no considerare nome geografico.
Il nome sarebbe stato in origine teoforo; come tale ricorre nella lista delle città palestinesi conquistate dal farsone Thutmosis III (1501-1447). E. Meyer considera tale nome come di tribù e spiega "Dio segue». Altri, come P. Jensen, negano che vi possa essere un nesso tra il presunto nome teoforo e il patriarca G. Altri ancora spiegano tale nome con: "Iddio compensa"; M. Noth: "Dio ha protetto». G. Jacob, preceduto da Lagarde e Horowitz, pensa al nome arabo di un uccello: ju'qub, il maschio del ha $\xi \alpha i$, nome che i beduini delle alture sinaitiche dànno al gallo delle montagne (Ammoperdix Heyi); il nome significa "egli segue"; trattandosi di un animale grazioso, gli Arabi avrebbero dato tale nome anche ai bambini.
La Bibbia spiega il nome G. come derivato da 'dqqbh "tallone", e il significato con: supplantator. A suffragare tale spiegazione sta il racconto biblico secondo cui i bimbo (il futuro G.) afferra "il tallone" del fratello gemello (Gen. 25, 26); e l'altro concernente gli "inganni» escogitati da G. per ottenere la pri mogenitura (Gen. 27, 36; cf. Os. 12, 4; Jer. 9, 3). B. Jacob (Genesis, Berlino 1934, p. 544) richiamandosi al Thesaurus del Gesenius: "imitatur formas adiectivorum, quae colores similesque species designant", a Os. 6, 8, e al fatto che nei racconti del Genesi G. si trova tra Edom (rosso) e Laban (bianco) e che in seguito fonde i vari colori nei bastoni che mette nelle fonti dove vanno ad abbeverarsi le pecore, pensa che il nome G. possa significare all'incirca "macchiato"; secondo Horst "contenente tracce»; v. W.
Gesenius, Handwörterbuch, 17 ed., p. 613: "pieno di tracce di sangue ".
Il nome G. (nei manoscritti di 'Ajn Feshah scoperti nel 1947, di cui è costante la grafia "plena " $\mathcal{F} a^{\prime} d q \alpha \delta b h$ ) indica specialmente nella letteratura profetica e poetica, il popolo intero (Gen. 49, 7), in parallelismo con "Israele" (cf. Num. 23, 10, 21; 24,5; Is. 2,5; 40, 27; Ier. 2, 4, ecc.). Presso i profeti, G. indica talvolta soltanto il regno del nord (Is. 9, 7; Mi. 1, 5), oppure Giuda soltanto (Mi. 3, I.8).
G. nacque da Isacco e Rebecca (Gen. 25, 26; 29, 23 sgg.). Gen. 25, 19-50, 25 racconta la storia della gioventù e degli anni di migrazione di G.: la lotta con il fratello gemello, Esaù, per la primogenitura; la fuga; il sogno a Bethel; il servizio presso Laban e il matrimonio con le figlie di questi, Lia e Rachele; il ritorno e la lotta con l'angelo e il cambiamento del nome in Israele (v.); la riconciliazione con Esaù. Vari episodi della vita di G. sono contenuti nelle pagine che trattano di Giuseppe (v.): il trasferimento in Egitto e l'incontro con Giuseppe. In Egitto G. muore 17 anni dopo l'immigrazione, all'età di 137 anni, e viene sepolto più tardi nella grotta di Makhpèlàh, nella tomba della famiglia patriarcale.
A proposito delle cosiddette "astuzie» di G. bisogna tener presente che la benedizione ricca di conseguenze da parte di Isacco deve riversarsi sul futuro patriarca e non su Esaù, cacciatore ottuso e rozzo; il primogenito è l'esponente della promessa divina e ministro responsabile dell'eredità religiosa di Abramo. G., in qualità di patriarca del popolo eletto, deve vincere gli ostacoli in qualsiasi modo, per preparare l'avvenire del popolo, che poteva restar compromesso nel caso che Esaù avesse esercitato il diritto di primogenitura. Di fronte all'atteggiamento ingiusto di Laban, G., la parte più debole, cerca di difendersi con l'unico mezzo a sua disposizione, cioè l'astuzia; né va dimenticato il fatto che le narrazioni di astuzie usate nella lotta contro gli ingiusti e i malvagi (i santi nella lotta contro il diavolo) insegnano che alla fine il cattivo deve soccombere e cedere il posto al giusto.
Bial.: A. Jirku, Altorientalischer Kommentar zum Alten Test., Lipsia 1923, p. 39: M. Noth, Die israelitischen Personennamen, Stoccarda 1928, p. 177; A. Lods, Israël, Parigi 1930, p. 179; E. Zolli, Israele, Udine 1933, pp. 63-67; E. Palis, Jacob, in DB. III, coll. 1061-73; A. Reiner, Juhob, in Enc. Jud., VIII, coll. 784-788; H. Fuchs, Juhob, in Füd. Lex., III, pp. 131-32; P. Bauchet, in Sefiorad, 9 (1949), p. 154. Cf. inoltre i commenti al Genesi (v.). Eugenio Zolli
Archeologia. - Il patriarca G. non figura negli affreschi cimiteriali; il Wilpert ha riconosciuto G. benedetto da Isacco in un sarcofago oggi a Parigi nel Museo del Louvre (Sarcofagi, tav. 116,1), scena che ritiene ispirata da s. Paolo (Hebr. 10, 20) e ha identificato il sogno di G. in un altro sarcofago

(fei. Alinarit)
Giaconde - Dio comanda a G. di partire (Gen. 31, 13). Musaico nella navata di S. Maria Maggiore (sec. v) - Roma.
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(Wilpert, Sarcofagi, tav. 186,1) in cui il patriarca è barbato e in abiti sacri; finalmente lo stesso autore ha veduto la scena dell'incontro di G. con Rachele al pozzo in un terzo sarcofago (id., ibid., tav. 194,3).
La scena di G. benedetto da Isacco era rappresentata in S. Ambrogio a Milano, come si sa dal distico che l'illustrava, e nella basilica di S. Felice a Nola (Paolino da Nola, Carmen, 27, 62); un intero ciclo era nella basilica di S. Maria Maggiore in Roma (Wilpert, Mosaiken, tav. 11 sgg.). G. e l'angelo erano rappresentati nella Genesi di Vienna (W. von Hartel-F. Wickhoff, Die Wiener Genesis, Vienna 1895, tavv. 23-24). Il vescovo Arculfo, che visitò la Palestina ca. il 670 , descrive un oratorio sorto a Sichem al pozzo di G. Cosi il sogno di G. è in un affresco del sec. IX nell'antica basilica di S. Clemente in Roma (Wilpert, Mosaiken, p. 526); benedetto da Isacco nel ciclo biblico di S. Paolo fuori le Mura. Scene della vita di G. si ritrovano in seguito nei cicli biblici di s. Giovanni ante portam Latinam, nell'abbazia di S. Pietro in Valle presso Ferentillo, nella basilica di Monreale, ecc.
Bibl.: H. Leclercq, Jacob, in DACL. VII, II, coll. 20872089.
Ilist. Alinarii
Giacobbe - La scala di G. (Gen. 28. 12) e l'altare di Bethel (ibid. 18).
Musaico della Cappella Palatina (sec. xII) - Palermo.

Giacobbi, Girolamo. - Musicista, n. a Bologna nell'ag. 1567, m. ivi nel febbr. 1630. Nel 1589 supplente e nel 1604 effettivo direttore della cappella di S. Petronio.
Convinto fautore del nuovo stile, ospitò a casa sua (1622) l'Accademia dei Filomusi, compose melodrammi sull'esempio degli innovatori fiorentini, musicò azioni drammatiche di R. Campegi, di S. Branchi e di B. Marescotti; ma della sua musica teatrale rimane solo l'Aurora ingenuata (intermezzi) pubblicata a Venezia ( 1609 ) sotto il nome di Dramatodia.
Tra le sue numerose composizioni religiose, in parte pubblicate, in parte manoscritte nella Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, sono salmi a 4 (1615), mottetti a 6 (1601), litanie a 8 (1618), inni, vespri, Sanctissimae Deiparae canticum a 4 (1628), ecc.
Bibl.: F. Vaticelli, Il primo melodramma a Bologna, in Strenua musicale bolognese, Bologna 1930, pp. 35-62; L. Frati, Per la storia della musica in Bologna nel ser. XVII, in Riv. mus. ital., 32 (1925), pp. $544-48$.
Anna Maria Gemili
GIACOBINI. - Il club dei G. fu, tra le società ed i gruppi politici sorti durante la Rivoluzione Francese, uno dei più importanti ed influi con la sua azione in Parlamento e sull'opinione pubblica in modo determinante sullo svolgimento della Rivoluzione stessa. Sorto ancora prima del 17 giugno 1789 (Costituzione dell'Assemblea Nazionale a Versailles) tra i deputati bretoni del clero e del terzo stato in maggio, prese dapprima il nome di club breton. Questo comitato, su base dapprima regionale, divenne ben presto un centro d'attrarione anche per altri deputati e, dopo il trasferimento dell'Assemblea a Parigi in ott., prese in affitto il refettorio del convento dei Domenicani, detti G., nella rue St-Honoré e divenne la Société des Amis de la Constitution in un primo tempo, e la Société des Jacobins poi. Perduta la caratteristica di essere essenzialmente una società costituita da membri dell'assemblea, il club dei G. annoverò tra i suoi adepti non solo uomini politici, ma anche commercianti, artisti, giornalisti, tutte persone desiderose di partecipare ed influire, sia pure indirettamente, sull'attuazione dei nuovi principi rivoluzionari. Durante la monarchia i G. furono lealmente sostenitori dei Borboni. Non erano ancora repubblicani, ma solo decisi sostenitori della Costituzione. Fiduciosi nello stabilimento di una monarchia costituzionale sotto Luigi XVI, essi non erano contrari al re; ma quando si avvidero nel 1792 che tale programma era irrealizzabile, abbandona-
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rono la piattaforma della Costituzione monarchica e, decretata la morte del sovrano, sulla ghigliottina, divennero fautori della massima intransigenza rivoluzionaria. L'influenza del club dei G. crebbe a dismisura: persino la Convenzione, considerata onnipotente, non faceva altro in sostanza che conformarsi ai desideri di questa società. Il Terrore e la dittatura di Robespierre, con la violenta persecuzione del clero fedele a Roma e dei cattolici che caratterizzano il periodo più sanguinoso della Rivoluzione, sono conseguenca dell'azione politica svolta dai G. in Parigi ed in tutta la Francia (v'erano quasi 2500 società giacobine nelle varie province francesi) a favore di una repressione e. nergica di ogni attività o pensiero non considerato ortodossamente rivoluzionario. Dopo l'arresto e la condanna di Robespierre, il club dei G. fu sciolto ed un tentativo di ricostituzione attuato nel 1799 fu duramente represso dal Fouché, ministro di polizia ed ex-g.
Ild. A. Aulard, La Société des Jacobins. Recueil de documents pour l'histoire du Club des Jacobins de Paris, 6 voll., Parigí 1889-97: E. Boursin-A. Challamel, Dictionnaire de la Révolution Francaise, ivi 1893, p. 324: A. Fribourg, Le Club des Jacobins en 1790 d'après de nouveaux documents, ivi 1910; A. Aulard, Le Club des Jacobins sous la monarchic (Etudes et lecons sur la Révolution Française), $1^{\circ}$ serie, ivi 1911, pp. 71-92; id., Les derviers Jacobins, ibid., 7 s serie, ivi 1913, pp. 84-112; G. Martin, Les Jacobins, ivi 1945: G. Gratton, Oricine ed evoluzione dei partiti politici, Tricate 1946, passim; J. Castelnau, Le Club des Jacobins 1769-93, Parigi 1948.
Glacobiti. - Nome che si dà ai monofisiti siri, derivato da Giacomo Baradeo, il quale verso la metà del sec. vi organizzò la Chiesa monofisita specialmente in Siria.
I. Storia. - Il monofisismo in Siria si affermò già dopo il Concilio di Calcedonia (451). I monofisiti riuscirono ad occupare la sede di Antiochia per la prima volta nel 468 (Pietro Fullone). Il loro rappresentante più autorevole e padre del posteriore monofisismo, del resto puramente verbale, fu Severo, patriarca di Antiochia (512-18) sotto l'imperatore Anastasio, favorevole anch'egli al monofisismo. Con l'avvento dell'imperatore Giustino al potere (518) la situazione cambiò e Severo dovette fuggire. Quando sotto Giustiniano (527-65) le cose diventarono sempre più critiche per i monofisiti, i cui vescovi furono messi in prigione, il monaco Giacomo Baradeo riuscì, con l'aiuto dell'imperatrice Teodora, a farsi consacrare vescovo ed a consacrare da parte sua sacerdoti e vescovi monofisiti. In tal modo egli creò tutta una gerarchia monofisita accanto e contro la gerarchia ortodossa. Dal suo tempo quindi esiste una Chiesa monofisita di Antiochia distinta da quella

(fol. Alinari)
Giaconae - Incontro di G. con Lia e Richele (Gen. 29). Affresco, su cartone di Raffaello, cecguito da scolari - Vaticano, Logge di Raffaello.
Giaconae - Incontro di G. con Lia e Richele (Gen. 29). Affresco, su cartone di
scacciato i Persiani dalla Siria (629), propagò il monotelismo come formola di conciliazione. L'Imperatore riconobbe il patriarca monofisita Atanasio come unico patriarca di Antiochia.
L'invasione degli Arabi staccò la Siria definitivamente dall'Impero, fatta astrazione dal ritorno temporaneo dei Bizantini nella seconda metà del sec. x. I g., come avversari dei Bizantini, godettero in un primo tempo del favore dei conquistatori. Ma verso la fine del sec. vil anche la loro situazione cominciò a peggiorare.
Molto agitata era presso i g., nell'epoca degli Arabi, la questione del "mafrianato ". Mafréjân ( $=$ "quello che fa frutto e) era il titolo del capo supremo della parte orientale della Chiesa giacobita, già sottomessa ai Persiani. Cessato, a causa dell'invasione araba, il limite tra la Persia e la Siria, il mafrianato pareva non avesse più ragione di essere. Il patriarca Dionigi di Tellmahrè (818-45) riuscì a sottomettere anche la parte orientale posta sotto il mafrianato.
La conquista bizantina della seconda metà del sec. x mise di nuovo i g. in contatto con i Bizantini, che disturbarono la pace cercando - non senza ricorso alla forza - di convertirli all'ortodossia. Vescovi e monaci recalcitranti ed anche una volta lo stesso patriarca furono deportati a Costantinopoli. I g. si rallegrarono della vittoria dei Turchi selğūqidi sui Bizantini e preferirono la dominazione dei Turchi, che non disturbavano la loro fede, a quella dei Bizantini.
Le relazioni dei g. con i Crociati latini furono generalmente buone. Specialmente il patriarca Michele il Grande (1166-99) fu amico dei Latini. Il patriarca Ignazio II emise perfino la professione di fede cattolica (nel 1237 a Gerusalemme).
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Dal sec. xili fino al xv vari scismi divisero i g. Ve n'era anche uno politico, perché i g. erano in quell'epoca separati politicamente, in q. santo, tra l'altro, appartenervano in parte al dominio dei Mamelucchi ed in parte al Regno degli Armeni di Cilicia. Nel 1293 i vescovi occidentali, riuniti a Sis, elessero un proprio patriarca, Ignazio Michele, contro il patriarca Ignazio residente a Mardin. Questo scisma durò fino al 1445 . Nel 'Tur 'Abdīn esistente dal 1364 fino al 1494 un contro-patriarcato.
Il Concilio di Firenze fece un tentativo di unione con i g. Nel 1444 il delegato del patriarca Ignazio IX riconobbe il sommo pontefice Eugenio IV in nome dei g. residenti tra il Tigri e l'Eufrate. Ma quest'unione non diventò effettiva. Un altro tentativo fu fatto sotto Gregorio XIII, il quale nel 1581 riconobbe il patriarca Ignazio David Sāh come patriarca di Antiochia. Ma poiché il patriarca rifiutò di riconoscere il Concilio di Calcedonia e di condannare Dioscoro, l'unione non riuscì. Più tardi, nel sec. xvir, per il lavoro paziente dei missionari latini, si formò lentamente una comunità di Siri cattolici convertiti dal monofisismo, che ebbero per la prima volta un pátriarca, nel 1662, nella persona di Andrea Akidjan.
L'oppressione secolare da parte dei musulmani ha ridotto la Chiesa giacobita, già tanto fiorente, a poca cosa. Ancora durante la prima guerra mondiale molti g. nell'Asia Minore furono massacrati dai Turchi. Il patriarca, dopo la guerra, trasferì la sua sede dal convento Dèr Safrán presso Mardin in Turchia a Homs in Siria. Anche molti fedeli cercarono un rifugio in Siria o nel Libano sotto il mandato francese. Così in Turchia ne rimasero ben pochi.
I g. (essi stessi non amano questo nome, si chiamano piuttosto "Siri ortodossi" oppure "vecchi Siri") sono molto attaccati alla loro nazionalità sira, benché parlino oggi l'arabo. In Siria se ne contano (secondo la statistica del governo francese del 1935) 24.000, e nel Libano 5000. In gran parte sono fuggisschi immigrati dopo la guerra del 1914-18 dalla Turchia, da Edessa, da Mardin o anche dall'Iraq. I g. sono particolarmente numerosi nell'angolo nord-orientale della Siria (alta Gezirah), dove se ne trovano 10.000. A Homs, nei dintorni, e a Damasco ve ne sono molti residenti da lungo tempo. Oltre il patriarca che risiede a Homs vi sono in Siria dei vescovi ad Aleppo e nell'alta Gezīrah. Un altro ha sede a Beirut nel Libano. In Palestina i g. sono poco numerosi. Il monofisismo non poté mai allagrare nel patriarcato di Gerusalemme. Nella città santa i g. possiedono il celebre convento di S. Marco, con una ricca biblioteca di manoscritti ed una tipografia.
Più numerosi sono i g. nel 'Irāq, dove il loro numero raggiunge i 12.000 . Sono specialmente forti a Mossul, dove risiedono da tempo e in condizioni agiate. Vi hanno delle belle chiese antiche. A Mossul risiede pure il vescovo. Nelle vicinanze si trova il famoso monastero di Mār Mattaj con la tomba di Bar Ebreo (m. 1286). Sui g. dell'India v. malabaresi.
II. Letteratura. - I g. possiedono una ricca letteratura teologica. Si può dividere la storia della letteratura siriaca dei monof isiti in tre periodi : il primo fino all'invasione degli Arabi, il secondo fino alla fine del primo millennio ed il terzo che finisce con il sec. xiri. Dopo non si trova più nessun autore degno di nota. Comincia il periodo della completa decadenza.
Il principale Padre della Chiesa monofisita è Severo, patriarca di Antiochia ( 512 -18), il quale scrisse in greco. Molti suoi scritti sono conservati solo in traduzione siriaca; così le lettere e le prediche. Il primo scrittore monofisita di lingua siriaca di valore è Filosseno vescovo di Mabbūg (Gerapoli), m. nel 523, zelante propugnatore del monofisismo. Giacomo di Sēräg (m. 541) è il più
celebre poeta dei monofisiti siri, chiamato "il flauto dello Spirito Santo"; era di natura pacifica e non si preoccupò delle controversie teologiche; scrisse numerose omelie metriche. Giovanni, vescovo di Efeso (m. dopo il 585), è l'autore di una celebre storia della Chiesa.
Nel secondo periodo della letteratura giacobita le controversie teologiche non tengono più un posto cosi eminente, poiché i g. erano ormai separati da Bisanzio. Ma l'influsso greco rimase pure forte. Presto l'arabo penetra presso i g., cosi che verso la fine di questo periodo la letteratura siriaca va scompiutendo.
Con Severo Sēbōkt (666) comincia un periodo di prosperità della letteratura siriaca ellenizzata. Alla sua scuola appartengono Atanasio di Bālād, eletto patriarca nel 684 (m. 687), Giacomo vescovo di Edessa (m. 708), il più ragguardevole rappresentante dell'ellenismo cristiano nella letteratura siriaca, paragonabile con s. Girolamo, e Giorgio vescovo degli Arabi.
L'affermarsi della dominazione araba condusse a lungo andare alla decadenza della letteratura siriaca. L'ampia e multilaterale attività di Mosè bar Kēfā (815903) ra presenta il tramonto di questo periodo.
Nel secondo millennio la letteratura siriaca dei g. ha avuto un nuovo periodo di prosperità. Il rinnovato contatto con il mondo bizantino, saturo di cultura, diede nuovo impulso anche alla letteratura dei g. I rappresentanti più insigni del rinascimento letterario appartengono all'alto clero giacobita. Il patriarca Michele I il Grande ( 1166 -99) è noto per la sua storia della Chiesa giacobita. L'attività del vescovo di Amida, Dionigi bar Ṣalibī (m. I171) segna l'apogeo del rinascimento della letteratura siriaca. L'influsso della cultura araba si mostra forte nel monaco Giacomo bar Šaklō (m. 1241), il quale scrisse una Summa filosofica ed una teologica, ed anche nell'ultimo e forse più autorevole ed universale tcoloso dei g.: Gregorio Bar Ebreo (1226-86), paragonabile in più aspetti con il suo contemporaneo occidentale s. Alberto Magno. Dopo di lui comincia la definitiva decadenza della letteratura dei g.
III. Dottrina. - Il monofisismo dei g. è, come quello di Severo di Antiochia, puramente verbale. Ammettono che Gesù è vero Dio e vero uomo, che ha tutto quello che appartiene alla natura umana ed a quella divina. Ma si ostinano nel rifiutare di ammettere la formula delle due nature e nel respingere le decisioni del Concilio di Calcedonia, che secondo essi sarebbe ricaduto nel nestorianesimo. I g. sono quindi piuttosto scismatici che veri eretici. E chiaro che non ammettono i Concili che seguirono a quello di Calcedonia. Quanto alla dottrina sui Sacramenti, i g. non hanno elaborato un sistema. Essi hanno accettato il numero settenario sotto l'influsso cattolico. Il ministro dei Sacramenti è solo il sacerdote. Soltanto recentemente i g. ammettono, sotto l'influsso cattolico, il Battesimo amministrato dai laici in caso di necessità. Gli antichi autori non sembrano ammettere una vera transustanziazione nella Eucaristia, ma insegnano piuttosto una specie di impanazione. Il Matrimonio fu riconosciuto come Sacramento soltanto recentemente sotto l'influsso cattolico. Nella dottrina sull'epiclesi, sulla materia dell'Eucariatia e sulla Comunione sotto le due specie gli autori giacobiti sembrano essersi accomodati alla dottrina dei Greci.
Bon.: J. B. Abbelozo-L. J. Lanny, Gregorii Bar Hebraei Chronicon Ecclesiasticum. Lovanio 1872; I.-B. Chabot, Chronique de Michel le Syrien, patriarche jacobite d'Antioche. 3 voll., Parigi 1900-10; J. Lebon, Le monophysisme sbyérien. Lovanio 1909: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur. Bonn 1922; R. Abramovski, Dionysius von Talhudire, jahrbiliischer Patriarch von 818-843, Lipsia 1940; W. de Vries, Sohramententheologie bei den syrischen Monophysiten. Roma 1940; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements, in Codificazione canonica orientale della S. Congregazione per la Chiesa orientale. Fonti, x² serie, fasc. 27. Disciplina antinchena antica. Siri III, Città del Vaticano 1941; R. Devreesse, Le patriarchat d'Antioche depuis la paix de l'Eglise jusqu'd la conquête arabe, Parigi 1942.
Guglielmo de Vries
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GIACOMINO da Verona. - Poeta francescano della seconda metà del sec. xiri, di cui si ignorano altri dati biografici. La sua produzione fa parte della dugentesca letteratura didascalico-religiosa fiorita nell'Italia settentrionale, alla quale egli apporta un personale interesse descrittivo e un più disinvolto moraleggiare.
Nei due poemetti De Ierusalem coelesti e De Babylonia civitate infernali canta, sulla scorta dell'Apocalisse, con ingenuità e primitività di fantasia quasi barbarica, che a tratti si incupisce nel grottesco, le gioie del paradiso e i tormenti dell'inferno: rozza materia, che nella Commedia dantesca troverà definitiva voce. Alcuni critici propendono ad attribuirgli anche alcune laude alla Vergine, una Passione, una Resurrezione e altre liriche sacre.
Bibl.: Le possic di G. sono state pubblicate da A. Mussulto in Sitzungsberichte der K. Akad. d. Wissenschaften zu Wien, 46 (1864), pp. 136-38. Studi: C. Avogadro, L'opera di G. da V. nella storia letteraria del sec. XIII, Verona 1901; E. Barana, La Gerusalemme celeste e la Babilonia infernale, ivi 1921: E. I. May, The De Jerusalem coelesti and the De Babilonia infernali, Firenze 1931; A. Josiz, G. da V. poeta cristiana del sec. XIII, Napoli 1930.
Secondo una leggenda divulgata da Isidoro di Siviglia (De vita et obitu Sanctorum, 71 : PL 93, 151) G. il Maggiore avrebbe evangelizzato la Spagna ed avrebbe composto l'Epistola di G. (v. sotto).
Il suo corpo si venera a Santiago de Compostella; sarebbe stato scoperto da Teodoro da Iria nel sec. Ix. Il suo sepolcro è meta di pellegrinaggi, celebri specialmente nei secc. x-xv. E patrono della Spagna. La sua festa si ricorda al 25 luglio nel Martirologio romano; anticamente al 27 dic., poi al 30 apr. (dai Greci), al 12 apr. (dai copti), al 28 dic. (dagli armeni).
Bibl.: Acta SS. Iulii, VI, ed. Venezia 1749. pp. 5-124; V. Ternoni, Jacques le M., in DB. III, coll. 10821084; H. Leclercq, Jacquesle M., in DACL. VII, coll. 2089-2100; anon., v. v. in Encicl. eccles., III, col. 388 sg . Sulla pretesa evangelizzazione della Spagna: H. Leclercq, L'Espagne chrétienne, Parigi 1906, pp. 31-42 e in DACL. V, coll. 412-17.
Pietro De Ambrosci
Folklore. - La straordinaria importanza che ebbe nel medioevo il santuario di S. G. a Compostella, meta di pellegrinaggi da tutta l'Europa, ha lasciato notevoli tracce nella tradizione popolare. La "Via latrea" viene ancora chiamata il cammino di S. Jacopo. I miracoli operati dal Santo hanno ispirato inni latini, un mistero "provenzale, una sacra rappresentazione rascana e una storia" in ottave, conservata nel Cod. 363 della Vittorio Emanuele di Roma (pubblicata dal Menghini e ristampata dal Battelli : v. bibl.). Il ricordo dei suoi miracoli sopravvive ancora nella tradizione orale, come provano una leggenda in prosa raccolta in Val Gardena e una storia "calabrese in endecasillabi.
Protettore dei farmaciati, droghieri, cappellai e calzettai, il Santo è invocato contro i reumatismi e per il buon tempo. - Vedi tav. XXVIII.
Bibl.: A. Nicolai, Manziers et Jacques de Compostelle, in Bulletin de la Société archéol. de Bordeaux, 21 (1806), pp. 67 223; G. Battelli, Le più belle leggende cristiane, $3^{4}$ ed., Milano 1928, pp. 160-77; P. Toschi, La poesia rapolare religiosa in Italia, Firenze 1932, v. indice.
Paolo Toschi
II. G. il Minore. - Da identificarsi probabilmente con l'apostolo G. d'Alfeo, fratello del Signore, autore dell'Epistola di G. (v. sotto).
Nelle liste degli Apostoli G. di Zebedeo (v.) è distinto da un G. d'Alfeo (Mt. 10, 2-4; Mc. 3, 16-19; Lc. 6, 14-16; Act. 1, 13). S. Luca nelle sue liste, conservate nel Vangelo e negli Atti, elenca pure un apostolo detto Giuda di G., che comunemente s'interpreta "fratello di G.". Nelle altre liste, invece di questo Giuda di G., si ha Taddeo (o Lebbeo; v. GIUDA TADDEO).
Tra le ragioni che inducono a identificare G. il Minore nell'omonimo Apostolo, figlio d'Alfeo, sono le seguenti. L'autore degli Atti che nella lista citata ( 1,13 ) distingue due Apostoli chiamati G., dopo aver parlato del martirio del primo (Act. 12, 2) continua a parlare di un altro G. che gode grande autorità nella chiesa di Gerusalemme (ibid. 12, 17), che nel Concilio propone
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un celebre compromesso (ibid. 15, 13-19), che accoglie s. Paolo di ritorno dal terzo viaggio apostolico (ibid. 21, 18). Questo Apostolo elenca il nostro G. tra le colonne della Chiesa (Gal. 2, 9), dichiara che, quando salì a Gerusalemme per fare visita d'omaggio a Cefal: "altro degli Apostoli non vidi, se non G., il fratello del Signore" (Gal. 1, 19). S. Paolo informa pure che G. (probabilmente il nostro) fu favorito da una visione speciale di Cristo risorto (I Cor. 15, 7).
Gli abitanti di Nazareth dicevano di Gesù : «Donde ha appreso questo? Non è forse costui (Gesù) il figlio della Maria e fratello di G. e di Giuseppe (Iosè) e di Giuda e di Simone?" (Mc. 6, 3 sg.). Tra le pie donne presenti sul Calvario s. Marco ( 15,40 ) ricorda «Maria Maddalena e Maria [madre] di G. il Minore e di Giuseppe (Iosè)». S. Giovanni (19, 25) nota che assieme con la madre di Gesù c'era la sorella della madre di lui [detta] Maria, moglie di Cleofa (Klopàs).
Su questi dati si fanno molte ipotesi. Alcuni identificano Alfeo con Cleofa (Klopàs), altri, seguendo le indicazioni di Egesippo citato da Eusebio (Hist. eccl., II, 23, 4-8), ricostruiscono così la parentela: Alfeo, di origine sacerdotale, ebbe da Maria due figli: G. (detto di Alfeo, o il Minore) e Giuseppe (Iosè). Dopo le morte di Alfeo, Maria sposò in seconde nozze Cleofa (Klopàs), di stirpe sacerdotale, fratello di s. Giuseppe, divenendo così "scrella", nel senso di "cognata", della omonima madre di Gesù. Cleofa, quando sposò Maria, era già padre di Giuda e di Simone. Così G., Giuseppe, Simone e Giuda divennero "fratelli", nel senso di "cugini", di Gesù. Eusebio, riferendosi ad Egesippo, informa che G. detto "il Giusto" visse da asceta e che fu il primo vescovo di Gerusalemme.
Secondo Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XX, 9, 1) G. "il Giusto" sarebbe stato martirizzato da Anano (v. ANNA, 2), sommo sacerdote che governava nell'interim tra la morte del procuratore Festo e l'arrivo del successore Albino, nella Pasqua del 62.
La liturgia latina celebra la festa di s. G. (assieme con quella di s. Filippo) al $1^{\circ}$ maggio; la liturgia greca ricorda G. d'Alfeo al 5 ott. e G. vescovo di Gerusalemme al 25 ott. Il capo di s. G. il Minore si venera nel duomo di Ancona. Il Santo viene raffigurato, normalmente, con il bastone del fullone, strumento del suo martirio.
Bibl.: Oltre alle introduzioni all'Epistola di G., cf. M. Meinerra, Der Jacobusbrief und sein Verfasser, in Biblische Studien, 10 (1905), pp. 1-324; V. Ermoni, Jacques le Mineur, in DB. III, coll. ro84-88; H. Leclercq, in DACL, VII, coll. 2109-16; anon., s. v. in Encicl. eccles., III, coll. 589-90. V. alres. Pietro De Ambroggi
III. Epistola di G. - La prima delle sette epistole cattoliche (v.) del Nuovo Testamento.
Non vi è un tema centrale, svolto secondo una divisione logica. Le idee principali si succedono in quest'ordine: Cap. I «G., servo di Gesù Cristo, alla 12 tribù [viventi] nella diaspora [augura] gioia " - Godete nel dolore: chiedete a Dio questa sapienza. - La tentazione non viene da Dio, ma dalle passioni; da Dio ci proviene ogni bene. - Ascoltate e praticate la parola di Dio. Cap. 2 : Non abbiate favoritismi per i ricchi. - La fede senza le opere è morta. Cap. 3: Frenate la lingua. - La vera sapienza è caritatevole. Cap. 4: Causa delle guerre sono le passioni. Domatele con la carità e la pazienza. - Evitate maldicenze e progetti temerari. Cap. 5: Gusi a voi, o ricchi, superbi, ingiusti, viziosil - Voi, oppressi, abbiate pazienza, imitando l'agricoltore, i profeti, Giobbe. - Non giurate invano. - Chi soffre preghi. Chi è lieto salmeggi. - L'infermo chiami i presbiteri che gli amministreranno l'Estrema Unzione (v.). - Confessate i peccati. - Pregate da giusti. - Convertite i peccatori.
I migliori interpreti vedono in G., autore dell'Epistola, il fratello (cugino) del Signore, da identificare, probabilmente, nell'Apostolo detto G. il Minore, capo della chiesa di Gerusalemme. Qualche
autore spagnolo (s. Isidoro di Siviglia: PL 83, 151; 85, 540; G. Sanchez, De profectione S. Iacobi in Hispaniam, 3), con Dante (Par., XXV) attribuisce questa Epistola a G. il Maggiore. Ma questa opinione è insostenibile.
Alcuni razionalisti (L. Massebicau, F. Spitta, e specialmente A. Meyer, Das Rättel des Juhobusbriefes, Giessen 1930) attribuiscono questo scritto a un ebreo non convertito del sec. I d. C., che si rivolge, in nome di G., alle dodici tribù nate da lui. - Si risponde che il carattere cristiano dell'Epistola risalta non soltanto dalle parole "Gesù Cristo" (in 1, I e 2, I che, secondo Meyer, sarebbero glosse), ma da tutto il contesto impregnato dello spirito del discorso della montagna.
Le questioni dei rapporti con Paolo, la data, i destinatari, lo scopo, assai discussi, sono fra loro intimamente connessi. G. scrive: "La fede senza le opere è sterile " (2, 21). "L'uomo viene giustificato, mediante le opere e non soltanto mediante la fede (2, 24). Paolo sembra contraddirlo scrivendo: "Credemono per essere giustificati dalla fede e non dalle opere della Legge" (Gal. 2, 16; cf. Rom. 3, 2 sg.). Dal contesto risulta che G. non fa questione delle opere della Legge mosaica; suppone che i suoi lettori le osservino, esige che compiano anche le "opere buone", quelle della carità, raccomandate dal discorso della montagna. Senza di queste, la fede, considerato da G. come semplice adesione dell'intelletto alle verità, paragonabile a quella che hanno anche i demoni, non giustifica, non produce aumento di grazia.
Paolo invece scrive contro i giudalazanti (v.) che forse, abusando delle parole di G., andavano proclamando la necessità di osservare le opere della Legge mosaica per ottenere la giustificazione. Dichiaro che, per ottenere la giustificazione (grazia prima) non bastano le opere della Legge, ma occorre la fede viva, attivata dalla carità (Gal. 5, 6), quindi unita alle buone opere.
Come si vede, G. e Paolo non si contraddicono, ma usano gli stessi termini : opere, fede, giustificazione, con significati diversi. Dal confronto degli scritti, sembra che G. abbia scritto prima di Paolo, ai giudeocristiani lassisti, che si dispensavano dalle opere buone. La questione dei legali non era ancora nata. Quindi si può fissare la data di Giacomo prima del Concilio di Gerusalemme, tra il 45 e il 49.
I destinatari giudeo-cristiani della diaspora, devono essere quelli convertiti assai presto, dispersi in Siria, Fenicia, Cilicia, Cipro. Questi riconoscevano come loro capo spirituale il vescovo di Gerusalemme. E possibile che tra i fedeli della diaspora G. includa anche gli ebrei ellenisti convertiti, stabilitisi in Palestina. Non sembra invece che intenda tutti i cristiani, quasi che "le dodici" tribù equivalessero all'« Israele di Dio» di Paolo (Gal. 6, 16).
Lo scopo di Giacomo è eminentemente morale, analogo a quello del discorso della montagna, non polemico antipaolino, come suppone Lutero. Gli studiosi che sostengono la priorità di Paolo su G. rimandano questa Epistola fin verso il termine della vita dell'autore (dopo l'Epistola ai Romani) oppure (gli acattolici) in epoca posteriore.
Giacomo è tra i cosiddetti deuterocanonici del Nuovo Testamento. Eusebio l'elenca tra i libri discussi (antilegomeni) riconosciuti da molti (Hist. eccl., III, 25).
Le testimonianze esplicite incominciano con Origene. Consta tuttavia che Giacomo si leggeva nelle chiese che usavano le versioni copto-sahidica, etiopica, siro-pêšitṭa. In Occidente era usata da Clemente Romano, si leggeva nell'antica latina; per non essendo citata dal canone muratoriano, da Tertulliano, Cipriano, Lattanzio, risulta che al sec. iv era accettata nelle chiese d'Italia, di Gallia, di Spagna, d'Africa. S. Gerolamo riassume la storia della questione scrivendo: «G., che si
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(fat. Aaderson)
In alto: VERGINE IN TRONO E SANTI - Firenze, Uffizi. In basso: ADORAZIONE DEI PASTORI - Firenze, Uffizi.
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PORTALE DETTO DELLA GLORIA (secc. XII-XIII) Santiago, Cattedrale.
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LETTERA DI GIACOMO MINORE
Bibbia di Borso d'Este (1455-61) - Modena, Biblioteca Estense, vol. I, f. 229 v.
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(fat. Alliaris
In alto: CRISTO RIMANDATO DA PILATO. Bassorilievo nel Palazzo dell'Università di Genova. In basso: SEPPELLIMENTO DI GESÚ. Bassorilievo nel Palazzo dell' Università di Genova.
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(Int. Enc. Catt.)
Giacomo - Incipit del Protovangelo di G., cod. Vat. gr. 455, fol. $201^{2}$ (sec. x) - Biblioteca Vaticana.
chiama fratello del Signore,...scrisse una sola epistola che fa parte delle cattoliche; si asscrisce che... sia stata pubblicata da qualche altro sotto il nome di lui, sebbene, a poco a poco, con l'andar del tempo, abbia ottenuto autorità (De vir. ill., 2 : PL 23, 609). Dopo il sec. Iv l'accordo sulla cononicità è moralmente unanime.
La lingua greca è relativamente elegante. Non mancano tuttavia tracce di semitismi. Forse lo stesso G. si è giovato di un segretario-redattore che sapeva bene il greco.
BibL.: J. Chaine. L'épître de Jacques. Parigi 1927; A. Charon. Les épîtres catholiques, Parigi 1938 (L. Pirat. La Ste Bible. 14); I. Bonsirven, in DBs. IV, coll. 763-92; P. De Ambroggi. L'epitale cattoliche. $2^{2}$ ed., Torino 1949, specie pp. 4-8.
Pietro De Ambroggi
IV. Protovangelo di G. - Apocrifo appartenente alla serie dei Vangeli dell'infanzia.
1. Argomento. - E svolto in 3 parti. Nella $1^{2}$ (capp. 116) si racconta la nascita della Vergine Maria dai vecchi genitori Giacchino (v.) ed Anna (v.), la sua presentazione al Tempio, ove rimase dai 3 ai 12 anni, il suo sposalizio con il carpentiere Giuseppe, già padre di 4 figli, l'Annunciazione, la visita ad Elisabetta, la perplessità dello sposo, risolta davanti al tribunale con la prova delle acque amare, brillantemente superata.
La $2^{2}$ parte (capp. 17-21) descrive le meravigliose circostanze che accompagnarono la nascita del Salvatore : in quell'istante tutta la vita fu come sospesa; una levatrice incredula, Salome, che volle constatare la verginità nel parte, fu punita e poi guarita dal Neonato. Il racconto della venuta e della partenza dei Magi è conforme a Mt. 2.
La $3^{2}$ parte (capp. 22-24, appendice d'altra indole) parla della strage degl'innocenti: in quell'occasione la Vergine avrebbe nascosto il bimbo in una mangiatoia, mentre Elisabena avrebbe trovato un rifugio con il piccolo Giovanni in un crepaccio apertosi miracolosamente
nella montagna. Segue la narrazione dell'assassinio del sommo sacerdote Zaccaria, perpetrato da Erode, e un breve epilogo ove G. dichiara di avere scritto questa storia.
2. Titolo. - Fu dato a questo scritto da G. Postel, che ne portò dall'Oriente un codice greco e ne pubblicò a Basilea, nel 1552, una versione latina. Ma né quel codice, né gli altri trovati poi altrove, hanno questo titolo. Origene lo conosceva come Libro di G. (In Mt., X, 17: PG 13,867 sg.). Diversi manoscritti lo intitolano: Storia della naticità di Maria.
3. Origine. - L'opera, allo stato attuale, è frutto di una compilazione. La $1^{2}$ parte, dalla nascita al matrimonio di Maria, risale certamente al sec. in. Si notano sintomatiche coincidenze fra Pretov. 12, 2 e s. Giustino (Dial. 5). La $2^{2}$ parte, con il brusco passaggio dalla terza alla prima persona (19, 2 : «Ed io, Giuseppe, camminavo [e non camminavo],..»), suppone un'altra fonte: un apocrifo di Giuseppe sulla nascita di Gesù. Anche questa parte è del sec. it. Clemente Alessandrino ne conosce le notizie riguardanti il precedente matrimonio di s. Giuseppe e la constatazione della verginità in partu (Strom., VII, 93 : CB, III, p. 66). Origene sa da un libro di G. che i fratelli nel Signore sono figli di Giuseppe, avuti da un precedente matrimonio. La $3^{2}$ parte, con la leggenda apocrifa di Zaccaria, secondo G. Bonaccorsi (v. bibl., p. xxiri), non può essere posteriore alla fine del III sec. o all'inizio del iv, perché il papiro di Abmunén (edito da E. Pistelli, Papiri della soc. ital., I, Firenze 1912, pp. 9-16) è del sec. iv e contiene frammenti degli ultimi due capitoli. E. Amann ritiene che il libro, nella forma attuale, non sia anteriore al sec. v. Papa Innocenzo I (Ad Exuperium) esclude dal canone "cetera omnia quae sub nomine Matthiae, sive Iacobi Minoris» (Denz-U, 96). Il cosiddetto Decreto Gelasiano (492-95) esclude un Evangelium nomine Iacobi e un Liber de infantia Salvatoris et de Maria, vel obstetrice.
Il Protovangelo di G. intende glorificare specialmente la santità e la verginità di Maria nel parto. Alcuni hanno voluto scorgervi tendenze gnostiche o ebionite. Ma si tratta di indizi molto problematici. I migliori esegeti credono che l'autore, fed le alla Chiesa, volle semplicemente soddisfare la pietà popolare dei fedeli.
4. Rifacimenti latini. - Non si ha una versione latina antica di tutto il Protovangelo di G., ma se ne possegono alcuni rifacimenti. Uno è il cosiddetto Pseudo-Matteo, che in latino s'intitula: Liber de ortu Mariae et infantia Salvatoris, a beato Matthaeo hebraico scriptus, et a beato Hieronymo in latinum translatus. Nei primi 17 capitoli dipende fedelmente dal Protovangelo di G.; quindi aggiunge notizie sulla fuga in Egitto e la vita privata a Nazareth. Si tratta d'una compilazione del sec. vi. Altro rifacimento latino è il Vangelo De nativitate Mariae, dell'epoca carolingia. Ha attenuato le incongruenze dello Pseudo-Matteo. - Vedi tav. XXIX.
BibL.: E. Amann, Le protévangile de Jacques et ses remaniements latins. Introduction, textes, traductions et commentaires, Parigi 1910 (testi greci e latini, desunti da C. Thiehendorf, con apparato critico e versione francese munita di commento); id., Apodictphes du Nouv. Test., in DBs, I, coll. 468-79, 483; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, Firenze 1948, I, pp. xxit sg., 28-109, 132-225, ecc. Una versione letteraria fu pubblicata da E. Pistelli, Il protovangelo di Iacopo, Lanciano 1919.
Pietro De Ambroggi
GIACOMO, santo, martire : v. mariano e giacomo, santi, martiri.
GIACOMO Alemanno (di Ulma), beato: v. Griesinger, giacomo.
GIACOMO d'ACCOLI. - Teologo minorita, n. negli ultimi decenni del sec. xiri. Studiò a Parigi e nel 1309 è ricordato tra i maestri che furono consultati per il processo di Margherita Poirette. Fu poi (1310-12) maestro reggente dell'Università di Parigi e nel 1311 intervenne al Concilio di Vienne.
Tra i suoi scritti principali: Commentarii in IV libros Sent.; Quodlibeta (inediti nelle Biblioteche conven-
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(Ist. Enc. Catt.)
Giacomo di Cessolles - Super ludo scachorum sive de moribus hominum et de officiis nobilium. Cod. Vat. Ist. 1042, fol. 103r (sec. xili-xiv) - Biblioteca Vaticana.
tuali di Assisi, Padova e Firenze); Quaestiones disputatae; Quaestiones diversae (inedite alla Vaticana).
Bibl.: H. Demile-E. Châtelain, Chartularium universitatis Parisiensis, III, Parigi 1896, p. 660: Sbaralca, I, pp. 2-3; A. Chiappini, Commentatis responsio ad Rotulum [v. Ubertini de Casali, in Arch. Franc. hist., 7 (1914), pp. 334-39 sgg.; P. Glorieux, Répertoire des maitres en théologie de Paris au XIIIe siècle. II, Parigi 1934, pp. 236-37; H. Schwamm, s. v. in LThK, V, col. 235 .
Giovanni Bastianini
GIACOMO di Bevagna: v. bianconi, giacomo.
GIACOMO di Cessolles (de Cessolis). - Lettore e scrittore domenicano del sec. xili. Nel Liber de moribus hominum tratta dei costumi e degli obblighi delle varie classi della società umana secondo le figure del giuoco degli scacchi. L'opera, diffusa in molti manoscritti generalmente ricchi di miniature, e in molte traduzioni, ebbe numerose edizioni di stampa dal 1473 fino al 1879. Il Gesamthatalog der Wicgendrecke (t. VI, Lipsia 1936, coll. 402-10) enumera gli incunaboli del De ludo scachorum e le versioni in tedesco alto e basso, in inglese, francese, italiano e olandese.
Bibl.: Quattif-Echard, I, p. 471; H. C. Scheeben, Zacab v. C., in LThK, V, col. 257; Monumenta O. P. lusterica, XVIII, Roma 1936, pp. 33, 125.
Angelo Walz
GIACOMO di Edessa. - Celebre scrittore monofisita (ca. 640-708), il più insigne rappresentante dell'ellenismo cristiano in lingua siriaca, comparabile con s. Girolamo, e forse ancora più versatile di lui. Si distinse per le sue traduzioni e per la correzione di altre traduzioni più antiche. Fu anche esimio teologo, filosofo, storico, esegeta e grammatico.
G. nacque ca. il 640 vicino a Antiochia, studiò nel convento di Qennešrē e poi ad Alessandria. Ca. il 685 fu consacrato vescovo di Edessa e lavorò come tale per la riforma della Chiesa e dei conventi; ma incontrandovi
gravi difficoltà si ritirò dopo solo 4 anni di governo. Diventò poi professore nel convento di Eusebona presso Antiochia, dove insegnò greco e S. Scrittura. Dopo 11 anni passò al vicino convento di Teleda, dove fu professore per altri 9 anni. Per breve tempo, solo quattro mesi, riprese la direzione della sua diocesi di Edessa. Morì il 5 giugno 708 nel convento di Teleda.
G. è autore di commentari a diversi libri del Vecchio Testamento e intraprese nel 705 una revisione del testo di esso. Come liturgista si occupò della revisione dei testi liturgici. Come canonista compose una celebre collezione di canoni. Scrisse una cronaca che elenca gli avvenimenti fino al 692 , ma diagroziatamente solo frammenti di essa sono conservati. Il frutto principale della sua attività di traduttore è una versione in siriaco delle omelie greche, cattedrali, di Severo di Antiochia (v.).
Bibl.: C. Kayser, Die Canones Jacob's von E., Lipsia 1886; A. Baumstarb, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 248-56; J. B. Chabot, Littérature syriqque, Parigi 1934, pp. 84-88.
Guglielmo de Vries
GIACOMO I, re d'Inghilterra. - Sesto re di Scozia, n. a Edimburgo il 19 giugno 1566, m. a Theobalds il 27 marzo 1625. Unico figlio di Maria Stuarda e del suo secondo marito, Lord Darnley.
Ebbe per insegnante Giorgio Buchanan, che G. apprezzò, anche se poi ne respinse le dottrine. Il Buchanan mirava a farne un sovrano costituzionale, soggetto al controllo di quello ch'egli chiamava il popolo, ma non era parte che si confacesse al temperamento di G. I, né i tempi la consentivano.
La Scozia era controllata da un potente gruppo di nobili, che esercitavano e cercavano di consolidare i loro antichi diritti feudali e dominavano il Parlamento. La sola organizzazione a carattere popolare era la Chiesa presbiteriana, che raccoglieva i suoi aderenti negli strati medi e minuti della popolazione ed era guidata da un clero ostile sia ai nobili che al papato. Una salda autorità centrale, che sola poteva placare le latte interne, cercò d'imporre il Morton durante la sua reggenza; ma si inimicò entrambe le fazioni e fu cacciato nel 1578 , anno in cui G. I assunse nominalmente il potere. Al Morton, filoinglese, subentrò il duca di Lennox, protetto dei Guisa, che mirava a riportare la Scozia all'alleanza francese. Ma nel 1582 il partito protestante s'impossessò del ve, costringendo il Lennox a rifugiarsi a Parigi. Nel 1583 G. I, riacquistata la libertà, riprese la politica del Morton e s'adoperò per sottomettere all'autorità regale sia i nobili che il clero protestante. In vent'anni di regno riuscì a dominare l'anarchia dei baroni, creando un forte governo centrale e cui subordino anche le autorità religiose. Questo ottenne mediante una politica d'estuzia piuttosto che di forza tra le opposte fazioni, avvantaggiandosi dei loro contrasti. Dovendo prender partito nella lotta tra la madre e Elisabetta, che rappresentavano le due grandi forze in cui era divisa l'intera Europa, preferì far causa comune con Elisabetta e il protestantesimo, sempre per le sue aspirazioni al trono inglese, piuttosto che allearsi con le potenze cattoliche che appoggiavano Maria Stuarda.
Alla morte di Elisabetta (1603) G., per il testamento di Enrico VIII, fu proclamato re d'Inghilterra. La sua politica nel nuovo regno incontrò grandi ostilità. Mentre in Scozia aveva potuto dare un indirizzo assolutistico alla sua politica, in Inghilterra la monarchia aveva già raggiunto il massimo potere e la tendenza era di limitarne le prerogative. Insistendo sul diritto divino del sovrano, G. I non poteva riuscire bene accetto al suo popolo, anche se tale insistenza era motivata dalla necessità di proclamare l'indipendenza della monarchia di fronte e al papato e al calvinismo. Sul piano religioso, del resto, la sua politica fu quanto mai contradittoria: mentre i cattolici furono delusi nelle loro speranze di una maggiore tolleranza, i puritani gli rimproverarono una eccessiva benevolenza verso
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il cattolicesimo. Fatto è che ai tentativi di trovare un modus vivendi tra le due fedi tenevano dietro brusche manifestazioni anticattoliche non appena i cattolici parevano guadagnar terreno. Un vasto complotto noto col nome di "Congiura delle polveri", tendente a una restaurazione cattolica ( 1605 ), fu stroncato con la condanna a morte di tutti i congiurati. Motivata da aspirazioni di pace religiosa in Europa, anche la sua politica estera oscillo continuamente tra vari e impopolari approcci verso le potenze cattoliche e interventi in appoggio dei protestanti olandesi.
Colto, amante delle lettere, di controversie ecclesiastiche e di magia, più che non della cura degli affari pubblici, diede alle stampe numerosi scritti, tra cui noti soprattutto alcuni trattati in difesa della sua politica religiosa e specialmente della supremazia spirituale del re e della regina, che i cattolici dovevano giurare di riconoscere. Fra i suoi contudittori meritano di essere citati il card. R. Bellarmino, il p. R. Persons, il p. F. Suárez. Il suo assolutismo regio recò, come conseguenza, la persecuzione contro i cattolici, molti dei quali subirono la morte in prigione o sul patibolo, rei soltanto di non ammettere la supremazia spirituale, che G. si arrogava.
Bibl.: P. H. Brown, History of Scotland, II, Cambridge 1902; J. F. Henderson, Yomes I and VI, Londra 1904. Bibl. perricolateggiata in G. Davies, Bibliography of British History Stuart Period, Oxford 1928; C. Testore, I mortini gesuiti d'Inghilterra e di Scesna, Isola del Lari 1934, p. 289 sgg.; J. Craizio, The Basilicas Doren of King Yomes VI, I, Edimburgo 1944. Opere: per i suoi scritti, v. S. R. Gardiner, Dictionary of National Biography, X, Oxford 1937-38, p. 617 .
Gabriels Musatti
GIACOMO II, re d'Inghilterra. - N. a Londra il 15 ott. 1633, m. a St. Germain il 17 sett. 1701. Secondogenito di Carlo I, fu fatto prigioniero nella rivoluzione in cui, abbattuto il trono, aveva perso la vita il padre. Dopo due anni di prigionia ( $1646-48$ ) riuscì a fuggire, prima in Olanda e poi in Francia. Avvenuta la restaurazione con il fratello Carlo II, tornò in patria e nel 1672 annunciò pubblicamente la sua conversione al cattolicesimo. Il suo secondo matrimonio con Maria Beatrice di Modena (1673) accentuò l'ostilità da cui era circondato e i suoi legami con la Francia ed il favore per la causa cattolica l'obbligarono a riparare nel Belgio (1678).
Tuttavia alla morte del fratello ( 1685 ) salì al trono senza opposizione e si dimostrò abile amministratore dell'esercito e della marina. Ma incontrò gravi difficoltà sin dall'inizio della sua politica religiosa. Il suo deciso indirizzo di restaurazione cattolica in un paese ormai radicato nel protestantesimo creò una sanguinosa catena di ribellioni e repressioni, che esasperarono i rapporti tra il sovrano e i molti oppositori, tanto che questi si rivolsero a Guglielmo d'Orange, genero di G. II e favorevole al partito anglicano. Guglielmo sbarcò in Inghilterra a capo di un esercito e fu proclamato re (1688), mentre G. II doveva fuggire in Francia.
Bibl.: O. Klopp, Der Fall der Stuart, I-IX, Vienna 1875-81, v. indice; H. Bellin, Yomes II, Londra 1928; G. N. Clark, The later Stuaris, Oxford 1934; J. Lane, King Yomes the last, Londra 1942; F. C. Turner, Yomes II, Nuova York 1948. Per i rapporti con la S. Sede; G. Gigli, Il Nuncio Pontificio d'Adda e la seconda rivoluzione inglese, in Nuova rivista storica, 23 (1939), pp. 285322.
Gabriele Musatti
GIACOMO l'Interciso, santo. - Martire persiano, chiamato l'Interciso perché fu dilaniato membro a membro. Ne parlano atti latini, greci, copti, armeni e, primi fra tutti, siriaci (ed. P. Bedjan, Acta martyrum, II, Parigi 1891, pp. 539-58), i quali sono d'accordo nel riferire che G. nacque da nobile famiglia nella città persiana di Bēt Lāpat e fu poi fun-
zion