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 profeti d'Israele : egli parla a nome proprio e con autorità sovrana; si presenta come banditore e realizzatore d'un ordine nuovo che dovrà durare fino alla fine dei secoli; è consapevole di essere il maestro supremo dell'umanità, annunziatore della Buona Novella, fonte unica di benessere spirituale tra i popoli; rivendica a sé i poteri giudiziari più universali e più assoluti.

Tutto questo prova che egli ha inteso affermare in una forma ampia, categorica e inequivocabile la propria dignità messianica.

Un giorno si presentarono a G. alcuni discepoli del Battista, che languiva nelle prigioni di Erode, e gli domandarono: "Sei tu quegli che deve venire?". Come risposta il Maestro fa molti miracoli alla loro presenza quindi, applicandosi due brani profetici concernenti le opere meravigliose del Cristo (Is. 35, 5-6; 61, 1), soggiunge: "Andate e riferite a Giovanni quello che udite e mirate: i ciechi rivedono, gli soppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano e ai poveri viene annunziata la buona novella. E beato chi non si separa da me" (ibid. 11, 2-6). Nessuna risposta poteva essere più decisiva.

Nel colloquio con la Samaritana, avendo la donna fra l'altro detto che deve venire il Messia, che si chiama C., G. risponde: "Sono io che ti parla" (Io. 4, 25-26). La stessa dichiarazione dové fare ai cittadini di Sychar, ove si fermò a predicare due giorni. Riferisce infatti il quarto Evangelista che molti di essi credettero in lui, e dicevano alla donna: "Non crediamo più per il tuo discorso: di fatto noi stessi abbiamo udito, e sappiamo che costui è davvero il Salvatore del mondo" (ibid. 4, 41-42).

Trovandosi un giorno presso Cesarea di Filippo, G. interrogò confidenzialmente gli Apostoli circa la sua personalità. Risponde Simon Pietro: "Tu sei il C., il Figlio del Dio vivente». G. approva in pieno tale risposta, e con ciò mostra chiaramente la sua coscienza messianica (Mt. 16, 13-19).

Soprattutto nei discorsi gerosolimitani, tenuti dinanzi ai caporioni del giudaismo, oppure riservati ai discepoli fedeli, il Maestro afferma ripetutamente la sua missione divina. Egli parla a nome di Jahveh, la sua dottrina gli è stata manifestata dal Padre celeste, nessuno può ottenere la salvezza se non per suo mezzo : sono questi i concetti su cui insiste con maggior forza (cf. Io. 7, 14-18, 37-38: 8, 21-36, 51 ; 10, 18; 14, 10; 15, 15; 16, 5-15).

Né si limita a presentarsi come "Rivelatore", ma addirittura come "la luce del mondo" (ibid. 8,12), "la

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resurrezione e la vita» per quanti lo seguiranno (ibid. 11, 25-26), sil mediatore» che rende efficaci le nostre preghiere presso l'Altissimo (ibid. 14, 13, 14; 16, 23-24), "la vita vera» a cui è necessario restare uniti come tralci per trarre la linfa soprannaturale (ibid. 15, 1-6), il C. mandato dal Padre (ibid. 17, 3).

Condotto al Sinedrio, il sommo sacerdote l'interroga solemnemente per sapere se è il C., il Figlio di Dio: "Ti scongiuro per Iddio vivente che ci dica se tu sei il C., il Figlio di Dio». Risponde a lui G.: "Tu l'hai detto. Anzi si dico che vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Possanza e veniente sulle nubi del cielo" (Mt. 26, 63-64). Su tale affermazione i sine- ^{-} dristi fondarono la condanna.

Pertanto dalla presente breve indagine, omettendo altri passi e affermazioni categoriche, balza fuori questa conclusione criticamente incontestabile: G. ebbe sempre chiara e precisa la consapevolezza di essere il Messia atteso dai Giudei ; fin da principio e nelle forme più varie ha ripetutamente affermato di essere il Rivelatore, il Legato mandato da Dio per la salvezza delle anime.
II. La prova dei miracoli. - Le riferite affermazioni del Maestro hanno un valore innegabile se si tiene presente la sua condotta religioso-morale, l'equilibrio perfetto delle sue facoltà e la realizzazione degli antichi vaticini.

Ma con ciò le esigenze del nostro spirito non sono quietate interamente. Le affermazioni di G. sono troppo straordinarie. Dobbiamo aspettarci che Dio intervenga in una maniera più singolare nella vita del suo Legato, per rendersi maggiormente garante della missione di lui.

Ha Dio contrassegnato la vita di G. con il sigillo della sua onnipotenza?

Chiunque legge il Vangelo resta colpito fin dalle prime pagine dai fatti straordinari che accompagnarono la vita di C. Un angelo annunzia alla Madre il concepimento verginale; una schiera di angeli interviene alla sua nascita; un astro insolito guida alla sua culla alcuni magi d'Oriente; un sogno misterioso svela le insidie del re Erode; nel Battesimo una voce celeste proclamna la sua filiazione divina, e così i prodigi si susseguono fino alla Risurrezione e Ascensione al Cielo.

Per il nostro scopo è sufficente limitare l'indagine a quelli operati direttamente da G. Possono essere divisi in diverse categorie. Alcuni riguardano la natura inanimata o irrazionale; p. ex., il cambiamento dell'acqua in vino al banchetto nuziale di Cana (Io. 2, 1-11), la tempesta sedata sul lago di Tiberiade (Mt. 8, 23-27), la duplice moltiplicazione dei pani (ibid. 14, 13-21; 15, 32-38), la duplice pesca miracolosa (Lc. 5, 4-10; Io. 21, 1-11),
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Gesù Cristo - G. C. benedicente entro la iniziale V. capovolta. Benedizionale del sec. xI - Bari, Archivio della Cattedrale.

E al cap. 15, 30-31: "E vennero presso di lui molte folle avendo con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e altri molti, e li posero ai suoi piedi; e li curò, sicché la folla restava meravigliata vedendo sordi parlanti, storpi sani, zoppi camminanti e ciechi veggenti : e glorificava Iddio d'Israele».

Marco a sua volta ( 3,9-10 ) : "E disse ai suoi discepoli che fosse ai suoi ordini una borchetta per via della folla affinché non lo comprimessero : curò infatti molti, sicché gli si gettavano addosso per toccarlo quanti avevano malati». Luca scrive (4, 40-41) : "Tramontato poi il sole, tutti quanti avevano infermi per malattie varie li condussero a lui. Egli poi imponendo a ciascuno di essi le mani, li curava: uscivano anche demoni da molti gridando e dicendo: Tu sei il Figlio di Dio... ". Giovanni nella prima conclusione del suo Vangelo rileva: "Molti altri prodigi fece G. al cospetto dei suoi discepoli che non sono stati scritti in questo libro..." (20, 30).

Si può pertanto affermare che i miracoli compiuti da C. assommano ad alcune centinaia. Nessuno degli Evangelisti ha voluto darcene una relazione completa; anzi ciascuno ha scelto liberamente tra quelli stessi che entrarono nella catechesi primitiva: è un'altra garanzia dell'indipendenza mutua di questi scrittori. Ciò accresce il valore della loro testimonianza.

I Vangeli sono libri storici degni della più alta considerazione. Due Evangelisti furono testi oculari e due attinsero notizie da quelli che avevano conosciuto G. Ne segue che i fatti miracolosi del Vangelo sono avvenuti realmente. D'altronde, la naturalezza e semplicità della descrizione, la serenità e obiettivita dei rilievi, la mancanza di vera preoccupazione apologetica, il confronto con le narrazioni strane e mirabolanti degli apocrifi sono una conferma luminosa del loro alto valore storico.

Ma queste opere portentose attestano davvero uno speciale intervento dell'onnipotenza divina? Tra-

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scendono esse le misteriose forze della natura? Dopo tante scoperte nel campo fisico e fisiologico, possono i moderni credere alla soprannaturalità dei miracoli di C. come ci credevano le folle semplici e incolte della Palestina?

Trascurando un'analisi dei singoli miracoli (cf. per questo i commentatori evangelici e L. Fonck, I miracoli del Signore nel S. Vangelo, Roma 1914), è sufficente considerarli nell'insieme, tenendo presente il loro numero e la loro varietà. Anche se qualche prodigio dovesse lasciare perplessi circa il suo carattere trascendente, nella maggioranza sono tali da escludere ogni dubbio ragionevole e prudente. Chi potrebbe infatti attribuire alle forze della natura la resurrezione di un morto da quattro giorni, la moltiplicazione di cinque pani in modo da sfamare una grande folla, la guarigione istantanea di persone ulcerate dalla lebbra, il ridare con la semplice parola la vista ai ciechi? Tali fatti superano totalmente la capacità e l'ordine delle forze naturali : essi postulano in modo assoluto l'intervento libero del Creatore (v. miracolo).

I prodigi evangelici pertanto sono fatti storicamente sicuri; essi trascendono la capacità della natura creata e postulano un intervento speciale della Divinità.

Resta un'ultima questione: in che rapporto sono i miracoli con la persona di G.? Sono realmente ordinati ad accreditarlo tra gli uomini come C. e Figlio di Dio? C. stesso ha stabilito ciò e in modo inequivocabile.

Il Maestro presenta i suoi prodigi come una testimonianza divina in base a cui gli uomini debbono credere che Egli è il Messia, il Figlio di Dio, e che quindi la sua dottrina è rivelata. Si ricorda qualcuna delle sue dichiarazioni.

Quando il Battista dal carcere erodiano mandò alcuni discepoli a chicdergli se fosse Egli «il Venturo" cioè il C., oppure bisognasse attendere un altro, G. rispose: "Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e mirate : i ciechi rivedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono e ai poveri viene dato il buon annunzio. E beato chi non si divide da me" (Mt. 11, 2-6). G. dunque si appella ai miracoli, più eloquenti d'ogni altra testimonianza, per provare la sua messianità.

Al paralitico di Cafarnao condona subito le colpe commesse. - Condonare le colpe! chi lo può se non Dio? - mormorano i presenti. Come si giustifica G.? "Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati (dice al paralitico): "Lèvati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua" (ibid. 9,6-7 ).

Ai capi del giudaismo, mormoranti perché fa i miracoli di sabato, risponde: "Io ho una testimonianza maggiore di Giovanni: le opere infatti che il Padre mi ha dato di compiere, queste opere che io compio (sioè i prodigi) attestano su di me che il Padre mi ha mandato" (Io. 5, 36). E altrove : "Se non compio le opere del Padre mio (cioè, opere singolari, divine, miracolose), non vogliate credermi; ma se le compio, e a me non volete credere, credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre" (ibid. 10, 37-38). I miracoli quindi nel pensiero di C. sono opere divine che dimostrano la sua missione.

Del resto, è mai possibile che Dio abbia concesso a un impostore o a un illuso un potere taumaturgico cosi vasto ed eminente quale si riscontra in G. C. ? "Nessuno può fare questi prodigi, se Dio non è con lui" pensava Maodemo con il suo buon senso, e lo pensa chiunque non sia prevenuto da sofismi. I miracoli vengono dall'Essere supremo e sono come un'aureola intorno al taumaturgo: se Dio ha adornato G. di tanto splendore, vuol dire che ha approvato la sua condotta e il suo inse-
gnamento, e quindi la sua messianità, che era come l'anima e il fondamento di tutta la sua predicazione. Non solo: G. ha affermato di essere l'Unigenito di Dio, uguale al Padre e degno degli stessi onori. Se ciò non fosse vero, avremmo un semplice uomo che divinizza se stesso: G. sarebbe fondatore di un culto idolatrico. Ma allora, avrebbe potuto Dio arricchirlo di tanti miracoli? Essi quindi dimostrano che G. è Figlio di Dio in senso proprio.
III. Il miracolo della Risurrezione. - La dimostrazione trionfale tuttavia della messianità e divinità di G. è costituita dal miracolo della sua Risurrezione. G. stesso difatti e poi gli Apostoli hanno presentato tale Risurrezione come fatto d'importanza capitale in quanto mostra l'origine divina del messaggio evangelico; essa è oggetto principalissimo di fede e fondamento inconcusso della speranza dei credenti.

Durante il ministero pubblico G. ha parlato più volte della sua Morte e Resurrezione. Quando dopo molti prodigi i farisei ebbero l'improntitudine di chiedere un segno dal cielo, rispose: "Non sarà dato altro segno se non quello di Giona profeta. Come infatti Giona fu per tre giorni e tre notti nel ventre di un cetaceo, cosi il Figlio dell'uomo sarà per tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt. 12, 3940; cf. 16, 4). Dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, cominciò a insegnare più apertamente che doveva soffrir molto dagli anziani, dai pontefici e dagli scribi, essere ucciso e quindi risorgere al terzo giorno (ibid. 16, 21). Lo stesso prean-
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(de A. Grabar, L'art byzantin, Parigi 1921, tav. 21) Gesù Cristo = L'Imperatore romano e l'Imperatrice Eudossia incoronati da G. C. Avorio del sec. XI = Parigi. Gabinetto delle medaglie.

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(fot. Alinari)
Gesù Cristo - Il Salvatore accoglie al suo fianco la Vergine. Parte centrale del musaico del catino della basilica di S. Maria in Trastevere (ca. 1140) - Roma.
nunziò ai tre discepoli che avevano assistito alla Trasfigurazione (ibid. 17, 9), poi ai Dodici insieme, mentre stavano ancora in Galilea (ibid. 17, 22-23). Anche nell'ultimo viaggio verso la capitale, come pure nella cena che precedette la Passione, parlò della sua Morte e della Risurrezione (ibid. 20, 17-19; 26, 31-32).

Questi preavvisi non erano un mistero nemmeno pei suoi avversari. Infatti il mattino dopo la crocifissione, principi e farisei andarono da Pilato per chiedergli di far custodire il sepolcro, poiché - dicevano - a ci siamo ricordati che quell'ingannatore disse mentre era ancora in vita: " Dopo tre giorni risorgerò " " (ibid. 27, 62-63).

Ebbene, avrebbe forse G. tanto insistito su questo fatto se l'avesse creduto privo d'importanza per i seguaci del suo messaggio? Se ha voluto che i miracoli venissero considerati come argomento della sua missione divina, come non avrà attribuito un valore probativo al massimo dei miracoli, la Risurrezione? E si noti che G. non parla di Risurrezione metaforica, ma reale, come reale è la sua passione e la sua morte : Egli farà risorgere il santuario del suo corpo; uscirà dalla tomba al terzo giorno, come Giona...; e questa è la prova più grande della sua trascendenza (ibid. 12, 39-40).

Gli Apostoli, interpreti fedeli dell'insegnamento di C., stimarono la sua Risurrezione in un modo veramente impressionante.

Subito dopo l'Ascensione si ritirano al Cenacolo, gettano le sorti ed eleggono Mattia in luogo di Giuda, perché - dice Pietro - "sia costituito teste della Risurrezione insieme con noi" (Act. 1, 22). L'aver visto G. redivivo : ecco l'oggetto fondamentale della predicazione dei Dodici. Per questo il principe degli Apostoli nel suo primo
discorso proclama con energia : "Uomini d'Israele, udite queste parole: G. Nazareno... voi lo uccideste trafiggendolo per le mani degli empi; Dio però lo risuscitò da morte... Questo G. lo risuscitò Iddio, della qual cosa siamo testimoni tutti noi. Esaltato dunque alla destra di Dio, e ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo, lo ha diffuso quale voi lo vedete e udite" (ibid. 2, 22-33).

L'apostolo Paolo scrive ai fedeli di Corinto: "Se di C. si predica che è risorto da morte, come possono dire alcuni di voi che non c'è Risurrezione di morti? Se non c'è Risurrezione di morti nemmeno G. è risorto. Ora, se C. non è risorto, vuota è la nostra predicazione e vana è la vostra fede; anzi, ci troviamo testimoni falsi di Dio, perché testimoniammo contro Dio che egli resuscitò C., mentre non lo risuscitava se veramente i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, nemmeno C. è risorto. Ora se C. non è risorto, vana è la fede vostra: tuttora siete nei vostri peccati... Ma ecco che C. è risorto da morte, primizia degli addormentati" (I Cor. 15, 12-20).

La Risurrezione di G. è pure menzionata in moltissimi altri luoghi del Nuovo Testamento: ciò prova l'importanza straordinaria che ebbe questo fatto nella predicazione apostolica.

Ma poiché la Risurrezione presuppone la Morte, prima di prendere in esame la storicità e la realta delle apparizioni di C. redivivo, bisogna dimostrare che egli morì davvero in seguito alla Crocifissione.

La realtà della Morte di G. non può essere messa in dubbio. Tutti gli Evangelisti asseriscono che G. mori e fu sepolto. Tale fatto è dato per certissimo anche da altri autori del Nuovo Testamento, specie da Paolo che dichiara apertamente di riflettere in ciò la tradizione primitiva.

Quando Giuseppe d'Arimatea, membro del Gran Consiglio, chiese al procuratore romano il corpo di G. per dargli onorata sepoltura nella propria tomba, Pilato fece prima chiamare il centurione per accertarsi della morte del condannato : «e fatto chiamare il centurione - nota Marco - domandò a lui se fosse già morto. E saputolo dal centurione, donò il cadavere a Giuseppe" (Mc. 15, 42-47).

I soldati mandati a rompere le gambe ai tre crocifissi, avendo veduto che G. era spirato, non credettero opportuno di dargli il colpo di mazza; tuttavia un milite, per maggior sicurezza, gli trapassò il petto con la lancia (Jo. 19, 32). Se G. non era morto, doveva necessariamente morire per la lanciata di natura sua letale.

Un solido argomento si ha pure nell'odio dei Giudici, i quali, dopo aver tanto brigato per la crocifissione del Rabbi di Nazareth, non avrebbero certamente lasciato la vittima viva. Anche se in altre circostanze i carnefici potevano essere negligenti, si può star sicuri che quella volta non abbandonarono l'oggetto del loro odio senza bene accertarsi della morte.

Del resto basta riflettere alle circostanze che precedettero e accompagnarono il supplizio di croce. G. era stato flagellato a sangue per ordine del procuratore allo scopo di muovere a pietà la folla; inchiodato in croce, continuò a versare altro sangue, mentre una sete ardente lo divorava. A tutto questo si aggiunga la lanciata del soldato. Come dunque avrebbe potuto sopravvivere? Sarebbe morto per lo meno nel sepolcro, ove fu deposto - nota Giovanni - legato con fasciature secondo l'uso giudaico e cosparso di cento libbre di aromi portati da Nicodemo (ibid. 19, 39-40). Gli unguenti da soli sarebbero stati sufficienti a soffocarlo.

Realmente morto G., egli è anche realmente risorto, come aveva predetto. All'alba del terzo giorno il sepolcro fu trovato vuoto; e la ragione che ne vien

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data dagli Evangelisti è perché G. uscì vivo di là, come dimostrano le apparizioni che subito seguirono.

Gli Evangelí infatti menzionano una diecina di apparizioni di G. risorto a persone diverse, in circostanze e luoghi diversi, per uno spazio di quaranta giorni. Appare alla Maddalena che piangeva presso il sepolcro trovato vuoto (Mc. 16, 9; Io. 20, 11-18), alle pie donne (Mt. 28, 9-10), a Pietro (Lc. 24, 34), a due discepoli sulla via di Emmaua (ibid. 24, 13-35), agli Apostoli, meno Tommaso, nel cenacolo (ibid. 24, 36-43; Io. 20, 1925), di nuovo agli Apostoli, compreso Tommaso a cui il Risorto ordinò di porre le mani nelle sue ferite (ibid. 20, 26-29), a cinque Apostoli e due discepoli sul lago di Genezareth (ibid. 21, 1-24), agli Undici in Galilea (Mt. 28, 16 agg.), nuovamente agli Apostoli nel giorno dell'Ascensione al cielo (Lc. 24, 50-52).

A volte in queste apparizioni G.
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(fot. Andersen)
s'intrattiene a lun-
go, cammina, parla familiarmente, mangia, mostra le mani e i piedi feriti, si fa toccare, ecc. Luca, nell'introduzione degli Atti (Act. 1, 3), riassumendo in modo conciso le manifestazioni del Risorto, dice : "ai quali (Apostoli) ancora si fece veder vivo dopo la sua Passione con molte riprove ( ε v π α λ λ ° ε ε π ε α μ η- plou) apparendo ad essi per quaranta giorni, e parlando del Regno di Dio".
S. Paolo, poi, in I Cor., scritta verso l'a. 55, ricorda varie apparizioni di C. risorto : "Ora - scrivevi chiarisco, o fratelli, l'evangelo che v'annunziai, e che accoglieste e in cui perseverate e per il quale siete salvi, se lo ritenete come ve l'annunziai; a meno che invano non l'abbiate creduto. Vi trasmisi dunque, in prima linea, quel che appunto io avevo ricevuto, come C. morì per i peccati nostri, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è risorto al terzo giorno, secondo le Scritture; e che apparve a Cefa, poi ai Dodici. Dopo apparve a più di cinquecento fratelli a un tempo, dei quali i più vivono ancora, altri chiusero gli occhi. Dopo apparve a Giacomo, poi agli Apostoli insieme; e in ultimo di tutti quasi all'abortivo, apparve anche a me" (I Cor. 15, 1-8).

Questa testimonianza è del massimo valore, non solo per l'autorità dell'Apostolo, ma anche per la sua concisione e per la sua antichità. Paolo ricorda in forma categorica le apparizioni di C. redivivo come fatto storicamente incontestabile, tanto vero che ai suoi tempi erano ancora vivi parecchi di quelli che avevano veduto il Risorto. L'Apostolo dichiara di aver attinto la conoscenza di queste apparizioni dalla tradizione ufficiale: "Vi ho trasmesso - dice - ciò che a mia volta ho ricevuto ( 6 xal π α ρ ε λ α β o v ) ". Paolo, già seguace delle scuole rabbiniche, usa qui il termine tecnico con il quale gli Ebrei palestinesi indicavano che la loro dottrina era attinta fedelmente dalla tradizione dei maggiori (cf. G. Kittel, Der historische Jesus, Berlino 1931, p. 64). Quindi con la
frase " δ xal π α ρ ε λ α β o v " vuol dire che le apparizioni le ha apprese non da fonti anonime, non da voci vaghe e incontrollate, ma dall'insegnamento autentico dei primi banditori dei Vangelo.

E inammissibile che un uomo della tempra di Paolo abbia accettato alla leggera fatti di cosi capitale importanza. Non gli era certo mancata l'occasione di accertarsi. Tre anni dopo la conversione (verso il 39) aveva trascorso quindici giorni in compagnia di Pietro, e in quella circostanza si era pure abboccato con Giacomo (Gal. 1, 16-19). Una diecina d'anni più tardi aveva partecipato al Concilio gerosolimitano (Act. 15, 1 sgg.). Del resto Paolo sa bene che la sua predicazione è identica a quella dei Dodici; tanto che a conclusione del racconto delle apparizioni può scrivere: "Dunque tanto io quanto essi predichiamo cosi, e questa è la vostra fede» (I Cor. 15, 11).

Pertanto dalla testimonianza paolina si ricava che la persuasione che C. fosse risorto era in quel tempo universale e certissima tra i seguaci del Vangelo; questa persuasione, fin dalle prime origini cristiane, non si spiega se non si ammette il fatto della Resurrezione del Maestro.
C. quindi è risorto. Ed è questo il massimo tra i prodigi che basta da sé a provare luminosamente la messianità di G.

Bibl.: E. Mangenot, Jésus Messie et Fils de Dieu, Parigi 1908; id., La Résurrection de Jésus, ivi 1910; M. Lepin, Jésus Messie et Fils de Dieu, ivi 1923; L. De Grandmaison, Jésus Christ, II, ivi 1929: H. Dieckmann, De Revelatione Christiana, Friburgo in Br. 1930: E. Pinard De La Boullaye, G. Messia, Torino-Roma 1931: id., G. Messia. Il Taumaturgo e il Profeta, ivi 1932 (conferenza di Notre Dame di Parigi); F. Buysse, Jésus devant la critique. Son existence, sa mission, sa personnalité, Bruges 1932: F. M. Braun, Où en est le problème de Jésus, BruxellesParigi 1932: A. Virti, La Résurrezione di Gesù nella predicazione apostolica, in La Redencione, Roma 1934, pp. 191-200; id., Ultime critiche e ultimi studi sulla Risurrezione di G., ibid., pp. 221-30; L. Tondeffi, G. C., Torino 1936; G. Belloncini, Figura e realtà della resurrezione, Padova 1938; R. Thibaut, Le sens de l'Homme Dieu, Bruxelles 1946; F. Fabbi, Il cristianesimo rivelazione divina, Assisi 1949, pp. 233-61, 362-96, 410 443; F. M. Braun, G. Storia e critica, trad. it., Firenze 1950; R. Guardini, La figura di G. nel Nuovo Testamento, trad. it., Brescia 1950; id., Il Signore, Milano 1950. Fabio Fabbi III. G. C. nella teologia dogmatica.

Compito della teologia dogmatica è di considerare G. C. sia nella sua persona e nella sua intima costituzione (cristologia), sia nella sua opera salvifica in favore dell'uomo (soteriologia).

La cristologia, pertanto, studierà l'essere di G. C., che è teandrico, intrinsecamente costituito dalla natura divina e dalla natura umana, unito nell'unica persona del Verbo (v. incarnazione); il modo di questa unione (v. cinione ipostatica); le conseguenze che ne derivano: in G. C. ci sono due operazioni (v. monogergismo), due volontà (v. monotelismo), la comunicazione degli idiomi (v. idiomi, comunicazione degli), un'unica filiazione (v. figlio di Dio), la libertà e l'impeccabilità (v. libertà di G. C.; tentazione di G. C.), il diritto all'adorazione (v. sotto, cap. IV), la santità sostanziale e accidentale, la scienza divina e umana: beata, infusa, acquisita (v. psicologia di G. C.), la potenza strumentale e le operazioni tean-

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driche (v.), i dolori e le sofferenze non disdicevoli alla dignità del Verbo Incarnato (v. AGONIA di G. C.).

La soteriologia, a sua volta, studierà e spiegherà come l'opera salvifica di G. C. ha avuto il suo epilogo nella morte di Croce (v. limbo; morte di G. C.), che fu un vero sacrificio (v. sacrificio), il quale meritò agli uomini (v. merito di G. C.) la liberazione del peccato (v. reDENZIONE). Nel compimento dell'opera della salvezza G. C. attuò in grado perfetto il suo sacerdozio (v. sacerdozio di G. C.), ed iniziò l'esercizio solenne di suoi poteri regali (v. regalità di G. C.).

Contro la dottrina cattolica intorno a questi argomenti, molte furono le eresie che insorsero fin dai primi tempi del Cristianesimo. La teologia, perciò, studia e vigila tutti questi sistemi e opinioni erronee, e contro di esse espone la più piena confutazione. Le eresie e gli eretici vengono trattati alle singole voci : Arianesimo; Doceti; Ebioniti; Gnosi; Manicheismo; Modernismo; Monofisiti; Protestantesimo liberale.

## IV. Il culto verso G. C.

Il culto verso l'Uomo-Dio, G. C., è legittimo. E chiaro che a lui, seconda Persona della S.ma Trinità e quindi vero Dio, compete il culto come alle altre due Persone con lui sussistenti nella stessa natura divina. Ma quale culto si può e si deve rendere a C. come Uomo e cioè alla sua Umanità? La soluzione del problema dipende dal concetto di unione ipostatica (v.). Quelli che non ammettono la vera divinità di C. (ariani, razionalisti, modernisti), o gli negano ogni culto o gli concedono una venerazione come quella concessa ai santi. Similmente quelli che distaccano troppo l'umano dal divino in C., come già i nestoriani, non vanno oltre la dulia nel culto della sua Umanità.

La Chiesa, contro le aberrazioni antiche e moderne, ha definito, in base alla rivelazione scritta e orale, che all'Uomo-Dio spetta un vero culto (adorazione =3 times 2 p z i a ), che non si scinde in due, uno cioè per C. Dio e uno per C. Uomo, ma è unico e indivisibile, come uno e indivisibile è il Verbo con la sua Umanità (Concilio Costantinopolitano, II, can. 9). Dottrina che si precisa ancor più nella condanna del Sinodo di Pistoia (Pio VI, cost. Auctorem fidei, 1794); che, alla maniera giansenistica, voleva distinguere un culto reso al Verbo e uno reso alla sua Umanità come a una semplice creatura (prop. 61). Pio VI insiste sull'unità dell'atto di adorazione che va insieme al Verbo e alla sua Umanità.

Da queste definizioni dogmatiche la teologia trae giustamente queste conclusioni : a) C. come Verbo divino è degno di adorazione perfetta (latria); b) anche come Uomo C. è degno di tale adorazione, perché C.-Uomo non è altro che il Verbo sussistente nella natura umana, che non ha personalità propria, ma è ipostaticamente unita col Verbo in un solo essere; c) perciò le due nature di C., in quanto son proprie dell'unica Persona del Verbo, sono oggetto insieme di un solo culto di adorazione. Certo l'Umanità di C. è una creatura, ma non costituisce un essere a sé, perché sussiste soltanto nella Persona del Verbo. Il culto, anche se tocca materialmente la natura, va per sé alla Persona, che ne è l'oggetto formale. Pertanto l'Umanità di C., in forza dell'unione ipostatica, va adorata con culto unico insieme con la sua Divinità; ma quest'unico culto è diretto alla Divinità in sé e per se stessa, alla Umanità in sé, ma per ragione del Verbo, cui è congiunta.

Questa dottrina giustifica pienamente non solo il culto tradizionale verso l'Umanità di C. nella sua integrità, anima e corpo, ma anche il culto di qualunque parte di quella stessa Umanità sacrosanta, come, ad es., il culto del S. Cuore.

Bias.: Sum. Theol., 3a, q. 23, 2a-20, q. 81: L. Billot, De Verbo Incarnato, Roma 1922, thes., 37-38; A. Kluwek, Das Gebet zu Jesus, Münster 1921; A. Jungmann, Die Stellung Christi im liturgischen Gebete, Münster 1925.

Pietro Parente
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(Int. Bragl)
Grsü Cristo - Il Salvatore benedicente (scc. 21r), Parte centrale del paliotto a sbalzo del duomo di Città di Castello.

## V. - Il Pedagogo divino.

La comparsa di G. C., Dio-Uomo, sulla terra e la promulgazione universale della «buona novella» portarono nella visione e nella valutazione dei problemi filosofici, morali e religiosi un rivolgimento profondo e innovazioni ardite ed efficaci, di cui anche la pedagogia non poté a meno di subire il riverbero. Perciò G. C. è giustamente chiamato il «Pedagogo divino» e lo fu sia per la dottrina che per il metodo adoperato nel presentarla ed insegnarla (cf. Clemente Alessandrino, Paedagogus, I, capp. 7-12: PG 8, 311-71).

Sommario: I. La nuova valutazione dell'uomo e le sue conseguenze pedagogiche. - II. La rivolutazione del valore della vita. - III. I beni terreni ricondotti al loro vero valore. - IV. La rivalutazione della vita interiore. - V. Il modello. VI. Il metodo.
I. La nuova valutazione dell'uomo e le sue conseguenze pedagogiche. - G. C. ha annunziato un Dio trascendente, unico, personale, non più soltanto padrone e giudice, ma anche eterno Amore, che ha creato nel tempo l'universo e le sue creature, le quali non vengono un istante solo abbandonate a se stesse, ma continuamente conservate, vigilate e protette. Non solo: Dio ha voluto innalzare l'uomo allo stato soprannaturale, rivestendolo con la Grazia della dignità di figlio suo adottivo, con diritto alla eredità dei suoi beni. Egli è dunque il Padre buono, che conosce le sue pecorelle, le debolezze di cui sono plasmate, l'insufficenza dei loro sforzi, le comprende e muove loro incontro sorreggendole, consolandole, riabilitandole.

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Donde una nuova valutazione dell'uomo, in quanto esso viene considerato come figlio di Dio, membro del grande regno, che G. C. è venuto a fondare in questo mondo, ma che non è di questo mondo. Gli uomini tutti formano perciò una sola famiglia, nella quale ciascuno è fratello o sorella di tutti gli altri; l'amore vicendevole viene innalzato a indicare la caratteristica del cristiano (Io. 13, 35); e la prova suprema dell'amore sarà il sacrificio della propria vita per gli altri (ibid. 15, 13). Di qui la distruzione di ogni barriera di distinzione e privilegi, che il paganesimo aveva elevato tra uomo e donna, fra marito e moglie, padre e figli, liberi e non liberi, padroni e schiavi, perché in ogni individuo alberga un'anima che ha un valore e una dignità infiniti, anche quando essa alberga nel corpo più abbietto o ripugnante. Di qui anche l'estensione a tutte le classi della istruzione e della educazione, che cessò di essere un privilegio di pochi fortunati; di qui ancora la ricerca e molto spesso la preferenza degli educatori cristiani per i più poveri, i più ammalati, i più abbandonati o trascurati o disprezzati. E non solo quando si tratta di miserie fisiche, ma anche e soprattutto quando si tratta di miserie morali.

Degna di nota particolare è la rivalutazione della dignità del fanciullo, che non è più da considerare come un semplice fiore leggiadro, o, peggio, naturalisticamente, come un grazioso animale, da cui, pure nel rigoglio della vita psichica, si deve tener lontano ogni freno e ogni vita spirituale e religiosa; ma come un fiore prediletto da Dio (Mt. 19, 13), da preservare da ogni anche più leggera ombra di scandalo ( L c .17,2 ) e da prendere a modello, a cui rassomigliare nella sincerità e nel sereno candore, se si vuole entrare nel Regno dei cieli (Mt. 18, 3). L'educatore cristiano trova qui per una parte lo stimolo al rispetto e al riguardo, che deve portare all'educando, e per l'altra lo stimolo allo zelo e all'animazione, con cui compiere adeguatamente la sua nobile, ma ardua missione, anche nelle ore più tediose e più dure.
II. La rivalutazione del valore della vita. Venuto da Dio, l'uomo tende, attraverso gli avvenimenti
e i travagli della sua esistenza, a raggiungere Dio, meta suprema, la quale, conquistata, gli darà il possesso della piena felicità, cui aspira. La vita, pertanto, non è fine a se stessa, ma preparazione ad un'altra migliore. Alla conquista della quale, però, si oppongono le energie del male, che ciascuno sente in sé e non vuole superare. L'uomo, infatti, di fronte all'idea del dovere e della rinuncia o ad uno sforzo di superamento di sé, di conquista di sé, pur sentendo categoricamente la necessità di tradurre quell'idea in realtà con l'azione sua libera e spontanea, s'inalbera, non lotta, accondiscende e cade, o, almeno, ritarda o minimizza il progresso del suo perfezionamento.

Dondealcuneimportanti conseguenze pedagogiche: 1) La vita deve essere non soltanto sapere, ma operare; non solo scienza, ma sapienza; e l'uomo vale non per la scienza che possiede, ma per il bene che compie. Con questo resta capovolta la teoria ellenistica che metteva a centro della personalità l'intelligenza, rivolta a contemplare il mondo dei concetti, e faceva consistere la virtù nella conoscenza del bene, per cui scienza e virtù si identificavano, lasciando a parte le attività morali della volontà. Il cristiano invece non si limita a conoscere la verità, ma passa ad attuarla con la sua volontà: "Qui facit veritatem, venit ad lucem, ut manifestentur opera eius, quia in Deo sunt facta" (Io. 3, 21).
Perciò egli detesta la scienza che gonfia e loda la sapienza degli indotti, che sorgono a rapire il Regno dei cieli. L'educatore cristiano, quindi, subordinerà l'istruzione alla educazione; la formazione culturale della mente al potenziamento della volontà; in altri termini: la scienza alla sapienza. 2) La vita è necessariamente anche lotta, soprattutto contro di sé, né l'ideale si raggiunge, se non si sa contrariare se stessi e imporsi uno sforzo. Per questo, contro il naturalismo del paganesimo, anzi contro ogni naturalismo, G. C. ripone autoritativamente la felicità in cose che ne sembrerebbero la negazione (cf. il discorso della montagna, i perfezionamenti alla legge antica [Mt. 5-7]): povertà, dolore, perdono, umiltà, purezza. Chi, per essere libero, rifiuta ogni vincolo e sfugge ogni freno, altro non fa che stringersi ai polsi i ceppi della più avvilente schiavitù, quella delle cattive abitudini e del vizio; chi, invece, sa accettare virilmente e piegarsi alla più austera disciplina, trova nell'abbedienza la libertà. Il bene è amato, ma prima è spesso odiato; fa piangere amaramente prima di dare il sorriso della gioia; e il dovere fa sovente sanguinare il cuore prima di rallegrare con le soddisfazioni più profonde. Il pedagogo cristiano trova qui i migliori motivi per abituare gli edu-

[^0]
[^0]:    9.     - Enciclopedia Cattolica. - VI.

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(fol. allinari)
Gesù Cristo - Il Salvatore benedicente. Pittura di scuola romana (metà del sec. xili) - Sutri, Duomo.
candi a non temere lo sforzo, la lotta, il rinnegamento di tanti capricci e di tante inerzie e pigrizie, e ad amare, invece, il dovere, la disciplina, la prova, perché soltanto così si formeranno veramente uomini. 3) G. C. a meta del perfezionamento individuale, e per conseguenza anche di ogni progresso sociale, ha segnato un'altezza, praticamente e teoricamente irraggiungibile, la perfezione stessa del Padre suo celeste (Mt. 5, 48). Ciò significa che qualsiasi perfezione si riesca a realizzare nella propria formazione, essa non rappresenta uno stadio definitivo, un'oasi che acconsenta il riposo, proprio dell'ultima quota da raggiungere; ma è solo un punto di arrivo, un gradino per salire sempre più in alto con costanza e perseveranza. Massima pedagogica efficacissima e salutare : chi si arresta o anche solo tentenna e pensa a dire : basta! nell'opera dell'educazione e formazione spirituale e morale, come pure nel campo del sapere e delle ricerche, corre il rischio di essere perduto; come chi troppo s'indugi lungo il pendio della montagna, sente diminuire le forze per il resto della salita e non raggiungerà mai la meta.
III. I beni terreni ricondotti al loro vero valore. - Spingendo lo sguardo degli uomini oltre i brevi confini della terra per fissarli nella felicità ineffabile dell'al di là, G. C. ha capovolto il valore attribuito ai beni del mondo (ricchezze, onori, benessere, soddisfazioni, fortuna), oggetto di lotta spietata da parte degli individui e delle nazioni, e li ha ricondotti alla loro giusta posizione: essi sono mezzi e non fini. Perciò, di fronte ad essi, non il disprezzo del cinico, né l'ostentata apatia dello stoico; ma la stima dell'uomo di buon senso, la cura e la premura di lecitamente conquistarli, conservarli e accrescerli, essendo altrettanti doni di Dio; ma soprattutto la forza di superarli nei casi avversi. Anche in questa dottrina l'educatore cristiano trova una base sicura per formare gli educandi ad un carattere virile, che emula, ma non invidia; non si arrende al soffio della burrasca, ma continua a reggere saldamente il timone; egli infonderà loro la fierezza cristiana di saper dominare le difficoltà,
ricostruire la vita, trarre dalle stesse contrarietà nuovo e più forte incentivo a durare. Inoltre, pur studiandosi di asciugare le lacrime e lenire la puntura delle piaghe, cercherà di trasformare il dolore e la pena in sorgente di espiazione, di riparazione e di apostolato.
IV. La rivalutazione della vita inferiore. - G. C. nel valutare il merito degli individui non si ferma al successo, alla quantità di lavoro, alla semplice correttezza esteriore; ma scruta gli interni sentimenti e le intenzioni più riposte. Per il «Pedagogo divino» vale di più l'obolo della vedova, che la moneta d'oro del farisco (Mc. 12, 42); non basta la fedeltà esteriore alla legge, se il cuore è un sepolcro, pieno di putredine (Mt. 23, 1-39); come pure non è sufficente trattenere la mano rapace o il gesto della passione, se non si cerca di sradicare anche l'interno desiderio della roba o della donna, che ad altri appartengono (ibid. 5, 28). Nessuna pedagogia, veramente cristiana, si esimerà dal tradurre in pratica una dottrina cosi limpida: non consentarsi dei risultati appariscenti, puramente di parata; ma scendere nell'intimo, sceverare i germi del bene da quelli del male, cooperare alla piena fioritura del futuro uomo di carattere, franco, conciente di quelle che è e che vale, coerente nelle parole e nelle opere alla sua fede.
V. Il modello. - G. C. fa precedere agli insegnamenti l'esempio. Ha detto infatti: "Vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io, cosi facciate anche voi" (Io. 13, 75). Più potente della parola è l'esempio e maggiore impressione esercita sull'animo degli alunni la condotta, che non il discorso dell'educatore. Gli educandi si commuovono e seguono, quando l'educatore sa fare talmente sua la verità, che vuole insegnare, da immedesimarsi quasi con essa; allora egli saprà infondere alla sua parola una forza trascinatrice; mentre a nulla varrà la bellezza e l'eleganza del discorso, quando questo tenterà di sostituire la bontà dell'opera o dissimulare la mancanza di una viva convinzione. Ora G. C. non solo
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(fol. Gsh. fol. della Soprintendenza alla Galleria di Napoli) GENÙ CRISTO - G. C. in Croce. Legno policromo (primi del sec. xiv) - Napoli, chiesa di S. Agnello a Caponapoli.

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insegnó la verità, ma è la stessa "Via, Verità e Vita" (Io. 14, 6). 2) Sa agire dall'esterno, ma più ancora dall'interno. Egli attua in maniera particolare quella che è la profonda aspirazione di ogni vero educatore : non far sentire il peso di un'autorità estranea, ma fare in modo che l'alunno stesso cooperi alla sua propria educazione; superare la distanza che intercede fra il suo spirito e lo spirito dell'educando, immedesimandosi con lui talmente da agire con lui e non soltanto su di lui. Tutto questo G. C. lo compie con il concorso della sua Grazia, invitando, persuadendo, avvalorando interiormente la fermezza e le energic. L'educatore umano tanto più si accosterà a questo modello divino, quanto più saprà rinvigorire la sua parola e il suo esempio con l'efficacia fecondatrice della preghiera. Per questo i migliori educatori furono e ancora sono i santi.
VI. Il metodo. - Dovendo far giungerc alle intelligenze più umili le verita più ardue, G. C. adotta un metodo: 1) semplice; punto astrattismo o pretensiosità; ma un tono familiare di conversazione, che prende ciascuno dal suo lato più sensibile con una pieghevolezza arrendevole e affettuosa; 2) intuitivo; ricorre di preferenza ai casi della vita quotidiana, quali si svolgevano dinanzi agli occhi degli uditori, per ricavarne deduzioni anche altissime (i gigli del campo e i passeri dell'aria e la Provvidenza, le messi biondeggianti e l'apostolato, la zizzania e il giudizio di Dio ccc.); fa uso di parabole e di similitudini in forma di racconto, che sono d'una bellezza e fineaza inarrivabili (il farisco e il pubblicano, il figliol prodigo, la pecorella smarrita ecc.); si serve di confronti, che colgono sul vivo una situazione interessante che tocca da vicino gli uditori (il servo crudele e il padrone, il ricco epulone e Lazzaro, il viandante e il samaritano, la pesca miracolosa e l'apostolato, la moltiplicazione dei pani e l'Eucaristia ecc.); 3) progressivo; nulla che sappia di precipitazione inconsiderata; ogni massima viene inculcata nel momento più adatto ("Ho ancora altre cose da dirvi, ma ora non le potete ancora capire" [Io. 16, 12]), ogni verità è svolta a poco a poco, ripresa, amplificata, fino a condurre gli uditori ad una sempre più profonda riflessione e finalmente alla piena accettazione (p. es., la verità sulla sua natura e persona divina e la sua messianità); 4) dialogico; G. C. conduce spesso, interrogando e insistendo, gli uditori a scoprire quasi da sé la verità (p. es., nella parabola del Samaritano sul comportamento della varie persone, che hanno incontrato l'infelice di Gerico; più tipico ancora il colloquio con la Samaritana [lo. 4, 1-42], condotta ad ammettere a poco a poco la sua colpevole condotta; 5) autoritativo; egli parlava in modo cosi persuasivo, cosi fermo e reciso e sicuro, che anche i suoi nemici erano obbligati a confessare "Non mai un uomo ha parlato cosi" ( I a .8,45-46 ). Le doti di questo metodo produrranno anche nelle più varie circostanze di tempo e di luogo gli stessi benefici effetti, perché fondate sulla più limpida e chiara cognizione della psicologia delle folle e degli individui.

Boll.: M. Moschler, Die Pädagogih des gütll. Heilandes, in Gesammelte Kleine Schriften. I, Friburgo in Br. 1909, pp. 30 56; G. Delbral, Jésus, éducateur des Apôtres, Parigi 1916; G. Audocent, Le divin Maître, ivi 1919; L. Stefanini, s. v. in G. Marchesini, Dixion, delle scienze pedagogiche, I, Milano 1929, pp. 353-56. Celestino Testore

## VI. G. C. nella storiografia.

Sommarro: I. G. C. nella letteratura classica. - II. G. C. nella storiografia cattolica. - III. G. C. nella critica razionalista.
I. G. C. nella letteratura ebraica. - Invano si cercherebbe nei più antichi scritti rabbinici, quali la Mišnāh, il Talmud ed i Midhrāšim, una biografia od un profilo di G. C. Solo dalla letteratura patristica, particolarmente dal Dialogo con il giudeo Trifone di Giustino e dalla polemica di Origene contro il Discorso veritiero di Celso, si deduce l'atteggiamento calunnioso degli Ebrei nei riguardi della persona del C.
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Gesù Cristo - Ercs Homo. Dipinto di scuola portoghese del sec. XV - Lisbona. Museo.

Nel Talmud si allude qualche volta all'attività di G. di Nazareth, senza nominarlo mai direttamente : tutt'al più si parla di lui come di un tale oppure di Baluum (nome dell'antico indovino menzionato in Num. 22-24) o con aggettivi ben poco riverenti, come "pazzo, bastardo" e simili. Qualche volta l'allusione traspare dall'evidente parodia di denti o di episodi evangelici (cf. Bèhldrâth 8b); ancora più frequentemente si allude ai cristiani come ad eretici oppure a disprezzati nazareni. Riassumendo le varie insinuazioni calunniose, il profilo di G. C. o Nosri (= nazareno) si ridurrebbe a queste linee fondamentali. La sua origine è dubbia, essendo egli "il bastardo " per antomonosia, perché nato da una pertinatrice di nome Maria, sposata a Pappos o a Stada, e da un certo Pantera. In Egitto G. C. avrebbe appreso la magia da un Giosuè figlio di Perachia. Egli fu ucciso a Lidda come mago ed apostata. Da ciò e da quanto è detto dei cristiani è lecito concludere che gli antichi rabbini concepirono G. come un rinnegato, che avrebbe preteso di esercitare un'attività riformatrice rispetto al giudaismo avito; in pratica la sua azione si ridusse a quella di un eretico degenere. Ed infatti nella dodicesima domanda dello Sémûneh "eiréh i cristiani sono equiparati agli "apostati", agli "orgogliosi" ed agli "erctici".

Tali elementi ingiuriosi confluirono in un'opera, che rimase per lungo tempo come la sintesi del pensiero del giudaismo ortodosso in preposito, ossia nella Tillelthâth fèlûn' ( = Generazioni o Storia di G.). Il libercolo dovette circolare già nei secc. viII-IX in varie recensioni. Il suo unico valore consiste nella documentazione di un atteggiamento astioso contro G. C., dipinto come un imbroglione ed un facinoroso. Le diverse recensioni dell'opera e l'uso fartone dai rabbini medievali dimostrano che tale sentimento persistette anche troppo lungamente.

Un profilo bèn diverso si desume dal celebre testo delle Antichità giudaiche (XVIII, 63-64), di solito denominato Testimonium Flaviamum. In esso

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Gesù Cristo - Volto di G. C., dipinto attribuito a Jean Fouquet (rec. xv). Parigi, collezione privata.
G. è detto "sapiente» e si riconoscono le sue virtù taumaturgiche insieme all'efficacia della sua predicazione; si ammette la sua Risurrezione "al terzo giorno" e si insinua apertamente la sua divinità ("seppure bisogna chiamarlo uomo": «i γ^{′} ddot{α} v δ p x quad α ἀ τ δ v λ ε '́ γ ε v ν χ ρ ε ἠ. Con grande verosimiglianza, per ragioni morali-psicologiche, la maggioranza degli studiosi ritiene interpolato, almeno nei tratti che accennano alla divinità di G. C., tale testo. Ad ogni modo, anche se si riconosce autentico (cf. G. Ricciotti, Flavio Giuseppe, I, Torino 1937, pp. 173-85), esso si può considerare solo come effetto del carattere dello storico ebreo, che raccoglie senza preoccuparsi molto notizie strane, non come l'espressione di una corrente filocristiana o di un atteggiamento oggettivo in mezzo al giudaismo.

Nei polemisti ebrei del medioevo si evita, per quanto è possibile, di parlare di G. C., mentre si insiste nel rivendicare la santità del Vecchio Testamento e le glorie del mosaismo contro i cristiani. Quando se ne parla, di solito si allude al profilo tracciato dal Tälédhâth Yétî̀a'. Tuttavia alcuni dotti, come Maimonide (Mišné' Täräh, XIV, 6), si espressero in maniera rispettosa. Solo in epoca piuttosto recente si rileva un notevole interesse fra i Giudei per la persona del C. Frutto di tale interesse sono alcuni studi, di cui nella bibliografia si citano solo i principali, di valore e di tendenze diverse. Talvolta è da ammirarsi il procedere irenico e prudente (cf. G. Salvador, M. C. G. Montefiore, M. J. Klausner, I. Zolli), ma di solito queste opere non si possono considerare più come l'espressione ufficiale od ufficiosa del giudaismo. Esse sono il risultato di studiosi seri, che hanno tentato di penetrare nel mistero di G. C.; ma spesso tali indagini sono state condotte sulla falsariga delle varie correnti esegetico-filosofiche imperanti secondo i momenti nel campo razionalistico.

BibL.: R. Welsch, Jesus in jüdischen Darstellungen der jüngsten Zeit, in Jüdisches Lexikon, III, coll. 234-44; J. Gutmann, Jesus von Naxareth in jüdischen Quellen, in Yudaica, IX, coll. 77-79; J. Jacobs-K. Kohler-S. Krauss, Jesus of Naxareth, in Yerv. Enc., VIII, coll. 160-66; I. Loeb, La controverse reli-
gieuse entre les chréticus et les juifs en waven âge, in Revue de l'histoire des religions, 17 (1888), pp. 133-56, 311-37; H. Laible, Jesus Christus im Talmud, 2^{°} ed., Lipsia 1900; S. Krauss, Das Leben Jesu nach jüdischer Quellen, Berlino 1902; H. G. Enelow, A jewish view of Jesus, Nuova York 1904; G. Strock, Jesus. Die Hdretiker und die Christen nach den ältesten jüdischen Angaben (Schriften des Institutions Indaïeum in Berlin, 37), Lipsia 1910, pp. 18*-47*; M. R. Travers Herford, Christianity in Talmud and Midrasch, Londra 1913, pp. 35-97, 401-36; J. Klausner, Jesus of Naxareth, ivi 1903, pp. 18-34; J. Garteshaus, The Yew and Yessus, 2^{°} ed., Nashville 1934; I. Zolli, Il Naxaromo, Udine 1938; G. Lindeskog, Die Yessstrage im neuzeitlichen Judentum. Ein Beitrag zur Geschichte der Lebew-Jesu-Forschung, Lipsia 1938; G. Bardy, Jésus vu par les non-chrétiens, in "Le Christ». Encyclopédie populaire des connaissances christologiques, Parigi 1947, pp. 849-60; J. Jocc, The jewish people and Jesus Christ, Londra 1949, p. 146 sgg.

Ancclo Penna
II. G. C. nella storiografia cattolica. 1. Dagli inizi al sec. XIV. - La prima opera storiografica su G. C., che si possa veramente chiamare una "Vita", nel senso oggi inteso, non risale oltre il sec. xiv. Per molto tempo, infatti, i cristiani o non oserono o non pensarono di stendere una biografia continuata del Salvatore, paghi dei quattro Vangeli, a cui prestavano tutta la loro fede e che, anche cosi separati l'uno dall'altro, offrivano gli argomenti più vari alla loro riflessione o a brevi spunti di esortazione. Ben presto, però, comparvero alcune opere, che si potreb