'indicava un burrone a sud-ovest di $\mathrm{Ge}-$ rusalemme, tristemente famoso perché ivi Achaz (II Reg. 16, 3) e Manasse (ibid. 21, 6) avevano immolato e bruciato in onore di Moloch delle vittime umane, specialmente dei bambini. L'orrendo delitto, ripetuto in seguito dai Giudei, fu stigmatizzato da Geremia ( $7,31-32$; 19, 4-7; 31, 38-40) e da Ezechiele (20, 30-31). Da quel tempo al sinistro nome andava unita l'idea del fuoco divoratore delle vittime e dei vermi, chelentamenteconsumavano i cadaveri insepolti. Gesù, evocando quest'immagine storico-profetica, scolpiva nella mente degli uditori un'idea forte e appropriata del castigo eterno dei cattivi. Nella sua predicazione indicò i candidati alla gehenna negli insultatori dei fratelli (Mt. 5, 21-26), negli ipocriti (Mt. 11, 23; 23, 15; 24, 51; Lc. 10, 15), negli apostati (Mt. 10, 28; Lc. 12, 5), in coloro che vogliono servire due padroni ( $L c$. 5, 29-30; 18, 9). Di particolare forza la frase: «E se la tua mano ti avrà scandalizzato, tagliala; è meglio rimanere debole, che con due mani essere gettato nella gehenna, nel fuoco inestinguibile ( $\pi \bar{\omega} \rho \tau \dot{\theta} \delta \sigma$ $\beta \varepsilon \tau o v$ ) dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegne" (Mc. 9, 42-43). Inoltre, sotto il tenue velo delle parabole evangeliche Gesù lasciò chiaramente intravvedere le prospettive dell'eterna dannazione: la zizzania sarà gettata nel fuoco: "sic erit in consummatione saeculi... mittent eos in caminum ignis (el $\tau \dot{\eta} \nu \chi \dot{\alpha} \mu \nu \nu \nu \tau o \tilde{\omega} \pi \nu \rho \dot{\varsigma}$ ); ibi erit fletus et stridor dentium" (Mt. 13, 40-42); nella retata dei pesci, i cattivi saranno gettati via (Mt. 13, 47-50); nel ban-

(da Herrad di Landsberg, Horius Deliciarum, Strasburgo 1561, tav. 72) Infrerno - Ministura dell'Hortus Deliciarum (da copia), fol. $255^{\mathrm{r}}$ - Parigi, Biblioteca nazionale.
cterno (sic $\tau \dot{\alpha} \pi \tilde{\omega} \rho$ $\tau \dot{\theta} \alpha i \omega \nu \nu$ ), che fu preparato al diavolo e ai suoi angeli... E questi se ne andranno al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Mt. 25, 31-46).
, Gli Apostoli riecheggiano l'insegnamento del Maestro. S. Paolo enumera più volte i peccati che escludono dal regno di Dio (Rom. 2, 7-9; I Cor. 6, 9-10; Gal. 5, 19-21; Epb. 5, 5) e richiama al pensiero dei Tessalonicesi la giustizia; ultratorrena, per la quale i perseguitati troveranno consolazioni e i persecutori "paenas dahunt in interitu aeternas" (II Thess. 1, 9). S. Pietro con immaginose espressioni preannunzia agli empi, il patinestro futuro: "Hisunt fontes sine aqua et nebulae turbinibus exagitatus quibus caligo tenebrarum reservantur" (II Ps. 2, 12-17). S. Giude rievoca il castigo della Pentapoli per ammonire i sodomiti "exemplum ignis aeterni paenas sustinentes" (Ind. 7) e paragona i peccatori a stelle erranti "quibus pro-
cella tenebrarum servata est in aeternum" (Ind. 13). S. Giovanni nell'Apocalisse parla dell'abisso, di cui Satana è il re ( 9,11 ), perché ne possiede le chiavi ( 9,1 ); quando apre le porte per scatenare sul mondo i suoi satelliti «dal pozzo esce un fumo, come quello di una grande fornace, da cui rimangono oscurati il sole e l'aria» ( 9,2 ). Dall'abisso sbucano l'anticristo, la bestia e la moltitudine dei demoni, figurati nell'esercito delle cavallerte (11, 7; 17, 8). Un angelo rigetterà Satana nel suo sprofondo e ne chiuderà ermeticamente l'orifizio, perché non inganni più le genti (20, 1-3). La lotta tra le potenze infernali e la Chiesa, tra la città di Dio e quella di Satana, adombrata in Mt. 16, 18, è qui più ampiamente delineata e nell'intervento dell'angelo vendicatore si indica il compimento della promessa: Non praevalebunt.
L'imponente complesso dei dati biblici intorno all'i. gravò sulle menti delle prime generazioni cristiane, che eroicamente sostennero persecuzioni e martiri nell'incrollabile speranza del premio e imitando gli intrepidi
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Maccabei minacciarono ai carnefici e a tutti i malvagi (increduli, eretici, scostumati) il fuoco eterno (Ignazio M., Eph., 16, 1; Martyrium Polysarpi, 2, 3; Epistola ad Diogostum, 10, 7; s. Giustino, Apol., I, 21: PG 6, 361; s. Ireneo, Adv. Haeres., 4, 28, 2: PG 7, 1061; Tertulliano, Apologet., 48: PL 1, 527; s. Cipriano, Ad Demetr. 24: PL 4, 581). Il pacifico possesso di questa fede fu turbato al sec. III da Origene, che insistendo sulla misericordia di Dio e sul fine medicinale delle pene, ritenne che il fuoco eterno della Scrittura avesse il semplice fine pedagogico di stornare l'animo dei semplici dal peccato, ma che in realtà non fosse tale perché l'uomo, conservando anche nell'al di là il libero arbitrio, dopo indefinite prove si sarebbe purificato e avrebbe conseguito la felicità. Questo sistema, detto ἀποκατάστασις (restitutio), adombrato nel De principiis, 3, 6, 6: PG 11, 338, provocò in tutto l'Oriente una forte reazione, capeggiata da Pietro e da Alessandro di Alessandria, Eustazio di Antiochia, Metodio di Olimpia. Anche s. Atanasio ed Eusebio di Cesarea, che ammiravano il grande maestro, gli furono contrari. Soltanto qualche monaco (cf. Epifanio, Ep. ad Io. Hier., 5 : PG 42, 385) ne accettò la comoda teoria, dalla quale non fu totalmente alieno s. Gregorio di Nissa (Oratio catechetica magna, 26 : PG 45, 69). In Occidente invece la dottrina origeniana guadagnò tardivi, ma numerosi e spinti fautori tra preti, monaci e soprattutto tra secolari dediti al vizio, come attesta s. Girolamo (Ep. 62, 2; 83; 3, 127, 9). Lo stesso Santo, che per qualche tempo aveva caldegglata la nuova teoria, dopo il 396 la rigetto bollandola con parole di fuoco: "Si... omnium restitutio fiet, quae distanila erit inter Matrem Domini et victimas libidinum publicarum? Idemne erit diabolus et Gabriel? Idem Apostoli et daemones?" (In Ion., 3, 6: PL 25, 1142). Ma seplicai la controversia con Rufino, nell'animo del vecchio dottore sembrò rivivere l'idea origeniana (Dial. adv. Pelogianos, 1, 28: PL 23, 544). Lo stesso s. Ambrogio, affascinato dal nome e dall'autorità del didascalo alessandrino, non riusci a tenersi totalmente immune dalla erronea opinione (De Iacob, 1, 6, 26: PL 14, coll. 630-39; cf. I. Tixeront, Histoire des dogmes, II, $9^{2}$ ed., Parigi 1931, p. 334).
Intanto nell'Oriente continuava il corso della vera tradizione attraverso le chiare testimonianze dei simpalestinesi (s. Efrem, Sermo de fine, 8; s. Cirillo di Gerusalemme, Catech., 18, 18: PG 33, 1040), dei Cappadoci (s. Basilio, Hom. in Ps. 28, 8: PG 29, 300), degli Antiochani (s. Giovanni Crisostomo, De Resterectione, 8: PG 50, 430), ai quali in Occidente si associarono s. Ilario di Poitiers (In Mt., 5, 12: PL 13, 1088-89) e soprattutto s. Agostino, la cui limpida dottrina, contenuta in formule di singolare precisione (De Civitate Dei, 21, 17-26: PL 41, 732-36; De haeresibus, 43: PL 42, 96), permeò tutta l'escatologia medievale e costitul la base delle ulteriori speculazioni degli scolastici.
L'originismo escatologico fu condannato dalla Fides Damasi (Denz-U, 16), da Vigilio papa (Denz-U, 211), dai Concili ecumenici. Costantinopolitano II (a. 553), III (a. 680) e Niceno II (a. 787). L'errore di Arnobio (m. ca. il 327), che asseriva l'annichilamento dei dannati, non ebbe sèguito e non provocò condanna alcuna. Quando invece si diffuse presso gli orientali dissidenti l'idea del differimento della retribuzione al Giudizio universale, il Concilio Lionese II (a. 1274) definì che quanti muoiono in peccato mortale "mox in infernum descendere" (Denz-U, 464). Questa dottrina fu nuovamente sancita da Benedetto XII (Denz -U, 531) e dal Concilio di Firenze (Denz-U, 695). Molte altre sono le definizioni della Chiesa concernenti l'i. (v. Denz-U, 40, 410, 429, 835, 1290, 1526).
II. Natura delle pene dell't. - Peccando, l'uomo si allontana colpevolmente da Dio suo ultimo fine ("aversio ab incommutabili bono") e aderisce ad un oggetto creato, da cui trae un effimero godimento ("conversio ad commutabile bonum»). A questi due aspetti del peccato corrisponde la duplice pena del danno e del senso (cf. Sum. Theol., 14-20, q. 87 , a. 4).
I. La pena del danno (lat. damnum $=$ "perdita", "disgrazia") è la privazione del possesso di Dio, solennemente indicata nelle parole "Discedite a me, maledicti" (Mt. 25, 41). Altri testi biblici suggeriscono la stessa idea (Mt. 25, 10-12; I Cor. 6, 9; Apoc. 22, 15), che i Padri svolgono con ampiezza e profondità (cf. s. Giovanni Crisostomo, In Mt. hom., 23, 9: PG 57, 317; s. Agostino, Enchiridion, 112: PL 40, 285). Questa pena, che è tanto grande quanto Dio (rpaena dannati est infinita, quia est amissio boni infiniti»: Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 87, a. 4), costituisce essenzialmente l'i. L'anima, finché rimane nel corpo, non ha coscienza della profonda capacità della sua natura, perché il fascino delle cose finite attutisce l'insoddisfatta brama dell'Infinito. Al momento della morte, l'incantesimo delle cose transeunti svanisce e per l'intuizione propria degli spiriti percepisce nitido il suo rapporto di creatura, che subito provoca l'incoercibile gravitazione del suo essere verso il centro universale degli spiriti. Quest'innata spinta verso Dio, che metafisicamente condiziona l'esistenza creaturale dell'anima, le divela le amisurate profondità della sua natura, che solo Dio potrebbe colmare; nello stesso istante percepisce che la sua ostinata ribellione a Dio sottrarrà per sempre alla sua esigente fame la sazietà del pane divino. Così si attua il più tragico divorzio tra Dio e l'anima. L'eterna ripudiata invano tende per moto istintivo verso Dio poiché per volontà immutabilmente depravata lo odia e da esso si sente respinta. Quest' interna dilaniante contraddizione costituisce l'essenza dell'i. e provoca nel dannato il frenetico moto della disperazione, che Dante ha potentemente sceneggiato nelle terzine, ove descrive il rumoreggiare incomposto della "perduta gente" (Inf., III, 22-30).
L'incomposta rabbia dei reprobi, alimentata dal rimorso impenitente, è il verme che non muore, il favoloso avvoltoio che divora le rinascenti viscere di chi rivive nella morte. Arrovellati nel turbinio di sofferenze sempre nuove, gli eterni espatriati esplodono nell'irosa rivolta contro Dio, che bestemmiano, e nell'odio geloso contro tutti gli uomini, anche parenti prossimi, che maledicono (cf. Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 34, a. 1; $3^{2}$, Suppl., q. 98, a. 1-2, 5-6; Compendium Theologiae, 174; Dante, Inf., 3, 103-105). Così, per una sequela di atti ispirati all'odio disperatamente impotente, i dannati esperimentano con crescente amarezza il duro pungolo di quella morte immortale, che costituisce il "summum malorum" (Sum. Theol., $3^{2}$, suppl., q. 98, a. 6, ad 3), per cui inorridiva l'anima mite di s. Bernardo: "Horreo vermem mordacem et mortem vivacem, horreo incidere in manus mortis viventis et vitae morientis" (De consideratione, 5, 12: PL 182, 803).
2. La pena del senso (così chiamata perché prodotta dalle cose sensibili, divenute strumento della divina vendetta) s'aggiunge alla cruciante privazione di Dio, come un suo complemento. E indicata nelle parole del Giudice Divino: «Ite in ignem aeternum» (Mt. 25, 41), in molti altri passi della Scrittura (Mt. 8, 12; Mc. 43, 47; 9, Lc. 16, 28; Iud. 6) e nel costante insegnamento della Tradizione.
La pena del senso è l'ostilità del creato, che si erge contro il reprobo come strumento efficace della giustizia vendicativa. L'uomo tende verso Dio, come al bene supremo, e tende anche con slancio spontaneo verso l'universo creato, riflesso della bontà divina. Tra queste tendenze non c'è incompatibilità, ma subordinazione. L'uomo può volgersi verso le
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Inferno - S. Francesca Romana condotta in visione da un angelo assiste alle pene dell'i. Affresco di scuola di Antoniaszo Romano (sec. XV) - Roma, convento di Tor de' Specchi.
creature non come un fine a sé, ma come scala al Creatore; posto nell'alternativa di rispettare o di violare questa gerarchia di valori, l'uomo peccando opta per la creatura, sostituendola al Creatore. Al momento della morte, l'impenitente, che ha sconvolto il piano divino, è colpito dal suo stesso disordine (cf. C. Gent. 4, 146). Dio rigettato si ritira, il creato prescelto s'avanza e nella crucifigente finitezza dei suoi elementi coarta e stringe lo spirito malvagio.
Tra questi elementi la Scrittura (Mt. 13, 4-42; 25, 41; II Pt. 2, 6; Jud. 7) e la Tradizione (v. sopra) enumerano, a preferenza, il fuoco, che per un complesso di dati positivi è comunemente ritenuto reale, non metaforico (cf. A. Michel, Feu de l'enfer, in DThC, VI, coll. 11962225). Come il fuoco materiale possa affliggere i puri spiriti, quali il demonio e le anime dannate prima della riturrezione della carne, è certamente misterioso. S. Tommaso, prendendo lo spunto da alcuni testi biblici (II Pt. 2, 4; Apoc. 20, 1-3; Jud. 6), ritenne che il fuoco per modum alligationis impedisca, in un tormentoso costringimento, il libero moto dello spirito, che cosi cade in una nuova sconfinata angoscia (De Veritate, q. 26, a. 1; C. Gent. 4, 90; Sum. Theol., 3, Suppl., q. 70, a. 3).
Altri insistendo sull'effetto specifico del fuoco, che è quello di bruciare, sostennero che quello dell'i. emana delle qualità soprannaturalmente dolorifere (Suárez, De Angelis, disp. 18, n. 14), oppure son d'avviso che quel fuoco, come strumento nelle mani di Dio, sia elevato a produrre un effetto superiore alla sua natura, alla stessa maniera che i Sacramenti, riti sensibili, santificano l'anima, che è spirituale (Lessio, De perfectionibus moribusque dieisci, 13, 30, 216). Qualunque sia il giudizio riserbato a queste spiegazioni, è sempre vero l'insegnamento di s. Agostino: «Quamvis miris tamen veris modis etiam spiritus incorporeos potest paena corporalis ignis affligere» (De Civitate Dei, 21, 10: PL 41, 724).
## III. Proprietà delle pene dell'i. - Le pene
dell'i., se sono per tutti immutabili ed eterne, hanno tuttavia un grado maggiore o minore di gravita, proporzionato al numero e alla malizia dei peccati.
L'ineguaglianza delle pene è affermata dalla Scrittura (Sup. 6, 6-7; Mt. 10, 15; 11, 22; Apoc. 18, 7) e dai Padri, di cui s. Gregorio Magno sintetizza il pensiero: "Quantum esigit culpa, tantum illic sentitur paena" (Stuf. 4, 43: PL 77, 401). La Chiesa ha sancito con il suo magistero indelibile (nel II Concilio Lioneae: "paenis tamen disparibus puniendas"; Denz-U, 464, cf. 429,693 ) questa verità, che è un'esigenza della giustizia (cf. s. Tommaso, Sum. Theol., 3, Suppl., q. 69, a. 5).
L'immutabilitá dei tormenti dell'i. fu negata da Prudenzio (Hymnus de lumine paschali: PL 59, 828) e da alcuni teologi medievali (Gilberto Porretono, Pietro Lombardo, Prepositino di Cremona), che ne ammisero una certa mitigazione per le preghiere e i suffragi dei fedeli. S. Tommaso rigettò quest'opinione come "praesumptuosa, utpote sanctorum dictis contraria et vana" (Sum. Theol., $3^{\circ}$, Suppl., q. 71, a. C). Lo stesso giudizio deve essere dato dei recenti tentativi di Giorgio Mivart (sec. xix) e di Alonso Gctino (m. nel 1946) di dimostrare tollerabili o mitigabili le pene dell'i.
L'eternitá dell'i. è formalmente asserita dalla Scrittura (Mt. 25, 46; Mt. 9, 42; Apoc. 14, 11; 20, 10) e dalla Tradizione (v. sopra), di cui s. Agostino raccoglie tutti gli elementi quando afferma : multum absurdum est" (De Civitate Dei, 21, 52: PL. 21, 736) voler escludere l'eternità dell'i. dalla frase del Signore: "Ibunt in supplicium aeternum " (Mt. 25, 46). La Chiesa ha solennemente definito questa verità nel simbolo (patronque (Denz-U, 40) e nel Concilio Lateranense IV (op. cit., 429). Questo dogma fu lo scoglio contro cui urtò Origene ed è lo scandalo dei miscredenti di tutte le epoche (Celso, unitari, protestanti liberali, razionalisti).
La ragione s'arresta davanti a questo mistero di giustizia e si limita a dimostrare la non assurdità del piano divino. Il peccato e la pena stanno tra di loro come il concavo e il convesso; avendo il peccato rispetto a Dio "quamdam infinitatem" esige una pena infinita se non nell'intensità almeno nella durata (cf. Sum. Theol., $1^{\circ}-2^{\circ c}$, q. 87, a. $4 ; 3^{\circ}$, Suppl., q. 99, a. 1). Il timore del castigo temporale non sarebbe un mezzo efficace contro le passioni, che offrono un godimento immediato, vincerebbe sempre il timore di una pena lontana e limitata nel tempo. Se la pena non fosse eterna, la creatura sarebbe padrona della sua sorte e il compimento dei disegni divini dipenderebbe dal capriccio umano, perché la creatura potrebbe vantarsi, dopo la ribellione del peccato, d'aver costretto Dio a dargli un giorno la sua felicità. Cosl l'epilogo della storia dipenderebbe dalla creatura e non da Dio.
Malgrado queste ragioni, che dimostrano la non ripugnanza del disegno divino, anche oggi, come nel passato, si grida all'impensabile crudeltà di un Dio spirante vendetta. In realtà non è Dio che si vendica, ma è il peccato, mistero d'iniquità, che attrae su di sé un mistero di giustizia. Non è Dio che getta nell'i., ma è il peccatore che sciens et volens vi entra: «in id quod elegerunt eos expellens» (s. Agostino, Enarrat. in Pt. 5, 10: PL 36, 87). Se uno si cavasse gli occhi e vivesse in eterno, sarebbe per sua colpa eternamente cieco e Dio non sarebbe crudele non restituendogli la vista (cf. Sum. Theol., $1^{\circ}-2^{\circ c}$, q. 87, a. $3 ; 3^{\circ}$, Suppl., q. 99, a. 1).
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Antonio Piolanti
IV. Iconografia. - Le più antiche rappresentazioni dell'i. sono meramente simboliche, e nonostante possibili relazioni con le tradizioni orientali, greche e latine che descriveranno anche letterariamente i regni dell'oltretomba, compaiono assai raramente nella primitiva iconografica cristiana, ma sempre in rapporto con due scene del Nuovo Testamento: la Liberazione di Adamo dall'i., come nel ciborio della basilica di S. Marco, del sec. P-vi, e la Parabola del ricco epulone, come in un Salterio greco della Biblioteca di Mosca, del sec. IX. L'i. è indicato da una apertura fra balze rocciose: talvolta invece è identificato con la figura di un principe con tratti ed attributi diabolici.
Questa identificazione compare con particolare frequenza nell'arte occidentale: l'i. viene rappresentato come una fauce di animale salvaggio, spaventosamente deforme, con zanne e denti acuminati, in una visione dall'alto o in uno scorcio laterale (miniatura di un manoscritto della Biblioteca di Oxford, databile verso il 1000). Eccezionalmente vengono aggiunti alla bocca infernale piedi di drago e zanne, apposti subito sotto la gola (miniatura di un Salterio medievale tedesco, ca. del 1233). Questa terribile rappresentazione animalistica, ricordata anche dei musaiciati veneti che ritrassero nella vòtta del battistero di Firenze Satana in atto di divorare i dannati, ebbe particolare fortuna nei paesi nordici. Una miniatura di un Salterio proveniente da Winchester, ora al Museo Britannico di Londra, del sec. xir, mostra palesemente l'identificazione della gola di Satana con la porta infernale, approvendo alle fauci una vera e propria porta con serrami e chiavistelli. Una incisione della bassa Renania, della metà del sec. xv, ricorda ancora tale tema e precisa tale bocca come l'ingresso al regno sotterraneo e alle case dei dannati.
Sono considerate rappresentazioni «reali» dell'i. quelle in cui compaiono gli elementi della pena, in particolare il fuoco. L'i. è pensato generalmente come una fossa o una caverna sotterranea, anche per il ricordo delle descrizioni classiche dell'Averno. Dal fondo sorgono fiamme, oppure è un torrente di fuoco che agorge dai piedi della Croce e cola dalle piaghe del Cristo che riempe l'abisso, avvolgendo in spire i dannati. Ma le varianti
sono molteplici. In una illustrazione miniata della parabola del ricco epulone, nell'Evangeliario dell'imperatore Ottone ad Aquisgrana (sec. x), l'i. è rappresentato come un precipizio infuocato, dal quale esce una testa femminile demoniaca, che porta scritta sui capelli la parola objytus. Altre volte l'i. è considerato come la dimora principesca di Lucifero. Non raramente esso si trasforma in un palazzo gentilizio o in una reggia, come si trova già in un avorio del sec. IX con la scena del Giudizio (nel Museo di Londra). Nell'interno di una torre troneggia la testa gigantesca di Satana, che ingoia i dannati. Il carattere infernale dell'edificio è chiaramente indicato dalle scorie armate dei diavoli che ne fanno la guardia, e dall'ingresso fortificato, con porte, chiavistelli, torrette, ecc. In un libro di preghiere dell'inizio del sec. xv, nella Biblioteca di Londra, il tema è ulteriormente svolto, mentre ricordi di edifici infernali e della cittadella diabolica si notano ancora in Stefano Lochner. Anche nelle raffigurazioni del Giudizio universale compaiono svariate rappresentazioni dell'i., non di rado colorite da un acceso gusto del macabro e del grottesco.
Le maggiori rappresentazioni dell'i. si trovano però in Italia, dove ricoprono intere pareti. Nell'arte bizantineggiante, come a Torcello e a S. Angelo in Formis, l'i. è già suddiviso in più piani ed in diverse sezioni, dedicate a singole specie di dannati. Esse fanno parte delle raffigurazioni del Giudizio universale; così più tardi quella di Giotto, nella parete di controfacciata della capella degli Scrovegni, a Padova, ca. del 1303. Ma Giotto dedica larghissimo spazio all'i., dando forse la più completa descrizione di pene infernali, con una ricchezza di elaborazione fantastica e con tale numero di coincidenza da richiamare alla memoria le pagine dantesche. Egli si ispira direttamente alla tradizione popolare, giovandosi forse della coreografia delle sacre rappresentazioni, delle quali una, svoltasi a Firenze nel 2304, è ricordata dal Villani; è probabile che le coincidenze con la prima cantica della Divina Commedia dipendano dall'uso di fonti identiche. Nel centro, in basso, sta Lucifero, iconograficamente derivato dal pulpito di Pisa di Nicola Pisano. Egli divora i peccatori e ne stringe due fra le mani. Siede sopra draghi con le fauci aperte che addentano i dannati. A destra, in primo piano, si trovano quattro bolge, entro cui soffrono uomini nudi, alcuni capofitti : nello sfondo si estende un paesaggio accidentato, a balze e a rocce, dove si svolgono speciali episodi di pena, secondo la legge del taglione o del contrappasso. Il peccato talora è ripetuto, in situazione invertita e ironizzata (simonia, lussuria, gola, avarizia, ecc.). Accanto alle figure martirizzate in vari supplizi, dalla pentbla infuocata alla forca, appaiono lucertole e ranocchidiavoli, che inforcano, straziano, arrostiscono allo spiedo le loro vittime o partecipano alle macabre rappresentazioni delle colpe. Gli umili ed i potenti, indistintamente mischiati nella pena, si dibattono nella palude devastata dal torrente di fuoco o fra le rocce.
Analoghe rappresentazioni si trovano in S. Maria Maggiore a Tuscania e nel camposanto di Pisa. Con l'affresco di Nardo di Cione, dedicato al Giudizio, ma nel quale l'i. occupa una intera parete, della Cappella Strozzi in S. Maria Novella a Firenze (poco dopo il 1350), la rappresentazione del regno infernale diventa, almeno in Italia, il commento figurato della prima cantica dantesca. Il mondo sotterraneo è visto come da un disegno in spaccato, e le singole zone, ad anelli, sono isolate singolarmente, seguendo il racconto dantesco. I primi 5 cerchi sono a loro volta divisi dal nucleo centrale dell'i. da mura e torri, cinta della città di Dite. Gl'ignavi sono separati cosi dai violenti, i fraudolenti sono accatti nelle malebolge, dove il pozzo si restringe in gironi rocciosi. Lucifero troneggia in basso in un lago ghiacciato, divorando i traditori. Alla visione necessariamente frammentaria non manca il fascino di una caratterizzazione del paesaggio.
Il Rinascimento italiano, pur in nuove interpretazioni stilistiche, non abbandona la concezione dantesca, anzi si giova di essa sapientemente. Basti ricordare, come i disegni del Botticelli per la Divina Commedia, in parte alla Biblioteca Vaticana, gli affreschi di Luca Signorelli
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nel duomo di Orvieto o la barca di Caronte nel Giudizio di Michelangelo.
Fuori d'Italia, fra le molteplici variazioni, le rappresentazioni dell'i. si mantengono quasi medievalmente coetiche, con la suggestione di paesaggi infuocati o di cieli spettrali. Di esse importantissime quelle fiamminghe (dei Bruegel o di I. Bosch) dove al macabro, al deforme o all'informe si congiunge una sensibilità romantica per paesaggi apocalittici, sinistramente illuminati dagli incendi (v. anche demonio). - Vedi tavv. CXVI-CXVII.
BibL.: W. Molndorf, Christliche Symbolik der mittelalterlichen Kunst, Lipsia 1926, p. 116 sg.; K. Klimatle, Ikonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, p. 261 sg.
Eugenio Battisti
INFESSURA, Stefano. - Cronista, n. a Roma da una famiglia della piccola nobiltà abitante nel rione Trevi nella prima metà del sec. xv; m. ivi poco prima del 1500 . Fu giureconsulto di valore, pretore ad Orte, lettore di diritto civile all'Università di Roma e scribasenato. Scrisse un Diario della città di Roma, nel quale è vivissimo il sentimento per le libertà del Comune, che lo riempie di ammirazione per Stefano Porcari (v.). Si accostò a Pomponio Leto, quantunque nel Diario non si dimostri un umanista. Fu un deciso partigiano del Colonna, avverso perciò a Sisto IV, al quale non risparmiò accuse. Malgrado pecchi d'imparzialità e il suo racconto si presenti frammentario, la sua opera è preziosa come fonte storica.
BibL.: Ed. critica a cura di O. Tommasini, Il diario di S. I. (Fonti per la Storia d'Italia dell'Istituto storico italiano, 5), Roma 1890: id., Il diario di S. I., in Archivio della Società romana di Storia patria, 11 (1888), p. 481 sgg.; 12 (1889), p. 3 sgg.; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940 (v. indice). Paolo Brezzi
## INFINITA DIVINA: v. ATTRIBUTI DIVINI.
INFINITO. - Cio che non ha fine né limite. Se ciò di cui si nega il limite è qualche cosa di negativo ed imperfetto, si ha un i. negativo, che coincide con l'indeterminato o l'indefinito (i. potenziale); se invece si nega il limite di qualcosa di positivo e perfetto, si ha l'i. positivo (i. attuale). L'i. potenziale è ciò che non può essere mai esaurito sia nell'accrescimento che nella divisione; l'i. attuale è ciò che contiene in sé, almeno in un certo ordine, la pienezza dell'essere e della determinazione. L'i. sia attuale che potenziale può essere suddiviso in relativo e assoluto. L'i. relativo riguarda un genere particolare dell'essere, come l'i. matematico e, nella dottrina tomista, l'essenza angelica (Sum. Theol., q. 50, a. 2, ad 4). L'i. assoluto invece si riferisce a tutto l'essere senza restrizioni : la materia prima, pura potenza e indeterminazione, come i. potenziale, e Dio, atto puro, perfezione e pienezza assoluta, come i. attuale.
La nozione di i. è fondamentale nella filosofia e nella scienza, fin da quando Anassimandro faceva dell'i. ( $\delta \pi \varepsilon \iota-$ pov) il principio da cui tutto deriva; poiché, come osserva Aristotele (Phys., III, 4, 203 a 1-b 13), tutti i migliori filosofi dell'antichità parlarono dell'i. come principio degli enti : dai fisici ionici, con l'infinità della materia unica originaria, a Melisso, che estende all'i. la sfera immobile di Parmenide, ad Anassagora e agli atomisti, che pongono un numero infinito di elementi in uno spazio infinito; dai Pitagorici, con l'oscura dottrina del numero pati come radice dell'i., a Platone, che trasforma l'i. pitagorico nella diade indeterminata del grande e piccolo. Ma non tardarono ad affacciarsi allo spirito greco le antinomie del finito e dell'i., come appare dai famosi argomenti di Zonone contro il moto e la divisibilità (Aristotele, Phys., VI, 9,239 b 5-40 a 18). La soluzione di tale antinomia spinse Aristotele alla chiara distinzione tra i. attuale e i. poten-
ziale e alla negazione di ogni i. attuale nella materia (ibid., III, 5-7, specialmente 206 a 9-25); tuttavia egli riconobbe, almeno incidentalmente, anche l'infinità attuale positiva nel Primo Motore, i. nel tempo e nella potenza (ibid., VIII, 10,267 b 17-26), ottimo tra tutti gli enti (Met., XII, 7, 1072 b 24-30). L'approfondimento della nozione di i. attuale in tutta la sua positività fu però opera della filosofia cristiana, che riconosce l'infinità come uno degli attributi divini, secondo la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano (Denz-U, 1782).
Nello filosofia moderno fu posto esplicitamente il problema della genesi e del valore reale del concetto di i. Infatti mentre il sensismo e l'empirismo (Locke, Hobbes) negavano semplicemente la nozione di i. attuale e positivo, l'ontologismo al contrario esigeva per l'intelletto umano l'intuizione immediata dell'Ente infinito, non potendo il finito rappresentare l'i., anzi nemmeno essere concepito come tale, se non precede l'intuizione dell'i. Secondo la filosofia tradizionale invece l'intelletto umano ha il concetto di i., ma solo indiretto, analogo e per un processo di doppia negazione, in quanto, dalla considerazione dei vari gradi di realtà, forma non solo il concetto positivo di entità e perfezione, ma anche quello negativo di distinzione e conseguentemente di limite. Con la negazione di questo limite nasce il concetto di i. Tuttavia, mancando l'intuizione diretta, non è possibile passare dall'idea di i. all'efformazione della sua realtà, e nemmeno della sua possibilità; in ció sta l'interno d'oleezza dell'argomento anselmiano, che dal concetto dell'infinità divina arguisce la sua reale esistenza.
In epoca recente lo sviluppo della matematica ha rimesso in rilievo le antinomie dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, prima con il calcolo infinitesimale e poi con i trasfiniti di Cantus. Né meno viva in ogni tempo è stata l'antinomia tra finito e i. nello spazio fisico, tornata in discussione sulle basi del sistema copernicano, della meccanica newtoniana, dei più moderni risultati dell'astronomia e delle recenti teorie fisiche, in particolare della teoria della relatività, che pone lo spazio come finito ma non limitato.
Questi i principali sviluppi storici e i problemi della nozione di i., per la trattazione dei quali v. attributi divini; CONTINUO; Limite; moto; relativitá; universo.
BibL.: Aristotele, Phys. III, 4-8; Met. XI, 10; s. Tommaso, Comm. in. III Phys., lect. 6-13, e in XI Met., lect. iv. Per la storia della nozione: J. Cohn, Gesch. der Unendlichkeit, Lipsia 1896; R. Euler, Wörterbuch der philosophischen Begriffe, III, $4^{4}$ ed., Berlino 1930, pp. 306-20 (con bibl.); R. Mandolfo, L'i. nel pensiero dei Greci, Firenze 1934.
Filippo Selvaggi
## INFINITO e INFINITESIMO: v. MATEM-
TICA.
INFLAZIONE. - Per i. monetaria s'intende l'aumento della quantità di moneta in circolazione al di là di quello che è il fabbisogno dei mezzi di pagamento del mercato. Nel regime monetario aureo l'i. è sempre preceduta dalla dichiarazione di corso forzoso con la quale si viene a sospendere la convertibilità dei biglietti di banca in oro. Tuttavia non sempre e non necessariamente all'instaurazione del corso forzoso segue l'i.; dopo il crollo del sistema aureo la libera convertibilità in oro è venuta a mancare per tutte le monete del mondo, ma in moltissimi paesi il controllo dell'emissione di carta moneta ha impedito il sorgere di fenomeni inflazionistici. In generale l'espansione eccessiva e continuata della circolazione monetaria che dà luogo all'i. è provocata soprattutto dalla necessità della finanza pubblica di fronteggiare bisogni inderogabili e di vasta portata, come di solito il finanziamento della guerra e dell'opera di ricostruzione post-bellica, quando si bisogni stessi non si può sopperire con le normali fonti di entrata rappresentate dal ricorso ai prestiti e dal gettito fiscale; in questo caso non resta allo Stato che spingere la Banca d'emissione a creare la massa
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AFFRESCO ATTRIBUITO A VITALA DA BOLOGNA (v. 1847) . T. 2. 2. 2. 2. 2.
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(fot. Ikritish Counell)

(fot. British Counell)
In alto: VEDUTA DEL VILLAGGIO DI WALL nella valle del Tyne superiore. In basso: RUDERI DELLA CHIESA DI S. GERMANO (1226-43) - Isola di s. Patrick, nel mezzo del mar d'Irlanda.
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aggiuntiva di biglietti necessari ai pagamenti da parte degli enti statali.
Le conseguenze dell'i. sono di vario ordine: la più immediata e significativa è quella del deprezzamento dell'unità monetaria che corrisponde ed è misurata dall'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi. Infatti secondo l'equazione della scambio (v. moneta) l'altezza dei prezzi in un paese risulta direttamente proporzionale alla quantità di moneta in circolazione. A determinare il livello dei prezzi concorre anche la velocità di circolazione dei mezzi di pagamento, la quale in periodo d'i. tende pure ad aumentare, accentuando cosil il grado di deprezzamento della moneta. Gli effetti dell'aumento dei prezzi, nel quale si compendia ogni processo infazionistico, sono di enorme importanza economica e sociale. Tale importanza deriva dal fatto che, non tutti i prezzi singoli e neppure tutte le categorie di prezzi subiscono un rialzo di ugual valore. Se, infatti, il rialzo fosse uniforme e si sviluppasse contemporaneamente per tutti i beni, tutti i servizi e tutti i redditi personali, non si avrebbe altro che un semplice cambiamento nominale dell'espressione monetaria delle diverse grandezze economiche senza alcuna conseguenza negativa o positiva.
La prontezza con cui, da una parte, certi prezzi e certi redditi aumentano, crea per alcune categorie di soggetti cconomici dei larghi profitti di congiuntura, mentre, dall'altra, il ritardo con cui un certo gruppo di prezzi e di redditi si adegua al deprezzamento della moneta si ripercuote in perdite sensibili ed in un abbassamento del tenore di vita per la maggior parte dei soggetti economici. In generale sono le cosiddette classi attive della popolazione, industriali e commercianti soprattutto, che lucrano il grosso dei profitti derivanti dall'i.; nelle fasi più avanzate di questa è invece verso la categoria degli speculatori, che si amplia come numero e come potenza, che tendono a spostarsi i guadagni. Le classi, che scontano invece le conseguenze negative dell'i. sono quelle dei percettori di redditi fissi e dei salariati e stipendiati, le cui retribuzioni presentano una tipica vischiosità a pronti e sufficenti adattamenti.
Nei limiti in cui si risolve a vantaggio delle classi attive l'i. presenta qualche aspetto favorevole, dato che gli appartenenti a tali classi per accrescere i loro guadagni sono portati ad incrementare la produzione. Tuttavia gli aspetti negativi sono di gran lunga predominanti : la diversa dinamica dei redditi provoca drastici spostamenti di ricchezza da una categoria all'altra, creando spesso sperequazioni sociali; in genere i risparmi individuali finiscono per polverizzarsi con conseguenze che per la massa dei piccoli risparmiatori possono essere veramente tragiche; l'apparato produttivo tende alla lunga a disintegrarsi; in molti settori e specialmente in quello commerciale e in quello bancario si verificano fenomeni d'iper-trofia; tutte le correlazioni funzionali del sistema economico subiscono distorsioni e spostamenti che si riflettono anche nel futuro. In una parola, l'i., quando raggiunge certe proporzioni, è uno dei fenomeni più pregiudizievoli a cui può andare incontro una collettività sociale.
BibL.: J. M. Keynes, La riforma monetaria, trad. it., Milano 1925; P. Jannaccone, Prezzi e mercati, Torino 1936; J. Fisher, L'illusione monetaria, trad. it., Milano 1948. Ercole Calcaterra
INFORMATIONES ORALES. - Sono spiegazione o illustrazioni della causa che l'avvocato espone al giudice, onde chiarire le ragioni che militano a suo favore. Si tratta evidentemente di informazioni di carattere privato.
L'uso è stato tollerato in Curia fino al CIC. G. De Luca (Relatio Romanae Curiae, disc. 40 n. 24, in Theatrum veritatis..., XV, Roma 1726, p. 374) ne parla con favore e narra di i. o. fatte allo stesso Sommo Pontefice prima della definizione di certe cause alla Segnatura Apostolica.
Nel diritto attuale esse sono vietate dal can. 1866 § I in conseguenza del carattere del processo canonico che è eminentemente "scritto", si basa cioè esclusivamente sugli atti; donde l'effato "quod non est in
actis, non est in mundo». Si vuole in tal maniera anche sottrarre il giudice alle attrattive del lenocinio di avvocati che possono indurre ad apprezzamenti non del tutto obiettivi.
La norma del CIC è ripetuta nell'art. 132 § i delle Normae della S. Romana Rota (AAS, 26 [1934], p. 134). Tuttavia tanto il can. 1866 che l'art. 132 delle Normae permettono e disciplinano una modesta "disputatio oralis " da parte degli avvocati, che può essere accordata. Di fatto però essa viene raramente usata nel foro ecclesiastico. La disputa orale, dovendo essere moderata, non deve rivestire la forma oratoria; può contenere l'illustrazione delle prove od eccezioni già addotte, ma non già addurne delle nuove. Per ottenere la discussione orale le parti devono esibire per iscritto un breve sommario dei capi da discutere che il giudice può comunicare all'altra parte, assegnando il giorno e l'ora della discussione, che sarà da lui moderata (can. 1866 § 2). Chi nella discussione ecceda, può perdere il diritto di parola e, se si tratta di avvocati o procuratori, possono anche venir sospesi o privati dell'ufficio (Normae S. R. Rotae, art. 134, loc. cit.). Alla discussione deve assistere un notaio per verbalizzarla, nel caso che il giudice lo comandi o la parte lo richieda ed il giudice acconsenta (art. 1866 § 4).
Bibl.: Matteo a Coronato, Institutiones iuris canonici, Torino 1933, pp. 300-302, n 1392; M. Legs-V. Bartoccetti, Commentariae in iudicia ecclesiastica, II, Roma 1979, pp. 920-21; Werra-Vidal, VI, n. 383.
Vittorio Bartoccetti
INFORTUNISTICA. - L'i. studia l'infortunio dal punto di vista medico legale e sociale. La voce infortunio deriva dal latino in ( $=$ contro) fors ( $=$ caso fortunato). Una definizione molto antica è quella del francese Marestaing ( 1869 ), secondo cui l'infortunio consiste in "un attacco al corpo umano proveniente dall'azione improvvisa e violenta di una causa esterna ". Oggi la definizione più in uso è quella del Moriani, secondo cui infortunio è «l'evento per il quale una causa violenta, che nell'ambiente è capace di ledere, messa da fortuito contatto in rapporto con l'essere umano, ne lede in data misura il corpo o la psiche».
L'infortunio è dunque caratterizzato dei seguenti attributi : casualità ed imprevedibilità, evento improvviso estraneo alla volontà di chi lo subisce, esteriorità e anormalità dell'evento.
La causalità e imprevedibilità dell'evento dannoso vanno intese nel senso che pur essendo prevedibile, in maniera generica, la possibilità dell'infortunio, non si conosce né il momento in cui verrà a verificarsi, né la persona che ne sarà oggetto.
Un evento è improvviso ed estraneo alla volontà di chi lo subisce, quando si sviluppa non solo in modo inatteso, ma anche in breve tempo, senza l'intervento di quella volontà che giuridicamente è chiamata, secondo il caso, colposa o dolosa.
L'esteriorità dell'evento va intesa nel senso che il danno deve essere conseguenza di un fatto esterno lesivo e non di fenomeni puramente fisiologici o patologici che si svolgono secondo le comuni leggi della fisiologia é della patologia. Esistono infortuni in cui le esteriorità della causa apportatrice di danno non appare evidente, come nel caso di un epilettico che cada dall'alto di una scala su cui lavora; però in tali circostanze l'evento esterno non è costituito dall'epilessia ma dalle condizioni in cui l'operaio lavorava.
Anormalità dell'evento, secondo il Biondi, vuol dire che l'avvenimento dannoso deve essere costituito da qualche cosa di insolito nel lavoro, che ne interrompa il normale andamento. Secondo il Diez non è carattere indispensabile dell'infortunio la sua anormalità rispetto al lavoro; anormale è il fatto che un dato avvenimento, anche normale nella lavorazione, pro-
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duca danno. Anche la disattenzione, la negligenza, la temerarietà costituiscono un fenomeno anormale che si inserisce nel corso della lavorazione.
Le leggi assicurative italiane, al pari della quasi totalità delle leggi assicurative straniere, si astengono dal dare una definizione dell'infortunio allo scopo di lasciare via libera a più ampie applicazioni di una legge che è stata votata per proteggere il lavoratore dai rischi del lavoro.
Nel R. Decreto 17 ag. 1935, n. 1765 (disposizioni per l'assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali) l'aggetto dell'assicurazione viene precisato dall'art. $2^{\circ}$ con queste parole : «l'assicurazione comprende tutti i casi di infortunio avvenuto per causa violenta in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o una inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, ovvero una inabilità temporanea assoluta che importi l'astensione dal lavoro per più di tre giorni».
L'applicazione pratica delle legge ha dato luogo a discussioni tra gli infortunisti sulla interpretazione da darsi alla dizione "causa violenta in occasione di lavoro».
Quanto alla dizione "causa violenta" si ritiene generalmente che debba essere casi considerata non solo quella che produce il danno repentinamente, ma anche ogni altro evento generatore di danno con la ripetizione di azioni lesive in un tempo ristretto, durante un unico turno di lavoro. Tale è il caso di una dilatazione acuta di cuore che insorga dopo una serie di sforzi inadeguati durante un turno lavorativo. Si ammette inoltre che non sia necessario che il danno segua immediatamente; basta che l'evento dannoso segni l'inizio di fatti morbosi che si svilupperanno in seguito, tardivamente. Tale può essere il caso di una tubercolosi polmonare che si manifesti in prosieguo di tempo, per un grave trauma toracico.
La causa violenta può essere costituita da fattori meccanici, da agenti chimici, microbici, metereologici, elettrici ed inoltre da strapazzi fisici, da emozioni gravi ecc.
L'occasione di lavoro sta nel rischio cui il lavoro ha dato occasione.
Si fa distinzione tra rischio generico e rischio specifico; il primo grava in egual modo sull'operaio e sulla generalità degli uomini; il secondo incombe sull'operaio che esegue un determinato lavoro; il primo non dà titolo ad indennizzo, il secondo si. E ammessa tuttavia la risarcibilità in caso di rischio generico aggravato, come nel caso in cui un operaio, nell'interesse dell'azienda, sia obbligato a sottostare all'azione di fattori danzosi, cui, se fosse libero, potrebbe sottrarsi. Un tipico esempio di rischio generico aggravato può aversi nel caso che un operaio venga colto da folgorazione, mentre lavora in un campo coltivato ad alberi ad alto fusto in una giornata di cattivo tempo, costretto a rimanere sul posto di lavoro da imprescindibili necessità dell'azienda.
Su tali distinzioni si fonda la risarcibilità o meno degli infortuni in itinere. Il danno non è risarcibile quando l'infortunio si verifica mentre l'operaio percorre le comuni vie per recarsi al luogo di lavoro; allora infatti il lavoratore si espone a un rischio generico e non è sufficente la finalità lavorativa a stabilire un nesso causale fra lavoro e danno. E invece risarcibile il danno originato dall'uso di mezzi particolarmente rischiosi, come teleferiche, funivie, ecc. di cui l'operaio debba servirsi necessariamente per recarsi al luogo di lavoro; o anche quando il lavoratore sia obbligato a transitare su passerelle o per sentieri malagevoli tracciati sul ciglio di precipizi, generalmente non praticati da altri, oppure per strade ferrate, ecc.
In ogni caso la risarcibilità non è legata al rischio affrontato nel tempo strettamente destinato alla lavorazione e nel luogo vero e proprio di lavoro; ma sono indennizzabili anche gli infortuni che si verificano durante le piccole pause del lavoro e quelli che si verificano quando il lavoratore si sposta da un punto all'altro per prendere ordini o per provvedere ai fisiologici bisogni dell'organismo.
Per quel che riguarda il rischio affrontato per la esecuzione di mansioni estranee a quelle proprie del lavoratore, si ammette la non risarcibilità, quando il lavoro
venga eseguito per divertimento o per utilità propria o di terzi; invece è risarcibile il danno originato dall'opera di salvataggio dei compagni di lavoro o dei superiori, come pure è indennizzabile il danno causato da azioni delittuose di terze persone (aggressioni, rissa, ecc.), purché il sinistro sia stato causato da ragioni direttamente o indirettamente connesse con il lavoro.
In base alle norme sopra esposte viene riconosciuto infortunio risarcibile il carbonchio, mentre non lo è l'infezione malarica, perché chi contrae la malaria in una data località è vittima di un rischio generico, comune a tutti gli abitanti di quella regione; però in caso di morte per perniciosa malaria l'art. 329 del Testo Unico delle Leggi sanitarie dispone il pagamento di una sovvenzione. Parimenti è indennizzabile la polmonite a frigore, il tetano, la rabbia, la tubercolosi inoculata per mezzo di ferite (inservienti di sale anatomiche, baccai, ecc.).
Si distinguono dall'infortunio le malattie professionali, che derivano da condizioni inevitabili di insalubrità inuta in alcune lavorazioni. Non esistono nelle malattie professionali quella casualità e quella imprevedibilità che sono invece attribute dell'infortunio.
In Italia è stata resa obbligatoria l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali con R. Decreto 17 ag. 1935, n. 1765. L'art. 7 dispone che la spesa dell'assicurazione deve essere a esclusivo carico del datore di lavoro e l'art. 11 stabilisce che la denuncia dell'infortunio deve essere fatta entro due giorni da quello in cui il datore di lavoro ne ebbe notizia e deve essere corredata da certificato medico. L'art. 21 elenca poi le prestazioni dell'assicurazione che sono le seguenti : 1) una indennità giornaliera per la inabilità temporanea; 2) una rendita per la inabilità permanente; 3) una rendita ai superstiti in caso di morte; 4) le cure mediche e chirurgiche; 5) la fornitura degli apparecchi di