issio della dott.sso L. von WReitene) Gerusalemme - Il S. Sepolcro visto da un pittore del sec. xv - Bodensee.
704: F. Savio, Due lettere falsamente attribuite a s. Ambrogio, in Nuovo bullet. di arch. crist., 3 (1897), pp. 153-77; id., Gli antichi vescovi d'Italia. Milano, Firenze 1913, pp. 788-810; H. Delchace, Quelques dates du Martyenloge hévonymien, in Anal. Boll., 49 (1931), pp. 30-35; id., Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 73-78; Martyr. Hieronymianum, D. 325 sge.
GESENIUS, Wilhelm. - Insigne semitista ed esegeta protestante, n. a Nordhausen il 3 febbr. 1786, m. a Halle il 23 ott. 1842. Insegnò nell'Università di Halle dal 1820 in poi. Rinnovò lo studio dell'ebraico mediante la grammatica e la lessicografia comparate con le altre lingue semitiche, specialmente l'araba.
Pubblicato a Lipsia in a voll. (1810-12), il dizionario ebraico, che nella 2² ed. (1823) ebbe il titolo attuale, tradotto in varie lingue, fu modificato profondamente dagli editori successivi, fino a F. Buhl, Hebräisches und arandisches Handwörterbuch über das alte Testament, 174 ed., Lipsia 1921. Nel 1825 pubblicò anche un dizionario ebraico scolastico. Nel 1826 iniziò la pubblicazione della sua opera più importante, condotta a termine (da Sâbhar in poi) dal suo discapolo E. Roediger, Thesaurus phila-logico-criticus linguae Hebraicae et Chaldaicae Veteris Testamenti, 3 voll., Lipsia 1829-53. Vi sono spiegati tutti i passi biblici di qualche importanza; nelle etimologie il G. dà talora soverchia importanza all'arabo.
Egualmente classici i suoi lavori per la grammatica ebraica. La sua Hebräische Grammatik (Lipsia 1883) seppiantò tutte le altre. La 174 ed. (1902) e le seguenti furono curate da E. Kautzsch, la 29ᵃ ed. (dal 1919) da G. Bergsträsser. G. scrisse un commento ad Isaia (3 voll., ivi 1820-21), il cui valore è solo filologico. Curò un'edizione della Genesi (1828) e una di Giobbe (1829). Numerosi i suoi studi sul samaritano e sul fenicio, oltre a vari articoli nella Allgemeine Encyklopädie di J. S. Ersch - J. G. Gruber.
Bibl.: R. Haym. G., eine Erinnerung an seine Freunde, Berlino 1843; H. Gesenius, W. G., ein Erinnerungsklatt an den 100 -jährigen Geburtstag. Halle 1886; F. Vigourcoz, s. v. in DB, III, coll. 215-18; E. F. Miller, The influence of G. on hebrew lexicographic, Nuova York 1927; F. Schühlcin, s. v. in LThK, IV, col. 458 sg .
Francesco Spadafora
GESSEN. - Regione del delta egiziano (ebr. Gōšen, Settanta Г'áøe μ ) nella quale si insediò la famiglia di Giacobbe invitata in Egitto da Giuseppe (Gen. 45, 10; 46, 34; 47, i. 27). Nella «terra di G. e gli immigrati si dedicarono alla pastorizia, crescendo di numero ed espandendosi nelle regioni adiacenti.
Si era creduto di trovare un equivalente di G. nei documenti egiziani, ma il raffronto si dimostrò poi errato (A. Gardiner, The supposed Egyptian equivalent of the name of Goshen, in Journ. of Egypt. archeol., 5 [1918], pp. 218-23). Tuttavia la terra di G. si può localizzare con approssimazione lungo il percorso dell'odierno Wádi Tumilát nei pressi della strada che da Bubastis (Tell Bastah) conduce al Lago di Timsāb (Ismailia). In questa regione si trovava la città di Phithom (v.).
Bibl.: A. Mallon, Les Hébreux en Egypte (Orientalia. 3) Roma 1921, p. 109 sge.: R. de Vaux, Israël, formation du peuple, in DBs. IV, col. 735 .
Sergio Bosticco
GESSO (Nell'arte). - Il g. chimicamente è solfato di calcio idrato, poco solubile in acqua. Tale solubilità aumenta, però, elevando la temperatura. Il suo impiego nelle arti figurative è di grande importanza e di varia natura. Anzitutto esso viene adoperato dagli scultori sia per la preparazione dei bozzetti da trasferire nel marmo e nel metallo o in terracotta, sia direttamente nell'esecuzione definitiva dell'opera, in quanto esso è più solido della cera e della creta vergine, anche se meno stabile della pietra e del metallo. Si trovano nel medioevo, a cominciare dal Duecento, tabernacoli, pergami, cibori, transenne in g., spesso di squisita fattura, e
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(per cortesia dell' Accademia)
Gesso - G. per il ritratro di Napoleone di A. Canova - Roma, Insigne Accademia di San Luca - Pinacoteca.
molte regioni italiane, specialmente il Lazio e gli Abruzzi, si arricchiscono di opere eseguite in g.
I plasticatori medievali intagliavano il g. allo stesso modo della pietra e spesso le strutture decorative avevano un'anima in pietra per sopperire alla scarsa solidità del g.
E più difficile trovare usato il g. nelle sculture a tutto tondo; in tale ordine però rientrano i calchi, che vengono eseguiti a scopo didattico e divulgativo, specie per le sculture dell'antichità. Esistono importanti collezioni di calchi: fra essi sono notevoli i Musei dei g. di Roma, presso l'Università, e di Parigi, con i calchi dei monumenti tombali dei re di Francia.
Per eseguire il calco di una scultura il g. viene usato due volte: prima per costruire sull'originale la forma matrice o involucro che conterrà la riproduzione e poi per colare nella prima la pasta che modellerà la copia. Il primo deve essere di qualità più solida e di più facile "presa" ed è chiamato g. da formatori, il secondo è invece più fluido e cristallino ed è detto g. alabastrino.
Nella pittura il g. venne impiegato per preparare la mestica sulle tavole e, più tardi, l'imprimitura sulle tele. Amalgamato nella colla, era stemperato sulla tavola (v. il trattato della pittura di Cennino Cennini) con il pennello, in modo da formare un letto liscio ed uniforme al colore. Anche sulle tele l'imprimitura a g. e colla è data con lo stesso procedimento e serve analogamente a livellare gli sbalzi della trama, oltre che a creare il fondamento per un solido impasto ai colori.
Nel restauro delle pitture il g. ha una funzione importantissima. Diluito a caldo nella colla, esso serve a campire le lacune delle parti originali, che vengono poi integrate a colori in zone neutre o intonate a quelle circostanti, secondo procedimenti vari.
Bibs.: C. Cennini, Il libro dell'arte, Firenze 1943, capp. 115127 e passim; C. A. Petrucci, s. v. in Enc. Ital., XVI, pp. 853-55. Giovanni Carandente
GESSUR (ebr. Gëšûr). - 1. Regione aramea, l'attuale Gollän, tra il lago di Tiberiade e il Basan o Batanea (v.) ad est, tra il principato arameo Maacha a nord e il Galaad a sud. Il piccolo Stato fu assorbito poi (ca. 1000 a. C.) dall'Aram di Damasco. I Gessurci (gëšûrî) sono ricordati con gli abitanti di Maacha (Deut. 3, 14; Ios. 12, 5; 13, 11), probabilmente anche in II Sam. 2, 9 con la versione siriaca e la Volgata. Risparmiati dagli Israeliti (Ios. 13, 13), occuparono in seguito alcune città di Iair (I Par. 2, 23).
Maacha, sposa di David e madre di Absalom, era figlia di Tholmai re di G. (II Sam. 3, 3; I Pur. 3, 2), alla cui reggia si rifugio Absalom dopo ucciso Amnon (II Sam. 13, 37; 14, 23.32; 15, 8).
2. Da los. 13, 2 e I Sam. 27, 8 risulta l'esistenza dei Gessurei, piccolo regno amalecita a sud della Filistea e a est della frontiera d'Egitto. Lasciato libero da Giosuè (Ios. 31, 2), fu conquistato da David (I Sam. 27, 8). Non si sa qual rapporto esistesse tra essi ed i precedenti.
Bibs.: L. Desnoyers, Histoire du peuple hebera, II. Parigi 1930, pp. 64 n. 2, 119 n. 3, 143 sg.; 150 n. 1, 205, 265, 274, 285 sg., 288; F. M. Abel, Géographie de la Palestine, I, ivi 1933, p. 230; cf. p. 323; A. Fernandez, Commentarios in libram Tosue, ivi 1958, p. 173; La Sacra Bibbia, II, Firenze 1917, pp. 52, 235.
Francerco Spadafora
GESTA MARTYRUM: v. AGIOGRAFIA; ATTI DEI MARTIRI.
GESTI. - Per la determinazione delle antiche scene iconografiche cristiane è assai importante l'interpretazione dei g., che Cicerone definì «l'eloquenza del corpo" (cf. Quintiliano, Instit., i1, 3, 1).
Il cristiano, come insegna Tertulliano, pregava stando in piedi, in atteggiamento umile e modesto, tenendo sollevate le mani e allargandole in ricordo della passione del Signore (De oratore, 14, 17). Origene raccomandava di tenere gli occhi in alto (De oratore, 31 : PG 11, 549). G. dell'insegnamento o di proelegere era quello del personaggio seduto con il rotolo aperto circondato dall'uditorio (Svetonio, De gramm., 16); è il g. dato al Signore tra il Collegio apostolico, sia nelle pitture cimiteriali che nei sarcofagi (p. es., in Wilpert, Sarcofagi, tav. 1, 1).
Nell'antica iconografia uno dei g. più importanti è quello dell'imposizione delle mani, che può essere adoperato per il rito di benedizione, come, p. es., quando Noè benedice i figli, Isacco benedice Giacobbe, ecc., per conferire doni soprannaturali, come nella creazione dell'uomo (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 96, 208, 10), nella moltiplicazione dei pani e dei pesci (id., Pitture, tav. 39, 2; id., Sarcofagi, tavv. 1; 2; 11, 2; 65, 5), e nel Vecchio Testamento per il giudizio di Susanna (id., Pitture, tav. 14; id., Sarcofagi, tav. 196, 1).
Assai frequente è tale g. nelle scene di guarigione, p. es., del paralitico (id., Pitture, tav. 212; id., Sarcofagi, tav. 229, 1), dei ciechi (id., Pitture, tav. 129, 2; id., Sarcofagi, tavv. 143, 2; 227, 2; 230, 3), del lebbroso (id., Sarcofagi, tav. 220, 1), dell'emorroissa (id., Pitture, tav. 20, 98, 130; id., Sarcofagi, tavv. 39, 1; 99, 1; 123, 2), dell'ossesso (in un dittico del Louvre, cf. H. Peirce - R. Taylor, L'art byzantin, I, Parigi 1933, tav. 97).
Il g. dell'acclamazione (come nella scena della liberalitas Augusti nell'arco trionfale di Costantino) è compiuto dagli Apostoli presso la crux iuvieta nei sacrofagi, o da Pietro e Paolo nell'arco trionfale di S. Maria Maggiore, a lato delle insignio Christi o anche in pitture cimiteriali (Wilpert, Pitture, tav. 252).
Una cosa sacra veniva ricevuta con le mani velate (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 4^{mathrm{b}} serie, 5 [1887], tav. 7). Il g. oratorio era lo stesso di quello nell'arte classica, di cui parlano Quintiliano (Instit., 11, 3, 119) e Apuleio (Metam., 2, 21). L'oratore era rappresentato tenendo chiuse le due ultime dita della mano destra, distendendo le altre e in alcuni casi con il pollice in basso (Quintiliano, Instit., 11, 3, 119; Apuleio, Metam., 2, 21).
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Talvolta si ha il g. di supplica, di pros ratio, come in alcune pitture cimiteriali (Wilpert, Pitture, tav. 74, 2; cf. E. Josi, Cuoneterinus maius. Di un arcosolio con unone pitture, in Riv. di arch. crist., 10 [1933], p. 12, fig. 6), e in sarcofagi dove 1 due coniugi sono prostrati ai piedi del Signore. Si ha pure il g. d'invito, p. es., in un sarcofago dove il pastore accarezza la pecora (Wilpert, Sarcofagi, tav. 82, 4); il g. di minaccia del pastore (ibid., tav. 48, 2-4); il g. di spavento compiuto dai marinai atterriti quando il profeta Giona è ingoiato dal mostro (Wilpert, Sarcofagi, tav. 202); il g. del dolore era rappresentato dalla mano destra sotto il mento (Cipriano, Ep., 11, 4), cosi si trova spesso Giona nelle pitture cimiteriali (Wilpert, Pitture, tavv. 96, 100).
Si ha poi pure il g. apotropaico contro il malocchio compiuto da Pilato (Wilpert, Sarcofagi, tav. 13, p. 318). - Vedi tav. XVII.
Bib.: R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, pp. 132-33; Wilpert, Pitture, p. 110 sgg.; id., Monaihen, 1, 121; L. De Bruyne, L'imposition des mains dans l'art chrétien, in Riv. di arch. crist. 20 (1943), pp. 41-153. Enrico Josi
GESTIONE DI AFFARI ALTRUI. - La g. di a. a. (negotiorum gestio) è una forma, almeno in senso largo, di quasi-contratto (v.) e corrisponde praticamente a un mandato presunto. Consiste nella g. di un qualunque affare in nome e per conto di un terzo presentemente assente o inconsapevole, ma che si presume prudenamente che ne darebbe il mandato se fosse a conoscenza della cosa. Molte sono le circostanze che possono dar occasione ad una g. di a.: la chiamata improvvisa alle armi o la fuga davanti al nemico invasore di chi non ebbe tempo di provvedere in tutto alle sue cose; la morte improvvisa di gruppi, di persone, dovuta, p. es., a bombardamenti, cpidemic, arresti in massa; perturbamenti civili; ritrovamento di oggetti di cui si ignora la provenienza e la proprictà. Chiunque in dette o in analoghe circostanze si assume la responsabilità di provvedere al mantenimento di cose e di beni (bestiame, casa, terreni) altrui, diventa un gestore di affari.
Tra i principali obblighi morali del gestore di affari vi è quello di amministrare con diligenza proporzionata l'oggetto della gestione e di renderne poi ragione all'interessato. Tra i suoi diritti invece quello che l'interessato riconosco come fatto da sé quanto fu necessario per la conservazione dell'oggetto della gestione, non escluse le eventuali obbligazioni cui il gestore fosse andato incontro; e quello di essere rifuso di tutte le spese necessarie e utili richieste dall'oggetto stesso, anche se poi queste non fossero riuscite ad un esito felice. E ancora ammesso che gli si dia un premio proporzionato al lavoro e ai rischi cui andò incontro e al servizio cosi esso al proprietario. La legislazione civile poi generalmente determina meglio le relazioni tra il gestore e il proprietario. Quella italiana tra l'altro non ammette che possa assumere una g. di a. chi è incapace di contrarre (Cod. civ. it., art. 2029) e non intende sottostare agli obblighi della gestione come se si trattasse di un mandato vero e proprio (art. 2030); impone pure l'onere di continuare la gestione fino e che gli eredi possano provvedervi direttamente, qualora il primo interessato nel frattempo muoia (art. 2028). Né la morale cattolica, né il diritto civile impongono come onere di giustizia l'assumersi la g. di a. a. Rimane però l'obbligo generale di carità di farlo, se ciò sia possibile, non costituisca un grave incomodo, non vi siano altri che lo possano e lo vogliano fare, e si tema un grave danno per l'interessato qualora la gestione non venga assunta. Una volta però assuntosi l'onere della gestione, è generalmente grave dovere di giustizia condurla secondo la legge morale e gli usi correnti.
Bib.: D. M. Prümmer, Manuale theol. mor., II, Friburgo in Br. 1936, nn. 283 e 48; Th. Iorio, Theol. mor., II, Napoli 1947, n. 817; B. H. Merkelbach, Theol. mor., II, Parigi 1947, n. 588; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, Padova 1950, pp. 613-15.
Lorenzo Simeone
GESÜ, sommo sacerdote : v. GIOSUÉ, SOMMO SACERDOTE.
GESÜ, il Giusto. - Personaggio nominato solo in Col. 4, 11 e con ben pochi elementi che servano a individuarlo. Come Aristarco e Marco, ivi nominati, era d'origine giudaica ("della circoncisione") e lavorava, con Paolo prigioniero, per la causa del Regno di Dio. Doveva essere ben noto ai Colossesi, ai quali invia i propri saluti.
Il nome di G., spesso grecizzato in Iason, era molto usato tra gli Ebrei. G. portava anche un altro nome, questo di origine latina: ' mathrm{I} mathbf{G} mathbf{G} mathbf{T} mathbf{T}, lustus, che era pure di Giuseppe Barsaba (Act. 1, 23) e di un certo Tito (o Tizio), "colens Deum", nella casa del quale Paolo viene accolto a Corinto (Act. 18, 7). L'uso d'aggiungere un nome greco o latino a quello ebraico era abbastanza frequente: si preferivano i nomi che davano una certa assonanza, come Paolo unito a Saulo.
Bib.: Oltre i commenti a Colossesi (v. colossei, epistola, ait. cf. J. O. F. Murray, Jesus called Yastus, in Dict. of the Bible, II, p. 694. Teodorico da Castel San Pietro
GESÜ, figlio di sIRAC: V. ECCLESIASTICO, LIBRO dell'.
GESUALDI, Filippo. - Teologo e scrittore ascetico dei Minori Conventuali, n. a. Castrovillari il 23 febbr. 1530, m. a Cariati il 12 dic. 1618 (secondo altri il 17 o 30 dic.).
Studiò a Roma, Padova e Treviso, laureandosi in teologia nel 1581 ; insegnò per vari anni filosofia e teologia a Roma, Padova (al Santo, ove istituì la "scuola compuntiva", associazione di pietà e penitenza, cui diede il nome anche s. Francesco di Sales, allora studente alla università, e di cui il G. sarebbe stato direttore di spirito), poi a Napoli, Palermo e altrove. Segretario e poi ministro generale dell'Ordine (1593-1602), fu particolarmente benemerito per l'impulso dato alla pietà e a varie forme devozionali, come l'esercizio della "disciplina", la " corda pia e e il " transitus" in onore della Passione del Signore e delle stimmate di s. Francesco, che si procicano ancora oggi nelle chiese francescane. Il 15 apr. 1602 fu creato vescovo di Cariati e Cerenzia, in Calabria. E tra i servi di Dio, nel Martirologio Francescano.
G. fu pure eccellente predicatore e fecondo scrittore ascetico. Per questa ultima attività si segnalano: Metodo della oratione delle quaranta hore, col suo officio (Padova 1592); Modo di far la santa disciplina (Roma 1597); Officio delli quindici gradi dello Passione di Christo e della Compassione di Maria V. (Bologna 1597); inoltre, Sulluogui scritturali (Milano 1595) e vari altri commenti ascetico-biblici, opuscoli filosofici, e uno Platosofia... su l'arte della memoria (Padova 1592), apprezzata in oratoria.
Bib.: G. Franchini, Bibliosefia di scrittori frane, conventuali, Modena 1693, pp. 218-22 e 583-66; Sbarnlea, II, pp. 379381; G. Abate, Series episcoporum O.F.M. Cont., in Misc. Franc., 31 (1931), p. 112; F. Russo, Il convento di S. Francesco in Castrovillari dei Min. Cont., ibid., 48 (1948), pp. 110, 114. Lorenzo Di Fonzo
GESUALDO, Alfonso. - Arcivescovo di Napoli, n. a Napoli ca. il 1540 da Luigi conte di Consa e poi principe di Venosa. Clemente VIII lo creò il 25 febbr. 1596 arcivescovo di Napoli; ivi egli spiegò una molteplice attività di pastore e di amministratore.
Alle 39 parrocchie esistenti nella città e insufficienti all'amministrazione dei Sacramenti e alla cura delle anime, furono per suo ordine aggiunte altre 15. Spirito combattivo, ebbe una lite con il card. Bellarmino che voleva sottrarre alla sua giurisdizione l'Isola di Procida; e il Papa, convinto dalle dotte prove documentarie addotte dal G., confermò i suoi diritti. Prelato di esemplare pietà ed austerità, si adoperò a riformare in Napoli i monasteri delle monache, ma incontrò l'opposizione dei seggi della città, gelosi di certe prerogative che il G. tentava d'intaccare. M. a 63 anni, al principio del 1603 (o 1605).
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BibL.: B. Candida-Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia, II, Napoli 1875, p. 56; L. Amabile, Il S. Officio della Inquisizione in Napoli. I. Città di Castello 1892, pp. 339-43; L. de Ville-sur-Yllon, Le navate minori del Duomo, in Napoli nobilissima, 5 (1896), pp. 81-85; cf. p. 84. Carlo de 'Frede
GESUATI. - I G. o "Chierici Apostolici di S. Girolamo" furono fondati nel 1360 dal b. Giovanni Colombini (v.) e si dedicavano ad una vita di rigorosa penitenza e all'esercizio delle opere di misericordia, specialmente all'assistenza degli infermi.
Nel 1367 ottennero da Urbano V a Viterbo l'approvazione dell'Ordine. Dal ripetere che facevano di frequente nelle loro prediche il nome di Gesù, furono detti G. Vestivano una talare bianca, stretta al fianco da una cinghia di pelle, con un cappuccio bianco quadrato ed un mantello grigio. Dapprima i loro statuti erano modellati, grosso modo, sulla Regola benedettina; dal 1426 adottarono la cosiddetta Regola di s. Agostino e le costituzioni compilate dal b. Giovanni di Tossignano, priore di una delle loro case.
I G. ebbero un notevole sviluppo in Italia; nel 1425 alcuni di essi si stabilirono a Tolosa, dove conducevano vita eremitica, sul tipo della camaldolese. Nelle frequenti epidemie del tempo si distinsero per il loro altissimo spirito di sacrificio nell'assistere i colpiti e seppellire i morti; si erano pure specializzati nella fabbricazione di medicamenti e dell'acquavite, e per questo erano anche chiamati i Padri dell'acquavite. Essi furono tutti senza eccezione, laici, fino al 1606, quando Paolo V concesse che potessero ascendere al sacerdozio, per cui in ogni monastero vi erano uno o due sacerdoti.
Appartennero all'Ordine dei G. il b. Giovanni da Tossignano e il b. Giannetto da Verona, Bianco da Siena, il dolce poeta mistico quattrocentesco, Paolo Moriggia (m. nel 1604) autore di una Storia degli uomini illustri del suo Ordine, e Bonaventura Cavalieri, noto matematico.
Nel sec. xvir essendo l'Ordine decaduto dal primitivo fervore, fu soppresso da Clemente IX con la bolla Romanus Pontifex ( 6 dic. 1668).
Verso il 1367 il b. Colombini indusse la cugina Caterina Colombini (m. il 20 ott. 1387) a istituire le Gesuate, o Povere Gesuate della Visitazione della Madonna, con scopo contemplativo. Esse osservavano il silenzio, digiunavano frequentemente, si flagellavano due volte ogni notte, portavano il cilicio e dormivano sulla paglia. Le Gesuate sopravvissero in Italia come Congregazione, fino al 1872 .
BibL.: G. Moroni, Diz, di erud, star.-ecc., XXX, pp. 108-10; M. B. Uccelli, Il convento di S. Giusto alle mura e i G., Firenze 1865; F. Belcari, Vita del b. G. Colombini, ed. G. Chlorini, Arezzo 1904; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der harlal. Kirche, I, Paderborn 1933, pp. 396-98. Pietro Sannazzaro
GESÙ CRISTO. - La seconda Persona della S.ma Trinità, cioè il Figlio di Dio fatto uomo.
Sommario: I. La vita di G. C. secondo la S. Scrittura. II. G. C., legato divino. - III. G. C. nella teologia dogmatica. IV. Il culto verso G. C. - V. Il pedagogo divino. - VI. G. C. nella storiografia. - VII. G. C. nella iconografia. - VIII. G. C. nel folklore.
I. La vita di G. C. secondo la S. Scrittura. Sommario: I. Introduzione. - II. La vita.
I. Introduzione. - I. Il nome. - Il greco 'I γ ρ ° ω̃ ς (lat. Iesus) rende l'ebraico mathcal{J} ε̄ ũ ũ a^{′} forma abbreviata del nome Jéhôtûa' (Giosuè). Questa parola è composta dal nome divino Jâh Jêhô nella forma breve "Jahweh" e da îhûa', vestigio del verbo îua' ("essere felice, incolume"), nella forma hiph'tî (dal verbo simile jâta' ( = " aiutare , " liberare ", " salvare"). Il nome di G. significa dunque : "Jahweh è salvezza ". Fondamentalmente è lo stesso nome annunziato da Is. (7, 14) : Emmanuel (v.), "Dio con noi"; (Mt. 1, 23 vede nel fatto dell'imposizione del nome di G. comandata a s. Giuseppe, l'adempimento della profezia del nome "Emmanuel "). G. è "Dio con noi ". Dio è
con l'uomo per salvarlo, secondo la forza della espressione "Dio con l'uomo" nel Vecchio Testamento (cf. U. Holzmeister, in Verbum Domini, 8 [1928], pp. 363369). L'appellativo "Cristo" o "Messia" integra nell'uso invalso fin dal tempo apostolico il nome di G.
La. Genealogia. - Per essere con l'uomo nella forma più concreta possibile, "Dio che salva" ha preso in G. stabile dimora in mezzo agli uomini : il Verbo si fece carne e abitò (come in una tenda) tra gli uomini (Is. I, 14). La "carne" è l'umanità con la sua fragilità. Già nelle genealogie che elencano gli antenati di G., appare che egli si è inserito nella storia dell'uomo discendendo dalla famiglia di David e di Abramo, in cui non mancano debolezze : le peccatrici Thamar, Raab e "quella di Uria". Due sono le genealogie, contenute in Mt. 1, 1-16 e Lc. 3, 23-38, e sembrano riferire dati contrastanti. Per conciliarle si è supposto: che Luca darebbe la genealogia naturale (di Maria), Matteo quella legale (di Giuseppe); ma questa ipotesi ignora che le genealogie intendevano provare non l'origine naturale, ma la successione e l'origine legale (M.-J. Lagrange, St Luc, Parigi 1921, p. 123). L'uno e l'altro evangelista dunque hanno voluto dare la genealogia di s. Giuseppe. Nessuna difficoltà da parte dell'origine davidica di G.: questa viene provata e asserita anche se G. discese da David solo per via legale. Il senso avvio di L c .3,23 dice che anche Luca racconta la genealogia di s. Giuseppe. Secondo molti autori antichi e moderni, Giuseppe è detto da Matteo figlio di Giacobbe, da Luca figlio di Heli, perché Giacobbe e Heli erano figli della stessa madre (Estha) e di diverso padre (il primo di Mathan, discendente da David, per via di Salomone; il secondo di Mathat, discendente di David, per via di Nathan), ed essendo Heli morto senza figli, Giacobbe suo fratello, secondo la legge del levirato (Deut. 25, 5-6) sposò la vedova di Heli e ne ebbe figlio Giuseppe, che fu percib figlio naturale di Giacobbe, figlio legale di Heli. Matteo dà la genealogia del padre naturale, Giacobbe; Luca quella del padre legale, Heli. Questa seconda spiegazione urta nella difficoltà che la legge del levirato valeva solo per i fratelli almeno di uno stesso padre, se non anche per i fratelli, figli dello stesso padre e della stessa madre (cf. U. Holzmeister, Quaestiones biblicne de sancto Ioseph, Roma 1945, p. 11).
Una terza ipotesi ricorre all'adozione: Giuseppe è figlio di Giacobbe, ma è stato adottato nella famiglia di Heli. Non pare che gli Ebrei avessero l'uso dell'adozione, se non nel caso che il suocero adottava come figlio il genero, il marito della sua figlia: il genero allora entrava in tutti i diritti del figlio. Ciò avveniva in particolare quando la figlia era crede, essendo il padre senza figli maschi. Nel caso presente, Giuseppe, figlio di Giacobbe (genealogia di Matteo), sposa Maria, figlia di Heli; questi adotta come figlio il genero Giuseppe. Così Luca dà la genealogia di Giuseppe (perché è stato adottato da Heli) e insieme i progenitori di Maria. Questa soluzione sembra la più probabile, anche se non si può provare con certezza che Maria fosse figlia erede. Tale adozione fu in uso presso gli Ebrei (Esd. 2, 61; I Par. 2, 34-35). Lo sforzo di conciliare le due genealogie è laborioso, come si vede; più utile è comprenderne il senso. Matteo ha voluto far vedere in G. l'erede delle promesse d'Abramo e del trono di David; Luca, rimontando fino ad Adamo, ha voluto mostrare che Egli è il Salvatore di tutta l'umanità (M.-J. Lagrange, St Luc, p. 126).
Bibl.: F. Prat, Généalogie de Jésus-Christ, in DB. III (1903), pp. 168-71; id., Jésus-Christ, 16* ed., I. Parigi 1947, p. 511 sgg.; U. Holzmeister, Genealogia s. Lucae, in Verbum Domini, 23 (1943), pp. 9-18.
3. Il Verbo divino. - Io. 1, 14 segna l'identificazione dell'uomo G. con il Verbo di Dio. Il prologo giovanneo, con le espressioni sulla vita del Logos presso il Padre, afferma che G. ha avuto una vita
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GESÙ CRISTO

(JoL Pizzi)
GESÙ DAVANTI A PILATO. Dipinto di Jacopo Tintoretto: particolare (1565) - Venezia, scuola di S. Rocco.
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e un'azione prima di venire al mondo. In lui era la vita (Io. 1,4). Egli preesiste : in principio (prima che fossero le creature) era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (ibid. 1, 1). Questa vita si svolge presso il Padre. Il mistero della vita di G. presso il Padre sarà messo da G. stesso in relazione con la sua opera : ciò che G. è per l'uomo ha la sua origine in ciò che egli è prima di abitare tra gli uomini. L'amore che egli riceve dal Padre prima della creazione del mondo si comunicherà ad essi (Io. 17, 26). Anzi il mistero più recondito della vita di Dio, l'essere il Padre nel Figlio, è la causa della vita di G. nei fedeli : "io in essi, e tu in me" (ibid. 17, 23).
Se gli uomini conoscono il Padre, che nessuno ha mai visto, è perché l'unigenito Dio che è nel seno del Padre lo ha rivelato. La intimità con il Padre (essere nel seno del Padre) è la ragione della manifestazione del Padre. G. è la luce che illumina ogni uomo, perché nel seno del Padre è l'immagine del Padre, del Dio invisibile (Col. 1, 15) e come a Unigenito

Gezú Cristo - G. C. e la Samaritana. Affresco del cimitero di Callisto
(fine sec. II) - Roma.
di Dio è stata preparata con ornamento di grazia, e con una presenza speciale di Dio con lei : «il Signore è con te" (la frase significa l'aiuto specialissimo che Dio le darà perché possa compire la missione difficile che in quel momento le affida). L'incarnazione del Verbo Divino avverrà per una discesa dall'alto di uno spirito santo (la virtù creatrice di Dio) e per una presenza dell'onnipotenza divina, nel modo in cui la nube copriva l'arca ed era segno della presenza di Dio in mezzo al popolo «a Dio nulla è impossibile» (Lc. 1, 37). β ) In 'Ajn Kárim. - La prima cui fu rivelato il mistero della
del Padre gli compete la "gloria", la manifestazione della divinità (Io. 1, 14; corrispondenza tra 1, 14 e 18: contemplare con gli occhi del corpo la gloria del Padre in G. fu un riceverne la luce, accettarne la rivelazione del Padre, vedere il Padre in Lui : "chi vede me, vede il Padre»: Io. 14, 9). Tutto ciò è riassunto nella parola Logos. Tutto ciò che G. è per l'uomo lo è perché egli è il Logos del Padre.
G. manifesta in sé la gloria del Padre e così dichiara il Padre e lo spiega, perché è il Logos, il Rivelatore personale del Padre. Questo concetto di G. Rivelatore del Padre ha voluto soprattutto esprimere s. Giovanni con questo termine, molto affine al concetto di Sapientia (oopia) con cui s. Paolo aveva identificato in Gesù la Sapienza del Vecchio Testamento, che esce da Dio, lo manifesta, abita tra gli uomini. La parola Logos era adatta anche perché nel linguaggio della catechesi primitiva era passata a significare il messaggio cristiano e il suo contenuto, la Persona stessa del C. (cf. Col. 1, 25-28); lui è la Parola di Dio all'umanità, parola produttrice di salvezza per gli uomini, come e supremamente di più delle parole che Dio aveva parlato per mezzo dei suoi messaggeri nel Vecchio Testamento. Dio dunque ha mandato il suo figlio come sua suprema parola di salute all'uomo. Se G. è salvatore, lo è perché è il Logos del Padre (cf. R. Kittel, Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., IV, pp. 100-40). In G. ha luogo la suprema rivelazione della salvezza di Dio : rivelazione concreta, nella donazione della salvezza.
II. La vita. - I. Preparazione : prime manifestazioni della vita umana e divina di G. - a) Prima della nascita. - a) A Maria. - Ogni vita umana deve essere preparata nella famiglia. "Dio con l'uomo" ha avuto una famiglia, composta di Giuseppe, della casa di David, e della sua sposa Maria. L'angelo annunzia a Maria che il figlio sarà figlio dell'Altissimo, erede del trono di David, re eterno, santo, figlio di Dio (Lc. 1, 32-35; v. annunciazione). La futura madre di Dio è stata preparata con ornamento di grazia, e con una presenza speciale di Dio con lei : «il Signore è con te" (la frase significa l'aiuto specialissimo che Dio le darà perché possa compire la missione difficile che in quel momento le affida). L'incarnazione del Verbo Divino avverrà per una discesa dall'alto di uno spirito santo (la virtù creatrice di Dio) e per una presenza dell'onnipotenza divina, nel modo in cui la nube copriva l'arca ed era segno della presenza di Dio in mezzo al popolo «a Dio nulla è impossibile" (Lc. 1, 37). β ) In 'Ajn Kárim. - La prima cui fu rivelato il mistero della
presenza di Dio nella carne dell'uomo fu Elisabetta che, "piena di Spirito Santo" (Lc. 1, 41), riconosce in Maria la madre del suo Signore, e in colui, che ha nel seno, il Benedetto, arricchito da Dio di grandi benefici.
Il carattere divino-messionico di G. si manifesta nel cantico di Maria (v. magnificat): Dio è salvatore, è grande, santo, misericordioso. Questi attributi di Dio si manifesteranno nella distribuzione dei beni portati da G.; la sua salvezza consisterà nell'esaltazione degli umili e nel riempire di beni gli affamati.
Il cantico di Zaccaria, che poco dopo è pronunziato nella stessa casa, insisterà nel descrivere quali siano i beni di salvezza portati dal Messia, di cui si conosceva ormai in quella famiglia la vita umana appena incominciata. Sarà una redenzione, liberazione dai nemici, cui conseguirà un servizio di Dio in santità e giustizia; una remissione dei peccati, un'illuminazione dei sedenti nelle tenebre, un dirigere i passi degli uomini nella via della felicità, visita del Sole che sorge e viene dal cielo (cf. Is. 60, 3).
y) A Giuseppe. - Il giusto Giuseppe, a cui risale probabilmente il "Vangelo dell'infanzia" di Matteo (cf. J. Lebreton, in .DBs, IV [1950], p. 976, mentre quello di Luca risale a Maria), ignorando il mistero compiutosi in Maria, pensa di rimandarla in modo che non sia leso il suo onore, di cui egli non dubita; ma viene istruito da un angelo; il nascituro salverà il suo popolo (Israele, cui Matteo dirige il Vangelo); la liberazione sarà spirituale: dalla potenza ostile
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del peccato; Giuseppe avrà diritti e funzione di padre, imponendo il nome che indicherà la missione : G. E Giuseppe prende in casa Maria, per fare da padre al Salvatore.
b) La manifestazione visibile: Betlemme. - Alla epoca della nascita di G., la Palestina era soggetta a Roma (dal 63 a. C., annessione alla provincia di Siria); il re Erode aveva ottenuto il potere da Antonio nel 40 a. C. Egli era padrone di tutta la Palestina, ma con autorità limitata. Non era neppure re ma, strettamente parlando, alleato (socius); il che rende ancora più possibile un censimento durante il suo regno. Il censimento (non necessariamente unico e simultaneo in tutto l'Impero) fu fatto da Quirino: sia questi stato due volte prefetto di Siria, o abbia fatto il primo censimento come aggiunto, in qualità di procuratore, al preside di Siria, sia che la frase di Luca si debba intendere "questo censimento è stato fatto prima di quello che avvenne sotto Quirino preside della Siria" (cf. U. Holzmeister, Historia aetatis Novi Testamenti, 2² ed., Roma 1938, pp. 3843; e per l'ultima interpretazione: M.-J. Lagrange, St Luc, p. 67), la nota di Luca è degna di fede e porta in pieno terreno storico. Giuseppe va a Betlemme, donde era originaria la sua famiglia; lo accompagna Maria (è ovvio che trovandosi in tale stato Giuseppe non abbia voluto che essa restasse sola a Nazareth). Così si adempie la profezia di Michea. L'anno della nascita di G. può essere fissato nel 748 di Roma (corrispondente al 6^{°} avanti l'èra cristiana), ca. 2 anni prima della nascita di Erode (marzo del 750 di Roma).
L'avvenimento, nelle circostanze esterne e nel senso che gli diedero Dio e i primi testimoni, è stato trasmesso da Luca (cap. 2) : fonte mariana, come egli sembra volere discretamente insinuare (ibid. 2, 19). Il luogo che accolse Dio nella sua suprema manifestazione e donazione fu Betlemme ( L c .2,6 ); più precisamente una regione in cui erano dei pastori intenti a custodire il gregge (ibid. 2,8 ); e in questa una mangiatoia (ibid. 2, 7), dunque una stalla. Anche se il racconto di Luca non era stato scritto ancora, a Paolo (II Cor. 8, 9) ne fa il commento : "Conoscete la grazia di nostro Signore G. C., come per voi egli si è fatto mendico, da ricco che era, perché voi foste arricchini dalla povertà di lui». I Corinti conoscono: nella catechesi apostolica la vita di G. aveva grande parte; anche se tutti i particolari non erano conosciuti, i primi cristiani dovettero sentir parlare delle umili origini del loro Maestro. Essi anche ebbero la fortuna di approfondire nella predicazione e nelle lettere degli Apostoli il senso della Incarnazione. S. Paolo lo farà rilevare alla comunità di Filippi: "Abbiate gli stessi sentimenti del C. G., il quale, possedendo la natura divina, non ha considerato una preda la sua eguaglianza con Dio, ma si è annientato prendendo la forma di schiavo, e diventando simile agli uomini; ed essendosi mostrato uomo nel suo esteriore, egli si è umiliato" (Phil. 2, 5-8).
c) Le altre manifestazioni nell'umiltà degli inizi. Otto giorni dopo la nascita, il Neonato fu incorporato al popolo di Israele, diventando soggetto alla Legge (Gal. 4,4 ) e ricevendo il nome che ne indica la natura e la missione (v. sopra). La soggezione alla Legge fu mostrata nell'adempire, quaranta giorni dopo la nascita, l'ordine di riscattare i primogeniti (Num. 18, 15-16) dopo averli consacrati al Signore (Ex. 13, 2). G. assume il carattere di vittima offerta al Padre (cf. il senso sacrificale della parola π α ρ α σ τ η̃ σ α di L c .2,22 in Rom. 12, 1; M.-J. Lagrange, Eptire aux Romains, Parigi 1916, pp. 292-93; e il senso affine di consacrazione a Dio in Rom. 6, 13). G. si rivela qui anche come salvezza di Dio per tutti gli uomini, come luce delle genti e gloria d'Israele e, nella profezia dello stesso Simeone, come occasione di rovina e di salvezza per molti e come segno, cui sarà contraddetto, e sarà per
i suoi fonte di sofferenza (Lc. 2, 34-35). Le predizioni di Simeone incominciano ad avverarsi, i fatti mostrano concretamente chi sia il bambino, riportato a Betlemme. Adorato dai Magi (v.), condotti a lui dalla stella, simbolo del C. luce, viene perseguitato dal re Erode. L'unione intima con il Padre, manifestato già nella provvidenza che lo libera da Erode, si rivela progressivamente in Nazareth nell'obbedienza, nelle continue manifestazioni di grazia e con luce più viva a dodici anni nel Tempio, quando egli vi rimane all'insaputa dei suoi parenti, e poi ne spiega loro il mistero con le parole: "Non sapevate che io devo attendere alle cose del Padre mio?" (Lc. 2, 49; anche se le parole sono da intendere nel senso di "essere nella casa del Padre", indicano sempre la stretta unione tra il Figlio e il Padre).
2. Vita pubblica. - a) Cronologia degli avvenimenti. - Per la cronologia (v.) degli avvenimenti si seguono gli autori più recenti; qui s'intende solo proporre un quadro dei fatti della vita pubblica di G., avvertendo che la cronologia può essere integralmente posticipata di un anno.
a) Fino alla prima Pasqua. - Giovanni Battista inizia nell'autunno dell'a. 26 ( 779 di Roma) il suo ministero, che dura alcuni mesi; nell'inverno tra il 26-27, forse ai primi di genn., G. viene a farsi battezzare : tra il Battesimo di G. e la 1² Pasqua di Jo. 2, 13 passano alcuni mesi: G. trascorre quaranta giorni nel deserto dove viene tentato, ritorna sulle rive del Giordano (Jo. 1, 29), riceve la testimonianza di Giovanni, raccoglie i primi discepoli (ibid. 1, 35-51), torna in Galilea e interviene alla nozze di Cana (ibid. 2, 11), rimane non molti giorni a Cafarnao e vicino a Pasqua si avvia a Gerusalemme (ibid. 2, 12-13).
ß) Dalla prima Pasqua all'inizio del ministero di Galilea: marzo-maggio o giugno dell'a. 27. - G. in occasione della Pasqua purifica il Tempio (ibid. 2, 14-25), ha un colloquio con Nicodemo (ibid. 3, 1-21), rimane qualche tempo in Giudea, dove riceve l'ultima testimonianza del Battista (ibid. 3, 22-30); ritorna in Galilea, sia per sfuggire ai farisei che hanno sentito dire che fa dei discepoli (ibid. 4, 1-3), sia perché Giovanni è stato incarcerato (Mc. 4, 12; Mc. 1, 14; anche Lc. 4, 14 è del secondo ritorno in Galilea); passando per la Samaria converte la donna : è il tempo della messe (Jo. 4, 35b; 35a è un proverbio: cf. F. Pret (v. bibl.), I, pp. 210-12, 486-88); arrivando in Galilea, guarisce il figlio dell'ufficiale regio (Jo. 4, 43-54). Si è ai primi di giugno dell'a. 27.
γ) Ministero di Galilea. - La prima parte va dal giugno 27 alla seconda Pasqua, dell'a. 28, e abbraccia i fatti narrati dai Sinottici fino alla moltiplicazione dei pani, in cui li raggiunge nuovamente il racconto giovanneo (Jo. 6, 1-13): Mt. 4, 12-14, 36; Mc. 1, 14-6,56; Lc. 4, 14-9,17. G. inaugura il ministero con una predicazione a Nazareth (Lc. 4, 16-30; alcuni mettono il fatto più tardi, seguendo l'ordine cronologico di Mc. 6, 1-6 che sarebbe uguale a L c .4,16-30 ); scendendo verso il lago, chiama in modo definitivo i primi quattro Apostoli, sceglie Cafarnao come città centro del suo ministero, e vi insegna nella sinagoga. E descritta una giornata tipo; primi miracoli : il demoniaco, la suocera di Pietro, il lebbroso (Mc. 1, 16-45 e paralleli). Incominciano i conflitti con i farisei ( M c. 2,1-3,6) : il paralitico e la remissione dei peccati, la vocazione di Matteo e il mangiare con i peccatori, il digiuno, le spighe nel sabato, l'uomo dalla mano arida. G. sceglie i dodici di mezzo ai discepoli e alla turba che ormai lo segue (Mc. 3, 7) e tiene il grande discorso del monte (Lc. 6, 12-49). Tutto ciò dovette avvenire abbastanza presto, nei primi tempi del ministero in Galilea. Un tempo di durata imprecisabile passò tra il discorso del monte e quello delle parabole: tra i due son da porre i fatti narrati da L c .7,1-8,3 : la guarigione del servo del centurione, la risurrezione del figlio della vedova, l'ambasciata del Battista, la peccatrice. In questo tempo G. va di città in città e di villaggio in villaggio predicando ( L c .8,1 ), assistito da alcune donne (ibid. 2-3) : tutto ciò dovette occupare i mesi dell'estate e dell'autunno del 27. Nell'autunno (nov.) si armonizza con il quadro
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dello spettacolo della semina il discorso delle parabole di M t .13 ; L c .8,4-18 : il seminatore, il loglio; Mc. 4, 26-29: la semente che germina da sola; e le altre, anche se non dette tutte nello stesso giorno. Dopo il sermone delle parabole, G. si reca dall'altra parte del lago (Lc. 8, 22-39) : tempesta sedata, liberazione dell'indemoniato. Al ritorno, risuscita la figlia di Giairo e guarisce la donna malata ( L c .8,40-56 ). Cosi termina il primo anno di vita pubblica: dal genn. 27 al genn. 28. I fatti narrati da L c .9,1-17 si possono fissare con più esattezza nel tempo: la missione degli Apostoli dovette avvenire nel febbr. 28; quando essi tornano, G. moltiplica i pani per la prima volta ed è vicina la festa di Pasqua : cf. Lc. 9, 10 con I o .6,4. Il viaggio di G. a Gerusalemme per la festa di Pasqua o Pentecoste del 28 , in cui risana il paralitico della piscina di Bethsaida (Io. 5), segna la divisione tra la prima e la seconda parte del ministero di Galilea (con molti autori si ritiene qui la trasposizione dei capp. 5 e 6 di Giovanni; cf. la discus. sione in F. Prat, I, pp. 367-68; cf. anche N. Grachelio in Biblica, 31 [1950], pp. 129-63).
La seconda parte del ministero di Galilea va dall'estate 28 fino alla festa dei Tabernacoli (ott. 28: Mc. 7,1-9, 50; L.c. 9, 18-50; 9.51-18, 30).
Dopo la guarigione del paralitico a Gerusalemme e la conseguente discussione, G. torna in Galilea (Io. 7, 1). I fatti principali del secondo ministero di Galilea sono il viaggio nella Fenicia e nella Decapoli; miracoli della figlia della conanca, del sordomuto, la seconda moltiplicazione dei pani, il cieco di Bethsaida, la confessione di Pietro, la trasfigurazione con la guarigione del demonisco, due annunci della Passione. Qui Luca inserisce la sezione detta "il viaggio" (Lc. 9,51-18, 30), i cui fatti dovettero avvenire, almeno in parte, nel viaggio di G. a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli (Io. 7,2), nel soggiorno di G. in Perea prima e dopo la festa della Dedicazione (Io. 10,40 : má λ ıv) che appartiene all'ultimo periodo della vita pubblica (v. più oltre). Ma certamente Luca ha qui raccolto insieme fatti e detti di G. che appartengono a diversi tempi, anche del ministero di Galilea.
8) Dalla festa dei Tabernacoli, ott. 28, all'ultima Pasqua, marzo 29 (apr. 30). - G. si reca a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli (Io. 7,2.7); nel viaggio manda i 72 discepoli, è accolto a Bethania da Marta e Maria (Lc. 10,1-42), insegna il Pater noster (ibid. 11,1-13); nell'arrivo a Gerusalemme insegna nel Tempio e si manifesta solennemente nell'ultimo giorno della festa (Io. 7,2-53), libera l'adultera (ibid. 8, 1-11). I fatti che seguono in Giovanni si mettono bene tra la festa dei Tabernacoli e la festa della Dedicazione e sono la disputa nel Tempio (Io. 8,12-59), la guarigione del cieco nato (ibid. 9,1-41); la parabola del Buon Pastore (ibid. 10,1-21). Tra l'ott., festa dei Tabernacoli, e il dic., festa della Dedicazione (ibid. 10,22) vi fu un soggiorno di G. in Perea (cf. ibid. 10,40); in dic. G. interviene alla festa della Dedicazione (ibid. 10,22-39), e si ritira di nuovo in Perea (ibid. 10,4042). Nel primo e secondo ministero in Perea dovettero avvenire molti fatti che narra Luca nella sezione del viaggio, e che difficilmente si inquadrano in un ordine cronologico più preciso. I fatti principali sono (dopo quelli da L c .9,51 a 11,13 ) il convito presso il capo fariseo (ibid. 14,1-6), i dieci lebbrosi (ibid. 17,11-19); la maggior parte di questi capitoli è occupata da insegnamenti (parabole della misericordia, del buon uso delle ricchezze, avvertimenti contro lo spirito farissico, ecc.). A un certo punto, tra la festa della Dedicazione e la Pasqua, in epoca meno precisata, ma certo vicino a quest'ultima (Io. 11,55), G. si reca a Bethania, e vi compie il miracolo che farà
decidere la sua morte, la risurrezione di Lazzaro, dopo il quale, per sfuggire alle insidie dei Giudei, si ritira ad Ephrem, rimanendovi pochi giorni (Io. 11,54-55).
2) L'ultimo viaggio a Gerusalemme e l'ultima settimana (L.c. 18,30-21, 38 e paralleli; Io. 12). - Lasciando Ephrem, G. si incammina verso Gerusalemme, non direttamente, ma passando per Gerico, dove risana i due ciechi e si ferma presso Zaccheo, e poi a Bethania, dove viene invitata a cena, e Maria, sorella di Lazzaro, gli unge i piedi : sei giorni prima di Pasqua (Io. 12, 1), cioè il sabato. Il giorno seguente (ibid. 12), G. entra trionfalmente in Gerusalemme, e alla sera ritorna a Bethania (Mc. 11, 11). Il lunedi, tornando a Gerusalemme, maledice il fico, scaccia i venditori dal Tempio, e alla sera lascia di nuovo la città (Mc. 11, 12-19). Il martedì di nuovo a Gerusalemme, nel Tempio (ibid. 11, 27), dove disputa con sommi sacerdoti, scribi e anziani. All' uscire dal Tempio incomincia il discorso escatologico ai suoi discepoli (ibid. 13, 1). Pare che nel mercoledí G. non si sia recato a Gerusalemme, ma che l'abbia passato tutto a Bethania con gli Apostoli (F. Prat, II, p. 261); fu il giorno in cui si tenne il secondo consiglio del Sinedrio (dopo quello di Io. 11, 46-53), di cui Mt. 26, 2-3; Mc. 14, 1; Lc. 22, 1-2. Con ciò si entra nel racconto della Passione, di cui sotto.
8) Aspetti principali della vita pubblica. - 9) La formazione degli Apostoli. - La rivelazione che G. fa di se stesso e del Padre ha bisogno di testimonianze: s. Giovanni descrive sotto questo aspetto l'opera del Battista: Io. 1,6-8.15. 19.32-34. Presentato, come Agnello di Dio, come colui che battezza in Spirito Santo, G. si cerca altri che dopo esser stati con lui fin dal principio gli rendano testimonianza (Io. 16, 27; At. 1, 21-22). L'opera principale di G. durante la sua vita pubblica, fu, oltre la predicazione alle turbe, la formazione degli Apostoli. Ad essi riserva la spiegazione delle parabole, perché ad essi è stato dato di conoscere il mistero del Regno di Dio (Mc. 4, 10-11). Ne sopporta con pazienza la lentezza, la poca fede, i pregiudizi sul carattere del Regno (cf. Mc. 4, 40); li corregge e con sapiente progressione li introduce nel mistero della sua vita e della sua missione, assuefacendoli al pensiero della Passione (Mt. 16, 21-23); li mette in guardia dallo spirito del farisaismo (ibid. 16, 6-12); mira a formarli alla bontà (Lc. 9, 52-56), al distacco (Mt. 10, 9-10). Predice loro le persecuzioni (Mt. 10, 16-25) (contro tutti i discepoli di G.); ma insieme infonde loro coraggio e la coscienza della loro dignità : è lui che li manda (ibid. 16a); in essi viene G., e perché G. è mandato dal Padre, in essi è il Padre stesso che viene agli uomini (Mt. 10, 40). G. riserva agli Apostoli le ultime ore con le supreme manifestazioni e donazioni. Ma ciò che soprattutto formò gli Apostoli al loro ufficio di testimoni fu la concreta rivelazione che G. fece della sua natura davanti a loro per ca. due anni e mezzo: ciò che essi chiamano il contemplare la gloria sua (Io. 1, 14), la manifestazione della vita che era presso il Padre e che ora è apparsa loro e che essi annunziano (I Io. 1, 1-3).
In G. gli Apostoli hanno progressivamente scoperto Dio. Nella loro anima di pii giudei, abituati alla lettura sinagogale, erano impresse le grandi teofanie
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bibliche, non astratte, ma concrete nella storia stessa del loro popolo. Dio era per loro un Dio santo, che per la sua santità aveva tenuto lontano dal popolo la contaminazione dell'idolatria, e quando vi si abbandonava lo puniva con severità di giudice, e perdonava con misericordia quando si pentivano. Era un Dio unico, geloso dell'amore del popolo che chiamava sua "sposa "; che ne era il Pastore e Padre; parlava per mezzo dei profeti e per mezzo dei capi, e dava le sue leggi; il re lo rappresentava ed era come il segno tangibile che Dio era sempre presente in mezzo al popolo. Il Tabernacolo prima, e poi il Tempio, erano il luogo della gloria di Dio, ove egli si manifestava nella nube, da cui ascoltava la preghiera e comunicava la sua volontà.
G. manifestava agli Apostoli e a tutto il popolo che il Dio dei Padri era venuto in lui nella maniera più solenne, la definitiva. Si mostra fin da principio padrone della natura e con ciò manifesta per la prima volta la sua gloria (Jo. 2, 11); ha autorità sul tempio di Jahweh ed egli stesso è il tempio, in cui Dio risiede (ibid. 13-22); è conscio che in lui si adempiono le profezie e lo annunzia fin dal primo momento della predicazione di Galilea: «il tempo è compiuto" (Mc. 1, 15); in lui si è avvicinato, è già venuto il Regno di Dio. Esige fin dal primo momento una piena adesione al suo messaggio, con la totale mutazione della vita (cf. la parola μ ε τ ἀ v α α, che importa una vera conversione); chiama gli Apostoli con una sola parola (Mc. 1, 16-20); insegnando con autorità nella sinagoga e perdonando i peccati, G. si presenta come lo stesso Dio venuto agli uomini (cf. l'impressione fatta dai primi fatti: Mc. 1, 22. 27. 37. 45; 2, 12). G. conferma questa impressione, quando, poche settimane dopo l'inizio del ministero, tiene il discorso del monte: vi si mostra il definitivo rivelatore della volontà del Padre, che ha la stessa autorità di Dio, di cui perfeziona la legge, e vuole iniziare i suoi all'intimità con il Padre (cf. Mt. 5, 45. 48; 6, 4. 6-18. 25-34; 7, 21). Il Pater noster, messo da s. Luca in occasione più attendibile, nel viaggio a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli, è la rivelazione dal nuovo spirito di confidenza filiale, con il Padre, promulgato nel sermone del monte. Tutto il discorso fa l'impressione che non si tratti di un profeta ordinario che parla in nome di Dio, e spinge gli uomini verso Dio: G. esige per sé quello che i profeti avevan