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o l'Interciso perché fu dilaniato membro a membro. Ne parlano atti latini, greci, copti, armeni e, primi fra tutti, siriaci (ed. P. Bedjan, Acta martyrum, II, Parigi 1891, pp. 539-58), i quali sono d'accordo nel riferire che G. nacque da nobile famiglia nella città persiana di Bēt Lāpat e fu poi fun-
zionario dell'imperatore Jazdağird I (399-420). Morto questo, G. per istigazione di Baḥrām V apostato dal cristianesimo, ma, indotto dalla madre e dalla moglie, si ravvide. L'Imperatore allora, ca. il 421 , lo fece fare a pezzi.

La tradizione copta segnala il suo sepolcro presso Penulje. Le sue reliquie sarebbero state trasportate a Braga e il capo (1103) nella badia Cormery vicino a Tours. La narrazione degli atti suscita alcune difficoltà di ordine storico. Festa il 27 nov.

Bibl.: Martyr. Romanum, pp. 349-50.
Ignazio Ortiz de Urbina
GIACOMO di Jüterbog. - N. nel 1381 nei dintorni di Jüterbog presso Berlino, figlio di un povero contadino; si chiamava Benedetto Stolzenhagen; divenne monaco a venti anni nell'abbazia cistercense Paradies presso Francoforte sull'Oder (di qui il soprannome G. de Paradiso). Fu inviato all'Università di Cracovia, dove salì al grado di lettore e predicatore universitario (onde fu detto de Polonia). Nel 1441 entrò nella certosa di Erfurt (onde fu detto de Carthusia, de Clusa, Erfordiensis). Svolse la sua attività all'Università di Erfurt come docente di diritto canonico e fu rettore nel 1455. M. verso il 1465 .
G. fu ardente sostenitore della Riforma e dei principi conciliari nei quali vedeva assicurata la riforma stessa. Oltre a prediche e scritti riformisti diede trattati sulle questioni della dogmatica, sulla teologia morale, l'ascetica e il diritto canonico. La semplicità del suo linguaggio denunzia l'influenza dell'umanesimo. La Vita di G. Wolrad non è pubblicata integralmente.

Dei suoi numerosi scritti (ca. ottanta) manca una edizione completa. Per quanto di lui pubblicato in incunaboli cf. Hain, De erroribus et moribus Clotistianorum (anche presso E. Jacob, Yoh. von Capestrano, II, Breslavia 1911, p. 283 sgg.); Petitiones religiosorum (in E. Klupfel, Vetus biblioih. ecc., Friburgo 1780, pp. 146-69); De negligentia praelatorum (in Chr. F. W. Welch, Monumenta inedita medii aevi, II, Gottinga 1764, p. 67); Avisamentum ad papam (in Klupfel, op. cit., pp. 134-45); De septem statibus ecclesiae (in Walch, op. cit., II, fasc. 2); De cuncta multorum passionum (in B. Pez, Biblioth. ascet., VII, Ratisbona 1725, pp. 389-444); De indulgentiis ([De anno iubiluei], in Walch, op. cit., II, fasc. 2, p. 163).

Bibl.: Kirchenlexikon, VI, 1166-71; M. Grabmann, Yakob v. 7., in LThK. V, col. 259; S. Autore, Jacques de 7., in DThC. VIII, coll. 297-98; P. Tschacker, Yakob v. 7., in Realenc. I, prot. Theol. u. K., VIII, pp. 536-58; R. B. Schmidt, Yakob v. 7., in Rel. Gesch. Gegente., III, coll. 12-13; H. Kellner, in Theol. Quartalichi., 48 (1866), pp. 521-48; Finkel, L'Harric Yakob a Paradyo1, Cracovia 1900; Th. Brieger, in Zeitschrift f. Kirchengesch., 25 (1903), pp. 136-50; F. Schillmann, ibid., 35 (1914), pp. 84 sgg.; 363 sgg.; Pastor, I, pp. 5-7, 406-409. È annunziato un indice dei codici, a cura di Ludwig Meier. Ignazio Backes

GIACOMO di Lilienstern. - Teologo domenicano dell'inizio del sec. xvı. Professore di teologia all'accademia filosofico-teologica di Budapest, tenuta dai Domenicani, G. scrisse dal 1504 al 1505 un Liber de divina sapientia che dedicò a Vladislao II re d'Ungheria (1490-1516). Finora si conosce un manoscritto solo a Monaco (Clm. 26827), descritto dal Grabmann.

L'opera scolastica e mistica di G. s'ispira al ccncetto sussocimo della Sapienza eterna; il suo stile s'avvicina alla maniera umanistica. I cinque libri dell'opera riguardano la Sapienza divina in rapporto : 1) ai misteri e opere di Dio, 2) all'intelletto umano e i suoi atti, 3) al mondo degli angeli e dell'uomo nelle sue parti spirituale e corporale, 4) alle 3 virtù teologali, 5) alle 4 virtù cardinali, e sono sottodivisi in «eulogia». La materia delle principali questioni di teologia e filosofia è svolta in forma sistematica originale, senza sottigliezze. Tra le autorità citate spiccano le S. Scritture, vari Padri, Ugo da San

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(fol. B. Oriandini)
Giacomo della Marca, santo.- Tavola di Cosmé Tura (sec. xv). Modena, Galleria Estense.

Vittore, l'Aquinate, Alberto Magno, Ulrico d'Argentina, Platone, Aristotele, Boezio.

Biol.: M. Grabmann, Mittelalterliches Geistesleben, II, Monaco 1936, pp. 585-602.

Angelo Walz
GIACOMO di Losanna - Teologo e predicatore domenicano, n. a Losanna ca. la metà del sec. xili, m. a Pons nel 1321. Fece parte della commissione nominata dal maestro generale dei Domenicani per esaminare la dottrina di Durando da St-Pourçain (1313-14). Dal 1318 fino alla morte fu provinciale di Francia.

Di lui si conservano i primi due libri del Commento alle Sentenze (Vienna, Staatsbibl., ms. 1542), molte prediche e vari commenti morali a quasi tutti i libri della S. Scrittura. Furono editi: Sermones dominicales et festivales (Parigi 1530); Opus moralitatum (Limoges 1528, alcuni estratti dei suoi commenti morali sulla S. Scrittura).

Biol.: Quétil-Echard, I. pp. 547-49; B. Haurćau, Hist. litt. de la France, XXXIII, Parigi 1906, pp. 459-79. 631; J. Koch, Durandus de S. Porciano, I, Münster in V. 1927, pp. 279-85; A. de Guimarães, Herod Noël, in Architoun fratrum Praed., 8 (1938), pp. 23. 30. 34-37. 62, 70. Alfonso D'Amato

GIACOMO della MARCA, santo. - N. nel 1394 a Monteprandone (diocesi di Ripatransone nelle Marche) da umilissima famiglia, m. a Napoli il 28 nov. 1476. Compì gli studi per interessamento di uno zio sacerdote e verso i 20 anni si fece francescano ad Assisi. Venuto a contatto con s. Bernardino
da Siena restò conquistato da lui, ne imitò la predicazione e diffuse la devozione a lui cara del nome di Gesù, difendendola dagli attacchi a cui andava incontro. Fu pure all'estero, specialmente in Ungheria, e condusse la lotta contro gli Hussiti; venne a contatto con l'imperatore Sigismondo, trattò col Concilio di Basilca per incarico del Pontefice e si occupò molto della crociata contro i Turchi raccogliendo denaro ed influendo sulle autorità.

Prese parte pure alle questioni tra Conventuali ed Osservanti ed ebbe cariche nel suo Ordine; nć si devono tacere la sua azione come inquisitire contro i Fraticelli, che gli procurò forti critiche e fin anche la scomunica, toltagli subito dal Papa, ed il suo costante interesse per i Monti di pietà. Instancabile nello spostarsi da una città all'altra per la predicazione, diede ad essa un tono di semplicità e di vivezza, ma fondata su profonda dottrina; la sua ricca biblioteca subì varie traversic dopo la sua morte. Negli ultimi anni della vita si stabili a Napoli. Il suo processo di beatificazione, e poi quello di canonizzazione, furono lunghi e difficoltosi perché alcune sue affermazioni sul Preziosissimo Sangue non erano chiare; fu canonizzato da Benedetto XIII nel 1726. Festo il 28 nov.

Delle opere, pubblicate in minimo parte, si possono ricordare le inedite: Quaresimali ed altre raccolte di prediche; il trattato Del Sangue di Cristo; il Dialogo contro i Fraticelli ed altre polemiche con gli eretici; il Cumpo di Fiori o gran somma di casi penitenziali; Della Confessione, ecc.

Biol.: G. Nicolai, Vita storica di s. G. dello M., Bologna 1876; G. Caselli, Studi su s. G. dello M., I. Ascoli Piceno 1926, II, Offida 1926; M. Sgattoni, La vita di s. G. della M. per fra' Venanzio da Fabriano, Zara 1940; D. Pacetti, Le prediche autografe di s. G. della M., in Arch. Franciscanum historicum, 35 (1942), pp. 296-326; 36 (1943), pp. 75-97; Wadding. Annales, IX-XIV, passim.

Paolo Brezzi
GIACOMO di Metz. - Teologo e scrittore domenicano, n. a Metz. Nulla si conosce della sua vita, tranne che commentò per due volte le Sentenze del Lombardo a Parigi tra la fine del sec. xiri e l'inizio del sec. xiv. Però non fu mai maestro. Probabilmente ebbe come discepolo Durando da St-Pourçain. Il suo Commento alle Sentenze è conservato in 7 manoscritti, di cui l'unico completo è nella Biblioteca Vaticana (Borghese, cod. 122). G. è un teologo acuto e sempre chiaro; in filosofia è aristotelico, ma in teologia subisce più l'influsso dell'agostinismo pretonista che quello di s. Tommaso : nega, ad es., la distinzione reale tra natura e suppositum; nella Trinità pone una distinzione reale fra l'essenza divina e le relazioni; il peccato originale sarebbe per lui un semplice vastus poenae; nega pure la causalità dei Sacramenti. Tutte dottrine riprese da Durando. Contro di lui fu scritto un Correctorium, che quasi sicuramente è di Erveo di Nédellec, il più grande oppositore di Durando.

Biol.: M. Grabmann, Mittelatterliches Geistesleben, I, Monaco 1926, pp. 404-10; J. Koch, Jabab von Metz O. P., der Lehrer des Durandus de S. Porciano G. P., in Archituer d'hist. doctr. et littér. du moyen âge, 4 (1929), pp. 169-232; R. M. Martin, La controverso sur le péché original au début du XIV- siècle, Lovanio 1932; J. Koch, in Bollettin thomica, 8 (1931), pp. 327 333 (recensione a R. Martin).

Alfonso D'Amato
GIACOMO da Milano. - Scrittore francescano, della famiglia Capelli o de Capellis, vissuto nel corso del sec. xiri, lettore del convento di Milano.

E autore della pregevole operetta Stimulus amoris (Quaracchi 1905; volgarizzamento toscano ed. A. Levasti, I mistici del Ducento e del Trecento, Milano 1925, pp. 239-51, 990), assai divulgata, la quale fu ampliata in un'altra compilazione, con lo stesso titolo, da ignoto autore del sec. xiv (versione di C. Guasti, Milano 1934). Il fervido misticismo che la pervade, la dipendenza dal pensiero e dallo spirito di s. Bonaventura la fecero attribuire al Dottore Serafico.

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Nulla vieta di identificare G. da M. con il frater facibus de Capellis, dello stesso convento di Milano, autore di una Summa contra haereticos, composto verso la metà del sec. xili e diretta contro le varie sètte catare della antica Lombardia. E probabile, quindi, che esercitasse, anche l'ufficio di inquisitore. Conservasi, inoltre, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano un manoscritto (42 sup.) che contiene 52 Conciones quadragesimales fratris facobi Capelli: l'esame di quest'opera inedita potrebbe completare la figura e l'attività letteraria di questo interessante autore.

BibL.: C. Molinier, Rapport sur une mission exécutée en Italie, in Archives des missions scientif. et littér., $3^{\circ}$ serie, 14 (1888), pp. 120-23; D. Bazzocchi, L'eresia catara. Disputationes nonnullae adversus haereticos, Bologna 1920; Sbaralca, II, pp. 1314; P. Severi, Martyrologium Fratrum Minorum provinciae Mediolonensis, Saranno 1929, pp. 56; Ilarino da Milano, La o Summa contra haereticos o di Giacomo Capelli, O.F.M., e un suo "Quaresimale" inedito, in Collectanea Franc., 10 (1940), pp. 66-82. Ilarino da Milano

GIACOMO di Molat. - Ultimo gran maestro dell'Ordine dei Templari. N. probabilmente presso Cintrey (Alta Saona) verso il 1244. Ammesso nell'Ordine dei 'Templari nel 1265, partì per la Terra Santa verso il 1270. Visitatore dei Templari in Inghilterra nel 1293, eletto gran maestro nel 1294, risiedette a Cipro dove fu trasferita la sede dell'Ordine dopo la perdita di S. Giovanni d'Acri (1291). Chiamato presso Clemente V il 6 giugno 1306, difese l'Ordine contro il progetto di fusione con gli Capitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme e ai dichiarò partigiano d'una nuova Crociata (vedere le sue memorie del 1306-1307, S. Baluze-G. Molla t, Vitae Paparum Avenianensium, III, Parigi 1921, pp. $145-54$ ).

Arrestato per ordine di Filippo il Bello, il 13 ott. 1307, con tutti i Templari di Francia, egli ebbe a rispondere delle voci infamanti contro l'Ordine. Dominato d'śla paura, fece il 24-25 ott. 1307, davanti alla Facoltà di teologia di Parigi e la gente del Re, delle dichiarazioni che ritratto nella susseguente primavera davanti ai commissari pontifici.

Il Papa ai riservò la continuazione dell'affare (febbr. 1308). Ma una campagna di libelli, le accuse contro l'Ordine portate davanti all'Assemblea dei notabili a Tours (i 1-20 maggio 1308), l'intervista a Poitiers con il Re (27 giugno 1308) e nuove dichiarazioni dei detenuti a Chinon (ag. 1308) ebbero ragione delle resistenze di Clemente V.

Nel nov. 1309, G. non rinnovò le sue confessioni, ma non difese l'Ordine. La sua attitudine contraddittoria ha dato luogo a controversia. Sembra che abbia agito sotto l'impulso della paura. In seguito alla soppressione dell'Ordine dei Templari (3-11 marzo 1312) tre cardinali lo condannarono alla detenzione perpetua. Il Consiglio del Re gli applicò il supplizio del fuoco il 18 marzo 1314 a Parigi, nell'isola della città. G. spirò dichiarando innocente il suo Ordine.

BibL.: P. Dugucyst, Essai sur 7. de M. Positions de thèses, Ecole des Chartes, Parigi 1906; P. Viollot, Les interrogatoires de M. ivi 1909; A. Truns, Zur Geschichte des letzten Templermeisters, Friburgo in Br. 1920. Sul processo dei Templari, l'essenziale della letteratura in G. Mollat, Les Papes d'Avignon, $8^{\circ}$ ed., Parigi 1930, pp. 229-30. Vedere in particolare: J. Michelet, Procès des Templiers, 2 voll., Parigi 1891; H. Finke, Papsttum u. Untergang des Templerordens, Münster 1907; G. Lizerand, Clément V et Philippe le Bel, Parigi 1910, pp. 43-210, 250-347.
Clemente Schmitt
GIACOMO, vescovo di Nisibi, santo. - Fu il primo vescovo di quella sede e come tale assistette al Concilio di Nicea (325). Dopo aver incoraggiato la popolazione nei diversi assedi sofferti da Nisibi da parte dei Persiani, s. G. vi mori nel 338. Il suo amico s. Efrem siro ne canta le lodi nei suoi Carmina Nisibena. Intorno a s. G. è fiorito, molto esuberante, la leggenda.

BibL.: P. Pecters, La légende de si Jacques de N., in Anal. Balland., 38 (1920), pp. 283-373. Ignazio Ortiz de Urbina GIACOMO da Pietrasanta: v. Pietrasanta JACOPO o GIACOMO da.

GIACOMO da Porrino. - Al secolo Luigi Marocco. Minore osservante, n. a Poirino il 10 marzo 1808, m. alla Madonna degli Angeli (Torino) il 30 sett. 1885, fu vicecurato di S. Maria degli Angeli di Torino, alla cui circoscrizione parrocchiale apparteneva la famiglia Cavour. Strinse familiarità con essa e si guadagnò l'amicizia del grande statista. Nel 1854 il conte di Cavour, infierendo il colera e in previsione che si potesse verificare per lui il caso che si verificò nel 1850 per il ministro conte di Santarosa, fece chiamare il p. G. e gli prescrisse (narra il Massari) «in qual modo le cose dovessero procedere qualora venisse in punto di morte». Allorché il Cavour fu colpito dall'inesorabile morbo che lo trasse al sepolcro il 6 giugno 1861, il p. G. venne di fatto chiamato al suo capezzale, e un comunicato ufficiale annunziò che il conte era morto munito di tutti i Sacramenti. Ciò fece supporre che tutto fosse avvenuto conforme alle prescrizioni canoniche; vennero quindi celebrati in molti luoghi funerali religiosi solenni. Ma una smentita del marchese Gustavo Cavour apparsa sui giornali, che negava qualsiasi ritrattazione, destò grande scalpore in tutto il mondo cattolico, e molti vescovi e vari nunzi apostolici chiesero a Roma istruzioni.

Pio IX diede ordine all'incaricato della S. Sede e al vicario generale di Torino d'informarlo esattamente di come erano andate le cose: ma il p. G., interpellato, si chiuse in un misterioso e ostinato silenzio. Pensando che facesse così per timore di rappresaglie, fu chiamato a Roma, dove giunse munito d'istruzioni dal governo, che sostenne le spese del viaggio e lo affidò alla tutela del console sardo conte Teccio di Bajo. Né ai propri superiori, né a Pio IX che personalmente lo interrogò il p. G. manifestò il vero, limitandosi a generiche dichiarazioni, d'aver fatto il dover suo e d'esser tranquillo in coscienza : non poteva dire di più perché era vincolato dal segreto sacramentale. Si cercò invano di persuaderlo che il fatto della ritrattazione non era di per se stesso soggetto al vincolo sacramentale: egli non ripiegò dalle posizioni prese. Il Papa quindi la privò della facoltà di udire confessioni, nella quale non fu reintegrato se non venti anni dopo da Leone XIII. Il p. G. venne rimunerato dal Governo con le insegne dell'Ordine mauriziano e con una tenue pensione, per insigni servigi resi alla patria. Finì miseramente i suoi giorni e mori, dice il Masera, «nel più desolante abbandono». Lasciò alcune memorie, edite dal Mazziotti, dove l'episodio è ricoperto del solito riserbo.

BibL.: G. Massari, Il conte di Cavour, Torino 1873, p. 112; M. Mazziotti, Il conte di Cavour e il suo confessore, Bologna 1915; C. Alerzon, La Madonna degli Angeli in Torino, Torino 1916, pp. 229-39; G. Masera, Il confidente spirituale di C. di Cavour, in La lettura, 27 (1927), pp. 427-32. Pietro Pirri

GIACOMO da San Gimignano: v. giovanmi da calvoli.

GIACOMO V, re di Scozia. - N. a Linlithgow il 10 apr. 1512, m. a Falkland il 12 dic. 1542. Dopo la reggenza della madre fu ritenuto capace di governare nel 1524. Nel 1528 sottrattosi all'Angua, capo del partito anglofilo, si rifece alla tradizionale politica dei suoi predecessori, mirante a sottomettere i nobili e a centralizzare il potere. Ebbe all'uopo l'appoggio del clero, grazie alla resistenza ch'egli oppose alle intrusioni inglesi, oltre che sul piano politico, anche su quello religioso. La rivalità sboccò nella guerra che Enrico VIII mosse alla Scozia (1542), dopo che il nipote aveva respinto ogni suo approccio per far causa comune contro Roma. Abbandonato dai suoi

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baroni, G. V vide la Scozia invasa e morì poco dopo la sconfitta di Solway Moss, lasciando erede l'unica figlia legittima, Maria Stuarda.

BibL.: P. Hune Brown, History of Scotland, II, Cambridge 1902. Per altre bibl. vedi: Conyers Read, Srotland, in Bibliography of British history; Tudor period, 1483-1805, Oxford 1033.

Gabriele Musatti
GIACOMO di SĖRŪG (Sarug). - Vescovo montovfisita di Baṭnā presso Edessa, n. ca. il 451 a Kūrtām sull'Eufrate, e m. a Baṭnā nel 520-21. Nonostante fosse stato studente nella scuola nestorianizzante di Edessa, G. difese sempre il monofisismo. Fu monaco e dal 518 vescovo. I giacobiti e i Maroniti lo venerano come santo.

Fu scrittore fecondo ed elegante, autore, a quanto si diceva, di 763 omelie; i giacobiti lo chiamarono "cetra dello Spirito Santo". Nella sola Biblioteca Vaticano si conservano 231 omelie metriche di G.; P. Bedjan ne pubblicò 195 (Homeline selectae Mar Iacobi Sarugensis, 5 voll., ParigiLipsia 1905-10); esse in maggioranza svolgono temi esegetici
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(d) R. Srott Mofne, The Muster Moxon to the ctonn of Srothond and thric works, Ediscluaya [151].

Giacomo V, re di Scozia - Lettera con firma autografa (1535).

Giacomo V, re di Scozia - Lettera con firma autografa (1533).

sul Vecchio ma specialmente sul Nuovo Testamento. Altre omelie in prosa sono state pubblicate da P. Zingerle (Monumenta Syriaca ex Romanis codicibus collecta, I, Innsbruck 1896, pp. 91-106). Sono state scoperte numerose lettere di G. (ed. G. Olinder in Corpus script. christ. orientalium, $2^{\text {a }}$ serie, XLV, Parigi 1937) fra le quali una ai monaci di Mār Bassos che conferma l'adesione di G. al monofisismo, già negata da G. Assemani ma oggi generalmente ammessa. G. è anche autore di anafore conservate in etiopico. Insegnò l'Immacolato Concepimento di Maria, la Transustanziazione eucaristica, la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e il primato di s. Pietro.

Un immenso materiale attribuito a G. è ancora inedito. BibL.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 148-58, con indirazione del materiale inedito; S. Baringes, Die ditiogischen Anaphoren... des M. Tuhobus von S., in Orientalia Christiana, 33 (1934); Fr. S. Müller, Die unbeflechte Emptiognis Marias in der syrischen und armenischen Überlieferung, in Scholastik, 4 (1934), pp. 161-202; E. Tisserant, Jacques de Sarong, in DThC, VIII, coll. 300-305, con bibl. Ignazio Ortiz de Urbina

GIACOMO da Teramo. - Canonista, detto anche de Ancharano, n. nel 135c, m. in Polonia nel 1417. Dopo aver studiato diritto a Padova, fu probabilmente anche professore in quella città. Nel 1391 fu consacrato vescovo di Monopoli, poi venne trasferito alle sedi di Taranto (1400), di Firenze (1401), di Spoleto (1410). Sotto Martino V fu legato apostolico in Polonia.

Il suo scritto più celebre è il Processus Luciferi contra Jesum, detto anche Compendium perbreve consolatio peccatorum nuncapatum et apud nonnullos Belial vocitatum (Augusta 1472), una specie di romanzo scritto in forma processuale, ispirato da un'opera simile attribuita a Bartolo, il Processus Satanae.

BibL.: N. Palma, Storia ecclesiastica e civile della diocesi Aprutina, V, Teramo 1835-36, p. 42 sgg.: J. F. v. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Litteratur des canonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, pp. 377-78.

Atti notarili la sua amministrazione episcopale. Artista e mistico, si disciplinò eroicamente ai doveri dell'apostolato militante. Il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1816; la sua festa ricorre il 13 luglio.

Compose tra il 1253 e il 1270 la Legenda sancturum o Legenda aurea, la quale non è solo una raccolta agiografica in ordine cronologico. G. ebbe la genialità di esporre pianamente, in un latino volgareggiante, il circulum anni temporale e santorale, spiegando il significato dei periodi liturgici e delle costumanze ecclesiastiche (vigilie, ottave, digiuni, tempora), illustrando da incantevole narratore la vita di Gesù Cristo e dei santi secondo le loro ricorrenze, commentandole e traendone applicazioni morali. La Legenda aurea poteva servire da meditazione nelle solennità, da lettura quotidiana edificante e insieme interessante per le meravigliose avventure degli eroi di Criato, che racconta con fede ingenua, ma non puerile. Infatti si attiene alle fonti latine, escludendo gli episodi romanzeschi aggiunti dai giullari, bada più al miracoloso che all'avventuroso, dubita di date anacronistiche e di accadimenti inverosimili. La Legenda ebbe subito una diffusione immensa, costituì il breviario dei laici di media cultura, la fonte della predicazione e dell'arte agiografica dal sec. xIII al xv, fu interposta da altre "Vite" così che i 182 capitoli del manoscritto più antico ( 1288 linsiedeln) salgono a 440 nel sec. xv. Prima edizione latina 1470; tra le moderne buona quella curata dal Graesse, Ratisbona 1890. Prima edizione in volgare, Venezia 1474, secondo la cattiva traduzione di N. Manerbi, che venne ristampata fino al sec. xviI. Nei secc. xvili e xix edizioni parziali di versioni trecentesche; finalmente una intera e buona traduzione trecentesca pubblicata da A. Levasti, Firenze 1924. G. compose inoltre Sermones de sanctis e Sermones dominicales (1277-81), Sermones quadragesinales (1285-92), Liber Marialis (1295). Sono schemi di prediche raccolti per invito dei confratelli, che rivelano ingegno, cultura, finezza psicologica, santità. Vennero pubblicate col titolo: Sermones super Evangelia dominicarum, festa sanc-

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torum totius anni per quodrogestimam integram cum sermonibus de planctu B. M. V. et Mariale aureum in tibi sermones distributum $1^{10}$ ed., Brescia 1483 , poi Venezia 1497 e 1545). L'amore per il suo gregge gli fece trovare il tempo di scrivere una cronaca di Genova dall'origine al 1297, in base a documenti e soprattutto a tradizioni locali: importante la parte riguardante i suoi tempi $1^{10}$ ed. parziale: Chronicon Iumenae, in RIS, IX, Venezia 1726; $2^{\circ}$ ed. completa: G. de l'aragine e la sua Cronaca di Genova dalle
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Giacomo da Viterbo, beato - Iucipit del De praedicamentis in divinis. Nella Q ritratto di G. da V. Napoli, Biblioteca nazionale, cod. VII C. 4 (sec. xiv).
origini al 1297. Studio introilattico e testo critico commentato di G. Mandease [Punti per la storia d'Italia], Roma 1941).

Bim., Per la vita: Quéttt-Echard, I, p. 454 sgg.; A. Anfossi, Memorie storiche appuntemate alla vita del b. G. da V., Genova 1816; G. B. Spattoni, Nazzar storica-critiche del b. G. da V., Genova 1823: 'T. De Wizena, Introduction d le Légende dorée, Parigi 1102: A. Pagano, La figura di G. da V., in Samnion, ott.-dic. 1134. Per il culto: Amalerta X. Ord. Fr. Praedicatorum, 3 (1808), p. 627. Per le opere: A. Baudrillart, La psicologie de la Legende dorée, in Minerva, 3 (1902), pp. 24-43; J. C. Broussolle, Le Christ de la Légende dorée, Parigi 1904: E. Mûle, XIIIr siècle, Parigi 1931, pp. 269-333; A. Pagano, Il Chronicon Iumenae di G. da V., in Samnion, pona.-giugno 1936; id., Paganesimo e cristianesimo nella Legenda aurea di G. da V., Genova 1940.

Maria Sticco
GIACOMO da Viterbo, beato. - Teologo agostiniano, n. a Viterbo ca. la metà del sec. xili, m. a Napoli tra la fine del 1307 e l'inizio del 1308. Gli storici posteriori al sec. xvi lo fanno discendere dalla nobile famiglia Capocci.

Giovanissimo fu inviato a Parigi per frequentarvi l'Università e addottorarsi in teologia. Nel 1281 nei regestí dell'Ordine è detto lector novus, cioè di nomina recente. Cosi erano chiamati gli studenti che, tornati da Parigi, erano insigniti del grado di lettore. Dopo alcuni anni trascorsi in Italia, fu di nuovo mandato a. Parigi per leggervi le Sentenze. Nell'ott. del 1287 ottenne il baccellierato, e nella Pasqua del 1293 conseguí il magistero in teologia. Rimase ancora a lungo a Parigi, continuando l'insegnamento, come uno dei maestri actu regentes. Chiamato nel 1300 a reggere lo Studio generale, che gli Agostiniani avevano fondato a Napoli, il 3 sett. 1302 Bonifacio VIII lo nominava arcivescovo di Benevento, ma subito fu trasferito alla sede di Napoli. La S. Congregazione dei Riti, con decreto approvato da Pio X, il 4 giugno 1914, ne confermava il culto.
G. da V. svolse un'attività letteraria notevole. Alcuni suoi trattati furono menzionati fra i testi da consultare dagli studenti nella lista ufficiale dell'Università di Parigi, del 25 febbr. 1304. Fu uno dei più autorevoli rappresentanti della scuola egidiana. Da giovane prese un atteggiamento piuttosto ostile al tomismo, ed è citato come uno degli avversari dai seguaci dell'Aquinate; ma poi modificò il suo pensiero e più volte ebbe parole di lode per s. Tommaso, il cui sistema, in quanto aristotelismo moderato, nelle linee generali, è da lui accettato. Però, in conformità alla scuola dell'Ordine, si differenzia
dai tomisti per non poche teorie importanti: sostiene il carattere affettivo della teologia, afferma il primato della volontà sull'intelletto, e colloca il bonum sopra il cerum nella gerarchia dei trascendentali. Ha poi il merito di aver composto il primo trattato De Exclesia con il suo De regimine Christiano, in cui non si limita, come i suoi predecessori, a definire la Chiesa, ma ne descrive e illustra, con una certa ampiezza, i caratteri distintivi, l'organizzazione in forma di regno, la missione spirituale e temporale ad essa affidata, i poteri assegnati al Sommo Pontefice.

Bim., G. Tagliolatsla, Il b. G. Capocci da I', Napoli 1887; B. Camera, Documenti riguardanti it b. G. da V., ivi 1888; id., Due documenti angioini, ivi 1892; id., De scriptis b. Jacobi Viterb., in Amalerta Augustiniana, 4 (1912), pp. 346-55; R. Scholz, Die Publizistik zur Zeit Philipps des Schönen und Bonifac VIII, Stoccarda 1903, pp. 129-52; V. T. Cogliani, Di due scrittori politici del sec. XIV: G. da V. e Custotino da Villano, in Rì vista d'Italia, 12 (1909), pp. 430-55; A. Addeo, Su un affresco rappresentante il b. G. da V., Viterbo 1912; G. L. Perugi, Il - De regimine Christiano v di G. Capocci viterbese, Roma 1914; H. X. Arquillière, Le plus ancien traité de l'Eglise: Jacques de Viterbe, De regimine christiano. Etude de sources et éd. critique, Parigi 1926; J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Lovanio 1026; U. Mariani, Scrittori politici agostiniani del sec. XIV, Firenze 1927, pp. 64-99; M. Grabmann, Die Lehre des Jakob von Viterbo (1308) von der Wirklichkeit des göttlichen Seins, in Philosophia personis (Minellanea Geysel), I, Ratisbona 1930, pp. 209-32; D. Gutiérrez, De b. Jacobi Viterb. vias, operibus et doctrina theologica, Roma 1930; N. Moccia, Le reboioni in Die, Napoli 1940.

Ugo Mariani
GIACOMO di Vitry. - Cardinale, celebre predicatore e scrittore, n. verso il 1170 a Vitry in Francia, forse a Vitry-sur-Seine, m. a Roma il $1^{\circ}$ maggio 1240. Studiò all'Università di Parigi, dove ottenne il grado di maestro. Secondo il contemporaneo Vincenzo di Beauvais (Spec. hist., XXX, 10) fu anche parroco a Argenteuil presso Parigi.

Attratto dal movimento mistico manifestatosi nella diocesi di Liegi in Belgio, entrò nel primato dei Canonici Regolari di S. Agostino a Oignies, reso celebre dalla mistica Maria d'Oignies, oblata di quel priorato. Sotto l'impulso di quest'anima ardente G. si diede alla predicazione popolare (ca. 1211-13), poi si mise al servizio delle Crociate, predicando prima contro gli Albigesi, poi in favore della Terra Santa (1213-15). Eletto vescovo di Accon nel 1215, si portò l'anno seguente alla Curia papale allora in Perugia, dove trovò morto Innocenzo III, e venne a contatto con il movimento francescano. Conoscruto vescovo nella Curia, andò a Genova, dove si imbarcò per Accon che raggiunse nel nov. 1216. Si diede subito al lavoro apostolico e assistette (1218-21) l'esercito cristiano a Damiata, dove s'incontrò anche con s.

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(fot. Enc. Gett.)
Giacomo di Vitry - Historia orientalis: Incipit hystoria Ierosolimitana. Cod. Vat. lat. x364, fol. $5^{\circ}$ (sec. xili) - Biblioteca Vaticana.

Francesco d'Assisi. Successivamente compì due viaggi in Italia (1222-23, 1225-26). Rinunzio al vescovato nel 1228 e si ritirò a Oignies. Nel 1229 Gregorio IX lo creò cardinale vescovo di Frascati, e, come tale, prese parte nelle trattative di pace con Federico II a Gaeta. Il resto della sua attività cardinalizia è poco conosciuto. Un anno dopo la morte, le sue spoglie mortali furono trasferite in Belgio e sepolte ad Oignies. G. fu uno dei personaggi più distinti del suo tempo e un ardente promotore della riforma interna della vita ecclesiastica, e tale si rivela anche nei suoi scritti. Essi sono: Vita Mariae Oiguientis (m. nel 1215), fonte importante per la conoscenza dei movimenti religiosi nel Belgio di quel tempo. Scritta nel 1215, fu inserita quasi interamente nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, XXX, capp. 10-51, interamente pubblicata dai Bollandisti, Acta SS. Iunii, IV (Anversa 1707, pp. 542-72); Historia accidentalis e orientalis (ed. D. Dubois, Douai 1597; la sola Historia orientalis anche presso Bongars, Gesta Dei per Francos [I, Hannover 1611, pp. 1047-1172]); Sermones de tempore (Anversa 1575, Venezia 1578); Sermones vulgares, di cui si hanno estratti presso J. B. Pitra, Analecta novissima spicilegii Solesmenis (II, Frascati 1888, pp. 344-442); Th. Fr. Crane, The "exempla" or illustrative stories from the "sermones vulgares" of Jacques de Vitry (Londra 1890); S. Frenken, Die Exempel des Jacob von Vitry (Quellen und Untersuchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters, 5, 1, Monaco di Baviera 1914). Le sette lettere scritte dal 1216 al 1221, di cui alcune indirizzate a più persone, sono state criticamente edite da R. Röhricht, Die Briefe des Jacobus de Vitriaco, in Zeitschrift für Kirchengeschichte (14 [1894], pp. 97-118; 15 [1895], pp. 368-87; 16 [1896], pp. 72-114). Alcune di esse si trovano pure presso E. Martène et U. Durand, Thesaurus novus anecdotorum (III, Parigi 1717, coll. 287-306).

Bial.: Histoire littéraire de la France, XVIII, Parigi 1835, pp. 209-46; F. L. Matzner, De Jacobi Vitriacensis vita et gestis,

Münster in V. 1863; Th. Fr. Crane, The "exempla" or illustrative stories from the "sermones" of Jacques de Vitry, Londra 1890, pp. xxit-liti; Ph. Funk, Jacob von Vitry, Leben und Werke (Beiträge zur Kulturgeschichte des Mittelalters und der Renaissance, 3), Lipsia e Berlina 1909; J. Greven, Die Anfänge der Beginen (Vorreformatorische Forschungen, 7), Münster in V. 1912, pp. 34-109. Livario Oliger

GIACOSA, Giuseppe. - Commediografo e novelliere, n. a Colleretto Parella (Ivrea) il 21 ott. 1847, m. ivi il 2 sett. 1906.

Iniziò giovanissimo la sua attività letteraria, sempre feconda e instancabile: conferenze, discorsi, articoli storici e patriottici, poesie, prose narrative culminanti in Genti e cose della montagna, in Novelle e paesi valdostani (l'opera sua più schietta e saporosa), I Castelli Valdostani e in Impressioni d'America, una trentina fra drammi, atti unici, libretti d'opera, commedie tra le quali più importanti sono Tristi amori, i Diritti dell'anima e Come le foglie (v. tutto il Teatro, a cura di P. Nardi, 2 voll., Milano 1948). Con la sua psicologia facile, ma sottile, il G. illustrò le piccole crisi sentimentali della società borghese di fine secolo, della quale seppe comprendere e sfruttare i problemi e le passioni.

Bibl.: E. Marangoni, Il capolavoro di G. G., Milano 1906; H. Bordeaux, La vie au théâtre, Parigi 1909, passim; R. Croce, La lett. della nuova Italia, II, Bari 1914, pp. 213-30; L. Gardo Armb, Il teatro di G. G., Palermo 1925; M. Rumor, G. G., Padova 1940; G. Petrucchi, Scrittori piemontesi del secondo Ottocento, Torino 1948, pp. 27-49; D. Donelli, G. G., Milano 1948; P. Nardi, G. G., ivi 1949. Giorgio Petrocchi

GIACULATORIE. - Dal latino iaculari (scagliare). Consistono in frequenti slanci del cuore verso Dio, Gesù Cristo, la Vergine, i santi, talora puramente interni, altre volte espressi in parole.

Il termine deriva forse da un passo di s. Agostino il quale, parlando dei solitari della Tebaide, dice che usavano frequenti preghiere "brevissimas et raptim quodammodo iaculatas" (Epist., 129, 20: PL 33, 501).
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(da S. D'Amico, Storia del teatro drammatico, III, Milano 1950. p. 205)
Giacosa, Giuseppe - Ritratto.

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Gli autori ascetici, i santi, la Chiesa s'accordano nel raccomandare l'uso delle g. come una delle pratiche più facili, poiché non richiede tempo e può essere intercalata fra tutte le nostre occupazioni anche le più intense, mentre è particolarmente efficace nel mantenere e rafforzare l'unione con Dio, nell'implorare l'aiuto della Grazia nelle difficoltà e nel ritemperare l'anima nei momenti di sconforto e di abbattimento. Nei periodi di aridità, quando altre forme di preghiera divengono difficili, le g. aiutano l'anima nel mantenere il contatto con Dio e la preservano dalla tiepidezza.
S. Francesco di Sales dice giustamente che in questo esercizio sta tutta la grande opera della devozione. Alcuni santi ne fecero un uso particolarmente frequente, impegnandosi anche a non dirne meno di un determinato numero ogni giorno. In questi patti però giova badare più allo spirito che li informa che non alla materialità del numero.

Quanto alle formole, nessuna è prescritta. Le migliori per il soggetto sono quelle che vengono spontanee ad ogni momento ed in rispondenza ai particolari bisogni dell'animo. Possono essere brevissime e, talora, una sola parola è assai più efficace di una lunga frase. Tali sono, ad es., i SS. nomi di Gesù e di Maria. Dell'espressione Deo gratias s. Agostino dice "hoc nec dici brevius, nec audiri laetius, nec intelligi grandius, nec agi fructuosius potest" (Epist., 41, I: PL 33, 158). Oggettivamente però vi sono delle formole che sono più raccomandabili, e sono quelle tolte dalla S. Scrittura, specialmente dai Salmi, i quali ne sono ricchissimi. Cassiano, ad es., consacra tutto il capo decimo della decima collazione al versicolo: "Deus in adiutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina" (Ps. 69, i) per dimostrare come questa sola invocazione s'adatta bene a tutte le circostanze della nostra vita, ed è una forma pratica di orazione perenne (cf. PL 49, 831 sgg.).

Pure da raccomandarsi sono le g. indulgenziate dalla Chiesa e per le quali basta, a lucrare l'indulgenza, anche la sola recitazione mentale (S. Penitenzietia Apostolica, 7 dic. 1933, in AAS, 26 [1933]. p. 35). Un elenco di queste g. indulgenziate si trova nell'Enchiridion indulgentiarum. Praeces et Pia Opera (Roma 1950).

Tra le diverse raccolte di g. si ricordano quelle del card. G. Bona: Opuscula ascetica selecta (Friburgo in Br. 1911, pp. 281-378); di D. A. Baker, Deyout exercices of immediate acts and affections of the will (in H. Bremond, Hist. Litt. du sentiment religieux en France, X, Parigi 1932, p. 340 sgg.); di O. Marchetti, Meditazioni sulle giaculatorie del S. Cuore di Gesù ( $1^{\mathrm{a}}$ serie [ $2^{\mathrm{a}}$ ed.], Roma 1927; $2^{\mathrm{a}}$ serie, ivi 1928; $3^{\mathrm{a}}$ serie, ivi 1930 ).

Bibl.: S. Francesco di Sales, Filoteo, Roma 1910, cap. 13, parte $2^{\text {a }}$; E. Nebreda, De oratione secundum divum Augustinum, summoque doctores Ecclesiae Ioannem Chrysostomum et Thomasi Aquinatenrem, Bilboo 1922-23; A. Arran, La prière, à l'école du Christ, aux accents du pasboiste, Avignone 1932; A. Fonck, Priore, in DThC, XIII, coll. 197-244.

Luigi Morstabilini
GIADA. - Pietra dura usata in Cina nelle arti industriali : essa proviene da due silicati, la nevrite e la giadeite, di calcio e magnesio il primo, di sodio e alluminio con silicato di ferro il secondo, ambedue di durezza notevole e di particolare lucentezza. Il suo colore è generalmente verde, in una gamma che va dal grigio chiaro con sfumature verdastre al verde scurissimo.

Venne usata fin dai tempi delle più antiche dinastie
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(da St. Chertis Fatt, Chiteste Zofs, Londra 788. 120. 21) Giada - Candelière in nevrite del periodo di Ch'ion Lung (ca. 1750 a. C.) - Londra, Coll. Lady Lever.
per oggetti di piccole dimensioni, per lo più amuleti, gioielli e ornamenti della persona, ma si incisero nella g. anche piccole statuette votive, figure di animali e fiori stilizzati con un complesso significato simbolico. La lavorazione era effettuata mediante polveri di pietre di maggiore durezza, quali il quarzo, lo smeriglio, ecc.

Scarso è l'impiego della g. in Occidente, ma in molti musei etnografici si conservano interessanti oggetti in g. In Italia sono da ricordare quelli dei Musei di Firenze e di Bologna, e dei Musei Pigorini e Lateranense a Roma.

Bibl.: Bishop collection, Investigations and Studies in Fade, Nuova York 1905; O. Münsterberg, Chinesische Kunstgeschichte, II, Esslingen 1912, p. 340; J. C. Ferguson, Outlines of chinese art, Chicago 1918, pp. 65-81; G. Vacca, s. v. in Enc. Ital., XVI, pp. 944-45; L. Bachofer, A short history of chinese art, Nuova York 1944.

Giovanni Carandente
GIAELE (ebr. $\mathcal{F} \vec{a}^{\prime} \hat{e} l$; Volg. Iahel). - Moglie di Haber cineo.

Sisara, il generale cananeo sconfitto da Barac, in fuga incontra sul suo cammino un accampamento di nomadi cinei, che dal neghebh, loro sede, si spingevano al nord con il permesso e la protezione dei Cananei, padroni della regione. Assetato e stanco s'avvia alla tenda di G., che, affacciatasi, l'invita ad entrare fiducioso, senz'alcun timore. Lo copre con un tappeto (o coperta); lo disseta con latte (il lebhen). Sisara s'addormenta, sicuro

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che G. svierà i suoi inseguitori. G., preso un piolo usato per fissare al suolo le corde della tenda, e piegatasi a terra (riferendo tismol non al piolo che sarebbe penetrato nel suolo, ma a G., secondo il senso di snb in Ios. 15, 18; Iudc. 1, 14), cauta lo infisse di colpo nella tempio del dormiente, il quale, dopo qualche convulsione (cod. A; Lagrange; cf. Iudc. 5, 27), giacque inerte; e cosi G. lo mostrò a Barac che l'inseguiva (Iudc. 4, 17-22). Si compiva la profezia di Dèbora (Iudc. 4, 9). Questa, nel cantico, celebra l'atto di G., che vuole benedetta fra le abitatici delle tende (Iudc. 5, 24-27).
G. appartiene ad un clan imparentato a Mosè (Judc. 1, 16; 4, 11) e quindi agl'Israeliti (cf. I Sam. 15,6 ). Il suo intervento contro Sisara, in guerra con essi, si spiega appunto per il principio di solidarietà, che fa un dovere alle tribù parenti di intervenire contro il nemico (cf. Iudc. 8, 5-9. 15-17; 21; I Sam. 14, 21; 29). Perciò G. è lodata, mentre è maledetta la città israelita di Meroz (Judc. 5, 23), che non si è mossa contro gli
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GIAFFA (ebr. $\gamma \bar{a} p h \bar{o}$, gr. 'Ió $\pi \pi \eta$, ar. $\gamma \bar{a} f \bar{a}$ + la bella $\cdot$ ). - Città della Palestina, sulle coste del Mediterraneo, menzionata nella lista di Thutmosis III e nelle lettere di el-Amârnah. Quantunque assegnata da Giosuè alla tribù di Dan (Ios. 19, 46), fu dominata dai Filistei, dediti al culto di Derceto, che fissarono sugli scogli della baia l'episodio di Andromaca e Perseo.

Nel porto di G., inviato del re Hiram di Tiro, venne sbarcato il legname necessario alla costruzione del Tempio di Salomone in Gerusalemme (II Par. 2, 15) e 5 secoli più tardi quello occorrente per la ricostruzione di Zorobabel (Esd. 3, 7). Da G. salpò Giona profeta verso Tharsis (Ion. 1, 3). La città, dopo aver subito la sovranità degli Assiri, dei Sidoni e dei Greci, fu nel 142 conquistata dai Maccabei (I Mach. 10, 75; 11, 6; 12, 33), ma nel 66 fu da Pompeo incorporata alla provincia di Siria. Perdette molta della sua importanza commerciale quando Erode creò il nuovo porto di Cesarea.

Nei primi tempi del cristianesimo ebbe una comunità fiorente; s. Pietro vi risuscitò Tabitha (Act. 9, 36) e nella casa di Simone il cuoiaio ebbe la visione che lo indusse ad accogliere i gentili nella Chiesa (Act. 10). Nel 66 d. C. Cestio Gallio la distrusse dopo avervi ucciso più di 4000 Giudei (Pl. Giuseppe, Bell. Iud., II, 18, 10). Risorse con l'avvento dei Crociati e tornò ad essere il porto principale della Palestina. Goffredo di Buglione nel 1100 ne riedificò le mura e la dichiarò contea soggetta al re di Gerusalemme. Intorno al castello crociato, che poteva vedersi fino al xix sec., andò sviluppandosi la città alta, tipico esempio di città orientale, con case basse, viuzze, bazar ristretti ma sempre affollatissimi. A destra e a
sinistra della città vecchia s'è sviluppata la nuova città fra boschi d'aranceti, il commercio principale di G.

Bibl.: S. Tolkowsky. The Gateway of Palestine: A history of $\gamma a f / a$, Londra 1924.

Donato Baldi
GIADNISMO: v. JAINISMO.
GIAIRO. - Archisinagogo (v.) di Cafarnao, la cui figlia fu risuscitata da Gesù. Il miracolo della risurrezione della figlia di G. operato da Gesù a Cafarnao (Mt. 9, 1826; Mc. 5, 21-43; Le. 8, 40-56) è rappresentato raramente sui monumenti cristiani.

Esso appare in pittura in un affresco semidistrutto nel "cubiculum clarum" del cimitero di Priscilla (Wilpert, Pitture, p. 293, tav. 232, 2). Un sarcofago di Arles presenta due momenti dell'episodio: i servi di G. che annunziano a Gesù la morte della fanciulla, e Gesù Cristo che, previta per la mano, lo fa sorgere viva dal letto; ai piedi del Maestro è l'emorrisusa che tocca le sue vesti. La scena della risurrezione con identico schema si trova anche in un sarcofago del Museo del Laterano. L'episodio evangelico è, infine, rappresentato anche sulla preziosa cassetta d'avorio del Museo di Brescia (sec. iv).

Bibl.: H. Leclercq. Yaire, la fille de, in DACL, VII, it, coll. 2121-23; Wilpert, Sarcofagi, I, tav. XXXVIII, 3 (Arles), CXXIII, 3 (Laterano); II, pp. 303-404; J. Kollwitz, Die Lipsonarbeit neu Brezcia, Berlino 1933, pp. 23, 35, tav. 5.

Per G. giudice d'Israele, v. Iain. Luigi M. Catteruccia
GIAMAICA (Jamaica). - Per superfice (kmq. 11.525), la terza delle Grandi Antille, situata a S. di Cuba. In gran parte montuosa, ha clima tropicale caldo (specie a S.) ed umido (precipitazioni oltre i 2500 mm . annui a N., meno copiosa a S.) e vegetazione lussureggiante. Negri ( $78 \%$ ) e mulatti ( $17 \%$ ) costituiscono la quasi totalità della popolazione ( 1,3 milioni di ab. nel 1947; 113 a kmq.); i bianchi sono ca. 15 mila, gli Indiani 21 mila e 7 mila i Cinesi.

L'isola produce soprattutto canne da zucchero (da cui si distilla il celebre rum), banane, frutta (aranci, pompelmi), cacao, caffè, noci di cocco, legname ed estratti coloranti. Discreta importanza ha anche l'allevamento (bovini e suini).

L'isola costituisce (dal 1670) una colonia inglese, retta da un governatore, che è assistito (dal 1944) da un consiglio esecutivo, in parte elettivo. Dipendono da G. amministrativamente le Isole Turks e Caicos ( 429 kmq ., con 6148 ab.), le Isole Cayman ( 220 kmq ., con 5311 ab.) e gli isolotti guaniferi di Pedro e Morant Cary ( 2,2 kmq .).

Bibl.: L. Olivier, 7., Londra 1936; Handbooh of Jamaica (ufficiale), ivi 1950 (annuo).

Giuseppe Caraci
Vicarfato apostolico di G. - L'isola di G., scoperta nel 1494 da Cristoforo Colombo, fu subito colonizzata dagli Spagnoli. I primi evangelizzatori furono i Francescani ed i Domenicani e sembra che, fin dagli inizi della dominazione spagnola, G. avesse una abbazia. Quando fu occupata dagli Inglesi ( 1655 ), il cattolicesimo era già fiorente: si contavano 6000 fedeli, dei quali 4500 erano bianchi e

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1500 ncri. L'Inghilterra vi proibì il culto cattolico e perseguitò chi lo professava.

Nel territorio furono portati migliaia di schiavi e di condannati politici. Solo nel 1792 poterono rientrare stabilmente sacerdoti cattolici inviati dal vicario apostolico di Londra; il vero lavoro missionario fu, però, ripreso nel 1837 con l'arrivo dei Padri gesuiti. Il 10 genn. 1837 fu eretto anche il vicariato apostolico che comprendeva tutta l'isola di G., le Bahamas e l'Honduras britannico. Questi due ultimi territori vennero poi costituiti in vicariati autonomi. La missione ha una super. fice di kmq. 11.525 con una popolazione di ca. 1.365 .000 ab., dei quali 83.513 cattolici, 682 catecumeni, 1.120 .657 protestanti, 1277 ebrei ed il resto pagani o stoi. Attendono alla cura spirituale dei fedeli 63 sacerdoti gesuiti, 3 fratelli bieli, 176 suore, 41 catechisti, 259 maestri. Il vicariato é diviso in 22 stazioni primarie e in 49 stazioni secondarie. Vi sono 3 chiese e 66 cappelle. Le opere di carità sono costituite da un ospedale con 45 letti, 2 orfanotrofi con 416 ragazzi e 265 ragazze, 1 ricovero per vecchi, 1 lebbrosario, 1 ospizio per donne con 36 posti e 2 per giovani e ragazzi con 24 posti. Le scuole sono così ripartite: 44 elementari con 5664 bambini e 6254 bambine; 9 medie con 358 ragazzi e 1023 ragazze; i superiore con 250 alunni e 150 alunne; i normale con 45 alunne. Esistono anche 9 scuole elementari private. Tali dati statistici si riferiscono al 1949.

Bibl.: Archivio Prop. Vide, Relatio quinquemalis 1941, pos. prot. n. 1927/41; id., Relatio annualis 1949, pos. prot. n. 3825/49; MC, pp. 121-22.

GIAMBLICO ('Iá $\mu \beta \lambda \lambda \gamma \gamma \varsigma$, Iamblichus). - Filosofo neoplatonico, n. a Calcide in Celesiria, m. sotto Costantino il Grande intorno al 330. Della sua vita si hanno scarse notizie, miste a fantastiche leggende, in Eunapio (Vitae Philos. ac Soph.). Fu discepolo del peripatetico Anatolio e poi di Porfirio.

Sua opera principale è un vasto compendio delle dottrine pitagoriche in io libri, citati da Siriano col titolo: $\Sigma \nu \nu \alpha \gamma \omega \gamma \dot{\eta} \tau \hat{\omega} \nu \Pi \nu \theta \alpha \gamma \rho \alpha \varepsilon \omega \nu \delta \eta \gamma \mu \alpha \dot{\tau} \omega \nu$, del quale restano 5 libri con titoli particolari (v. bibl.). Importante per la storia del sincretismo religioso neoplatonico è il libro De mysterio, del quale, senza seri motivi, fu contestata l'autenticità, ma che oggi è di nuovo generalmente attribuito a G.

Con G. il neoplatonismo diviene sempre più religioso e mistico, pur senza rinunziare alla sua pretesa razionalistica. Sopra l'Uno-Bene di Plotino G. pone il Principio assolutamente ineffabile ( $\xi \pi \alpha \dot{\alpha} \tau \eta \quad \delta \rho \alpha \eta \gamma \iota \varsigma$ $\dot{\alpha} \alpha \gamma \xi$ ); masotto l'Uno Bene le ipostasi triadiche si moltiplicano in artificioso ordine simmetrico. L'in-
Giamatica - Pacsaggio costiero della G. Torino [10], p. 220)
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(da R. Riecardi, L'America Centrale e le Iudic Occidentali, Torino [10], p. 220)

Giamatica - Pacsaggio costiero della G.

flusso di G. nella scuola fu grande; la sua filosofia, che cercava di conciliare con i principi speculativi il polistismo tradizionale, fu seguita con entusiasmo dall'imperatore Giuliano l'Apostata nel suo tentativo di restaurazione pagana.

Bibl.: Opere di G.: De vita Pythagorica, ed. A. Westermann, Parigi 1862 (aggiunto alla ed. Cobetiana di Diogene Laerzio) e A. Nauck, Pietroburgo 1884; Pristvepicus o Adhortatio ad philosophiam (nel quale sono conservati preziosi frammenti del Pristvepico di Aristotele), ed. E. Pistelli, Lipsia 1888; De communi mathematica scientia, ed. N. Festa, ivi 1891; In Nicomachi arithmeticiom introductionem, ed. E. Pistelli, ivi 1894; Theologoumena arithmeticae (dubbio), ed. V. De Falco, ivi 1923; De mysterio, greco-lat., ed. G. Parther, Berlino 1837. Tra le opere perdute importante la Teologia Calduica in 28 libri (citata da Damascio, De primis principis, ed. Car. Aem. Ruelle, Parigi 1889, p. 867; un trattato su L'axima, di cui restano copiosi frammenti in Stobeo, ed. C. Wachsmuth; un trattato su Gli Dei, fonte di Macrobio (Sat., I, 17-23) e di Sallustio, filosofo neoplatonico in De diis et mundo (F. W. A. Mullach, Frag. philos. Graec., III, pp. 30-50). Per le dottrine metafisiche teologiche di G. v. le testimonianze soprattutto in Proclo e Damascio.

Studi : E. Vacherot, Histoire critique de l'Ecole d'Alexandrie, II, Parigi 1846, pp. 126-44; E. Zeller, Die Philosophie der Griechen: Die norboristotelische Philosophie, Zweite Hdllie, $4^{2}$ ed. Lipsia 1903, pp. 733-82; G. Mau e W. Kroll, s. v. in PaulyWiseowa, coll. 645-51; Uberweg, I. 12* ed., Berlino 1926, pp. 612-17 (bibl.); Th. Whittaker, The Neo-Platonists, $2^{2}$ ed., Cambridge 1928, pp. 121-36, 223-28; G. Verbeke, L'evolution de la doctrine du Pneuma du Stoicisme à st Augustin, ParigiLovanio 1945, pp. 374-84.

Pietio Marruechi
GIAMBOLOGNA. - Jean Boulogne detto il G., scultore,