volume-06

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 Berlino 1926, pp. 612-17 (bibl.); Th. Whittaker, The Neo-Platonists, $2^{2}$ ed., Cambridge 1928, pp. 121-36, 223-28; G. Verbeke, L'evolution de la doctrine du Pneuma du Stoicisme à st Augustin, ParigiLovanio 1945, pp. 374-84.

Pietio Marruechi
GIAMBOLOGNA. - Jean Boulogne detto il G., scultore, n. a Douai nel 1529, m. a Firenze il 13 ag. 1608. Scolaro dapprima dello scultore Jacopo Dubroucq ad Anversa, nel 1545 era a Roma ove conobbe Michelangelo. L'incontro con questo artista e lo studio delle sue opere fu elemento sostanziale della sua formazione.

Nel 1567 per commissione di Pio III terminò la costruzione della fontana del Nettuno per la piazza maggiore

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(fot. Allnari)
Giambologna - Fontana dell'Oceano - Firenze, Giardino di Boboli.
di Bologna, su disegno nell'architetto siciliano Tommaso Laurenti, e fuse la grande statua in bronzo del dio marino: uno dei suoi capolavori. Il bozzetto, pure in bronzo, si conserva nel Museo civico di quella città. Esegul poi un altro Nettuno, inferiore a quello bolognese, per il giardino di Boboli ed un agilissimo Mercurio volante (1572) per la fontana di villa Medici a Roma, ora al Museo nazionale di Firenze. Quindi nel 1581 esegul il gruppo del Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi, ripetendone la scena in un mirabile bassorilievo della base. Molte altre opere egli lasciò in Firenze: il S. Luca in Orsammichele, l'Ercule che abbatte il centauro nella Loggia dei Lanzi, le statue di Cosimo I, terminata nel 1594, in piazza della Signoria e di Ferdinando de' Medici in piazza della S.ma Annunziata. Numerose sono anche le opere sacre del G. fra cui di particolare importanza i bassorilievi con le scene della Passione del Palazzo dell'Università di Genova, i due rilievi, la Pietà e la Deposizione (1588), eseguiti per l'antipendio dell'altare della Croce nel S. Sepolcro di Gerusalemme, un Crocifisso in bronzo nella cappella del Soccorso all'Annunziata, ove fu posto il suo sepolcro, ed altri due Crocifissi, uno nel Museo di Palazzo Pitti, un altro nella Collegiata dell'Impruneta. Il G., tra i maggiori scultori del suo tempo, può considerarsi uno degli ultimi manieristi, ma in alcune sue opere è già evidente qualche anticipazione del gusto barocco. - Vedi tav. XXX.

Bibl.: G. Vasari, Le vite, ed. G. Milanesi, VII, Firenze 1881, pp. 643-48; A. Desjardins, Vie et oeuvre de 7. B., Parigi 1883 e 1901; E. Tietze-Conrat. Bologna Giovanni, in Thieme-Becker, IV, pp. 247-52; Venturi, X. III, pp. 693-791; C. Gamba, I trionfi di Cosimo I del G. e di Enrico IV del Rubeno, in Rivista d'arte, 22 (1940), p. 127-31. Mario Massaccesi

GIAMBONI, Bono. - Fiorentino, dell'antica famiglia del Vecchio, giudice e letterato della seconda metà del sec. XIII.

Volgarizzò, pare, e con particolari pregi d'arte, il Tetoro di B. Latini, l'Arte della guerra di Vegesio, le Storie di P. Orosio, la Formula honestae vitae di Martino di Braga e il De contemptu mundi di Innocenzo III; e
scrisse una Introduzione alla virtù (volgarizzamento per alcuni, opera originale per altri), viaggio allegorico, in cui la Filosofia è porta della Fede e questa delle Virtù, e Fede e Virtù dehellano i Vizi, l'Idolatria, il Giudaismo, l'Eresia, il Maomettanesimo.

Bibl.: F. Tassi, Delle storie di P. Orosio contro i pagani, libri VII, Firenze 1849; R. Davidsohn, Forsch. z. Gesch. von Florenz, III, Berlino 1907, p. 362 sgg.; S. Debenedetti, B. G., in Studi medievali, 4 (1942-13), pp. 271-78; G. Bertoni, Il Duecento, Milano 1939, pp. 328-29. 332-36. Alberto Chiari

GIAMBULLARI, Bernando. - Poeta fiorentino, n. nel 1450 , m. nel 1529. Padre dello storico Pierfrancesco, della brigata del Magnifico e poi cortigiano di Leone X, cui diresse i Sonetti di Biagio del Capperone.

Versificò in atile popolaresco la vita di s. Giovanni Gualberto ed altre storie di santi, novelle in ottava rima, la satira Il sonaggio delle donne ed una lunga gionta al Ciriffo Calvaneo di Luca e Luigi Pulci. Compose, com'era uso, laudi e rime spirituali accanto a canzoni carnascialesche, ballate, sonetti, rispetti. Iniziatore dell'idillio contadinesco con la Nencia da Barberino (che, sfatata l'attribuzione a Lorenzo de' Medici, dev'essergli assegnata), trovò nel vernacolo mugellano una forma originale d'espressione. Con la Contenzione di Mona Costanza e col Contrasto di Ton di Puccetto (inedito), anch'essi vernacoli, dette i primissimi esempi di commedia rusticale.

Bibl.: D. Merlini, Saggio di ricerche sulla satira contro il villano con appendice di documenti inediti, Torino 1894; C. Aprile, Sonetti rusticani di Biagio del Capperone (B. G.), Città di Castello 1902; L. Marchetti, B. G., autore della - Nencia da Barberino n, in Nuova Antologia, 84 (apr. 1949), p. 406 sgg.
Italiano Marchetti
GIAMBULLARI, Pierfrancesco. - Letterato, n. a Firenze nel 1495, m. ivi il 24 ag. 1555. Godette protezione da Giuliano duca di Nemours e da Leone X. Nel 1515 venne nominato canonico della basilica di S. Lorenzo.

Primo custode della libreria laurenziana, appare tra i primi aggregati dell'Accademia degli Umidi, poi Fiorentina, in cui ebbe, fra l'altro, l'incarico di riformatore della lingua (1551). Scrisse rime d'amore e canti carnascialeschi, poi ripudiati. Sua opera principale è la Storia d'Europa (Venezia 1566) in 7 libri, incompiuta, giudicata dal Giordani «la più perfetta prosa del Cinquecento». Condotta con ampia concezione e diligenza nell'uso delle fonti (fra cui l'Anticpodasis di Liutprando) non si allontana però dal tipo retorico umanistico, e va dall'877 al 947. Nel dialogo Il Gello (Firenze 1546) il G. sostenne la curiosa derivazione del fiorentino dall'aramaico. Primo esempio di grammatica d'autore toscano è Della lingua che si parla e si scrive a Firenze (ivi 1551). Da ricordare, fra le lezioni accademiche, il De 'l sito, forma e misura dell'Inferno dantesco (ivi 1544).

Bibl.: G. Kirner, Sulla storia d'Europa di P.F.G., Pisa 1889; M. Barbi, Dalla fortuna di Dante nel sec. XVI, ivi 1890; C. Vallacca, La vita e le opere di P.F.G., Bitonto 1898; G. L. Luzzatto, L'arte di P.F.G., in Convivium, 6 (1934), pp. 284-91. Cf. inoltre l'ampia introduzione all'ed. della Storia d'Europa curata da G. Marangoni, Milano 1910. B. Croce, Posti e scrittori del primo e del tardo Rinascimento, II, Bari 1945, p. 56 sgg.
Italiano Marchetti
GIAN CRISTOFORO Romano. - Scultore, architetto, medagliata, figlio di Isaia da Pisa (v.) n. a Roma nel 1470, m. a Loreto il 31 maggio 1512. Nel 1490 era a Ferrara per scolpire il busto di Beatrice d'Este oggi al Louvre. L'anno successivo era a Pavia, intento a lavorare al monumento funebre di Gian Galeazzo Visconti nella Certosa. Il lavoro proseguì fino al 1497 . Nel 1498 era a Mantova presso Isabella d'Este Gonzaga di cui ha lasciato una bella medaglia. A Mantova, dove rimase fino al 1505 , fece anche altri lavori, fra i quali va ricordata la porticina dello studiolo della Marchesana nel Palazzo Ducale e la tomba della b. Osanna Andreassi. Sul

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finire del 1505 era a Roma dove modellò una medaglia di Giulio II. Pratico d'architettura, nel 1509 si recò con Bramante a Loreto per studiare le opere necessarie a quella Basilica, ed a Loreto dopo tre anni chiuse la sua vita.

Caratteristico esponente di un gusto, più che tradizionale, raffinatamente neoclassico, sulla via per molti aspetti indicatagli dal padre, quasi indifferente al grande movimento di trasformazione che s'andava operando ai suoi giorni nel campo artistico, G. C. godette fama presso i suoi contemporanei soprattutto quale incisore di gemme e cristalli. Nulla di lui è rimasto in quel genere di lavori, tuttavia le sue sculture e le sue medaglie lasciano facilmente intendere quali fossero i suoi gusti per l'aulica maniera e la esecuzione perfetta.

Biel.: Venturi, VI. pp. 1128-40; A. Venturi, s. v. in Enc. Ital., XVI. p. 958; Il. Filangieri di Candida. Ramana, in Thieme-Becker, XXVIII, pp. 552-53. Emilio Lavagnino

GIANELLI, Antonio, beato. - Vescovo di Bobbio, n. a Cereta (La Spezia) il 12 apr. 1789, m. a Piacenza il 7 giugno 1846. Povero di famiglia, fu fatto studiare nel Seminario di Genova per intervento di una benefattrice. Ordinato sacerdote nel 1812 , fu, prima, vicario curato nell'abbazia di S. Matteo, indi professore di retorica per dieci anni a Carcare presso gli Scolopi e in seminario, senza cessare con ciò di attendere in modo esemplare alle opere di apostolato.

Nel 1826 fu nominato arciprete e vicario generale di Chiavari, dove fondò nel 1829 l'Istituto delle Suore di Nostra Signora dell'Orto, chiamate comunemente "Gianelline", vigoroso e fiorente; mentre la istituzione, pur tanto utile, della Congregazione dei Missionari di S. Alfonso de' Liguori, fondata lo stesso anno per la predicazione, specialmente popolare, si spense dieci anni dopo la morte del G. Eletto vescovo di Bobbio (1838), si diede senza indugio all'opera di riforma e di organizzazione della diocesi : stese norme assai prudenti, ma ferme, per rinvigorire lo spirito ecclesiastico nel clero e togliere gli abusi; riordinò il Seminario negli studi e nella disciplina: fece tre volte la visita della diocesi e tenne due sinodi. Fu per il suo clero un esempio, prestandosi a predicare missioni, a confessare, a fare il catechismo ai fanciulli; né fu parco di elemosine ai poveri, privandosi anche del necessario.

Anche a Bobbio egli pensò di costituire nel 1839 una Congregazione di sacerdoti missionari, che chiamò degli Oblati di S. Alfonso, la quale però, dopo la sua morte, non resse agli urti e alle animosità esterne, per cui i vari membri si dispersero e non sentirono più il coraggio di riunirsi. Di essa aveva fatto parte Cristoforo Bonavino, diventato poi, dopo la defezione, Ausonio Franchi (v.).

La morte colse il G. a Piacenza, dove s'era portato per un breve soggiorno a ristoro della malattia che l'aveva colpito.

Fu beatificato da Pio XI il 19 apr. 1929; festa il 7 giugno.

Biel.: A. Pellicani, Della vita di mons. A. G., Genova 1878; L. Rodino, Vita del servo di Dio A. M. G., ivi 1894; L. Sanguinati, Il b. A. M. G., vescovo di Bobbio, Torino 1925.

Celestino Testore
GIAN GALEAZZO Sforza, duca di Milano: v. SFORZA, FAMIGLIA.

GIAN GALEAZZO Visconti, duca di Milano: v. VISCONTI, FAMIGLIA.

GIANNONE, PIETRO. - N. il 7 maggio 1676 a Ischitella da Scipione e Lucrezia Micaglia, m. a Torino il 17 marzo 1748. Studiò legge a Napoli, vi si laureò nel 1698 , e prese ad esercitare con successo la professione forense. Contemporaneamente si occupò con passione delle questioni giurisdizionali,
che volle riconsiderare nei loro precedenti storici e nel loro quadro complessivo. Ne uscì un'opera di vasto disegno, la Istoria civile del Regno di Napoli (pubblicata a Napoli nel 1723), nella quale l'autore si proponeva di narrare le vicende dell'Italia meridionale dalle origini del cristianesimo alla fine del sec. xvir. Tali vicende per altro furono ripensate da G., che si ispirava alla sua passione politica, sotto una unica luce, quella del contrasto fra Stato e Chiesa, sistematicamente ponendo tutto il bene dalla parte dello Stato e tutto il male dalla parte della Chiesa. Donde una serie di svisamenti e di gravi carenze, che rendono l'opera discutibile e caduca sotto l'aspetto storico-scientifico. Essa è invece fondamentale nella storia del pensiero politico-ecclesiastico per il suo giurisdizionalismo, intimamente legato nella visione del G. all'alleanza dell'assolutismo monarchico e del ceto medio. L'opera ebbe immediata risonanza, ricevette sperticate lodi dagli anticurialisti e ne diventò uno dei testi più cari, e fu tradotta in molte lingue (all'Indice il $1^{\circ}$ luglio 1723).

Il G., scomunicato dall'arcivescovo di Napoli nel 1723, si recò a Vienna, ove fu accolto da Carlo VI che gli accordò una pensione annua. A Vienna scrisse alcune olerette polemiche, rivolte tutte ad approfondire e chiarire singoli punti dell'opera precedente e che presentano anche, nel complesso, un programma concreto di azione politica, che nei tempi successivi trovò applicazione a Napoli ed altrove (esercizio pieno del regio esemplare, riduzione del fòro ecclesiastico, graduale soppressione della manomorta ecc.). Pure a Vienna scrisse un'altra opera di maggiore rilievo, conosciuta con il titolo di Triregno: ivi egli svolgeva la tesi che, per assicurare un libero e incontrastato svolgimento alla sovranità statuale, conveniva sopprimere il papato e la gerarchia ecclesiastica, privare il clero di ogni bene temporale, e sottoporlo integralmente allo Stato.

Cessata nel 1734 la pensione viennese, il G. diviso di tornare in patria. Ma gli fu inibito l'ingresso nel Re-
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(per cortelia di mont. A. P. Frutas) Gianelli, Antonio, beato - Ritratto - Bobbio, vescovado.

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(da P. G., Jaterie vicile del regno di Napoli, Napoli 1778, p. 17) Giannone, Pietro - Ritratto da un'incisione di J. F. Sedelmeir.
gno, sicché, dopo fortunosi brevi soggiorni a Venezia, Modena, Milano, si recò a Ginevra (1735), dove resiatette alle lusinghe di conversione al calvinismo. Avversato il G. da tempo per le sue idee e i suoi programmi dalla Curia romana, il primo ministro del re di Sardegna pensò di acquistarsi benemerenze presso quest'ultima imprigionandolo. Difatti, attiratolo con inganno, per mezzo di un emissario, in luogo prossimo a Ginevra ma sottoposto alla giurisdizione sabauda, ivi lo fece arrestare e poi condurre in prigione a Chambéry e al castello di Miolans (apr. 1736). Ivi rimase fino all'anno successivo, essendosi le autorità sabaude rifiutate di consegnarlo alla Cancelleria romana, che lo aveva richiesto (ma furono inviate a Roma le carte del G.). Trasferito a Torino, vi firmò, travolto da minacce e blandizie, un atto di abiura delle sue antiche idee (marzo 1738). Da Torino passò al carcere di Ceva, dove rimase fino al 1744, occupandosi nella stesura di nuove operette storiche, nelle quali, pur fra qualche professione di fede cattolica, ritornano i vecchi motivi polemici. Ricondotto a Torino, mori nel carcere della cittadella.

II G., nelle opere maggiori e in quelle minori, nel suo iniziale sensismo, nel suo giurisdizionalismo, nel suo stesso socinianesimo va considerato come uno degli scrittori che recarono un efficace contributo alla affermazione delle posizioni laicali nel sec. xviri.

Birl.: F. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di P. G., Bari 1914; id., Le teorie politiche di P. G., Napoli 1915; B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1923, v. indice; A. Corsano, Il pensiero religioso italiano dell' Omanesimo al giurisdizionalismo, ivi 1937, pp. 130-78; C. Caristia P. G. "giurcconsulto e "politico ". Contributo alla storia del giurisdizionalismo italiano, Milano 1947; L. Marini, P. G. e il giannonismo a Napoli nel Settecento, Bari 1950.

Mario E. Viora
GIANNOTTI, Donato. - Letterato, n. a Firenze il 27 nov. 1492, m. a Roma il 27 dic. 1573. Savonaroliano, antimediceo, nel 1527 segretario dei Dieci come già il Machiavelli, caduta la Repubblica fiorentina, dovette esulare.

Oltre versi giovanili, scrisse commedie (Il vecchio amoroso, la Milesia) e principalmente trattati politici
(Il libro della Repubblica de' Viniziani; i 4 libri Della Repubblica fiorentina), in cui sostiene e delinea idealmente gli ordinamenti repubblicani. Importanti anche per lo studio di Michelangiolo, che vi è interlocutore, i Distinghi de' giorni che Dante consumò nel cercare l'Inferno e il Purgatorio. Inedita una Epitome historiae ecclesiasticae.

Birl.: Opere: Opere poetiche e letterarie di D. G., a cura di F. Polidori, con un Discorso biografico di A. Vannucci, Firenze 1850; Lettere di D. G. a Pier Vettori, pubbl. da R. Ridolfi e C. Roth, ivi 1932. Per la vita e le opere, oltre il cit. Discorso del Vannucci, v.; G. Sansai, La vita e le opere di D. G., Pistoia 1899: E. Zanoni, D. G. nella vita e negli scritti, Roma 1900; G. Biasca, Per una ristampa dei "Dialoghi" di D. G., in Conci. vium, 12 (1940), pp. 36-43. Per le relazioni con Michelangiolo: G. Papini, La vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo, Milano 1949, p. 403 sge.

Iudomo Marchetti
GIANNOTTI, Pietro. - Teologo mistico, n. nel 1695 a Città di Castello, m. il 28 genn. 1773. Studiò a Roma nel Collegio Fuccioli. Ordinato sacerdote, ritornò in patria dove, dopo la rinuncia di suo fratello Virgilio (poi vescovo di Città della Pieve), fu nominato prevosto della Cattedrale ( 2 dic. 1734).

Pubblicò interessanti opere di teologia mistica, insigne monumento della sua pietà, del suo zelo e del suo vasto sapere: Teologia mistica ( 3 voll., Lucca 1751); Vita della buona serva di Dio suor Angelo Mosconi cappuccina (Perugia 1757); Ristretto di mistica dottrinale ed experimentalc come pare dell' ascetica che dispone a accompagna alla mistica con sufficienti regole da disccinere i spiriti (ivi 1758), compendio della Teologia mistica. La dottrina dell'autore è solidamente fondata sull'insegmamento dei più grandi dottori della Chiesa e dei migliori teologi delle diverse scuole, nonché sulla vita di molti santi e servi di Dio, non pochi dei quali contemporanei, come s. Veronica Giuliani, suor Paola Novelli della Volontà di Dio, suor Caterina Brondi, suor Chiara Todi. Frequenti sono le riprovazioni dello pseudomisticismo di Molinos, qualificato come "nemico di ogni mortificazione" (Ristretto, p. 243).

Birl.: G. Muzi. Memorie ecclesiastiche e civili di Cittd di Castella, V, Città di Castello 1844, pp. 237. Felice Da Mareto

GIANO (Ianus). - Antico dio romano. Benché il suo nome non figuri nel più antico calendario romano, è dimostrato che la festa del 9 genn. indicata con il termine Agon(ium), era celebrata in suo onore. Questa è la prima festa dell'anno solare, come Ianuarius (gennaio) ne è il primo mese. Tale posizione di inizio, in base alla quale si poteva dire: "penes Iovem summa, penee Ianum prima ", viene confermata anche da altri fatti : tutti i sacrifici e preghiere dovevano cominciarc con un'invocazione a G. (e terminare con un'altra a Vesta).

Anche il primo giorno di ogni mese è sacro a G.: egli, insieme con Giunone, dea delle Kalendae, quale giorno di novilunio, riceve mensilmente un sacrificio: in questa connessione si chiama anche Ianus Iunonius. G. è perciò un "principium deorum ", il primo degli dèi, "dio degli dèi" e "buon creatore" (duonus cerui) come lo invocava l'antico carme dei Salii. Nel mito romano questo suo carattere si esprimerà nella sua posizione di "primo re" del Lazio. Anche il rex sacrorum che può esser considerato quale suo sacerdote particolare - è lui che offre al dio un ariete nel giorno dell' Agonium - è il primo nell'ordine gerarchico dei sacerdoti romani. Nelle prime monete romane (iv sec. a. C.) l'unità, l'as, porta l'effigie del dio : effigie bifronte che gli è propria in tutti i tempi. Questo singolare tipo di raffigurazione che trova riscontro presso dèi solari di altri popoli, insieme con altri elementi (festa, vittima ecc.) getta luce sulla natura solare del dio, intuita anche dagli esegeti antichi e confermola forse anche dell'etimologia del nome : oggi, infatti, si tende ad abbandonare la supposta derivazione dal termine concreto ianus, ianua (arco, porta) e, senza riprendere, peraltro, l'inverosimile tesi di un

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Glansenio, Cornelio - Ritratto di G. C., vescovo di Gand, detto G. il vecchio. I'rontespizio del Commentariorum in suam concordiam... Anversa 1613.
(D)ianus, si vuole spiegare il nome del dio con il sanscrito ydua (camminare); si tratterebbe del cammino del sole. La posizione di «inizio» (per cui G. è anche «matutinus») ed altri caratteri, come la connessione con l'acqua, sottolineata soprattutto - ma non unicamente (cf. la dedica di un suo tempio in occasione di una vittoria navale; la sorgente presso lo Ianus Geminus; la prua associata alla sua immagine sull'or repubblicano) - dal mito, sconsigliano tuttavia un'equazione semplicista tra G. e il sole. Gli antichi luoghi di culto di G. sono: la regia stessa dove il rex sacrorum sacrifica l'ariete nel giorno dell'Agocium; il rigillum sararium, sul Monte Oppio, dove al culto di Ianus Curiatius si associa quello di Iuno Sororia (la leggenda cultuale è quella dell'Orazio vincitore dei Garzai che espia, passando sotto il rigillum, il suo sorsricidio; la festa è il $1^{\circ}$ ott.); il monumento, più che tempio, detto Ianus Geminus: questo, fondato secondo la tradizione da Numa Pompilio, doveva essere aperto finché Roma era in guerra, chiuso in tempo di pace (a quest'uso si connetteva il doppio epiteto Patulcius Clusius del dio); il tempio presso il teatro di Marcello, fondato in occasione della vittoria di Mylae (la festa del tempio coincideva con i Portunalia dell'antico calendario, 17 ag.); si può aggiungere lo Ianus Quadrifrons costruito sotto Domiziano: l'immagine quadrifronte sarebbe stata importata da Falerii. Il culto di G. è quasi esclusivamente pubblico. La scarsa partecipazione privata e la mancanza di modelli greci determinano la povertà mitologica della figura che, tuttavia, si vede come primo re pacifico del Lazio, oppure come dio onniveggente messo in relazioni amorose con dee dell'acqua, quale Iuturna e Venilia, o altre, quale Carna. Più che alla mitologia, la figura di G. si prestava alle speculazioni cosmogoniche, in cui essa rappresentava l'origine, l'inizio del mondo, simile al Caco (v.), dei Greci. Il nome del Gianicolo (Ianiculum), sua sede mitica, deriva dal nome di G. Forse anche qui G. aveva un suo antico luogo di culto dimenticato.

Bibl.: G. Winsowa, Religion und Kultus des Römer, $2^{4}$ ed., Monaco 1912, p. 103 sgg.: Otto, Ianus, in Pauly-Wissowa,

Suppl., III, col. 1172 sgg.; O. Huth, Ianus, Bonn 1932; F. Altheim, Altitalische und altrömische Gottesvorsellune, in Klin. 30 (1937), p. 48 sg.; P. Grimal, Le dieu Janus et les origines de Rome, in Lettres d'humanité, 4 (1943), p. 13 sgg. Angelo Brelich

GIANSENIO (Jansens), Cornelio (Kornelius). Teologo ed esegeta fiammingo n. a Hulst nel 1510, m. a Gand l'11 apr. 1576. Formatosi all'Università di Lovanio, insegnò teologia ai Premostratensi (abbazia di Tongerloo, 1534-42), quindi fu curato di S. Martino a Courtray, e dal 1560 decano della Facoltà di teologia di Lovanio. Margherita d'Austria l'inviò con Hessels e Baius al Concilio di Trento (1563); nel 1568 fu nominato vescovo di Gand, dove applicò le norme del Concilio Tridentino.

Conosceva bene il greco e l'ebraico. I suoi scritti sono esegetici; G. vi mette in rilievo il senso letterale-storico. Commentò i Salmi, i Proverbi, la Sapienza, l'Ecclesiasticu, e più copiosamente i quattro Evangelii, intrecciati da lui stesso in una ordinata Historia evangelica. Tutte opere che per i loro molteplici pregi furono molte volte ristampate ed ancor oggi si consultano con frutto. Esse (meno le parafrasi dei Salmi) sono tra i più insigni commenti cattolici del sec. xvi. Pubblicò: Concordia evangelica... (Lovanio 1549); Paraphrases in amues Ps. (ivi 1568); Comm. in Prov. Salamanca (ivi 1569); Annatationes in librum Sap. et Commentarii in Eccli. (Anversa 1569); Com. Yantenii ep. Gand. commentarius in suam Concordiam ac totam hist. evangelicam (Lovanio 1572).

Bibl.: A. Le Roy, C. Yansénius, in Biographie nationale de Belgesse. X. coll. 103-105; P. Clacseni, C. Yansénius et G. Lindanus, in Annuaire de l'Université cath. de Louvain, Lovanio 1871, pp. 288-324; R. Simon, Histoire critique des principaux commentateurs du Nouveau Test... Rotterdam 1893, pp. 505-605; R. Guelker, L'évaluation des méthodes théologiques à Louvain, d'E. rosme à Yansénius, in Rev. d'Hist. Eretés., 37 (1941), pp. 83-85; A. Vaccari, Esegati ed esegeti al Concilio di Trento, in Biblica, 27 (1946), pp. 336-37. Francesco Spadafora

GIANSENIO (JANSENS), Cornelio e GIANSENISMO. -
I. Vita. - Giansenio C., nipote del precedente, vescovo di Ypres, n. il 28 ott. 1585 ad Ackoy, villaggio di Leerdam, provincia dell'Olanda meridionale, e m. a Lovanio il 6 maggio 1638. Studiò ad Utrecht nel Collegio di S. Gerolamo, poi a Lovanio presso i Gesuiti. L'Università di Lovanio, detta dal Pallavicino «un grande campo d'arme contro le forze di Lutero» (l. XV, 97), in quegli anni era agitata dalle dispute che le controversie sulla Grazia e sulla predestinazione suscitavano tra i seguaci di Bañez e del Molina. A Lovanio aveva insegnato Baio, e contro Baio s'erano schierati Leonardo Lussio e Giovanni Du Hamel. In questa polemica dottrinale che a Lovanio ferveva sotto il nome e sulla dottrina di Baio, Giansenio viene introdotto da Giacomo Janson, direttore del Collegio di Adriano VI, e da Du Vergier de Hauranne, celebre abate di St-Cyran. L'influenza del Du Vergier sarà decisiva e costante nella vita e nell'opera di Giansenio. Quando nel 1604 egli si trasferisce a Parigi, dopo aver ultimati i suoi studi filosofici, per completare alla Sorliana quelli teologici, St-Cyran s'unisce a lui non solo come amico, ma come collaboratore nel desiderio di una riforma teologica morale e disciplinare della Chiesa ispirandosi soprattutto alle teorie dell'agostinianismo rigido.

Giansenio pensava a liberare la teologia da un preteso filosofismo e razionalismo scolastico; Du Vergier a restituirne la disciplina e la morale nel rigore dei primi secoli. Giansenio era teorico, Du Vergier pratico. Ma un ostacolo sembrava loro impedire la riforma: la Compagnia di Gesù che corrompeva la scienza teologica con il molinismo, la vita cristiana con il probabilismo. La loro riforma avrebbe attaccato la Compagnia di Gesù nei suoi aspetti teologici e morali. Nel 1617, quando Du Vergier

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fu eletto abate di St-Cyran, Giansenio ritornò a Lovanio, dove ricostruì e poi diresse per qualche tempo il Collegio di S. Pulcheria, conseguendo la laurea dottorale in teologia nel 1619 , e dal 1630 tenendo la cattedra di S. Scrittura. Nel 1635 fu nominato vescovo di Ypres dalla corte di Madrid, ed in seguito all'approvazione di Urbano VIII, prese nel 1636 possesso della sede episcopale. Ma dopo soli diciotto mesi di ministero, consumato dalle fatiche e dal contagio, moriva piamente. Aveva accolto con simpatia il De regablica Christiana di Marcantonio De Dominis, il Sinodo protestante di Dordrecht (1619) il quale ripeteva la dottrina di Calvino contro gli arminiani e i cattolici : e queste accettazioni avrebbero potuto metterlo in sospetto d'eresia; ma insieme aveva pubblicato: Alexipharmacum (Lovanio 1630), che aveva difeso con una Spangia notarum (ivi 1631), contro Gilberto Voet, e Mars gallicus (s. 1. 1635), nel primo dei quali difendeva le verità della Chiesa cattolica, negando ai protestanti l'autorità di rifermare la Chiesa, e nel secondo, sotto lo pseudonimo di Alessandro Patrizio Armacano, denunciava con pungente satira le alleanze strette dai re di Francia con i protestanti tedeschi, svedesi, olandesi contro una tesi propugnata nel 1634 dal teologo di Lione Besian Arroy. Aggiungeva a queste opere il Tetrateuchus (Lovanio 1639), commentario ai Vangeli, il Pentateuchus (ivi 1641) e Analecta (ivi 1644) commentari cioè al Pentateuca, ai Proverbi, all'Ecclesiaste, alla Sapienza, ad Abacus, a Sofonia. Nulla quindi di grave o di censurabile si sarebbe potuto citare contro il defunto vescovo di Ypres, se, postumo, non fosse apparso l'Augustinus, seu doctrina s. Augustini de humanae naturae sanitate, aegritudine, medicina adversus Pelagianos et Massilienses (Lovanio 1640), che subito ristampato in Parigi nel 1641 ottenne un incredibile successo di edizioni e di diffusione. Come nacque l'Augustinus di Giansenio? Vi si può vedere l'ambiguità di un compromesso. Le ragioni di questo compromesso, se partivano da motivi delle controversie dibattute nell'Università di Lovanio, avevano radici ben più lontane e profonde, cioè nelle stesse origini storiche del problema della Grazia quali appariscono nella dottrina di Pelagio e del predestinaziani. Nella secolare polemica della Grazia e della predestinazione s'introduce l'Augustinus di Giansenio.

Tra il determinismo duro dei predestinaziani e dei riformatori e la dottrina cattolica, Giansenio pone il suo compromesso. Tenta in Agostino un terreno neutro, e getta il suo appello di conciliazione. Era stato preceduto da Bato, la cui lettura è necessaria per chi intenda studiare il movimento giansenista. Giansenio difende Baio così intimamente che, se altre fossero state le circostanze, la parola baianesimo avrebbe potuto prendere nel vocabolario teologico il posto oggi occupato dalla parola giansenismo. Da Baio Giansenio imparò lo sforzo d'imporre, in nome di s. Agostino, la propria critica nella Rivelazione, fuori dell'autorità della Rivelazione, studiando la dottrina cattolica della Grazia fuori del magistero ecclesiastico; o se affermò di affidarsi alla Chiesa, preferì quella antica diffidente della contemporanea. Con Baio credette che i Padri del Concilio di Trento avessero scagliato troppi anatemi contro i riformatori; e non intendendo l'equilibrio saggio delle definizioni conciliari, invece di postillare e giustificare gli articoli della condanna, postillo e giustificò le proposizioni condannate. Di contro alla infallibilità del romano pontefice, come Lutero, seguì il suo personale giudizio critico nella tradizione primitiva, e poiché nella Chiesa antica Agostino dominava con la sua dottrina e i volumi dei riformatori e i trattati cattolici si appoggiavano alla sua autorità e anche il Concilio di Trento più volte lo citava nei suoi decreti, Giansenio tenta di trovare nelle sue opere la carta di riconciliazione in modo più deciso di Baio. Baio infatti era troppo pelagiano per contentare i luterani e troppo luterano per appagare i cattolici. Non piacque agli uni, dispiacque agli altri, concludendo cosi la storia dell'agostinismo ed iniziando quella del giansenismo.
II. La condanna. - Il $1^{\circ}$ ag. 1641 la S. Congregazione dell'Indice e dell'Inquisizione condannò 18 opere, tra le quali l'Augustinus di C. Giansenio. Con
questa condanna s'inizia la storia di un'eresia nata, a credere alle ultime parole del vescovo di Ypres, contro la volontà del suo fondatore non espressamente eretico. Giansenio infatti nel suo testamento (che alcuni ritengono falsificato), ma anche più esplicitamente in più luoghi del suo autentico Augustinus (cf., ad es., tomo II, cap. 29) protestava: "Sentio enim aliquid difficulter mutari posse. Si tamen Romana Sedes aliquid mutari velit, sum obediens filius, et illius Ecclesiae in qua semper vixi usque ad hunc lectum mortis obediens sum ". "Sentio aliquid difficulter mutari posse" ed "obediens sum": con un atto di orgoglio e con una protesta di fede s'inizia e si conclude la storia postuma non solo dell'Augustinus, ma di ogni opera giansenista. L'Augustinus apparve in tre volumi in-fol. G. vi aveva lavorato ventidue anni, rileggendo dieci, venti e anche trenta volte gli scritti del grande Africano. Il primo tomo è diviso in 8 libri ed espone e confuta l'eresia di Pelagio con l'autorità di s. Agostino. Il secondo tomo, dopo aver delineato i limiti della ragione in teologia e dell'autorità di s. Agostino, tratta dello status naturae lapsae e dello status naturae purae. Il terzo direttamente propone la dottrina sulla Grazia, sulla libertà, sulla predestinazione e riprovazione. Termina con un parallelo critico tra la dottrina riprovata dei Marsigliesi e quella molinista dei Gesuiti. L'Augustinus è dunque prevalentemente un trattato sulla Grazia, una silloge di sviluppi dottrinali sulla Grazia documentati con testi isolati da s. Agostino. Definendo il metodo della teologia G. dichiara la ragione filosofica "madre di tutte le eresie", chiama gli scolastici "cani che abbaiano nelle scuole", e vi oppone la "memoria", cioè la tradizione. Ma nella tradizione ha poca simpatia per i Padri greci, e di quelli latini non vede che Agostino "Pater Patrum, doctor doctorum, primus post scriptores canonicos, inter omnes vere solidus, subtilis, irrefragabilis, angelicus, seraphicus, excellentissimus et ineffabiliter mirabilis" ecc. Nelle questioni importa unicamente accertare quale sia il parere di s. Agostino e quando s'imbatte in una proposizione condannata : "Quid ad propositionem quam proscripsit Apostolica Sedes? - egli si domanda -. Haereo, fateor. Sed quid ad doctrinam Augustini ?... Nec enim ego quid verum aut falsum, quid tenendum et non tenendum in Catholicos Ecclesiae doctrina tradidi, sed quid Augustinus tenendum asseruerit et docuerit". "Si quis vobis annuntiaverit - egli ripete parafrasando s. Paolo - praeter id quod ex Augustino accepistis, anathema sit" (tomo II, 1. III, cap. 22; tomo III, cap. 1, partitio dicendorum). Nello stabilire la dottrina sulla Grazia, Giansenio riprende l'interpretazione di Baio, la dottrina del duplice amore (la duplex delectatio). Adamo prima di peccare era libero, poteva peccare perché aveva solo la Grazia sufficente (detta da Agostino auxilium sine quo non). Dopo il peccato, perde la libertà ed ha bisogno per ogni atto buono della Grazia efficace (auxilium quo) che determini infallibilmente la volontà. L'uomo per il peccato è intrinsecamente corrotto e dominato dalla concupiscenza, e quindi trascinato al male senza potervi resistere, invincibilmente. La sua volontà è dominata dalla cupidità terrena o amore terrestre. Le sue opere non sono che peccati se non interviene la carità o amore celeste a determinare infallibilmente la volontà al bene. Questo duplice amore è il principio della nostra condotta fisica, morale, soprannaturale, e perciò si chia-

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![img-32.jpeg](img-32.jpeg)

[^0]
[^0]:    1) I. Tannelli, Eru il Giappone, Ildaan 1935, p. 16) Il SACRO FUJI
    caratteristico paesaggio giapponese.

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![img-33.jpeg](img-33.jpeg)
(per curtesia del prof. V. Mariani)
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(fol. Spartaco Appetit)
In alto: SCENA D'UN TEATRO GIAPPONESE, vista dal palcoscenico. Silografia a colori di Hokousai (primi anni del sec. xix). In basso: LA MARTIRE GRAZIA HOSOKAWA, di Luca Hasegawa (sec. xx).

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ma "delectatio victrix». L'uomo sottoposto alla ferrea legge di un amore invincibile resta cosi schiavo o della terra o del cielo, senza merito o demerito personale, trascinato al bene o al male, alla salvezza e alla dannazione, da un irresistibile diletto celeste o terrestre. Mentre bañeziani e molinisti, salvando l'onnipotenza della Grazia e la libertà dell'uomo, ammettono che vi è una Grazia sufficente, data da Dio a tutti gli uomini, la quale conferisce loro il potere prossimo per compiere i comandamenti, e che riceve la sua efficacia o dall'azione soprannaturale in noi (bañeziani) o dall'assenso della nostra libertà (molinisti), Giansenio sulle orme di Baio proclama che ogni grazia è efficace e perciò invincibile, e che sotto l'azione della Grazia efficace noi non possiamo fare nulla di nostro. Dio predestina all'inferno o al paradiso con volontà antecedente ad ogni considerazione di merito. Cristo è morto solo per i predestinati, e a loro solo dà la Grazia efficace. Non esiste quindi libertà, e se Giansenio parla di libertà è solo esenzione da violenza esteriore o da coazione fisica. Tutto l'Augustinus è un immenso arsenale polemico e portigiano, come dimostreranno poi i suoi seguaci, in difesa della duplica delectatio portata al parossismo di un personale pregiudizio; la "magna charta" della teologia del giansenismo che Fénelon giustamente chiamerà "cousia germain du calvinisme".
III. Sviluppi del giansenismo. - Sembra strano, e nessuno l'avrebbe immaginato, tanto meno Giansenio, che una dottrina cosi atirata e torva, e tanto diversa dalla dolce vivacità del genio francese, avrebbe incontrato in Francia e nei paesi latini una vasta e fortunosa conquista.

N'è rimasto sorpreso il Bremond: "J'attribuirai la naissance du jansénisme à une sorte de génération spontanée. Le nez de Cléopatre... le jansénisme historique est pour mal un véritable monstre. En tant que monstre il n'a pu devoir sa naissance qu'à de bizarres et imprévisibles rencontres». Era invece il naturale rifugio degli insoddisfatti, degli scontenti in Francia e nel Belgio dopo la condanna del calvinismo, di quanti cioè, senza pregiudicarsi con l'autorità civile ed ecclesiastica, vedevano nella dottrina di Giansenio un compromesso tra cattolicesimo e protestantesimo. Inoltre le teorie di Giansenio poterono per alcuni spiriti insofferenti rappresentare la parte migliore della Riforma cattolica; i quali deviarono però il desiderio di una rinascita morale e religiosa - che era necessaria ed urgente in quel secolo e in quella società - nella scelta del principio riformatore, preferendo ai canoni del Concilio di Trento e all'autorità del pontefice romano gli equivoci della riforma e il criterio personale d'interpretazione e di giudizio. Se tuttavia questo clima sociale e spirituale favorl lo sviluppo dell'eresia, incontri imprevedibili, come afferma il Bremond, facilitarono il suo cammino. Il giansenismo trova infatti nella psicologia piuttosto che nella metafisica religiosa la sua ragione di esistenza. Gli anatemi di Roma che segnano la progressiva morte delle altre eresie, divengono, per un periodo di tempo, la sua fortuna. Anzi nasce, si rivela, si consolida, tesse la sua storia nelle date e nelle forme delle diverse condanne pontifice. Quando i Gesuiti ebbero fra mano alcuni fogli di stampa dell'Augustinus, subito lo denunziarono. Urbano VIII si affrettò a prodiare la continuazione della stampa che era curata in segreto da Fromond e de Calenus. Ma nonostante l'opposizione dei Gesuiti, dell'internoaio di Bruxelles, dell'Università di Lovainio, la stampa si continuò e si compì sotto la protezione del card. Ferdinando, in. fonte di Spagna e governatore dei Paesi Bassi, al quale fu dedicata, ed uscì con i privilegi del re di Spagna e dell'imperatore Ferdinando III concessi nel genn. 1638 e nel febbr. 1640, e con la censura favorevole di Enrico Calenus e di Giacomo Pontano che dichiaravano l'opera * celeste... necessaria ed utilissima alla Chiesa... conforme alla dottrina di s. Agostino *. La diffusione e le ristampe furono molte, anche in Roma nel 1643 incon-
trando la più varia ed accesa polemica. Saint-Cyran affermava che dopo s. Paolo e s. Agostino, Giansenio era il terzo che aveva "parlato più divinamente della Grazia e creato il libro di devozione dei novissimi tempi". Rimessa l'opera al giudizio della S. Congregazione dell'Indice il 10 giugno 1643 fu condannata prima con un decreto dell'Inquisizione (4 marzo 1641), poi con la bolla In eminenti di Urbano VIII redatta da Francesco Albizzi ( 6 marzo 1642), con la cost. Cum occasione di Innocenzo X ( 31 maggio 1633), e infine con l'ultre Ad Sacram beati Patri Sedem di Alessandro VII ( 16 ott. 1636). Innocenzo aveva nominato cinque cardinali e tredici teologi per esaminare l'Augustinus. L'esame durò più di due anni in 36 sessioni. Alle prime dieci sessioni intervenne anche il Papa. Era consentito ai difensori di Giansenio sostenere la propria causa, ma la loro difesa non cluse la condanna che venne inclusa nelle cinque seguenti proposizioni che dichiarò temerarie, empie, blasfeme, degne di scomunica, eretiche (cf. Denz-U, 1092-96): 1) Alcuni precetti di Dio sono impossibili nonostante il buon volere degli uomini giusti, secondo le presenti forze della natura, perché manca ad essi quella Grazia che li rende possibili; 2) Alla Grazia interiore nello stato di natura decaduta non si resiste mai; 3) Per acquistare merito o demerito non si richiede la libertà dalla necessità interna, ma soltanto la libertà dalla coazione esterna; 4) I semipelagiani ammettevano per i singoli atti anche all'inizio della fede la necessità della Grazia interiore preveniente, ed erano eretici in quanto concedevano alla volontà umana il potere di resistere o di obbedire alle Grazia; 5) E un errore semipelagiano affermare che Cristo è morto per tutti. Ma questa condanna non turbò gravermente gli ammiratori di Giansenio, alcuni dei quali volevano appellare dal Papa ad un Concilio ecumenico.

Il Papa a loro giudizio era un incompetente. Ma tale appello avrebbe pregiudicato ancor più l'Augustinus. Questa polemica con Roma rese più viva la controversia, allargando l'aspetto dogmatico dell'eresia nascente, inizialmente soteriologico, ad accogliere errori ecclesiastici come quello di ridurre il potere pontificio (il Papa era concepito primus inter pares tra i vescovi, primo per dignità non per autorità, inferiore e subordinato al Concilio ecumenico). Ma le teorie di Giansenio dovevano trovare il loro teatro di prova, la loro attuazione pratica a Port-Royal in Parigi.
IV. Port-Royal. - Port-Royal (v.) segna il passaggio dell'eresia giansenistica da un aspetto teologico ad una forma polemica ed ascetica non molto dissimile dallo schema. Già le condanne avevano rivelato l'ambiguità dell'Augustinus e della fede dei giansenisti, figli ribelli e insofferenti che non vogliono abbandonare la casa e vivono in famiglia in continuo litigio. Il giansenismo si manifesta infatti una eresia in casa, uno scisma in famiglia. Ma di questa ribellione in famiglia Saint-Cyran incontrerà in Parigi il diplomatico controversista nella persona di Antonio Arnauld (v.), sottile e astuto disquisitore che insegnerà al giansenismo la sua indefinibile tattica polemica. Autore della Logique de Port-Royal, avvocato difensore dell'Augustinus, egli conosce le tergiversazioni, le amfibologie, gli equivoci della difesa e dell'offesa. Egli organizzò le idee giansenistiche, infuse loro un'anima, ne creò un sistema. Alla teologia unil l'ascetica, alla riforma dogmatica sulla Grazia associò un riforma sacramentale, pur non chiarendo mai le sue opinioni personali. Egli insegnò a non scoprirsi, a spargere nelle pagine in difesa dell'eresia osservazioni ortodosse e incensurabili. Se qualche volta è sospetto, subito se n'accorge, pronto ad affermare il contrario. Con Arnauld la parabola centrifuga dell'eresia ha il suo termine. Parte da Giansenio, il teologo, passa per Saint-Cyran, l'ipermistico, si conclude in Arnauld, il diplomatico controversista.

Si devono a lui le tergiversazioni alle condanne pontifice, per le quali Port-Royal resterà celebre. Arnauld ammoniva: "ne répondre jamais absolument, mais toujours par si. Par là on ne s'engagera à rien $\%$. Perciò alla condanna delle cinque proposizioni, a quelli che chiamavano il Papa incompetente e volevano appellare ad un Concilio ecumenico, consiglio di condannare, insieme al Papa,

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le cinque proposizioni. Negava però che si trovassero nell'opera di Giansenio o, nel caso che vi si trovassero, affermava che non erano dannabili nel senso dell'autore, che era quello di s. Agostino, che il Papa senza dubbio non aveva riprovato né poteva riprovare. Trentotto ve scovi allora, coadiuvati da molti teologi, il 28 marzo 1654 dichiararono che le cinque proposizioni erano state in segnate da Giansenio e nel senso di Giansenio erano state condannate. Il Papa definì espressamente: "Quinque illas proposiciones es libro praememorati Cornelii Jansenii Episcopi Yprensis, cui titulus Augustinus, excerptas ac in sensu ab eodem Cornelio intento damnatas fuisse, declaramus et definimus $\%$. Ma non bastò. In due lettere in difesa del duca di Liancourt nel febbr. del 1655 Arnauld distingueva tra questione di diritto e questione di fatto. La Chiesa, il papa, è infallibile quando giudica delle questioni di dogma o di morale contenute nella Rivela zione e nella esposizione della loro dottrina (quaestio iuris), non nel giudizio portato sulla dottrina di un libro di un autore umano o sopra il vero senso che questi abbia dato alle sue parole (quaestio facti). Nella quaestio iuris è prescritto l'interiore assenso alle decisioni della Chiesa; nella quaestio facti la Chiesa non ha potere, al massimo può esigere un rispettoso silenzio (situation obsequiosum). Del resto, aggiungeva con spirito tutto giansenistico, a s. Pietro, nella caduta, mancava la Grazia necessaria. Insieme ad Arnauld assertore di questa politica equivoca è Pietro Nicole, al quale si debbono le opere: Les imaginaires ou lettres sur l'hérésie imaginaire e Tractatus de distinctione iuris et facti in causa janseniana, fondamentali per comprendere i raggiri e gli artifici del giansenismo. Dall'eresia si declina verso lo scisma, dall'errore sulla dottrina della Grazia all'errore sull'infallibilità pontificia. Il papa può condannare infallibil mente una dottrina come eretica, ripete Nicole, non determinare infallibilmente che quella dottrina si trova in un libro (Augustinus); le cinque proposizioni condannate non si trovano nell' Augustinus o almeno nel senso nel quale sono state condannate. Il papa è male informato o, se bene informato, non è infallibile per sé ma solo con il consenso della Chiesa universale. E se questo consenso è raggiunto (come nel Concilio di Trento) ci s'appella ad un concilio futuro (pronti a riappellarsi ancora all'infinito), come ci si appella alla disciplina della Chiesa antica per sovvertire la disciplina della Chiesa contemporanea. Non s'accorgevano i giansenisti insistendo sul movimento ri formatore d'autonomia della ragione dalla fede di met tere insieme alla fede cattolica in agonia la propria fede.

A difesa di Arnauld, suo amico, anche Biagio Pascal (v.) rimase impigliato negli intrighi del partito giansenista. Aveva in Port-Royal la sorella Jacqueline «sa directrice» com'egli la chiama. Per amore della sorella e per un impugno d'amicizia con Arnauld scrisse un "pampillet", una apologia letteraria di Port-Royal, una requisitoria antimolinista, Les provinciales (1656-57), che potrebbero definirsi il piacere dello scherno canonizzato ai danni della Compagnia di Gesù. Ma Pascal come Nicole ben presto compresero che tutta questa polemica diveniva "una pura commedia e uno scherzo di cattivo gusto" (Nicole) e che non si poteva fare «un idolo della stessa verità, perché la verità fuori della carità non è Dio, ed è immagine e idolo che non bisogna né amare né adorare" (Pascal), e si ritirarono dalle sottili e raffinate sottigliezze che non riuscivano a salvare né la carità né la verità.
V. Da Port-Royal a Pistoia. - Era naturale che allontanandosi dall'autorità spirituale della Chiesa il giansenismo cadesse, per sopravvivere, alla potenza temporale dello Stato e a forme di superstizione. Alla prima fase della storia del giansenismo, imperniata sulla Grazia, la predestinazione ed il rigorismo sacramentale, ne succede cosl una seconda nella quale teologia e morale sembrano annegare nelle teorie gallicane ed in manifestazioni ipermistiche. La polemica di Port-Royal che continuava quella protestante gettando lo scherno sul magistero ecclesiastico ne aveva preparata la via. Già nel Petrus Aurelius di Saint-Cyran si ritrovano essenzialmente le teorie di Richer e De Dominis, del Pithou e De Marca. Il card. Richelieu aveva saldato la

Francia in unità politica e religiosa, ma insieme aveva acuito il desiderio del re di Francia di prendere la Chiesa sotto la sua protezione. Roma appariva quasi una potenza straniera, e il gallicanesimo tentò di assaggettarla all'as solutismo statale di Luigi XIV. Sotto l'insegna del sentimento nazionale si divinizzarono forme storiche e politiche ai danni della dottrina e della vita cattolica e soprannaturale, le quali accumunarono il giansenismo con il protestantesimo presso le corti gallicane. Se, come Lutero, il giansenismo aveva abbattuto ogni autorità in materia di fede, e a somiglianza del calvinismo aveva assunto un carattere democratico e rivoluzionario, con il criticismo ecclesiastico, poi, tanto affine al libero esame, spingeva non solo alla negazione della verità rivelata, ma alla ricerca di un punto d'appoggio al succedersi degli anatemi di Roma. Per continuare nel loro criticismo e stornare o almeno salvaguardarsi dalle condanne pontifice, i giansenisti ripiegarono in un ibridismo religioso, che li costrinse ad una doppia vita. Non si può infatti confondere giansenismo e gallicanesimo. I veri giansenisti mal sopportavano l'autorità e l'infallibilità pontificia, ma erano pure insofferenti di ogni ingerenza statale, e quando si volsero verso i Parlamenti lo fecero per rifuggire le condanne ecclesiastiche. Avevano però un punto comune: il papa è inferiore al concilio; le decisioni del papa, anche in materia di fede, non sono irteformabili se non dopo il consenso della Chiesa. Se i giansenisti trovavano nei gallicani un rifugio, i gallicani trovavano nei giansenisti un pretesto. Ragioni nazionali e ragioni teologiche, e più ancora ragioni polemiche li resero vicini ed amici, tanto amici de credorli gemelli nati da uno stesso letto, ma la diversità esisteva. Bossuet, gallicano, fu sempre avversario dei Gesuiti. I gallicani, eredi di Filippo il Bello, sono decisti; i giansenisti, seguosi di Arnauld, temporeggiano, non amano compromettersi, prender posizione. Si ripete che se le dottrine di Baio e di Giansenio si accostarono allo spirito gallicano fu per opera di Pascasio Quesnell (v.). Non è esatto. L'unione fra i due moti è dovuta alla particolare situazione politico-religiosa determinatasi in seguito alle lotte giurisdizionali tra la Corte francese e Roma. Le sue Réflexions morales (1671) ne sono una chiara testimonianza. Esse in forma capziosa ripeterono esattamente la dottrina di Giansenio e di Arnauld riaccon dondone le controversie. Furono proibite da Clemente X nel 1675, ma tale proibizione dette luogo ad un pullulare di opuscoli polemici e non impedì che Quesnell, rivedendole e ampliandole, le ripubblicasse più volte e in diversi formati. Tra tanta letteratura polemica destò rumore un opuscolo pubblicato nel 1702 dal titolo Un caso di coscienza se cioè si dovesse assolvere chi mantelesse un "ossequioso silenzio $\cdot$ circa lo condanna delle cinque proposizioni. Clemente XI il 12 febbr. 1702 proscrisse anche l'ossequioso silenzio e tre anni dopo ( 16 luglio 1705) confermò con la bolla Vimena Desniai (Denz-U, 1350) le condanne dei suoi predecessori. Le monache di Port-Royal, rimasto come centrale di propaganda e "foyer d'agitation frondeuse", le quali si opposero alla bolla