opera sua la Raccolta, che ebbe la diretta approvazione del Sommo Pontefice. La $2^{\circ}$ e $3^{\circ}$ ed. si ebbe nel 1886 e nel 1898. Seguì qualche appendice. Finalmente

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(1st. Biblioteca Vaticana)
Indulgenze - La lettera circolare di Silvestro, segretario di Bonifacio VIII, con la copia della bolla del Giubileo del 1300 e i tre noti versi leonini relativi al Giubileo - Archivio Vaticano, Inst