rredata da certificato medico. L'art. 21 elenca poi le prestazioni dell'assicurazione che sono le seguenti : 1) una indennità giornaliera per la inabilità temporanea; 2) una rendita per la inabilità permanente; 3) una rendita ai superstiti in caso di morte; 4) le cure mediche e chirurgiche; 5) la fornitura degli apparecchi di protesi. Nell'art. 39 sono contenute le norme da seguire per stabilire il salario in base al quale va calcolata la misura della rendita da corrispondersi all'operaio o ai superstiti. A norma dell'art. 25 la misura della rendita per inabilità può essere riveduta su richiesta del titolare della rendita o dell'istituto assicuratore in caso di diminuzione o di aumento dell'attitudine al lavoro e a norma degli artt. 32 e 33 l'infortunato non può, senza giustificato motivo, rifiutare di sottoporsi alle cure mediche e chirurgiche, compresi gli atti operatori, che l'istituto assicuratore ritenga necessari, anche dopo la costituzione della rendita. L'assicurazione è esercitata dall'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, con le eccezioni di cui l'art. 48. Esistono disposizioni relative alla composizione delle controversie sul diritto alla indennità e alla liquidazione di esse (art. 51 sgg .). Per la valutazione del grado percentuale di inabilità esiste una tabella in cui sono elencate le alterazioni anatomiche e funzionali più importanti che dànno titolo a costituzione di rendita. Tra le provvidenze a favore dei lavoratori che hanno riportato un danno nel lavoro si ricorda l'Istituto Nazionale per l'Assistenza ai grandi invalidi del lavoro, creato con legge 19 luglio 1929, n. 1416.
Meritano infine di essere menzionati l'Ente Nazionale di Propaganda per la Prevenzione Infortuni, organismo di diritto pubblico, riconosciuto giuridicamente con R. Decreto 25 ott. 1938, n. 2176 e gli Istituti di patronato e di assistenza sociale riordinati con Decreto 29 luglio 1947, n. 824.
E dimostrato che più della metà dei casi di infortunio è attribuibile al fattore umano; gli sforzi degli studiosi tendono pertanto a mettere in evidenza, mediante l'analisi del mestiere e la elaborazione di profili psicofisiologici professionali, le attitudini maggiormente impegnate secondo il lavoro, per potere attuare un efficace orientamento professionale e, se possibile, una efficace selezione.
Bial.: G. Pieracciol, Le assicurazioni sociali, Milano 1911; E. Morselli, Le neurasi traumatiche, Torino 1913; L. Borri, Trattato di 1., II. Milano 1918; Bureau international du travail, Les problèmes généraux de l'assurance sociale, Ginevra 1925; Contributa dell'Italia al V Congresso internazionale medico per gli infortuni sul lavoro e per le malattie professionali (Budapest, sett. 1928), Roma 1929; V7 Congresso int. degli infortuni e delle malat-
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tio del lavoro (Ginevra 1931), Ginevra 1931; N. Rampont, Les accidents électriques et leur prophylactie...., Parigi 1933; Bureau international du travail, La statistique des accidents du travail, Ginevra 1938; S. Diez, L'anticurazione contro gli infortuni sul lavoro, Bologna 1940; A. Ciampolini, La traumatologia del lavoro nei rapporti con la legge, I, Roma 1941; S. Diez, Traumatologia infortunistica, ivi 1942; E.N.P.I., Repertorio delle leggi sulla sicurezza e l'igiene del lavoro, ivi 1947; L. Meschieri, Suggerimenti tratti dalla esperienza americana sulla riabilitazione dei minorati, in Rivista degli infortuni e delle mol. prof., 33 (1948), p. 459; A. Tassano, Le cause di morte in Italia nel 1948, in Notiziario dell'ammin. sanitaria, 2 (1949), p. 447 sgg.; S. Diez, L'infortunio e la sua precessione, Roma 1949; G. Nervi, La prevenzione degli infortuni, ivi 1940; E. Cataldi, Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali nella giurisprudenza e nella dottrina, in Rivista degli infortuni e delle mal. prof., 37 (1950), p. 30 sgg.
Eleuterio Boganelli
## INFULA: v. MITRA.
## INFUSIONE: v. battesimo.
INGEGNERE. - Dalla voce ingenium (nel significato tarda di macchina, specialmente bellica) si fa comunemente derivare la voce i., attraverso la forma medievale enceignerius, costruttore di macchine.
Nell'antichità la personalità dell'architetto mal si distingue da quella dell'i. D'altra parte la semplicità delle macchine allora in uso, la loro applicazione, la loro diversità poco sviluppata, pur senza nulla detrarre alla genialità dei costruttori, offriva loro mezzi relativamente limitati e tradizionali. Non fa meraviglia perciò se sino al Rinascimento, pure attraverso costruzioni grandiose e gigantesche, poco risalto acquista la figura del costruttore che rimane quasi quella di un maestro muratore o di un maestro carpentiere. Questo si avvaleva di esperienze secolari continuamente perfezionate, o di segreti gelosamente custoditi in seno alle corporazioni d'arte. Un'importanza di primo piano ed una figura tutta particolare e specializzata l'i. s'è conquistata soprattutto con il finire del sec. xvili; sorgono cosi le specializzazioni di ingegneria civile, industriale, ferroviaria, navale, aeronautica, meccanica, elettrica, agraria, ecc., e la professione dell'i. acquisto d'importanza ogni giorno in proporzione del moltiplicarsi delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecniche.
La professione d'i. qual'è oggi esige una solida preparazione e per di più, dati i rapidi progressi scientifici, un continuo aggiornamento, requisito indispensabile all'affermazione personale, anche per i notevoli riflessi sociali dell'opera e per i numerosi e complessi problemi umani : morali, economici, finanziari, commerciali, ecc., che sono intimamente legati all'esercizio della professione stessa.
Anche per l'i. sono doveri di correttezza professionale una rigida onestà e rettitudine negli affari, la carità verso il prossimo, il non lasciarsi assorbire dalla preoccupazione del guadagno in modo da compromettere la sua drittura spirituale.
L'i. è molte volte uno scienziato egli stesso, che ha concentrata la sua indagine in un campo specialissimo della scienza applicata; ma è soprattutto un tecnico che dà esecuzione a tali applicazioni, perfezionandole per quanto può, inserendo l'opera sua fra capitale e lavoro.
Al primo offre la possibilità di maggiore guadagno, al secondo quella di minore fatica, di più rapida esecuzione, di minor numero di braccia. Il perfezionamento tecnico incide perciò enormemente nella vita sociale e l'i., che ne è il ministro immediato, ha un compito che deve essere pacificatore nelle asprezze che ne insorgono in ordine alla produzione ed agli scambi.
Come capo di uomini, anche quando non sia dirigente d'impresa (v.), l'i., per natura stessa della sua professione, ha rapporti con un mondo umano molto vario, che non può e non deve trascurare. Alcune volte sono rapporti di diretta dipendenza; altre volte il contatto avviene mediante intermediari, come capiofficina, capi-operai, ecc. In ogni caso importa che
la formazione tecnica e morale sia tale da imporsi spontaneamente e conciliargli la stima, la fiducia e l'amore dei dipendenti.
La preparazione tecnica lo deve mettere in grado di impartire ordini di lavoro chiari, precisi e ben ponderati, per non imporre all'operaio un lavoro a vuoto, il che comprometterebbe notevolmente il suo prestigio. Ma non basta che l'i. sia un esperto conoscitore di macchine; lo deve essere soprattutto degli uomini, onde saper proporzionare capacità, carattere di ciascuno lavoro e trattamento.
Bim.: C. Albenga, Ingegneria, in Enc. Ital., XIX, pp. 227231; Brandolese e Bellasio, I problemi morali dell'i. come capo d'nomini, in Atti del I Convegno nazionale dei laureati cattolici, Roma 1937, pp. 95-102; G. Colonnetti, I problemi attuali della professione dell'i. che interessano il pensiero e la vita cristiana, ibid., pp. 87-94; B. Dedé, Influenza della scuola universitaria nella formazione professionale dell'i., in Studium, 33 (1939), p. 460 sgg.; G. R., La funzione direttiva dell'i. fra le maestranze, ibid., p. 669 sgg.; B. Dedé, Periodo di tirocinio professionale dell'i., ibid., 36 (1940), p. 146 sgg.; id., Mentalità tecnica d'oggi ibid., 37 (1941), p. 142 sgg.; G. Colonnetti, L'i. dinanzi a Dio, in VI Corso cristologico. La morale di Cristo e le professioni, Roma 1942, pp. 213-22; B. Dedé, Rapporti tra l'i. e gli operai, in Per una coscienza sociale, ivi 1943, p. 137 sgg.; G. Colonnetti, La tecnica e le storia, Milano 1945.
Luigi Morstabilini
INGEGNERI, Marc'Antonio. - Musicista, n. a Verona, probabilmente verso il $1545-47$, m. a Cremona il I luglio 1592. Assai scarse sono le notizie biografiche. Compì i primi studi musicali nella scuola del duomo veronese sotto la guida di Vincenzo Ruffo, in quel tempo maestro di cappella; quasi certamente prese parte all'attività musicale svolta dall'Accademia filarmonica. Nel 1572 ricoprì la carica di prefetto di musica nella cattedrale di Cremona, ove è probabile che si fosse trasferito sin dal 1568 ; nel dic. 1581 fu nominato maestro di cappella ed in tale ufficio rimase sino alla morte. Ebbe rinomanza anche come violinista ed oltre che per l'attività di compositore è ricordato come maestro del grande Monteverdi. L'opera musicale è assai notevole: nel genere religioso un libro di messe a $5-8$ voci ed un altro a 5 voci, quattro libri di Sacrae cantiones a 4, 5, 6 e 7-16 voci, due libri di inni a 4 voci, i Responsoria Hebdomadae Sanctae; nel genere profano 8 libri di madrigali a 4, 5 e 6 voci.
L'I. è stilisticamente affine al gruppo dei polifonisti dell'Italia settentrionale (Ruffo, Asola, ecc.) che si distinguono per una maggiore concisione nell'elaborazione del testo della Massa, in confronto dei maestri della scuola romana, più vicini alla complessa concezione fiamminga. L'opera religiosa più celebre ed artisticamente notevole è forse il citato libro dei responsori della Settimana Santa, che per lungo tempo fu attribuito al Palestrina, ma che l'esame stilistico compiuto dalla critica moderna ha restituito al vero autore. Molto notevoli sono pure i madrigali profani nei quali, attraverso una particolare chiarezza di struttura, è assai curato il rapporto espressivo fra parola e suono.
Bim.: G. S. Sommi Picenardi, M. A. I., in Gazzetta mu. sicale di Milano, 1896, p. 490 sgg.; F. X. Haberl, Studien über M. I., in Riechrmusikalisches Jahrbuch, 13 (1898), p. 87 sgg.; I. Tiersot, Pour le centenaire de Palestrina. Les Repons de la Semaine Sainte, in Rivista musicale italiana, 32 (1925), p. 381 sgg.; R Casimiri, I XXVII Responsoria di M. A. I. attribuiti a Gino. Pierluigi da Palestrina, in Note d'archivio, 3 (1936), p. 17-40; G. Cesari, La musica a Cremona, in Istituzioni e monumenti dell'arte musicale italiana, VI, Milano 1934, pp. 30-34; E. Dohrn, M. A. I. als Madrigal-Komponist, Hannover 1936.
Luigi Ronga
INGEGNO, Andrea d'Aloigi d'Assisi, detto. Pittore umbro la cui personalità rimane tuttora non chiaramente definita; la ricostruzione tentatane da alcuni studiosi non sembra sempre avere fondamenta molto sicure, mancando opere di certa attribuzione.
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Il catalogo dei dipinti assegnati da A. Venturi all'I. si basa su notizie documentarie e sulle parole del Vasari che lo indica come il migliore degli allievi del Perugino, deplorando come una malattia agli occhi ne abbia troncato la brillante carriera. Nei documenti è ricordato in qualità di pittore dal 1484 al 1490, quando collabora con il Perugino al duomo di Orvieto; dal 1501 al 1516 risulta invece rivestito di cariche amministrative in Assisi.
Biss.: Grmau, s. v. in Thome-Bcker, XVIII, pp. 392-93 (con bibl. precedente). R. van Marle, The development of the italian schools of painting, XIV, L'Aia 1933, pp. 498500. Maria Dorati
## INGHILTER-
RA.-Regione, che con la Scozia e il Galles costituisce l'Isola di Gran Bretagna, e toponimo usato in senso generico quale sinonimo di essa. Qui si tratta e dell'Isola (Gran Bretagna), e del Regno Unito (United Kingdom), a formare il quale concorrono, insieme con la prima, il lembo nordorientale della vicina Irlanda (la cosiddetta «Irlanda del Nord"), con le minori Isole (Anglesey, Wight) ed arcipelaghi (Shetland, Orcadi, Ebridi, Isole Scozzesi).
Sosossario: I. Geografia. - II. Storia civile. - III. Storia ecclesiastica. - IV. Letteratura. - V. Archeologia ed arte. - VI. Ordinamento scolastico.
## I. Geografia.
L'isola di Gran Bretagna, è, per superfice, la più grande (224.220 kmq.) d'Europa e l'ottava del mondo (oltre 9 volte la Sardegna), e spicca per la sua felice posizione geografica, al centro dell'emisfero continentale, interposta coth'è tra l'Atlantico ed il Mare del N. - cioè tra il margine orientale dell'Oceano più frequentato a quello che è stato per secoli il punto d'incontro dei commerci mondiali - e di fronte agli sbocchi dei fiumi navigabili più importanti d'Europa (Mosa-Reno, Scheida, Elba, Senna). Il perimetro costiero, ben articolato in golfi, baie, fiordi (firths) ed estuari, permette al mare di addentrarsi tanto nelle terre, da non lasciarne alcun punto più distante di 120 kmq . Il Solway Firth ed i M. Cheviot separano la Scozia, a N. dall'L, a S. Il frazionamento del rilievo in gruppi isolati da bassure, caratteristico della Gran Bre-

Inghilterra - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
tagna, appare minore della Scozia, dove lunghi e relativamente elevati (Ben Nevis, m. 1343, nei Grampiani) cimali montani sono separati da valli profonde (Glenmore). Nell'I., invece, mentre il settore NO. fa posto a numerosi, ma brevi, tronchi di montagne (Pennini, Cambrici), in quello di SE. prevalgono le pianure (low lands) limitate da modeste groppe collinari (hills, dorons), che sulla Manica s'alzano nelle candide balze calc.ree cui l'isola deve il classico nome di Albione. I due settori sono delimitati da una linea che dalla foce dell'Exe (sulla Manica) adduce per la Severn e la piana di York alla foce della Tees, sul Mare del Nord. Con il dominante carattere di antichissimi rilievi demoliti, proprio del rilievo, è da porre in rapporto la ricchezza di giacimenti minerari (soprattutto ferro e carbone) che li contraddistingue.
Il clima è tipicamente marittimo e temperato, con estati fresche, inverni miti, e modeste escursioni termiche. L'umidità abbondante in ogni stagione si traduce in precipitazioni frequenti e copiose (scarsa la neve), cielo quasi sempre coperto (meno di 40 giorni sereni all'anno, in media) e fitte nebbie. I fiumi, di regola brevi, hanno
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notevole portata e regime regolare e costituiscono ottime vie di navigazione, estese e collegate da numerosi canali. Il paesaggio spicca per il verde intenso della vegetazione, ben conservata nelle pianure (prati), molto danneggiata sui monti, dove il bosco è ridotto ormai a piccoli lembi residuali sulle zone più elevate.
| | Superfice <br> in kmq. | Popolazione <br> (stima 1948 <br> in 1000 ab.) | Densità <br> a kmq. |
| :-- | :--: | :--: | :--: |
| Inghilterra | 131.748 | | |
| Galles | 19.335 | 43.380 | 286 |
| Scozia | 78.740 | 5160 | 65 |
| Irlanda del N. | 13.566 | 1348 | 100 |
| Regno Unito | 243.389 | 49.888 | 206 |
| Isola di Man | 572 | 50 | 87 |
| Isole del Canale | 194 | 95 | 49 |
| | | | 205 |
La popolazione del Regno Unito ( 50,5 milioni ai ab., di cui 43,5 nella Gran Bretagna, 5,2 nella Scozia e 1,4 nel l'Irlanda del Nord), quasi raddoppiata di numero nell'ultimo secolo, è assai irregolarmente distribuita. I $4 / 5$ di essa vivono nei centri urbani, e mentre nei distretti industriali minerari ed in vicinanza dei porti le densità della popolazione sono altissime, le campagne risultano di regola poco abitate, eccetto che in alcune delle plaghe più feraci e produttive. In complesso la densità così del Regno Unito ( 208 ab. a kmq.) come della Gran Bretagna ( 194 ) è la più alta d'Europa se rapportata a regioni di pari ampiezza. Delle 52 città che contano ( 1950 ) oltre 100 mila ab., tre superano ognune il milione di ab. (Londra e Birmingham in Inghilterra, Glascow in Scozia), quattro i 500 mila ab. (Liverpool, Manchester, Sheffield e Leeds, tutte in Inghilterra) e 48 i 100 mila (di cui 41 in Inghilterra, 3 in Scozia ed i nell'Irlanda del N.).
L'economia del Regno Unito ha colorito spiccatamente industriale e commerciale. Mentre alle industrie, agli scambi ed ai trasporti son dediti oltre $2 / 3$ della popolazione britannica, solo una modestissima aliquota di questa (ca. il $4 \%$ ) si occupa dell'agricoltura.
Cercali (avena, frumento, orzo) e colture alimentari o industriali da un lato, e prodotti dell'allevamento (ovini, bovini, equini; carni, latticini) dall'altro, attestano del grado assai progredito dell'attività dei rurali britannici, ma senza le importazioni il territorio metropolitano potrebbe soddisfare al fabbisogno interno per non più di tre mesi, forse, all'anno: da $1 / 3$ ad oltre $2 / 5$ di quelle, infatti, è assorbito, normalmente, da prodotti alimentari. Nelle aziende agricole prevalgono la grande proprietà e la grande conduzione.
Notevole importanza ha la pesca, favorita sia dalle larghe possibilità dei mari vicini (aringhe nel Mare del N.), sia dall'attività dei marinai isolani (merluzzo dei banchi di Terranova); insignificante la silvicoltura.
L'enorme sviluppo preso nel Regno Unito dalle industrie estrattive e, di conseguenza, quello delle industrie di trasformazione al principio del secolo scorso è in patente rapporto con l'abbondanza delle risorse che la Gran Bretagna possiede in carbon fossile (calcolate in 200 mi liardi di tonn.) e in minerali di ferro, nonché con la felice ubicazione di tali risorse e con la facilità dei trasporti in questa che è l'unica regione completamente insulare d'Europa. I giacimenti carboniferi si raggruppano attorno ai Monti Pennini e nel Galles; la produzione si è tenuta dal 1910 ad oggi in media sui 200-250 milioni di tonn. annue, di cui ca. $1 / 5$ esportato. Quanto al ferro, invece, nonostante le notevole quantità di minerale estratto (da 7 a 16 milioni di tonn. annue), se ne deve importare dall'estero, per alimentare il grandioso gruppo delle industrie pesanti (concentrate soprattutto a Sheffield, Birmingham e Glasgow), che, dopo le tessili (con la cotoniera alla testa, che si localizza essenzialmente fra Manchester e Liverpool, e sul Clyde), sono a base dell'economia britannica. Grande sviluppo hanno naturalmente anche le industrie meccaniche, diffuse in tutto il paese, le costru-
zioni navali (Clyde), la metallurgia (Galles meridionale), la lavorazione dell'alluminio, le industrie chimiche, ecc. Il dopo guerra è caratterizzato da una razionale modernizzazione di tutte queste attività, orientate sempre più verso la produzione di oggetti di largo consumo, che trovino smercio per larga parte sul mercato nazionale.
Alle esigenze poste da una simile struttura economica provvede un adeguato sviluppo del commercio, che si giova di un'ottima organizzazione bancaria e soprattutto di una flotta mercantile che fu, innanzi la seconda grande guerra mondiale, la prima del mondo (con i suoi 18,5 milioni di tonn. di stazza, è oggi superata da quella degli U.S.A.). Il Regno Unito dispone di porti tra i più frequentati d'Europa (Londra, Liverpool, Burkenhead, Manchester, Glasgow, Cardiff, Newcastle, Hull, ecc.), di un'ottima rete ferroviaria ( 32,8 mila km.) e di un'attrezzatura aerea che le assicura rapidi collegamenti con ogni parte del mondo. Si tenga infine conto che il Regno Unito costituisce il centro di uno dei più vasti e popolosi complessi politici della Terra, il Commonwealth britannico, così distribuito :

Il Regno Unito è una monarchia ereditaria costituzionale, retta da un governo democratico con rappresentanza bicamerale (Camera dei Lords, in parte elettiva, e Camera dei Comuni). Istituzioni proprie hanno cosi l'Irlanda del N. (Parlamento e governo autonomi), come l'Isola di Man ( 572 kmq . e 51 mila ab.), come le Isole Normanne ( 194 kmq ., 95 mila ab.). In Europa dipendono dal Regno Unito Gibilterra e Malta ( 321 kmq . con 280 mila ab.). La capitale del Regno Unito è Londra, il cui distretto metropolitano conta 8,3 milioni di ab., dei quali 3,3 costituiscono la cosiddetta contea di Londra, il resto l'Outer Ring.
BbL.. A. Siegfried, L'Angleterre d'aujourd'hui, son évolution économique et politique, Parigi 1924; G. Harvey, Scotland, Londra 1932; I. F. Unstead, The British Isles, ivi 1932; R. C. Euser, England 1870-1914, ivi 1936; L. Dudley Stamp, The face of Britain, ivi 1940; E. G. Beven, Wales: a study in geography and history, Cardiff 1941; M. D. Fogarty, Prospects of the industrial areas of Great Britain, Londra 1945; P. E. P., Britain and the world trade, ivi 1947; L. Dudley Stamp, Britain's structure and scenery, ivi 1947; A. Demangeor, The British Isles, ivi 1950. Giuseppe Caraci
## II. Storia civile.
I. Storia medievale. - L'abbandono dell'isola da parte dei Romani segnò l'inizio delle invasioni teutoniche (Iuti, Angli e Sassoni). Le popolazioni celtiche si ritirarono nelle province occidentali e in parte emigrarono nell'Armorica. Le tribù sassoni si organizzarono in regni : sette (eptarchia) nel sec. vir, ridotti a tre nell'viir; e infine si unificarono nel sec. IX sotto la supremazia del Wessex. Ma già nella seconda metà del sec. viII erano incominciate le invasioni dei Danesi. Il re sassone Alfredo arrestò la loro avanzata, lasciando loro i territori nord-orientali, ma costringendoli a riconoscere la sovranità del Wessex. Al principio del sec. XI altri invasori danesi penetrarono nell'isola, e la conquista fu completata da Canuto (1016-35). Dopo la sua morte il trono tornò ai Sassoni con Edoardo il Confessore (1042-66), il quale, educato in Normandia, popolò le alte gerarchie di elementi normanni. Nel 1066 fu eletto re il sassone Aroldo, ma il duca di Normandia Guglielmo
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lo dichiarò usurpatore e, sbarcato in Inghilterra, sconfisse i Sassoni ad Hastings, dove Aroldo cadde sul campo. Guglielmo riuscì a consolidare la sua conquista : sebbene elementi del feudalismo preesistessero alla venuta dei Normanni, solo allora esso si affermò come sistema politico, ma Guglielmo seppe fondare una forte monarchia, limitando il potere dei grandi feudatari. Alla morte del suo successore Enrico I, il trono, dopo un periodo di anarchia, passò alla casa angioina dei Plantageneti con Enrico II (1154-69). Questi rafforzò ancora il potere sovrano, accrescendo l'autorità della curia regis e istituendo i giudici itineranti, che sostituirono nei tribunali locali la giustizia del re a quella privata. Da questo sistema derivò la formazione della common law, nella quale si fusero le varie consuetudini indigene; e per due secoli ed oltre, il tema essenziale della politica inglese fu la ricerca di un equilibrio fra il potere regio e i diritti dell'aristocrazia laica ed ecclesiastica. Nel 1215 i baroni imposero a Giovanni Senzaterra la Magna Charta, che allora fissò solo il concetto feudale di una limitazione dell'assolutismo monarchico, ma che adombrava aspirazioni più vaste, quali apparvero con sempre maggior rilievo nelle successive revisioni. Un primo accenno di questi sviluppi si ebbe con Edoardo I (1272-1307), quando furono convocati anche quei rappresentanti delle comunità che in seguito costituirono la Camera dei Comuni (piccola nobiltà e borghesia). Per quel periodo tuttavia essi erano chiamati a parte, e solo per decidere su richieste finanziarie della Corona. In questi anni la conquista del Galles unificò l'Inghilterra meridionale, mentre dal 1314 la Scozia si dichiarava indipendente.
Nel 1328 Edoardo III (1327-77), rivendicando la corona di Francia, dette inizio alla guerra dei Cent'anni. Nonostante le loro vittorie militari, gl'Inglesi dovettero infine abbandonare la Francia, dove dal 1453 conservarono solo Calais. Questo insuccesso ebbe in seguito per l'Inghilterra felici conseguenze perché, obbligandola a rinunciare all'espansione territoriale, l'orientò verso una politica di potenza marittima; ma l'effetto immediato fu la disastrosa guerra civile delle Due rose, provocata dalla rivalità fra le case di Lancaster e di York. Dopo un fosco periodo di violenze e di usurpazioni, Enrico Tudor, imparentato con i Lancaster, sposò Elisabetta di York, conciliando le parti e iniziando una nuova dinastia.
II. Storia moderna. - Enrico VII (1483-1509), instaurando un sistema di rigide economie, non dové ricorrere a nuove tasse e poté così fare a meno di convocare il Parlamento. D'altra parte la nobiltà era uscita decimata da un secolo di guerre, mentre il timore suscitato dal moto dei lollardi induceva i possidenti a sostenere il Re per averne protezione. Così Enrico VII, appoggiandosi alla nobiltà minore e ai mercanti, poté domare i superstiti della grande aristocrazia feudale. Ma non creò una nuova amministrazione né un assolutismo legale, e perciò in Inghilterra la monarchia non raggiunse quella onnipotenza che acquistò in Francia con i Valois. Con Enrico VIII (1509-47) la politica estera inglese fu rivolta ad impedire un'egemonia della Francia sul continente. E l'appoggio dato a Carlo V nelle guerre di predominio divenne un più stretto legame di alleanza e quasi di dipendenza quando la regina Maria (1553-58) sposò Filippo II. Un completo rovesciamento di tale indirizzo si ebbe invece con Elisabetta (1558-1603). Gl'Inglesi cominciano ora ad acquistare coscienza delle loro possibilità marinare, e poiché affacciandosi sugli oceani vedono la via sbarrata dalla potenza navale spagnola, la Spagna appare loro il nemico da eliminare. Cosi si può dire che ragioni politiche ancor più che religiose indussero Elisabetta ad aiutare i Fiamminghi contro la Spagna. Ed Elisabetta dette il massimo incoraggiamento agli audaci navigatori ed esploratori come Francis Drake e Walter Raleigh (che fondò nel 1584 la prima
colonia, la Virginia). Nel 1587 l'esecuzione di Maria Stuart fu considerata da Filippo II come una sfida. Ne seguì una guerra e la disfatta della invincible armada che flaccò la potenza navale spagnola. All'interno, durante il regno di Elisabetta, ebbe inizio un profondo rivolgimento economico, favorito dall'immigrazione fiamminga che contribuì a trasformare gl'Inglesi da allevatori di bestiame e produttori di lana in industriali, armatori e navigatori. Ma ciò dette origine ad un dissidio fra Corona e Parlamento che l'energia e il prestigio della Regina poterono sopire ma non eliminare. La nuova classe di colore che si erano arricchiti con le confische dei beni ecclesiastici e con la mercatura vedeva ormai nel Parlamento il difensore dei suoi interessi e nell'assolutismo regio il suo avversario.
Durante il regno di Giacomo I Stuart si ebbero le prime avvisaglie del conflitto che, inasprito dai contrasti religiosi, scampiò violento con Carlo I (1625-49). Nella guerra civile l'esercito regio prevalse su quello del Parlamento, finché questo non trovò un capo in Oliviero Cromwell. Sconfitto e preso prigioniero, Carlo fu processato e giustiziato. Anche il Cromwell si trovò ben presto in dissidio con il Parlamento: così, fallitogli il tentativo di creare una repubblica democratica, instaurò un regime dittatoriale, facendosi proclamare Lord protettore (1653). Due anni prima aveva emanato l'editto di navigazione, che vietava il commercio nei ponti e nelle colonie inglesi a tutte le navi non costruite in Inghilterra e non guidate da marinai inglesi. La vittoria sull'Olanda, che reagì al colpo con le armi, dette enorme sviluppo ai traffici dell'Inghilterra e alla sua marina mercantile. Nel 1657 il Cromwell concluse con il Masarino un'alleanza contro la Spagna, e nel nuovo conflitto l'Inghilterra guadagnò Dunkerque e la Giamaica. Il Cromwell mori nel 1658: gli successe come Lord protettore il figlio Riccardo, ma, privo dell'energia e del prestigio paterno, dovette poco dopo abdicare. Nel 1660 il Parlamento richiaroò gli Stuart con Carlo II (m. nel 1685). Questi mirò a restaurare l'assolutismo monarchico: per avere l'appoggio di Luigi XIV gli vendette Dunkerque e si alleò con lui contro l'Olanda. Ma tale politica e le sue tendenze cattoliche suscitarono la reazione del Parlamento, che gli impose la pace con l'Olanda e il matrimonio della nipote Maria con Guglielmo d'Orange. Nel 1679 fu anche approvato l'Habeas corpus ad subiciendum Act, che tutelava la libertà dei cittadini contro gli arresti arbitrari. A Carlo successe il fratello Giacomo II (1685-89). Sebbene cattolico non suscitò opposizioni, perché la sua età avanzata e il fatto che l'erede Maria fosse sposa all'Orange non facevano temere ai protestanti una restaurazione cattolica; ma quando Giacomo ebbe un figlio che fu battezzato con il rito cattolico e volle imporre una dichiarazione d'indulgenza per i non anglicani, gli avverzari chiamarono Guglielmo d'Orange, che sbarcò in Inghilterra e mercilò su Londra. Giacomo fuggì in Francia, e il Parlamento riconobbe come sovrani Guglielmo III e Maria, dopo che ebbero ratificato la dichiarazione dei diritti, nella quale erano enumerate tutte le libertà conquistate dagli Inglesi, dalla Magna Charta in poi. Con l'Orange ha inizio un regime costituzionale : si fissa l'uso che i ministri siano scelti dal Parlamento, e al Parlamento la legge di successione del 1701 attribuisce il diritto di scelta del sovrano.
Guglielmo III fu l'animatore della lega d'Augusta contro Luigi XIV, il quale nella pace di Ryswick dovette riconoscerlo re d'Inghilterra. In questa guerra, come in quella per la successione di Spagna, l'Inghilterra prende la direzione della politica europea, in veste di campione dell'equilibrio. In realtà, per consolidare e difendere il suo dominio marittimo, essa vuole che gli Stati medi o piccoli, rivicoracchi del Mare del Nord, dell'Atlantico o del Mediterraneo, non siano asserbiti dai grandi ma restino indipendenti e così aperti all'influsso politico ed economico della nazione più potente sul mare. Queste ragioni, e necessità strategiche, la indurranno in avvenire a scendere in campo e a promuovere coalizioni contro qualsiasi potenza che cerchi di insediarsi sulle rive continentali del Mar del Nord.
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Inghilterra - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
Anche la nuova grande alleanza antifrancese del 1700 fu promossa da Guglielmo III. Questi morì nel 1702 e gli successe Anna Stuart (1702-14). L'anno prima era stato approvato l'Act of settlement, che, ove Anna non avesse avuto figli, assegnava la successione alla casa di Hannover. La politica estera non subì mutamenti. Nella guerra di successione spagnola la flotta inglese penetrò nel Mediterraneo, occupando Gibilterra e Minorca. Con la pace di Utrecht l'Inghilterra conservò questi acquisti, ebbe dalla Francia la baia di Hudson e Terranova e dalla Spagna preziosi privilegi commerciali nell'America latina. Nel 1707 era stata proclamata l'unione della Scozia con l'Inghilterra.
Nel 1714 salì al trono Giorgio I di Hannover. La mediocrità dei primi sovrani della nuova dinastia favorì la trasformazione del gabinetto, fin qui composto di semplici consiglieri del re, in un vero ministero responsabile di fronte al Parlamento, ed uno dei suoi membri, Roberto Walpole, assunse di fatto le funzioni di primo ministro. Il Walpole adottò una politica di raccoglimento, e mantenendo buoni rapporti con la Francia, durante venti anni di pace, consolidò la dinastia e arricchì il paese.
Ma questo arricchimento generò nuove aspirazioni espansionistiche. Nel 1739 l'Inghilterra dichiarò guerra alla Spagna e subito dopo partecipò alla guerra di successione austriaca a fianco dell'Austria. Dopo la pace di Aquisgrana ( 1748 ), che costrinse le parti a restituire gli acquisti fatti, gli Inglesi continuarono la lotta in India, battendo i Francesi e preparando la fondazione di un nuovo impero. L'accresciuta potenza absburghese indusse l'Inghilterra ad allearsi nel 1736 con Federico II di Prussia, e questo provocò l'alleanza della Francia con l'Austria. Nella guerra dei Sette anni il ministro inglese Guglielmo Pitt considero le operazioni in Europa come un diversivo e dette il maggiore impulso alla guerra coloniale, estesa, dopo la conclusione del patto di famiglia borbonico, anche ai domini spagnoli. I Francesi rioccuparono Minorca, ma le loro flotte furono disfatte da quella inglese. Con la pace di Parigi (1763) la Francia restitutl Minorca, dovette cedere il Canada, quasi tutti i possessi indiani, parte delle Antille e il Senegal. Così l'Inghilterra, combattendo o finanziando alleati, aveva successivamente abbattuto la potenza olandese e la spagnola, eliminato l'egemonia della Francia e bilanciato sul continente la supre-
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mazia degli Absburgo, contrapponendo loro le giovani forze della Prussia.
Nella seconda metà del Settecento si delinea la grande rivoluzione economica prodotta dall'introduzione delle macchine nelle fabbriche. Cio avviene in Inghilterra prima che altrove, perché più forte vi è lo squilibrio fra popolazione operaia e richiesta di prodotti, e tale precedenza le dà modo di trionfere nella gara industriale fra le nazioni. Ma questa vittoria dà origine ad aspre lotte sociali. Gli operai, che vedono nelle macchine una fonte di disoccupazione e nel lavoro delle donne e dei fanciulli un espediente per tener bassi i salari, si uniscono nelle prime associazioni. Loro arma è lo sciopero, che sbocca spesso in moti insurrezionali. Il governo interviene autorizzando leghe padronali di resistenza e giungendo fino a considerare le unioni e agitazioni operaie come reati politici. Gli industriali promuovono opere di assistenza ai lavoratori, ma il metodo è quello filantropico dell'Onminismo, e solo nel secolo successivo si arriverà alle grandi leggi di previdenza sociale.
III. Storia contemporanea. - Il primo periodo del Regno di Giorgio III (1760-1820) segna un arresto nelle fortune inglesi. La rivolta delle colonie d'America provocò l'intervento della Francia e della Spagna, che assicurò la vittoria agli insorti. Con la pace di Versailles (1783) l'Inghilterra riconobbe la loro indipendenza, restitul alla Francia il Senegal, alla Spagna la Florida, ma conservò il Canadá. La Rivoluzione Francese suscitò dapprima simpatie negli Inglesi più liberali e non dispiacque ai politici, perché le lotte interne non potevano che indebolire la tradizionale avversaria; ma quando la Convenzione riprese il vecchio programma egemonico della monarchia borbonica e occupò il Belgio, l'Inghilterra intervenne, e da questo momento fu l'instancabile organizzatrice di coslizioni contro la Repubblica francese e contro l'Impero napoleonico. La flotta britannica troncò la spedizione d'Egitto con la vittoria di Abakir (1* ag. 1798) e si assicurò definitivamente il dominio del mare con quella di Trafalgar (1805). Non volse a piegare la tenacia degli Inglesi il blocco continentale che, se colpi seriamente i loro commerci, danni non minori arrecò alle nazioni dell'Impero. La resistenza che gl'insorti spagnoli, con l'aiuto dei soldati di Wellington, opposero ai Francesi segnò il primo declino delle fortune napoleoniche, che crollarono nella disfatta inflitta loro dallo stesso generale a Waterloo. Al Congresso di Vienna l'appoggio che il Castlereagh dette al Talleyrand mantenne l'equilibrio continentale impedendo una ulteriore espansione della Russia e assicurando all'Europa alcuni decenni di pace. Delle colonie l'Inghilterra non permise che si parlasse e cosi poté conservare tutti gli acquisti fatti nell'ultimo ventennio.
Dopo il 1815 il predominio dei conservatori, con la repressione dei movimenti operai e il rincaro della vita prodotto dalle leggi protettive dei cercali, provocò la diffusione di idee socialistiche e agitazioni popolari contro i privilegi parlamentari dell'aristocrazia fondiaria; finché i ministeri Canning e Peel iniziarono una nuova politica di riforme. Nel 1832 fu allargato il diritto di voto, e nel 1846 trionfó la campagna liberista promossa da Riccardo Cobden.
Nel 1837 sali al trono Vittoria. Il suo regno rappresentò per l'Inghilterra un enorme accrescimento di ricchezze e di potenza. Nei rapporti con l'estero i governanti inglesi, fossero conservatori o liberali, si opposero sempre a qualsiasi tentativo di turbare l'equilibrio delle forze in Europa. Appoggiarono l'Austria per impedire una ripresa imperialistica della Francia; combatterono, anche con le armi, le aspirazioni russe di espansione mediterranea. Nei moti e nelle guerre del Risorgimento italiano rimasero indifferenti ed ostili finché temettero la formazione di piccoli Stati gravitanti nell'orbita della Francia; ma quando, contro la volontà di Parigi, si profilò la costituzione di un solo regno, al quale l'estensione delle coste avrebbe resa necessaria l'amicizia inglese, dettero valido siuto al movimento unitario. In seguito fiancheggiarono la "triplice alleanza" contro la Francia e la Russia. Nel campo coloniale l'èra vittoriana vide completata la conquista dell'India, che divenne nel 1858 una colonia e nel 1877 un impero, acquistate Aden e la Nuova
Zelanda, annesso il Natal alla colonia del Capo, costretta la Cina ad aprire i suoi porti e a cedere Hong Kong. A questi ingrandimenti si accompagnò tuttavia una profonda trasformazione del regime coloniale: il Canadà nel 1867 , l'Australia nel 1900 divennero Stati federali autonomi sotto la sovranità britannica (dominions). E tale trasformazione si estese successivamente alla maggior parte delle colonie inglesi.
All'interno il diritto elettorale fu ancora allargato nel 1867 e nel 1884 (solo nel 1918 si giunse al suffragio universale). Per molti anni si avvicendarono al potere conservatori e liberali, ma la proposta del Gladstone di concedere l'autonomia (home rule) all'Irlanda provocò la scissione dei liberali e la formazione del partito unionista, capeggiato da Joseph Chamberlain, con programma imperialista e protezionista. Di contro sorse il Labour Party, espressione politica delle Trade Unions. Nel 1906 liberali e laburisti riportarono una grande vittoria elettorale. Nel 1911 furono approvate leggi che limitavano l'autorità della Camera alta; dal 1911 al 1914 una serie di provvidenze a favore degli operai.
Fino alla morte di Vittoria (nel 1901 sali al trono Edoardo VII al quale successe nel 1910 Giorgio V) l'Inghilterra si era astenuta da ogni impegno con altre potenze; ma quando si delinearono le ambizioni egemoniche della Germania, e questa iniziò una gara di armamenti anche navali e disputò alle merci inglesi tutti i mercati del mondo, Londra strinse accordi con la Francia e la Russia, dette maggiore impulso alle costruzioni marittime e riorganizzò l'esercito. Nel 1914 l'illusione tedesca di un'Inghilterra neutrale fu subito delusa. L'intervento, fatalmente determinato dalla tradizionale politica di opposizione a qualsiasi egemonia continentale, fu affrettato dalla violazione della neutralità belga, che permise all'Inghilterra di legittimare la difesa dei suoi interessi con ottimi motivi giuridici e morali. Nella conferenza della pace a Versailles il rappresentante inglese Lloyd George, d'accordo con il Clemenceau, dopo avere accettato in teoria i principi del Wilson, riuscì in pratica ad annullarli. Così l'Inghilterra si assicurò nuovi vasti acquisti coloniali; ma l'assurdo tentativo di distruggere politicamente ed economicamente la Germania, e il contegno tenuto verso l'Italia che, in dispregio dei patti conclusi, fu trattata piuttosto come una nemica che come un'alleata, furono una delle cause, non l'unica ma non certo la meno importante, che precipitarono le due nazioni nell'avventura fascista e nazista. Nell'intervallo fra le due guerre mondiali l'economia britannica, dopo un periodo di grave crisi industriale, si risollevò brillantemente fra il 1931 e il 1935. Ma quattro anni dopo scoppiava il nuovo conflitto.
La vittoria angloamericana non ha risolto i problemi essenziali della politica inglese, ma li ha sotto molti rispetti aggravati. Già nel 1931, mentre l'Irlanda acquistava la piena indipendenza, fu modificato lo statuto del Commonwealth: il Parlamento britannico non ha più il diritto di legiferare per i dominions, e i primi ministri degli Stati che ne fanno parte non dipendono più dal gabinetto inglese ma direttamente dal sovrano. Anche l'India non è ora più un impero, ma una repubblica indipendente inserita come le altre nel Commonwealth. E l'Inghilterra, mentre gli Stati Uniti le hanno tolto la supremazia mondiale nel campo economico, politico e militare, deve affrontare il difficile problema di conciliare i suoi interessi e doveri di capo di una comunità di Stati sparsi in tutti i continenti, con i suoi interessi e doveri di membro della comunità europea, che non può più considerarsi come in passato "vicino al continente ma non facente parte di esso ".
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(prego. Enc. Celt.)
Inghilterra - Cartina storica dell'I. (secc. v-viII): 1) vescovato; 2) arcivescovato; 3) monastero; 4) monastero doppio.
## III. Storia ecclesiastica.
I. Dagli inizi alla "Riformia». - La penetrazione degli Angli e dei Sassoni, dopo la partenza dei Romani, sommerse nei territori occupati il cristianesimo (per la prima evangelizzazione: v. bRitannIA) al quale però rimasero fedeli le popolazioni celtiche dell'Irlanda e del Galles. Nel Galles i missionari cattolici organizzarono e diressero la difesa che lo salvò dall'invasione. L'opera di evangelizzazione compiuta da s. Patrizio aveva mirato ad inserire l'Irlanda nella civiltà e cristianità romana, ma dopo la sua morte (46r), la Chiesa irlandese, per la caduta dell'Impero e l'isolamento della sua terra dal mondo cattolico, assunse il carattere di Chiesa nazionale, mentre a base dell'ordine sociale permaneva la tribù e non la
parrocchia, e la vita monastica conservava il tipo rigidamente eremitico senza influssi benedettini. Dall'isola, s. Columba, alla metà del sec. vi, portò nella Scozia i riti e gli ideali monastici irlandesi. Alla fine dello stesso secolo Gregorio Magno inviò in Inghilterra una missione diretta dall'abate benedettino Agostino, che riusci a convertire la popolazione del Kent. E poiché Londra non accolse allora i missionari cattolici, la sede della Chiesa restaurata fu posta a Canterbury dove rimase definitivamente. Il cristianesimo si diffuse nella Northumbria (sec. viI) quando il vescovo Paolino ne converti il re Edvino; fu abbattuto quando quel regno venne assorbito dalla Mercia, ma poco dopo una missione proveniente dal monastero scozzese dell'Isola di Iona, guidata da Aidan, evangelizzo nuovamente Northumbria, Mercia ed Essex. Quando Agostino convocò i vescovi celti e chiese loro di celebrare la Pasqua alla stessa data degli altri cattolici, di somministrare il Battesimo secondo il rito romano e di predicare la fede ai pagani anglosassoni (cosa che i Celti avevano sempre rifiutato di fare, in odio agli invasori), i vescovi rifiutarono. Per alcuni anni essi mantennero la loro intransigenza, finché Oswy, re di Northumbria, riunì un Sinodo nel monastero di Whitby, dove s. Cutherto e la maggior parte dei prelati celti aderirono alla Chiesa romana. Dal momento di questa unificazione la Chiesa offrì al paese un modello di ricostruzione amministrativa dello Stato e di riorganizzazione sociale, facendo rapidamente scomparire il regime di tribù. Il Re trasse prestigio dal riconoscimento ecclesiastico, mentre i vescovi e gli abati divenivano i suoi consiglieri negli affari di governo. La definitiva sistemazione della gerarchia ecclesiastica fu opera di Gregorio di Tarso e dell'abate Adriano. Con Gregorio, arcivescovo di Canterbury dal 669 al 690, fu perfezionato il sistema parrocchiale, e i vescovi, con competenza territoriale, furono sottoposti come i monaci al primate di Canterbury. Gregorio e Adriano introdussero in Inghilterra la civiltà mediterranea, portando a Canterbury copia di volumi greci e latini e promovendo lo studio di quelle lingue. E la nuova cultura si diffuse nell'isola, producendo la scuola di Beda e Jarrow o fondando quella biblioteca di York dove Egberto, scolaro di Beda, fu maestro di Alcuino. Conservata così in Inghilterra, la cultura poté tornare sul continente al tempo di Carlomagno. Nel sec. x la corruzione dei monasteri provocò anche in Inghilterra un'azione riformatrice, riflesso del movimento di Cluny. In quest'opera di
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risanamento si segnalarono abati e vescovi, fra i quali Etelvoldo, vescovo di Winchester, e soprattutto s. Dunstano, arcivescovo di Canterbury, che fu anche per lungo tempo il più autorevole consigliere della Corona.
La nuova invasione danese non danneggio la Chiesa, perché Canuto soppresse il paganesimo, benefico gli istituti religiosi e lasciò che i prelati anglosassoni conservassero i loro posti. Un afflusso di altri elementi latini si ebbe invece dall'inizio del sec. xI. Il movimento riformatore francese promosso da alcuni monasteri (come quello di Bec, di cui furono priori Lanfranco e Anselmo) si diffuse anche in Inghilterra, mentre Edoardo il Confessore introduceva buon numero di Normanni nelle alte gerarchie ecclesiastiche: Roberto di Jumièges fu da lui nominato primate d'Inghilterra. Tali sostituzioni furono completate dalla conquista normanna. Ma gli effetti di questa non si limitarono ad un mutamento di persone. In Inghilterra come altrove si lamentava un profondo decadimento del livello morale e intellettuale del clero, che per la sua ignoranza e i cattivi costumi non era più rispettato. La simonia imperava nelle elezioni dei vescovi. Il partito riformatore che, capeggiato da Ildebrando, dirigeva a Roma la politica della S. Sede, appoggiò le rivendicazioni di Guglielmo, perché la Chiesa era da tempo in ottimi rapporti con i duchi di Normandia, e perché la fazione sassone del conte del Wessex, Godvino, padre di Aroldo, aveva illegalmente conferito la carica di primate a Stigand, che aveva anche mantenuto rapporti con l'antipepo. Guglielmo si impegnò ad attuare la riforma della Chiesa inglese secondo i principi di Ildebrando ed ebbe cosi per la sua spedizione la benedizione papale e il vessillo della S. Sede. Nel 1070 Lanfranco fu nominato arcivescovo di Canterbury. Poiché l'arcivescovo di York contestava la sua primazia, la questione fu deferita al Papa che la rinviò ad un concilio inglese. A Windsor nel 1072 fu accolta la tesi di Lanfranco, che ebbe cosi l'autorità necessaria per compiere l'opera riformatrice. In una serie di concili fu gradatamente affermata l'indipendenza legislativa della Chiesa: il Re continuò a convocare le riunioni e a presiederle, ma di qui innanzi le questioni ecclesiastiche furono discusse solo dai chierici, e i provvedimenti approvati divennero leggi della Chiesa. Conseguenza di ciò fu nel 1076 la separazione delle corti ecclesiastiche dalle laiche: i violatori delle leggi canoniche furono sottoposti alla sanzione del vescovo, e fu assicurato ai decreti ecclesiastici l'appoggio delle autorità temporali. Dal 1070 al 1076 furono approvati altri provvedimenti: si migliorò il sistema monastico, vennero riformati i Capitoli delle cattedrali, sostituendo in molti luoghi il clero regolare ai canonici. Si andava cosi precisando la tendenza a sottomettere la Chiesa inglese alla Curia di Roma, sottraendola ad ogni ingerenza statale. Ma circa i due principi basilari del partito riformatore: il celibato ecclesiastico e il divieto delle investiture da parte del potere civile, mentre il decreto pontificio che proibiva il matrimonio dei preti fu accettato con la riserva che fossero riconosciuti validi i matrimoni precedentemente contratti dai parroci, ai quali in passato non si estendeva tale divieto, Guglielmo rifiutó cortesemente ma fermamente di prestare al Papa l'omaggio feudale, e quanto alle investiture Lanfranco, pur riconoscendo il diritto papale di eleggere i vescovi, sostenne l'esistenza di uno speciale privilegio della Corona inglese per tali nomine e ne chiese la conferma, che Gregorio VII concesse limitatamente alla vita di Guglielmo. Cosí il problema era rimandato ma non risolto. In conclusione, mentre si riconobbe che ogni vescovo dovesse chiedere il pallio di riconoscimento, e che il Papa potesse invalidarne l'elezione, e anche in questioni amministrative si fece ricorso alla S. Sede e si tenne la gran conto il suo parere, il Re mantenne immutate tre sue decisioni : non riconoscerci in Inghilterra alcun pontefice né potersi ricevere sue lettere senza il consenso del sovrano; gli atti dei concili non essere obbligatori senza la sanzione regia; nessun suddito poter essere scomunicato contro la volontà del re. Questa politica di
compromesso ebbe buoni risultati allora per lo spirito conciliante di Lanfranco e l'energia di Guglielmo, ma fu la prima origine delle lotte religiose che agitarono l'Inghilterra per secoli.
Il figlio di Guglielmo, Guglielmo Rufo, abusò dei poteri ereditati dal padre nei rapporti con la Chiesa. Quando Lanfranco morí (ro69), non si curò di sostituirlo e per cinque anni si appropriò le rendite della sede di Canterbury. Solo quando, gravemente ammalato, si credette in punto di morte, cedette alle pressioni dei prelati e dei baroni ed elesse arcivescovo Anselmo, priore di Bec, che cercò inutilmente di ricusare la nomina. Essendo guarito, Guglielmo si trovò subito in aspro contrasto con il prelato, uomo che aveva la modestia di un santo ma una inflessibile fermezza nel difendere i diritti della Chiesa. Quando Anselmo riconobbe papa Urbano II senza il consenso del Re, dovette lasciare l'Inghilterra e rifugiarsi in Francia, dove rimase fino alla morte del sovrano. Poiché questi aveva lasciato di nuovo senza titolare la sede di Canterbury, Enrico I appena salito al trono accordò una Carta con la quale s'impegnava tra l'altro a non lasciare mai vacanti i benefici ecclesiastici. Anselmo fu perciò richiamato e riprese possesso della sua sede. Dopo lunghi dibattiti la questione delle investiture fu risolta di comune accordo nel riso. Il Re riconosceva al Papa il diritto d'investire i vescovi con il pastorale e l'anello, ma il