ovenale (422-58) ottenne nel Concilio di Calcedonia (451) che G. fosse separata da Antiochia e dichiarata patriarcato indipendente; ad esso fu sottomessa la Palestina, non però la Fenicia né l'Arabia. Roma protestò invano contro questa decisione del Concilio. Le dispute del monofisismo toccarono anche la Palestina, ma non causarono ivi una divisione durevole come ad Antiochia e ad Alessandria. E in gran parte merito di s. Saba se in Palestina si mantenne l'artodossia. G. si appoggiò contro i suoi potenti vicini (Antiochia e Alessandria) su Costantinopoli, seguendo la fede di questa città. Ciò la trascina allo scisma scoziono nel 482-518. I monaci dei monasteri di G. e dei dintorni presero viva parte alle dispute origenistiche, che portarono alla condanna emanita dal terzo Concilio di Costantinopoli (553).
La fine del sec. vi e il principio del vir furono un'epoca di splendore per il patriarcato di G.; ma l'invasione dei Persiani nel 614 vi recò la rovina. Migliaia di cristiani vennero uccisi; molte chiese
furono distrutte; il patriarca Zaccaria venne deportato in Persia e la vera Croce fu rapita come bottino di guerra. La vittoria dell'imperatore Eraclio riportò la vera Croce, ma suscitò le dispute intorno al monotelismo, il cui acerrimo avversario era il patriarca di G. s. Sofronio (634-38).
II. Dall'invasione araba fino alla conquista dei Turchi ottomani (638-1516). - S. Sofronio dovette trattare con il conquistatore arabo 'Omar, il quale concesse a G. un trattato relativamente favorevole. La sfiducia dei conquistatori contro gli ortodossi aderenti alla fede dell'Imperatore bizantino impedì durante 68 anni l'elezione di un patriarca. La Chiesa fu allora amministrata da vicari, che avevano rapporti con Roma o con Costantinopoli. Roma in quel tempo si adoperò molto per assicurare la continuità della gerarchia di G. e per proteggerla contro il monetelismo. Nella polemica intorno all'iconoclasmo G. rimase fedele a Roma e alla vera fede. Il campione più strenuo della venerazione delle sacre immagini, s. Giovanni Damasceno, visse come monaco nel convento di s. Saba nelle vicinanze di G. Il patriarca Teodoro I condannò l'iconoclasmo nel sinodo del 763 , insieme ai patriarchi di Antiochia ed Alessandria. Carlo Magno sembra aver acquistato un diritto di protettorato sui Luoghi Santi di G. Nel suo tempo fu fondato un convento latino sul Monte degli Ulivi, i cui abitanti disputarono sul Filioque con i monaci greci del Convento di s. Saba. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'869 il delegato del patriarca di G. Teodosio ( 862-78 ) dichiarò che costui non avrebbe mai riconosciuto Fozio. Le vittorie dei Bizantini nella seconda parte del sec. x inasprirono la situazione dei cristiani di G. Gli Arabi nel 966 sacheggiarono la chiesa della Risurrezione e uccisero il patriarca Giovanni VII. Il piano dell'imperatore Giovanni Taimisces di conquistare G. falli. La persecuzione raggiunse il suo colmo sotto il fátimida Hākim (roo5-20). La chiesa della Risurrezione fu distrutta nel roro. Gli imperatori bizantini ottennero mediante trattative il permesso di ricostruirla e la ricostruzione ebbe fine nel 1048 .
Nell'epoca dello scisma di Michele Cerulario le relazioni fra Costantinopoli e G. erano ottime, poiché i cristiani della Città Santa facevano affidamento sull'aiuto che dovevano ricevere dai Bizantini contro i musulmani. E difficile stabilire esattamente quale sia stato l'arteggiametato del patriarca di G. di fronte allo scisma di Costantinopoli. La presa di G. da parte dei Selgiuchidi (1071) peggiorò la situazione dei cristiani. I crociati, che conquistarono G. nel ro99, ebbero verso i Greci un contegno meno accorto, benché molto di quello che si dice contro di essi sia esagerato. L'elezione di un patriarca latino quando ancora viveva il greco Simeone e l'ampia latinizzazione del patriarcato dovettero inasprire i Greci. Durante la dominazione dei Latini a G. i patriarchi greci risiedevano generalmente a Costantinopoli e venivano nominati dall'imperatore; questo prova che in quel tempo erano scismatici. Nel patriarcato invece ciero e popolo erano considerati ufficialmente come cattolici. Dopo che i musulmani sotto Saladino nel 1187 ripresero G., i patriarchi greci vi fecero ritorno e da quell'epoca il patriarcato fu senza dubbio scismatico. Anche nel tempo del Concilio di Lione (1274) il patriarca di G. Gregorio si mostrò avversario dell'Unione. Sotto la dominazione dei sultani mamelucchi la situazione dei cristiani in Palestina fu molto dura. Nel Concilio di Firenze (1439) il patriarca Gioacchino di G. era rappresentato da Dositeo di Monembasia, il quale firmò l'atto dell'Unione. Ma, come sembra, il patriarca già nel Sinodo di G. del 1443 rinnegò detta Unione.
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Gerusalemme - Pianta prospettica della città disegnata da Jacopo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, f. 132 .
III. Dalla conquista turca fino ad oggi. - I Turchi ottomani, che conquistarono la Palestina nel 1516, sottomisero completamente il patriarcato di G. a quello di Costantinopoli. Essi favorivano i Greci, mentre i Mamelucchi avevano fatto una politica avversa ad essi. Dal sec. xvi la Chiesa di G. è dominata dalla confraternita greca del S. Sepolcro, composta dai monaci dei principali monasteri. Quasi l'intero popolo ed il clero basso sono tuttavia di lingua araba.
Si parla in altro luogo della disputa intorno ai Luoghi Santi tra i Greci e la Custodia (v.) della Terra Santa dei Francescani. Un patriarca importante nel sec. xvir è Dositeo (1669-1707), noto per la sua lotta contro il protestantesimo (condannato per sua iniziativa dal Sinodo di G. del 1672) e per la sua Confessio Fidei, fortemente influenzata dalla teologia latina.
I tempi più recenti del patriarcato sono caratterizzati del crescente influsso russo e dalle continue dispute intorno ai Luoghi Santi. Nel sec. xix anche i protestanti si insediarono a G., cominciando dal 1833 . Nel 1840 dal re prussiano Federico Guglielmo IV d'accordo con la corona britannica fu eretto a G. un vescovato prussiano-anglicano. Questa ibrida organizzazione non durò lungo tempo. Nel 1888 gli Inglesi fondarono un proprio vescovato. Recentemente la YMCA svolge una intensa funesta attività.
Il patriarcato ortodosso, specialmente negli ultimi decenni, soffriva gravi difficoltà interne. La vecchia opposizione fra la direzione della Chiesa, greca, e il popolo arabo, si esacerbò agli inizi di questo secolo. Nel 1908, dopo la rivoluzione dei Giovani Turchi, gli Arabi rinnovarono con insistenza le loro domande, esigendo l'abolizione dei privilegi dei Greci. Il patriarca Damiano, il quale
si mostrò pronto a concessioni, fu deposto dal S. Sinodo, ma in fine rimase in carica. Dopo la prima guerra mondiale il patriarcato di G., a causa dei mancati sussidi russi, si trovò in una situazione molto precaria. Il governo mandatario inglese dovette mettere in ordine il dissidio fra gli Arabi e la direzione della Chiesa, pubblicando nel 1938 una Costituzione della Chiesa, che doveva sostituire la legge fondamentale del 1875. La Costituzione, benché tenga in conto le aspirazioni degli Arabi, viene nondimeno da essi respinta come insufficente. L'attuale patriarca, il greco Timoteo Themelis, eletto nel 1935, fu riconosciuto dal governo mandatario soltanto nel 1939 e ancora trova opposizione fra i fedeli arabi.
Il patriarcato di G. conta sei metropoli e otto arcivescovati, oggi in gran parte soltanto titolari. Comprende il territorio della Palestina e della Transgiordania; conta nella Palestina 40.000 fedeli e in Transgiordania 20.000 . Il clero basso è di scarsa cultura e la cura delle anime è molto negletta.
IV. Il patriarcato greco-cattolico o melKITA. - I cattolici di rito bizantino in Palestina dal 1763 sono sottomessi al patriarca melkita di Antiochia. Il papa Gregorio XVI nel 1838 conferì ai patriarca Massimo III Meglùm il titolo di patriarca di G. a carattere personale. Di fatto anche l'attuale patriarca adopera un tale titolo. Egli viene rappresentato a G. da un vicario. Al di fuori della diocesi patriarcale ne esiste ancora una con il titolo di S. Giovanni d'Acri, essendo Caifa la residenza vescovile. Nel 1932 fu eretta nella Transgiordania la diocesi di Filadelfia con sede ad 'Ammān. Per la formazione del clero a G. esiste il Seminario di S. Anna diretto dai pp. Bianchi. Il numero dei fedeli si aggira in Palestina intorno ai 20.000 e in Transgiordania ai 4500 .
V. Il patriarcato latino. - Fu fondato dopo la conquista della Città Santa da parte dei Crociati (1099). Poiché i Latini erano i padroni del paese, si capisce che volevano avere un patriarca latino, benché questa misura non fosse molto adatta per guadagnare la simpatia dei Greci. Quando nel 1187 G. fu conquistata da Saladino, il patriarca latino dovette lasciare il suo posto. Dal 1191 fino al 1291 'Akkā (S. Giovanni d'Acri) fu la sede del patriarcato latino, se si eccettua il periodo fra il 1229 ed il 1244, in cui il patriarcato poté risiedere a G. riavuta da Federico II. Nel 1262 il vescovato di 'Akkā diventò diocesi propria del patriarca. Però dopo la caduta della città il patriarca si rifugiò in Cipru. Dal sec. xiv il patriarcato diventò puramente titolare.
Nel 1847 Pio IX con la lettera apostolica Nulla celebrior del 23 luglio ristabili il patriarcato latino di G. Per meglio capire questa decisione è bene osservare che i cattolici melkiti non erano in grado di adoperarsi efficacemente alla conversione degli scismatici in Palestina, e che si volle dare un titolo conveniente al capo della Chiesa latina in G.
Il patriarcato latino dispone di un clero ben formato e zelante, in gran parte indigeno. Conta nella Palestina 21.000 fedeli e nella Transgiordania 6000. Dispone poi di un vero esercito di religiosi e religiose, in numero di ca. 1770. Anche l'isola di Cipru appartiene al patriarcato latino. Il numero totale dei fedeli di tutto il patriarcato si aggira sui 40.000 . Il patriarcato è oggi sottomesso alla Congregazione per la Chiesa orientale.
Vari centri cattolici di studi biblico-archeologici, vanno indicati : l'Ecole biblique et archéologique française
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dei Domenicani del Convento di S. Stefano, che vi pubblicano la Revue biblique; il Pontificio istituto biblico dei Gesuiti; l'Istituto biblico dei Francescani e quello dei Benedettini spagnoli di Monserrato; l'Oriental Institut della «Görresgeschellachaft».
Accanto a questi, altri è giusto ricordarne, henche di diversa religione, per i loro ottimi lavori e le disperdione ricerche: il Deutsches evangelisches Institut für Altertumskunde des hl. Landes; l'American School of Oriental Research, la British School of Archaeology, la Polestine Jewish Exploration Society, la Polestine Oriental Society.
Vt. Le altre comunità cristiane. - I Luoghi Santi attirano indistintamente tutti i cristiani. I giacobiti monofaiti hanno, dalla fine del sec. vi, un vescovo nella città, nella quale poi possiedono il Convento di S. Marco con una celebre biblioteca ricca di manoscritti e una tipografia.
I Siri cattolici, i Caldei, gli Armeni cattolici e i maroniti hanno a G. un proprio vicario patriarcale. Un vescovo copto risiede nella città dal sec. xI. Egli è oggi superiore del convento copto presso il S. Sepolcro, dove si trova anche un monastero etiopico. Gli armeni dissidenti hanno dal 1175 un arcivescovo residente nel Convento di S. Giacomo sul Monte Sion. Questo arcivescovo nel 1311 prese il titolo di patriarca. I Russi posseggono alcuni conventi a G. e davanti alle porte della città una cattedrale, oltre ad un ospizio per i pellegrini (recentemente i beni russi situati nella zona ebraica sono passati nelle mani del governo sovietico). Gli anglicani vi hanno un vescovo che governa l'intera "diocesi di G." da essi istituita (cf. C. Crivelli, La «diocesi» anglicana di G., in Civ. Catt., 1943, iv, pp. 159-65; 235-41).
Bial.: M. Le Quien, Oeicos Christianus, III, Parigi 1740, pp. 101-228; Chr. Papadopulos, '10 795/2 v72 'E256179/2c' '12990266950v, Gerusalemme-Messandria 1910; C. Karalevsky, Histoire des patriarchats melhites, III, Roma 1911: T. Dowling, The Orthodoxe Grech patriarchate of Jerusalem, Londra 1913: Statistica con cenni storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, v, indici; K. Pieper, Die Kirche Polistinae bis zum Jahre 125, Colonia 1938; W. Hidash, Kirchengeschichte Polästinas in Zeitalter der Kreuzzüge 1099-1291, ivi 1940; F. Schultze, Ebblesia. X. Die orthodoxen Kirchen auf dem Balkon und in Vorderasien, Lipsia 1941: E. Cerulli, Etiopi in Polestino. Storia della comunità etiopica di G., 2 voll., Roma 194327; H. Musser, Histoire du christianisme spécialement en Orient, I-II, Harissa 1948, passim.
Guglielmo de Vries
## III. Il Concilio di G.
Verso il 49-50 gli Apostoli ed i presbiteri si radunarono a Gerusalemme per decidere una controversia suscitata dai giudaizzanti (v.). Questi esigevano che i pagani convertiti durante il primo viaggio apostolico di Paolo fossero sottoposti alla circoncisione ed all'obbligo di osservare la legge mosaica (Act. 15, 1).
Paolo e Barnaba sono inviati da Antiochia a Gerusalemme a trattare la questione. Il racconto della loro missione colma di gioia i convenuti, ma i fautori della circoncisione non disarmano. Nella seduta pubblica, Pietro, richiamandosi alla conversione del centurione Cornelio, proclama esenti gli etnico-cristiani dal giogo della legge mosaica. Giacomo ne conferma la tesi e propone un compromesso redatto poi in un decreto: i pagani convertiti si asterranno solo dal sangue delle carni offerte agli idoli ("idolotiti»), da quelle di animali morti per soffocazione ("soffocato") e dalla fornicalione, che secondo diversi esegeti indica certi matrimoni tra parenti vietati dalla legge mosaica.
Nella recensione «occidentale» del testo (v.atti deGli apostoli, 5) di Act. (cod. D ecc.), ove si tralascia l'obbligo di astenersi dal soffocato (Act. 15, 20. 29), il decreto assume un senso anacronistico che non rispecchia più la controversia giudalzzante. In tale recensione l'astensione dal sangue sembra riguardi l'omicidio; vi si aggiunge poi la regola aurea della carità.
In Gal. 2, 1-10, passo parallelo ad Act. 15, Paolo aggiunge alcune precisazioni: dice che sall a G. in seguito ad una rivelazione (che non esclude la missione della Chiesa), che vi condusse Tito ed ottenne che non fosse circonciso, che vi fu una seduta privata tra lui e le colonne

Gerusalemme - Cappella dell'Angelo, posta all'entrata del Santo Sepolcro.
della Chiesa (Giacomo, Cefa, Giovanni), conclusa con un accordo per la divisione del campo dell'apostolato.
Bial: Oltre i Commenti agli Atti e a Galati, A. Lemonnyer, in DBs, II, coll. 113-17 Pietro De Ambroggi IV. Aglografia e liturgia.
L'apostolo e martire Giacomo, primo vescovo di G., fu deposto presso il tempio ed Egesippo indica che al suo tempo ancora si vedeva la sua stele (Eusebio, Hist. ecc., II, 18). Eusebio riferisce che nel sec. iv si mostrava la sua cattedra episcopale (ibid., VII, 19) che poi venne traslata nella chiesa di Sion (Itinera Hierosolymitana, ed. B. Geyer, in CSEL, 38, p. 108). L'invenzione delle reliquie di s. Stefano avvenne a Caphargamala in seguito al sogno avuto dal presbitero Luciano. Il vescovo di G., Giovanni, depese solennemente le reliquie del protomartire nella chiesa di Sion (BHL, 7850-56; Epistula Luciani, 2-9: PL 41, 809-15). Martirio, vescovo di G., depose il 7 maggio 483 sotto l'altare del monastero di S. Eutimio reliquie dei martiri Taraco, Probo e Andronico (Vita s. Euthymii : BHG, 647).
In G., ancora al sec. vi, sotto la data del 25 dic. non si celebrava il Natale di Cristo, ma la memoria del re David e dell'apostolo Giacomo, primo vescovo della città; così il presbitero Esichio di G. chiama Giacomo fratello del Signore (Fozio, Bibliotheca, cod. 275 : PG 104, 241). Quando venne riformato il calendario di G. la loro commemorazione passò al 26 dic., il martirio di s. Stefano al 27 dic.; gli apostoli Pietro e Paolo, poi, al 28 dic.; secondo la testimonianza di Sofronio (BHG, 1496), al 29 la commemorazione degli apostoli Giovanni e Giacomo (H. Goussen, Über georgische Druche und Handschriften..., München-Gladbach 1923, pp. 5-6). Nel Martirologio geronimiano è ricordato a G. al 5 genn. la deposizione
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del patriarca Simeone, che in alcuni codici torna anche al 2 febbr.; al 25 marzo il martirio dell'apostolo e vescovo Giacomo; nel giorno cioè in cui lo stesso Martirologio segna la morte del Redentore; al 1 maggio il natale del vescovo Giuda, detto Ciríaco, (BHL, 7023-25) che torna nella storia dell'invenzione della S. Croce celebrata al giorno seguente (ibid., 4169-75); al 3 ag. il ritrovamento del corpo di a. Stefano; al 30 sett. nel territorio di G., nel castello di Bethleem, a. Gi-
rolamo.
Pur rientrando dal punto di vista liturgico nel tipo della Siria, la liturgia di G. presenta alcune caratteristiche proprie. A G. ebbero origine alcune cerimonie che in seguito furono adottate in tutte le chiese, come, ad es., la processione nella Domenica delle Palme. Il testo più importante per ricostituire la liturgia della Chiesa gerosolimitana è senza dubbio quello della Peregrinatio Egeriae. A Roma si svolgeva la liturgia stazionale

GebusaleMme - Città illuminata nella notte del bombardamento
stasis solennemente, come la Pasqua. Per le cerimonie della Settimana Santa, v. questa voce.
Le " encenic", cosi si chiamava la festa della dedicazione dell'Anastasis, celebrata al 13 sett., era una festa molto solenne alla quale partecipavano in pellegrinaggio vescovi e fedeli della Siria, d'Egitto della Mesopotamia.
Bibl.: F. Cabrol., Les églises de Jérusalem. Parigi-Poitiers 1895; H. Leclercq, La liturgie à Jérusalem, in DACL. VII, it. coll. 2374-91. Enrico Josi
V. Archeologia.
Monumenti cristiani. - Le sistematiche distruzioni dell'abitato di G. operate dalle truppe di Tito nel 70 d. C. e poi, sempre dai Romani, per reprimere la rivolta di Simeone bar Kökhébá nel 132, causando la scomparsa di monumenti imponenti e celebri, non si arrestarono certo innanzi a edifici ben più umili, quali potevano essere allora quelli in cui celebrava le sue funzioni la prima comunità cristiana.
Il vescovo, il. clero e il popolo di G. andavano a celebrare il Natale al 6 genn. nella chiesa della Natività a Betlemme, distante 6 miglia da G. Dopo il canto delle vigiliae si tornava a G.; i monaci a piedi, al canto del Benedictus qui venit. All'alba si entrava nella chiesa della Risurrezione
La festa della Purificazione si celebrava nell'Ann-
della città. Né, per il vero, se ne conoscono { }_{2}² altri all'infuori della casa rammentata dalle fonti come trasformata in chiesa, in cui si svolse l'Ultima Cena e si adunarono gli Apostoli dopo l'Ascensione di Cristo fino alla Pentecoste.
Secondo s. Epifanio essa esisteva ancora nel 135, in quanto il quartiere di Sion dove sorgeva non era stato raggiunto dalla rovina che aveva colpito il resto di G. Non è chiaro però quale sia stata la sua sorte nel periodo seguente, dopo che Adriano ebbe disposto che sull'area della città antica sorgesse la colonia "Aelia Capitolina" e santuari a divinità pagane fossero eretti non solo sui luoghi sacri ad Israele, ma anche su quelli consacrati dalla nascita e dal sacrificio di Cristo (R. Bartoccini, La roccia sacra degli Ammoniti, in Atti IV Congr. nas. studi romani, Roma 1938). Si torna ad avere notizia di questa chiesa nel sec. v, ad opera del Pellegrino Armeno, in una precisa descrizione della basilica che nel secolo precedente aveva sostituito il santuario primitivo, circondata da un muro di cinta, "lunga 100 cubiti e larga 70 , con ottanta colonne riunite fra loro da arcate, e il soffitto in legno".
Ma già prima di essa il cristianesimo trionfante era tornato a rivolgere la sua attenzione verso i luoghi in cui era nato e morte il Redentore, rimasti sempre presenti al devoto ricordo della Chiesa di G.
Ad un suo vescovo, Macario, viene confidato nel 321 dall'imperatore Costantino il delicato compito di riportare alla luce il Calvario e il sepolcro di Cristo e la grotta della Natività a Betlemme. Nella cosiddetta Vita Constantini di Eusebio (III, 25 sgg.) è un'efficace rievocazione di questo lavoro, cui diede certo forte impulso la presenza dell'imperatrice Elena. Una volta liberati i Luoghi Santi da tutti i materiali che vi erano stati accumulati sopra, e riportati cosi alla venerazione del mondo cristiano, Costantino commise agli architetti Zenobio ed Eustorgio la costruzione di un edificio monumentale, che
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A sinistra: FACCIATA DELLA CATTEDRALE, terminata nel 1793 - Gerona. A destra: BALDACCHINO in argento, terminato nel 1326 Altare in argento, iniziato nel 1320 dal Maestro Bartolomeo e terminato nel 1358 dal Maestro Pietro Bernes - Gerona, Cattedrale.
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A sinistra: Pianta prospettica di Gerusalemme secondo il mussian pavimentale della chiesa di Madaba (see, vt), A destra: Pienta dell'odierna Gerusalemme (1947) con l'indicazione dei quartieri e dei principali edifici.
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In alto a sinistra: VEDUTA DAL MONTE DEGLI ULIVI. In alto a destra: MURA DELLA CITTADELLA, che probabilmente sorge sul lungo del palazzo di Ercole. In basso a sinistra: HARAM ES SERIF. Moschea di 'Omar. In basso a destra: LA CITTADELLA.
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(ner cortesia del Superiore dello Cava degli Esercizi del S. Cuore - Roma)
In alto a sinistra: IX STAZIONE della Via Crucis. Dietro la chiesa del S. Sepolcro. In alto a destra: PORTA AUREA. In basso a sinistra: FONTANA DELLA VERGINE. In basso a destra: UN TRATTO DELLA VIA BOLOROSA.
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tutti li comprendesse ed esaltasse. In realtà la soluzione adottata svisò e non poco l'aspetto della zona, in quanto, tra l'altro, la roccia che conteneva la tomba del Salvatore fu isolata dal fianco della collina in cui era ricavata e il piano all'intorno venne abbassato fino al livello della soglia di essa. Una rotonda vi fu condotta intorno, con ambulacro interno a due ordini, su cui poggiava una cupola emisferica di m. 36,52 di diametro: al centro era la tomba isolata in un cerchio di dodici colonne, forse collegate da una semplice architrave, tante, secondo alcuni, quanti erano gli Apostoli. Ad oriente di questo edificio distinto con il nome di "Anastasia" (Resurrezione), e cosi successivamente, si apriva un primo cortile circondato di colonne che nel lato meridionale comprendeva la lieve altura del Golgota, squadrato però quasi a cubo, con una gradinata di accesso al ripiano superiore recinto da baluustre d'argento e pavimentato in musaico da cui spiccava una Croce altissima, molto riccamente ador na. Da questo cortile-atrio, si passava in una basilica a 5 navate, detta "Martyrium", per due porte disposte ai lati dell'abside che si curvava verso l'esterno. Munita, secondo il piano di Costantino, di tutti gli annessi occorrenti per i fedeli e il clero, si svolgevano in essa tutte le funzioni del culto, cosi da non turbare oltre il necessario l'austera solennità della tomba del Cristo. Si calcola che misurasse m. 45 times 26, cioè come la basilica della Natività prima della successiva trasformazione; tre portali consentivano di uscire in facciata in un altro atrio porticato, che a sua volta permetteva, attraverso tre porte aprentisi su una fronte non meno monumentale della prima, da cui distava ca. m. 23, di scendere per una gradinata fiancheggiata da propilei nel colonnato del cardo maximus di G., poco a sud dell'arco a tre formici di accesso al libro della città.
In questo modo il Santuario è raffigurato ancora nel noto musaico geografico di Madaba, del sec. vi, e tale rimase fino alla distruzione operata dai Persiani di Cosroe nel 614 , che, dopo il saccheggio, ne avevano asportata la reliquia della S. Croce.
Il p. Vincent si è interessato di illustrare le antiche rappresentazioni del S. Sepolcro (H. Vincent, Quelques représentations antiques du St-Sépulcre Constantinien, in Revue biblique, nuova serie, 10 [1913], pp. 525546; 11 [1914], pp. 94-109).
La vittoria riportata nel 627 dai Bizantini sui Persiani nella Vallata del Tigri, e la morte di Cosroe ebbero come conseguenza l'evacuazione della Palestina e la riconquista delle reliquie e il loro ritorno nell'«Anastasis"; ma nell'impossibilità di ridare al "Martyrium" l'antico splendore, il monumento cominciò da allora a perdere il carattere commemorativo per trasformarsi in una vera e propria chiesa. Modesto, l'igumeno di S. Teodoro, si assunse il duro compito di riparare i danni apportati dall'invasore e in complesso egli non modificò di molto lo schema generale degli edifici costantiniani. Soltanto nell'«Anastasis», applicando rigidamente le regole dell'orientazione, creò al posto dell'ingresso una grande abside dove collocò l'altare, e ai lati aprì gli ingressi. Inoltre, in corrispondenza degli altri punti cardinali, curvò il muro periferico in profondi nicchioni. Il resto rimase quasi immu-
tato. Un terremoto nel sec. ix, incendi e saccheggi nel x, niente fu risparmiato al S. Sepolcro, fino a quando il 18 ott. 1009 se ne iniziò la sistematica demolizione, compresa quella della roccia fino al piano del banco mortuario, per ordine del secondo califfo fátimita d'Egitto, al-Hākim bi-amr'illāh, che cosi rompeva la tradizione di tolleranza religiosa fino allora mantenuta dai suoi predecessori, dopo la resa di G. nel 637 al califfo 'Omar. Nel 1042 l'imperatore Monomaco otteneva di poter ricostruire il santuario; in sei anni di lavoro esso veniva riconsacrato, dopo aver subito però profonde trasformazioni, che della rotonda costantiniana avevano rispettato solo la metà orientale. Cosi la trovarono i Crociati, i quali, non ritenendo il fabbricato rispondente alla santita delle memorie contenutevi, concepirono il disegno di riunire tutti i principali santuari in un solo monumentale edificio (iniziato nel 1140 , inaugurato nel 1149). Ancora una volta questo fu modificato nel 1808 dai Greci ortodossi, e da vari anni è nuovamente oggetto di studi, per ovviare alle gravi le sioni che ne minacciano la stabilità e restituirgli un più
nobile aspetto (L. Marangoni, Il S. Sepolcro, in Cicilto, 4 [1940-41], pp. 86-91).
Prima il Rivoira e poi il Giovannoni misero in evidenza gli evidenti rapporti tra l'architettura del S. Sepolcro e il mausoleo di S. Costanza in Roma, pure del periodo costantiniano (T. Rivoira, La chiesa del S. Sepolcro in G., in Dissertazioni della Pont. Accad. rom. di arch., 2ᵃ serie, 13 [1918], p. 183; G. Giovannoni, Basiliche cristiane in Roma, in Atti del IV Congr. internazionale di arch. crist., I, Città del Vaticano 1940, p. 22d. Il Byvanck richiamò l'attenzione sulle analogie con il S. Sepolcro presentate dalle costruzioni erette presso Nola da s. Paolino (m. nel 432) sul sepolcro di S. Felice (A. W. Byvanck, Die Graberkirche in Jerusalem und die Bauten am Grabe des hl. Felix bei Nola in Campanien, in Byzantinische Zeitschrift, 30 [1909-30], p. 549). Il Krsuzheimer poi dimostrò nel 1935 che anche la chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio, eretta dal papa Simplicio (468-83), ripete lo schema concentrico del S. Sepolcro.
Ad Elena madre di Costantino si fa risalire la costruzione della basilica dell'Eleona (l'Oliveto: Eusebio, Vita Constantini, III, 41), sorta sulla grotta nella quale Gesù aveva predetto la rovina di G. e la sua Resurrezione. Abbattuta nel Sacco dei Persiani, rimase abbandonata e col tempo se ne disperse ogni traccia. Nessun dato certo di scavo ha potuto finora avvalorare le varie ipotesi emesse sulla sua esatta ubicazione.
Santuario dell'Ascensione. - Sul Monte Oliveto fu racchiusa, con un recinto rotondo e un doppio porticato concentrico interno, senza copertura, la roccia da cui Gesù salì al cielo: ad occidente sembra fosse preceduto da una specie di ardica molto fastosa. Pietro l'Iberico (ca. il 4⁸ 1 ) ne attribuisce la costruzione alla pellegrina Poemonia. I pp. Vincent e Abel ritengono che essa sarebbe stata costruita prima dell'anno 378. L'edificio ottagono, con sala centrale a cupola, era preceduto da un vestibolo; anche il vescovo Arculfo (Itin. Hieros., p. 259) ne dà la descrizione. Il tipo architettonico venne adottato per la moschea di 'Omar. Anche per questo monumento non restano tracce della primitiva costruzione; l'attuale si deve ai Crociati.
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(do A. Grabar, Martyrism, 1, Parigi 1256, fig. 25)
Gerusalemme - Pianta della chiesa della Ascensione (sec. iv).
Notevole fu l'attività edilizia esplicata in G. dal patriarca Giovenale (421-58), avvantaggiato dal fatto che nella città aveva fissato la sua residenza l'imperatrice Eudossia, facendone quasi una capitale. Il luogo del pretorio di Pilato fu identificato dal p. H. Vincent con il "Lithostrotos", divenuto poi un santuario S. Sofia (Le Lithostrotos d'après des fouilles récentes, Parigi-Gerusalemme 1933; id., Autour du Prétoire, in Revue biblique, 46 [1937], pp. 563-70). A sud del Calvario, sulla collina di Sion, Egeria menziona una chiesa posta sul luogo occupato una volta dalla casa di Marco. Questa era la chiesa del Cenacolo, dove avvenne la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli; fu detta pure "chiesa degli Apostoli"; s. Epifanio la fa anteriore ai tempi di Adriano (De pondere et mens., 14); s. Cirillo di G. la ricorda a lungo (PG 33, 924). Vi si conservava la colonna della Flagellazione, prima nella casa di Caiphas. Arcuillo nel viI sec. ne dà il disegno.
Tra i musaici che decoravano la chiesa di S. Martino in Tours, uno rappresentava la chiesa del Monte Sion a G., come insegnava l'iscrizione: "La sacrosanta chiesa, madre di tutte le altre, fondata dagli Apostoli, nella quale discese lo Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco. In questa chiesa sono posti la cattedra dell'apostolo Giacomo e la colonna della Flagellazione" (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1856, n. 175).
Risalgono pure a questo periodo varie costruzioni di carattere religioso, fra cui le basiliche di S. Stefano a nord della città, dove furono traslate le reliquie del Protomartire ( 15 maggio 439) e fu sepolta poi l'imperatrice Eudossia; del Paradito nella Piscina Probatica; la chiesa della piscina di Siloe (forse a cupola) e quella tricora di S. Giovanni Battista, esplorata dalla Scuola archeologica francese (nel quartiere del Muristan, innanzi al S. Sepolcro; se ne distinguono le strutture originali alla base dei muri attuali) e infine il tempio rotondo nella Valle di Josaphat, dedicato alla Vergine.
La chiesa di S. Pietro fu studiata da E. Power (The church of St. Peter in Jerusalem. Its relation to the house of Caiphas and Santa Sion, in Biblica, 9 [1928], pp. 167187). Nella Vita di s. Saba è ricordata, presso G., una chiesa in onore dei ss. Cosma e Damiano (BHG, II, 1608, c. 55). A due miglia a sud-est di G., a Bethania, era stata una chiesa sul luogo dove Maria, sorella di Lazzaro, avrebbe incontrato il Signore; una seconda chiesa era nel centro di Bethania eretta sulla tomba stessa di Lazzaro.
Oltre quanto si è detto sopra, poco o niente rimane di tante opere; né scavi condotti in diverse zone nei pressi della porta di Damasco hanno permesso di stabilire con certezza l'ubicazione.
In una cosi fervida attività edilizia non poteva fare a meno di ripercuotersi negativamente la scomparsa dell'imperatrice Eudossia che ne era stata l'anima e la mecenate; la grave crisi economica che ne segui portò alla sospensione di un programma tanto ambizioso, anche se mosso da fini ideali, e si dovette solo all'intervento di Giustiniano se esso fu ripreso ed anzi ampliato. Egli infatti non volle essere da meno di Eudossia, e ordinò l'erezione di una grandiosa basilica (tale appare anche in rapporto alle altre sul musaico di Madaba), in onore della "Theotokos" con annessi ospizi per i poveri e i pellegrini, e la denominò "la Nuova" in Nèz. Era probabilmente a croce, con cupola, o, a quanto si crede, sorgova nella parte meridionale dell'area del Tempio, che non si considerava come facente parte del Santuario propriamente detto. Menzionata ancora nel sec. in, dovette essere radicalmente distrutta in seguito agli ordini del califfo al-Hākim, giacché non ne è stata mai più trovata la minima traccia. Fra tanti scarsi avanzi delle più antiche chiese e le molteplici supposizioni sul sito di quelle sconparse, una fortunata combinazione consenti di riportare alla luce l'originale santuario dell'Agonia, nell'orto di Gethsemani. Mentre già si lavorava a ricostruire la chiesa sull'area di quella dei Crociati del sec. xit, lo scavo aperto per la fondazione di una colonna incontrò un musaico. Ampliato subito lo sterro, si metteva così allo scoperto un edificio del sec. iv con pavimento musivo, a tre navate (largo m. 16,40 e lungo da 22,30 a 24,50 ), con abside, innanzi alla quale per m. 8 su 3,80 di larghezza e 0,35 di altezza cinergeva la roccia, evidentemente oggetto di venerazione, perché tutta segnata dai colpi di scalpello con cui i pellegrini e i devoti ne avevano staccato piccole scaglie. Non ci voleva di più per riconoscere qui la "chiesa elegante" di cui parla s. Silvia di Aquitania (si hanno anche tracce di musaici parietali), fatta sorgere da Teodosio presumibilmente ca. il 380-85 sul luogo dove aveva avuto inizio l'agonia del Salvatore. Devastata dai Persiani, è dubbio se fosse stata rialzata da Modesto: con ogni probabilità giacque in rovina e i Crociati, tornando a venerare il luogo, non si accorsero che la loro nuova chiesa poteva suggellare per sempre quella più antica.
Il musaico geografico di Madaba (v.), cui si è fatto più volte riferimento, illustrato e commentato da vari studiosi ha come motivo centrale della carta di Terra Santa una pianta prospettica di G. (con la parte occidentale in alto), quale doveva essere nel sec. vi, all'epoca del l'imperatore Giustiniano. Essa è attraversata da una strada fiancheggiata da portici, che a sinistra sbocca in una piazza fronteggiante la parte settentrionale della città, in mezzo alla quale sorge una colonna che le dà il nome (Bāb el-Amūd, nota oggi anche come Porta di Damasco); quasi al centro è il complesso monumentale del santuario del S. Sepolcro e un po' dovunque si distinguono altri edifici sacri, dai lunghi tetti a doppio spiovente, fra i quali sono stati identificati alcuni di quelli dei quali si è parlato. Da tale pianta risulta con evidenza che il sorgere dei luoghi di culto cristiani non aveva fondamentalmente turbato lo schema urbanistico della città romano-ellenistica, quale l'avevano ideata gli architetti adrianoi della colonia «Aelia Capitolina». Di tale opera la furia degli uomini ha quasi tutto disperso, sì che non si sarebbe potuto averne un'idea esatta, se non fosse venuto in ausilio il documento dovuto alla pazienza e alla devozione di un modesto artigiano operante in un piccolo centro arabo ai confini dell'Impero bizantino.
Bibl.: F.-M. Abel, Jerusalem, in DACL, VII, II, col. 2304 sgg.; J. Germer-Durand, Epigraphie chrétienne de Yérusalem, in Revue biblique, I (1892), pp. 560-88; P. Geyer, Itinera Hierosolymitana (CSEL, 38), Vienna 1898; M.-J. Lagrange, La dormition de la sie Vierge et la maison de Jean Mare, in Revue biblique, 8 (1899), pp. 589-609; C. Mommert, Topographie des alten Jeru. calem, 4 voll., Lipsia 1900-1907; H. Vincent, La crypse de SixAnne à Yérusalem, in Revue biblique, nuova serie, I (1904), pp. 228-41; id., L'église de l'Elbona, ibid., 20 (1911), pp. 219265; G. Durand, La maison de Calphe et l'église St-Pierre
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Gervalemme - Il S. Sepolero rufliqurato in un avorio del sec. v-vi.
I.indro, British Museum.
a Jerusalem, ibid., nuova serie, it (1914), pp. 71-94; H. Vincent-F.-M. Abel, Jérotulcns, 12, 1. Parigi 1914; II, in, ivi 1922; II, in, ivi 1926; F.-M. Abel, La xipulture de st Jacques le Mineur, in Revue biblique, 28 (1919), p. 480 sgg.; H. Vincent-F.-M. Abel, La Sainte-Sian et les souctuaires de scroud ordre à l'interieur de la ville, Parigi 1923: id., Siv sione et les souctuaires hors de la ville, ivi 1926; G. Dalman, Yérotulcm and scene Gebäude, Gütersloh 1930. Per il musaico di Madaba: M.-J. Lagrange, Yerusalem d'après la musulqur de Madaba, in Rev. biblique, 6 (1897), p. 450 sgg.; A. Schulten, Die Massihbarte von Madaba, Berlino 1909; A. Jacoby, Das zenzraphische Mosaik von Madaba (Studien über christliche Denkmäler, 5), Lipsia 1905; P. Thomsen, Das Studtbild Yernsalems auf der Massihbarte von Madaba, in Zeitschrift d. deutschen Palästina Vereins, 1929, p. 149 sgg.; id., Der Künstler der Massihbarte vona-sababa, in Byzant. Zeitschrift, 30 (1930), p. 399. Per il S. Sepolcro : Ch. Clermont-Ganneau, L'astoraliste du Saint-Sépulcre, Parigi 1888; C. W. Wilson, Golgatha and Holy Sepulchre, Londra 1906; H. Savoy, Le SaintSepulcre. Etude historique et archéologique, Friburgo 1908; A. Baumstark, Die modestiaulichen und die konstantinischen Bauten am heil. Grabe zu Yerssalem, Paderborn 1915; H. T. Duckworth, The church of the Holy Sepulchre, Londra 1922; L. Marangoni, La chiesa del S. Sepolcro in G. Problem della sua conservazione, Venezia 1937; E. Weigand, Zwei neue Hypothesen über die konstantinischen Bauten am Heiligen Grabe in Yerssalem, in Byzantinische Zeitschrift, 40 (1940), pp. 78-88; L.-H. Vincent, Histoire de la basilique du Saint-Sépulcre, in Il S. Sepolcro di G., Bergamo 1949, pp. 23-77. Per Gethsemani: H. Moistermann, Gethsémani, Parigi 1920; G. Orfali, Gethsemani, ivi 1924; A. Grabar, Martyrism, ivi 1943, v. indice. Renato Bartoccini
## VI. ARTE.
Il pellegrino di Bordeaux vede la basilica del S. Sepolcro appena terminata e ne ammira lo splendore meraviglioso (Itinera Hierosolymit., ed. P. Geyer [CSEL, 38], p. 23); alla fine del sec. Iv Egeria parla di rivestimenti aurei, musivi e marmorei (id., ibid., p. 76). Si è convinti che la chiesa ottagona dell'Ascensione al Monte Oliveto dovette avere all'esterno un musaico con la rappresentazione dell'Ascensione, come gli edifici del S. Sepolcro quella della Resurrezione, perché le ampolle in metallo o in terra cotta acquistate dai pellegrini in detti Santuari ( » nei santi luoghi di Cristo v) riproducevano queste scene, come quelle della Natività dalla basilica di Betlemme. In altre ampolle invece si trova rappresentato, sia pure in forma schematica, l'edificio sacro, dal quale è stato preso il ricordo dell'olio che vi ardeva nelle lampade. Così, ad es., in un'ampolla, oggi nell'abbazia di Bobbio, è rappresentato l'interno dell'Anastasis.
Un'altra serie di oggetti-ricordo dei pellegrinaggi ai Luoghi Santi sono alcuni braccialetti con scene,
ad es., della Crocifissione (J. Maspero, Bracelets-amulettes d'époque byzantine, in Annales du service des Antiquités de l'Egypte, 9 [1908], pp. 246-58). Nella prima metà del sec. vi, s. Dositeo vide al Gethsemani una scena del castigo dei dannati (M. Brun, La vie de st Dosithée, in Orientalia Christiana, 26 [1932], p. 104 sgg.).
G. è anche la città celeste, abitata dai testimoni di Cristo, i martiri. Questo concetto è espresso nel graffito letto da G. B. de Rossi dinanzi alla cripta dei papi nel cimitero di Callisto: «Ierusalem civitas ornamentum martyrum Domini-. La città celeste è rappresentata, secondo il Wilpert, nello sfondo del musaico absidale di S. Pudenziana (Mosaihen, tavv. 42-46) e più tardi nel centro dell'arco trionfale di S. Prassede del tempo di Pasquale I e nel musaico absidale contemporaneo di S. Cecilio in Trastevere (ibid., pp. 1068-69, tav. 116). G. è personificata talvolta in una figura femminile a simboleggiare l'« Ecclesia ex circumcisione», come in Roma nei musaici di S. Pudenziana e di S. Sabina; ovvero il suo nome si legge nella rappresentazione d'una città turrita, a indicare la Chiesa (v.) d'Israele. Così in Roma in S. Maria Maggiore e ai SS. Cosma e Damiano; a Ravenna in S. Vitale e in S. Apollinare nuovo.
Dalla celeste G. escono gli Apostoli in alcuni sarcofagi (Wilpert, Sarcofagi, tav. XIV, 1-3; XX, 6; CL, CLI, 1; CLIV, 2 e 3). Tale soggetto, fu rappresentato nel prezioso pezzo di oreficeria offerto da Valentiniano III per l'altare di S. Pietro al tempo di Sisto III ( 432-40 ); esso sussisteva ancora al tempo di Adriano I (772-95) che lo ricorda in una lettera a Carlo Magno: fu depredato dai Saraceni nell'anno 846 e sostituito nel sec. xiri in smalti di Limoges, di cui restano tuttora alcuni frammenti nella Confessione di S. Pietro.
Nel 1109 un violento terremoto aveva assai compromesso la stabilità degli edifici del S. Sepolcro, provocando danni che i Crociati si affrettarono a riparare. L'edicola della tomba conservò la sua forma tradizionale con le sue colonnine sorreggenti gli archetti e il vestibolo quale era stato modificato da Monomaco. La terrazza superiore venne coperta da lastre di bronzo dorato, al camminamento superiore fu sovrapposta una cupola con rivestimenti in argento dorato sostenuta da fasci di colonnine. L'edicola accolse una statua di Cristo, in argento, a grandezza naturale.
Nella rotonda furono costruiti due forti zoccoli per sostenere un grande arco trionfale.

(de A. Grabar, Martyrism, Parigi 163 Altem, tav. 16, 1) Gerusalemme - Esterno e porta del S. Sepolcro raffigurato in un avorio del sec. 7 -vi - Milano, collezione Trivulzio.
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In sostituzione dell'abside orientale si costrui una basilica di stile romanico, con transetto, deambulatorio e navi minori; la nave centrale fu a tre campate. La roccia del Calvario si incassava nelle navi minori: mentre a nord sussistevano gli avanzi del portico e gli oratori della Compassione della Vergine e del carcere di Cristo. Le absidi praticate nel muro semicircolare sostituirono le tre esedre dell'ultimo restauro bizantino.
Il Calvario fu ridotto a una doppia cappella la cui vòlta era sostenuta da pilastri. Due porte facilitavano le comunicazioni; quella a nord con gli ambienti situati ad oriente e con il deambulatorio; l'altra a sud con la cappella della Madonna dei sette dolori o dei Franchi.
Nell'abside centrale si avevano due altre aperture simmetriche. Il coro o la dimora dei canonici occupavano a un livello superiore il luogo della Basilica Costantiniana. A nord della rotonda il palazzo del patriarca si sovrappose al Monastero dell'Anastesis. Sull'oratorio aderente alla rotonda venne eretto un grandioso campanile a quattro piani.
Dal sec. XIII ai nostri giorni. - Ma nel 1187 la disfatta di Hattin fece ricadere G. sotto il dominio maomettano.
Gli edifici sacri e i monasteri di G. furono confiscati e ridotti in moschee o ad altri usi.
Saladino però, seguendo l'esempio del califfo 'Omar lasciò che il S. Sepolcro rimanesse quale santuario cristiano, ma sotto il controllo musulmano. Sembra che nel 1212 custodi della Basilica fossero sacerdoti locali, mentre nel 1217 gli edifici furono trovati chiusi dal pellegrino Thietmar. Pare che i Latini vi fossero riammessi nel 1192. Federico II nel 1220, durante una breve tregua, venne a farsi incoronare nella Basilica. Ma nel 1244 i Karismini misero a sacco la città, trucidarono i cristiani e gli cdifici del S. Sepolcro furono devastati.
In seguito alle proteste del mondo cristiano, Innocenzo IV ricevette nel 1246 assicurazione dal sultano Ajitib che sarebbero stati riparati i danni e custodi musulmani avrebbero assicurato l'ingresso al Santuario a tutti i pellegrini, che, superando le asperità del viaggio, erano sempre numerosi, soprattutto dall'Oriente, ricevendo ospitalità presso i vari monasteri. La regina Tamara ottenne esenzioni di tasse solo per i Georgiani; gli altri erano sottoposti a vere angherie. Attesta Fidenzio da Padova (1266-91) che ciascun pellegrino doveva sbarzare ca. 80 franchi d'oro per entrare nel S. Sepolcro. Nel 1216 il card. Giacomo da Vitry andando in Terra Santa aveva trovato già a G. i Frati Minori, che vi si

(da A. Graber, Morigrium, Parigi III2, Album, inv. H, n. 71 Gerusalemme - Il S. Sepolcro raffigurato in un avorio del sec. v-vi. Monaco di Baviera, Museo.
erano stabiliti, sotto il governo di frate Elia. Più tardi quali pellegrini vi si recarono i domenicani Burcardo da Monte Sion nel 1283 e Ricoldo da Monte Croce.
Roberto d'Angio e Sancia di Majorca (1309-45) ottennero dal sultano al-Malik an-Nasir una residenza in G. per la comunità latina, che il papa Clemente VI (1342-1352) affidò ai Francescani.
Dal diario di fra' Niccolò di Poggibonsi (1346-50) si apprende che le varie regioni avevano propri altari; cosi quello degli Armeni era presso il Calvario, quello degli Etiopi e degli Indiani presso l'Edicola, i

(fol. Biblioteca Vaticana) Gerusalemme - Il S. Sepolcro dipinto su una cassetta lignea (sec. 15) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
I Francescani, favoriti dai buoni rapporti tra il sultano Barsabai e Filippo il Buono, duca di Borgogna (14191467), riuscirono nel sec. xv ad assicurarsi le chiavi della Edicola del S. Sepolcro, e porvi un altare mobile per celebrarvi la S. Messa, mentre tutto intorno si contendevano gli oratori gli Armeni, gli Abissini, i copti, i Gcorgiani, i giacobiti, i Greci, i Siri.
La questione dei Luoghi Santi sorse in seguito alla occupazione turca di Selim I nel 1517; da allora in poi i Greci, essendo sudditi ottomani, cercarono di spogliare i Francescani dei loro privilegi. Ca. la metà del sec. xvi un terremoto demoli il campanile che venne sostituito con un'altra costruzione. Le contese si fecero più aspre durante il sec. xvir. Nel sec. xviir i Greci, con l'appoggio dei Russi, riuscirono a restringere i privilegi dei Latini, usurpandone non poche prerogative.
Il 12 ott. 1808 un disastroso incendio devastò l'insigne monumento, dal quale andarono esenti solo la cappella latina della Madonna, la cripta di S. Elena, una parte del Golgota e il piccolo convento francescano. Il restauro venne affidato a Comninos di Mitilene, al quale per l'occasione fu dato il titolo di varchitetto reale». Il colonnato interno venne allora in parte soppresso in parte racchiuso dentro pilastri in muratura. La rotonda venne coperta; furono distrutte e disperse le tombe dei re di Gerusalemme, furono allora espulsi i Francescani, i quali ritornarono nel 1853 , ricevendo solo parte dei loro edifici. Nel 1868, a spese della Francia, della Turchia e della Russia furono modificati i pessimi restauri del Comninos.
Sottratta la Palestina ai Turchi nel 1917, essa passò sotto mandato inglese e tutto fu devoluto all'alto commissario inglese per la Palestina, il quale stabili che nulla fosse modificato da quanto era stato fissato dal sultano nel 1852 . Gli edifici del S. Sepolcro subirono rilevanti danni per il terremoto del 1927, specialmente nella basilica dei Crociati. I restauri della cupola del Katholibdu minacciarono di apportare ulteriori rovine e furono sospesi i lavori e a tutt'oggi non si è iniziato l'urgente e improrogabile restauro al più insigne monumento del cristianesimo. - Vedi tavv. XIV-XVI.
Bisc.: L. M. Vincent, Histoire de la basilique du StSepulcro, in Il S. Sepolcro di G., Bergamo 1949, pp. 23-77; D. Baldi, L'attuale Basilica, ibid., pp. 81-130. Enrico Josi
GERUSALEMME : v. CONFERENZE PANCRISTIANE.
GERVASIO di Sant'Elia. - Al secolo Carlo Benedetto Bizozero; teologo carmelitano scalzo, n. a Milano nel 1631, m. a Concesa l'8 luglio 1696. Predicatore e professore di teologia morale, fu per molti anni esaminatore sinodale nella diocesi di Bologna, ove coprì anche l'ufficio di consultore del S. Uffizio.
Scrisse : Il falso ed il vero (4 voll., Bologna 1680, ivi 1684-86 ); una serie di prediche sul S. Scapolare, intitolata : Frutti di S. Elia (4 voll., ivi 1684-86). Lasciò inedite varie opere di diritto canonico.
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Bibl.: C. de Villiers, Bibl. Carm., I, 2² ed., Roma 1927, pp. 558-59; Hurter, IV, col. 597; P. Servais, s. v. in DThC, VI. i, col. 1330 . Ambrogio di Santa Teresa
GERVASIO e PROTASIO, santi, martiri. Sono commemorati nel Martirolegio geronimiano il 19 giugno, giorno della loro traslazione nella Basilica Ambrosiana di Milano. I loro corpi furono però rinvenuti due giorni prima nella basilica dei SS. Nabore e Felice da s. Ambrogio nel 586 , mentre ferveva la lotta tra il santo vescovo e l'imperatrice Giustina. L'avvenuto ritrovamento fu raccontato dallo stesso Santo in una lettera alla sorella Marcellina, ed è attestato da s. Agostino e da Paolino diacono e biografo di s. Ambrogio, presenti al fatto. La memoria dei due martiri era però fino a quel giorno quasi del tutto obliterata nella Chiesa milanese, ed al tempo dell'invenzione soltanto alcuni vecchi ricordavano d'averne sentito il nome e di aver letto l'iscrizione sepolcrale. Incerto rimane dunque il tempo del loro martirio.
Soltanto tra la fine del sec. v e l'inizio del vi un falsario compose una Passio, inserendola in una pseudo lettera ambrosiana ed attribuendola ad un certo Filippo coero dei martiri, che ne avrebbe curato la sepoltura nella propria casa. Secondo cotese Passio, G. e P. erano figli gemelli dei santi Vitale di Ravenna e Valeria di Milano. Dopo la morte dei genitori, vendettero tutti i loro beni, li distribuirono ai poveri e si rinchiusero in una casetta, dove stettero per dieci anni pregando e meditando. Un giorno passò da Milano un certo Astasio, diretto alla guerra contro i Marcomanni; gli furono denunziati i due fratelli, che interrogati ed invitati a sacrificare si rifiutarono. Furono perciò tormentati, e mentre G. morì sotto i flagelli, P. finì decapitato.
Bibl.: S. Ambrogio. Epist. 22: PL 16, 1062-69, v. anche PL 17, 821-30: Acta SS. Iunii, IV, ed. Parigi 1867, pp. 680-

(per carissio della dott.sso L. von WReitene) Gerusalemme - Il S. Sepolcro visto da un pittore del sec. xv - Bodensee.
704: F. Savio, Due lettere falsamente attribuite a s. Ambrogio, in Nuovo bullet. di arch. crist., 3 (1897), pp. 153-77; id., Gli antichi vescovi d'Italia.