da poeta qual'era, G. non era stato insensibile alla bellezza dell'insieme. Questo intervento sembra aver portato i suoi frutti in Giovanni di Montreuil stesso, il quale non fu affatto un ribelle che disprezzasse una eventuale ristrettezza di spirito di G. Nutrito di opere classiche, il cancelliere fu in realtà considerato come un maestro da questo umanista e da molti altri. Il fatto è ricco di significato storico. Ponendosi chiaramente nella tradizione del tema ciceroniano già modificato da s. Agostino: Vir Christianus dicendi peritus G. lo adatta, in modo del tutto originale e significativo, alla spiritualità della sua epoca: Vir Christianus in sacris litteris eruditus. Questa formola nuova dirige l'evoluzione dell'umanesimo francese durante i secc. xv e xvi al punto che, per una chiara linea di dipendenze, troverà la sua più sicura dimostrazione nell'opera di Guglielmo Budé.
Il periodo 1402-1403 è caratterizzato da una intensa attività. L'8 nov., le due Lactiones contra vanam curiositatem in negotio fidei definiscono la posizione di G. riguardo ai problemi tecnici della scuola. Fedele allo spirito di s. Bernardo, il cancelliere si propose di ricondurre alla sobrietà della fede cristiana l'intemperanza speculativa che infieriva all'Università di Parigi. Tra l'ott. 1402 e la fine del marzo 1403 il Trilogus in materia schismatis sviluppò la tesi della restituzione d'obbedienza. Simultaneamente svolse la terza parte della sua trilogia sulla vita spirituale: il De mystica theologia speculativa

(per cortesia del sec. prof. A. Combes)
Gerson, Jean - G. nel suo studio. Miniatura francese della fine del sec. xv o inizio del sec. xvi, che serve di frontespizio a un codice dell'Imitazione di Cristo, intitolato come segue: Incipit Liber primus Yohannis Germanii, cancellerii Parisiensis, de Imitatione Christi - Parigi, Biblioteca nazionale, Nouvelles acquisitions latines, 3024, f. 2^{°}.
la cui 41^{text {a }} considerazione accorda il nihil obstat alla mistica di Ruysbroeck. Con la prima domenica dell'Avvento 1402 incominciò anche la serie continua dei sermoni francesi Poenitemini et credite evangelio, di una grande densità morale (ne sono rimasti tredici), più la grande passione francese del Venerdi Santo Ad Deum vadit, che ne è il coronamento.
Un nuovo momento importante della vita di G. s'iniziò con la restituzione dell'obbedienza a Benedetto XIII, che venne celebrata dal cancelliere a Parigi il 4 giugno 1403. Il 9 nov., a Marsiglia, offrì al Papa gli omaggi dell'Università pentita. Il 1^{°} genn. 1404, a Tarascona, espose un programma di riforme che non manca di arditezza. Entrato a far parte del Capitolo di Notre-Dame di Parigi, il 28 genn. 1404, difese l'onore dell'Università contro Carlo di Savoisy il 19 luglio. Il 7 nov. 1405 , davanti alla corte, ma assente il Re ammalato, pronunciò il più celebre dei suoi discorsi, il Vivat rex, diretto in parte contro la tirannia del duca di Orléans. Tuttavia è inesatto pensare che G. abbia espresso idee, che autorizzassero la rivolta e preparassero il tirannicidio e che poi le abbia rinnegate. Le Decem considerationes principibus utilissimae, alle quali ci si è per lungo tempo affidati, sono un'opera apocrifa e tendenziosa! G. era troppo moderato per abbracciare le teorie rivoluzionarie di un Occam o di un Marsilio da Padova.
Durante il 1407 si dedico soprattutto agli affari dello scisma. Essendo stato designato, con Pietro d'Ailly, a far parte dell'ambasciata che doveva negoziare l'incontro di Savona tra i due Papi, pronunciò in francese a Notre-Dame, il 18 marzo, un
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discorso di congedo, Vade in pace, in cui dà utili consigli all'ambasciata. Questa non giunse ad alcun risultato tanto a Marsiglia come in Italia. Ritiratosi a Genova il cancelliere vi compose, da sett. a nov., la parte pratica del suo trattato De mystica theologia, che fu pubblicato, completo, verso la Pasqua del 1408. Rispondendo all'appello dell'arcivescovo di Reims, aprì, il 4 maggio, il Concilio di quella provincia e vi pronunciò due sermoni sui doveri dei prelati e dei sacerdoti in genere.
Intanto il 23 nov. 1407, a Parigi, Giovanni Senza Paura aveva fatto assassinare il duca d'Orléans. L'8 marzo il criminale trovò il suo apologista nella persona del teologo Giovanni Petit. Poiché G. condannò chiaramente la teoria del tirannicidio sostenuta dal Petit soltanto nel 1413, questo ritardo è stato giudicato molto severamente, ma ci sono ragioni per scusarlo.
Il sermone Venint pax chiudeva la quarta assemblea del clero di Francia. G. si era dimostrato molto moderato, per quanto, deluso dalla più recente politica dei papi, avesse ben notato la viva reazione degli ambienti francesi contro Benedetto XIII, che aveva scomunicato Carlo VI. Egli in questo periodo di neutralità da parte francese, evitò ogni misura ed ogni argomento eccessivo. Non assistette al Concilio di Pisa, ma nel 1409 incominciò la composizione del trattato sull'unità della Chiesa. Tra il 5 giugno e l'8 luglio lo completò con l'inchiesta intitolata De auferibilitate papae ab Ecclesia, dove, preso dal timore dell'impossibilità di superare la scisma, espose le sue teorie conciliaristiche. Dal 31 luglio al 5 ag. G. fece la sua ultima visita a Bruges; dalla sua carica venne esonerato il 30 giugno 1411. Poco prima del 25 dic. 1409 predicò a Parigi davanti al Re il sermone Pax hominibus in favore del ritorno dei Greci, discorso che testimonia delle sue preoccupazioni per l'unità della Chiesa. Durante lo stesso anno, dopo aver studiato le Passions de l'âme, compose un opuscolo Sur la méditation.
I tre anni seguenti sembrano vuoti; G. fu in quel periodo molto ammalato. La rivolta del 1413 diffuse ed applicò, con una giustizia esecutiva ammorta, la teoria del tirannicidio. G. stesso fu minacciato nella persona e nei beni. Il vittorioso ritorno degli Armagnacchi a Parigi gli permise finalmente, il 4 sett., di inserire nel suo discorso francese Rex in sempiternum le famose sette proposizioni tratte dal discorso di Giovanni Petit del 1408. Egli ne domandò la condanna. Non si può credere che G. abbia oscillato per difendere i suoi interessi personali tra il partito dei Borgognoni e quello degli Armagnacchi. Non vi è alcuna contraddizione tra la dottrina del Vivat rex del 1405 e quella del Rex in sempiternum del 1413. G. si dimostrò soprattutto un francese, devoto alla persona del suo Re e difensore della dottrina cristiana, tuttavia, anche in queste circostanze politiche favorevoli al suo intervento l'opposizione però forte come lo dimostrano le reazioni del Concilio della Fede, tenuto a Parigi dal 30 nov. 1413 al 19 febbr. 1414 e che giunse, il 23 di quello stesso mese, ad una sentenza episcopale di condanna. Come per la polemica sul Roman de la rose, G. avrebbe voluto ridurre tutta la discussione ad un processo dottrinale. Invece, nella realtà dei fatti, si ebbe un processo agli individui che, durante quattro anni, amareggiò la vita del cancelliere e alla fine lo costrinse all'esilio. Il vescovo di Arras, Martino Porée, avversario implacabile di G., attribuì a questo ultimo delle espressioni eccessive, che gli storici hanno avuto il torto di accettare come vere.
Il 21 febbr. 1415 G. arrivò al Concilio di Costanza, di cui non fu, come è stato detto, l'anima, ma la vittima. Il perdurare dello scisma ed il suo profondo zelo, che si proponeva di prevenire i disordini provocati dai delitti e dalle eresie, gli ispirarono degli espedienti inefficaci e delle tesi veramente erronee (v. conciliarismo), di cui si valsero i gallicani del sec. xvir, trattandole però abusivamente come teorie astratte e non occasionali. Per altro gli sono stati attribuiti dei trattati apocrifi: soprattutto il De modis uniendi di Thierry de Niem. Nel suo ser-
mone del 21 luglio, Prosperum ita faciet, G. subordina l'esercizio del potere sovrano del papa ad alcune restrizioni, mentre stabilisce, senza riserve, che il Concilio non può intaccare né l'assolutezza del potere papale conferita da Cristo, né, a fortiori, diminuirla.
Ma a Costanza, Martino Porée e Pietro Cauchon difesero anche Giovanni Senza Paura contro l'accusa di eresia, e se il 6 luglio 1415 soltanto la prima tesi denunciata da Gerson Quilibet tyrannus, fu condannata (ciò che non accontentò nessuno), il 15 genn. 1405 il giudizio del Concilio di Parigi fu annullato. G. diede allora alla sua attività conciliare un orientamento sempre più spirituale. Già il 26 apr. 1415 aveva pronunciato un ammirevole discorso sulla preghiera ed il 3 ag., esaminando la canonizzazione di s. Brigida, era stato spinto a pubblicare il suo De probatione spirituum. Durante i giorni 7 e 8 sett. 1416 scrisse o parlò sul culto di s. Giuseppe, una delle devozioni più profonde ed originali di G., in favore della quale, fin dal 17 ag. 1413, aveva mandato una lettera a tutte le Chiese. Sono del 17 genn. 1417 un sermone ed un trattato sull'unione di Cristo e della Chiesa; del 3 apr. 1418 il trattato Sur la véritable religion et perfection, in cui difese, contro il domenicano Matteo Grabon, il movimento religioso sorto nei Paesi Bassi e designato con l'espressione devotio moderna.
La riconquinta sanguinosa di Parigi da parte dei Borgognoni, il 28 dic. 1418 , condannò G. all'esilio. Una prima tappa lo condusse a Rattemburg (Inn) dove dal giugno all'ag. 1419 compose la sua grande opera De consolatione theologiae. Gli ultimi dieci anni della vita sua furono di una attività spirituale e letteraria intensa. All'abbazia di Mölk (Austria) compose il suo grande poema eroico Josephina. Dopo aver rifiutato l'offerta di una cattedra all'Università di Vienna, accettò, nel 1419, l'ospitalità che gli offrì suo fratello Giovanni, priore dei Celestini a Lione. Nel 1425 prese dimora, sempre a Lione, presso la Collegiata di S. Paolo, dove l'arrivescovo gli assagnò una abitazione e una rendita. Durante questo periodo G. rivide le sue opere e ne compose di nuove di carattere soprattutto morale e contemplativo, ma di mole considererole e la cui semplice enumerazione sarebbe già di per sé lunga. Basta ricordare il suo De concordia metaphysicae cum logica, finito il 24 dic. 1426; il Collectedium super Magnificat degli sa. 1426-27, di grande importanza per la dottrina spirituale, per la mariologia e la teologia eucaristica; la sua Consultation en faveur de Jeanne d'Arc del 14 maggio 1429, fu il canto del cigno.
Bist., Per tutto l'argomento cf. la copiosa monografia di I. B. Schwab, Johannes G., Würdburg 1836, che non è ancora stata sostituita. Si citeranno qui soltanto i lavori che sono stati pubblicati dopo la bibliografia data alla fine del lavoro di sintesi parziale di I. L. Connolly, John G. reformer and mystic, Lovanio 1928. I volumi di A. Combes indicati infra contengono molti sviluppi e studi biobibliografici e cronologici che superano il campo delimitato dai loro titoli rispettivi.
Sulla biografia: M. J. Pinet, La vie ardente de G., Parigi 1929: H. Dacremont, G., ivi 1929: E. Vansteenberghe, G. a Bruges, in Revue d'histoire ecclésiastique, 31 (1935), pp. 5-52: P. Glorieux, L'année universitaire 1392-93 à la Sorbonne à travers les notes d'un étudiant, in Revue des sciences religieuses, 19 (1939), pp. 429-82.
Sulle opere: Opera omnia, 5 voll., a cura di E. Dupin, Anversa 1706. Edizioni e riedizioni a cura di E. Vansteenberghe in Revue des sciences religieuses, 13 (1933), pp. 163-85, 393-424; 14 (1934), pp. 191-218, 370-95; 15 (1935), pp. 532-66; 16 (1936), pp. 33-46, 441-73; 19 (1939), pp. 24-47; a cura di A. Pons, Les sept Heures de la Passion, Parigi s. d.; a cura di A. Thomas, Jean G. et l'éducation des dauphins de France, ivi 1930; a cura di I. B. Montroyeur, Le traité de Jean G. Initiation à la vie mystique, ivi 1943 (La montagne de contemplation, La mendicité spirituelle). Frammenti di opere sono stati pubblicati criticamente da A. Combes, Essai sur la critique de Ruydevech par G., I: Introduction critique et dossier documentaire, ivi 1945, pp. 615-869. Per il Commentaire inédit des Sentences attribuito a G., cf. E. Longpré in Archivium Franciscanum historicum, 23 (1930), pp. 251252 (senza riserva) e A. Combes in Archives d'hist. doctr. et litt.
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du moyen dge, 12 (1939), pp. 363-85 (pone il problema senza concludere). Circa i manoscritti originali francesi di una sessantina di sermoni francesi di G. e circa le edizioni parziali realizzate dopo Dupin, cf. L. Sorrento, Discorsi francesi del G. Il problema dei manoscritti, in Medievalia, Brescia 1943, pp. 287-316; L. Mourin, L'oeuvre onatoire française de 7. G. et les mat. qui la contiennent, in Archives d'hist. doctr. et litt. du moyen âge, 12 (1946 pp. 223-61. La passione Ad Deum vadii è stata oggetto di una edizione non critica da dom G. Frénaud, Parigi 1947, che, contrariamente all'edizione anteriore di Carnahan (detta critica), tiene conto dell'insieme dei manoscritti. Dieci sermoni francesi sono stati pubblicati criticamente e studiati dal punto di vista dottrinale, letterario e linguistico da L. Mourin. Six sermons français inédits de Jean G., Parigi 1946; Le sermon "Parnatus est nobis", in Les lettres romanes (Lovanio), 2 (1948), pp. 315-24; 3 (1949), pp. 31-43, 105-45; Le sermon "Factum est proahum", in Recherches de theol. anc. et médiévale, 16 (1949), pp. 99-134; i sermoni "Ave Maria" e "Suscepimus", in Scrip. torione (Bruxelles), 2 (1948), pp. 221-40; 3 (1949), pp. 39-68.
Sulla filosofia, teologia dogmatica e morale : oltre alle opere d'insieme, si consulterà con prudenza W. Dross, Die Theologie Gerson, Gütersloh 1931, al quale ha recato grandi correzioni I. B. Monnoyeur, La doctrine de G. augustinirnne et bonaventurienne, in Etudes franciscaines, 46 (1934), pp. 690-97.
Sulla teologia mistica: M. I. Pinet, La montagne de contemplation. La mendicité spirituelle. Etude..., Lione 1927; I. Stolzenberger, Die Mystik des Johannes G., Breslavia 1928; P. Pourrat, 7. G. et l'appel à la contemplation mystique, in Revue apologétique, 49 (1929), pp. 427-38; J. B. Monnoyeur, G. et l'appel à la contemplation, in La vie spirituelle, 23 (1930), pp. 4968; A. Combes, L'instheticité geronienne de l'v Annotatio doctorum qui de contemplatione", in Archives d'hist. doctr. et litt. du moyen age, 12 (1939), pp. 291-364; id., Jean G. commentateur diomysien, Parigi 1940; id., G. et Fimorins, in Archives..., 14 (1945), pp. 394-390; id., Essai, cit., I, completato da Sur la date des sermons universitaires de G. Pour la fête du 7eudi-Saint, in Archives..., 15 (1946), pp. 331-482; id., Essai, cit., II, La première critique geronienne de - De ornatu spiritualium nuptiarum -, Parigi 1948.
Sulle teorie politiche: A. Coville, Jean Petit. La question du tyrannicide au commencement du XVè siècle, Parigi 1932; C. Schaffer, Die Staatslehre des 7. G., Colaria 1932.
Sul grande schema e teorie ecclesiologiche: cf. N. Valois, La France et le grand schisme d'Occident, 4 voll., Parigi 1896-1902 ed i complementi e le correzioni in A. Combes, Jean de Montreuil et le chancelier G. Contribution à l'histoire des rapports de l'humanisme et de la théologie en France au début du XVè siècle, ivi 1942; H. Iedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, p. 15 e passim.
Su G. e la storia letteraria francese: per la polemica sul - Roman de la rose e cf. A. Combes, Jean de Montreuil, cit.; id., G. et la naissance de l'Humanisme, in Revue du moyen dge lutin, 1 (1945), pp. 259-84; L. Mourin, Sermons français de G., op. cit.; F. Simone, Rassegna di studi sul Quattrocento francese, in Rivista di letterature moderne, 2 (1947), pp. 132-69.
Andrea Combes-Luigi Mourin-Franco Simone
GERSONIDE (Ratbag = Rabbî Lèwî ben Gèrşôn). - Filosofo ebreo, matematico, astronomo e commentatore biblico, n. nel 1288 a Bagnols (Francia meridionale), m. il 20 apr. 1344, detto anche Leo de Balneolis o Leon de Bagnols, Leo Hebraeus, Maestro Leon.
In quanto filosofo, G. è interprete del sistema aristotelico nell'esposizione di Averroè e autore dell'opera Milbdmâth 'Adhêndj ("Le guerre del Signore», titolo che, dato il razionalismo di G., uno dei suoi critici spiega : «Le guerre contro il Signore»). A differenza di Sa'adhjâh, { }¹ Maimonide e Albo, G. non tende ad esporre un sistema completo del giudaismo, ma si occupa di singoli problemi, e soprattutto dell'intelletto umano alla luce del pensiero aristotelico nei commenti di Alessandro di Afrodisia e di Temistio, di Avicenna e di Averroè.
L'intelletto materiale non è una sostanza, ma soltanto una disposizione, una possibilità di accogliere le idee. Quello attivo non è un problema dell'anima umana bensì un'emanazione delle "intelligenze separate» e precisamente del motore della sfera lunare. L'intelletto materiale astrae dalle immagini della fantasia la loro essenza concettuale e diventa così intelletto in actu. A tale cambiamento contribuisce l'intelletto attivo. Soltanto la parte razionale dell'anima è immortale. La beatitudine del-
l'uomo post mortem dipende dal grado del sapere teorico da lui acquistato in vita. La beatitudine nell'al di là consiste nella contemplazione priva ormai di arricchimento per conoscenza nuova.
In conformità allo spirito dei tempi, G. dà importanza a visioni oniriche di valore divinatorio e determinate dalla posizione dei movimenti dei corpi celesti.
A questa genere di fenomeni apportimo la profczia. Gli errori di previsione da parte dei profeti, astrologhi e indovini sono dovuti ad imperfezioni nelle osservazioni astronomiche, all'intervento di atti di libera volontà, o a casi. La sapienza e l'uso della libertà offrono all'uomo la possibilità di formare la propria sorte. Nella profezia l'intelletto attivo agisce direttamente sull'intelletto materiale. Nelle visioni oniriche e nella divinazione esso agisce sull'immaginazione e soltanto a mezzo di essa sull'intelletto. Con ciò G. esclude l'ispirazione divina dalla profczia.
L'onnascenza divina non si estende ai particolari, perché il particolarismo si addice soltanto alla materialità. Iddio giusto non conosce i particolari e da qui le ingiustizie che si notano nella vita.
Gli accidenti casuali e gli atti della volontà libera non entrano nella sfera della prescienza divina ed è cosi che la Provvidenza divina non si estende sui particolari. La Provvidenza divina individuale consiste nel retto uso da parte dell'uomo dell'intelligenza e delle sue doti intellettuali e morali. La sventura segnerebbe un decadimento intellettuale. G. considera errata l'opinione di Aristotele sull'eternità del mondo.
Le idee contenute nelle Guerre si riflettono nei suoi commenti biblici. La Bibbia è un avviamento alla perfezione intellettuale - la più importante - e morale. La cosmogonia biblica è per lui la base della fisica fisiologica. L'acqua si divide in quattro elementi e nella quinta essenza, dunque essa è materia che esiste a b aeterno. La Bibbia legifera, dunque l'uomo è dotato di una volontà libera. Dio preannuncia gli eventi futuri, dunque la sorte dell'uomo è determinata attraverso l'ordine naturale. Con l'aiuto del proprio accorgimento l'uomo può sfuggire al destino; ecco perché si legge: "Iddio si penti".
Bibl.: J. Hunk, A history of med. 7ew. philos., 2² ed., Nuova York 1930, v. indice; id., s. v. in Ene. Iud., VII, pp. 324-38; J. Teicher, Studi preliminari sulla dottrina della conoscenza di G., in Atti. docud. Livest. 6^{°} serie, 8 (1932), pp. 300-10; G. Viola, Introduction à la pensée juive du moyen âge, Parigi 1947, pp. 159-69 e 223 sg.
Eugenio Zolli
GERTRUDE la Grande, santa. - Grande mistica, n. il 6 genn. 1256, m. nel 1302 o 1303.
I. La vita. - Le notizie biografiche che si hanno intorno a G. la G. sono ben scarse e per la maggior parte contenute nelle sue opere.
Non si sa dove nacque. Entrò ancor bambina (1261) nel Monastero cistercense di Helfta presso Eisleben (Germania), ove trascorse tutta la vita. Si diede nell'età giovanile appassionatamente agli studi classici, assai in onore nel monastero di cui faceva parte, il che la condusse presto ad uno stato di tiepidezza, da cui si risollevò dopo una crisi interiore e una visione dal Salvatore avuta il 27 genn. 1281, ch'ella chiamò poi la sua «conversione». Cominciò allora a dedicarsi allo studio dei Padri della Chiesa e della S. Scrittura, approfittando al massimo delle sue brillanti doti naturali, specialmente dell'eloquenza, per il bene delle consorelle di Helfta. Una unione abituale con Dio e un ricco succedersi di doni mistici interiori (visioni, rivelazioni, le stimmate invisibili, ecc.) caratterizzarono la sua esistenza, cosi che fu chiamata la più grande mistica del sec. xili (cf. R. Medici, Questioni critiche intorno a s. G. la G., in Rivista storica benedettina, 15 [1924], p. 256).
Il culto fu approvato dalla S. Sede, dapprima (1606) per singoli monasteri, poi per l'Ordine di S. Benedetto (1647). Nel 1731 fu esteso da Clemente XII a tutta la Chiesa. Festa il 16 nov.
Fu confusa talvolta con s. Gertrude di Nivelles, ma più spesso con s. Gertrude di Hacheborn, sua contemporanea (1232-92) e abbadessa nello stesso monastero,
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II. Le opere. - Delle suc esperienze mistiche interiori G. lasciò scritti di grande valore spirituale che ebbero grande influsso su asceci e mistici posteriori. Scrisse in volgare dei trattatelli, ora perduti, su passi oscuri della Bibbia, a forllegi di massime tratte dai ss. Padri. Si pensa che abbia avuto parte nella compilazione del Liber specialis gratine di s. Matilde di Hackeborn, sorella di Gertrude di Hackeborn. Opere certamente sue e tramandate sono le Revelationes o Legatus divinae pictatis, e gli Exercitio spiritualia. Le Revelationes constano di 5 libri, di cui solo il secondo fu scrito di pugno della Santa, mentre il primo fu redatto dalle consorelle dopo la sua morte, e i seguenti furono scritti sotto sua ispirazione o dettato. L'opera fu sottomessa alla censura dei teologi mentre G. era ancora vivente e fu approvata.
III. La spirtiualita. - Le opere di s. G. non sono trattati di mistica speculativa, ma sono espressione della sua esperienza vissuta : sono in gran parte un dialogo tra l'anima e Dio. Ebbero molta influenza nel suo atteggiamento le particolari circostanze in cui era venuto a trovarsi il monastero di Helfta nel secolo della sua fondazione: anzitutto il grande influsso dell'Ordine cistercense a cui apparteneva, gli scritti di s. Bernardo assai divulgati, il diffondersi dello spirito francescano e anche il formarsi della grande scuola mistica tedesca domenicanz alla fine del sec. xili.
La pietà gertrudina é essenzialmente liturgica, legata come è alle tradirioni benedettine. Tutto il quarto libro delle suc Revelationes è composto di meditazioni ed elevazioni sulle feste del cielo liturgico e sui misteri della vita del Salvatore. La liturgia corale manifesta frequentissimi spunti in tutti gli scritti della Santa.
Conforme alle tradizioni cistercensi e allo spirito francescano, G. coltiva una tenera devozione all'umanità di Cristo, e un vivo senso soprannaturale della natura, ch'essa riguarda con occhi innocenti, trovandovi un riflesso delle perfezioni divine. Del Salvatore coltivò in modo particolare la devozione al S. Cuore, come s. Matilde di Hackeborn e Matilde di Magdeburgo (m. nel 1280), anch'essa entrata nel monastero di Helfta, creando quivi un ambiente fervido per questa devozione che si sparse presto anche fuori del chiostro nella cristianità medievale tedesca (cf. K. Richstätter, Die Herz-fesu Verehrung des deutsches Mittelalters, 2^{mathrm{a}} ed. Paderborn 1924). Una profonda pietà cucaristica domina le Revelationes di s. G., come pure vi si manifesta una viva devozione verso la Vergine S.ma.
IV. L'influenza. - L'influenza esercitata da s. G. è legata in modo particolare ai suoi scritti. Ma questi rimasero pressoché ignoti in due soli esemplari manoscritti fino al sec. xvi, allorché furono preparate e diffuse le prime edizioni (quella di G. Lansperger è del 1536). Grande uso ne fece il benedettino Luigi da Blois (Blosio) nelle sue opere, né alla loro influenza si sottrasse s. Teresa. Ancora un più grande risveglio di influenza gertrudina si ha dal secolo scorso, dovuto in particolare all'intensificarsi della devozione al S. Cuore, che tante testimonianze trova nelle opere di s. G.; e soprattutto all'edizione recente delle opere della Santa, curata dai benedettini di Solesmes, che le resero più facilmente accessibili.
Bist.: Opere : prima edizione in versione tedesca a cura del domenicano P. von Weide, Das Buch der Botschaft der göttlichen Gottheit, Lipsia 1905; in latino I. Lansperge, Insinuationes divinae pictatis, Colonia 1536. La migliore edizione recente è quella dei padri di Solesmes, Revelationes Gertrudianae et Machtildianae, 2 voll., Parigi-Poitiers 1872-77 (il vol. I contiene le Revelationes e gli Exercitio di s. G.). Studi: R. Medici, op. cit.; G. Ladus, S. G., Parigi 1924; W. Lampen, St. Gertrudes de Grote, Hilversum 1939; id., De spiritu s. Francisci in operibus s. Gertrudis Magnae, in Archiv. Franc. hist., 19 (1928), pp. 733-752; P. Pourcot, La spiritualité chrétienne, II. Parigi 1946, pp. 126-136; L. Vernet, s. v. in DThC, VI, i. coll. 1332-38.
GERRURUDE di Ha-
CREBORN. - Monaca cistercense, n. nel 1232, entrò giovanissima nell'abbazia di Rotardesdorf (Rodersdorf, Rossdorf; diocesi di Halberstadt) e fu eletta badessa all'età di 19 anni. Collaborò con i suoi fratelli Alberto e Luigi di Hackeborn quando questi nel 1253 fondarono l'abbazia di Hadersleben (diocesi di Halberstadt) ricostruita nel 1810. Per mancanza di acqua, nel 1258 , G. trasferì la sua abbazia a Helfta (Helpeda) nei pressi di Eisleben. La chiesa da lei costruita in quel tempo, dopo la riforma protestante, fu mantenuta come granaio. G. mori nel 1292.
Di lei si deve ricordare specialmente la fedeltà alla Regola, il vivace intelletto, l'attenta e comprensiva assistenza alle sorelle e l'accortezza nell'amministrazione. Quanta cura ebbe a quel tempo in Helfta la liturgia e come fu sorgente di pura lo riflettono gli scritti di s. Gertrude la Grande. La badessa G. diede impulso allo studio della Bibbia, dei Padri della Chiesa, di autori riconosciuti e delle arti la biblioteca con acquisti liberali. A tal fine accrebbe la biblioteca con acquisti di opere e con nuove trascrizioni. "Cessando lo studio, le S. Scritture non s'intendersbbero più e la vita dell'Ordine si estinguerebbe». Sotto la guida di G. vissero le sue sorelle germane, la b. Matilde di Hackeborn, s. Gertrude la Grande e la mistica Matilde di Magdeburgo. Anche l'arte fu diligentemente curata (v. le miniature di Elisabetta di Mansfeld).
Bist.: Particolari della sua vita offrono Gertrude la Grande nel Legatus divinae pictatis, 2. I e Matilde di Hackeborn nel Liber specialis gratine, 2. I e 7. 20 (entrambi nelle Revelationes Gertrudianae, ed. Solesmes, Parigi 1873). Intorno alla diversità della badessa G. dalla s. Gertrude la Grande e l' W. Preger, Geschichte der deutschen Mystik im Mittelalter. I, Lipsia 1874, pp. 73-74 e la Praefatio della nominata ed. di Solesmes. parte 2^{text {a }}, pp. xix-xxiii. Inoltre: Kirchenlexikon, V, pp. 477-79; A. Zimmermann, Gertrud v. H., in LThK, IV, coll. 444; cf. F. Vernet, Gertrude la Grande, in DThC, VI, col. 1332; O. Zitzker, Gertrud v. H., in Realenc. f. prot. Theol. u. Kirche, VI, p. 618; E. Michael, Geschichte des deutschen Volkes, III. Friburgo in Br. 1903, pp. 174-75. Ignazio Backes
GERRRUDE di Nivelles, santa. - N. ca. il 626 a Nivelles (Belgio), m. ivi il 17 maggio 659 a 33 anni.
Figlia di Pipino il Vecchio, maggiordomo del re d'Austrasia, e di Itta o Iduberga, santamente educata dalla madre, rifiutò giovanissima un'offerta di matrimonio con un dignitario della corte. Alla morte del padre, per consiglio di s. Amando, Iduberga e G. fondarono un monastero a Nivelles, superando ostilità di palazzo. Nel 652 Iduberga moriva e G., già da prima badessa, resse il monastero fino a pochi mesi prima della morte, allorché per meglio dedicarsi alla contemplazione e ai doni mistici di cui era favorita, dimise l'ufficio. Il culto ebbe una vasta diffusione, e al suo nome si legarono varie leggende popolari.
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(Au K. Galling, Bibliothe's Realizetiven, Tubings 1917, p. 367) Gerusalemme. - Pianta archeologica di G. Nella didascalia tedesca il primo tratteggio indica la cinta della città nell'età del bronzo (ca. 1500-1500 a. C.): il secondo quella nel periodo di Salomone (ca. 965-926): il terzo quella nei secc. 15-v; le lettere A, B, C, indicano le parti della città sotto Erode (ca. 73-74 a. C.): il tratteggio successivo la cinta della città attuale; i numeri da 1 a 13 le porte.
Bibl.: Per le Vite, cf. BHL, 3490-3504. di cui la prima, poco posteriore alla morte, edita in Acta SS. Mariti, II, Parigi 1865. pp. 292-97; J. Geseler, La légende du chevalier voué au démon et sauvé par ste G., in Le folklore brabancou, 4 (1925), pp. 205-85; A. F. Stoeq, Vie critique de ste G. de N., Nivelles 1931 (buona per l'acnografia); E. de Moreau, La Vita Amandi et les foudations de st Amand, in Anal. Bsll., 67 (1949), pp. 460-61; Martyr. Romanum, p. 101. Alberto Ghinato
GERTRUDE van Oosten. - Mistica, n. ca. il 1300 a Voorburg (Olanda), m. a Delft il 6 genn. 1358. Vari scrittori la chiamano o santa o beata; Bollando le dà il titolo di venerabile. I genitori poveri la collocarono a servizio presso una famiglia a Delft. L'umile lavoro non le impedì di avere una vita interiore molto intensa e nascosta al mondo. Si legò d'amicizia con alcune pie fanciulle, con le quali eseguiva dei canti religiosi sulle pubbliche piazze per incitare i passanti all'amore del suo Divino Sposo.
Delusa in un onesto fidanzamento, G. entrò nel Beghinaggio della stessa città, dove la sua vita spirituale conobbe nuovo slancio. Aveva particolare devozione alla Passione di Gesù che le impresse le stimmate, già 18 anni prima della morte. La sua vita mistica è caratterizzata da molti fenomeni straordinari, e la sua umiltà e purezza, la sua abnegazione e mortificazione, la vita di carità e di zelo, la sua unione con Dio sembrano dimostrarne l'origine divina. Dei suoi canti restano solo due, dei quali tuttavia si discute ancora l'autenticità. Si pretende che dal primo verso del canto più noto: Het daghet in den Oosten ( « mathrm{Il} giorno spunta all'oriente») sarebbe derivato il suo soprannome (van Oosten). Gedolfo, ancora nel 1631, afferma di conoscere l'esistenza delle sue poesie manoscritte, che però oggi si considerano perdute.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, I. Anversa 1643, pp. 348-53; J. Geldolf, di Ryckel, Vita Beggar, Lovanio 1631, pp. 357-93; R. Pennink in Prosper Verheyden gehuldigd, 23 alt. 1943, Anversa 1943, pp. 243-54. Alberto Ampe
GERUSALEMME. - Città principale della Palestina, capitale religiosa e centro della storia biblica.
Sommato: I. Storia antica. - II. Il patriarcato di G. III. Il Concilio di G. - IV. Agingrafia e liturgia - V. Archeoloeia. - VI. Arte.
## I. Storia antica.
Sommario: I. Delle origini alla conquista di David (3000-1000 a. C.). - II. Dalla conquista di David alla distruzione ( 1000 - 587 a. C.). - III. Dalla riedificazione di Neemia alla distruzione del 70.
1. Dalle origini alla conquista di David (30001000 a. C.). - L'opinione, comune fino a mezzo secolo fa, che poneva le origini di G. sul colle occidentale, tradizionalmente noto con il nome di Monte Sion, non trovò più sostenitori. E ormai un fatto incontestato, acquisito alla scienza storica e archeologica, che la primitiva G. sorgeva sulla collina orientale e precisamente sullo sprone meridionale convenzionalmente detto Ophel. Alla difesa naturale che offriva questo colle dai ripidi declivi, ben delimitato dalle profonde valli del Cedron ad oriente e del Tyropaeon ad occidente, da una impervia scarpata a sud, alla confluenza delle due valli, e da una naturale depressione, facilmente rafforzabile, al nord, s'aggiungeva il vitale vantaggio della prossimità della fonte, unica in G., il biblico Gijon (v.; oggi detto 'Ajo Sitt' Marjom "fontana di Madonna Maria" o Umm ed-Deicë "madre degli scalini ").
Nelle grotte adiacenti a questa fonte si ripararono per secoli, dal periodo paleolitico inferiore fino ai tempi storici, gli autoctoni, finché non furono soppiantati o assorbiti da una popolazione di cultura superiore, conoscitrice del metallo, che nel corso del iv millennio a. C. invase la Palestina e che il Vecchio Testamento chiama posteriormente, con termine più geografico che teenico, cananea. L'abbondante serie di strumenti litici e di ceramica raccolta nelle grotte sepolcrali di Ophel, classificate dalla fine dell'età eneolitica fino al principio e a tutto il tempo del bronzo antico, è la prova concreta del primitivo nucleo urbano sul colle durante il in millennio. I testi cosiddetti "di proscrizione", composti in Egitto ca. il 1900 a. C., hanno rivelato che la città cananea portava già il nome di Urułalem ("fondazione del dio Salem "). I grandi movimenti etnici del in millennio ebbero una ripercussione anche in G., e il cambio riscontrato nella tecnica della ceramica e delle costruzioni attesta l'insediamento di un nuovo elemento etnico.
Il clan smorrita dei Iebusei, compreso dell'importanza della fonte del Gihon, si fissa sul colle soprastante, estendendosi più a nord, e alla difesa naturale aggiunge una potente cinta di mura, rafforza con torri la parte più debole, la settentrionale, proprio a sud dell'odierna muraglia di el-Haram es-Serif. Nel centro della collina sull'acropoli, detta con nome indigeno Sion, crea la reggia e il Santuario, e provvede all'approvvigionamento d'acqua in caso d'assedio, con la costruzione del passaggio segreto (il tunnel di Ophel) che dall'interno della città permetteva d'attingere l'acqua alla fonte del Gihon.
Fu qui che Melchisedec, sacerdote dell'Altissimo, esercitò la sua sovranità, secondo una tradizione giudaica (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., I, 10, 2), al tempo in cui Abramo percorreva da nomade la Palestina (Gen. 14, 17).
Caduta sotto l'influsso egiziano con la vittoria di Thutmosis III, la iebusea Urusalim (così chiamata nelle lettere di el-Amârnah, ca. 1400 a. C.), ebbe una popolazione mista (Ex. 16, 3: «tuo padre fu amorreo e tua madre hetea») e fu governata da principi vassalli del Faraone. Il principe hittita { }² Abd-Ḥiba dall'alto della sua rocca chiede aiuto al Faraone per difendere Bit Sulman, la capitale, dall'assalto di razziatori. Al tempo dell'invasione israelitica il re Adonisedec, messosi a capo di una confederazione di re amzoriti, tentò opporsi alla penetrazione nemica. Benché vinto e messo a morte da Giosuè (Jos. 10, 26), lasciò la capitale assai forte per fronteggiare (Jos. 15, 8.63) e tenere a rispettosa distanza i conquistatori (Judc. 19, 12) fino all'a. 1000.
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II. Dalla conquista di David alla distruzione (1000-587 a. C.). - Quando il re David (v.) risolvé di riunire le diverse frazioni del popolo, l'indipendenza di Urusalim, isolata fra le tribù confinanti di Giuda e di Beniamin (Ios. 15, 8; 18, 16) fu compromessa dal fatto che essa occupava il sito più favorevole a divenire il centro politico e religioso del Regno. La città, ben fortificata, avrebbe potuto resistere a lungo all'assedio dell'esercito di David, se il passaggio segreto (simnôr), che metteva in comunicazione la fonte con la città, non avesse offerto la via per la quale Ioab poté penetrare e di sorpresa conquistare la città (II Sam. 5, 8; I Par. 11, 5). Prima cura del vincitore fu di riparare le mura intorno alla collina (una torre e un rafforzamento di muro sopra la fonte del Gihon sono mostrate come opera davidica) e con il materiale e con gli operai inviati dal re Hiram di Tiro si creò la reggia nel centro dell'acropoli di Sion, che come sua proprietà divenne "la città di David" (II Sam. 5, 9). Ma ciò che contribuì a rendere G. capitale fu il trasferimento dell'Arca dell'Alleanza da Cariathiarim a Sion e l'erezione di un altare sull'ia dell'hittita Oman, dove era comparso l'angelo in orcasione della peste (II Sam. 24, 16).
Ma la città davidica, ancora contenuta nel perimetro cananeo, non potera soddisfare l'ambizione di Salomone, il quale ne spostò il centro verso il nord, sul Moria, con la creazione della vasta piattaforma dell'odierno Haram eî-Šerîf, su cui operai del re Hiram di Tiro costruirono il magnifico Tempio (I Reg. 5-8). Quasi al centro di questa area la "cupola della roccia" (moschea di 'Omar) copre oggi la nuda roccia sulla quale fu posto "l'altare degli olocausti»; un po' più ad ovest era "la casa di Jefrech" in mezzo a vasti cortili (I Reg. 6, 36; Ier. 36, 10). A sud della spianata dove si eleva oggi la moschea el-Aqṣa erano la reggia, il palazzo per la figlia di Salomone, il quartiere del governo con gli uffici amministrativi e la corte giudiziaria (I Reg. 7, 12).
Mediante un grande terrapieno o millâ' (I Reg. 11, 27) fu riunita la città di David alla nuova città e con un nuovo muro (detto "il primo muro" da Fl. Giuseppe, Bell. Ind., V, 4, 2) furono incluse nella città le abitazioni nuove sorte sulle pendici della collina occidentale. Il "primo muro", di cui restano visibili le fondamenta, specie nella parte orientale, correva a nord dell'odierna Porta di Giaffa, sino all'entrata del Haram c8-Šerîf chiamata Bâb esSilsileh, e contornava tutta la città (chiamata nella fonetica ebraica Jêrâlâlajim) sulla cresta delle colline che dominano le valli del Cedron e del Hinnom.
Alla morte di Salomone lo slancio urbanistico subì un arresto inevitabile con la scissione delle ro tribù, e G. restò capitale del piccolo reame di Giuda e di Beniamin, indebolita sempre più da razzie, invasioni e dissensi interni. Nel quinto anno del re Roboam (929), Sesac re d'Egitto saccheggia il Tempio e la reggia (I Reg. 14, 25); più tardi il re Asa ( 910 ) aliena gran parte delle ricchezze cittadine per ottenere l'alleanza di Benadad, re di Siria, contro Baasa, re d'Israele (I Reg. 15, 18; II Par. 16, 2-3).
Nell'842 l'empia Athalia usurpa il trono e ne stermina la razza davidica (II Reg. 11, 4); Ioas, che le sfugge, si abbandona all'idolatria, mentre Hazael, re di Siria, invade la città e non si ritira finché non abbia ricevuto le abbondanti ricchezze del tesoro del Tempio e della reggia (II Reg. 12, 17-18).
Al principio del sec. viII, sotto Amasia, il re d'Israele Ioas apre una breccia di 400 cubiti nel muro settentrio-

(Int. Ene. Cult.) Gerusalemme - La città di G. con le povere simboliche, Particolare del roussico dell'arco trionfale della basilica di S. Maria Maggiore (432-40) - Roma.
nale « fra la porta d'Ephraim e la porta d'angolo» e trasferisce in Samaria l'oro, l'argento e i vasi preziosi del Tempio (II Reg. 14, 13-14). Il re Azaria (782) cura la restaurazione delle mura munendo di torri "la porta d'angolo e la porta della valle" (II Par. 26, 9), ma un terremoto devastà di nuovo G. (Am. 1, 1; Zach. 14, 15) e la desolazione sarebbe stata completa se Ioatham ( 738 ) non avesse curato le fortificazioni, già iniziate dal padre, specialmente nella parte di Ophel (II Reg. 15, 35; II Par. 27, 2-3).
Il re Achaz (736) depaupera ancora la città, comprando con ingenti doni il soccorso del re d'Assiria contro il re di Damasco e d'Israele congiurati ai danni di Giuda (II Reg. 16, 5). In questa circostanza il profeta Isaia affrontò il Re "all'estremità dell'acquedotto della piscina superiore", pronunciando la famosa predizione della 'olmâh (Is. 7, 3.14).
Caduta nel 721 Samaria, la capitale accolse molti profughi che andarono ad aumentare il quartiere mit_{n e h} o nuova città 'ir mîtnch (II Reg. 22, 14; II Par. 34, 22; Neh. 11, 14) che s'era venuto formando fuori delle mura della città e che Ezechia (716), nell'imminenza dell'invasione di Sennacherib, protesse con la creazione di una nuova cinta ( il secondo muro ") che della porta Gennat, vicina alla porta di Giaffa, si estendeva siro all'Antonia (v.) lasciando fuori il colle del Golgota (II Par. 32, 2-5). Ma l'opera principale di questo Re fu l'apertura d'un acquedotto di ca. 550 m . in piena roccia per trasportare le acque del Gihon superiore nella piscina di Siloe al fine di sottrarre agli invasori d'Assiria l'approvvigionamento di acqua. La galleria, opera veramente considerevole per il sec. viI, è ancora in efficenza. Un'iscrizione trovata nel 1889 all'uscita dell'acquedotto descrive quest'opera idraulica.
Il successore Manasse (687) riparò pure le fortificazioni della città (II Par. 33, 14-16), soprattutto nella regione di Ophel e sul fronte nord-est del Tempio «fino
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alla porta dei pesci n. Ma tutte queste precauzioni divennero inutili di fronte all'attacco sferrato nel 587 dalle truppe di Nabuchodonosor, che misero a ferro e fuoco la città deportando in Babilonia il re e la maggior parte degli abitanti.
III. Dalla riedificazione di Neemia alla distruzione del 70. - Dopo l'editto liberatore di Ciro (538) i giudei ritornati in patria ripararono l'altare degli olocausti e sulle basi del Tempio salomonico riedificarono «la casa del Signore »o secondo Tempio (Esd. 3, 1-13); nel 444, sotto la direzione di Neemia, furono rialzate le mura della città (Neh. 3, 1-32). Sotto l'autorità dei sommi sacerdoti e dei satrapi persiani, quantunque la città riproducesse l'ampiezza dell'antica, fu scarsamente popolata ed ebbe poca importanza politica. Nel 331 Alessandro Magno la conquistò; alla sua morte G. passò sotto il protettorato dei Lagidi, poi fu soggetta ai Seleucidi.
Nel 168 Antio-

(per curtola di mons. J. P. Frutas)
co IV (v.) Epifane saccheggia la città, profana il Tempio, ne sospende i sacrifici e con la sua guarnigione si stabilisce sulla cittadella, l'Acra (v.), probabilmente a nord-ovest del Tempio (I Mach. 1, 20-28); l'ellenizzazione della città sarebbe stata completa senza la reazione maccabaica. Dopo 3 anni di aspra lotta Giuda Maccabeo (165) riprende il controllo sul Tempio, che lo stile dell'epoca onora con il titolo di Monte Sion (I Mach. 10, 1-8) e a nord-ovest costruisce la fortezza Boris a difesa dell'area del Tempio. Gionata, suo successore (160), approfittando delle lotte interne in Siria, rioccupa parte della città e ripara i quartieri saccheggiati da Antioco (I Mach. 6, 18-62), mentre Simone ne completa i lavori di fortificazione e nel 142 riduce al silenzio la fortezza siriana, l'Acra (I Mach. 13, 49).
Durante il regno asmoneo "G. la santa", come è iscritta nel siclo d'Israele, gode di un periodo di prosperità, turbato poi dalle lotte intestine fra Aristobulo II e Ircano II, che provocarono l'intervento romano. Pompeo nel 63 rendé G. tributaria di Roma e nel 37 Erode (v.) il Grande, con il favore di Augusto, s'impossessò del Regno. Delle tante trasformazioni che avevo subito la città, nessuna fu più profonda di quella che vi compi questo monarca. Il piano generale rifletteva quello di Neemia, ma gli edifici furono concepiti secondo l'ispirazione greco-romana: furono costruiti l'agorà, un teatro, un anfiteatro, un ippodromo.
Sulla collina occidentale, o "città alta ", fu costruito il palazzo reale, difeso a nord da un alto muro e fiancheggiato da 3 altissime torri che Erode chiamò Ippico, dal nome di un suo amico, Fiessele, in memoria di suo fratello maggiore, e Marianne, in ricordo della sventurata moglie che aveva tanto amata. La magnificenza di queste costruzioni può ancora ammirarsi nelle basi della cosiddetta "torre di David" o cittadella, rimesse in luce negli scavi del 1934-39.
Sulla collina orientale o "città bassa" all'angolo nord-ovest del Tempio, sulle basi della Baris asmonea, fu costruita la fortezza detta Antonia (v.), in onore del triumviro romano Antonio. Cinta da un formida-
bile fossato, era un vasto palazzo con portici e giardini, di cui scavi recenti hanno permesso di riconoscere la pianta, e specialmente il grande pavimento lastricato che si vuole sia il Lithostrotos (Io. 18, 25) in cui fu da Ponzio Pilato condannato Gesù.
La grande meraviglia della G. di questo periodo fu la ricostruzione del Tempio ("terzo Tempio"), preceduto da vasti cortili fra cui s'elevava a sud la basilica, sul luogo dell'attuale al-Aqsā. Questo fu il Tempio che Gesù visitò all'età di 12 anni (Lc. 2, 42), dove insegnò nel "portico di Salomone" (lo. 10, 32) ed in cui entrò solennemente acclamato, dalla porta vicina all'attuale Porta Dorata, pochi giorni prima della Passione; ma delle "belle pietre" che ornavano il sacro edificio predisse la distruzione, che avvenne completa nel 70 .
Morto Erode, suo figlio Archelao regnò per pochi anni con il titolo d'ernarca, ma per la sanguinosa repressione della rivolta giudaica che costò più di 3000 vittime fu richiamato in Gallia.
Il governo ritornò sotto i procuratori romani, e G. perse perfino la qualifica di capitale, passata a Cesarea (v.) di Palestina. Nel 25 d. C. l'imperatore Tiberio nominò procuratore Ponzio Pilato (v.), che condannò Gesù per compiacere ai giudei, dei quali però s'attirò l'odio avendo osato esporre le insegne romane, e sottrarre al tesoro del Tempio le somme necessarie alla costruzione dell'acquedotto, che dalle sorgenti di Ethan conduceva l'acqua a G. Dei luoghi ricordati nel Vangelo sono sicuramente conosciuti la piscina di Siloe (Io. 9, 7) e quella di Be zetha (r.; Io. 5, 1). Assicurati da antica tradizione sono l'orto del Gethsemani e il Cenacolo; ma incerto resta ancora il luogo del processo religioso di Gesù al palazzo di Caifa e del processo civile al pretorio.
Il Golgota, cocuzzolo roccioso fuori le mura vicino ad una porta della città, dove Gesù fu crocifisso e poi li presso sepolto, si trova oggi nell'interno della città, perché nel 44, sotto il regno di Erode Agrippa, la città, dilatatasi nella regione del Gareb e del Bezetha, fu nella parte settentrionale racchiusa nel "terzo muro", che seguiva presso a poco la direzione del muro attuale.
Nel 1923-27 alcuni archeologi pensarono d'aver ritrovato il "terzo muro" molto più a nord dell'attuale, ma, come ha osservato H. Vincent, la misera tecnica della costruzione, con materiale riusato, sembra portare l'impronta di un lavoro frettoloso e non corrisponde alla descrizione che ne dà Flavio Giuseppe.
Alla morte di Erode Agrippa, G. fu di nuovo governata da procuratori romani, ma la rapacità di Gessio Floro (64-66) fece divampare il terribile incendio da cui doveva essere distrutta G.
A domare, la rivolta Nerone inviò Vespasiano, il quale, divenuto imperatore, affidò la continuazione dell'opera al figlio Tito. I primi attacchi (31 marzo 70) furono diretti contro il terzo muro nella collina occidentale difesa da Simone di Gerssa; fu investito quindi il secondo muro difeso da Giovanni di Giscala, dove dopo cinque giorni d'assedio fu aperta la breccia. La popolazione, con il nemico alle porte e la guerra civile all'in-
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terno, soffriva gli orrori della fame, ma l'esercito seguitava a resistere fortemente; finalmente, presa d'assalto la fortezza Antonia dopo poche settimane, i Romani s'impadronirono della collina del Tempio e successivamente della città alta e bassa. Il Tempio, contro il volere di Tito, venne dato alle fiamme, e tutto il resto di G., all'infuori delle torri Ippico, Fasaele e Mariamne, fu distrutto (ag. 70).
A memoria di quel trionfo, eternato a Roma dall'arco di Tito, fu coniata una moneta con l'iscrizione Iudaea capta.
Il 15 maggio 1948 gli Ebrei proclamarono di nuovo lo Stato d'Israele in Palestina con G. capitale.
Bibs.: A. Legendre, Fivusalem, in DB, III, coll. 1377-97; H. Vincent e F.-M. Abel, Jivusalem, 2 voll., Parigi 1912-26; H. Vincent, Jivusalem, in DBs, fasc. 21 (1948), coll. 897-966. Donato Baldi
## II. Il patriarcato di G.
Sommaro: I. Dagli inizi fino all'invasione araba (638). - II. Dall'invasione araba fino alla conquista dei Turchi ottomani (638-1516). - III. Dalla conquista turca fino ad oggi. - IV. Il patriarcato greco-cattolico o melkita. - V. Il patriarcato latino. VI. Le altre comunità cristiane.
I. Dagli iniei fino all'invasione araba (638). Benché G. sia santa in culla del cristianesimo, nondimeno il patriarcato di G. non ha avuto l'importanza degli altri patriarcati oricntali. Esso è nato l'ultimo e ha preso e mantenuto l'ultimo posto fra gli altri.
Il primo vescovo di G. fu s. Giacomo Minore, \& fratello - del Signore. Il suo successore Simeone vide la distruzione della città da parte di Tito (70). Fino alla seconda distruzione, nel tempo della ribellione di Bar Kocheba, si contano ancora 13 vescovi giudeo-cristiani. Nella città pagana Actia Capitalina, fondata nel 135, si stabilirono, sembra gia presto, cristiani provenienti dal paganesimo. Quella Chiesa era sottomessa a Cesarea di Palestina come metropoli. Il vescovo Narcisso, nel Concilio di G. tenutosi nel 190 per la questione della Pasqua, prese il secondo posto subito dopo il metropolita di Cesarea. Nel lungo periodo di pace del sec. in cominciarono già i pellegrinaggi in Terra Santa. G. acquistò una maggiore importanza dopo la pace concessa da Costantino alla Chiesa. Il can. 7 del Concilio di Nicea riconosce a G. un primato di onore, insistendo però sui diritti del metropolita di Cesarea. L'imperatore Costantino fece costruire la basilica della Risurrezione. I Luoghi Santi attirarono molti pellegrini e monaci e G. diventò un centro di monachesimo. La liturgia della Città Santa esercitò un vastissimo influsso. G. fu nel sec. Iv coinvolta nelle dispute ariane. Il più eminente vescovo di quel tempo è s. Cirillo (351-76). Le dispute origenistiche e la polemica intorno al pelagianismo raggiunsero G. nel tempo del vescovo Giovanni II (387-417). La lotta intorno a Origene divise in quel tempo s. Girolamo e Rufino, allora insediatisi nelle vicinanze della città.
Il vescovo Giovenale (422-58) ottenne nel Concilio di Calcedonia (451) che G. fosse separata da Antiochia e dichiarata patriarcato indipendente; ad esso fu sottomessa la Palestina, non però la Fenicia né l'Arabia. Roma protestò invano contro questa decisione del Concilio. Le dispute del monofisismo toccarono anche la Palestina, ma non causarono ivi una divisione durevole come ad Antiochia e a