in occasione più attendibile, nel viaggio a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli, è la rivelazione dal nuovo spirito di confidenza filiale, con il Padre, promulgato nel sermone del monte. Tutto il discorso fa l'impressione che non si tratti di un profeta ordinario che parla in nome di Dio, e spinge gli uomini verso Dio: G. esige per sé quello che i profeti avevano domandato per Dio: "chi ascolta le mie parole e le mette in pratica... " (Mt. 7, 24). In questo fatto c'è «una verità fondamentale che domina tutto il Vangelo, e illumina il problema del C.: è dalle relazioni con il C. che dipende il valore religioso di un uomo" (J. Lebreton, in DBs, IV, col. 1018). Poco dopo G. perdona una peccatrice, e proclama di avere dei parenti spirituali in chi fa la volontà del Padre suo ( M t. 3, 31-35; in Le. 8, 20-21 la volontà del Padre è la sua parola, cioè la parola di G. stesso). Nelle parabole del Regno si proclama re, prevede il futuro del suo Regno, le fasi e le sorti del Regno nel mondo, la sua espansione, nonostante gli umili inizi, la sua forza di penetrazione, a cui nulla può resistere (grano di senapa e lievito); insiste sulla docilità richiesta per farne parte (seminatore), sul suo prezzo e valore (perla e tesoro nascoso). Sono parole profonde, di cui G. riserva ai discepoli la spiegazione (Mc. 4, 34); esse mostrano in G. il fondatore del Regno di Dio sulla terra, e il giudice non solo futuro (parabola del loglio), ma anche presente (la sua predicazione già discrimina gli uomini, e il giudizio di condanna è che gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce: Jo. 3, 18-19); i discepoli lo interrogano meravigliandosi che parli al popolo in parabole (Mt. 13, 9). Tutto ciò, insieme con il suo potere sui demoni (manifestato nuovamente ora a Gerasa: Mc. 5, 1-20), sulla natura e sulla morte stessa (la tempesta sul lago, i due ciechi e il muto, la figlia di Giairo [Le. 8, 22-56], e poco prima il figlio della vedova [ibid. 7, 11-17]), influisce profondamente sull'anima degli Apostoli: man mano essi lo vedono sempre più intervenire con bontà nelle miserie dell'uomo, e insieme isolarsi sempre più dalla mentalità comune e
terrestre dei capi religiosi della nazione, di tutto il popolo e perfino di parte dei discepoli: Io. 6 (moltiplicazione dei pani, discorso del pane di vita, incomprensione dei Giudei e di molti discepoli: n .66 ); allora essi per bocca di Pietro proclamano la loro fede in G.: "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (v. 69). Le concrete manifestazioni di G. li hanno indotti a collocare l'uomo G., che essi avevano davanti agli occhi, nella categoria del divino; d'ora innanzi essi vedranno sempre più G. nella luce di Dio: Egli è il Santo di Dio, che partecipa in maniera unica e incomunicabile alla santità di Dio (F. Prot, I, p. 400). I fatti di Gerusalemme per la festa (Jo. 5, 1-47) e la seconda parte del ministero di Galilea confermano la fede degli Apostoli, che si manifesta solennemente a Cesarea di Filippo, con il riconoscimento espresso della filiazione divina di G. da parte di Pietro. Gli ultimi fatti della Galilea (la Trasfigurazione, con la testimonianza della Legge e dei profeti, con la manifestazione della "gloria" di Dio nel volto di G. (cf. B. Zielinski, De Doxa Christi Transfigurati, in Verbum Domini, 126 [1948], pp. 291-303) e il ministero in Giudea e Perca con il grido nell'ultimo giorno della festa dei Tabernacoli (Jo. 7, 37) e la dichiarazione su se stesso, luce del mondo (ibid. 8, 12); la relativa conferma della parola nel fatto della guarigione del cieco nato (ibid. 9), la parabola del Buon Pastore che dà la vita, perché abbiano la vita in abbondanza (ibid. 10, 1-18), e la conferma del dono di vita nella risurrezione di Lazzaro (ibid. 11, 1-44), fanno vedere in G. sempre più splendente la rivelazione e la donazione agli uomini del Dio del Vecchio Testamento, che si era rivelato e promesso come fonte di acqua viva (Jer. 2, 13; Ps. 35 [36], 10); come luce (Is. 60, 20; Ps. 26 [27], 1); come Pastore del popolo (Is. 40, 11; Ps. 22 [23], 1-4).
5) Via alla salvezza di Dio. - La definitiva "visita di Dio", promessa nel Vecchio Testamento, doveva consistere principalmente nella salvezza dell'uomo. Più che tutto in G. si rivela e si dona il Dio-Salvezza, il Dio Riscattatore (v. cō'el).
Gli aspetti principali della salvezza operata da G. sono indicati già nella compendiosa descrizione data da Mt. 4, 23 e 9, 35 (cf. s. Pietro in Act. 10, 38), che abbraccia tutto il ministero di Galilea: "andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il Vangelo del Regno e risanando ogni malattia e infermità": miracoli e discorsi sono i mezzi con cui G. si mette a contatto con l'uomo per salvarlo.
Per le linee maestre dell'insegnamento di G., cf. J. Bonsirven, Les enseignements de Jésus-Christ, (2ed., Parigi 1946). Basti qui osservare che G. mostra compiute in sé le linee, in cui si era espressa e già in parte realizzata l'idea di salvezza, che permea la dottrina e la storia del Vecchio Testamento. In G. si compie la "promessa" fatta ai patriarchi (Jo. 8, 56; Mc. 1, 15); il Regno di Dio, il governo di Dio nel mondo annunziato dai profeti e sempre di nuovo restaurato nel popolo infedele, ha ora il pieno compimento: G. ne proclama la venuta (Mc. 1, 15), ne descrive i caratteri e le fasi (discorsi del monte e delle parabole, escatologico), e lo inaugura in se stesso, cacciando l'antagonista, il principe di questo mondo (Jo. 16, 11. 33). La liberazione-restaurazione con cui G. dà realtà soprannaturale a ciò che era avvenuto in tipo nella storia del popolo eletto, ha la sua manifestazione nei miracoli, i quali sono, già come fatti fisici, una liberazione dai nemici spirituali dell'uomo (la liberazione degli indemoniati è una liberazione dal demonio; la guarigione dalle malattie e la risurrezione dei morti sono un sottrarre l'uomo al potere della morte e del peccato che ne è causa). Ma in più i miracoli hanno un carattere simbolico o parabolico; essi significano la salvezza spirituale.
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Geso Cristo - Sarcofago con figurazioni della Passione di G. C. Al centro il monogramma costantiniano e la Croce che simboleggiano la Risurrezione. Ai lati: Simone cireneo porta la Croce, C. coronato e C. innanzi a Pilato (sec. Iv). Roma, Museo Lateranesse.
Tale simbolismo è notato espressamente nel IV Vangelo: la guarigione del paralitico della piscina preannunzia il potere di G. di dare la vita (Io. 5, 19-30); la risurrezione di Lazzaro simboleggia il fatto che G. è la risurrezione e la vita per quelli che credono in lui (ibid. 11, 25); la guarigione del cieco nato, che G. è la luce del moncio (ibid. 9, 4-5). Anche quando non è notato esplicitamente, c'è in tutti i miracoli il senso di annunzi del Regno, segni che la salvezza dell'uomo si sta operando, nell'anima e nel corpo: G. salva tutto l'uomo (cf. Mc. 2, 1-12; Io. 5,1-14).
La liberazione e acquisto del nuovo popolo di Dio, che G. opera, ha avuto il suo culmine nell'effusione del sangue, necessaria già nel Vecchio Testamento per stabilire il patto tra Dio e l'uomo (cf. Ex. 9, 8; Hebr. 9, 15-22). Ma già nella vita pubblica G. ha incominciato a formarsi il nuovo popolo, con nuove leggi e nuovo spirito (sermone del monte) e ha stabilito nel suo insegnamento le condizioni per partecipare alla salvezza offerta ed entrare nel nuovo popolo. Egli comunica la salute solo a chi rinasce dall'alto da acqua e Spirito Santo (Io. 3, 3.5), a chi mangia la carne del Figlio dell'uomo e ne beve il sangue (ibid. 6, 53). Ma oltre una vita sacramentale (l'idea di vita in Io., capp. 3-6 è connessa con riti sacramentali), G. richiede delle disposizioni morali, a quella intimamente connesse. La prima è di entrare nel piano di Dio per mezzo della fede. G. esige, come assoluta condizione di salvezza, la fede in lui e nel Padre (Io. 5, 24; 6, 29). La fede che egli esige non è un'adesione del solo intelletto, ma di tutto l'uomo (G. usò per lo più la espressione π ι π τ ε ὠ ω mathrm{el}, più forte che π ι σ τ ε ὠ ω π ι ν ι : si crede anche all'uomo, ma si crede in Dio solo (cf. J. Huby, De la connaissance de foi dans st fean, in Recherches de sciences rel., 21 [1931], p. 408, nota 439), per cui l'uomo abbandona la propria salute nelle mani di Dio e accetta le vie di Dio, lasciando le proprie. Il Regno lo si riceve con l'umiltà e la fede di un bambino (cf. Mc. 10, 15).
L'altra condizione morale richiesta (connessa con la fede) è il seguire il C.: ciò è necessario per essere suoi discepoli, e per non perdere se stessi (Mt. 10, 38-39; Mc. 8, 34-35). Dall'atteggiamento verso di lui dipende la salvezza. Egli sa di essere l'unico mediatore di salvezza tra Dio e l'uomo (cf. Mt. 11, 27; Io. 14, 6); nessuno va al Padre se non per lui, che solo può rivelare il Padre (ibid.). Perciò egli sa che tutti hanno bisogno di lui; rigettare lui è rigettare il Padre (Mt. 10, 32-40; Lc. 10, 16).
Bisogna per lui perdere se stessi, lasciare tutto e imitarlo (per un antico orientale essere discepoli di uno significava avvezzarsi a fare in tutto come il maestro, e perciò seguirlo in tutti gli stati e condizioni di vita).
γ ) Il conflitto con i Giudei. - Il conflitto tra G. e l'ambiente religioso-politico giudaico era inevitabile; il modo con cui egli ha operato la salvezza dell'uomo e con cui la offriva urtò la mentalità dei farisei e di tutto il giudaismo ufficiale, e provocò il conflitto che doveva portare alla morte di G. Le cause di tal conflitto sono state ampiamente studiate (A. Charue, L'incredulité des Juifs dans le Nouveau Testament, Gembloux 1929; cf. J.-B. Frey, Le conflit entre le messianisme de Jésus et le messianisme des Juifs de son temps, in Biblica, 14 [1933], pp. 133149, 269-93) e si possono riassumere come segue. La causa fondamentale è che ogni qualvolta Dio si inserisce nella storia dell'uomo, mette l'uomo davanti a una decisione suprema e definitiva: o per lui o contro di lui. Nessuno può restare indifferente davanti all'intervento di Dio. Però, per essere dalla parte di Dio, bisogna rinunziare a tutto ciò che non è lui. Ora la definitiva e ultima decisione davanti a cui Dio mise il popolo nella sua suprema manifestazione e donazione in G., importava la rinunzia da parte del popolo e dei suoi capi all'interpretazione dei Libri Sacri: G. dava al Vecchio Testamento un senso troppo diverso dal farisaismo, per non provocare una reazione. Per lui il Vecchio Testamento contiene la storia e il destino non di un popolo solo, ma di tutta l'umanità, di cui annunziava la salvezza : il serpente raffigura la salvezza di tutti i credenti (Io. 3, 14-15); i patriarchi riceveranno nel loro convito i pagani (Mt. 8, 11). Anche Zaccheo è figlio di Abramo (Lc. 19, 9). La salute che G. offre è per tutti (J.-B. Frey, op. cit., p. 273). Oltre lo spirito nazionalista del farisaismo, G. combatte l'interpretazione giudaica della figura del Messia. G. non vuole essere il re magnifico, dominatore, liberatore dal giogo straniero, come era aspettato da molti giudei. Quello che nella mente dei profeti era stato condizionato alla fedeltà del popolo, o elemento simbolico dei beni spirituali del futuro regno messianico, veniva interpretato come elemento principale e necessario: nel Vangelo appaiono i segni della mentalità dei Giudei e G. la combatte (J.-B. Frey, op. cit., pp. 269-73). G. parla del Messia umile e paziente, che libera dal peccato, e che ha una missione del tutto spirituale (Lc. 4, 18-19); non vuol diventare re (Io. 6, 15); nega i segni prodigiosi che la turba aspetta (Lc. 11, 29).
Oltre che dover rinunziare alla interpretazione della loro Scrittura, i dovisei si accorgono di dovere rinunziare anche al predominio spirituale sul popolo e ad esserne le guide. Infatti si allarmano fin da principio quando G. entra nel Tempio, che è un loro deposito, da padrone (Io. 2, 18); non ammettono la nuova interpretazione della legge del sabato, perché non è la loro (Mc. 2, 24; 3, 4); andare dietro al nuovo maestro, è una seduzione (Io. 7, 47). Quando vedono che molti altri lo seguono, cercano di prenderlo (ibid. 32); e si decidono a toglierlo di
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mezzo, perché : «se lo lasciamo cosi, tutti crederanno in lui» (ibid. 11, 48).
La rinunzia più difficile che G. chiedeva con la sua dottrina e con la stessa sua presenza era la rinunzia alla loro giustizia. Il legalismo farisaico è in contrasto con lo spirito interiore che G. esige dai discepoli (cf. sermone del monte, e in più Mc. 7, 1-23 e paralleli). Il fardello di prescrizioni che essi impongono è in contrasto con il giogo di G. (Mt. i1, 28-30); essi schiacciano le anime con la loro religione di pure opere esterne, e arrogandosi il monopolio della salvezza fanno di quelle una condizione indispensabile. G. invece capovolge questa giustizia di osservanze, e accusa i farisei di ipocrisia (Mt. 23). Essi, che si sentono buoni e santi, non possono tollerare che questo profeta faccia loro sentire che sono lontani dalla vera salvezza, e che per trovarla hanno bisogno di lui. Questa è la cecità o induramento di cui parlano G. (Jo. 9, 39-41) e il suo Evangelista (ibid. 12,37-43) : il non riconoscere che hanno bisogno di lui. Cosi la missione di G., che ha per scopo di illuminare, ha per effetto, causa la cattiva disposizione, di accecare e indurare di più. Ma l'epilogo del dramma che conduce G. alla morte sarà ancora una vittoria di Dio, come già nelle infedeltà antiche di Israele. Dio ha sempre l'ultima parola nella storia ed è una parola di salvezza.
c) La Passione, suprema manifestazione e donazione. La 3a Pasqua: a. 29, 782 di Roma. - a) Considerazione generale. - La Passione di G. fu interpretata da G. stesso come la necessaria morte del grano di frumento, che caduto in terra porta molto frutto (Jo. 12, 24); come la sua suprema glorificazione (insieme con la Risurrezione) da parte del Padre (ibid. 13, 31-32; 17, 5; cf. 7, 39); come l'ora dei nemici e il potere delle tenebre (Lc. 22, 53); come un dare la vita in redenzione per molti (Mt. 20, 28); come un adempimento di profezie, necessario perché G. C. entrasse nella sua gloria (Lc. 24, 25-27). La prima catechesi apostolica vide pure nella Passione un fatto avvenuto perché e come Dio lo aveva previsto e decretato (Act. 2, 23), un ripudio da parte dei Giudei della pietra, che divenne poi la pietra d'angolo (Act. 4, 11); un riunirsi insieme di Erode e Pilato, dei gentili e degli Israeliti contro il santo servo di Dio, G., Unto da Dio per fargli tutto ciò che la mano e il consiglio di Dio avevano già prima predisposto (ibid. 4, 26-27: in bocca dei discepoli, già bene istruiti sul senso della Passione di G.).
Più tardi un approfondimento teologico rileverà ancora la giustizia santificante del Padre nel Sangue del C. (Rom. 3, 25-26); il Padre che non risparmia il proprio Figlio, ma lo consegna per tutti noi (ibid. 8, 32); perfeziona, per mezzo dei patimenti, il capo e guida della nostra salute (Hebr. 2, 10), cioè lo fa in tutto simile ai fratelli, tentato e provato come essi e perciò misericordioso, che può compatire alle nostre debolezze (ibid. 2, 17-18; 4, 15) : egli ha imparato per mezzo delle sue sofferenze che cosa è l'obbedienza, ha presentato nei giorni della sua vita preghiere e suppliche con grandi grida e lacrime, e fu esaudito per la sua pietà, e, consumato, è diventato per tutti quelli che gli obbediscono causa di eterna salvezza, Dio avendolo proclamato sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech (ibid. 5, 7-10). Egli si è offerto (spontaneamente) a Dio come una vittima senza macchia (ibid. 9, 14).
I temi teologici che spiegano e coordinano i fatti della Passione sono dunque : il potere delle tenebre,
la spontanea donazione di G., il comando del Padre e l'obbedienza di G., il carattere sacerdotale dei patimenti, il passaggio di G. per tutte le prove degli uomini, per poter perfezionare il suo ufficio sacerdotale, la preghiera filiale, il frutto del seme che cade in terra, la redenzione che si compie.
5) Il Potere delle tenebre entra in azione. - Il dramma che fu tutta la vita pubblica di G., nella lotta tra la incredulità dei Giudei e la sua predica. zione, tocca il suo culmine nella decisione del Sinedrio di mettere a morte G., presa dopo la risurrezione di Lazzaro (Jo. 11, 46-53). Una seconda riunione del Sinedrio due giorni prima della Pasqua delibera del modo di impadronirsi di G. (Mt. 26, 3-5). Nello stesso giorno o nello stesso tempo Giuda si offre per consegnare G.; è Satana che è entrato in lui (Lc. 22, 3; Jo. 13, 2). Il prezzo è di trenta sicli equivalenti a ca. 116 lire oro, prezzo inferiore a quello degli schiavi.
7) I doni del 13 nisán. - La Cena pasquale, che G. anticipò al 13 nisán con altri giudei (tale soluzione è ritenuta la più probabile dagli esegeti; si conciliano cosi le apparenti divergenze tra i Sinottici e Giovanni), è segnata dai suoi doni e dalla sua obbedienza al Padre. Jo. 13, 1 vede nei fatti del Cenacolo la prova massima dell'amore di G. (non escluso il resto della Passione). Le supreme testimonionze dell'amore sono dovute al fatto che G. sa che è giunto la sua ora di passare al Padre. G., che è stato in tutta la vita pubblica ed è ora in modo particolare come uno che serve (Lc. 22, 27), insegna l'umiltà prima con le parole (ibid. 24-30), poi con l'esempio (Jo. 13, 1-17), lavando i piedi ai Dodici. Egli mostra poi ai suoi discepoli che va alla morte non costretto né inconscio; perciò manifesta il traditore, il quale subito dopo, invaso da Satana, principe delle tenebre, di notte, esce dal Cenacolo (Jo. 13, 18-30). Uscito il traditore, G. dà agli Apostoli il suo Corpo e il suo Sangue, e lascia loro cosi il Sacrificio del Nuovo Patto. Come il Patto stretto da Dio con il popolo fu sancito con il sangue delle vittime, cosi il Patto che Dio per mezzo di G. rinnova con tutta l'umanità deve essere sancito con Sangue di G. stesso. Il Sangue sarà sporso per tutti in remissione dei peccati, il Corpo sarà tra poco dato in sacrificio. La Cena, rinnovata nei secoli per ordine di G., sarà la memoria e spolicherà i frutti del sacrificio della Croce, da cui già la prima Cena ha valore.
Istituito il Sacrificio, G. rivolge agli Apostoli e successori il dono delle ultime parole di consolazione e di avvertimento. Le linee principali del discorso (che risente certamente molto del lavoro redazionale di Giovanni) sono le seguenti : G. assicura i discepoli della sua imminente glorificazione, che porta con sé la gloria del Padre (Jo. 13, 31-33); dà ad essi il comando della carità, comando nuovo (ibid. 13, 34), distintivo dei suoi discepoli (ibid. 13, 35) sulla norma dal suo amore, cf. ibid. 13, 34 e 15, 12-13; li esorta alla fede con abbandono in Dio e in lui (ibid. 14, 1). I motivi che porta sono: 1) l'opera del Padre e del Figlio per la loro salute: il Padre ha preparato per ciascuno il posto in cielo; il Figlio inizia un viaggio, la cui fase finale sarà la comune vita presso il Padre (ibid. 14, 2-5); 2) G. è la via, la verità, la vita, è l'unica via per andare al Padre; chi lo conosce, conosce il Padre, per la comunione di essenza e di vita tra G. e il Padre, manifestata dalle parole e dalle opere (Jo. 14, 6-11); 3) utilità della partenza di G.: efficacia della preghiera nel nome di G. (ibid. 14, 12-14); 4) G. promette lo Spirito Santo e ne descrive l'azione: sarà un difensore, rimarrà in eterno con loro, quale Spirito di verità (ibid. 14, 15-17); 5) G. ritornerà alla sua Risurrezione e sarà uno spirito vivificante : la comunione di vita che c'è tra G. e il Padre sarà ad essi partecipata (ibid. 14, 18-20); 6) la S.ma Trinità dimora in chi osserva i precetti (ibid. 14, 21-24); 7) ultimi motivi di gioia sono di nuovo l'azione illuminatrice dello Spirito Santo, il dono di pace, la sua andata al Padre, la vittoria sul principe del mondo (ibid. 14, 25-31).
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Il seguito del discorso (Io. 15-16) è una raccolta di sentenze di G., pronunziate forse in diverse circostanze (M.-J. Lagrange, St fean, pp. 398-400). E rivelato qui da G. anzitutto il mistero della nostra unione con lui (ibid. 15, 1-17): G. vede che realizza perfettamente ( ἀ ε β mathrm{v} v ξ ) elementi di unità organica e di influsso vitale con i tralci; unione necessaria, che porta l'efficacia della preghiera e la gloria del Padre; ha come condizione la osservanza dei precetti, specialmente della carità, di cui è esempio l'amore del C. G. poi predice agli Apostoli l'odio del mondo le persecuzioni, promette lo Spirito Santo come testimonio di lui, come accusatore del mondo, e illuminatore della Chiesa (ibid. 15, 26; 16, 8; 16, 13-15). Concludendo, G. conforta ancora i suoi discepoli, parlando del suo ritorno (ibid. 16, 16-22), dell'amore del Padre verso i discepoli (ibid. 16, 27), della sua unione con il Padre e della vittoria sul mondo (ibid. 16, 28-33).
La terza parte dell' effusione del Cuore di C. nel Cenacolo è la preghiera sacerdotale, in cui egli domanda per sé (1-5) la glorificazione; per gli Apostoli (6-19) la conservazione nella fede in ciò che del Padre è stato manifestato da G. e in G. ( ἐ ν τ jmatĥ ) ἀ v ἀ μ α τ ἀ σ ω ) che siano uno, che siano santificati, essi per cui G. si offre vittima (senso di ἀ γ α ζ̇ ζ ω, "santifico"); finalmente per i futuri discepoli (Io. 17, 20-26), che siano uno, e siano dove è G.
I discorsi di G. dopo la Cena, con la sua preghiera, sono tra le pagine più ricche del Vangelo per le manifestazioni che G. vi ha fatto sul mistero della sua Persona e della sua vita; la vita nel seno del Padre e in comunione con lo Spirito del Padre, la sua unione con i discepoli. Si rimanda per un approfondimento a J.-M. Vosté, Studia Ioannua, Roma 1930, pp. 251-301; A. Durand, Le Discours de la Cène (in Rech. sc. rel., 1 [1910], pp. 97131, 513-39; 2 [1911], pp. 321-49, 521-49); J. Huby, Le discours de fésus après la Cène ([Verbum Salutis], Parigi 1936). Per i testi sullo Spirito Santo: J. Musger, Dicta Christi de Paracleto (Roma 1938).
8) L'agonia nell'orto. - Dopo aver detto l'inno, G. esce dal Cenacolo, e va all'orto degli ulivi. I sentimenti cui G. dà adito nel suo cuore sono dolore ( λ unzĩo vartheta α : Mt. 26, 37) di un male presente, tedio ( ἀ θ η μ ° mathrm{v} ε imatĥ v ), orrore e stupore ( ἐ ε δ α μ β ε i ́ σ vartheta α ). Sentimenti per cui passano gli uomini e che G. doveva condividere (Hebr. 2, 17-18). Il dolore spinge G. a domandare al Padre che passi il calice (nel senso di sorte destinatagli), e insieme si conforma alla volontà del Padre (cf. Phil. 2, 8 fatto obbediente fino alla morte, e morte di Croce). G., temendo la morte, viene in tanta angoscia da sudar sangue (il fenomeno non sembra estraneo a cause naturali [cf. U. Holzmeister, Exempla sudoris sanguinei, in Verbum Domini, 23 [1943], pp. 71-76).
c) Il processo religioso. - L'ordine dei fatti sembra il seguente: G. viene interrogato in forma privata dall'astuto Anna, che avrebbe potuto trovare più facilmente il motivo per una condanna (Io. 18, 1324); è condotto poi da Caifa, sommo sacerdote, ed al Sinedrio, radunato in casa di lui (Mt. 26, 57-66),
dove viene interrogato se sia il C., e il Figlio di Dio. Le due interrogazioni sono ben distinte, e il senso dato da Caifa alla seconda è se sia il figlio naturale di Dio, nel senso inteso dai Salmi (2, 7) e da G. stesso (Io. 5, 18). G. con l'espressione "vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo" (Mt. 26, 64) risponde affermativamente alle due domande: l'allusione a Dan. 7, 13-14 prova la sua messianità; "sedere alla
destra di Dio"equivale ad avere onori divini e perciò natura divina (cf. A. Médebielle in La Ste Bible, ed. L. Pirot, XII, Parigi 1938, pp. 293-94). La condanna di G., pronunziata da Caifa e ratificata dal Sinedrio, fu dunque inflitta perché egli si è dichiarato Figlio di Dio (cf. Io. 19, 7). Il farsi simile a Dio era considerato come bestemmia (cf. M t .2,7 e Io. 10, 33) e perciò punibile di morte (Lev. 24, 16). Il Sinedrio perciò pronunzia la sentenza di morte, perché il diritto gli
era stato lasciato, ma non potendo eseguire la sentenza, fu necessario deferire la causa e far ratificare la sentenza al magistrato romano (Io. 18, 31; cf. U. Holzmeister, Historia aetatis Novi Testamenti, 2² ed., Roma 1938, pp. 99-100).
Con la condanna di G. a morte termina il processo religioso, condotta secondo studiosi comperenti, contro la prassi processuale ebraica, e perciò irregolare (H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, I, Das Evangelium nach Mat., Monaco 1922, p. 1024). Anche prescindendo da irregolarità di procedura, la sentenza fu ingiusta, dovendo i giudici sapere dalla preparazione del Vecchio Testamento e dalle prove addotte da G. che facendosi egli figlio di Dio non derogava alla santità dell'unico Dio. La condanna ingiusta, preceduta dalla percossa con bastone sulla faccia ( ἀ ἀ π α μ α Io. 18, 22), dalla triplice negazione di Pietro (sulla concordanza dei racconti cf. F. Prat, II, pp. 355-56), e seguita dalle offese dei sinedriti e dei servi (Mt. 26, 67-68) e dalla seconda condanna al mattino ( L c .22,66-70 ) fu il potere delle tenebre in azione; e insieme il progressivo annientamento del C. fino all'estremo del dolore e della umiliazione. Su tutto il processo religioso cf. Giacinto del S.mo Crocifisso in La Redenzione. Conferenze bibliche tenute al P. Istituto Biblico nel 1933 (Roma 1934, pp. 55-88).
C) Il processo civile. - Nel portare G. davanti a Pilato, i Giudei lo accusano come reo di delitti politici, i soli che avrebbero strappato al Procuratore romano la sentenza di morte. Lo accusano anzitutto in genere come malfattore (Io. 18, 30), in seguito come agitatore politico che si è fatto re ed ha proibito di pagare il tributo ( L c. 23, 2. 5). Pilato riconosce per sei volte l'innocenza di G.:
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la prima dopo l'interrogatorio sulla regalità (Io. 18, 38): Pilato vede che non è una regalità pericolosa; la seconda dopo il rimando a Erode (Lc. 23, 14): Pilato ha visto che neppure Erode lo ha condannato; la terza dopo la proposta fallita di sostituire Barabba a G. e dopo il messaggio della moglie le cui parole impressionano Pilato: "niente tra te e questo giusto" (Mt. 27, 18; cf. Lc. 23, 22 "per la terza volta"); la quarta dopo la flagellazione e la coronazione di spine (Io. 19, 4) : Pilato vuol dire che ha imposto la flagellazione per contentare i Giudei, con l'intenzione però di non andare oltre; la quinta subito dopo, quando ha detto "ecco l'uomo ", e i Giudei chiedono la crocifissione (Io. 19, 6); la sesta, dopo l'ultima lotta con i Giudei : Pilato cedendo al timore di essere accusato presso Cesare (Tiberio), per avere assolto un reo di lesa maestà, si lava le mani davanti al popolo (Mt. 26, 24).
Si verificarono allora le parole di Ps. 2, 1-2 della congiura dei principi e re contro il C., come si ricordarono i primi cristiani (Act. 4, 25-28). G. vi patì pure le sofferenze già predette da Is. 50, 6; 52, 13-53, 12. G. è il "servo di Jahweh" che non allontana la sua faccia dalle ignominie e dagli sputi, ha presentato il suo dorso a quelli che lo battevano e le guance a quelli che gli strappavano la barba; uomo dei dolori e familiarizzato con la sofferenza, maltrattato, si rassegnava, e non apriva la bocca, come un agnello che si porta al macello.
G. mostra in tutta la Passione la protezione speciale che Dio gli concede (Is. 50, 7); si rivela nelle sue risposte come re di un regno spirituale; ribadisce la sua missione e la sua origine sovraumana (Io. 18, 36-37); afferma che è nelle mani di Pilato per volontà del Padre (ibid. 19, 11). L'adempimento delle profezie e le manifestazioni della sua natura, mentre si avvia al termine la lotta del potere delle tenebre contro la luce, preparano la suprema glorificazione di G. C. e del Padre nella Morte e Risurrezione.

(Ivi. Alinari)
Gest Cntero - La figura del Selvatore al centro del musaico dell'abside della basilica di S. Marco, fatto eseguire da Gregorio IV (827-44) - Roma.
7) La Crocifissione e la Morte. - La manifestazione della Persona di C. nelle ultime ore (dall'ora sesta ca., cioè dalle dodici deli 14 nisán, corrispondente al nostro 18 marzo dell'a. 29 [782 di Roma] fino all'ora eona, cioè fino alle quindici), si svolge nel susseguirsi di avveramenti di profezie, di preghiere al Padre, e di benignità verso gli uomini, mentre operano le cause naturali che determinano la morte. I crocifissori attaccarono le mani di G. al legno traverso, che egli aveva trasportato, e poi lo alzarono sullo stipite, già fisso in terra, dove lo si attaccò con la trafittura dei piedi (v. cnocz, IV. La Crocifissione di G.); cf. le parole di G. stesso ca. sei mesi prima, nella festa dei Tabernacoli dell'a. 28 : "quando innalzerete il Figlio dell'uomo" (Io. 8, 28), e in principio della vita pubblica a Nicodemo, con richiamo alla profezia reale (tipo) del serpente (ibid. 3, 14); per la trafittura dei piedi e delle mani cf. Ps. 21 (22), 17. Furono crocifissi con G. due malfattori, e a ciò, se non esclusivamente, pensava G. (Lc. 22, 37), applicando le parole di Is. 53, 12. G. fu crocifisso (non però del tutto nudo, come già indicò il Vangelo di Nicodemo, 9) senza le sue vesti, le quali furono divise in parti, però la tunica fu sorteggiata tra i soldati: cf. Ps. 21 (22), 19. Nello stesso Ps. 8-9 furono predetti gli insulti (Mt. 27, 39-43). Si fa questione se G. pregando in Croce con le prime parole del medesimo Ps. 2: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" (Mt. 27, 46) abbia solo pronunciate queste parole a voce alta, come l'inizio della preghiera, che recitò poi intero a voce bassa, oppure abbia voluto indicare un suo abbandono da parte del Padre. Questa seconda interpretazione ha sempre meno il consenso degli esegeti, che in ciò si rifanno all'antica tradizione (cf. L. Mahieu, L'abandon du Christ sur la Croix, in Mél. Sc. Rel., 2 [1945], pp. 209-42).
Al grido di G. e al suo lamento "ho sete " seguì l'offerta della bevanda d'aceto; cf. Ps. 21 (22), 16 e 68 (69), 22. Così si adempivano tutte le Scritture (Io. 19, 30), e si compiva anche la perfetta misericordia del Pontefice dimostrata già sulla Croce con il perdono ai carnefici, con la promessa del premio al ladro, con il filiale atto verso la Madre, con il che, secondo una sentenza sempre più ammessa, promulgò la sua maternità spirituale riguardo a tutti gli uomini e si avverava anche l'ingresso del Pontefice nei cieli, unica oblazione, con cui «egli ha procurato per sempre la perfezione a quelli che si santificano" (Hebr. 10, 14), e con la morte del testatore entrò in vigore il Testamento Nuovo nel suo sangue (ibid. 9, 16-17).
8) La "clarificatio" incomincia. - S. Giovanni presenta la Morte insieme con la Risurrezione come la glorificazione di G. (13, 31-32; 12, 28; 7, 39) : il velo del Tempio squarciato, la terra che trema, e soprattutto la trafittura del costato sono la prima glorificazione di G.; l'ultimo fatto nel senso che dal cuore di G. C. nacque la Chiesa (cf. S. Tromp, De Nativitate Ecclesiae ex Corde Jesu in Cruce, in Greg., 13 [1932], pp. 489-527) e in essa simbolicamente fu espresso il fatto che dal Corpo del C. uscirono fiumi di acqua viva (Io. 7, 39).
(10) Biss.: sulla Passione: J. M. Vosté, De Passione et 'Morte Jesu Christi, Roma 1937; Th. Imitzer, Leidens-und Verhärungsgeschichte Jesu Christi, 4² ed., Vienna 1948.
(7d) Le manifestazioni della nuova vita. - Gli Apostoli nella loro predicazione si presentano come testimoni della nuova vita di G., e connettono costantemente il loro apostolato con G. risorto: cf. Act. 4, 33; 2, 32; 3, 15; 13, 31; I Cor. 9, 1. Gli Apostoli sentono inoltre che devono il dono dello Spirito Santo all'influsso del Risorto, che essi chiamano "spirito vivificante" (I Cor. 15, 45; cf. Act. 2, 33). La cristologia della prima predicazione apostolica chiama G. il C. e Figlio di Dio (Act. 2,36; 13, 33; per tutto il contenuto di essa in relazione alla Risur-
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(da Wilpert, Pitture, tav. 14,1)
(da Wilpert, Mosaiken, tav. 136)
In alto: VARI GESTI. Sarcofago (sec. rv) - Roma, Museo delle Terme. In basso a destra: GESTO DI ACCUSA. I seniori accusano Susanna. Affresco della cosiddetta cappella greca (sec. II) - Roma, cimitero di Priscilla. In basso a sinistra: GESTO DI OFFERTA. Turtura fa una offerta a Maria S.ma. Affresco del sec. vir. Particolare - Roma, cimitero di Commodilla.
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(10) Wilpert, Pölzer, (ar. 253)
(A sinistra: GESƯ CRISTO barbato e nimbato con gesto oratorio. Affresco (inizio sec. v) - Roma, cimitero "ad duas lauros „, A destra: GESƯ CRISTO ASSISO, CON URANO PER SGABELLO. Parte centrale del sarcofago già Lateranense 174 (sec. iv), ora nelle Grotte Vaticane.
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(fol. A aulersan)

(da Wilpert, Mosaiken, iac. 4)
In alto: GESÜ CRISTO IN CATTEDRA TRA GLI APOSTOLI. Affresco del cimitero di Domitilla (sec. iv) Roma. Al centro: BUSTO DI GESÜ CRISTO. Particolare della decorazione musiva dell'oratorio di S. Andrea (sec. vi) - Ravenna, Arcivescovado. In basso: DOMINUS LEGEM DAT. (Il pacem dell'iscrizione è un errore per legem). Musaico (sec. iv) - Roma, mausoleo di S. Costanza.
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In alto: GESƯ CRISTO ASSISO SUL GLOBO TRA DUE ANGELI, S. VITALE E S. ECCLESIO. Mu-
saico del catino di S. Vitale (sec. vi) - Ravenna. In basso: GESU CRISTO IN CATTEDRA TRA QUATTRO ANGELI. Particolare del musaico della parte destra della navata di S. Apollinare nuovo (sec. vi) - Ravenna.
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(fot. Enc. Catt.)
Geso Cristo - G. C. opera il miracolo di Cana. Miniatura del Pontificale di Landolfo I (957-84) - Roma, Biblioteca
casanatetoo, cod. 724 B 113.
rezione cf. J. Schmitt, Jésus ressuscité dans la prédication apostolique, Parigi 1949). Le tre linee suaccennate della loro catechesi, gli Apostoli le videro concretamente nei fatti di G. risorto. G. risorgendo si manifesta come Figlio di Dio e il C.: a tal miracolo si era appellato come alla prova suprema (Mt. 12, 39 segno di Giona; Io. 2, 19 il Tempio ricostruito) e ora manifesta la gloria del Padre nella sua faccia (II Cor. 4, 6). Si manifesta tale con miracoli (la pesca, Io. 21, 1-14 provoca la fede: è il Signore, ibid. 7. 12) con il predire il futuro (ibid. 18) con il conoscere le cose lontane e il cuore degli Apostoli, il che provoca la esclamazione "Signore mio e Dio mio" (Io. 20, 27-28). G. risorto si attribuisce in affermazioni esplicite la messianità e la divinità : ai discepoli di Emmaus (Lc. 24, 26-27); agli Apostoli (ibid. 44-49), ai discepoli per mezzo di Maria Maddalena (Io. 20, 17), agli Apostoli nel mandarli come il Padre ha mandato lui : ibid. 21.
G. si manifesta come il donatore dello Spirito del Padre; ne dà le primizie nell'atto di comunicare la missione ricevuta dal Padre e il potere di rimettere i peccati (Io. 20, 21-23). Lo promette, comandando agli Apostoli di rimanere in Gerusalemme, finché non siano rivestiti di "virtù dall'alto" (Lc. 24, 49: che è la virtù dello Spirito Santo, Act. 1, 4-8). G. così adempie l'altra profezia messianica, che prometteva per i suoi giorni l'effusione dello Spirito del Signore: Is. 32, 15; Ioel. 2, 28-32 [ebr. 3, 1-5]. L'effusione dello Spirito portava con sé la conferma nell'apostolato, specialmente nel suo ufficio di rendere testimonianza al Risorto: Act. 1, 8: "riceverete la forza dello Spirito Santo, che viene sopra di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria, e fino ai confini della terra». La nuova vita che essi testimoniano l'hanno vista e toccata con le proprie mani (cf. I Io. 1, 1-3) e perciò connettendo questa esperienza con quella di G. prima della sua morte, ne riportano la convinzione della identità della nuova vita con la precedente, della sua realtà con-
creta, ancora umana, benché già spirituale. Lo vedono mangiare con loro (Lc. 24, 41-43) e preparare loro da mangiare (Io. 21, 9-14; cf. la impressione fatta sugli Apostoli, in Act. 10, 42), lo ascoltano spesso sia che domandi il loro amore (Io. 21, 15-17), o commiseri o rimproveri le loro debolezze (ibid. 20, 27; Lc. 24, 13-31; Mc. 16, 14), sia che corregga le loro idee sul carattere del suo Regno (Act. 1, 7) ecc. Mentre constatano la nuova vita di G., del tutto simile alla vita precedente, gli Apostoli ricevono dal Risorto la conferma delle promesse già loro fatte e ne ricevono la missione definitiva: il primato conferito a Pietro (Io. 21, 15-18), a tutti la missione di predicare il Vangelo, con la promessa di una continua assistenza e del sigillo dei miracoli (Mt. 28, 18-20; Mc. 16, 15-18) e con la sanzione del premio o della pena a chi crederà o no.
La rivelazione esplicita che egli ora fa del mistero della Trinità delle Persone in Dio nell'unica natura è il culmine delle sue manifestazioni, la formola trinitaria segnerà il significato del Battesimo cristiano, ingresso nella società religiosa, cui G. con questo atto dà la forma definitiva. Egli dopo aver infatti parlato delle cose che spettano al Regno di Dio (Act. 1, 3) per quaranta giorni, e aver così compiuto l'opera sua e lasciato agli Apostoli di trasmettere il suo messaggio di salute e di insegnare agli uomini a osservare tutto ciò che egli aveva comandato loro, fu elevato al cielo (ibid. 1,9; Lc. 24, 51; sul fatto dell'Ascensione e sui problemi di critica letteraria e storica cf. V. Latranaga, La Ascensión del Señor en el Nuevo Testamento, Madrid 1943).
e) Conclusione. - G., l'uomo nato in Palestina sotto l'Impero di Augusto e morto sotto quello di Tiberio, continua a porre un problema, come lo pose ai suoi contemporanei. Il problema di G. lo sente ogni uomo, cui è giunto il suo nome. Nessuno può negare ragionevolmente l'esistenza terrena di G. e neppure i caratteri della sua vita, poiché un sano senso di critica storica impone di attribuire valore
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alle fonti che raccontano la sua vita, e vieta di dirle frutto della fede di una comunità ecclesiale sorta nel I sec. Ammessa l'esistenza di G. quale ci viene presentata dai Vangeli, sorge il problema dell'interpretazione di questa vita. G. si presenta come uno che parla in nome di Dio, come l'ultima parola di Dio all'umanità, come quello in cui Dio, che si era rivelato già (e anche gli interventi nella storia dell'uomo e di un popolo in particolare sono ineccepibili, anche dal punto di vista puramente scientifico), ora si rivela definitivamente. A chi porta un messaggio di Dio, l'uomo chiede istintivamente che manifesti che Dio è con lui, e si circondi di testimonianze. Ora lo sguardo rapido alla vita di G. mostra che egli si è circondato di testimoni, che ne trasmettono la parola e ha mostrato con i miracoli che Dio è con lui.
Chi legge i Vangeli, anche con lo spirito più distratto, vi cerca sempre una risposta al problema della sua vita, come la vita di G. risolva i suoi problemi spirituali, come egli lo salvi (tale è il problema personale di ogni uomo: salvarsi). Cosi il problema dell'interpretazione della vita di G. si complica con il problema di ogni uomo: come G. salva me e l'umanità. G. si presenta come Salvatore, come avente in sé l'unico Dio vivente. In lui c'è Jahweh, che continua a offrire la salvezza all'uomo. La vita di G. si presenta come una continua e progressiva manifestazione e donazione di Dio per salvare. G. volle prolungare nei secoli il suo influsso salvifico per mezzo di una istituzione, in cui egli rimarrà presente, e a cui ogni uomo potrà domandare la salvezza.
Però la vita di G. ha una difficoltà che per noi lontani sembra comprometterne la virtù di salvezza. Si vedono davanti a G. due classi di uomini : egli rimane come in un centro, da cui molti si allontanano sempre, e a cui altri sempre si avvicinano. Da una parte i discepoli che con sforzo continuo di penetrazione, condotti dallo stesso G., ne penetrano alfine il mistero; dall'altra i farisei e gli altri capi del popolo che progressivamente si allontanano, per dargli infine la morte. Ognuno si domanda il perché di tal diverso atteggiamento, e da quale parte è destino che egli si ponga, e se G. C. sarà per lui salvezza o perdizione. Un attento esame dei testi fa vedere la ragione profonda del rinnegamento degli uni e della felicità degli altri. Ognuno si rende conto che per penetrare il mistero di G. ci vuole la fede, l'umiltà, il cuore retto dei discepoli e delle donne di Galilea: è un mistero che, dopo averne visto tutta la convenienza, si deve accettare; l'accettarlo è la fede, che passa dalle prime fasi di conoscenza imperfetto fino al contatto personale con G. C., e all'esperienza di ciò che egli è ancor oggi. La progressiva assimilazione del suo mistero è il frutto di salvezza, che egli ancor oggi offre all'uomo. Se in un primo momento la esigenza della santità di Dio che si rivela in lui e la irradiazione della gloria di Dio che risplende nel suo volto possono turbare e sconvolgere e forse anche allontanare quelli che hanno amato più le tenebre che la luce (Ja. 3, 20), in un secondo momento, appena sia accettato il mistero, G. si inserisce nella vita di ciascuno e incomincia a operare: il mistero di G. non turba più, ma conforta e salva. G. diventa il Salvatore di ognuno che lo accetta. Per la bibl. v.: VI. G. C. nella storiografia.
Silverio Zedda
## II. G. C., legato divino.
Sommario: I. Le affermazioni messianiche. - II. La prova dei miracoli. - III. Il miracolo della Risurrezione.
1. Le affermazioni messianiche. - Chi è G.? Che cosa ha egli detto in concreto della sua personalità e della sua missione?
Quando comparve G., le speranze messianiche del popolo giudaico avevano raggiunto il più alto grado d'intensita. Ne fanno fede i libri neo-testamentari, la letteratura rabbinica ed anche alcuni libri pagani.
Quando i Magi giunsero nella Giudea per vedere
il Messia, Erode chiese ai dottori della legge «dove sarebbe nato il C. ", non già se dovesse venire il C. (Mt. 2, 1-4). La profetessa Anna, che trovavasi nel tempio al momento della presentazione di G. bambino, "parlava di lui a quanti attendevano la redenzione di Gerusalemme» (Lc. 2, 38). Anche il vecchio Simeone "aspettava la consolazione d'Israele" (ibid. 25). Giovanni Battista sulle rive del Giordano annunziava prossima l'instaurazione del Regno di Jahweh, e molti credevano che proprio il Battezzatore fosse il Messia promesso (ibid. 3, 15-17; Jo. 1, 19-28).
L'attesa messianica risulta ancora da vari atteggiamenti presi nei confronti di G. dai discepoli del Battista, dal popolo e dai capi del giudaismo (cf. Mt. 11, 2-3; 12, 23; 17, 10; Mc. 11, 7-10; 14-61; Jo. 4, 25; 6, 14, ecc.). Nei libri giudaici dell'epoca abbondano le descrizioni intorno alla persona e alla missione del C. Si può arguire da essi quanto tutti sentissero imminente la comparsa del restauratore d'Israele (cf. varie citazioni nel DThC, VIII, coll. 1126-32). Altra prova di questa aspettativa ardente è la comparsa di molti agitatori che si spacciavano per inviati dell'Altissimo. Si ricorderanno, fra tanti, Giuda Galileo nel 6 d. C. (G. Flavio, Ant. Jud., XVIIJ, 1, i e Ant. 5, 37) un certo Teoda (ibid. 5, 36), un altro giudeo venuto dall'Egitto che riuscì ad attirare intorno a sé migliaia di sicari ai tempi del procuratore Felice, e uno scriba di nome Mattia (G. Flavio, op. cit., XX, 3, 6; Bellum Jud., II, 13, 5 e Ant. 21, 38). L'aspettazione di un grande liberatore era passata dal giudaismo anche nel mondo pagano, stando alla testimonianza di Sivionio e di Tacito. "Percecbuerat Oriente toto - dice Sivionio vetus et constans opinio, esse in fatis, ut eo tempore ludaea profecti rerum potirentur. Id, de imperatore romano, quantum eventu postea patuit, praedictum, ludaei ad se trehentes rebellarunt" (Vespasianus, 4; cf. Tacito, Hist., V, 13).
Sembrerebbe che la critica razionalista, la quale pretende di spiegare tutto naturalmente, non dovrebbe sentire troppa difficoltà ad ammettere la coscienza messianica di G. in un ambiente simile. Ma non è cosi. I razionalisti vedono assai bene che la figura religiosa e morale di G. non può rientrare nel quadro dei predetti agitatori. Egli è troppo santo per essere un impostore o un politicante rivoluzionario; è troppo saggio ed equilibrato per essere un illuso. Quindi, se si riconosce in lui una coscienza messianica, questa deve ritenersi autentica, cioè d'origine soprannaturale.
G. ha affermato di essere il Messia, ed il messianismo da lui proclamato ha una fisionomia tutto propria che trascende immensamente le idee dominanti in quell'epoca.
Uscito dal deserto, dove aveva trascorso quaranta giorni, G. comincia subito a procurarsi dei discepoli. Si rivela ad essi come il C. annunciato dai Profeti, tanto che Andrea fin dal primo giorno guò dire al fratello Simone: "Abbiamo trovato il Messia». G. conferma l'opinione dei primi discepoli dicendo: "... vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio ascendere e discendere sul Figlio dell'uomo" (Jo. 1, 35-51). Qualche giorno dopo, sulle rive del Lago di Tiberiade, chiama Pietro e Andrea, suo fratello, che stavano pescando, e dice ad essi in forma categorica: "Venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini" (Mt. 4, 18-19). Il gruppo dei discepoli aumenta di giorno in giorno. Ben presto ne sceglierà dodici, li manderà a predicare in suo nome e dirà loro : "Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato" (Mt. 10, 40). Tutto ciò mostra che G. era pienamente consapevole di essere Inviato dell'Altissimo e che intendeva iniziare un vasto movimento a carattere soprannaturale.
Poco dopo l'inizio della sua predicazione, va a Nazareth, ove era vissuto molti anni da semplice artigiano. La fama di ciò che aveva fatto nelle con-
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Gesù Cristo-G.C. al centro della rappresentazione dei dodici venti: Opiles formator et omation. Aeli ancois s. Bssilio, s. Nicola. Miniatura dell'Exuilet I (ca. 3. 1000) - Hati. Archivio della Cattedrale.
buisce questo titolo (in tal senso), vuol dire che la sua coscienza messianica è chiara e netta fin da principio.
Rimproverato perché i discepoli non praticavano il digiuno e perché in una circostanza avevano violato il sabato, G. risponde come arbitro della legge stessa: I discepoli - dice - non digiunano perché si trovano insieme allo "sposo" nel periodo delle nozze messianiche: digiuneranno più tardi, quando sarà tolto loro lo sposo; in quanto poi al precetto del riposo sabatico si sappia che il Figlio dell'uomo è padrone anche del sabato (Mt. 9, 14-15; 12, 1-8).
G. esige un amore sommo, più grande di quello che si deve ai genitori e figli: "Chiunque ama la madre, e il padre più di me non è degno di me, e chi ama il figlio e la figlia al di sopra di me non può essere degno di me" (ibid. 10, 37). Questo amore deve realizzarsi attraverso l'osservanza delle "sue" leggi: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Io. 14, 15). Non solo si presenta come autore della "Legge Nuova ", ma dichiara di essere il giudice supremo e universale, nelle cui mani il Padre ha
trade di Galilea era largamente diffusa tra i suoi compaesani. Entrò di sabato nella sinagoga per partecipare alla consueca rimione festiva, prese il rotolo delle S. Scritture, e cominciò a leggere un brano d'Isaia. Era il passo in cui il profeta tratteggia la consacrazione divina del C. venturo, e la sua funzione dottrinale e misericordiosa in mezzo al popolo (Is. 61, 1-2). Terminata la lettura, G. restituisce il rotolo all'inserviente, e spiega quei versetti dicendo: "Oggi si è compiuta questa scrittura nelle vostre orecchie" (cf. Lc. 5, 4, 16-21). E voleva dire: "Oggi con le vostre orecchie avete udito colui del quale ha scritto Isaia, cioè avete udito il C. vaticinato dal Profeta".
Per designare se stesso G. usa spesse volte la espressione "Figlio dell'uomo". Ricorre nel Vangelo 84 volte, sia nei Sinottici che in s. Giovanni (cf. F. Roslaniec, Filius hominis, Roma 1920, pp. 42-52, 65-66); e dall'analisi dei relativi testi si deduce che essa è in connessione con attributi messianici. E difatti, nei Sinottici, G. descrivendo il Giudizio finale, annunzia che il "Figlio dell'uomo" verrà maestosamente come re supremo, "insieme ai suoi angeli", per giudicare il genere umano (Mt. 25, 31-34). Interrogato da Caifa, non si limita a confessare che egli è il C., ma aggiunge: "Vedrete il Figlio dell'uomo seduto a destra della Possanza e veniente sulle nubi del cielo" (ibid. 26, 64; cf. Mc. 14, 62; Lc. 22, 69). Nella guarigione del paralitico, G. dichiara che il "Figlio dell'uomo" ha il potere di rimettere i peccati, e compie il miracolo per mostrare la realtà di tale potere (Mt. 9, 6-7; Mc. 2, 10-12; Lc. 5, 24-25). Quando i Farisei accusano i suoi discepoli di aver violato il riposo festivo, G. ne prende le difese aggiungendo che il "Figlio dell'uomo è padrone anche del sabato" cioè della legge sabatica da tutti ritenuta come divina (Mc. 2, 28). Il titolo "Figlio dell'uomo" esige quindi una spiegazione messianica. Il Vangelo di s. Giovanni conferma pienamente questa conclusione; anzi - più chiaramente dei Sinottici - presenta il "Figlio dell'uomo" come un essere preesistente, di origine celeste, come l'unigenito di Dio che ha assunto la natura umana ( 1,51 ; 3,13,16 ). Nei Vangeli pertanto "Figlio dell'uomo" significa "Re-Messia" e "Verbo incarnato". E poiché il Maestro fin dai primi giorni del suo ministero pubblico si attri-
trasferito ogni giudizio, compreso quello che avrà luogo alla fine del mondo (ibid. 5, 22. 27; Mt. 25, 31-36). La sua attitudine di fronte alla legge e al Regno di Dio non ha precedenti, nemmeno nei più grandi profeti d'Israele : egli parla a nome proprio e con autorità sovrana; si presenta come banditore e realizzatore d'un ordine nuovo che dovrà durare fino alla fine dei secoli; è consapevole di essere il maestro supremo dell'umanità, annunziatore della Buona Novella, fonte unica di benessere spirituale tra i popoli; rivendica a sé i poteri giudiziari più universali e più assoluti.
Tutto questo prova che egli ha inteso